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"Tra Berlino e Berlusconi", di Massimo Giannini

Sotto il vulcano della crisi globale, la politica non rinuncia a consumare i suoi rituali più annosi e pericolosi. È la settimana cruciale: si giocano i destini dell’Eurozona e della moneta unica. Eppure non si vede un’establishment all’altezza della Storia. I leader europei, a partire dalla Merkel, si trincerano negli «opposti nazionalismi», che nessun Patto di Roma è sufficiente a spazzare via. Ribadire che «l’euro è irreversibile» non serve a niente: è puro esorcismo. Per salvare la costruzione europea, accompagnando quella federale a quella monetaria, c’è bisogno di statisti, non di esorcisti.
I partiti italiani, a partire dal Pdl, non resistono al canto delle sirene di una Vecchia Repubblica, che ripropongono il tema inquietante delle elezioni anticipate. Proprio in questo momento, che imporrebbe il massimo di coesione nazionale, la «Grosse Koalition de noantri» minaccia di rompersi e si lascia tentare dal voto subito. Stretto in questa tenaglia, alla vigilia del vertice europeo di dopodomani, c’è Mario Monti. Le cancellerie del continente guardano a lui come il mediatore dal quale dipende il successo dell’operazione. Le segreterie dei partiti guardano a lui come il catalizzatore sul quale scaricare le colpe di un eventuale fallimento.
Il «neuro-delirio» che scuote Bruxelles rischia di travolgere Roma. Giorgio Napolitano è preoccupato, Monti lo è ancora di più. A rasserenare gli animi non basta l’asse istituzionale tra Quirinale e Palazzo Chigi. E non basta nemmeno la chiamata alle armi della fiducia, con la quale il governo dovrà portare a casa la riforma del mercato del lavoro prima di giovedì. Serve un altro vertice di maggioranza, per disinnescare le troppe «mine vaganti» che rischiano di far esplodere la crisi. Ma non è affatto sicuro che basti. Nel Palazzo si moltiplicano i segnali di nervosismo di fronte a un governo che sembra aver esaurito la sua spinta propulsiva. Nel Paese si acuisce il disagio di fronte a una recessione che morde la carne dei cittadini, e a una condizione precaria che non colpisce più solo i figli, ma anche i padri.
Solo un ceto politico cinico e irresponsabile, che ha ormai perso del tutto i contatti con la realtà, può pensare di affrontare questa drammatica emergenza con gli strumenti del passato. Come se Monti fosse Rumor, e un governo di coesione nazionale si potesse avvicenvanche
dare con un qualunque governo balneare. Il voto «sotto la canicola» sarebbe una catastrofe inimmaginabile per l’Italia. L’hanno capito persino quei disinvolti cantori del dannunzianesimo berlusconiano, che alla vigilia della rovinosa caduta del dicembre scorso invocavano il voto «sotto la neve». C’è una domanda capitale, che tuttora non trova risposta: cos’hanno da proporre i partiti della «strana maggioranza», in alternativa al governo «di scopo» del Professore?
Il Pdl è squassato da un’improbabile e improponibile resurrezione del Cavaliere. L’Alba Dorata berlusconiana promette due cose. Una patetica guerra contro la Germania (proclamata da un ex premier che si è dimostrato capace al massimo di qualche penoso «cucù» all’indirizzo della signora Merkel). E poi un’autarchica battaglia contro l’euro (combattuta da un capo di governo che per tre anni ha negato la crisi dicendo che «i ristoranti sono pieni»). Questa re-
populista, che lascia il povero Alfano nudo come un re Travicello, ha un respiro cortissimo. Può risvegliare gli umori di un pezzo di Nord che si sente tradito e impaurito. Può infiammare qualche anima bella del «berlusconismo da
combattimento», nostalgica del bel tempo che fu. Può riaggregare qualche anima persa del leghismo, orfana di Bossi e divisa su Maroni. Ma è una proposta politica disperata. Non ripetibile nella forma, non ricevibile nella sostanza. A meun’alleanza
no che qualcuno si illuda di poter «vendere» l’Italia nel mondo con la vecchia maschera di Papi-Silvio, e magari con le «facce nuove» di Gerry Scotti e Daniela Santanchè.
Il Pd è logorato da un sostegno onorevole, ma sempre più oneroso, nei confronti del governo tecnico. Bersani è riuscito a tenere abbastanza compatto il partito, su un fronte di lealtà personale verso Monti e di responsabilità istituzionale verso il Paese. C’è la scheggia impazzita di Renzi, ma per ora non è la sospetta «intelligenza col nemico» del sindaco di Firenze a mettere a repentaglio la linea «montiana» del partito. Certo, l’adesione a un programma di governo emergenziale, che di fatto ricalca la lettera di agosto della Bce, ha imposto e impone tuttora un costo elevato, in termini di consenso. Per quanto i sondaggi lo indichino come il primo partito italiano, il Pd non supera il 25% delle intenzioni di voto. L’apertura di gioco di Casini, che propone
strategica tra progressisti e moderati, può essere una svolta addirittura decisiva per ridefinire il perimetro del centrosinistra riformista che verrà. Ma al momento, per quanto suggestionato dalla certezza di una vittoria elettorale quasi certa, Bersani non può ancora offrire agli italiani una piattaforma solida e durevole sulla quale costruire il governo del Paese. Con tutto il rispetto: l’Italia non si può presentare in Europa con i ministri vendoliani, e meno che mai dipietristi.
Questo governo non ha alternative. Monti, con tutti i suoi limiti e i suoi errori, è quanto di più credibile possa offrire l’Italia di oggi. Ma sarebbe sbagliato pensare che debba durare solo per questo. Il suo governo è utile se decide, e se fa le riforme che servono. Sul «Times» Bill Emmott ha scritto che «restare alla guida del Paese in modo inconcludente non servirà a salvare l’Italia o l’euro». È la verità, pura e semplice. Ed è ora che il Professore la sbatta in faccia, con forza, a tutti i “fondamentalisti riluttanti” che promettono di aiutarlo. Dalla Cancelliera di Berlino al Cavaliere di Arcore.

