Latest Posts

"Serve una prova di coraggio ", di Stefano Lepri

Il guaio è che se gli altri non riusciranno a prendere decisioni efficaci, i cocci li dovrà rimettere insieme lui, subito dopo. Sulle spalle di Mario Draghi si ammassano compiti sempre più pesanti, il rischio di scontare anche gli errori altrui si fa forte. Oggi, in un ruolo insolito per un tecnico come lui, spiegherà al presidente francese François Hollande che per risanare l’euro occorre compiere importanti passi avanti verso l’unità politica.

Quali siano le strettoie tra cui si muove il presidente della Bce lo ha fatto capire ieri Jaime Caruana, suo amico da quando negli Anni 90 erano entrambi direttori generali del Tesoro, l’uno in Italia, l’altro in Spagna. Caruana, ora alla guida della Bri di Basilea, ha notato che in tutto il mondo, ma nell’area euro molto più che altrove, sempre di più si chiede alle banche centrali di rimediare a quanto i governi non riescono a fare.

Nell’immediato, se i risultati del vertice europeo di fine settimana risultassero deludenti, ricadrebbe tutta sulla Banca centrale europea la responsabilità di evitare che la crisi dell’area euro torni ad aggravarsi. I mercati finanziari lo attendono; così si spiega che nei giorni scorsi gli spread italiano e spagnolo siano calati. Hanno fiducia che Draghi riuscirà a inventarsi qualcosa.

Ma dentro la Bce diventa sempre più difficile compiere nuove mosse senza che i tedeschi della Bundesbank – ripetutamente rimasti in minoranza negli ultimi mesi – facciano conoscere all’esterno il proprio dissenso, con perdita di prestigiopertutti.Cosìèaccadutoanchevenerdì, dopo una decisione tecnica che mirava a dare più respiro soprattutto alle banche spagnole.

I margini che Draghi ha, divengono sempre più limitati. Può darsi che la Bce giovedì 5 luglio riducailsuotassoguidasottol’attuale1%,giàun minimo storico. Non basterà, perché all’interno dell’area euro il denaro una volta intermediato dal sistema bancario costa già troppo poco nei Paesi forti, troppo in quelli deboli; ovvero, le banche tedesche con le casse piene sono di nuovo soggette a brutte tentazioni speculative, le banche italiane penalizzano le imprese con credito scarso e caro.

La soluzione può essere solo una unione bancaria: «Ogni banca che opera nell’area euro deve divenire una banca europea» come suggerisce la Bri. Regole, vigilanza, strumenti di intervento e di garanzia comuni dovrebbero ridurre gli squilibri nel credito tra Paesi che tanto danneggiano economie come la nostra. Sta a Draghi qui contribuire al progetto comune da presentare al vertice dei governi il prossimo fine settimana. Nel quartetto di cui fa parte, insieme con Herman van Rompuy, José Barroso e il presidente dell’Eurogruppo Jean-Claude Juncker, è però essenziale stabilire come i vari pezzi unione bancaria, unificazione delle politiche di bilancio, unione politica – possono incastrarsi tra di loro.

Tutto sta nella «sequenza» (come lo stesso Draghi ha detto in un’altra occasione). In breve, Hollande vorrebbe dare priorità all’unione bancaria perché rilutta all’unione politica, Angela Merkel teme che l’unione bancaria senza unione politica accolli troppi oneri alla Germania. Sulla carta, il discorso tedesco fila: perché aiutare le banche spagnole con soldi dei nostri contribuenti se non sappiamo che ne fanno?

La risposta può essere solo nel costruire meccanismi trasparenti per condividere le responsabilità. A rafforzare in futuro i fondi di sostegno alle banche potrebbe essere quella tassa sulletransazionifinanziariedicuidatempoigoverni discutono; l’uso del denaro dei contribuenti dovrebbe tradursi in un reale potere delle istituzioni europee all’interno delle banche salvate, una sorta di nazionalizzazione-europeizzazione temporanea, proprio per sottrarle alle cricche di potere nazionale. Se ne troverà il coraggio?

