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Ricerca: Ghizzoni, potenziarla in decreto sviluppo

“Nel decreto Sviluppo andrebbe potenziata la parte relativa alla ricerca. È un tema su cui lavoreremo in Commissione”. Lo ha dichiarato Manuela Ghizzoni, presidente della Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera, durante la relazione sullo “Stato della Ricerca in Italia” realizzata dalla Commissione e presentata dalla deputata del Pd.
Agiremo in questa direzione, a partire dai risultati dell’indagine conoscitiva sullo stato della ricerca realizzata dalla nostra commissione. Abbiamo bisogno di politiche che invertano il ciclo negativo che stiamo vivendo. Per vedere la luce alla fine del tunnel serve un cambio di passo sulla ricerca rendendo anche più ampia la platea dei ricercatori. Il nostro Paese – ha spiegato Ghizzoni – non solo ha pochi ricercatori, ha anche pochi “futuri” ricercatori, cioè pochi dottorandi e dottori di ricerca. Al confronto, Francia, Inghilterra e Germania hanno da tre a cinque volte i nostri dottorandi. Inoltre, non solo vi sono pochi dottorandi ma sono bassissimi i finanziamenti a loro disposizione.
La quota del Pil italiano alla ricerca non riesce a staccarsi dall’1,1% a fronte di una media europea di oltre il 2%, il numero dei ricercatori italiani è ancora basso rispetto alla popolazione, recuperiamo solo l’8% dei fondi del Programma Quadro Ue a fronte di un contributo del 12% – ha sottolineato Ghizzoni –
Tra le problematicità messe in luce dall’indagine conoscitiva lo stop and go sui crediti d’imposta alle imprese degli ultimi anni, che non fa bene alle aziende e alla ricerca, e la mancanza di un centro nazionale di coordinamento delle strategie della ricerca che operi anche sotto il profilo legislativo.

Da questa indagine è emerso un quadro onesto e chiaro per chi ci governa ora e per chi sarà chiamato dagli elettori a guidare in futuro il nostro Paese, e una certezza: conoscenza, ricerca e innovazione sono l’efficace motore dello sviluppo, sono il fattore globale di crescita, sociale e culturale. Ecco perché – ha concluso la Presidente Ghizzoni – non possiamo negare, la politica non può negare, conoscenza, ricerca e innovazione al Paese, a noi stessi, alle generazioni future.”