La Repubblica 26.06.12

"Non basta il merito per migliorare il sistema-scuola", di Benedetto Vertecchi

Nel dibattito in corso attorno alla questione del merito c’è un uso di proposizioni assertorie che mal si concilia con il carattere più o meno probabile che si deve riconoscere alle conoscenze educative. Se si seguisse un criterio di maggiore prudenza, si eviterebbe di dare per scontate relazioni che, se pure qualche volta vere, sono anche in molti altri casi false, o di dubbia interpretazione.

Così, per esempio, affermare che premiando il merito (ovvero l’emergere nella popolazione di allievi con livelli particolarmente elevati di profitto) si attivano processi che migliorano il funzionamento delle scuole è un’affermazione di senso comune della quale non si può dire che sia vera, né che sia falsa. Quel che è certo, è che continuare ad accreditare tale senso comune non contribuisce ad accrescere la qualità del sistema educativo, perché ripropone vecchie logiche di conoscenza dei fenomeni che, non da oggi, avrebbero dovuto essere abbandonate e sostituite da argomenti più razionali, capaci di dar conto delle conoscenze che negli ultimi decenni la ricerca educativa ha gradualmente acquisito.
I sistemi scolastici costituiscono oggi realtà complesse che debbono essere indagate con procedure appropriate. Occorre analizzare la rete delle variabili che in qualche misura concorrono a definire la situazione di intervento e a far assumere a ciascun sistema questo o quell’andamento. E bisogna essere capaci di stabilire in quale misura tale andamento corrisponda agli intenti che ci si era proposti di conseguire, quali cambiamenti di contesto siano intervenuti a complicare il quadro degli interventi e quali si ritiene che sarebbero necessari per ricostituire l’equilibrio originariamente ipotizzato o per crearne uno nuovo, meglio rispondente alla necessità di adeguare la proposta d’istruzione all’evoluzione della domanda sociale.

In breve, la conoscenza educativa non può che essere il risultato di approcci dinamici, che facilitino una revisione continua delle interpretazioni: è il contrario del senso comune, che si fonda sul principio della conferma, per il quale ci si attende che ciò di cui si è avuta esperienza continui a manifestarsi in modi non troppo diversi in momenti successivi. Ma, come diceva John Stuart Mill, le inferenze fondate sulla conferma sono solo un terreno di coltura per il pregiudizio (nel senso etimologico, di giudizio formulato prima di conoscere adeguatamente il fenomeno al quale si riferisce). In altre parole, la conferma procede per semplice enumerazione di casi, e conserva il suo valore finché non si manifesti un caso contraddittorio.
Lo sviluppo del nostro sistema educativo soffre oggi per la mancanza di una cultura capace di riconoscere e valorizzare la contraddizione. Nella gestione del sistema, così come negli interventi che si vogliono introdurre, si rivela una cultura ingessata, ripetitiva, incapace di cogliere e interpretare le nuove esigenze che devono essere soddisfatte. I goffi tentativi di ammodernamento fondati su modifiche marginali delle pratiche, per esempio quelle legate all’uso di nuove risorse tecnologiche, non sono sostenute che da suggestioni acquisite di rimbalzo da altri settori della vita sociale. Il fatto è che un salto di qualità nella cultura del sistema educativo non potrebbe che derivare da un forte impegno nella promozione e nell’organizzazione della ricerca educativa. Non si può continuare a parlare di qualificazione del personale docente e non far nulla per acquisire la conoscenza necessaria a sostenere i nuovi profili professionali, di qualità degli apprendimenti senza chiedersi quali variabili debbano essere prese in considerazione per disporre di analisi approfondite (ben oltre quelle che possono ricavarsi da rilevazioni comparative, come quelle dell’Ocse), di merito senza disporre di modelli per interpretare i fattori generatori del successo o dell’insuccesso.

Quel che è peggio, la medesima confusione accomuna gli interventi dei politici e quelli dei tecnici, essendo sfumata, fino a venir meno, la differenza tra l’elaborazione di intenti che si collega al perseguimento di obiettivi a lunga scadenza (questo dovrebbe essere il compito del politici) e l’individuazione di soluzioni attraverso le quali procedere nella direzione sulla quale si manifesti più ampio consenso, trovando infine espressione in precisi enunciati legislativi (dovrebbero farlo i tecnici).
Per uscire dal pantano in cui ci si continua a trascinare si dovrebbe dar vita a una struttura nazionale cui demandare lo sviluppo della ricerca fondamentale sull’educazione e la promozione di quella applicata. E, perché possa costituire il punto di partenza per una ricostruzione della cultura educativa, dovrebbe trattarsi di una struttura del tutto autonoma dalla gestione del sistema scolastico.

