Previsti altri quarantasette milioni di euro da destinare all’emergenza terremoto. Un assestamento del bilancio regionale tutto incentrato sulle risorse da destinare alla ricostruzione del dopo terremoto, con l’istituzione di un fondo straordinario di circa 47 milioni di euro, per offrire “una risposta efficace alle esigenze e alla volontà di riscatto” delle popolazioni colpite dal sisma . E’ quanto è previsto dal progetto di legge di assestamento del bilancio di previsione della Regione Emilia-Romagna per l’esercizio finanziario 2012 e pluriennale 2012-2014 e della legge finanziaria collegata. Di seguito, la dichiarazione del consigliere regionale Pd Luciano Vecchi , nominato relatore dei due provvedimenti: «Nell’ambito dello sforzo straordinario che ci viene richiesto dal dramma del terremoto in Emilia-Romagna, facciamo la scelta di destinare tutte le risorse disponibili a favore delle persone, delle imprese e dei territori colpiti dal sisma. Oltre alle risorse nazionali ed europee destiniamo 47 milioni di euro complessivi, 25 dei quali per spese di investimento e altri 22 per spese correnti in un fondo regionale ad hoc, finanziato, tra l’altro, con i risparmi delle spese di funzionamento dell’Assemblea Legislativa. Naturalmente – ha proseguito Vecchi – l’impegno finanziario regionale va anche oltre. Ad esempio la Regione ha già anticipato 150 milioni di Euro per accelerare i pagamenti alle imprese locali creditrici della sanità regionale ed è stata deliberata l’esenzione del ticket sanitario per i residenti nei comuni coinvolti. Il prossimo lunedì 2 luglio, alle ore 15, presso la sede dell’Assemblea Legislativa regionale, a Bologna, sottoporremo le proposte di bilancio alle forze sociali, alle associazioni di categoria e agli enti locali, in una importante udienza conoscitiva. Anche con la manovra di bilancio – ha concluso l’esponente democratico – cerchiamo di dare con rapidità e trasparenza una risposta efficace alle esigenze e alla volontà di riscatto di quanti sono stati colpiti dai drammatici eventi sismici delle scorse settimane.»
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«Dolore e rabbia, la mia Ustica». Tutte le crepe nel muro di gomma, di Salvatore Maria Righi
Elisabetta, come Sally di Vasco, è una donna che non ha più voglia di fare la guerra. Elisabetta, come Sally, ha patito troppo, e ha visto cosa ti può crollare addosso. A lei è successo trentadue anni fa, nell’alba dell’estate e della sua giovinezza, mentre un aereo bianco e rosso spariva dai radar e veniva inghiottito, chissà come e chissà perché, nel blu del mare. Aveva 18 anni, Elisabetta Lachina, e la sua vita in un certo senso ha avuto un cedimento strutturale che, invece, nonostante quello che dicevano, non ha sicuramente avuto il Dc9 che è partito da Bologna, ma a Punta Raisi non ci è mai arrivato.
Dal 27 giugno ’80 a oggi: tutti gli articoli dell’Unità
La fotostoria dall’archivio storico dell’Unità
Per questo anche oggi, come tutti gli anni, si daranno appuntamento lei e gli altri che sono sopravvissuti alla strage, che ha vittime dirette ma anche quelle indirette, ossia chi resta e deve rimettere insieme i pezzi, accarezzare i ricordi e trovare un po’ di pace. Ancora una volta a Bologna, con la presenza del sindaco e con un bel programma di cose. Cioè nella città dove era cominciato tutto, nel giugno 1980, con un decollo slittato di due ore, beffarda metafora del ciclopico ritardo con cui – diciamo cosi – non abbiamo saputo quasi nulla, di quello che si doveva sapere. Le parole di Elisabetta sono un sentiero per entrare nel più inquietante dei misteri italiani.
Il 27 giugno 1980 a bordo del DC9 IH870 partito da Bologna destinazione Palermo c’erano mio padre Lachina Giuseppe e mia madre Reina Giulia.
Cominciano un po’ tutte allo stesso modo, le storie di quelli che su quell’aereo ci hanno lasciato un bel pezzo della loro vita, sotto forma di genitori, fratelli, sorelle o amici. Elisabetta, che col tempo è diventata donna e mamma, a volte non nasconde la fatica di andare in giro e raccontare tutto. Daccapo. Ancora una volta. Un pugnale che scava nel cuore. Capita a chi ha un dolore che non matura mai. “E’ come se i nostri cari non fossero ancora morti, e continuano a chiederci ininterrottamente la verità” ha detto Francesco Pinocchio, orfano di due fratelli salutati all’aeroporto di Bologna e mai più rivisti.
La mattina del 27 giugno 1980 mio padre telefonò a sua mamma che abitava a Caltanissetta: le telefonava ogni mattina per sentire come stava, era la prima cosa che faceva prima di iniziare la sua giornata lavorativa.