La Stampa 25.06.12

"La ricostruzione faraonica che deturpa San Giuliano", di Barbara Spinelli

Siamo abituati a parlare degli anni berlusconiani come di un’epoca di torbidi: torbidi nei palazzi di potere, nei rapporti tra esecutivo e magistratura, nei partiti che avrebbero potuto, se lo avessero voluto, fermare la degradazione della politica, il discredito terribile che oggi l’affligge.
Siamo meno abituati a considerare le cicatrici che questi anni hanno lasciato sul corpo fisico dell’Italia, sul suo paesaggio, sull’idea che gli italiani si fanno delle proprie città, sul modo in cui le abitano. Sono sfregi profondi (si aggiungono a più antichi sfregi: il sacco di Palermo negli anni ‘50-’70 fu l’acme) e in ampie zone d’Italia sono indelebili: ci hanno cambiato antropologicamente, nessun’alternanza riuscirà a eliminarli. Parlo delle ferite non rimarginate all’Aquila, città che ho visto rinserrata nei ponteggi, dopo oltre tre anni, come un prigioniero impietrito di Michelangelo. Parlo di San Giuliano di Puglia, dove sono andata per capire e vedere com’è iniziato questo strazio cui dovremo ormai dare il nome che merita: urbanicidio,
rito sacrificale che ha immolato tante città terremotate, riducendo in polvere la parola stessa che usiamo associare alla polis: il vivere
urbano che incivilisce l’uomo, che lo rende conviviale, aperto al diverso. È stato Antonello Caporale a consigliarmi questo viaggio («Vai lì, è lì che tutto è cominciato») ed è lui a guidarmi nel borgo che Berlusconi ha rifatto, truccato, storto, e usato.
Tutti ricordiamo il giorno in cui la terra a San Giuliano tremò. Era il 31 ottobre 2002, e alle 11.32 crollò la scuola: schiacciati dalle macerie, 27 bambini della prima elementare morirono con la loro maestra, Carmela Ciniglio. Ricordiamo l’orrore, poi la sera i fari e le telecamere che s’accesero per filmare l’arrivo del Presidente del consiglio, Silvio Berlusconi. Non aveva telefonato a nessuno prima, neanche al sindaco Antonio Borrelli che nel sisma aveva perso la figlia. Aveva bisogno di telecamere e fu davanti a esse che promise la redenzione se non la resurrezione, da vero Re Guaritore. Ripetutamente usò l’avverbio prediletto: assolutamente.
Assolutamente sarebbe sorta «una nuova San Giuliano». Assolutamente avrebbe «realizzato un quartiere pieno di verde, con la separazione completa delle automobili dai percorsi per i pedoni e le biciclette ». Entro 24 mesi, assolutamente, gli abitanti avrebbero ricevuto «nuovi appartamenti funzionali, innovativi, costruiti secondo le nuove tecniche della domotica, in un ambiente verde».
Fu uno sgargiante teatro della morte, il filmato che Porta a Porta
trasmise quella sera sul Premier in missione. Volti segnati dal dolore, occhi scintillanti, parole che promettevano miracoli in tempi perentoriamente dati per certi. E che visione alla grande! Una scuola già pericolante, mai collaudata dopo una ristrutturazione criminosa, era stata distrutta, le altre case avevano crepe ma erano intatte, e nonostante ciò un intero paese andava rifatto ex novo, come la mappa immaginaria di Borges che è così esaustiva da coprire per intero l’universo del reale, fino a sostituirlo e renderlo del tutto inutile, ininfluente. È la superfetazione dei terremoti denunciata da Antonello Caporale: letteralmente, l’affastellarsi di aggiunte ricostruttive decise in un secondo tempo, e superflue. Un pleonasmo. Conta la mappa, non la realtà con le persone che contiene. Nella sceneggiatura cominciarono a proliferare, accanto all’avverbio assolutamente,
i diminutivi che nel 2009 all’Aquila avrebbero impregnato la
neolingua delle disgrazie italiane: le casette, gli angioletti, i praticelli, e via vezzeggiando, trasformando la messa in scena del dolore in kitsch.