"Perché l’emergenza porta alla rimozione", di Mauro Magatti

Di fronte ad un terremoto che non passa e all’impotenza che suscita una terra improvvisamente diventata inabitabile, è lecito porsi la domanda: quanto a lungo può durare lo stato di emergenza? Quanto a lungo si può contare sull’emozione suscitata da un disastro naturale che ci colpisce o da un problema sociale che ci affligge? Con il loro modello individualistico e tecnocratico, le democrazie avanzate sono bene equipaggiate per gestire l’emergenza. La macchina dei soccorsi ci rassicura sul fatto che nessuno, di fronte ad un disastro, è lasciato solo.
Più difficile è la gestione di un problema che oltrepassa i limiti, assai ristretti, della notiziabilità. Nel giro di qualche giorno da quando “perde” la prima pagina, qualunque tragedia pare destinata a venire riassorbita nel retroscena oscuro dell’indifferenza. A quel punto, già “digerita” dall’opinione pubblica, insorgono mille difficoltà: i fondi stanziati vengono tagliati, la prevenzione rinviata, gli interventi di contrasto sospesi.
La difficoltà nasce dal fatto che la durata di un problema – per non parlare della sua cronicità – contraddice la velocità, l’istantaneità, l’emotività di cui è fatta la nostra vita sociale. Di fronte ad un problema quello che cerchiamo è una risposta rapida ed efficace. Ma quando il trauma non può venire riassorbito in poco tempo, all’emozione subentra quella straordinaria qualità umana che è la capacità di adattamento. Se non si fosse riplasmato di fronte al mutare delle situazioni, l’essere umano non si sarebbe mai potuto affermare.
Occorre, però, distinguere due opposte modalità adattive. La prima è quella della rimozione che consiste nel negare la realtà. Assorbita la reazione emotiva, scartata la realistica possibilità di poter tornare alla situazione preesistente, tutto ritorna come prima. La vita riprende il suo corso. Da molti punti di vista, la rimozione funziona assai bene, permettendo di assorbire situazioni critiche. Tuttavia, di norma, tale soluzione scarica il costo dell’adattamento su una minoranza, da cui la maggioranza riesce a prendere le distanze. Va da sé che, nelle nostre società grandi e anonime, la rimozione finisce per essere la soluzione più diffusa, anche perché è la meno impegnativa.
Il problema è particolarmente rilevante nelle democrazie che, sempre meno corpo e sempre più semplice mediazione di interessi, tendono a prendere la strada facile della rimozione dimenticandosi in breve tempo dell’emozione che pure aveva alimentato un sincero pathos partecipativo. Anche di fronte ai fatti più gravi – non solo i disastri naturali, ma pure le offese più lesive del nostro senso della legalità – passata la reazione emotiva, i cittadini delle democrazie avanzate paiono incapaci di tener desta la loro attenzione. Il problema è che la rimozione, quando è sistematica, è un virus che, negando l’idea di cittadinanza, mina la democrazia.
L’alternativa è trasformare quel disastro, quel problema in una sfida da affrontare insieme allo scopo di cambiare l’organizzazione sociale in quanto tale. Il passaggio dalla rimozione all’innovazione può funzionare solo a condizione che la sfida non sia solo di qualcuno, ma di tutti: sfida non per una parte, ma per tutto il corpo sociale. Un modello che tende a prevalere quando in pericolo è un’intera collettività, come le guerre.
Più difficile è che esso prevalga quando il disagio è più circoscritto. In questi casi, occorre far conto su due risorse.
La prima è la virtù civica della partecipazione. Anche se allergiche a considerazioni di ordine morale, le democrazie avanzate non possono pensare di non pagare i costi della rimozione senza riconoscere e valorizzare la qualità del cittadino che si sente responsabile della condizione di sofferenza altrui. L’adattamento attraverso la sfida diventa plausibile se è presente, nel tessuto sociale, la disponibilità a non considerare il destino dell’altro del tutto indipendente dal proprio.
Tuttavia, come moderni sappiamo che la virtù da sola non basta. Dobbiamo far conto su di essa, ma anche sostenerla. Stimolarla. Ed ecco allora la seconda risorsa: la capacità di trasformare il problema di pochi in una occasione di innovazione per molti (al limite per tutti). La rimozione, infatti, prevale quando un problema viene affrontato in chiave puramente riparativa, come un costo. L’innovazione, invece, trova la sua strada quando da un problema sociale o un disastro ambientale nasce lo stimolo per migliorare i rapporti e gli scambi all’interno di gruppo e con l’ambiente circostante.
Si pensi al caso del terremoto. Se si vuole evitare il piano inclinato che porta alla rimozione, occorre promuovere azioni che, al di là dell’emergenza, facciamo leva su quelli che, mostrandosi come problemi, possono trasformarsi in spunti per l’innovazione: si tratta, invece di edificare baracche, di sperimentare nuovi materiali antisismici; invece di alimentare la burocrazia, di mettere a punto procedure più snelle e affidabili per gli appalti pubblici; invece di limitarsi all’invio di denaro, di arrivare a promuovere nuove forme di finanziamento di medio lungo termine; invece di aumentare le tasse, di lanciare nuove modalità di assicurazione collettiva.
Durante la Grande Recessione, Keynes sostenne che, per uscire dalla crisi, lo stato avrebbe dovuto creare posti di lavoro mandando i disoccupati a scavare buche per poi riempirle. Oggi, nel mezzo di una Grande Contrazione, la crescita può essere rilanciata reimparando a investire le risorse non infinite in modo efficiente, finalizzato e intelligente in quei settori che fanno crescere la collettività nel suo insieme. La condizione per la ricostruzione è quella di tornare a distinguere un costo da un investimento, passando da un modello centrato sul consumo ad uno centrato sulla produzione di valore.