Apprese la notizia che suo cugino, che si era trasferito in Australia molti anni prima, tornava nella sua terra d’origine:la Sicilia.
Era incuriosito, desiderava sapere com’era quella terra così lontana attraverso i suoi racconti.
Decise frettolosamente di partire insieme a mia mamma, senza prenotare alcun volo, sapeva che all’aeroporto di Bologna c’era un volo per Palermo nel pomeriggio, andava spesso in Sicilia, era convinto di trovare posto.
Arrivato all’aeroporto di Bologna mi telefonò dicendomi il volo era al completo e che erano stati inseriti nella lista passeggeri; speravano nella rinuncia di qualcuno, altrimenti sarebbero andati all’aeroporto di Roma. Ebbero fortuna…
Presero il posto di due persone che senza saperlo non solo cedettero il loro posto in quel volo ,ma anche il proprio destino”.
Non è l’unica porta che si è aperta e richiusa sul destino, quella che racconta Elisabetta. Altre persone, come in uno Sliding doors da cui dipendeva la vita e la morte, sono salite o scese da quell’aereo dell’Itavia che secondo la Nato, in un documento ufficiale dell’alleanza, invece di un placido atterraggio dopo un altrettanto placido volo che chiudeva la giornata, si è trovato in mezzo ad un groviglio di 21 apparecchi militari di varie insegne e varie nazionalità. Non è una cosa accettata da tutti, questa, perché vorrebbe dire che le cose sono andate al contrario di come ci raccontano da sempre. Se lo dite a Giovanardi, per dirne uno, sicuramente perde le staffe. L’ex ministro è uno di quelli che su Ustica non ha mai cambiato idea, sfidando quello che dicono i proverbi su chi resta marmoreo nelle proprie convinzioni. E, soprattutto, ne ha sempre parlato senza esserne mai stato nemmeno sfiorato, visto che non ha mai avuto nessun legame ufficiale con la strage. Un mistero quasi più grande di quello che successe la notte di 32 anni fa.
Avevo 18 anni mi sono trovata ad affrontare una situazione insostenibile, avevo perso ogni punto di riferimento, ero sola, abbandonata da tutto e tutti, in preda alla confusione e alla disperazione. Da quella sera la mia vita è cambiata, tutto ha cambiato completamente aspetto, in un attimo la mia famiglia non esisteva più.
Quindi c’è stato un altro punto Condor, in questa storia. Un altro, oltre a quello che ha inghiottito l’aereo, quella X sulla cartina del basso Mediterraneo, tra Ponza e Ustica, ufficialmente inesistente, perché non ci dovevano passare altro che apparecchi fantasma con insegne fantasma, per missioni fantasma. Un buco nero parallelo a quello tracciato dai militari per le loro manovre, in cui decine vite sono state risucchiate fino ai giorni nostri. Le vite di tutti quelli che sono rimasti a terra, a Bologna e a Palermo, ad attendere invano l’atterraggio del Dc9. Persone che hanno dovuto sintonizzare il proprio futuro su una, due, tre assenze definitive. Oppure calibrare la propria esistenza su quel trauma mai rimosso, come Elisabetta che dice “mia figlia è una figlia di Ustica”, quando parla di queste cose con le parole lente, ma la voce lenta, per tirarle fuori come aghi dalla pancia.
E quindi la immagini a immaginare l’esistenza parallela dei nonni che non c’erano, non ci sono mai stati, ma chissà che avrebbero detto, o chissà che avrebbero fatto, quante volte l’avrà pensato. Ustica è un viaggio all’indietro verso sagome che sfuggono, anche se le vedi. Come l’Awacs, acronimo di Airborne Warning Control System, l’enorme quadrireattore chiamato E-3A Sentry, così grande e potente che tre, uno sopra l’altro, coprono mezza Europa. La notte del 27 giugno 1980, una delle poche cose certe, una di queste cattedrali volanti che con l’elettronica e radar tutto vedono e tutto controllano era sui nostri cieli, più esattamente sulla dorsale appenninica, da Firenze a scendere verso Grosseto.
Il problema è sempre stato mettergli una targa, perché all’epoca non era in dotazione solo agli americani. Ma c’è un documento, di provenienza statunitense, che dimostra come gli Awacs fossero entrati in servizio già tra estate e inverno del 1980, prima delle date ufficiali. E che facevano la spola tra gli Stati Uniti e la base tedesca di Ramstein, in Germania, che in questa storia ha avuto fino adesso un ruolo forse molto sottovalutato. E’ la base americana dove il 28 agosto 1988 un tragico scontro in cielo tra tre MB399 delle Frecce Tricolori ha ucciso, oltre a tre piloti dell’Aeronautica, anche 70 persone, con centinaia di feriti.