La San Giuliano che ho visto non è la cittadina d’un tempo. È divenuta l’occasione di un ciclopico esperimento urbanistico, e un inaudito spreco di denaro pubblico che ancor oggi paghiamo. È stata invenzione di bruttura, disumanizzazione di una città, spudorata circolazione di denaro dello Stato a vantaggio di una cricca chiusa: le tre cose vanno insieme. Un paese minuscolo, di circa 1.000 abitanti, è stato metamorfosato in una sorta di metropoli: con fontane monumentali, con un parco della memoria che imita il memoriale dell’olocausto a Berlino, una scuola mastodontica che potrebbe ospitare migliaia di bambini e invece ne accoglie non più di 98. All’elenco si aggiungono altre assurdità: una piscina olimpionica (il paese è essenzialmente abitato da anziani), un Palazzo dello Sport, una strada di 700 metri attorno alla città costata 5 milioni di euro, un auditorium, un mega edificio per la succursale dell’università del Molise, un centro polifunzionale
necessario all’accademia. L’università è accostata alla nuova scuola: la targa all’ingresso pomposamente certifica la destinazione dell’edificio, ma l’università qui non è venuta mai. Chi c’è qua dentro? Un call center.
I quartieri, gli appartamenti ipermoderni, le grandi opere annunciati da Berlusconi sono tutti monumentali, tutti sconfinatamente sovradimensionati. Tutti pensati non per gli abitanti che hanno ricevuto quest’inattesa e misteriosa manna, ma per magnificare il taumaturgo, per far scena, come facevano scena Nerone o Pietro il Grande. Il vice del Re Guaritore è Guido Bertolaso, l’angiolone della Protezione civile. Ed ecco come si presenta la Nuova Gerusalemme molisana: nella città bassa la piazza 31 ottobre 2002, teatrale e fredda, le case disegnate e colorate con le sue forme bizzarre, che nulla hanno a vedere con il vecchio paese. La piazza è quasi sempre vuota, mi dicono in città: è dissuasiva. Ci sono scalinate in pietre pregiate, strisce pedonali non dipinte ma di marmo, e a ridosso della piazza una strada inutile, addirittura in porfido.
Il visitatore, se non è guidato, difficilmente si raccapezzerà. Avrà l’impressione di una manna grandiosa ma misteriosa, appunto. Nessun mistero invece, come Caporale spiega perfettamente (
Terremoti Spa, Rizzoli 2010, in particolare il capitolo su «teoria e pratica del terremoto infinito»). Sin da principio la strategia fu chiara, ineluttabile: perché il cataclisma possa essere convertito in
occasione, occorre che il fabbisogno di soldi e di ricostruzione diventi infinito, che il numero di terremotati incongruamente lieviti, che i comuni sfasciati si moltiplichino ad libitum. L’area sismica andava estesa: perché più largo il cratere, più si spende, si specula e si scrocca. Michele Mignogna, condirettore del giornale
Il Ponte online, mi ricorda i nomi della cricca che confezionò in vitro il modello emergenziale, ingrossando le spese e lucrando. In primis Claudio Rinaldi (nel frattempo indagato per abuso d’ufficio e corruzione: uomo di Bertolaso, amico di Balducci e Anemone. Bertolaso stesso. Michele Iorio, Presidente della Regione e Commissario alla ricostruzione (nel frattempo condannato in primo grado per abuso di ufficio, indebita percezione di erogazioni in danno dello Stato, concorso formale per reato reiterato, e per aver «esteso abusivamente l’area del cratere non avendone la competenza né la legittimazione»).
È il paradigma dell’Italia che viviamo. I governi colpevolizzano gli italiani che vivono al di sopra dei loro mezzi, ma sbagliano bersaglio quando impudentemente pontificano. Sono loro che pur di sceneggiare e lucrare ci hanno fatto vivere sopra i nostri mezzi. È così quasi ovunque: in Campania dal terremoto dell’80, in Molise, in Abruzzo. Nel suo bel libro su camorra e immondezza campana, Tommaso Sodano racconta molto bene come malaffare politico e malavita, in combutta, abbiano fatto dell’Italia uno dei più corrotti, indebitati paesi del mondo. Non c’è calamità naturale, non c’è dramma dei rifiuti, che non diventi banchetto, robba da divorare, terra da stuprare, morte oscenamente trasfigurata in opportunità da presunti Uomini Nuovi. Le parole d’ordine dell’homo novus — scrive Sodano — sono «passato, disastro, cambiamento, novità, futuro». Altro non fu il terremoto in Irpinia: «appalti agli amici e spreco di denaro pubblico». (Tommaso Sodano,
