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Obama: “Perché le donne sono il futuro d’America”

Quando alleno la squadra di basket di mia figlia Sasha mi sento un papà a tutti gli effetti, un papà e basta. Dirigo gli allenamenti, intercetto qualche rimbalzo, mi diverto un po’; ma soprattutto, vedo Sasha e le sue compagne crescere insieme, imparare il gioco di squadra e conquistare la fiducia in se stesse. Come ben sanno tutti i genitori, non c’è forse maggior soddisfazione che quella di vedere i propri figli scoprire la loro passione.
Si farebbe di tutto perché possano inseguire quell’ambizione finché lo desiderano. E’ questa forse la quintessenza dello spirito americano: la convinzione di poter arrivare fin dove i nostri talenti ce lo consentono.
Eppure, ancora non molto tempo fa per una giovane americana la pratica degli sport universitari era un sogno quasi irraggiungibile. Praticamente non c’erano finanziamenti per le squadre femminili, che il più delle volte dovevano accontentarsi di strutture scadenti e di uniformi di seconda mano.
Oggi le cose sono cambiate. Quarant’anni fa in ogni parte del Paese molte donne si mobilitarono contro chi negava loro l’accesso a questa o quella attività, e riuscirono a ottenere che il Congresso mettesse al bando le discriminazioni di genere nelle nostre scuole pubbliche. Il «Titolo IX» è il risultato dei loro sforzi. Questa settimana abbiamo celebrato il 40° anniversario di quella legge, che da quarant’anni assicura la parità agli alunni e studenti dei due sessi, all’interno e fuori dalle aule.
Ho ricordato questa pietra miliare il mese scorso, quando ho consegnato a Pat Summitt la «Presidential Medal of Freedom» (medaglia presidenziale della libertà). All’inizio della sua attività di allenatrice di basket, Pat lavava le uniformi delle ragazze nella lavatrice di casa sua e guidava personalmente il furgoncino della squadra quando c’era da giocare fuori sede. Una volta le ragazze dovettero accamparsi nella palestra delle avversarie, perché non c’era di che pagare un albergo. Eppure hanno tenuto la testa alta e la mente lucida nel gioco. In 38 anni di attività all’università del Tennessee Pat vinto ben otto campionati nazionali e più di mille partite: un record tra gli allenatori di squadre universitarie, sia maschili che femminili. Ma la cosa più importante è che tutte le ragazze provenienti dalle sue squadre si sono laureate, o stanno per laurearsi.
Oggi, in buon parte anche grazie alla determinazione e alla fiducia in se stesse conquistate attraverso la pratica di uno sport competitivo, così come all’etica del lavoro appresa nel gioco di squadra, le sportive hanno oltre tutto maggiori probabilità di ottenere risultati eccellenti anche negli studi. Di fatto, le ragazze che conseguono un titolo di studio universitario sono oggi più numerose dei loro colleghi maschi. E’ un grande risultato, non soltanto in relazione
a un dato tipo di sport o a una data università; e non è solo un successo per le donne, ma per l’America. Un risultato da ascrivere al «Titolo XI», alla legge sulla parità.
Non dimentichiamo che questa norma non si riferisce solo allo sport ma abolisce le discriminazioni in senso più generale, ad esempio per quanto riguarda l’insegnamento di determinate materie, come la matematica o le scienze; e prevede inoltre misure contro le aggressioni sessuali nei campus, nonché un adeguato finanziamento delle attività sportive. In altri termini, questa norma garantisce la parità tra i giovani dei due sessi in tutti i gli ambiti della formazione. È un trampolino per il successo. Ed è in parte grazie a leggi come questa che sono sempre più numerose le giovani laureate in grado di affermarsi in ogni campo, ad esempio nell’ingegneria o in varie discipline tecnologiche. Ho già detto, e ribadisco con convinzione che saranno loro a forgiare il futuro di questo Paese. Quanto più numerose saranno le donne capaci e determinate che entreranno nei nostri consigli d’amministrazione, nelle aule dei tribunali, negli ospedali, nelle sedi politiche e legislative, tanto maggiore sarà la forza degli Stati Uniti d’America.
Questo risultato, lo abbiamo fin d’ora davanti agli occhi. Non solo le donne siedono intorno ai tavoli, ma spesso dirigono le riunioni e stabiliscono le condizioni per arrivare al successo. È anche grazie al «Titolo IX» che oggi molte donne sono alla testa di progetti innovativi di ricerca scientifica, guidano aziende dinamiche, governano Stati, e naturalmente allenano squadre universitarie. Ed è grazie a loro che le ragazze si sentono dire sempre più raramente: «Questo, tu non lo puoi fare». E più numerose sono le voci che le esortano: «You can».
Siamo dunque a buon punto; ma c’è ancora molto spazio per andare avanti. Vi sono sempre nuove barriere da abbattere. Come presidente, farò la mia parte per preservare la forza e la vitalità al «Titolo IX» e far sì che le scuole rimangano porte aperte alle opportunità per tutti i giovani; e come padre, farò quanto occorre affinché in questo Paese chiunque si impegna, indipendentemente dal genere, dall’aspetto e dall’origine, possa arrivare al successo.
(Questo articolo del presidente americano, scritto per Newsweek, è stato diffuso dalla Casa Bianca. Traduzione di Elisabetta Horvat)