Persero la vita in quel rogo Mario Naldini e Ivo Nutarelli, oltre al capitano Giorgio Alessio: entrambi erano in volo su un F104 la notte del 27 giugno 1980, nei pressi del DC9: per due volte squoccarono, così si dice, l’allarme generale senza utilizzare la radio di bordo: cosa videro sul cielo toscano, intorno o vicino al volo Italia? Volevano saperlo anche i magistrati che sequestrarono i registri del 4° stormo di Grosseto, pochi giorni prima della tragedia di Ramstein. Il passo successivo, dicono tanti, sarebbe stato convocare a Roma sia Naldini che Nutarelli. Ossia Pony 10, nel codice interno della PAN, in quel periodo uno dei migliori piloti acrobatici al mondo che però purtroppo, come ci ha detto l’Aeronautica militare, quel giorno di agosto sul cielo tedesco ha sbagliato tutto e ha involontariamente provocato quel disastro.
Lo scrive, l’AMI, in un rapporto che è rimasto praticamente top secret per 24 anni, nonostante gli accordi con Germania e Stati Uniti – ratificati anche dalle rispettive cancellierie – prevedessero una relazione trilaterale sull’incidente. Americani e tedeschi consegnarono subito il loro dossier, l’Italia no.
Nel documento, oltre a tutti gli allegati e alle foto, mancano anche le autopsie sui cadaveri dei piloti: non fu eseguito nessun esame medico legale, nonostante l’inchiesta condotta – e poi archiviata – dall’allora pm Paviotti, oggi avvocato a Udine. E nonostante sia praticamente obbligatorio eseguirle in casi anche molto meno gravi di quello.
Ho vissuto cercando di sopravvivere a questa tragedia; una tragedia che ha inciso fortemente sulla mia vita e che ha condizionato ogni mia scelta. E’ difficile accettare la morte dei propri cari se non si conosce cosa ha provocato la loro morte, non si è in grado di elaborare il lutto.
Sono morte 81 persone innocenti senza un motivo, senza un perché. 81 persone che a casa avevano dei familiari che li aspettavano, che li amavano…
Io, noi parenti delle vittime, stiamo aspettando da 32 anni di sapere cosa sia successo quella sera, perché, chi è stato?
Siamo in tanti che vogliamo conoscere la verità per poter seppellire dignitosamente i nostri familiari.
Siccome Ustica è un delitto senza colpevoli, ai familiari delle vittime non è rimasto che chiedere un congruo risarcimento. Il topolino partorito dal processo penale, senza colpevoli, si è infilato nell’alveo civile per “il risarcimento della negata verità, quel diritto di giustizia che dev’essere garantito ad ogni normale cittadino”, come dice l’avvocato Daniele Osnato a nome delle decine di famiglie che assiste davanti allo Stato, contro alcuni pezzi dello Stato.
Il tribunale di Palermo nel settembre 2011 ha condannato i ministeri dei Trasporti e della Difesa al pagamento di oltre cento milioni di euro ai familiari delle 81 vittime, ma l’Avvocatura dello Stato ha chiesto e ottenuto una sospensione: il processo è rinviato al 2015. Ed è stato derubricato in mezzo a decine di udienze in cui si discute di liti tra vicini o di tamponamenti stradali, mimetizzato nella caterva di faldoni che intasano le cancellerie e i tribunali, l’ultimo oltraggio morale di chi in molti casi non ha nemmeno potuto seppellire i propri cari, rimasti in fondo al mare come caduti di una guerra che nessuno sapeva, e tantomeno voleva, combattere quella notte.
Ogni volta che si parla della strage di Ustica la ferita che abbiamo nel cuore sanguina; ogni volta il nostro dolore si rinnova, siamo come intrappolati in questa costante ricerca di verità, soffocati dall’ingiustizia che ci avvolge, ma soprattutto schiacciati dal mare di bugie e menzogne che costantemente ti tolgono il respiro.
Certamente la sentenza del 10 settembre dove il giudice Proto Pisani ha condannato i ministeri per non aver garantito quella sera la sicurezza del volo ci ha ridato la verità, ma ancora oggi mancano i nomi dei colpevoli.
Noi aspettiamo… e intanto il tempo passa…
l’Unità 27.06.12
"Il Vietnam dell'Europa", di Barbara Spinelli
Alla vigilia del vertice europeo di domani, l’economista greco Yanis Varoufakis scruta l’incaponita ottusità delle politiche con cui i governi dell’Unione pretendono di salvare la moneta unica, e si stupisce di fronte a tanto guazzabuglio dei cuori e delle azioni. Un’attesa quasi messianica di palingenesi si combina all’abulia dei politici, alla pigrizia mentale degli economisti, alla sbalorditiva mancanza di leadership. Ancora una volta siamo alla vigilia di
un vertice definito cruciale.
Ci sarà un prima e un dopo, decideremo cose grandi o fatalmente naufragheremo. In Italia, chi punta allo sfascio annuncia che Monti avrà fallito, se fallisce il summit: come se il guazzabuglio europeo fosse suo, come se le responsabilità di Berlusconi si dissolvessero in quelle del successore. Alcuni si esercitano a contare i minuti: l’euro non vivrà più di tre mesi, dicono, pensando forse che l’orologio stia fermo. Sono anni che i mesi di vita sono quasi sempre tre.