Il Sole 24 Ore 25.06.12

"L'Italia del vuoto", di Ilvo Diamanti

Si parla troppo di elezioni anticipate, in autunno, per non prenderle sul serio. Anche e tanto più se – nell’attuale maggioranza – nessuno afferma di volerle davvero. Bersani, nei giorni scorsi, ha allontanato
l’ipotesi come una iattura. Una prospettiva a cui penserebbe Berlusconi, per non venire emarginato dal suo stesso partito – che ormai non c’è più. Questa soluzione, però, non risolverebbe nulla. Anzi: aggraverebbe la crisi italiana, di fronte all’Europa, all’euro e ai mercati internazionali. Eppure se si parla di possibili elezioni in autunno il rischio c’è. Perché, comunque, nessuno è in grado di garantire la tenuta e la stabilità della maggioranza parlamentare che sostiene l’attuale governo.
1. L’attuale governo, anzitutto, designato dal Presidente nello scorso novembre e accolto con soddisfazione dai cittadini, da qualche mese ha perduto consensi. Il premier, Mario Monti, dispone ancora del sostegno di oltre il 45% dei cittadini (dati Ipsos). È il più accreditato fra i leader. Ma è in calo sensibile, rispetto agli scorsi mesi. In marzo superava il 60%. In aprile: al di là del 50%. D’altronde, è difficile governare con una maggioranza parlamentare di “emergenza”. Che riassume forze e personalità politiche da sempre ostili, reciprocamente. È difficile fare riforme, assumere decisioni che la maggioranza precedente non era stata in grado di affrontare. Senza generare insoddisfazione. Politica e sociale. Tanto più se la posizione italiana, in ambito europeo e internazionale, resta debole. Perché, allora, tanti sacrifici? Perché “morire per l’euro”? Sono le voci, insistenti, che agitano la scena politica. E trovano ascolto crescente anche fra i cittadini.
2. È difficile, d’altronde, affidare all’attuale maggioranza il compito di sostenere il governo e la legislatura fino in fondo. Perché, semplicemente, è una maggioranza fittizia, matematica, parlamentare. Politicamente divisa e, anzi, attraversata da fratture irresolubili, su molte questioni politiche essenziali. Giustizia, informazione, televisione. I partiti: condizionati dal malessere degli elettori sulle principali riforme: pensioni, lavoro, fisco. 3. Per contro, non si vede come potrebbe emergere una nuova, solida maggioranza, da nuove elezioni. Proviamo a fare un po’ di conti, in base alle stime dei sondaggi condotti dai principali istituti demoscopici. Il centrodestra non c’è più. Pdl e Lega sono divisi. Ma anche se tornassero insieme non andrebbero oltre il 23-24%. Circa il 17-18% il Pdl e il 4-6% la Lega. Forza Italia, da sola, faceva di più. Il centrosinistra, però, non pare in grado di offrire un’alternativa valida. Perché fra il Pd e l’Idv (sempre più all’opposizione di Monti) il solco è divenuto un abisso, di mese in mese. Perché i tre volti di Vasto, Pd, Idv e Sel, insieme non raggiungerebbero il 40%. Mentre il Terzo polo appartiene al passato, liquidato da Casini. Ma l’Udc non va oltre il 7-8%. E i suoi elettori sembrano riluttanti ad allearsi con uno dei due poli.
4. Così è cresciuto e cresce ancora il quarto polo. Il partito di coloro che ce l’hanno con i partiti. Con il governo Monti, appoggiato dai partiti. Con le oligarchie dei partiti. Il partito di coloro che ce l’hanno con l’Europa dell’euro (marco). Interpretato, oggi, dal Movimento 5 stelle, ispirato da Beppe Grillo. Alle recenti amministrative ha ottenuto un grande successo, che ha diverse spiegazioni. Locali e no. Ma è cresciuto a dismisura, nel corso delle ultime settimane, trainato dall’insoddisfazione degli elettori. Di sinistra, ma anche e sempre più di centrodestra. In primo luogo, della Lega. Il M5s, attualmente, è accreditato di oltre il 20%. Secondo partito, dopo il Pd. In Veneto, tradizionale laboratorio del cambiamento politico nazionale, il M5s è divenuto il partito che dispone della maggior base di “fiducia” fra gli elettori il 26%. A causa della “sfiducia” nei confronti di tutti gli altri, in crollo di credibilità, negli ultimi mesi (Dati dell’Osservatorio Nordest per il Gazzettino, maggio 2012). D’altronde, un larga maggioranza degli elettori (il 43% in ambito nazionale, sondaggio Demos, maggio 2012), vedono nel M5s un mezzo per esprimere “la protesta contro tutti i partiti”.
Il problema del sistema politico italiano, dunque, è il “vuoto” che si è aperto al suo interno. Perché non ci sono partiti e tanto meno coalizioni in grado di aggregare una solida maggioranza di consensi. Tale da garantire non solo la vittoria alle elezioni, ma anche e soprattutto legittimazione, capacità di governare.
5. In questa fase, però, non ci sono neppure santi e protettori, in grado di offrire ai cittadini un riferimento, una luce, una sponda. O almeno un appiglio a cui aggrapparsi. Negli ultimi anni, questo ruolo è stato svolto dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Che ha guidato il Paese, in tempi tanto duri, affidandone il governo a Monti e ai tecnici. Aristocrazia democratica di una democrazia rappresentativa sempre meno rappresentativa. Ora, però, neppure Monti riesce più a garantire il consenso popolare, intorno a sé. E Napolitano, il suo sponsor principale, ne risente, come mostrano gli indici di fiducia nei suoi, confronti. In calo significativo.
6. Il Vuoto. È la sensazione che provano i cittadini, in questa fase. Di fronte alle vicende dell’economia e dei Mercati. Difficili da comprendere e, quindi, da affrontare. Perché non è chiaro come difendersi – né chi ti può difendere – da minacce sconosciute. Fitch, Standard & Poors, Moody’s e per primo il famigerato spread. L’euro e la Germania.
Così tutto e tutti perdono fiducia. Tutte le istituzioni, non solo i partiti. L’Unione europea, lo Stato, il Parlamento. Ma anche la magistratura, la Chiesa, i sindacati. Così cresce il “Vuoto intorno a noi”. La sensazione di essere soli. Contro tutti. E, insieme, cresce la tentazione di affidarsi a chi è in grado di gridare al mondo la nostra insofferenza e la nostra rabbia. Poi, si vedrà.
7. Per questo le elezioni in autunno sono possibili, se non probabili. E, comunque, le elezioni alla loro scadenza naturale, nella primavera del 2013, non sono una soluzione. Semmai, una deroga, una pausa ulteriore, prima della resa dei conti. Nell’attesa che qualcun altro, oltre a Grillo, si proponga e ci proponga di colmare il Vuoto politico intorno a noi. Perché, echeggiando Aristotele, in politica, ancor più che in natura, il vuoto non può esistere.
Per questo non dobbiamo chiederci se e quando si voterà. Ma per quali partiti – vecchi e nuovi – e per quali leader – vecchi e nuovi. Con quale legge elettorale. Chi ha qualcosa da dire, al proposito, è meglio che lo faccia subito…
Se il Vuoto incombe, la colpa non è di Beppe Grillo.

