Latest Posts

Il Papa: “Vigilerò sulla ricostruzione”, di Giacomo Galeazzi

In preghiera davanti alla chiesa dove ha perso la vita don Ivan, a colloquio , le istituzioni civili e religiose e la gente emiliana, Benedetto XVI ha ringraziato i volontari e invitato il governo ad un intervento come il “buon samaritano”. «Fin dai primi giorni sono stato sempre vicino a voi con la preghiera e con l’interessamento. Ma quando ho visto che la prova era diventata più dura» ho sentito «più forte il bisogno di venire personalmente in mezzo a voi». L’ha detto il Papa a Rovereto di Novi da dove ha «abbracciato idealmente» i colpiti dal sisma. Benedetto XVI assicura all’Emilia, colpita ma non piegata che d’ora in poi vigilerà lui sulla ricostruzione. Gli sfollati non saranno dimenticati, il loro “patrono” sarà don Ivan Martini, il sacerdote morto sotto le macerie nella chiesa di Santa Caterina.

Proprio qui Benedetto XVI si è raccolto in preghiera e l’ha proclamato luogo simbolo per unire nel ricordo del sacerdote tutte le vittime del terremoto e tutti quelli che ne stanno soffrendo le conseguenze. Il Papa ha incontrato oltre alle autorità alcune famiglie di terremotati, affiancato dal cardinale Carlo Caffarra, presidente dei vescovi emiliani. Il cardinale gli ha ricordato il modello, amato da Joseph Ratzinger, di don Camillo il prete che nei romanzi di Guareschi sostiene nelle sofferenze, come per esempio l’alluvione del Po, la gente più umile. Così fanno i parroci del modenese abbracciati uno ad uno dal pontefice. Uno di loro promette al Papa: “Non ci tireremo indietro, Ci sono tante crepe nelle case, non nei cuori”.

Qui il post-terremoto è l’incubo dell’abbandono da parte delle istituzioni, anche per questo il presidente dell’Emilia-Romagna Vasco Errani mette in guardia dalle infiltrazioni mafiose nella ricostruzione. Il Papa gli garantisce vicinanza spirituale e collaborazione concreta. Accanto al palco da cui il Papa ha parlato a Rovereto, le tende sono accanto alle altalene e ai giochi dei bambini . Sono i parchi pubblici dai quali parte la reazione di una popolazione che trova nei parroci i loro portavoce ma soprattutto le sentinelle in un momento nel quale a 38 giorni dal sisma i riflettori sulla tragedia rischiano di spegnersi. “Non siete soli” assicura il Papa, la Caritas sarà sempre al vostro fianco così come i tanti volontari. Intanto i prefabbricati e le case mobili che sovrastano la tendopoli marcano una discontinuità rispetto all’attuale fase di emergenza. Anche così la vita ricomincia.

da www.lastampa.it

Franceschini: “Il Paese chiamato a scelte difficili alleanza necessaria dall’Udc a Vendola”, di Alessandra Longo

Onorevole Franceschini, da oggi c’è un elemento in più di chiarezza nello scenario politico. Si va verso un asse tra progressisti e moderati. Casini si è impegnato.
«E’ da molto tempo che lavoriamo a questa prospettiva. Dopo le politiche del 2013, l’Italia si ritroverà all’inizio di un difficile percorso di ricostruzione, sto parlando di problemi finanziari, sociali. Per questo serve una legislatura di scelte vere, di riforme strutturali. Serve un consenso sociale il più largo possibile, serve avere dietro sindacati e imprenditori, laici e cattolici, pensionati e giovani delle partite Iva. Ci sono ragioni numeriche e politiche che spingono il Pd ad un’alleanza tra progressisti e moderati ».
Nel primo caso è chiaro: volete vincere e avere i numeri per governare.
«Sì non si può vivere nell’incertezza dei due o tre voti di margine. Servono numeri ampi in tutti e due i rami del Parlamento. Ma sono le ragioni politiche di fondo che spingono verso quest’alleanza».
Nel senso?
«Con le scelte difficili che il Paese sarà chiamato a fare, c’è bisogno di una maggioranza che abbia alle spalle molti mondi sociali, molte categorie, molte culture».
E dunque allargamento all’Udc.
«Ci stiamo lavorando da tanto. Avremo ancora come avversari o Bossi o Berlusconi o i loro eredi. Il Pd deve portarsi dietro il pezzo più grande possibile della società italiana. Ci vuole un’alleanza centro-
trattino-sinistra».
E Vendola?
«L’alleanza va da Casini a Vendola. Sia chiaro: non si tratta di sostituire ma di allargare. E per noi è imprescindibile farlo assieme a Sel».
Magari al leader di Sinistra e Libertà questo schema non piace.
«Sono ottimista. Vendola è una persona responsabile, conosce bene la situazione del Paese e sa che potrebbe avere grande spazio per far sentire le proprie ragioni».
Vendola dentro, Di Pietro fuori?
«Nello schema progressisti/ moderati è facile collocare Vendola e Casini. Di Pietro è un po’ fuori da queste categorie. Si è costruito il suo percorso con altri criteri. La scelta la deve fare lui. O tira le cannonate, e insegue Grillo e il vento dell’antipolitica per incassare qualcosa, o si colloca nella prospettiva di governo».
Lei che dice?
«Dico che ogni volta che parla sembra inseguire Grillo ».
Il messaggio ai moderati vale anche per i moderati del Pdl?
«I moderati del Pdl sono dall’altra parte ed è bene che facciano lì il loro lavoro che non è facile. Devono riuscire a
costruire una destra europea normale».
Intanto Monti prosegue tra mille ostacoli. Le sembra un buon segno che, alla vigilia del vertice europeo, riceva Pd e Pdl in due incontri separati?
«Il Pdl si prende progressivamente margini di distacco e libertà dalle scelte di governo. Vediamo dove porterà questa linea. Noi manteniamo il nostro impegno: appoggeremo Monti fino alla fine della legislatura».
Ieri D’Alema e Casini commemoravano insieme la figura di Berlinguer. Difficile non pensare al compromesso storico.
«Tempi e stagioni diverse. Casini va maturando la convinzione che l’unico modo per affrontare la prossima legislatura sia l’alleanza con i progressisti. Il compromesso storico fu altra cosa. Dc e Pci erano avversari che affrontarono da avversari alcune emergenze. Qui si parla — nel caso di vittoria — di governare il Paese insieme per un’intera legislatura».