La Peste, Rizzoli 2010).
Abbiamo visto come i diminutivi siano il marchio dell’homo novus.
A chi visitasse San Giuliano consiglio uno sguardo sulla Fonte degli Angeli, in vetro di Murano e ceramica, ideata da Sabino Ventura e dalla giapponese Yumiko Tachimi. È installata nel patio nella nuova scuola “Angeli di San Giuliano”: ventisette obesi putti bianchi, ventri e sederi ridondanti, che ridono ebeti sotto gli spruzzi d’acqua. Chiara D’Amico, un’amica che viene dal vicino comune di Jelsi, mi guarda smarrita. Dice che non riesce a guardare, le si rivolta lo stomaco. I putti ricordano il Pegaso fatato Papo, che piace ai bambini in età d’asilo.
A questo serve la struttura emergenziale. Nell’emergenza tutto è permesso, le leggi e normali gare vengono aggirate, il cittadino sgrana gli occhi, infantilizzato. Si formano piccole cerchie: sono gli invitati al banchetto. E quando finisce la fase dell’emergenza se ne apre un’altra subdolamente affine: la fase della «criticità » (Monti ha finito col chiuderla). Mi dice Michele Petraroia, ex segretario della Cgil, vicino all’associazione Libera di Don Ciotti, oggi consigliere regionale del Molise: «San Giuliano servì da cavia per il modello Berlusconi-Bertolaso. Un meccanismo preciso: il Commissario per la ricostruzione diveniva Presidente della Regione, la Protezione civile prendeva ogni potere esautorando gli amministratori locali, Palazzo Chigi accentrava le operazioni garantendo risorse. Il mezzo erano le
ordinanze della Presidenza del consiglio, che fissavano i criteri di ricostruzione e la ripresa economica della zona, e grazie alle quali venivano eluse leggi e gare d’appalto. Solo grazie all’ultimo governo Prodi divenne obbligatoria la cosiddetta rendicontazione. Il piano è costato in dieci anni 1 miliardo di euro: un torrente spropositato rovesciato su zone che spesso non ne avevano alcun bisogno». I comuni terremotati erano 25-30 (secondo altre stime 18). Divennero 84. Il risultato? «Una ricostruzione fermatasi al 35 per cento, le scuole non messe in sicurezza, il calo demografico, le imprese chiuse, lo spopolamento di San Giuliano».
Si parla poco degli architetti, che si sono prestati alla creazione delle città-cavia. Si parla poco dell’offesa, dell’umiliazione che il brutto secerne, soprattutto in un paese come l’Italia. L’urbanicidio è fatto anche di questo, e un giorno gli architetti dovranno ripensare la loro responsabilità. Tra le persone straordinarie che ho incontrato nel Molise, vorrei ricordarne una in particolare: è Don Antonio Di Lalla, parroco di Bonefro e delle annesse, fatiscenti casette provvisorie che ancora ospitano 10 famiglie di sfollati. Dirige un giornale indispensabile per chi voglia conoscere l’Italia che si oppone agli scempi: La Fonte — Periodico dei terremotati o di resistenza umana.
Dice Don Antonio: «La domanda che dobbiamo porci è: che fine ha fatto tutto il danaro messo a disposizione? Il fatto è che si preferisce il superfluo — mentre parla penso alla domotica, alle strade in porfido, alla scuola abnorme di San Giuliano — ma si lascia incompiuto l’essenziale, in modo tale che si eterni questo clima di dipendenza nei confronti di chi distribuisce risorse. Ci sono stati sprechi enormi, ma i soldi sono stati dati per opere morte; opere fatte e chiuse (come l’università fantasma). Non per opere dove l’uomo ricominci il lavoro e la vita cittadina normale».