La Repubblica 24.06.12

"Concertone per l’Emilia", di Toni Jop

Davvero, il terremoto, in Emilia ha spostato le montagne se è vero che domani allo stadio dell’Ara di Bologna accadrannno come mai visti. L’appuntamento con l’imprevisto, con tutto ciò che avreste voluto ma non avete mai osato chiedere è, com’è ormai noto, alle ore 21. Benché si tratti di una iniziativa destinata ad alleviare i dolori prodotti dal sisma, lo spirito che la circonda è tutt’altro che mesto. E non basta la musica, tutta emiliana e buona come i tortellini e il Parmigiano a spiegare questo particolare clima di avvento. Vediamo di essere più chiari. 1) Conoscete Guccini abbastanza per sapere con certezza cosa avrebbe risposto se qualcuno lo avesse invitato a tenere un concerto nel corso dell’estate? Lui è gentile e avrebbe sicuramente risposto sorridendo: «No, grazie, non ce la faccio, non mi sento, non mi va…». Avrebbe risposto così anche a chi gli avesse chiesto di presentarsi sul palco di Woodstock, in fondo così vicino alla Via Emilia e al West, sgusciando così, per santa pigrizia da una foto di gruppo che lo avrebbe piantato nella storia accanto a Jimi Hendrix. Infatti, quel che non si percepisce immediatamente di questo gran poeta italiano è che è fantasticamente schivo, benché dai palchi che frequenta da mille anni a questa par- te dialoghi molto con il suo pubblico. Invece, ecco che non solo Francesco Guccini c’è, ma figura con i Nomadi tra i promotori del concertone di solidarietà. Patriota? Nel senso dell’Emilia, ovviamente? Anche. Lui che da quando era magro cantava in modenese, anzi, “bluesava” in modenese stretto e chi non lo conosceva faceva fatica a capire che non era uno slang del delta del Mississippi, ma una lingua imparentata col tortellino e con le pendici dell’ Appennino, e dalla rima non si scappa.

A proposito di Appennino: Guccini sta, in genere, a Pavana, e da lì non schioda, dalla sua casa, dalle sue canoe; al massimo, quando decide di espatriare, si spinge ai confini del suo mondo, e cioè Porretta che sta a un tiro di fionda, e già questo sforzo gli costa. Invece scende a Bologna, con quaranta gradi all’ombra. Diciamo queste cose non per spargere odiose retoriche o per spiegare quanto sia generoso – perché è generoso – ma per misurare, possibilmente con freddezza, la materia che l’appuntamento di Bologna è riuscita a spostare. E, se si può, per far modestamente apprezzare la qualità dello spostamento. 2) Ora, Guccini, abbiamo convenuto, è un poeta, autore di bellissimi racconti, padrone di un italiano limpido quanto lo era il latino di Tito Livio. Secondo noi non si è ancora arreso al fatto che un cantautore, bravo, conta più ( “di un laureato”) di uno scrittore oppure di un poeta che si esprime solo con le parole scritte, madovrà pensarci, soprattutto adesso che la sua presenza sul palco di domani ha “convinto” Caterina Caselli a cantare. Questo è il punto due: Caterina Caselli canta.

A qualcuno potrà sembrare inessenziale e sarà perdonato per la sua giovane età, ma è una notizia commovente: Caterina Caselli non è nata come talent scout, forse la più “in palla” della storia musicale italiana del Dopoguerra: Elisa è “farina” del suo sacco, come Andrea Bocelli. È nata interprete, e che interprete. Era (è) bellissima, aveva i capelli a caschetto biondissimi, si muoveva poco e cantava come una piccola dea senza fronzoli, senza moine, senza gorgheggi all’italiana.

Era moderna, si potrebbe dire se l’aggettivo non fosse, per certi aspetti legati al peggior vocabolario politico, rivoltante. In più, aveva avuto la ventura e anche il fiuto di andare a sbattere su brani fenomenali che sono rimasti nella rastrelliera degli standard della musica tricolore. Nessuno mi può giudicare (erano gli anni Sessanta), divenne subito una sorta di bandiera della lotta di liberazione delle donne e Caterina da questo fronte non si staccò mai più. Anzi, aggiunse tremenda: Insieme a te non ci sto più, un pezzo davvero meraviglioso ripreso nel corso dei decenni in mille salse, nessuna delle quali in grado di ingrigire la versione smagliante, roca, lenta ma potente messa in scena da Caterina Caselli. Canterà assieme a Guccini, glielo ha chiesto lei, Per fare un uomo, un vecchio brano che aveva arricchito il carnet dei Nomadi ai tempi del nostro adorato Augusto Daolio. Canterà, quindi, – dopo 42 anni di assenza dai microfoni – che «per il dolore è abbastanza un minuto», passaggio del pezzo quasi pennellato sul disastro che ha colpito questa bellissima terra nel giro di pochi secondi.