La Repubblica 25.06.12

"Il dono del Dalai Lama: 100mila dollari per il sisma" di Giulia Gentile

Le amministrazioni cittadine, da Milano a Matera passando per Bologna, da gior- ni discutono sull’opportunità di offrirgli la cittadinanza onoraria, senza creare un caso diplomatico con la Cina. Ma è con il cuore e con il sorriso aperto di chi accoglie un’autorità spirituale e un Nobel della non violenza che, ieri, le popolazioni emiliane colpite dal terremoto hanno salutato l’arrivo del Dalai Lama a Mirandola, nel cuore della «bassa» modenese. La massima autorità del buddhismo tibetano, in esilio dall’occupazione cinese del 1959, è arrivato nell’epicentro del sisma in mattinata, per una visita ed una preghiera lampo con i 400 sfollati del campo Fvg1, allestito in zona piscine dalla Regione Friuli Venezia Giulia, prima di partire alle volte della Basilicata, e poi di ripassare per Milano, per una serie di incontri e conferenze. E ovunque, nel corso della camminata nella “zona rossa” del paese su su fino allo scheletro del- la chiesa di San Francesco, e poi fino ai tendoni roventi della Protezione civile, Tenzin Gyatso, 77 anni, premio Nobel per la pace, ha salutato centinaia di persone in attesa sotto un sole cocente, stringendo mani e dedicando, soprattutto ai giovani, pensieri di incoraggiamento «Gli italiani amano rilassarsi e fare le cose con calma – scherza in inglese sotto il tendone allestito nel campo della Protezione civile, con i disegni dei piccoli ospiti ad addobbare le “pareti” di gomma cerata – ma questo è il momento di lavorare duro. Non pensate alle belle cose che avete perso: guardate al futuro e ricostruite le vostre case con determinazione». Ospiti della tendopoli, volontari della Protezione civile e vigili del fuoco si commuovono e applaudono. Per un giorno i brutti pensieri restano fra parentesi. Al fianco della massima autorità tibetana, un sorridente presidente dell’ Emilia-Romagna e commissario straor- dinario per la ricostruzione, Vasco Erra- ni, e il sindaco di Mirandola Maino Be- natti, che all’inizio della mattinata avevano accolto il Dalai Lama all’aeroporto di Bologna. Accanto, ci sono gli altri sindaci del Modenese, il leader storico dei Nomadi Beppe Carletti, assessori ed autorità locali mescolati a chi ha trasformato le tende del campo in una nuova casa. Quello del leader della non violenza «è un incoraggiamento morale e spirituale forte – risponde Errani -, siamo davanti a persone che sanno bene cosa significa lavorare senza fermarsi, e ricostruire bene. Non vogliamo nuovi Paesi vicini ai nostri vecchi centri storici ora compromessi, rivogliamo i nostri centri». E «grazie anche allo straordinario sorriso del Dalai Lama ce la faremo».

Una bimba si avvicina all’anziana figura spirituale, che le accarezza il capo. Il vicepresidente della Regione Friuli, Luca Ciriani, regala al Lama il «crest» della Protezione civile, prima che lui avvolga al collo di Errani e Maini la kata, una sciarpa bianca tibetana benaugurale. «C’è un valore che supera tutto, ed è quello della spiritualità – dice Benatti -, ma altri due valori ci serviranno per andare avanti: la pazienza, e la tenacia. Così siamo sicuri che ricostruiremo benessere e coesione sociale». Le polemiche sulla cittadinanza sembrano lontane nel caldo torrido delle tende emiliane, «superate di fatto da quella capacità del Dalai Lama di infondere forza e speranza per il futuro», dice entusiasta Teresa, dell’associazione Italia-Tibet. Al suo fianco il presidente nazionale dell’associazione, Claudio Cardelli, e tanti militanti, su braccia e gambe i tatuaggi di mandala tibetani e la firma di Tenzin Gyatso. Prima di salutare Gyatso annuncia che dalla sua fondazione arriverà una nuova donazione di 50mila dollari, dopo la prima della stessa somma. Poi via, alle volte di Matera. «Preferisco non dare difficoltà alle istituzioni», la replica a chi gli chiedeva del rinvio della cittadi- nanza onoraria da parte del Comune di Milano, proprio mentre la città dei Sassi aveva confermato il suo “Sì”. «Giro per il mondo per dialogare e divulgare gli ideali della pace». E domani arriva in vista anche il papa Benedetto XVI. Per la sua visita c’è la massima allerta. «In Emilia – ha detto il Papa ieri all’Angelus – porto la solidarietà dell’intera Chiesa».