La Repubblica 25.06.12

«La Calabria è delle donne», di Mariagrazia Gerina

Per capire se questo Paese può avere ancora un futuro, bisogna arrivare fin nel cuore della Locride, in un pomeriggio di giugno, laciarsi alle spalle gli eterni cantieri della Salerno-Reggio Calabria, gli abusi anche quelli non finiti, le brutture, gli abbandoni, arrivare a Gerace, con le sue «cento chiese», il suo borgo, tra i più suggestivi d’Italia. E a ascoltare le storie, le voci, le lotte quotidiane delle donne di Calabria, che si intrecciano sciamando verso Piazza del Tocco, dove, ospiti del sindaco Giuseppe –, si sono date appuntamento per celebrare, sotto la canicola estiva, il loro «Se non ora quando». Al grido: «La Calabria è delle donne».

Donne coraggio, donne imprenditrici, come Raffaella Rinaldis che la prossima settimana terrà a battesimo la sua «Fimmina tv», insegnanti, presidi, artigiane, come Tina Macrì che ha recuperato l’uso del telaio per tessere preziosi tessuti antichi, artiste, donne che si sono ribellate alla ‘ndrangheta e alla Calabria come è sempre stata. E poi le sindache. La sindaca di Monasterace Maria Carmela Lanzetta, che si dimise per dire al Paese che non doveva lasciarla sola davanti alle minacce. Le sindache di Rosarno, di Isola Capo Rizzuto, di Decollatura. Quelle che il Paese scopre quando diventano bersaglio della mafia. E che per un attimo diventano simbolo dell’altra Italia, che poi riscompare. Qualcuna arriva in piazza con la scorta. Si sorridono, si cercano, si abbracciano.

Mentre cercano il conforto dell’ombra, dal palco Francesca Prestia, cantastorie di questa terra, intona «La ballata di Lea». «Era una ribelle, fin da ragazzina», racconta sua sorella, Francesca, otto anni più grande di lei, che ne aveva appena 35 quando fu trovata e sciolta nell’acido, perché non doveva parlare, non doveva denunciare quello che aveva visto da donna sposata con un uomo di ‘ndrangheta. «Ha sempre avuto più coraggio di me», si schermisce Francesca. «È per i figli», aggiunge poi che le donne come Lea decidono di non sottomettersi. Sua sorella, aveva una figlia, Denise, diciott’anni quando Lea è stata uccisa. Ora la testimone di giustizia è lei. «Non so nemmeno dove sia ora», dice Francesca che di figli ne ha tre.

«È pensando ai nostri figli che troviamo il coraggio», ripete Elisabetta Tripodi, la sindaca che eletta all’indomani della «guerra delle arance», ha provato a cambiare il volto di Rosarno. La scorta, mentre sorseggia una limonata, la aspetta qualche passo indietro. La ballata parla di Lea ma lei pensa alle «sue» testimoni di giustizia. A Maria Concetta Cacciola, che aveva trentun anni e tre figli, quando è morta ammazzata dall’acido ingerito. E a Giuseppina Pesce, che porta il nome dell’uomo che dal carcere ha minacciato anche lei, la sindaca che ha osato abbattere la casa abusiva del boss. E pensa anche a lei e alle altre, sindache coraggio. «Le testimo- ni di giustizia rompono il silenzio, noi abbia- mo scelto di fare politica per cambiare que- sta terra: la molla che ci muove è la stessa, la volontà di dare un futuro ai nostri figli».

È per quello che hanno iniziato a fare politica, nel Pd e fuori dal Pd, raccontano le sindache di Calabria. Donne che hanno studiato. Biologhe, giuriste, economiste. Che sono andate via dalla Calabria, a studiare all’estero, a lavorare nel Nord Italia. Si sono fatte strada. E poi sono tornate. Le minacce, le hanno messo in conto fin dall’inizio. Ma sono andate avanti lo stesso. Hanno rimesso a posto gli appalti, ristabilito le regole. E ades- so si ritrovano alla testa di un movimento.