3) Non bastassero queste due montagne, il patriottismo emiliano sta per rovesciare sul palco dello stadio bolognese quasi tutte le sue risorse musicali, ed è impressionante fare i conti, tutti in una volta, con il ruolo di questa regione nella storia del cantautorato italiano. Nomadi, Pausini, Cremonini, Zucchero, Morandi – anche lui sceso dalle stelle -, Nek, Samuele Bersani, Carboni, Modena City Ramblers con Cisco, Stadio, Ligabue, Belli, Mingardi. E ci hanno scippato Lucio Dalla, destino fascista.

l’Unità 24.06.12

"Chi vuole impedire il riscatto del Paese", di Claudio Sardo

Comincia una settimana decisiva per l’Europa e per i suoi cittadini. E non serve addolcire l’amara realtà: il vertice di venerdì a Roma non è andato bene. Sì, è stata pronunciata qualche parola in più sulla necessità di usare il Fondo salva Stati per sostenere i titoli pubblici dei Paesi debitori, sulla opportunità di rafforzare gli investimenti per la crescita, persino sulla cessione di sovranità indispensabile affinché un domani si possa mettere in comune il debito.
Tuttavia, l’Europa ha bisogno di risposte urgentissime. E di interventi che abbiano un carattere risolutivo di fronte alla pressione dei mercati. Occorre dare nuove basi all’Unione monetaria. Ma tutto questo ancora non c’è. E non si risolve con soluzioni tecniche: c’è bisogno di una scelta politica di primaria grandezza e di portata storica. Il prossimo consiglio europeo sarà un crocevia. In gioco non c’è solo l’euro, come dicono alcuni irresponsabili: in gioco ci sono l’Europa, le condizioni di vita di milioni di famiglie, il nostro lavoro, i diritti conquistati da generazioni.
Mario Monti, grazie alla vittoria socialista in Francia e al pressing di Obama sull’Europa, dispone oggi di maggiori margini rispetto ai mesi scorsi per poter rappresentare la politica europeista del nostro Paese. Quella politica che Berlusconi non è stato capace di onorare.
Certo, l’esito del consiglio europeo non è sulle sue spalle. Ma è arrivato il momento di smentire la filosofia dei «compiti a casa». Anche sul fronte interno, dove il governo italiano è chiamato, persino per una questione di coerenza, a correggere la rotta: non ci si venga a dire che ogni riforma è una scelta tecnica! Dopo l’insopportabile «dimenticanza» sugli esodati, si può sperare in una riabilitazione della politica persino tra i cantori del grillo-montismo.
Il contenuto sociale e la necessità della crescita sono diventate priorità della transizione italiana. E non possono essere più separate dall’impegno dell’Italia in Europa. La partita da giocare è difficilissima. Ci insegue e ci morde la crisi più grave dal dopoguerra. Rischiamo un arretramento epocale, di cui l’individualismo senza etica pubblica è solo un costosissimo anticipo.
In questo passaggio difficile Berlusconi ha ripreso a fare Berlusconi. Ha cominciato a dire in pubblico che dell’euro si può fare a meno. Anzi, che si può escludere la Germania dalla moneta unica. Spera di risalire nei sondaggi dopo essere precipitato e non si vergogna neppure di scimmiottare Grillo. Che in Italia non riesca a strutturarsi una destra europea è sempre più un problema di sistema e un handicap per l’intero Paese. Berlusconi non riesce a rappresentarsi se non in versione populista. Nel frattempo, in Parlamento, la politica concreta del Cavaliere consiste ora nel sabotare ogni possibile intesa sulle riforme istituzionali. La leva del presidenzialismo serve a questo: nessuna persona dotata di buon senso può pensare di cambiare così radicalmente la forma di governo con un paio di emendamenti. Il presidenzialismo per Berlusconi è l’ordigno da utilizzare per far saltare in aria le riforme, vanificare la transizione istituzionale e destabilizzare la prossima legislatura (che sa di non poter governare). Se la Lega di Bossi e Maroni gli darà corda, questo avverrà. E il Porcellum resterà (al più con piccoli correttivi) il fondamento di un sistema sempre più pericolante.
Non è la transizione che volevamo. Il governo Monti non può restare neutrale di fronte a questo evidente ostruzionismo, così come non può restare neutrale davanti al tentativo del Pdl di impedire il varo della legge anti-corruzione o alle domande sociali più urgenti (a cominciare dagli esodati). Il governo dei tecnici non è nato per durare nel tempo come arbitro tra i competitori politici: è nato per dare un obiettivo a questa transizione, resa drammatica dall’incalzare della crisi. Chi, ancora oggi, auspica un governo Monti oltre le prossime elezioni, vuole che il Paese continui a sprofondare e dà l’impressione di temere che possa rialzare la testa.
Ora c’è anche l’obliquo attacco al presidente della Repubblica, a ridosso dell’inchiesta giudiziaria sulla trattativa Stato-mafia. C’è chi vuole dirottare la transizione, chi vuole impedire il cambiamento, come è avvenuto in altri momenti buoi della nostra storia nazionale. La solidarietà a Giorgio Napolitano è oggi premessa e condizione di un’opera di ricostruzione nazionale. A nessun democratico può sfuggire la strumentalità delle insinuazioni. Come a nessun democratico viene meno il desiderio di verità sulla storia italiana e sui tanti tratti oscuri. Sulle colonne de l’Unità si discute delle inchieste, delle questioni giuridiche ad esse connesse e della loro rilevanza civile. Per quanto ci riguarda, continueremo a cercare la verità, respingendo il tentativo eversivo di delegittimare chi oggi rappresenta l’unità del Paese, gli uomini delle istituzioni che si sono battuti contro la mafia e i magistrati che, con serietà, portano avanti il loro lavoro.
La transizione è un impegno. Una battaglia politica. Deve approdare a una competizione tra alternative europee, se vogliamo evitare di finire come in Grecia. Le primarie promosse da Bersani non sono un fine, ma uno strumento per ridurre la frattura tra rappresentanza politica e società civile. Non sono neppure il solo strumento. Ma devono produrre anch’esse un valore aggiunto al centrosinistra.
Le primarie del 2005, quelle di Romano Prodi, marcarono da subito le linee di fratture che poi avrebbero distrutto l’Unione. Le primarie servono per fare sintesi di un progetto e affidarlo alla leadership più rappresentativa. Nel caso malato di allora i leader sconfitti, disimpegnati dalla ricerca unitaria, continuarono a presidiare anche dopo i gazebo le rispettive quote di consenso. Si discute molto di regole delle primarie: ma, per evitare la deriva del 2005 e scongiurare il rischio di una nuova Unione, le primarie di domani dovrebbero offrire la spinta per rafforzare il Pd come luogo unitario di una più ampia base sociale e civica. Chi partecipa alle primarie, deve impegnarsi a stare in futuro nel medesimo partito. Un partito che si rinnova, che si apre. Un partito che vuole cambiare la politica, rappresentare in Europa l’Italia del lavoro e dell’innovazione, guidare un nuovo progetto di sviluppo.