L’Unità 25.04.12

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Errani ai terremotati: tendopoli via in autunno La visita del Dalai Lama «Un aiuto subito» per le zone colpite”, di Francesco Alberti

Il Generale Inverno? Per carità: da queste parti basta il Capitano Autunno a mettere i brividi. Con 13 mila sfollati distribuiti tra tendopoli, hotel e centri di accoglienza, oggi bolliti dall’afa e dal sole, ma da ottobre esposti ai primi sbalzi di temperatura e alle piogge, la principale frontiera per il governatore emiliano, nonché commissario straordinario per la ricostruzione, Vasco Errani, e per il capo della Protezione civile, Franco Gabrielli, è quella di svuotare al più presto le tendopoli. Da Mirandola a Finale, da Cavezzo a Novi, scalpitano i sindaci, la stanchezza alimenta le prime polemiche e difficilmente la situazione si rasserenerà con il trascorrere delle settimane. Ma la questione è complicata. Anche perché Errani, avvertendo nell’aria un’inevitabile elettricità e volendo lanciare ai terremotati un segnale forte, si è sbilanciato in una di quelle promesse che, se non mantenute, rimangono addosso tutta la vita.
Ha detto il governatore: «Gli sfollati non passeranno l’autunno in tenda». Così, testuale, senza sfumature.
Errani è un amministratore collaudato, una persona seria. Se l’ha detto, significa che pensa di avere le carte giuste. Eppure, anche se tutti, com’è giusto, tifano per lui, la sfida è davvero incerta.
Svuotare le tendopoli non significa solo trovare un tetto agli sfollati, ma evitare anche lo sradicamento delle persone e la disintegrazione delle comunità: in una parola, evitare di ripetere ciò che è avvenuto all’Aquila. Tre sono le leve sulle quali Errani e i suoi collaboratori intendono agire. La prima è spostare parte dei 13 mila sfollati nei tanti appartamenti sfitti esistenti tra Bologna e Modena. «Il censimento è quasi completato — fanno sapere dalla Regione —, numeri ufficiali ancora non ce ne sono, ma siamo nell’ordine di qualche migliaio». Il problema però non sono i numeri. E nemmeno la disponibilità dei proprietari: «Si agirebbe — spiegano i tecnici — sulla base di convenzioni». La questione centrale è la localizzazione di questi appartamenti sfitti: «Se distanti dalle zone del sisma, c’è il rischio che molti rinuncino per non allontanarsi dalle loro case». È già successo con gli hotel: nonostante una disponibilità alberghiera di 10 mila posti letto, solo 1.900 sfollati hanno accettato di andarci.
La seconda leva è quella dei cosiddetti «moduli»: prefabbricati e casette provvisorie. «Potrebbero ospitare qualche migliaio di persone» dicono in Regione. È la soluzione preferita dai sindaci dei paesi colpiti, ma sono indispensabili alcuni interventi (allacciamenti e cose del genere). Sui prefabbricati si punterà anche per affrontare l’emergenza scolastica: «A settembre saranno almeno 10 mila gli studenti che faranno lezione nei moduli». La terza mossa, infine, ha una valenza soprattutto psicologica: «Cercheremo di convincere chi ha la casa agibile a superare la paura e a rientrare».
In parallelo proseguiranno le verifiche: «Rivogliamo i nostri centri storici: ci riusciremo» ha detto il presidente Errani, che ieri ha accompagnato il Dalai Lama in visita a Mirandola. Il premio Nobel per la Pace, accolto da alcune centinaia di terremotati, ha donato 100mila dollari e spronato la gente a reagire: «Pensate al futuro e a chi non c’è più». Domani arriverà a Carpi papa Ratzinger: «Porterò ai terremotati la solidarietà di tutta la chiesa» ha detto il pontefice ieri all’Angelus. E stasera, allo stadio Dall’Ara di Bologna, saranno in 40 mila al concerto per l’Emilia. Il motto è tipicamente di qui: «Teniamo botta!».