La Repubblica 26.06.12

"Presentazione dell'indagine conoscitiva sullo stato della ricerca in Italia", di Manuela Ghizzoni

Prima di tratteggiare alcuni aspetti dell’indagine conoscitiva che mi sono parsi particolarmente significativi, desidero ringraziare il Presidente della Camera, il Ministro Profumo, i colleghi parlamentari e tutti gli illustri ospiti intervenuti a questa presentazione pubblica dell’indagine conoscitiva sullo stato della ricerca in Italia condotta dalla VII Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera dei Deputati.
Desidero altresì riconoscere all’on. Antonio Palmieri e all’on. Luigi Nicolais di avere promosso l’indagine conoscitiva e di averla seguita con passione durante tutto il lungo iter. A Luigi Nicolais – credo di interpretare il sentimento di tutti i colleghi – indirizzo un particolare saluto, poiché egli ritorna alla Camera in qualità di presidente del massimo ente pubblico nazionale di ricerca
Un ringraziamento va alla collega on. Valentina Aprea, sotto la cui presidenza di Commissione si è svolta l’indagine conoscitiva e che, impossibilitata a partecipare, mi ha pregato di rivolgere a tutti i presenti un saluto di amicizia.
A nome della Commissione VII la nostra gratitudine va poi a tutti coloro che hanno accettato di essere auditi, partecipando con estrema professionalità e lasciando alla Commissione i loro preziosi documenti di analisi, ciascuno dal proprio punto di osservazione privilegiato.
Infine un ringraziamento particolare va a tutti i colleghi componenti della Commissione VII: sono merito loro gli approfonditi dibattiti che hanno portato a redigere il documento conclusivo, poi approvato all’unanimità dalla Commissione come segno importante del ruolo cruciale che il Parlamento, senza distinzioni di parti politiche, assegna alla ricerca per il futuro del nostro Paese.
Vorrei ora offrire alla comune riflessione, tre aspetti dell’indagine conoscitiva che mi paiono particolarmente indicati anche per assumere decisioni future.
Il primo è quello del confronto internazionale, in particolar modo europeo, in cui l’indagine conoscitiva pone lo stato della ricerca in Italia e di cui il documento conclusivo porta testimonianza, per i continui rimandi tra la situazione nazionale e quella internazionale.
Questo confronto, grazie anche a tutti gli interventi dei presidenti degli enti pubblici nazionali di ricerca, ha contribuito a fare emergere alcune delle criticità del nostro sistema di ricerca.
Dall’esempio statunitense, ad esempio, giunge chiara l’importanza di un centro nazionale di coordinamento delle strategie della ricerca, anche sotto il profilo dell’azione legislativa: l’assenza di una tale struttura in Italia è particolarmente avvertita.
Altre indicazioni vengono poi dai confronti statistici internazionali i quali pongono, purtroppo, il nostro Paese decisamente indietro rispetto al resto dell’Europa, per quanto riguarda ad esempio il finanziamento della ricerca e il numero dei ricercatori, con forti discrepanze interne tra le macroregioni italiane.
La quota di PIL italiano destinata alla ricerca non riesce a staccarsi dall’1,1% a fronte di una media europea oltre il 2%, il che ci pone in situazione di svantaggio competitivo anche tenendo conto della particolare situazione del nostro Paese, con un tessuto industriale estremamente frammentato e con molta ricerca sommersa proprio per questo motivo.
Anche se “la piaga” dello svantaggio finanziario non costituisce una remora ineliminabile per i nostri ricercatori: molti presidenti di enti segnalano il deciso balzo in avanti dell’autofinanziamento di gruppi di ricerca che recuperano fondi sul “mercato” internazionale (il cosiddetto fund raising) e così tamponano, almeno in parte, le falle di bilancio dovute alla stasi, nella migliore delle ipotesi, o, più spesso, ai tagli del finanziamento pubblico.
Un vero svantaggio deriva invece, come sottolineato da Eurostat, dal basso numero di ricercatori rispetto alla popolazione e al PIL, con una conseguenza diretta, ad esempio: in termini finanziari recuperiamo solo l’8% dei fondi del Programma Quadro dell’UE a fronte di un contributo nazionale che si situa attorno al 12%.
Tuttavia, se si rapporta il dato al numero dei ricercatori si scopre che le risorse europee che ogni ricercatore italiano in media si procura sono perfettamente allineate con quelle dei ricercatori degli altri paesi. In particolare, se guardiamo ai fondi ERC-IDEAS, vi sono moltissime domande di giovani ricercatori italiani rispetto ai pochi vincitori, ma se rapportiamo il numero dei vincitori al totale dei ricercatori italiani, scopriamo che il dato italiano è tra i migliori di Europa. Semmai dobbiamo registrare con preoccupazione che molti vincitori italiani scelgono di sviluppare il loro progetto all’estero, dove evidentemente possono contare su infrastrutture, condizioni di lavoro e attenzione migliori. Potremmo dire con uno slogan su cui riflettere “siamo bravi anche se siamo pochi”.
E a questo proposito, occorre poi aggiungere che non solo i ricercatori sono pochi ma si procede anche a farli diminuire con blocchi parziali del turn-over – soprattutto negli enti pubblici e nelle università – o a farli scappare all’estero per i molti lacci burocratici che ne affliggono la vita professionale: e per lo stesso motivo non riusciamo ad attrarne dagli altri Paesi.