«È l’onda lunga di “Se non ora quando” – dice compiaciuta Cristina Comencini – che è arrivata fino qui». Mentre con le altre, Valeria Fedeli, Francesca Izzo, si gode lo spettacolo allestito da Anna Carabetta, fondatrice di Snoq Calabria e regista della riscossa di Gerace. «Dobbiamo fare massa critica se davvero vogliamo cambiare le cose in que- sto paese», ripetono tra loro e dal palco.

«Io credo molto in questa rete di donne: anche se non sono mai stata femminista, sono sempre stata al fianco delle donne e quando ho bisogno ho a fianco le donne», ringrazia la sindaca di Monasterace, Maria Carmela Lanzetta, da due mesi sotto scorta, mentre racconta ancora una volta la sua battaglia con le lavoratrici delle serre che stanno lottando per riprendersi il lavoro. È su battaglie come quella che le sindache calabresi, dai loro avamposti, stanno sperimentando la loro politica al femminile. Concreta, testarda, fatta di appalti per la raccolta dei rifiuti, rifondati con nuove regole. «Quello che avevo trovato costava 16mila euro al mese, ho assunto 12 lavoratori socialmente utili e ora ne spendiamo 8mila», racconta con orgoglio Anna Maria Cardamone, sindaca di Decollatura. Una donna che si è fatta da sé. «Il coraggio è anche non accettare un caffé al bar, o fare l’appalto per il cimitero», è il suo motto. Alle spalle studi all’estero sulla pianificazione dell’economia ambientale, il lavoro per la legge sulla imprenditoria femminile. E una famiglia di agricoltori che a tredici anni le avrebbe voluto far lasciare la scuola. Nella testa, la convinzione di essere all’inizio di una «nuova stagione politica».

Ne è convinta anche Filomena Fotia, consigliera di Marco Rossi Doria per i progetti contro la dispersione scolastica, calabrese anche lei. «Fuggita via» ragazza e tornata inesorabilmente ora ad occuparsi della sua terra. Dei bambini che non frequentano più la scuola, delle ragazze che dietro ai banchi possono imparare a interrompere la trasmissione di disvalori. Una buona parte dei progetti finanziati con i fondi europei per impulso del ministro Barca stanno nascendo in questi mesi durante i suoi viaggi in Calabria. A Rosarno, dove vorrebbe sperimentare un progetto per le ragazze-madri che abbandonano precocemente la scuola. A Lamezia, a Crotone. Il sogno: la ballata di Lea e delle altre in tutte le scuole della Calabria.