Il Corriere della Sera 25.06.12

"Pd, le nuove regole per le primarie", di Simone Collini

Sarà all’Assemblea nazionale del 13 e 14 luglio che il Pd inizierà ad affrontare formalmente la pratica primarie. E lo farà approvando una norma transitoria allo Statuto che consentirà anche a Matteo Renzi di correre. Attualmente la Carta che regola la vita interna del partito prevede infatti che sia soltanto il segretario a presentarsi a primarie di coalizione utili a decidere chi sarà il candidato alla presidenza del Consiglio.
NORMA TRANSITORIA
Pier Luigi Bersani da tempo va dicendo che non intende nascondersi dietro regole statutarie e ha già dato mandato ai suoi di preparare poche righe da mettere ai voti all’appuntamento che si terrà a metà del mese prossimo. L’ipotesi di scrivere un articolato nuovo è stata infatti accantonata, e il 14 luglio verrà approvata una sorta di deroga, cioè una norma transitoria che dirà semplicemente che anche altri iscritti al Pd potranno correre alle primarie. Al momento si sta discutendo su quali criteri accettare le altre candidature oltre a quella del segretario. Cioè quale quota percentuale di firme (l’ipotesi più quotata è il 10%) di quale organismo dirigente (Assemblea nazionale o Direzione) sia necessaria per poter partecipare. Ma quale che sia la decisione finale, è fin d’ora certo che non impedirà a Renzi di candidarsi.
TETTO ALLE SPESE E ALBO ELETTORI
Le altre regole delle primarie saranno invece decise dopo l’estate insieme alle altre forze che sigleranno la «carta d’intenti». Una viene però data per assodata fin d’ora: verrà stabilito un tetto alle spese che sarà consentito sostenere da parte di ogni candidato. L’ipotesi su cui si ragiona al momento nel Pd è di 250 mila euro.
L’altra norma da discutere insieme agli altri candidati è come garantire la maggior partecipazione possibile impedendo però la possibilità di “infiltrazioni”. Bersani ha annunciato primarie «aperte» e Renzi ha più volte detto che non accetterà regole che restringano il campo dei possibili elettori. Nella segreteria Pd si ragiona sulla possibilità di istituire un Albo degli elettori a cui ci si debba iscrivere almeno una settimana prima del giorno in cui si va a votare, proprio per evitare che militanti e simpatizzanti di forze avversarie si presentino ai gazebo per influenzare in un modo o nell’altro il risultato delle primarie. L’ipotesi dell’Albo è però avversata da Renzi, per il quale ogni cittadino deve poter andare al gazebo e dare lì il proprio nome, senza fare pre-registrazioni. Altrimenti, ha già avuto modo di dire, «sarebbe un tentativo di bloccare la partecipazione».
CARTA D’INTENTI
Ma queste sono questioni che andranno discusse dopo che verrà presentata e siglata una «carta d’intenti». Chi sottoscriverà questo testo entrerà nella coalizione progressista, potrà partecipare alle primarie e discuterne le regole di svolgimento. Bersani intende presentare un primo documento entro luglio, per poi discuterlo in giro per l’Italia da settembre in iniziative in cui saranno coinvolte anche associazioni: «Non sarà un librone. Conterrà le nostre parole d’ordine e gli elementi alternativi al populismo». Conterrà anche l’accettazione di un vincolo di maggioranza da rispettare nella prossima legislatura alla Camera e al Senato: quando ci saranno posizioni differenti, cioè, i gruppi parlamentari delle forze politiche che andranno insieme alle elezioni decideranno a maggioranza come votare in Aula. Questa come anche altre parti della carta d’intenti che comunque alla fine sarà scritta insieme a tutte le forze politiche e associazioni che entreranno nella coalizione progressista lascia presagire che ci sia la volontà di fare di questo passaggio una prima tappa verso la costruzione di un soggetto unitario.
Quanto ai tempi, le primarie dovrebbero svolgersi nel mese di dicembre. Non ci vuole molto a capire che in caso di crisi di governo in estate (e un voto da tenersi entro sessanta giorni dallo scioglimento delle Camere) salterebbe tutto.

L’Unità 25.06.12

"La vera sfida: progettare da sinistra un futuro per il Paese" di Michele Prospero