Insomma, l’indagine mostra, senza alcuna paura, che la ricerca in Italia soffre di una scarsità di finanziamenti, pubblici e privati, e di una carenza di persone ad essa dedicate. Altresì, e sebbene tale contesto, l’indagine mostra ancora oggi una buona qualità media della ricerca che la posiziona certamente tra i maggiori attori internazionali in questo campo.
Il secondo aspetto che vorrei tratteggiare è quello del governo del sistema. Nonostante le molte riforme degli ultimi vent’anni, a giudizio unanime, il sistema italiano della ricerca soffre ancora di molti dei suoi storici difetti: frammentazione delle competenze e delle risorse, tempi lunghissimi e metodologie spesso discutibili per il finanziamento dei progetti, poca attenzione a sostenere tutti gli aspetti della filiera della ricerca, da quella liberamente guidata dalla curiosità dei ricercatori, spesso impropriamente chiamata “ricerca di base” anche se riguarda discipline a forte contenuto tecnologico e applicativo, a quella precompetitiva e industriale. Vorrei ricordare che è proprio la ricerca libera che porta a scoperte rivoluzionarie e che da essa sono avvenuti i maggiori avanzamenti culturali, scientifici e tecnologici.
Ma le criticità non si fermano qui; nel corso dell’indagine molti soggetti hanno sollevato il problema degli investimenti e dei finanziamenti, sia pubblici che privati, alla ricerca: si pensi agli strumenti creditizi inadatti al mondo della ricerca pubblica, a quelli delle imprese spin off, al credito d’imposta per le imprese afflitto da burocrazia, discrezionalità nel riparto e tempi lunghi di erogazione.
Vi è, poi, il tema dell’autonomia della ricerca, in termini di regole di finanziamento e di valutazione dei risultati. La ricerca ha ben presente la “responsabilità” che le spetta di dover “rispondere” al Paese e ai cittadini, il cui benessere, culturale e sociale, è l’obiettivo di ogni avanzamento della conoscenza e di ogni ritrovato tecnologico.
Ma autonomia e responsabilità si coniugano bene solo nel confronto con agenzie indipendenti di finanziamento e di valutazione, indipendenti contemporaneamente dai poteri politici e da quelli accademici in senso lato.
Il terzo e ultimo aspetto è quello dei giovani. La ricerca senza giovani muore rapidamente perché il vero insostituibile innesco di ogni ricerca di successo è l’incontro tra la fantasia e la capacità di innovare dei giovani e l’esperienza e la competenza dei meno giovani.
Eppure il nostro Paese non solo ha pochi ricercatori, ha anche pochi “futuri” ricercatori, cioè pochi dottorandi e dottori di ricerca. Al confronto, la Francia, l’Inghilterra e la Germania hanno da tre a cinque volte i nostri dottorandi (per milione di abitanti).
In questa condizione muore la ricerca e in fondo muore anche l’università, che della ricerca è dimensionalmente il centro maggiore. Questa è una consapevolezza che a noi tocca far diventare senso comune!
Inoltre, non solo vi sono pochi dottorandi ma sono bassissimi i finanziamenti a loro disposizione per svolgere ricerca. A questo proposito occorre notare che anche l’Italia non sfugge al sistema gerarchico che tende a comprimere la vivacità dei giovani da cui spesso vengono le idee più creative. Servono allora regole e incentivi che consentano di finanziare i docenti più giovani sino ai laureandi, in modo da favorire lo svolgimento di ricerche preliminari in vista di finanziamenti nazionali e internazionali più cospicui.
Se mi è permesso un cenno personale, ho partecipato qualche giorno fa alla cerimonia pubblica con cui in Piazza Maggiore a Bologna sono stati consegnati i diplomi ai neo-dottori di ricerca dell’Alma Mater. Centinaia di giovani uomini e donne che avevano completato il loro percorso universitario sino al massimo livello e che erano tutti orgogliosi allo stesso modo dei risultati raggiunti, pur nei loro abiti e acconciature di fogge tutte diverse. Per loro, come ha sottolineato l’oratore ufficiale Umberto Eco, era quello il giorno in cui ciascuno inizia il proprio futuro. La fortuna nella loro vita professionale sarà un segno di fortuna per l’Italia intera, ma quanti di quei giovani lasceranno il nostro Paese in cerca di lidi più ospitali per chi fa ricerca? Un vero peccato, un vero inaccettabile spreco di risorse.
Anche di questo parla la nostra indagine conoscitiva, che non offre proposte di soluzioni ma solo dati e problemi su cui meditare. A fine legislatura è difficile varare interventi risolutivi di problematiche così antiche e complesse. Ma la Commissione che presiedo ha l’ambizione di aver offerto un quadro onesto e chiaro per chi ci governa ora e per chi sarà chiamato dagli elettori a guidare in futuro il nostro Paese. Un quadro dal quale partire, con saggezza e lungimiranza, per gli interventi normativi, spesso semplificativi, che tutto il mondo della ricerca reclama.
Concludo con una certezza che emerge dall’indagine: conoscenza, ricerca e innovazione sono l’efficace motore dello sviluppo, sono il fattore globale di crescita, sociale e culturale. Ecco perché non possiamo negare, la politica non può negare, conoscenza, ricerca e innovazione al Paese, a noi stessi, alle generazioni future.