l’Unità 24.06.12

"Le primarie del dopo Monti", di Francesco Cundari

La volée con cui Pier Luigi Bersani ha ributtato la palla dal campo del Pd al campo più largo e ancora indefinito del centrosinistra, annunciando primarie aperte per la scelta del candidato a Palazzo Chigi, non ha spiazzato soltanto i potenziali alleati di Sel e Idv. Le parole pronunciate ieri da Matteo Renzi, ma anche il dibattito che si è svolto venerdì a Roma sulle «forme della politica organizzata» tra il segretario del Pd, gli intellettuali chiamati a raccolta dal Crs e i giovani dirigenti democratici dell’area «Rifare l’Italia», dimostrano che dalla coalizione che ancora non c’è la palla è rimbalzata a grande velocità dentro l’unico partito rimasto, cioè il Pd.
In campo ci sono diverse idee di rinnovamento. In alcuni casi, molto diverse. Bersani ha fatto le sue scelte: da un lato ha tenuto fermo il partito sulla linea del sostegno al governo Monti in nome della responsabilità nazionale, dall’altro, sul terreno del rinnovamento e della rilegittimazione della politica, ha puntato sulle primarie, confermando questa scelta di apertura delegando alla «società civile» le stesse nomine per il cda Rai. Una linea che appare in continuità con la tradizione del centrosinistra, e ribadita con nettezza davanti agli stessi intellettuali e dirigenti del convegno di venerdì, che quella tradizione avevano sottoposto invece a una severa revisione.
È una discussione verosimilmente destinata a riaccendersi, non foss’altro perché uno dei promotori di quell’incontro, Matteo Orfini, ha dedicato al tema buona parte del suo libro ( Con le nostre parole , Editori Riuniti), in uscita in questi giorni. «Nonostante logica volesse che fosse la principale indiziata – scrive Orfini a proposito della sconfitta elettorale del 2001 – la qualità del riformismo non è mai stata messa in discussione dalle classi dirigenti del centrosinistra, e la sconfitta è stata spiegata in altro modo». E invece è nelle concrete scelte dei governi di centrosinistra che si sono succeduti prima e dopo il 2001 che Orfini invita a cercare le ragioni dei successivi rovesci (scelte che contesta in quanto subalterne all’ideologia liberista, dalle privatizzazioni agli interventi sul mercato del lavoro). Conclusione: «Non riconoscerlo per cullarsi nel mito di una inesistente “meglio classe dirigente” a cui ispirarsi, o peggio, da cui ripartire, significherebbe semplicemente rimanere prigionieri del passato».
Se dunque Renzi sfida il segretario in nome del rinnovamento, invocando il pensionamento della vecchia guardia dei D’Alema-Veltroni-Marini, ma al grido «il liberismo è di sinistra», attorno a Bersani non manca una robusta corrente di pensiero che in nome del rinnovamento lo esorta a rottamare anzitutto il liberismo del centrosinistra. E forse anche quel governo Monti che un’altra parte del Pd, dal vicesegretario Enrico Letta al gruppo Modem, considera invece come il frutto più autentico del riformismo democratico.
Con l’annuncio delle primarie, Bersani prova forse a stornare dal governo le tensioni accumulate, e a ricompattare il partito lanciandolo in una competizione in campo aperto. Del resto, già all’indomani della crisi del governo Berlusconi, in nome della responsabilità nazionale, il Pd ha rinunciato a una prevedibile vittoria elettorale, venendone ripagato con l’accusa di avere contribuito allo sfascio del Paese al pari di tutti gli altri partiti. Proprio chi fino al giorno prima aveva flirtato con Berlusconi non ha esitato, il giorno dopo, a scaricarne le responsabilità sulla politica in generale, esaltando i tecnici come soli possibili salvatori. E ora che anche i tecnici vedono precipitare i propri indici di consenso, il gioco è pronto a ripartire: il loro fallimento sarà anch’esso colpa della politica. I cantori della sobrietà al governo sono già in fila per il prossimo Vaffa-Day. A ottobre, nel campo aperto delle primarie o in quello non meno accidentato delle elezioni anticipate, la costruzione dell’alternativa dovrà fare i conti con molti guastatori.

l’Unità 24.06.12

"Bersani: Pd senza padroni. Prima legge sulla cittadinanza", di Simone Collini

Neanche un accenno a Matteo Renzi e solo un passaggio dedicato alle primarie, sostanzialmente per dire che non bisogna pensarci adesso. Al centro dell’intervento con cui Pier Luigi Bersani chiude l’Assemblea nazionale dei segretari di circolo del Pd c’è invece altro. C’è la rivendicazione del fatto che il Pd è un partito «senza padroni»: «Non abbiamo padroni ad Arcore, a via Bellerio e neanche i padroni che arrivano via internet», dice con chiaro riferimento al Pdl, alla Lega e a Beppe Grillo. Ma soprattutto c’è un ragionamento già proiettato al dopo Monti, con una rassicurazione sulla «fase di rinnovamento» che si aprirà e con un «impegno» assunto pubblicamente.

La prima: «C’è una nuova generazione ormai di lungo corso sui territori, nelle amministrazioni, che salvo l’ausilio di qualche preziosa esperienza dovrà caricarsi le responsabilità che il Pd avrà nel governo del Paese». Il secondo: «La prima norma del nuovo governo di alternativa dirà che tutti i bambini che oggi nascono in Italia e non sono né immigrati né italiani saranno italiani» (su questo tema il Forum immigrazione del Pd ha organizzato per il 4 luglio un sit-it davanti a Palazzo Chigi).