Con i vecchi soggetti politici ridotti a brandelli, sul Pd ricadono enormi responsabilità storico-politiche. Da solo resiste in un sistema che non c’è più, i cui argini sono crollati. Ciò impone a un partito solitario, che ha il senso del generale, di preoccuparsi non solo di garantire la tenuta dell’ordine costituzionale minacciato (le aggressioni al Colle sono l’ultimo bagliore) ma anche di progettare i momenti di innovazione necessaria. Solo con una autentica capacità egemonica il Pd potrà garantire al Paese di attraversare senza traumi insanabili una crisi di legittimazione della Repubblica che vede anche la secca perdita di tangibili referenti sociali. Il cupo dato di partenza è questo: sfiora nei sondaggi metà degli elettori l’area dell’antipolitica militante, che va da Berlusconi che invoca la lira all’urlatore genovese che inveisce contro il pianeta, dalla Lega che tenta di sabotare gli equilibri con l’arma presidenzialista a Di Pietro che ritrova il riflesso condizionato della demagogia. In bilico tra squarci di vago prefascismo e i soliti bagliori di un nuovismo assoluto, la politica deve districarsi tra sentieri stretti che potrebbero anche rivelarsi interrotti.
Ad ogni giuntura critica della sua storia, l’Italia riscopre l’ebbrezza dell’antipolitica come aspirazione a un radicale nuovo inizio che travolge le forme della rappresentanza. Essa diventa così una gigantesca fabbrica dell’immaginario a cui partecipano, con generosi stanziamenti, grandi potenze dell’economia e dei media (Telecom, Corriere della Sera, anzitutto) che restringono la vicenda politica alla noiosa favola della casta pur di distruggere il gioco delle alternanze. Il progetto è quello di distrarre le inquietudini giovanili e di sviare il risentimento dei ceti popolari imponendo come un senso comune la falsa credenza che anche gli ultimi baluardi del lealismo costituzionale (il Pd, Sel, l’Udc) sono solo dei miseri covi del malaffare. Questa borghesia, rimasta senza alcun senso del generale, non disdegna una involutiva uscita a destra dalla crisi che prepari l’apparizione di un nuovo leader che comanda in virtù solo del denaro e mira al potere per curare degli interessi particolari.
Il sogno è sempre quello di una de-democratizzazione che restituisca a un capitalismo incapace di riattivare la mediazione politica la facoltà di appropriarsi dello Stato con una fondazione-partito privata, un ennesimo partito-azienda. La crisi del sistema politico si congiunge per questo a una incorreggibile anomalia del capitalismo italiano che agogna una democrazia minore vista come il terreno più favorevole a sua maestà il denaro. Con il suo chiacchiericcio sul futuro e l’innovazione, questo mondo dorato guarda molto indietro, fino ad incarnare una variante postmoderna di Stato patrimoniale. Passando dalla democrazia di massa all’oligarchia dei pochi, non si recupera certo una effettiva capacità di governo e non si sprigiona un impulso alla crescita. Si fa dello Stato un territorio di appropriazione privata. Le conseguenze sono devastanti. L’impresa, con le mani in pasta nel potere, altera del tutto la concorrenza di mercato e riceve un surplus competitivo che converte in un notevole vantaggio economico. Lo Stato, che subisce una torsione affaristica, smarrisce le regolarità che nel moderno esigevano la comparsa di un potere dal volto astratto e impersonale e allontana così investimenti, rallenta la crescita. La borghesia italiana, che difetta di ogni senso dello Stato, pensa che per accostarsi al bene pubblico anche lo Stato debba convertirsi in una sua proprietà privata. Per questo dinanzi al Pd si prospetta la capacità di coniugare un’idea di democrazia e un’idea di società. Occorre, in casi simili, dosare una attitudine alla rassicurazione (anzitutto alla propria parte di società, che deve sentire di non essere sola) e una capacità di progettare sulle idee forza della sinistra un futuro possibile. Un interesse (il lavoro) deve rivelarsi dotato di apertura alla generalità.
I dati Istat o della Banca d’Italia confermano il ruolo che l’esplosione delle diseguaglianze ha avuto nella gestazione della crisi. L’Italia è in crisi soprattutto perché da 20 anni si è verificato un immane spostamento di ricchezza a favore del capitale a detrimento del lavoro dipendente e degli investimenti in innovazione. Le manovre infinite impongono sacrifici recessivi che non correggono questo nodo strutturale e non agevolano la crescita. Per far partecipare per un minimo ai sacrifici anche la parte di società che ha accumulato ricchezze spesso nascondendole al fisco, si devono introdurre tasse (Imu, Iva) che tutti pagano. Ciò comporta una strozzatura delle risorse da dirottare verso il lavoro e l’impresa produttiva. C’è bisogno di una politica di sinistra perché le diseguaglianze sono un fattore di crisi e anche causa di declino economico. La stessa impresa non cresce senza una ampia propensione al consumo. Se per il lavoro con la crisi si torna ai livelli di reddito del 1991 e se il 27% è indebitato è evidente che occorre una svolta che ruoti sui beni pubblici, che non possono deperire senza compromettere la crescita. Servono, anche in una fase di restrizioni di bilancio e obblighi al rigore, originali politiche attive contro le diseguaglianze e inventiva nelle politiche pubbliche per incentivare la crescita inclusiva, con misure per la cultura, l’innovazione, i giovani. Il contrario del mero risanamento ispirato al rigore che, se ha una parvenza di efficacia nella condizione di emergenza, non ha alcun impatto durevole nella gestione della crisi, e anzi rischia di saldare crisi politica e malessere sociale.
Chi sostiene che oggi il Pd si limita a tenere, mentre invece dovrebbe dilagare nei consensi, non ha capito proprio nulla delle dinamiche cieche che accompagnano una crisi di sistema. Il Pasok, comunque, ne sa qualcosa. Se, in tempi di catastrofe politica e sociale, la leadership del Pd riesce non solo a salvare un partito aggredito quotidianamente da potenze nemiche ma persino si candida realisticamente a portarlo al governo in una posizione centrale, essa può svolgere un ruolo storico. Questa è oggi la grande sfida. Altro che chiacchiericci di decadente marca conservatrice sulle rottamazioni dei gruppi dirigenti.