Sisma: Ghizzoni (PD), il decreto sarà modificato in Commissione Cultura

È necessario apportare alcune significative integrazioni al decreto varato dal Governo, che, seppur contenente primi segnali importanti, ad oltre un mese da terremoto, deve essere potenziato per rispondere più efficacemente alle esigenze della popolazione e del territorio. – lo ha detto Manuela Ghizzoni, Presidente della Commissione Cultura alla Camera, presentando la relazione al decreto del Governo per il terremoto del 20 e 29 maggio scorso –
In particolare, per il recupero dei Beni Culturali, occorre definire un coordinamento ed una gestione precisa dell’evento sismico, in modo che i soggetti competenti possano assumere decisioni rapide e condivise.
In questo ambito, affinché gli interventi urgenti siano efficaci – ha spiegato Manuela Ghizzoni – è necessario stabilire un minimo di coerenza tra la programmazione e le effettive disponibilità finanziarie. A tal proposito occorre disporre una specifica dotazione di spesa per la prima messa in sicurezza da mettere in capo alle direzioni regionali per i beni culturali, riconoscere il compenso per le prestazioni straordinarie del personale e prevedere l’assunzione di nuovo personale specializzato per potenziare l’organico delle strutture presenti nei territori coinvolti dal sisma. Solo così si avranno le forze valutare i danni effettivi e approntare un piano di recupero del patrimonio culturale, architettonico, storico-artistico ed ecclesiastico delle regioni colpite dal sisma.
Anche il sistema dell’istruzione è stato fortemente danneggiato e – ha sottolineato la Presidente Ghizzoni – le risorse finanziari e appaiono assolutamente insufficienti a rispondere sia alla richiesta concernente l’edilizia scolastica, sia alla necessità di salvaguardare il diritto allo studio. Per questo la commissione si impegna, sin da ora, a lavorare per trovare, insieme al governo, i finanziamenti aggiuntive per affrontare l’emergenza scolastica.