È quello che spinge Varoufakis a fare due paragoni storici che impaurano a pensarci. Il primo rimanda alla crisi del ’29, e alla condotta che il Presidente americano Hoover ebbe a quel tempo. La ricetta era uguale a quella di oggi: ridurre drasticamente la spesa pubblica, tagliare salari e potere d’acquisto, il tutto mentre l’economia Usa implodeva. Seguirono povertà, furore, e in Europa fine della democrazia.
Non meno inquietante il paragone con la guerra del Vietnam: negli anni ’60-’70, gli uomini del Pentagono erano già certi della sconfitta. Continuarono a gettar bombe sul Vietnam, convulsamente, perché non riuscivano a mettersi d’accordo su come smettere un attivismo palesemente sciagurato. Riconoscere l’errore e cambiar rotta avrebbe salvato migliaia di vite americana, centinaia di migliaia di vite vietnamite, e risparmiato parecchi soldi. Disfatte simili a queste lo storico Marc Bloch le chiamò «strane», nel 1940: le avanguardie politico-militari sono senza visione né guida, mentre nelle retrovie società e classi dirigenti franano. Chi guida oggi l’Europa è animato dalla stessa non-volontà (l’antico peccato di nolitio): la crisi delle banche e dei debiti non è guerra armata, ma certi riflessi sono identici. Il povero cittadino perde la testa, non si raccapezza.
Sono mesi che si succedono vertici (a due, quattro, diciassette, ventisette) e ognuno è detto risolutivo. Sono mesi che sul palcoscenico vengono e vanno personaggi, declamando frasi inalterabili. Merkel e Schäuble entrano in sala di Consiglio, si siedono, e recitano: «Non si può fare, prima della solidarietà ognuno faccia ordine a casa». E sempre c’è qualcuno, della periferia-Sud, che invece di negoziare sul serio implora: «Ma fate uno sforzo, qui si sta naufragando!». Sembra la musica che nei dischi di vinile d’improvviso s’incantava. Si siedono e ripetono se stessi (ecolalia è il termine medico), come i generali quando continuavano a cannoneggiare i vietnamiti nella speranza che la guerra, come i mercati, si sarebbe placata da sola, esaurendosi.
Qualcosa, è vero, sta muovendosi in Europa. Grazie alle pressioni di socialdemocratici e verdi, il governo tedesco ammette d’un tratto che qualcosa bisogna fare per la crescita (una parola vana come quando i generali in guerra dicono: pace). Nella riunione a 4 che si è svolta a Roma tra Merkel, Hollande, Monti, Rajoy si è deciso di mobilitare 120 miliardi di euro (una bella somma ma sporadica, visto che contemporaneamente non si vuole un aumento del comune bilancio europeo). Si è anche deciso, finalmente, di ignorare le riserve inglesi e svedesi e di approvare una tassa sulle transazioni finanziarie, per dar respiro all’eurozona. Chi da anni lotta per la Tobin tax
spera che nasca, per la prima volta, una vera fiscalità europea: il gettito previsto è di 30-50 miliardi all’anno, senza aggravi per i contribuenti.
Ma la tassa ha difetti non ancora risolti: come pensare che l’Unione possa avviare con propri soldi investimenti congiunti, se il gettito non andrà nella cassa comune? Il 29 marzo, sulla Zeit, il ministro delle finanze austriaco si felicitò in anticipo per la tassa, i cui proventi erano già iscritti nel bilancio del 2014: nel bilancio austriaco, non europeo.
Passi avanti sono stati fatti, assicurano i governi, ma l’essenziale manca: ancora non si possono emettere eurobond, e Berlino esita sul progetto – concepito in novembre dal Consiglio tedesco degli esperti economici – di una redenzione parziale dei debiti. «Ci vuole un salto federale», si comincia a sussurrare, ma anche queste parole rischiano di tramutarsi in nomi nudi, apparenti: come crescita, pace. Perfino
cultura della stabilità diventa nome nudo, senz’alcun rapporto con l’idea che ci facciamo di una vita stabile. La sostanza che resta è il dogma tedesco della casa in ordine.
E resta il nuovo potere di controllo sui bilanci nazionali, conferito alla Commissione di Bruxelles. Ma un potere strano, di tecnici che censurano e castigano. Non un potere che edifica politiche, dispone di proprie risorse, è controbilanciato democraticamente. Non dimentichiamolo: le spese federali in America coprono il 24 per cento circa del prodotto nazionale. Quelle dell’Unione l’1,2. Quanto alla tassa sulle emissioni di biossido di carbonio (carbon tax), nessuno ne parla più.