La Repubblica 26.06.12

"La Sentenza della Corte Costituzionale n. 147 del 4 giugno 2012", di Osvaldo Roman

La Sentenza della Corte Costituzionale n. 147 del 4 luglio 2012 (1) ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 19, comma 4, del D.L. n. 98 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 111 del 2011. Tale norma prevedeva che “per garantire un processo di continuità didattica nell’ambito dello stesso ciclo di istruzione, a decorrere dall’anno scolastico 2011-2012 la scuola dell’infanzia, la scuola primaria e la scuola secondaria di primo grado sono aggregate in istituti comprensivi, con la conseguente soppressione delle istituzioni scolastiche autonome costituite separatamente da direzioni didattiche e scuole secondarie di I grado; gli istituti compresivi per acquisire l’autonomia devono essere costituiti con almeno 1.000 alunni, ridotti a 500 per le istituzioni site nelle piccole isole, nei comuni montani, nelle aree geografiche caratterizzate da specificità linguistiche.”
Con sette diversi ricorsi le Regioni Toscana, Emilia-Romagna, Liguria, Umbria, Puglia, Basilicata e la Regione siciliana avevano proposto questioni di legittimità costituzionale relative al su citato comma 4 e a diverse altre disposizioni del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98 (Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria), convertito, con modificazioni, dalla legge 15 luglio 2011, n. 111.
Le Regioni avevano argomentato i loro ricorsi sostenendo che:
a) nella materia dell’istruzione convivono diverse competenze, suddivise tra Stato e Regioni: al primo spetta la competenza esclusiva di cui all’art. 117, secondo comma, lettera n), Cost., in tema di «norme generali sull’istruzione», mentre è oggetto di competenza concorrente, secondo l’art. 117, terzo comma, Cost., la materia dell’istruzione in generale, nella quale allo Stato rimane soltanto la determinazione dei principi fondamentali.
b) nel caso specifico, alla luce dei concetti espressi nella sentenza n. 200 del 2009 (2) della Corte, non sembra che le disposizioni censurate possano rappresentare norme generali sull’istruzione, in quanto esse non fissano affatto gli standard minimi, non toccano i cicli dell’istruzione, non regolano le finalità ultime del sistema dell’istruzione, né hanno ad oggetto la regolamentazione delle prove che consentono il passaggio ai diversi cicli o la valutazione periodica degli apprendimenti e del comportamento degli studenti;
c) neppure sembra che le norme censurate possano ritenersi espressione di principi fondamentali in materia di istruzione, poiché le stesse si risolvono nell’enunciazione di una serie di regole di dettaglio che precludono l’esercizio di scelte che sono la ragione stessa dell’autonomia che la Costituzione riserva alle Regioni;
d) stabilire che non possano esservi scuole dell’infanzia, scuole primarie e secondarie di primo grado che non siano accorpate in istituti comprensivi (art. 19, comma 4) significa escludere in via assoluta la possibilità di dare risalto a specifiche particolarità locali, imponendo alle Regioni una mera attività di esecuzione;
e) una tipica competenza regionale – riconosciuta anche dalla giurisprudenza costituzionale intervenuta subito dopo la riforma del 2001 (sentenze n. 13 del 2004, n. 34 e n. 279 del 2005) e poi ribadita nella pronuncia n. 200 del 2009 – è proprio quella riguardante la programmazione della rete scolastica ed il dimensionamento degli istituti scolastici. Tale competenza era stata già conferita alle Regioni dall’art. 138 del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 112 (Conferimento di funzioni e compiti amministrativi dello Stato alle regioni ed agli enti locali, in attuazione del capo I della L. 15 marzo 1997, n. 59); né è pensabile che una funzione attribuita alle Regioni nel quadro costituzionale antecedente la riforma di cui alla legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3 (Modifiche al titolo V della parte seconda della Costituzione), sia stata poi alle stesse sottratta dopo tale riforma, che è orientata nel senso di una maggiore autonomia;
f) la totale mancanza di ogni coinvolgimento delle Regioni nel processo di ristrutturazione degli istituti scolastici determinerebbe, inoltre, la violazione del principio di leale collaborazione poiché, anche invocando il principio di sussidiarietà in senso ascendente, si sarebbe dovuta comunque garantire un’adeguata concertazione con le Regioni. Il che è ancor più grave se si pensa che la modifica legislativa è intervenuta nel mese di luglio, ossia a ridosso dell’inizio dell’anno scolastico, in tal modo alterando decisioni ed assetti organizzativi già assunti dalle Regioni;
g) il carattere di norme di dettaglio delle disposizioni sottoposte a scrutinio, inoltre, lederebbe anche l’art. 117, sesto comma, Cost., in base al quale la potestà regolamentare spetta alle Regioni in tutte le materie che non rientrano in quelle di competenza esclusiva dello Stato;
h) le disposizioni contenute nell’art. 19, comma 4 del D.L. n. 98 del 2011 non possono trarre il loro fondamento giustificativo in altri titoli di competenza previsti dall’art. 117 della Costituzione, che non può parlarsi, in questo caso, di disposizioni concernenti la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni di cui all’art. 117, secondo comma, lettera m), Cost., perché la normativa impugnata non si preoccupa di imporre il raggiungimento di livelli qualitativamente minimi nel servizio istruzione – livelli che le Regioni possono certamente migliorare – ma detta, invece, una normativa specifica relativa alle dimensioni ed alla dirigenza degli istituti scolastici.
i) le disposizioni sottoposte allo scrutinio della Corte, pur avendo un chiaro obiettivo di riduzione della spesa, non possono considerarsi principi fondamentali nella materia concorrente del coordinamento della finanza pubblica. La giurisprudenza costituzionale, infatti, ha ribadito in più occasioni (si richiamano, tra le altre, le sentenze n. 182 del 2011, n. 120 e n. 289 del 2008 e n. 169 del 2007) che lo Stato può imporre legittimamente alle Regioni vincoli alle politiche di bilancio; tuttavia, affinché non venga invasa la sfera di competenza regionale, occorre che tali limiti riguardino l’entità del disavanzo oppure, ma solo in via transitoria, la crescita della spesa corrente, fermo restando che lo Stato non può mai fissare limiti precisi per singole voci di spesa, ma soltanto un limite complessivo che lasci alle Regioni la libertà di allocare le risorse nei diversi ambiti. Nel caso specifico, invece, la normativa statale lede ulteriormente la competenza concorrente delle Regioni nella materia citata, perché non lascia alle stesse alcuna possibilità di scelta.
L’Avvocatura generale dello Stato, attivata in tal senso dal governo Berlusconi, (ma gli autori di tali scempiaggini occupano ancora posti di rilievo al MIUR) su tutti i sopraindicati rilievi delle Regioni aveva sostenuto tesi diametralmente opposte.