l’Unità 24.03.12

"Beppe Grillo e Berlusconi all'assalto del potere", di Eugenio Scalfari

C’è stato a Roma venerdì scorso il “quadrilatero” dei premier di Germania, Francia, Italia e Spagna. Tema: la sorte dell’euro e dell’Europa. Ma c’era stato qualche giorno prima a Ginevra un incontro di banchieri e industriali sullo stesso tema. Tedeschi, italiani, olandesi, spagnoli, inglesi, il fior fiore dell’economia reale e finanziaria. Spero che i lettori capiranno perché do la precedenza al “meeting” di Ginevra: registra in modo più autentico lo stato d’animo degli operatori, dei risparmiatori, della cosiddetta borghesia produttiva. Come era facile prevedere, i tedeschi ragionavano in modo completamente diverso da tutti gli altri e – questo è stato il fatto più rilevante di quel “meeting” – non sembravano affatto preoccupati di quanto sta accadendo in Europa e nel mondo. Le loro tesi si possono sunteggiare sui seguenti punti: 1. La Germania ha già fatto le riforme necessarie a trasformare l’economia rendendola idonea ad affrontare i problemi posti dalla globalizzazione.
2. In particolare hanno riformato il welfare e il mercato del lavoro, hanno aumento la competitività delle loro imprese, hanno accresciuto la penetrazione delle loro merci, delle loro aziende e dei loro investimenti in tutto il mondo e non soltanto in Europa.
3. Sono molto pochi anzi, quasi nessuno, i Paesi membri dell’Unione che hanno imitato la Germania. Ma adesso è venuto il loro turno, sono in ritardo e sono anche riluttanti a percorrere
quella strada.
Malgrado questa riluttanza e il disordine delle loro economie, la Germania – punto 4 – ha accettato di rinunciare alla propria moneta dando vita alla moneta comune. È stato un gesto di solidarietà e di fiducia nel futuro dell’Europa, ma assai male ripagato dagli altri partner.
5. Se i Paesi oberati dal debito, da disordine finanziario, da mercati del lavoro inefficienti e da pubbliche amministrazioni elefantiache e improduttive, imboccheranno un percorso virtuoso l’Europa ce la farà ad uscire dall’emergenza, ma fin d’ora bisognerà procedere verso un’architettura degna d’uno Stato federale. Ci vorranno dunque cessioni di sovranità da prevedere fin d’ora con una tempistica rapida; esse riguardano, per cominciare, la politica fiscale, l’unità bancaria, il programma di sviluppo, la riduzione dei debiti sovrani eccedenti il 60 per cento del rapporto con il Pil.
6. Qualora i Paesi in questione non adempiranno a questi impegni saranno loro a mettere le premesse per uscire dall’euro, ma potranno sempre rientrarvi quando ne saranno in grado. 7. Quand’anche restasse sola, la Germania manterrà la moneta europea e sarà comunque in grado – anche da sola – di affrontare le sfide dell’economia globale.
Gli altri partecipanti a quell’incontro hanno ovviamente esposto le loro critiche, hanno fatto notare che il peso dell’unificazione tedesca è stato sopportato in ampia misura anche dal resto dell’Europa, hanno affermato che l’eccessiva sobrietà peggiora in modo drammatico la recessione rischiando di avvitarsi su se stessa. Per ragioni di cortesia (mal riposta secondo me) non hanno ricordato ai loro colleghi tedeschi che la Germania ha debiti storici indelebili con il resto del mondo. Ma si sono comunque trovati di fronte ad un muro rafforzato dall’indifferenza verso un possibile trauma generale dell’Europa. Alcuni dei partecipanti hanno anche avuto l’impressione che i tedeschi presenti a quell’incontro se lo augurassero.
Va aggiunto comunque che non c’era in quell’incontro alcun membro dei governi dell’Unione. I pochi politici tedeschi erano di area liberale.
Questo è quanto accaduto a Ginevra qualche giorno fa.