Il fatto è che le misure non bastano perché il male non è tecnico: è politico. Ci siamo abituati a criminalizzare i mercati, a dire che l’Europa non deve dipendere dalla loro vista corta. Ma li ascoltiamo, i mercati? Sono imprevedibili, ma se diffidano dei nostri rimedi significa che c’è dell’altro nella loro domanda: «Siete proprio intenzionati a salvare l’Euro? La volete fare o no, l’unione politica che nominate sempre, restando fermi?». Se i mercati somigliano a una muta aizzata è perché fiutano un’Europa e una Germania che il potere non se lo vogliono prendere, che scelgono l’irrilevanza mondiale. Si calmeranno solo di fronte a un piano con precise scadenze (importa dare la data, anche se non immedia-ta): un piano che preveda un fisco europeo, un bilancio europeo credibile, un controllo del Parlamento europeo, una Banca centrale simile alla Federal reserve, un’unica politica estera. Hanno ragione a insistere. Anche perché stavolta, manca l’America postbellica che spinse alla federazione. Obama chiede misurette all’Europa, non un grande disegno unitario.
In una conferenza dei verdi tedeschi, domenica a Berlino, Monica Frassoni, Presidente del Verdi europei, ha detto parole giuste: «Quello di cui tutti (mercati compresi) abbiamo bisogno è che la parola
più Europa significhi qualcosa», non sia flatus vocis.
Deve esser chiaro in maniera lampante che Grecia, Italia, Portogallo, Spagna non potranno sanare i debiti con terapie che il debito addirittura l’accrescono. Urge un cambio di passo, dunque «una dichiarazione che dica: non si permetterà a nessuno Stato di fallire; la Bce interverrà comprando titoli delle nazioni indebitate se il Fondo salva- Stati non basta; l’Unione si darà un bilancio federale degno di questo nome, capace di avviare una crescita diversa, ecologicamente sostenibile ».
Il salto federale di cui c’è bisogno, pochi vogliono compierlo. Hollande dice che l’unione politica voluta da Berlino è accettabile solo se subito c’è solidarietà. La Merkel non esclude la solidarietà, ma prima chiede l’unione politica (anche se ieri ogni idea di scambio è svanita: « Finché vivrò non accetterò gli eurobond »). Qualcuno dunque bluffa. È come la scena del film Gioventù bruciata: due ragazzi guidano simultaneamente le loro auto verso un dirupo. Il primo che sterza sarà chiamato coniglio o pollo (per questo si parla di chicken game).
Se entrambi insistono nella corsa finiranno nella fossa. È tragico il gioco, perché riproduce il vecchio equilibrio di potenze nazionali che ha condotto il continente alla rovina. L’Unione europea era nata per abolire simili gare di morte.
La Repubblica 27.06.12
Guccini: "La solidarietà è una fabbrica sempre aperta" di Toni Jop
«Il concerto per l’Emilia ha dimostrato che su quel palco una terra si è guardata allo specchio senza vanità e senza ferire gli altri con un’identità chiusa o respingente». “Ma che bella cosa sì sono contento che sia andato tutto bene. Ma hai visto che roba? il sessanta per cento del cantautorato italiano stava lì l’altra sera. Ed era emiliano…divertente”. Prendetevi questo Guccini di buon animo, quasi allegro. L’avete visto oppure no sul palco dello stadio bolognese? Ha cantato seduto, accanto a una magnifica Caterina Caselli, all’inizio di un gran fiume di musica dedicata alle sofferenze di chi, in Emilia e altrove, sta patendo le pene dell’inferno, dopo il terremoto. Ci sono migliaia di persone che stanno in tenda 24 ore su 24, sole e afa mentre altre migliaia si danno da fare per tirar su mattoni antichi e capannoni nuovi, confortati dall’aiuto di tanti volontari venuti da tutto il paese.
Tra polvere, sudore e canzoni, tira un’aria praticamente bella di un’Italia che la cronaca, non per colpa sua, non ha inquadrato nel corso degli anni più recenti.
Francesco, davvero un’altra Italia?
«Certo quella che mi piace di più. E accaduta una cosa strana l’altra sera. Non si ripeterà, è stata unica perché spero non ci sarà più bisogno di mostrare “i muscoli” di una solidarietà tanto stretta e impegnativa. Voglio dire che non voglio pensare ad altre disgrazie così grandi, ecco. Ma la cosa unica e nuova è il fatto che su quel palco una terra si è guardata allo specchio senza vanità e senza ferire gli altri alla ricerca di una identità chiusa, egoistica. Quel palco ha detto molto: che l’identità è una fabbrica sempre aperta, che la terra è parte di quella identità solo se sta in un contesto più ampio che guarda agli altri come risorsa e ancora come parte di questa identità. Mi vengono parole grosse, ma dev’essere colpa tua… ».