In particolare aveva sostenuto che:
a) le norme impugnate impongono la formazione di istituti comprensivi per l a scuola dell’infanzia, per quella primaria e per quella secondaria di primo grado.
b) la Corte costituzionale, con la sentenza n. 200 del 2009, ha chiarito che, anche dopo la riforma del 2001, lo Stato mantiene una competenza esclusiva in materia di norme generali sull’istruzione; secondo tale pronuncia, deve ritenersi che «il sistema generale dell’istruzione, per sua stessa natura, rivesta carattere nazionale, non essendo ipotizzabile che esso si fondi su una autonoma iniziativa legislativa delle Regioni». Alla luce di questo criterio, va riconosciuto che le norme censurate, andando ad incidere sulla determinazione degli standard strutturali minimi che le istituzioni scolastiche devono possedere, «si possono annoverare tra quelle disposizioni che definiscono la struttura portante del sistema nazionale di istruzione e che richiedono di essere applicate in modo necessariamente unitario ed uniforme su tutto il territorio nazionale»; in quanto tali, esse rientrano nella competenza esclusiva dello Stato. Come già in precedenza avveniva con l’art. 2 del D.P.R. 18 giugno 1998, n. 233 (Regolamento recante norme per il dimensionamento ottimale delle istituzioni scolastiche e per la determinazione degli organici funzionali dei singoli istituti, a norma dell’articolo 21 della L. 15 marzo 1997, n. 59), anche l’attuale art. 19 risponde alla necessità di fissare criteri omogenei su tutto il territorio al fine di far acquisire alle istituzioni scolastiche l’autonomia e di consentire l’attribuzione della personalità giuridica;
b) anche richiamando la competenza concorrente in tema di istruzione prevista dall’art. 117, terzo comma, Cost. la natura di norma di principio emerge dal rilievo per cui le norme dell’impugnato art. 19, comma 4, contribuiscono a configurare la struttura portante del sistema nazionale di istruzione, al fine anche di consentire un’offerta formativa omogenea
c) esiste, nella specie, anche un altro titolo di competenza statale, ossia quello del coordinamento della finanza pubblica. Le disposizioni in questione, infatti, in attuazione degli obiettivi finanziari già delineati dall’art. 64 del d.l. n. 112 del 2008, determinano evidenti risparmi di spesa «derivanti dalla riduzione del numero di istituti scolastici di 1.130 unità e dei posti di dirigente scolastico e di direttore dei servizi generali e amministrativi». In base alla giurisprudenza costituzionale (si citano le pronunce n. 417 del 2005, n. 181 del 2006 e n. 237 del 2009), una norma statale di principio, adottata in materia di competenza concorrente, può incidere su una o più materie di competenza regionale, anche di tipo residuale, il che comporterebbe la piena legittimità costituzionale delle disposizioni oggi in esame:
d) la previsione di una soglia minima di alunni degli istituti scolastici costituirebbe uno degli standard per conseguire l’autonomia e che la relativa materia è di spettanza esclusiva dello Stato.
La Corte Costituzionale respinge tutte le sopraindicate valutazioni dell’Avvocatura generale dello Stato, accoglie tutte le motivazioni dei ricorsi in materia e dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art.19 comma 4.
Nella elencazione dei motivi che sostengono tale decisione la Corte inserisce un richiamo che, a mio parere, riveste un rilievo fondamentale perché in qualche modo segnala la illegittimità di tutto l’impianto normativo con cui il ministro Gelmini ha dato attuazione ai provvedimenti riguardanti la razionalizzazione della rete scolastica.
Infatti la Corte Costituzionale segnala che il D.P.R. 20 marzo 2009, n. 81(3) (Norme per la riorganizzazione della rete scolastica e il razionale ed efficace utilizzo delle risorse umane della scuola, ai sensi dell’articolo 64, comma 4, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112 , convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133), mirava a modificare il quadro normativo, disponendo, all’art. 1, che alla definizione «dei criteri e dei parametri per il dimensionamento della rete scolastica e per la riorganizzazione dei punti di erogazione del servizio scolastico, si provvede con un decreto, avente natura regolamentare, del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, adottato di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, previa intesa in sede di Conferenza unificata» tra lo Stato e le Regioni. Il medesimo art. 1, peraltro, stabilisce che, fino all’emanazione del menzionato decreto ministeriale, continui ad applicarsi la disciplina vigente, in particolare il D.P.R. n. 233 del 1998, ivi compreso il relativo art. 3 da considerarsi abrogato soltanto all’atto dell’entrata in vigore del predetto decreto ministeriale (art. 24, comma 1, lettera, del D.P.R. n. 81 del 2009). La Corte al riguardo aggiunge che non risulta, comunque, che tale decreto sia mai “intervenuto” (un altro fantasma dopo quel famigerato Piano Programmatico scomparso per più di un anno e rimesso in vita da un apposito decreto legge), tanto che alcune delle Regioni ricorrenti hanno fatto presente, nei loro ricorsi, che l’art. 19, comma 4, in esame è stato emanato quando esse avevano già provveduto all’approvazione dei piani regionali di dimensionamento in vista dell’inizio dell’anno scolastico 2011/2012, piani evidentemente formulati secondo lo schema di cui al d.P.R. n. 233 del 1998.
Se si leggono tali considerazioni, su una materia (il DPR n.81/2009) che non era oggetto dei ricorsi e quindi non consentiva alla Corte di pronunciare valutazioni di merito sulla sua legittimità, tenendo conto del contesto dei principi sanciti nella Sentenza, si deduce chiaramente che tale decreto regolamentare, riguardando una materia di legislazione concorrente, in base al comma 6 dell’art 117 della Costituzione sarebbe stato di competenza esclusiva delle Regioni. E’ questo certamente il motivo per cui fino ad oggi non è stato emanato!
Ma al riguardo si devono svolgere ulteriori considerazioni. In primo luogo, come rilevava in un recente intervento su Rete Scuole Mario Piemontese, si deve segnalare che, in base a quanto stabilito nell’articolo 24 dello stesso DPR n.81/2009, a causa della mancata entrata in vigore di quel Regolamento sono ancora in vigore le seguenti normative:
c) il decreto del Ministro della pubblica istruzione in data 15marzo 1997, n. 176;
d) l’articolo 3 del decreto del Presidente della Repubblica 18 giugno 1998, n. 233;
e) i Titoli II, III e IV del decreto ministeriale 24 luglio 1998, n. 331;
E’ infatti assai dubbio che ad esempio il decreto n.331 riguardante gli organici possa essere stato sostituito, in presenza del dispositivo di cui all’art. 24 del DPR n.81/2009, dai successivi decreti interministeriali che in questi anni hanno regolato la materia degli organici.