L’Assemblea dei segretari di circolo (6.123 sparsi in tutta Italia) nelle intenzioni di Bersani segna non il via alla sfida con Renzi, nonostante la contemporaneità con l’appuntamento alla Leopolda e il guanto di sfida lanciato dal sindaco di Firenze («io credo che noi siamo maggioranza»). L’argomento primarie per la premiership (di cui si discuterà all’Assemblea nazionale del Pd fissata per il 13 e 14 luglio, che dovrebbe stabilire una deroga allo Statuto per consentire a Renzi di correre) viene toccato di sfuggita da Bersani, più che altro per rispondere alle perplessità sollevate da qualche segretario di circolo («vi garantisco che se ci son dentro anch’io non diventeranno una rissa») e per intimare di non mettersi ora a pensare alle primarie: «Ora abbiamo altro da fare, c’è l’Italia».

LA SFIDA PER IL DOPO MONTI
È proprio questa la sfida a cui pensa Bersani quando incita a lavorare per «aprire» il partito sui territori e a evitare dinamiche dettate dal «correntismo», quando ribadisce il sostegno del suo partito al governo «per quanto non ci sia facile» ma al contempo fa un ragionamento già proiettato al dopo Monti. La sfida, per Bersani, sarà da giocare su più fronti, contro «chi pensa di guidare stando ai box», contro un Berlusconi che vuole tornare in campo («ma se dopo dieci anni della sua cura non c’è più neanche il campo», ironizza) e contro il malcontento che c’è nel Paese per le misure adottate da un governo di cui Bersani vede «luci e ombre» («su queste siamo pronti ad assumerci impegni per il futuro») e che si riverserà anche sul Pd. «Avremo il battesimo vero del Pd dentro questa crisi», avverte, e «la sfida più impegnativa» dei prossimi mesi sarà «intercettare di nuovo il Paese ora ostile ai partiti»: «Tocca a noi sanare la ferita tra politica e società».
Da qui la volontà di rendere il partito più «aperto e inclusivo» di quanto sia oggi, le rassicurazioni sul rinnovamento e il lancio delle primarie per scegliere anche i candidati al Parlamento, anche se il leader del Pd ci mette l’«avvertenza» che sarà necessario avere nella prossima legislatura gruppi parlamentari con certe competenze: «Dobbiamo garantire la partecipazione e anche un nucleo di competenze, questo è buon senso». Come dice il responsabile Organizzazione del Pd Nico Stumpo aprendo i lavori, per la selezione dei parlamentari varranno comunque rispettate le regole statutarie, «che sono più stringenti di tante chiacchiere da bar che si sentono in materia»: «Tre mandati massimo e poche deroghe, al massimo per il 10% dei parlamentari uscenti. Tradotto circa trenta deroghe sui 945 candidati a Costituzione vigente. Si può fare di più, certo, ma non partecipo al gioco di chi la spara più grossa per un po’ di visibilità».

Chiaro il riferimento a Renzi, criticato anche da diversi segretari di circolo. Bersani invece pensa ad altro, in primis alle ripercussioni che potrebbero esserci sul piano nazionale se il Consiglio europeo di fine mese non dovesse portare agli esiti sperati: «Non credo possiamo dire che ci avviciniamo al vertice in condizioni di tranquillità. Problemi ci sono ancora, bisogna dare un segno di discontinuità e non di ulteriore traccheggiamento. Altrimenti ci saranno conseguenze non solo sul piano economico ma anche su quello culturale e politico».

Non sarà il Pd a far mancare il sostegno a Monti, anche perché, dice Bersani, «l’emergenza che c’era non è scomparsa» e perché il Pd «vincerà, ma non sulle macerie del Paese bensì su una prospettiva per l’Italia». I movimenti di Berlusconi però preoccupano. Uno showdown in autunno impedirebbe a Bersani di portare a compimento il percorso pianificato, che prevede il cambio di legge elettorale, la definizione di una «carta di intenti» da far sottoscrivere a chi vuol far parte della coalizione dei progressisti e le primarie per la premiership. Quando si riunirà l’Assemblea nazionale del Pd, a metà luglio, il quadro sarà sufficientemente chiaro per capire quali di questi tre obiettivi sarà possibile raggiungere.

l’Unità 24.06.12