L’incontro a quattro svoltosi a Roma venerdì scorso ha fatto emergere alcuni segnali inusitati. Angela Merkel ha accettato il piano di investimenti europeo di 130 miliardi e la Tobin Tax sulle transazioni bancarie. Le altre questioni e cioè la Grecia, le banche spagnole, la “golden rule” chiesta da Monti, saranno discusse al vertice europeo del 28 a Bruxelles. Può sembrare poco o molto, ma comunque segnala una Merkel in evoluzione.
Questa purtroppo è l’Europa, anzi questa è la Germania. La maggioranza dei tedeschi è convinta che la Germania, anche da sola, può navigare senza problemi nell’economia globale. Del resto molti italiani – a cominciare da Beppe Grillo e da Berlusconi – sono convinti che per l’Italia è più opportuno tornare alla lira. Sono forme di collettiva follia che si stanno purtroppo diffondendo.
Ma che cosa ne pensano veramente gli italiani?
Questa domanda è capitale perché non riguarda solo i nostri destini nazionali. Noi abbiamo un ruolo decisivo in Europa e l’Europa ha un ruolo decisivo nel mondo. Non siamo una dittatura ma una democrazia. Fragile quanto si vuole, spesso percorsa da tentazioni popu-liste, soggetta al fascino di demagoghi incantatori, rappresentata da una classe dirigente non sempre (anzi quasi mai) all’altezza dei compiti che dovrebbe svolgere. Siamo comunque una democrazia basata sulle scelte del popolo sovrano. Ma il popolo sovrano procede a corrente alternata. Se esercita la sua sovranità tenendo conto degli interessi generali tutto andrà per il meglio; ma se privilegia tentazioni, seduzioni, clientele, voti di scambio, allora lo sfascio diventerà
inevitabile.
I nostri interlocutori tedeschi possono ostentare indifferenza perché ritengono di salvarsi in ogni caso, ma noi no. Noi, con scelte dettate da rabbia distruttiva, saremo proiettati in un futuro a livello di Paesi africani. L’ancoraggio europeo per noi è vitale proprio perché siamo fragili. La Grecia è fragile, il Portogallo e l’Irlanda sono fragili, ma nessuno di quei Paesi è determinante per il destino dell’Europa. La Spagna è determinante e noi lo siamo ancor più della Spagna.
Nell’intervista che Mario Monti ha dato a Repubblica nel quadro del nostro “meeting” bolognese, ad una domanda sul nostro futuro così ha risposto: «Quando mi si fa questa domanda mi viene da pensare all’ammontare eccezionalmente elevato del nostro debito pubblico. Sono 2 mila miliardi di euro, il 120 per cento del reddito nazionale, accumulato durante il decennio 1975-1985 e da allora mai diminuito. Che cosa è stato fatto con quella mole immensa di ricchezza che i risparmiatori hanno
prestato allo Stato? Sono state costruite nuove e necessarie infrastrutture? È stata trasformata la pubblica amministrazione? È stata aperta la via alle giovani generazioni? È stato insomma fatto dell’Italia un Paese veramente europeo? A me non pare. Forse è venuto il momento che gli italiani si pongano questo problema».
Mentre Monti diceva quelle parole anch’io ho cercato di rispondere a quella domanda: che cosa abbiamo fatto noi italiani, noi cittadini elettori, noi popolo sovrano? Quante volte da allora il popolo sovrano è andato a votare? Si è mai posto quella domanda? Ha mai punito quella classe dirigente che adesso è definita la casta? Se è una casta, come mai è lì da trent’anni? Ma sbaglio il conto: se una casta c’è, essa ci governa dai tempi della Dc. Quarant’anni ha governato quel partito senza soluzioni di continuità, associando al governo, man mano che diventava necessario, i partiti laici prima e poi il Partito socialista. Il debito pubblico, l’immenso debito pubblico raggiunse il massimo ai tempi del duopolio tra Dc e Psi, Forlani, Andreotti, Craxi. Si chiamò “l’Italia da bere”. Il popolo sovrano prestava i soldi e ne riceveva pingui interessi ma anche elevata inflazione. «La nave va» si diceva.