Ma il problema più rilevante che emerge dal contesto della Sentenza n.147/2012 riguarda la legittimità costituzionale dell’art.1 e dell’art. 24 dello stesso Decreto n.81.

Infatti questo regolamento ha avuto una modalità di nascita assai singolare che merita di essere ricordata. Al riguardo mi rifaccio ad un articolo che pubblicai su Scuola Oggi il 6 luglio 2009. (http://www.scuolaoggi.org/node/1555)
In quella occasione segnalavo che la pubblicazione, in G.U avvenuta il 3 luglio 2009, del Regolamento sulla razionalizzazione della rete scolastica, o era dovuta a un refuso amministrativo o esprimeva la volontà del governo di forzare ed eludere le decisioni della Corte abrogative, con la Sentenza n, 200 del 24 giugno 2009 pubblicata sulla G.U il 2 luglio 2009, delle norme di cui .alle lettere f-bis) e f-ter) ,del comma 4, dell’art.64 della legge 133/08.
Norme queste, è bene ribadirlo anche oggi, che costituivano, come aveva accertato la Corte, gli unici criteri in base ai quali si era potuto redarre il suddetto Regolamento di delegificazione!
Di fatto il DPR n. 81, controfirmato il 20 marzo 2008 dal Presidente della Repubblica, aveva evidentemente avuto incidenti di percorso, e era giaciuto per molti mesi presso gli uffici preposti alla pubblicazione. Oggi si deve prendere atto che la sua pubblicazione avvenuta qualche giorno dopo la pubblicazione in Gazzetta della sentenza n.200 della Corte Costituzionale non ha rappresentato un refuso ma una precisa scelta di carattere eversivo del nostro ordinamento di cui qualcuno dovrebbe essere chiamato a risponderne.
Il governo Berlusconi dell’epoca, con l’emanazione del DPR n.81 del 3 luglio 2009, ha voluto dire alla Corte e al Paese che quel decreto che entra in vigore dopo la sentenza 200 pienamente valido perché non si fonda sulle norme abrogate, abrogazione di cui ha tenuto (preventivamente?) conto con le modifiche ad esso apportate in conseguenza del parere espresso dalla Conferenza unificata.
Quel Governo ha commesso in tal modo un falso clamoroso escogitato solo per eludere una sentenza della Corte.
Quello che è ultrachiaro è il fatto macroscopico che il 3 luglio 2009 , il giorno dopo la pubblicazione della sentenza 200 della Corte Costituzionale, esce un DPR con un Regolamento per il quale la Corte Costituzionale ha eliminato, dichiarandoli incostituzionali, i criteri direttivi che lo hanno previsto e informato.
La Corte aveva in quell’occasione esaminato minuziosamente i criteri direttivi che presiedono alla delegificazione e aveva dichiarato incostituzionali quelli predetti e come appartenenti all’area delle norme generali tutti gli altri.
Quando la Sentenza n. 147/12 si domanda che fine abbia fatto il Decreto regolamentare di cui al comma 1 dell’art.1 del DPR n.81 che in base alla previsione di cui alle lettere f-bis e f-ter dell’art. 64, abrogate dalla sentenza 200/09, aveva il compito di assegnare al MIUR, la definizione dei parametri e dei criteri per il dimensionamento e per l’individuazione dei punti di erogazione dei servizi, segnala oggettivamente l’incostituzionalità di tale approccio.
Infatti l’art.1, comma 1, del DPR n. 81, rinviando ad successivo decreto del MIUR avente natura regolamentare, sia pur previa un’Intesa in sede di Conferenza Unificata, realizza un percorso che proprio la sentenza n.147 ha giudicato invasivo delle competenze regionali.
La questione dianzi proposta é di fondamentale importanza nel processo, che in que sto momento sembra riprendere slancio, per la definizione di tutti gli adempimenti necessari per dare piena attuazione in materia d’Istruzione al dettato del titolo V della Costituzione.
Per avanzare con certezza su tale terreno, dopo anni di rinvii e di attese, a mio parere occorre eliminare o aggirare il macigno costituito dall’art. 1 comma 1 del DPR n. 81/2009.
Ciò si può realizzare comprendendo che le regole da definire in sede di Conferenza unificata non possono ridursi ad un parere non vincolante su un Decreto ministeriale ma devono costituire autentiche linee guida aventi identico valore normativo per tutte le parti contraenti. A queste line guida dovrà poi dare attuazione, per gli aspetti che le competono, la normativa legislativa e regolamentare dello Stato e delle singole Regioni.
Nell’immediato, in vista dell’inizio del prossimo anno scolastico, dovranno essere concordate le modalità per realizzare gli interventi di urgenza necessari a correggere le situazioni più abnormi create dall’accorpamento selvaggio degli istituti comprensivi.
(1)SENTENZA N.147-2012
(2)SENTENZA N-200-2009
(3)ARTT-1 e 24 DPR81-2009