L’Unità 25.06.12

"Sperimentare il reddito garantito", di Tito Boeri

Il premier ha garantito che troverà soluzioni alla questione esodati-esodandi. Bene che cerchi soluzioni universali anziché affidarsi alla discrezionalità dei tavoli tecnici invocati da più parti e prefigurati nella stessa audizione parlamentare del ministro Fornero.
I tavoli non sono fatti per questo governo e il tavolo tecnico, chiamato a gestire “in modo pragmatico” la vicenda, rischia di essere la premessa di una nuova moltiplicazione di regimi previdenziali ad hoc per specifiche categorie di lavoratori, quando il più che condivisibile obiettivo della riforma varata alla genesi del governo Monti era stato proprio quello di uniformare i trattamenti previdenziali, stabilendo regole uguali per tutti. Peggio ancora, il tavolo rischia di dare ai lavoratori un messaggio di cui proprio non si sentiva il bisogno: se vuoi avere la pensione nei tempi preventivati, devi ricorrere alle rappresentanze sindacali e alla mediazione della politica.
Cerchiamo di riassumere i tortuosi tratti della vicenda. In gioco le sorti previdenziali di lavoratori coinvolti in processi di ristrutturazione con licenziamenti collettivi, esuberi con uscite volontarie più o meno incentivate prima dell’entrata in vigore della riforma. Questi lavoratori si sono visti spostare in là nel tempo la data con cui avrebbero potuto fruire della pensione, su cui contavano in genere al termine di un periodo di cosiddetta “mobilità lunga”, con sequenza di buonuscita, cassa integrazione, indennità di mobilità e, infine, pensione. Per questi lavoratori, inizialmente dimenticati, poi stimati in una platea di 50.000 persone, “prudenzialmente” elevata a 65.000 al varo della riforma e infine lasciata indeterminata nel milleproroghe, è stata introdotta una clausola di salvaguardia che preservava il loro diritto ad andare in pensione con le regole (e i tempi) precedenti. Oggi le nuove stime del ministero parlano di 120.000 persone, ma sarebbero addirittura 370.000 secondo i consulenti del lavoro e 390.000 nei calcoli dell’Inps.
Perché la platea coinvolta è stata così grossolanamente sottostimata?
La gestione privatistica delle informazioni statistiche da parte del presidente dell’Inps ha giocato un ruolo importante. Il problema non è la fuga di notizie, ma l’assenza di notizie, perché Mastrapasqua non rende disponibili i dati che raccoglie nell’esercizio delle sue funzioni. Si limita a filtrarli a suo piacimento. Ha pesato anche l’incapacità del ministero del Lavoro di monitorare gli accordi aziendali: come mai i tanti ministri succedutisi nel Dopoguerra, quasi sempre ex leader sindacali, non hanno pensato di costruire un’anagrafe degli accordi aziendali? Conta, certo, anche la fretta con cui è stato varato il provvedimento, come riconosciuto dal ministro Fornero. Ma bisogna saper intervenire bene e in fretta perché spesso le riforme si riescono a fare solo in condizioni di emergenza: ricordiamo che la riforma delle pensioni andava fatta 15 anni fa. Infine, c’è un altro fattore dietro alla sottostima, importante perché ci dà una misura delle insidie che si celano dietro al tavolo tecnico: il problema è che la scelta dei lavoratori “esodandi” di restare in azienda dipenderà proprio dal modo con cui il “tavolo tecnico” interpreterà l’estensione della clausola di salvaguardia. È questa una scelta che dipenderà principalmente dalla forza contrattuale delle diverse categorie di lavoratori coinvolti. E si porterà dietro un inevitabile strascico di tensioni e recriminazioni, di cui abbiamo già avuto qualche anticipazione in queste settimane.
Per tutti questi motivi, invece di affidarsi alla discrezionalità del tavolo tecnico, meglio ritoccare le regole per le pensioni, gli ammortizzatori sociali o entrambi, senza creare regimi ad hoc, ma semmai anticipando l’entrata in vigore delle nuove normative.
La riforma varata a dicembre impone un drastico incremento dell’età effettiva di pensionamento per chi ha anzianità aziendali inferiori ai 42 anni e innalza rapidamente l’età
pensionabile a 67 anni. La vicenda esodati è figlia proprio di questo blocco, che oscura alla memoria gli “scaloni” di Maroni e Tremonti. Invece di bloccare così drasticamente le uscite, si sarebbe potuto adeguare il livello delle prestazioni a seconda dell’età di pensionamento, lasciando poi libertà di scelta fra i 63 e i 68 anni, come avverrà per le generazioni che avranno pensioni maturate interamente col metodo contributivo. Perché dal punto di vista del bilancio dello Stato (e del debito pubblico), quando si applicano riduzioni attuariali negli importi delle pensioni non c’è differenza fra pagare una pensione più bassa più a lungo o una pensione più alta per un periodo più breve. Questa strada può essere ancora perseguita, applicando i coefficienti di trasformazione previsti dal metodo contributivo anche alle pensioni calcolate col regime retributivo o quello ibrido, parzialmente retributivo e parzialmente contributivo. I lavoratori in esubero si troverebbero così con una pensione più o meno nei tempi preventivati, anche se fino al 15% più bassa di quella su cui avevano inizialmente pianificato l’uscita. Avrebbero però la possibilità di cumulare a questa pensione redditi da altri lavori. Inoltre, ai loro datori di lavoro potrebbe venire richiesto di continuare a versare i contributi previdenziali per qualche anno, se lo desiderano reintegrando i lavoratori magari a orari e salari ridotti, onde permettere loro di rimpinguare la pensione.
La seconda ragione per cui la vicenda esodati è oggi esplosiva è che contestualmente all’aver introdotto un rigido blocco delle uscite, il governo ha ridotto la durata delle indennità di mobilità con la riforma del mercato del lavoro, che si dovrà approvare prima del vertice europeo. Il tutto, nel mezzo di una pesante recessione. Chi è rimasto senza lavoro con più di 60 anni si sente così preso tra due fuochi: una pensione che si allontana e sussidi di disoccupazione
che si accorciano con scarse prospettive di trovare lavoro. Sarebbe perciò opportuno cominciare a muoversi nella direzione che dovrebbe prendere ogni seria riforma degli ammortizzatori sociali, costruendo, come nel resto d’Europa, un sistema di assistenza per i disoccupati di lunga durata che non hanno altre fonti di reddito. Potrebbe essere inizialmente sperimentato sulle fasce di età coinvolte dalla riforma, per poi essere generalizzato a tutti, non appena le condizioni di finanza pubblica lo renderanno possibile. Una sperimentazione di un reddito minimo garantito è stata prevista anche in sede di conversione in legge del decreto semplificazione, quindi si tratterebbe di circoscrivere la platea dei beneficiari non in base al Comune di residenza, ma all’età, il che rende tra l’altro più agevole la sperimentazione. Essendo i trasferimenti condizionati al manifestarsi di condizioni di indigenza ed essendo la povertà oggi concentrata in altre fasce di età, questa misura avrebbe costi comparabili a quelli della sperimentazione già prevista o potrebbe essere finanziata attingendo ai fondi comunitari (si tratta tra l’altro di costi associati all’attuazione di una riforma strutturale, come previsto dai progetti di riforma dei fondi strutturali in discussione a Bruxelles).
Ciò che accomuna i due correttivi è il fatto di anticipare l’entrata in vigore di regole che, prima o poi, varranno per tutti. Ci si muove perciò sulla strada dell’universalismo. Ci sembra una strada di gran lunga preferibile alle deroghe, alle proroghe e alle eccezioni fatte solo per dare più potere ai partiti e convincere gli italiani, una volta di più, che in Italia non esistono diritti soggettivi, ma solo privilegi cui si può accedere trovandosi un rappresentante con muscoli e voce stentorea, cui delegare la difesa dei propri interessi, rigorosamente in contrapposizione a quelli di tutti gli altri.

La Repubblica 25.06.12