In realtà gli italiani di allora lasciarono il debito ai figli e ai nipoti e gli lasciarono anche la casta da loro votata e confermata.
Adesso scaricare sul futuro il debito pubblico è diventato impossibile. La nave non va più, la zavorra va buttata fuori bordo. E che cosa fa il popolo sovrano? Si innamora del demagogo di turno che promette di cacciar via il primo governo che sta tentando di riportarci
a galla.
Per realizzare quest’obiettivo il demagogo di turno predica lo sfascio totale attaccando soprattutto un presidente della Repubblica che è riuscito a tener dritta la barra del timone nel mezzo d’una tempesta paurosa, uno tsunami che infuria da quattro anni nel mondo intero.
Il demagogo di turno utilizza la rabbia proveniente dai sacrifici ma anche la faziosità di chi si frega le mani col tanto peggio tanto meglio. E finisce col trovare convergenze con il demagogo che fu messo in libera uscita otto mesi fa ed ora cerca di riemergere inalberando la bandiera dell’anti-euro e del ritorno alla lira.
Due demagoghi, quello di ieri che vuole tornare al timone e quello di oggi che se ne vuole impadronire con le stesse ricette. Il primo ci ha condotto al punto in cui siamo, il secondo per ora ha conquistato il Comune di Parma un mese fa e non è ancora riuscito a fare la giunta.
Io ho fiducia negli italiani, il nostro “meeting” di Bologna mi ha molto confortato, le piazze e i luoghi del dibattito erano gremiti di giovani. Ne abbiamo tratto grande conforto. Ma quando leggo i sondaggi che danno il demagogo al 30 per cento ed oltre e l’ex demagogo che speravamo in pensione ma che è ancora speranzoso di ascendere al Quirinale e vedo la tremenda – tremenda – somiglianza tra quei due Dulcamara, allora lo sconforto riprende il sopravvento.
La rabbia bisogna saperla indirizzare. La rabbia può servire a costruire scegliendo la saggezza e la responsabilità civile, oppure a distruggere affidandosi ancora una volta alla demagogia. Questa è la sfida cui il popolo sovrano dovrà rispondere.

La Repubblica 24.06.12

"La scuola non abbandoni i più deboli", di Marco Rossi Doria

Caro direttore, in pochi sanno che nel ministero dell’Istruzione c’è una meravigliosa biblioteca, che racchiude i tesori di 150 anni di scuola. Tra questi c’è un registro del 1944-45, di una scuola elementare di San Lorenzo, Roma. La maestra racconta nel diario di classe di tutti gli alunni che perde. Per fame, povertà, malattia. Della difficoltà di fare lezione d’inverno, con le finestre rotte dalle bombe. E della fatica di andare avanti tutti insieme.

Sono pagine commoventi che raccontano un’Italia che è esistita. E che esiste ancora, per fortuna entro nuove condizioni. E’ un’Italia fatta d’insegnanti che ogni giorno entrano in classe, in mezzo a difficoltà più o meno grandi, e si rivolgono con fiducia ai loro alunni. Mantengono alta la speranza nel futuro operando con dedizione. E che fanno anche un’altra cosa che è forse la più preziosa per qualsiasi comunità. Distinguono ogni volta “il fare scuola” e, cioè, l’accompagnare i bambini e i ragazzi nell’apprendimento e nella crescita dal fatto che si può essere scontenti – come insegnanti e come cittadini – per le condizioni entro le quali si è chiamati a operare.