Violenza su donne, rapporto Nazioni Unite "In Italia buone leggi, ma poca protezione", da repubblica.it

Le leggi per tutelare le donne vittime di violenza in Italia ci sono, ma non sempre vengono applicate nel modo adeguato. L’allarme arriva dal rapporto elaborato da Rashida Manjoo, relatore speciale sulla violenza contro le donne delle Nazioni unite che, su invito del governo, ha visitato ufficialmente il nostro Paese lo scorso gennaio, incontrando i rappresentanti delle istituzioni italiane, gli esponenti della fondazione Pangea e le associazioni della piattaforma CEDAW, e ha stilato un documento che presenta oggi a Ginevra. “Il femmicidio è l’estrema conseguenza delle forme di violenza esistenti contro le donne. Queste morti non sono isolati incidenti che arrivano in maniera inaspettata e immediata, ma sono l’ultimo efferato atto di violenza che pone fine ad una serie di violenze continuative nel tempo”, ha detto Manjoo che sottolinea come la violenza in casa sia la forma più ampia che affligge le donne nel Paese e riflette un crescente numero di vittime di femicidio da parte di partner, mariti, ex fidanzati. “Purtroppo, la maggioranza delle manifestazioni di violenza non è denunciata – ha aggiunto il relatore – perché le vittime vivono in una contesto culturale maschilista dove la violenza in casa non è sempre percepita come un crimine dove le vittime sono economicamente dipendenti dai responsabili della violenza; e persiste la percezione che le risposte fornite dallo Stato non sono appropriate e di protezione. Inoltre il mio report sottolinea la questione della responsabilità dello Stato nella risposta data al contrasto della violenza, si analizza l’impunità e l’aspetto della violenza istituzionale in merito agli omicidi di donne (femicidio) causati da azioni o omissioni dello Stato”. Ha concluso Manjoo “Femmicidio e femminicidio sono crimini di Stato tollerati dalle pubbliche istituzioni per incapacità di prevenire, proteggere e tutelare la vita delle donne, che vivono diverse forme di discriminazioni e di violenza durante la loro vita. In Italia, sono stati fatti sforzi da parte del Governo, attraverso l’adozione di leggi e politiche, incluso il Piano di Azione Nazionale contro la violenza, questi risultati non hanno però portato ad una diminuzione di femicidi o sono stati tradotti in un miglioramento della condizione di vita delle donne e delle bambine.”

“Ci auguriamo che le raccomandazioni della special rapporteur assieme a quelle del comitato CEADW del 2011 rappresentino i pilastri guida su cui il Dipartimento Pari Opportunità costruirà il prossimo Piano di Azione Nazionale contro al violenza sulle donne nel 2013 assieme alla società civile e DIRE la rete dei centri antiviolenza”, ha detto durante la conferenza Simona Lanzoni, direttrice progetti di Fondazione Pangea e parte della Piattaforma CEDAW. “Chiediamo un’immediata ratifica della convenzione di Istambul al governo e invitiamo la ministra Fornero a esporsi su questo tema. Anche la violenza sulle donne incide sul Pil italiano! Azioni di prevenzione aiuterebbero le donne ed il Pil verso uno sviluppo della società italiana sul piano economico oltre che sul piano culturale”.

Troppo silenzio. Dalla visita di Manjoo è scaturita una serie di richiami al governo italiano sulle azioni e le politiche da intraprendere per migliorare la condizione delle donne all’interno della società. Sono preoccupanti, infatti, i dati che emergono dal rapporo. In Italia e in Europa, la violenza in famiglia è una realtà molto diffusa, ma anche poco denunciata: il 76% delle violenze nel nostro Paese avviene tra le mura domestiche a opera di ex partner, mariti, compagni o persone conosciute ed è, stando all’Onu, la causa del 70% dei femminicidi.

In Italia, nel 2011, sette omicidi su 10 preceduti da violenze. Ogni giorno, in Europa, sette donne vengono uccise dai loro partner e in Italia, nel 2011 sono morte 127 donne, il 6,7% in più rispetto al 2010. Di questi omicidi, 7 su 10 sono avvenuti dopo maltrattamenti o forme di violenza fisica o psicologica. E per il 2012 i dati non sono confortanti: fino a giungno sono 63 le donne uccise.

Violenza domestica. Stando ai dati raccolti nei centri di assistenza, la violenza domestica è la forma più pervasiva di violenza, con un taso del 78,21% e colpisce donne in tutto il Paese. Il 34,5% delle donne ha segnalato di essere vittima di incidenti violenti. Eppure, solo il 18,2% delle vittime considera la violenza domestica un crimine, mentre per il 36% è un evento normale. Allo stesso modo, stando al rapporto, solo il 26,5% delle donne considera lo stupro o il tentato stupro un crimine.

L’impegno dello Stato. L’Italia ha sottoscritto una serie di trattati internazionali (tra cui la CEDAW – Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne), ma la violenza contro le donne resta un problema rilevante. Nel nostro Paese, continua il rapporto, il quadro giuridico fornisce sufficiente protezione alle vittime, ma l’eccessiva frammentazione che lo caratterizza determina spesso inadeguate punizioni per i colpevoli. La conseguenza è che spesso la violenza resti nel silenzio: “l’estrema lungaggine delle procedure penali, il mancato rispetto delle misure di protezione civile, delle sanzioni pecuniarie e della detenzione inadeguata contro gli autori, indebolisce la natura protettiva di tale misura – si legge nel documento -. Inoltre, i ritardi nel sistema di giustizia possono incidere anche nell’esito di un caso. La legge di prescrizione, a causa dei ritardi del sistema, permette di far cadere nel dimenticatoio una causa. Inoltre, la mancanza di coordinamento tra giudici dei rami civile, penale e minorile, durante la gestione di misure di protezione, possono emettere sentenze contrastanti”.