"Ricorsi lenti, pensione lontana", di Franco Bastianini

Si sono ridotte al lumicino le probabilità che i docenti e il personale educativo, amministrativo, tecnico ed ausiliario possano – in deroga ai rigidi paletti introdotti dall’articolo 24 del decreto – essere autorizzati ad andare in pensione dal 1° settembre 2012. Si tratta dei lavoratori della scuola che matureranno entro il 31 agosto 2012 i requisiti anagrafici e contributivi richiesti dalla normativa previgente all’entrata in vigore del decreto legge 201/2011(riforma Fornero) per accedere alla pensione di vecchiaia o a quella anticipata (65 anni di età per la pensione di vecchiaia degli uomini e 61 anni per quella delle donne, unitamente a non meno di 20 anni di contribuzione, oppure quota 96 per la pensione anticipata).

Il personale, che entro lo scorso 30 marzo avevano presentato domanda di cessazione dal servizio con effetto dal 1° settembre 2012, ma a condizione che fosse riconosciuto il diritto al trattamento pensionistico, si è visto infatti respingere la domanda con la motivazione che alla data del 31 dicembre 2011 non aveva maturato i requisiti richiesti dalla normativa vigente prima dell’entrata in vigore dell’articolo 24 del decreto legge 201/2011( riforma Fornero), requisiti che invece avrebbe maturato entro il 31 agosto 2012.

I tempestivi ricorsi presentati al tribunale amministrativo del Lazio, che avrebbero dovuto essere esaminati nell’udienza fissata per lo scorso 6 giugno, non solo non sono stati esaminati nel merito ma il loro esame è subordinato alla verifica della competenza del giudice che li deve esaminare.

Nell’udienza fissata per il prossimo 4 luglio si dovrebbe sapere se tale competenza spetti ai giudici amministrativi o a quelli ordinari. Tempi lunghi, pertanto, che escluderebbero, anche se le tesi dei ricorrenti fossero accolte, la possibilità del pensionamento dal 1° settembre 2012.

Analoghe le considerazioni sui tempi che si possono fare in merito ad un disegno di legge presentato nei giorni scorsi dal Pd (al senato Mariangela Bastico e alla camera Manuela Ghizzoni) con il quale i due parlamentari fanno proprie le tesi sostenute sia dagli interessati con i ricorsi che dalle organizzazioni sindacali.

Nel disegno di legge i due parlamentari sostengono, in particolare, che l’articolo 24 del decreto legge 201/2011, nel fissare anche per il personale della scuola la data del 31 dicembre 2011, quale termine entro il quale si dovevano possedere i requisiti anagrafici e contributivi richiesti dalla normativa previgente per accedere al trattamento pensionistico di anzianità, non aveva tenuto in alcuna considerazione l’atipicità del comparto il cui contratto di lavoro è legato all’anno scolastico e la data del pensionamento è esclusivamente quella del 1° settembre, a differenza cioè, di quanto avviene per tutti gli altri lavoratori dipendenti.

«Abbiamo deciso di presentare il disegno di legge», hanno spiegato la Bastico e la Ghizzoni, «affinché venga riconosciuto un diritto al personale della scuola. Non stiamo difendendo un privilegio, ma un diritto soggettivo legato proprio alla specificità della organizzazione del mondo della scuola. Il 1° settembre, quale data unica per la cessazione dal servizio, hanno ancora sottolineato le due parlamentari, risponde appunto a giuste esigenze di funzionalità e di continuità didattica che le precedenti riforme hanno, peraltro, sempre riconosciuto.

Il disegno di legge non sembrano tuttavia sufficiente, stando a quanto ha dichiarato nei giorni scorsi il vice ministro del lavoro Michel Martone, a convincere il governo Monti ad accogliere le richieste modifiche all’articolo 24.

Rispondendo ad una interrogazione parlamentare in tema, il vice ministro ha infatti precisato che tutte le deroghe in materia di requisiti sono state previste a protezione dei soggetti che, con l’entrata in vigore delle nuove disposizioni, si sarebbero trovati senza retribuzione e senza pensione.