Neanche per sogno. Dev’essere perché fin qui chi come la Lega ha predicato l’identità e il territorio come suo unico collante, ha spinto la questione del “chi siamo” in una stanza buia, senz’aria e senza prospettiva…
«Aspetta: è stata una bellissima serata che credo in molti hanno seguito alla tv anche perché sul palco non agivano gelosie, invidie. Chi conosce il mondo sa che invece tutto questo è di casa in un rosario di artisti tanto ampio e vario. Intanto, devo ringraziare Carletti (Nomadi, ndr) perché è lui l’inventore del concertone e ha voluto divi- dere con me la paternità della cosa: sta scritto da qualche parte che io sarei tra gli ideatori. Ma è tutto merito suo. Mi era venuto a trovare con Flacco (grande e storico chitarrista di Guccini, ndr) e mi aveva detto: ci stanno tutti, tutto gratis. Ho detto sì. Poi, mi ha telefonato la Pausini che è una carissima ragazza: voleva che cantassi qualcosa con lei. Dovresti sentire la voce della Pausini: bellissima, con quell’accento emiliano così marcato. Insomma, non potevo e mi dispiaceva: le ho spiegato che ero già d’accordo con Caterina Caselli… ».
A proposito di Caterina Caselli: sono ancora stordito per la bellezza della sua interpretazione di Insieme a te non ci sto più..
«Grande Caterina, grande. Non cantava da più di quarant’anni e si è buttata nella mischia per pura generosità. Prova a stare zitto così a lungo, poi sali su un palco davanti a decine di migliaia di persone e intona. Chi lo fa? Solo il cuore te lo fa fare. E lei lo ha fatto, timida, emozionata come una ragazzina. E brava, anche quando ha cantato con me Per fare un uomo… ». «Ci voglion vent’anni», anche se canti in un altro pezzo che a quell’età «si è stupidi davvero».. «Non sono sicuro, ma credo di non averla mai cantata, registrata in qualche disco, la cantavano i Nomadi, anche Caterina… Comunque devi sapere che abbiamo fatto delle prove sommarie ma è andato tutto benissimo. È stato il trionfo della professionalità, gran professionismo sul palco, l’altra sera… ».
Ma non c’era gente giovanissima davanti ai microfoni, anche se qualcuno di voi pare abbia un ritratto magico in soffitta.
«Non io, accidenti… ».
Dev’essere perché ti guardi poco allo specchio…
«Lascia stare: a 72 anni si vede bene che non ho più voglia di star lì a correre sui palchi, guardo la televisione a mezzo metro di distanza…
Così non ti perdi niente… Avevi detto che stai per mettere insieme un nuovo disco…
Piano con le parole. Ho detto che ho delle canzoni pronte, un altro paio le sto sistemando, magari a ottobre o più tardi entro il sala di registrazione… ».
Temi?
«Canzoni tristi… ».
Onnò!
«Sempre per via dell’età e dei tempi che stiamo attraversando: un po’ di sfiga, ricordi, marinai senza vascello. Insomma, tocchiamoci laggiù».
Arrenditi, sei di buonumore. Ma almeno un titolo incazzato?
«Scordati l’Avvelenata. Ma il Testamento del pagliaccio è una bella presa in giro».
l’Unità 27.06.12
"Una lira da scordare", di Massimo Gramellini
Mettono tenerezza i cittadini che chiedono la rottamazione dell’euro e il ritorno alla vecchia moneta. Non rimpiangono la lira, ma il tempo della lira. Quando le famiglie risparmiavano ancora, l’economia cresceva poco ma cresceva, e la svalutazione gonfiava gli affari. Fare un mutuo costava il doppio di adesso e l’inflazione viaggiava a due cifre, però i cinesi stavano dietro la Muraglia, gli slavi ansimavano dietro il Muro e i brasiliani e gli indiani esportavano solo miseria. Il mondo era un posto relativamente piccolo e ordinato che coincideva con l’Occidente. Ma se oggi tornasse la lira, di quel tempo tornerebbe soltanto lei. Insieme con l’inflazione a due cifre. I cinesi non andrebbero certo indietro, e nemmeno i brasiliani. In compenso noi andremmo al supermercato con la carriola: non per infilarci la spesa ma i soldi necessari a comprarla. Una pila di cartaccia che della vecchia lira conserverebbe soltanto il nome. Secondo i calcoli più ottimistici perderemmo in un giorno il 30 per cento del valore di tutto ciò che ci resta, diventando la replica della Germania di Weimar che fece da culla al nazismo.
Mettono tenerezza i cittadini spaventati dal futuro, quando si aggrappano a un passato che non può tornare. Mentre provocano soltanto rabbia quei politici che queste cose le sanno benissimo, ma preferiscono lisciare il pelo del popolo impaurito invece di guardarlo negli occhi e dirgli parole adulte: che chi perde la strada deve resistere alla tentazione di tornare indietro, perché solo andando avanti troverà il sentiero che lo riporterà sulla strada perduta.