Le classi numerose, la mancanza di mezzi, le altre difficoltà vanno sì combattute. E va sì sostenuto che ogni soldo per la scuola, se lo si usa bene, è un investimento per la crescita e la coesione del Paese. Ma le difficoltà non possono essere mai usate oltre il limite dato dalla sua stessa funzione sociale. Perché la scuola è il luogo che fa prevalere la responsabilità come base per l’assunzione della funzione educativa adulta. Ed è proprio per questa sua capacità di essere responsabile che intorno alla scuola vive e cresce un senso di “essere parte di”. Lo si vede ogni giorno nelle migliaia di azioni volontarie dei genitori a suo vantaggio, nella difficile mediazione tra genitori e docenti sul tema di come educare oggi, nella sapienza con la quale riesce a integrare 710 mila bambini e ragazzi di cittadinanza non italiana e 184 mila studenti disabili. O nel costruire azioni per riconquistare le migliaia di ragazzi che ancora perde. O, anche, in episodi simbolicamente forti. Come è stato quello di aver saputo inviare la settimana scorsa le prove di esame di maturità con i nuovi media, dopo anni di proponimenti disattesi per troppa timidezza quando, invece, la scuola sa e può osare moltissimo.

Poi, certo, le cronache raccontano di una scuola primaria, dove in 2 prime classi per un totale di 59 bambini si è voluto bocciarne 5. E quando il Ministero ha chiesto di ripensarci, li si è nuovamente bocciati. Con alcuni genitori che hanno detto che è colpa delle classi numerose…. Cinque bocciati su 59, l’8,5%! Quando la media di bocciature in Italia nella scuola primaria – dalla prima alla quinta – è molto meno dell’1%. Con ottimi risultati nelle prove internazionalmente vagliate. Perché non è la bocciatura che fa la qualità. Poi, certo, può capitare di bocciare. In 35 anni due volte l’ho fatto. Ma la riflessione coi colleghi non verteva sulla classe numerosa, che pur c’era. E so che per fortuna nelle scuole quando si boccia le ore sono dedicate agli errori comuni, alle strategie di recupero e al parlare a lungo e per tempo per condividere con genitori in difficoltà.

Può essere utile prendere a pretesto questo episodio per riflettere sul momento che tutti stiamo vivendo, di fronte al protrarsi della crisi. L’impegno del governo sta mettendo al riparo il sistema-Paese dalle conseguenze più gravi, anche chiedendo grandi sacrifici. Ma ci vorrà tempo e forza comune per uscirne. E, intanto, cresce la disoccupazione. Oltre 3 milioni le persone vivono in povertà di cui 1 milione e 800 mila sono minori. Sono dati che evidenziano un rischio per la tenuta della coesione sociale, quella che Durkheim descriveva come la «durezza del bronzo»: una forza che non risiede nei suoi singoli componenti, ma nel loro insieme. Si tratta della capacità di una comunità di stare unita nelle difficoltà.

La scuola coinvolge quasi 10 milioni di bambini e ragazzi, le relative famiglie e un milione di lavoratori. Ed è ancora la porta attraverso cui tutti crescono, diversi ed eguali, nell’incontro con l’altro da sé. E’ per questo che la scuola è il retroterra forse più importante per la tenuta del Paese. E non può cedere alla più semplice e ingiusta delle risposte che è quella di rifarsi sui più deboli e scaricare su di loro le nostre responsabilità. Lorenzo Milani riassumeva tutto questo nello slogan I care. Il tuo problema è un mio problema. Mi interessa. Non mi posso girare dall’altra parte. Perciò l’immenso patrimonio di coesione sociale, solidarietà, inclusione, equità – e anche di merito ottenuto per conquista e non per destino – che è presente nella scuola italiana deve essere accudito. Da un rinnovato patto sociale per la scuola. Che sappia trovare risorse e innovare quel che va innovato. Ma che deve salvaguardare la priorità del principio di responsabilità.
*Sottosegretario all’Istruzione

La Stampa 24.06.12

Le donne nella crisi

Il racconto del seminario delle Donne democratiche con Linda Laura Sabbadini , Direttore del Dipartimento statistiche sociali e ambientali Istat e Magda Bianco , Servizio Studi di struttura economica e finanziaria Banca d’Italia. “Non si esce dalla crisi con le politiche finora adottate. E’ unanime il consenso nelle sedi istituzionali sulla necessità di una vera partecipazione delle donne alla sfera pubblica, politica, amministrativa, eppure questo stesso consenso viene a mancare in fase decisionale” così Roberta Agostini introduce il seminario che ci porta a guardare dentro questa crisi, a vedere come le donne la stanno attraversando.