Sempre ad avviso del vice ministro non sussisterebbe alcuna specificità di carattere previdenziale del comparto scuola tale da giustificare una regolamentazione differente rispetto alla generalità dei lavoratori.

da ItaliaOggi 26.06.12

"Legittimo reiterare i contratti di supplenza, è Cassazione", di Antimo Di Geronimo

La reiterazione dei contratti di supplenza è legittima. E dunque, i supplenti che sono stati fatti oggetto, ripetutamente, nel corso degli anni, di incarichi a tempo determinato, non hanno diritto né all’immissione in ruolo, né ad alcun’altra forma di risarcimento. Lo ha stabilito la sezione lavoro della Corte di cassazione con la sentenza 10127 del 20 giugno scorso. Vanno in fumo definitivamente, dunque, le speranze di migliaia di docenti precari. Che, sulla scia di decine di sentenze favorevoli in primo grado, avevano instaurato un vero e proprio contenzioso seriale sulla questione. In ciò agevolati anche dall’apporto organizzativo di alcuni sindacati. D’altra parte il numero delle sentenze di I grado favorevoli era talmente alto, da indurre legittimamente all’ottimismo circa gli esiti di tali azioni. Specie nei tribunali dove i giudici monocratici si erano già espressi favorevolmente. E cioè nella maggior parte dei casi. In buona sostanza, dunque, era legittimo parlare di un vero e proprio orientamento giurisprudenziale. All’interno del quale si erano formate due correnti. Una prima corrente, minoritaria, incline a ritenere che a seguito della successione di contratti di supplenza fosse addirittura legittimo applicare la sanzione della conversione del rapporto. E una seconda corrente, maggioritaria, secondo la quale, ferma l’illegittimità della successione dei contratti di supplenza, la sanzione da applicare fosse quella pecuniaria, sotto forma di risarcimento danni. In quest’ultima corrente si distinguevano, inoltre, due orientamenti. Un primo orientamento, secondo il quale il risarcimento danni doveva essere corrisposto sotto forma di ricostruzione di carriera. E cioè versando ai precari ricorrenti le differenze retributive tra quello che avrebbero percepito se fossero stati immessi in ruolo dal primo momento e quello che avevano effettivamente percepito. E un secondo orientamento, incline a ritenere che la sanzione da applicare fosse quella della forfetizzazione: dalle 5 alle 20 mensilità di retribuzione. A un certo punto, però, i vari procedimenti sono arrivati davanti alle Corti d’appello e le cose hanno cominciato a mettersi male per i ricorrenti. Sebbene anche qui con alcune distinzioni. Alcuni collegi, infatti, hanno deciso per la piena legittimità della reiterazione dei contratti e dunque, per l’inesistenza del diritto al risarcimento. Altri, invece, si sono detti più possibilisti, perlomeno per il risarcimento in coincidenza della successione di supplenze annuali (fino al 31 agosto). Oppure per il diritto alla ricostruzione di carriera. Poi però è giunta una prima sentenza della Cassazione, che ha stabilito l’inesistenza del diritto alla ricostruzione di carriera per i precari (8060/2011, si veda Italia Oggi del 14 giugno 2011). E infine, qualche giorno fa, la Suprema corte è intervenuta in modo esaustivo su tutta la vicenda, fugando ogni dubbio (e ogni speranza). Secondo la sezione lavoro, la successione dei contratti di supplenza è legittima. Prima di tutto perché la disciplina del reclutamento del personale docente della scuola statale è regolato da una disciplina speciale, dettata dalla legge 124/99, dal decreto legislativo 297/94 e dai regolamenti sulle supplenze che si sono succeduti nel tempo, oltre ad altre fonti collettive. E quindi queste disposizioni derogano sia quelle previste dal decreto 368/2001, che si rivolge in generale a tutti i lavoratori, sia quelle contenute nel decreto 165/2001, che riguardano in generale il pubblico impiego. E poi perché la disciplina del reclutamento nella scuola è conforme al diritto comunitario in quanto la reiterazione dei contratti: «Risponde ad oggettive, specifiche esigenze, a fronte delle quali», si legge nella sentenza, «non fa riscontro alcun potere discrezionale della pubblica amministrazione, per essere la stessa tenuta al puntuale rispetto della articolata normativa che ne regola l’assegnazione». Pertanto, essendo legittima la reiterazione dei contratti di supplenza, non è dovuta alcuna forma di risarcimento a chi ne è fatto oggetto.