La Stampa 27.06.12
"La destra in trincea", di Giovanni Valentini
Sono persone prive di scrupoli, affaristi spregiudicati. La mossa ampiamente annunciata con cui il centrodestra ha fatto mancare ieri il numero legale, nella seduta della Commissione di Vigilanza che avrebbe dovuto nominare i nuovi consiglieri di amministrazione della Rai, è uno schiaffo al governo Monti che ha già designato il presidente e il direttore generale. Ma è soprattutto un’offesa alla tv di Stato, al pluralismo e alla libertà d’informazione. E anche l’ennesima, spettacolare, indecente rappresentazione di quel conflitto di interessi che spinge tuttora Silvio Berlusconi ad anteporre la sua azienda al Paese, gli affari privati agli obblighi e ai doveri pubblici.
Per fare qualche esempio facilmente comprensibile, è come se il proprietario della Coca-Cola impedisse di rinnovare il board della Pepsi-Cola. Come se il presidente della Bmw bloccasse il ricambio al vertice della Mercedes. O ancora, per usare all’inverso un paradosso di casa nostra, è come se Montezemolo e Della Valle paralizzassero le Ferrovie dello Stato per favorire i collegamenti del loro treno Italo.
È improbabile che Berlusconi voglia tirare la corda fino a tirare il collo al governo Monti, a provocare cioè una crisi per andare alle elezioni anticipate. Ma, in questa situazione, nessuno può onestamente escluderlo. Più verosimilmente, il centrodestra punta all’obiettivo minimo di prorogare il consiglio di amministrazione uscente per congelare la Rai e anestetizzare così l’informazione pubblica.
Evidentemente, un’operazione del genere non è politicamente neutra. Oltre a danneggiare il servizio pubblico – cioè il concorrente diretto di Mediaset – e quindi tutti i cittadini e i telespettatori, la
prorogatioserve
a mantenere il controllo diretto della tv (e della radio) di Stato, fino alla prossima scadenza elettorale. Prima o poi, arriverà anche per il centrodestra il momento della verità e ora per allora può far comodo intanto mettere il bavaglio ai giornalisti scomodi o magari metterli direttamente alla porta.
L’informazione, del resto, non fa rima con l’indipendenza. E allora, perché sostituire una “signora di latta” come la direttrice generale in carica, Lorenza Lei, con una “signora di ferro” come la presidente designata Anna Maria Tarantola? Proprio a lei dovrebbero essere conferiti, infatti, i poteri straordinari per risanare il carrozzone di Stato, nominare nuovi direttori di rete e di testata, riportare magari in Rai Roberto Saviano o Michele Santoro.
Altrimenti, al professor Monti non resta che la strada obbligata del commissariamento. Non più di fatto, ma di legge. Senza neppure disturbare qualche docente della Bocconi. Forse basterebbe affidare a un collegio di revisori esterni un controllo contabile sull’ultimo bilancio della Rai, per trarne – come si suol dire – tutte le debite conseguenze.
La Repubblica 27.06.12
"Le due sponde del Reno", di Bernardo Valli
I berlinesi dovrebbero imparare dagli assai più furbi cugini viennesi che sono riusciti a spacciare Beethoven per austriaco e Hitler per tedesco. Loro sono un po’ imbranati. In un tempo remoto li chiamavamo (che vergogna!) crucchi. Un’espressione sfrattata dai vocabolari e dai cervelli. Ma che si ripresenta nei cuori presi da irragionevoli, momentanee collere. Nell’Europa senza quasi più frontiere, su un piano più modesto ma ben più attuale, Berlino non ce la fa.
È impacciata, è troppo brusca, non riesce a correggere l’immagine di Angela Merkel presentata come una massaia spilorcia, pronta a lesinare su tutto, e riluttante a spartire la crisi dell’euro con i mediterranei in difficoltà, ritenendoli inaffidabili perché spendaccioni.
Se il comportamento dei tedeschi, arroccati in un’arroganza che è spesso scarsa capacità di comunicare, risveglia, sia pure in una versione annacquata, fantasmi ormai ridicoli; il risentimento di molti europei nei confronti della Germania, dilatato dalle passioni e dai timori accesi dalla crisi, non è solo in larga parte ingiustificato ma anche per tanti aspetti ridicolo.
Se si valutano con obiettività i motivi del dissenso di fondo tra la Germania e larga parte dei Paesi dell’eurozona, è difficile respingere l’argomento principale avanzato da Angela Merkel. Anzitutto per lei la sopravvivenza della moneta unica non è in discussione; inoltre «l’unità tedesca e l’Unione europea sono due facce della stessa medaglia» come, sempre lei, ha dichiarato di recente con i toni solenni di un sermone. Stabiliti questi due principi, la cancelliera vuole che gli europei compiano un passo avanti nell’integrazione budgetaria e politica. La logica esige infatti che le spese e i deficit di ciascun Paese utilizzatore dell’euro siano sottoposti a una sorveglianza sovrannazionale. Questa è la condizione principale perché la Germania accetti i famosi eurobond, che mutualizzerebbero i debiti. Debiti che, in sostanza, i tedeschi condividerebbero.