Le raccomandazioni CEDAW. Dal rapporto emege una serie di raccomandazioni rivolte al governo italiano. Innanzitutto garantire alle vittime protezione economica e un rifugio sicuro. Poi sarebbe opportuno effettuare una raccolta dati puntuale su tutte le differenti forme d8i violenze e assicurare la formazione degli operatori che lavorano in questo settore. E ancora, si chiede al governo di ratificare la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza nei confronti delle donne e sulla violenza domestica. Infine, non meno importante, è la diffusione di campagne di sensibilizzazione su un problema così grave.

da www.repubblica.it

"Università, battaglia sul numero chiuso i test d’accesso approdano alla Consulta", di Salvo Intravaia

Con un’ordinanza depositata lo scorso 18 giugno, su ricorso dell’Unione degli universitari, il Consiglio di stato ha rinviato alla Consulta la decisione su uno degli argomenti più controversi degli ultimi anni in ambito universitario. Il meccanismo attuale — che prevede il numero programmato a livello nazionale per Medicina, Odontoiatria, Veterinaria, Architettura e per le Professioni sanitarie (infermieri, ostetriche, fisioterapisti, per citane alcune), ma con graduatorie finali stilate da ogni singolo ateneo — sceglie veramente gli studenti migliori? Li mette tutti nelle stesse condizioni di partenza? O l’ammissione è anche in parte frutto del caso? I giudici di Palazzo Spada nutrono più di qualche dubbio sul meccanismo messo in piedi nel 1999 che, a parità di test, per ogni singola facoltà seleziona gli studenti con punteggi diversi.
La contesa ha preso le mosse da un ricorso al Tar dell’Emilia Romagna presentato da un gruppo di studenti esclusi nel 2007/2008 dal corso di laurea in Medicina e chirurgia dell’università di Bologna perché si collocarono oltre i posti messi a concorso.
In quella tornata di quiz successe di tutto: dopo una valanga di polemiche, due domande vennero estromesse dal computo finale — la numero 71 che non aveva risposte corrette e la numero 79 che ne aveva più di una — e le graduatorie vennero compilate su 78 quesiti validi invece degli 80 previsti. Non solo. Il ministero fu costretto a ripetere il test di ammissione alla facoltà di Medicina dell’università della Magna Grecia di Catanzaro per irregolarità: un tecnico, poi condannato, aveva venduto in anticipo le soluzioni.
Gli esclusi dalla facoltà di Medicina di Bologna si rivolsero dunque al Tar perché ritennero di avere subito un danno dall’annullamento delle due domande in questione. I giudici respinsero i motivi avanzati, così questi ultimi si rivolsero in appello al Consiglio di Stato, che lo scorso 18 giugno ha nuovamente respinto le richieste avanzate, tranne una: quella che lamenta la disparità di trattamento che deriva dalla compilazione di graduatorie diverse per ogni ateneo, piuttosto che di una graduatoria unica nazionale. «Mentre a Bologna sono stati necessari 47 punti per il collocamento utile in graduatoria, a Sassari ne sarebbero stati sufficienti 37 e a Napoli 40,75», si legge nell’ordinanza dei giudici. «La prospettata questione (di eccezione di costituzionalità) è non manifestamente infondata — continuano — , atteso che il sistema delle graduatorie di ateneo in luogo di una graduatoria unica nazionale appare lesiva» di tre articoli della Costituzione. E concludono: «A fronte di una prova unica nazionale, con 80 quesiti, l’ammissione al corso di laurea non dipende in definitiva dal merito del candidato, ma da fattori casuali e affatto aleatori legati al numero di posti disponibili presso ciascun Ateneo e dal numero di concorrenti presso ciascun Ateneo, ossia fattori non ponderabili ex ante ».
Siamo soddisfatti, dice il coordinatore nazionale dell’Udu, Michele Orezzi, «per un ulteriore passo avanti nella battaglia contro il numero chiuso. Siamo certi che il sistema dell’accesso programmato è illegittimo in quanto tale e per la illecita compressione del diritto allo studio. Siamo d’accordo con il Consiglio di Stato, oggi in Italia il sistema è dominato dal caso: siamo di fronte ad una sorta di lotteria».

La Repubblica 26.06.12

I big della musica per l'Emilia Liga: «Niente alibi per lo Stato», da unita.it

Beppe Carletti dei Nomadi, l’ideatore (aiutato da Guccini) della serata: dagli sms arrivati 1 milione e 200mila euro.
Andrea Mingardi riprende “With a little help of my friend” che Joe Cocker rese vissutissima a Woodstock. Non è proprio lo stesso, ma per la serata va bene così.
Altro musicista bolognese da una città sforna-talenti musicali:Cesare Cremonini. Che si presenta con piano solo. Altro omaggio a Lucio: “Caro amico ti scrivo”. Al quale si aggiungeLaura Pausini.

Frizzi annuncia: con gli sms da casa “pareggiato” il contributo dallo stadio: 1 milione di euro. Ma spera che il sostegno via sms aumenti.

I tempi si allungano, come succede spesso in questi mega-concerto
Luca Carboni si affaccia con un suo cavallo di battaglia d’amore e distruzione per l’eroina, “Silvia lo sai”. Poi il suo “Mare, mare…”

Frizzi legge un brano, bello, di Michele Serra su Crevalcore. Un testo, tra i primi sul sisma e sul dopo-sisma, che individua l’unicità di un territorio e della sua gente.

Alle dichiarazione arriva un Paolo Belli swingante con “Guarda che mare”. Che poi rimarca che al di là della retorica sull’essere laboriosi i problemi ci sono e gli emiliani non possono farcela da soli, tanto è il disastro: ‘non è vero che sono state 3 scosse, ci sono 14mila persone in auto, il terremoto ha colpito il mantovano, Carpi, altre zone. Non ne possiamo più”. Che poi canta con musicisti incontrati dalle zone terremotate.