da ItaliaOggi 26.06.12

Caos università «Il decreto è illegittimo», di Mariagrazia Gerina

È come in un romanzo di Kafka: le regole a cui ti saresti dovuto attenere ancora non c’erano, ma tu dovevi rispettarle lo stesso. Migliaia di giovani ricercatori che, nonostante tutto, ancora ambiscono a diventare professori universitari, leggono e rileggono i criteri in base ai quali saranno valutati per prendere l’abilitazione e non possono fare a meno di sentirsi tanti piccoli Josef K. Nel decreto emanato dal Miur lo scorso 7 giugno, allegato B, c’è scritto infatti che, almeno per quanti stanno tentando la carriera universitaria nelle discipline umanistiche, la valutazione dipenderà dal numero di articoli pubblicati negli ultimi dieci anni in «riviste appartenenti alla classe A». Peccato che i candidati non potevano sapere prima quali riviste sarebbero state inserite in futuro nella «classe A». A dividere le riviste in classi «A, B e C» spiega infatti il decreto è l’Anvur, l’Agenzia di valutazione del sistema universitario. Un lavoro di classificazione fatto ex post che avrà effetti retroattivi sulla carriera dei candidati. «Tale disciplina appare lesiva dei principi di eguaglianza e ragionevolezza», annota la associazione italiana dei costituzionalisti che, esaminato il testo del decreto ministeriale emanato lo scorso 7 giugno, ha deciso di impugnarlo davanti al Tar. Nel «regolamento sui criteri e parametri per la valutazione dei candidati e sulle modalità di accertamento della qualificazione dei commissari ai fini dell’attribuzione scientifica nazionale per l’accesso alla prima e seconda fascia dei professori universitari» i costituzionalisti italiani ravvisano «un palese vizio di illegittimità e irragionevolezza». Il pasticcio come prevedibile riguarda appunto le materie umanistiche. Quelle che non possono essere valutate con criteri esatti. La scelta di dividere le riviste in tre classi e di valutare poi i candidati in base al «numero di articoli pubblicati nei dieci anni consecutivi precedenti il bando su riviste appartenenti alla classe A» viene categoricamente bocciata dai costituzionalisti. Si tratta di un criterio «definito ora per allora e con effetto retroattivo», annotano nella lettera che il presidente Valerio Onida ha indirizzato in queste ore ai colleghi delle associazioni di storia del diritto, di diritto penale, commerciale, amministrativo, e così via. Per annunciare che il direttivo dell’associazione dei costituzionalisti ha deciso di impugnare il decreto. E per invitare gli altri colleghi a fare altrettanto. Una valanga di ricorsi sta per piovere su viale Trastevere? Lo aveva predetto, in effetti, il ministro dell’Istruzione e dell’Università Francesco Profumo: «Il rischio è che si scateni un contenzioso che finisca per bloccare tutto». Anche per questo Profumo aveva deciso di correggere le regole per il reclutamento dei docenti universitari decise dal precedente governo con una riforma sperimentale che di fatto avrebbe sospeso l’entrata in vigore dell’abilitazione nazionale prevista dalla legge Gelmini. Il blitz non è riuscito. E dopo l’alzata di scudi del Pdl, la sperimentazione di Profumo è tornata, almeno per ora, nel cassetto. I timori dell’attuale ministro però erano più che fondati: dare attuazione alla abilitazione nazionale così come voluta da Mariastella Gelmini si sta rivelando un bel rompicapo. E il primo passo fatto dal governo tecnico per sbloccare le abilitazioni, a quasi due anni dall’approvazione delle legge 240, a quanto pare è un passo falso. E se a dirlo sono i costituzionalisti…

l’Unità 26.06.12