Angela Merkel chiede insomma più Europa. Esorta a compiere quel “salto federale“ invocato da tanti economisti e politici, convinti che esso placherebbe i mercati, frenerebbe gli attacchi ai Paesi più vulnerabili, poiché l’euro non sarebbe più la moneta di un’Unione non ben identificata, e sarebbe in grado di ricorrere a un livello superiore di responsabilità capace di ammortizzare il peso della crisi. Insomma la moneta unica avrebbe un governo, un padre, e non tanti padri litigiosi, che ne fanno in pratica qualcosa di simile a un figlio di N.N.
Nelle cronache finanziarie che dilagano su giornali e teleschermi in queste ore la posizione tedesca viene affogata in un mare di obiezioni. Angela Merkel prende tempo per sfuggire alle richieste d’emergenza; la sua proposta di più Europa assomiglia a un espediente; è un bluff; implica riforme istituzionali e quindi trasferimenti di sovranità da decidere con ampie maggioranze parlamentari o con sentenze delle varie Corti costituzionali che chiedono anni se non decenni.
È tutto vero o quasi vero. Ma è soprattutto vero che l’euro è vulnerabile soprattutto perché non è affiancato da una struttura federale, e che se quest’ultima non esiste è perché le nazioni (gloria e tragedia della storia europea), non vogliono rinunciare a ulteriori parcelle di sovranità. Un pretesto non trascurabile è che uno Stato non può affidare i propri bilanci finanziari, dai quali dipende la vita della società democratica, all’approvazione di un organismo “tecnico”, senza vere basi democratiche, quale è l’Unione. Ma, se accettata e accompagnata da un calendario preciso, l’ambiziosa proposta in questo senso (tra l’altro appena lanciata dai presidenti del Consiglio europeo, della Commissione, dell’Eurogruppo e della Banca centrale) diventerebbe un segnale destinato ad avere un effetto benefico. Essa chiede tempo per essere realizzata in pieno, e non può sostituirsi alle decisioni rapide imposte dalla crisi, e riguardanti la crescita. E tuttavia, se presa in considerazione, suonerebbe come un avvertimento, annuncerebbe che l’Europa ha capito qual è la causa di fondo della crisi in cui è immersa. Sarebbe un primo “salto
federale”.
La palla lanciata da Angela Merkel è adesso in campo francese. È la sua naturale destinazione, perché la Francia, madre dello Statonazione, è la potenza europea più riluttante (l’Inghilterra non è nella zona euro) a cedere ulteriori fette di sovranità. Pensava di dominare il progetto di integrazione, accelerarlo o frenarlo a piacere, ma il continente ha cambiato faccia e con la faccia gli equilibri. La volontà di Parigi pesa meno. François Hollande è un europeista convinto, sarebbe forse pronto a compiere il “salto federale” che la crisi suggerisce, o impone con urgenza. Ma è reticente ad aprire un nuovo cantiere della costruzione europea. È come preso da un crampo. E il suo ministro agli Affari Europei, Bernard Cazeneuve, dice che l’abbandono di sovranità chiesto dalla Germania non è il
«coeur du sujet»
, non è l’argomento principale, del prossimo vertice europeo del 28 e 29 giugno.
Il neo presidente francese non vuole farsi imporre la politica economica da una maggioranza di Paesi dell’Unione, e teme soprattutto che
si formi in patria un “fronte sovranista”, che potrebbe dividere gli stessi socialisti. Due ministri, Laurent Fabius, agli Esteri, e il già citato Cazeneuve,
entrambi in posizioni chiave per quel che riguarda la politica europea, hanno votato no al referendum del 2005 sulla Costituzione dell’Unione.
I timori di Hollande non sono infondati. Nella Francia che l’ha appena eletto l’accelerazione di un’evoluzione federale non sarebbe accolta con favore. E il secondo presidente socialista della Quinta repubblica (dopo Mitterrand, che lanciò l’euro con Kohl, padrino politico di Angela Merkel) non vuole correre rischi. Ed è un peccato, perché la sua posizione gli consentirebbe di forzare la storia. La sinistra controlla i due rami del Parlamento, tutte le regioni meno una, quasi tutte le grandi città. Non c’è un capo dell’esecutivo nel continente con tanto potere. Da lui ci si potrebbe quindi aspettare quel “salto federale” che non dissiperebbe la crisi nell’immediato, ma che darebbe fiato a un’Europa che a volte sembra boccheggiare. Stasera, alla vigilia del vertice di Bruxelles, Angela Merkel avrà un colloquio con François Hollande nel palazzo dell’Eliseo. Si può sempre sperare, sia pur con scetticismo, in una sorpresa. Da adesso possiamo comunque dire che le responsabilità pesano sulle due sponde del Reno.
La Repubblica 27.06.12