Il governatore e commissario per il terremoto Vasco Errani: “Gli emiliani sono laboriosi, ma allo Stato non crediamo un euro in più ma vogliamo ricostruire i nostri centri storici, non faremo quello che è stato fatto da altre parti, non faremo i paesi 2 o 3 (chiaro riferimento alle nw town berlusconiane all’Aquila, ndr). Ci prendiamo questo impegno : non un euro andrà da un’altra parte che non sia una scuola un ospedale una casa danneggiata. Ce la faremo e dimostreremo che in Italia si può ricostruire fare bene con onestà e determinazione e responsabilità”.

Passati i campioni dello sport, riprende la parola la musica con Samuele Bersani. Suo anche un omaggio a Lucio. E due parole sui terremotati: bisogna pernsare a loro.

Sul palco Alberto Tomba: “Siamo 45.500”.

Nek, consueto look che ricorda Sting, “Lascia che io sia” la rockeggia un po’ puntando sulle chitarre.

Frizzi si prodiga in un elogio della Ferrari per un’asta che ha fatto incassare un milione e 400mila euro. Poi elogia la Nazionale di calcio. Gioco facile. Annuncia: gli Azzurri faranno una donazione pro-terremotati.

Gianni Morandi si porta dietro il pubblico in “C’era un ragazzo che come amava i Beatles e i Rolling Stones”.

Altro duetto Morandi-Stadio. Inevitabile l’omaggio a Lucio Dalla. Cantando “Piazza Grande”.

Arriva Gianni Morandi che si unisce agli Stadio. Come da programma cantano “Chi erano i Beatles” del gruppo. Che poi ovviamente si buttano in una cover: da “Hey Jude”. Tanto i fab four funzionano sempre.

Il funambolo delle parole Alessandro Bergonzoni: “Per un pelo non mi hanno dato un mutuo, fonderemo la banca del pelo”. E poi la dichiarazione politica: “Non è vero che trivellare ovunque non ha conseguenze”. Chiaro riferimento alle trivellazioni in cerca di petrolio e ai progetti di giacimenti sotterranei per il gas nella zona terremotata.

“Io voglio vivere” cantano i Nomadi (non erano gli Stadio, abbiamo sbagliato, pardon): riportando la platea al rock melodico italiano. Poi “Io vagabondo”, hit di 40 anni fa che trascina tutta la platea.

La Carrà con la sua dance riesce a far ballare lo stadio. Non è una ventenne, in effetti è in forma e trascina chi apprezza i suoi ritmi. Frizzi introduce Raffaella Carrà. Applausi. Si autoproclama emiliana a tutti gli effetti anche se è andata via a 9 anni. Che lancia un invito «ai potenti dell’ Italia» per «alleviare questa burocrazia tremenda nei confronti dell’Emilia e mettere in atto subito tutti i piani d’azione che avete pensato».

Ligabue: non vogliamo che il fatto che gli emiliani sono laboriosi diventi un alibi. Vogliamo sentire dallo Stato che il meglio deve venire. che lo stadio Dall’Ara è esploso in un urlo. Dopo Zucchero, Guccini, Caterina Caselli è stato Luciano Ligabue a salire sul palco del ‘Concerto per l’Emilià. Chitarra e voce, ha disegnato un micropercorso di quello che sta vivendo la sua terra. Prima ‘Sopra il giorno di dolore che uno hà, cantata in coro dai 40.000 dello stadio, poi ‘Il meglio deve ancora venirè. Fra un pezzo e l’altro, l’invito alle istituzioni a non dimenticare l’Emilia. Parole accolte da un nuovo boato.

Tocca alla rockstar da stadio (mancando Vasco…): Luciano Ligabue

Caterina Caselli duetta con Guccini. Poi fuori programma da sola su invito del conduttore Frizzi. La voce sempre roca, però non è quella che conoscevamo. “Ciao amore ciao”.

Caterina Caselli a domanda risponde: manca da un palco da una quarantina d’anni. E’ una delle produttrici e talent scout musicali più affermate d’Italia.

Guccini dice non volersi emozionare troppo. Forse perché sente molto la serata. La sua “Il vecchio e il bambino” è perfetta per una serata così. Ricco l’arrangiamento.

Zucchero apre la serata con il suo rock’n’blues. La scenografia è quella dei grandi concerti in piena regola. Stadio pieno, presenta Frizzi: “40mila biglietti venduti, tutto esaurito”.

******

“Bologna, in migliaia al concerto pro terremotati”, diFELICE DIOTALLEVI

Tutto esaurito per il «Concerto per l’Emilia» l’evento di solidarietà per le popolazioni colpite dal terremoto che ha visto esibirsi ieri sera sul palco dello stadio Dall’Ara di Bologna i cantanti dell’Emilia Romagna. Allo stadio bolognese sono arrivate più di 40mila persone. Più di quelle che gli organizzatori si attendevano.
Una serata di festa che si aperta sulle note di Zucchero («Il suono della domenica; Per colpa di chi»), a seguire quelle di Guccini («Il vecchio e il bambino»). Il cantante di Pavana ha anche duettato con Caterina Caselli cantando il grande successo «Per fare un uomo». Poi è stato il turno di Ligabue («Un giorno di dolo- re» e «Il meglio deve ancora venire»).
A seguire, in una serata piena di emozioni, tutti gli altri. I Nomadi con «Io voglio vivere» e «Io vagabondo», Alessandro Bergonzoni con la lettura di «Lettera alla terra», gli Stadio con Gianni Morandi che hanno cantato «Chiedi chi erano i Beatles». E poi ancora Nek: «Lascia che io sia; Da qui», Morandi e Gaetano Curreri con «Piazza Grande», Samuele Ber- sani: «Giudizi universali», ma anche Paolo Belli con «Un giorno migliore; Noi cantiamo ancora», Luca Carboni («Mare Mare; Silvia lo sai, Mi ami Davvero»), Cesare Cremonini «Mondo» che poi ha duettato con la Pausini con «L’anno che verrà» un tributo che i due artisti hanno voluto fare a Lucio Dalla, il cantante bolognese morto alcuni mesi fa per un arresto cardiaco.
In tutti una ventina di musicisti, presentati da Fabrizio Frizzi, che hanno regalato alla gente emiliana un sorriso. Che poi era anche il tema della serata. «Ripartiamo col sorriso» era infatti il titolo, ma anche il messaggio, del filmato prodotto da Apt Servizi e dedicato all’Emilia colpita dal terremoto che è stato trasmesso allo stadio Dall’Ara di Bologna. L’Emilia è un territorio, ricorda Apt servizi, l’azienda di promozione turistica locale, abitato da «gente forte e autentica, solare e ge- nuina». Un carattere «che nemmeno il terremoto ha potuto scalfire», raccontato con musica e immagini. Per spiegare «cosa è davvero l’Emilia-Romagna. Chi la abita e chi ci lavora. E con passione». «Il sorriso della gente emiliano-romagnola – dice- va il filmato – dal salumiere alla gelataia, dalla massaia alla fiorista, alla mosaicista, al maestro di sci. Un sorriso contagioso, che attraversa le valli, le città e le campagne, sale sulle cime innevate e rotola in riva all’Adriatico».
La partecipazione di tutti i protagonisti è stata a titolo gratuito e i proventi della vendita dei biglietti saranno interamente devoluti in beneficenza per sostenere progetti a favore delle zone terremotate.
«È un momento di grande solidarietà in cui ci sentiamo tutti uguali sullo stesso livello. Sul palco saliremo solo cantanti emiliani e roma- gnoli, tutti uguali e canteremo per le persone bisognose» ha detto Nek a proposito della serata. Il cantante ha proseguito: « Questo evento vuole raccogliere sì i fondi per i terremotati, ma soprattutto portare un po’ di serenità nelle tendopoli».
Emozionata anche Caterina C selli: «Mi sento stasera una debuttante».

l’Unità 26.06.12

"Ustica, 32 anni dopo il dovere della verità", di Romano Prodi e Walter Veltroni

Caro direttore, il 27 giugno 1980 un aereo civile della compagnia Itavia doveva, da Bologna, raggiungere Palermo. Non arrivò mai. Quel volo fu spezzato, ottantuno innocenti cittadini persero la vita.
Sono trascorsi 32 anni, ma quella data non può e non deve essere dimenticata. Per questo, innanzitutto, vogliamo rinnovare la nostra vicinanza ai parenti delle vittime che per tanti anni, nel loro dolore, hanno tenuta viva l’attenzione su questa tragedia, con una richiesta di verità e giustizia che si è fatta salvaguardia dei valori democratici.
Il Presidente della Repubblica Napolitano, in occasione del “Giorno della Memoria” del 2010 dedicato alle vittime del terrorismo, affermò che «intrecci eversivi», «forse anche intrighi internazionali, opacità di comportamenti da parte di corpi dello Stato e inefficienza di apparati, hanno allontanato la verità sulla strage del DC 9».
Queste parole sono rimaste nella coscienza di tutti gli italiani e diventano ancora più intense davanti allo stato d’animo di chi – indelebilmente ferito da questa tragedia – denuncia il rischio che oggi, passati tanti anni dal 1999 (quando la sentenza-ordinanza del giudice Priore ci aveva consegnato una prima verità), ogni iniziativa si affievolisca.
Il giudizio civile, dopo una prima sentenza che ha dato ragione ai familiari nei confronti di ministeri dello Stato, è stato rinviato al 2015 e le indagini della Procura di Roma, tuttora aperte, conoscono difficoltà in attesa di una piena e convinta collaborazione di Stati amici e alleati. Lo stesso Parlamento europeo incontra difficoltà nella collaborazione.
L’Associazione dei familiari delle vittime ha svolto in questi anni una meritevole funzione civile contro l’oblio con uno sforzo tenace di tenere viva la memoria.
Uno sforzo articolato attraverso tante iniziative. Anche con i linguaggi della cultura, dell’arte – ne è esempio il Museo per la Memoria di Ustica che con l’installazione di Christian Boltanski è un grande patrimonio della cultura bolognese e italiana da difendere e valorizzare – ma questo sforzo teso all’affermazione di una piena verità ha bisogno di ulteriore impulso da parte di chi si occupa di amministrare la cosa pubblica. Crediamo sia giusto ricordare che quando il governo del quale eravamo rispettivamente presidente del Consiglio e vice-presidente chiese alle autorità politico-militari della Nato che i tracciati radar venissero messi a disposizione dell’autorità giudiziaria italiana, fu compiuto semplicemente un dovere, in nome di quella politica che deve creare le condizioni perché la verità possa emergere.
Sulla vicenda Ustica ci sentiamo di affermare che c’è, diffusa, una consapevolezza che è già stata conseguita con il contributo delle indagini della magistratura, con il contributo delle inchieste parlamentari e delle ricerche portate avanti dalle associazioni delle vittime. Proprio da questa consapevolezza crediamo possano seguire passi e sforzi determinanti in difesa sia delle vittime e dei loro parenti che del Paese stesso.
Pensiamo a passi e sforzi che portino a ricercare la collaborazione piena e leale da parte di Paesi amici e alleati, a partire da quelli che per dispiegamento “naturale” di forze sono stati vicini al luogo dell’incidente (come le strutture militari statunitensi, gli aeroporti francesi, le unità in navigazioni inglesi), fino ad altri che possono aver avuto presenze occasionali, come il Belgio.
È inoltre necessario riaprire in maniera più approfondita la collaborazione con la Nato e aprire anche una pagina nuova nei rapporti con la Libia, sia ricercando la collaborazione con i nuovi governanti sia riaprendo le pagine ancora opache dei rapporti tra i due Paesi con l’ausilio della documentazione che può essersi resa disponibile nel passaggio dei poteri.
Contribuire a raggiungere verità e giustizia su quanto accaduto quella sera di 32 anni fa sopra il cielo di Ustica rappresenta un dovere politico, morale e civile, un modo giusto per ricordare le vittime ed essere davvero vicini ai familiari e, più in generale, rappresenta un passo avanti per rimuovere veli e opacità su tanti, troppi misteri che hanno caratterizzato i passaggi più difficili e delicati della storia recente del nostro Paese.

La Repubblica 26.06.12