Il rapporto annuale dell’ Istat , illustrato da Linda Laura Sabbadini che ne dirige il Dipartimento statistiche sociali e ambientali, analizza la situazione partendo dalla crescita dell’ occupazione femminile registrata dagli anni 90 al 2008, crescita concentrata però al Centro Nord, situazione che si modifica e si aggrava con la crisi del 2009, che vede aumentare la disoccupazione quanto la qualità del lavoro femminile, mentre si registra un alto dato di inattività soprattutto al Sud, che allarga il divario sul territorio . Mentre diminuisce l’occupazione femminile qualificata, cresce il part-time , principalmente involontario, aumentano i fenomeni di segregazione orizzontale e verticale e il sottoutilizzo del capitale umano. Non va meglio per le straniere , soggetto più vulnerabile, sebbene il tasso di occupazione sia più alto delle italiane, è diminuito maggiormente con la crisi, e la qualità del lavoro svolto è peggiore.

Non sorprende la conferma di una situazione asimmetrica all’interno della coppia per quanto concerne il lavoro di cura e la partecipazione al reddito , e le differenze di genere su tutte le fasce per i redditi da lavoro. In un paese come il nostro, a mobilità sociale bloccata, le donne investendo sull’istruzione riescono meglio degli uomini a infrangere le barriere di classe, ma se arrivano a laurearsi più e meglio dei colleghi maschi, vedono svanire i frutti del loro impegno all’ingresso nel mondo del lavoro.

La Sabbadini individua in questa situazione una grossa criticità che definisce ormai strutturale, in un sistema come il nostro il cui welfare poggia esclusivamente sulle donne. Il sovraccarico lavorativo cui le donne sono sottoposte, l’aumento dell’età pensionabile, la mancata conciliazione, in una prospettiva che è già attuale e che non dà risposte ai soggetti che si avvalgono della cura delle donne e di servizi sociali che inesorabilmente al Sud sono già diminuiti, disegnano un panorama nel quale il contributo informale delle donne non potrà più essere garantito.

Il rapporto della Banca d’Italia “Diseguaglianze di genere in Italia: evidenze, ragioni, politiche” presentato da Magda Bianco , che lo firma insieme a Francesca Lotti e Roberta Zizza , aggiunge altri e complementari dati, dal divario retributivo a parità di requisiti che si fa ancora più evidente nelle posizioni di vertice, alla maggiore difficoltà di accesso al credito per le imprese femminili. Si ipotizza che il raggiungimento dell’obiettivo di Lisbona, il raggiungimento del 60% di lavoro femminile porterebbe a un aumento del PIL del 7% , mentre la presenza di donne nei consigli comunali – secondo un “esperimento” di Bankitalia – porta a una modifica della spesa pubblica e abbassa la corruzione.

Lo studio prende in esame le cause che determinano questa situazione, dalle differenze nel campo dell’ istruzione (le donne continuano a prediligere studi umanistici) ai fattori culturali che agiscono negativamente nell’accesso al mondo del lavoro (viene subordinato il lavoro femminile a quello maschile, ricade sulla donna il lavoro di cura), alle difficoltà di conciliazione all’interno della coppia e della famiglia.
Da non sottovalutare il peso che la discriminazione implicita produce su test o prove in sede di avanzamento di carriera, o semplicemente di assunzione, dall’orientamento fortemente competitivo, sfavorevole per le donne, o da altri fattori. L’audizione al buio per un’orchestra ha portato all’aumento del 30% di donne.

In ambito territoriale si registrano politiche molto differenziate, con il Sud che fatica ad applicare piani nazionali e persino a utilizzare le risorse dell’Unione europea, e alcune regioni del centro-Nord (Umbria, Emilia Romagna) che raggiungono risultati di chiusura del divario totali.

In campo fiscale , sembra evidente che le detrazioni per familiari a carico scoraggino le donne con bassa professionalità e le famiglie a basso reddito, mentre un eventuale credito d’imposta per le famiglie in cui entrambi lavorano potrebbe servire da sprone per l’occupazione. In conclusione, l’esigenza che si evince è di costruire politiche complementari, coerenti e strutturate, evitando il rischio di singole azioni che potrebbero persino rivelarsi dannose.

Vittoria Franco richiama l’attenzione sull’importanza delle discriminazione legate al pregiudizio, come succede nell’accesso al credito, e ricorda l’attività che le democratiche portano avanti in Senato per il lavoro femminile, e la conciliazione, che non deve servire a sostenere doppio carico, ma a dividere il lavoro di cura, mentre Rita Ghedini esorta a ricordare come la partecipazione delle donne alla vita pubblica, sociale e lavorativa non deve essere una delle politiche, ma la politica, la chiave di volta per la definizione di un nuovo modello di sviluppo, che sappia usare le politiche fiscali come strumento di cambiamento non solo economico ma anche sociale.

Cecilia Carmassi ricorda la centralità del problema del welfare , la situazione dei comuni che si sobbarcano grandi spese sociali in una situazione di tagli dei trasferimenti che al Sud diventa insostenibile. In quest’ottica la conciliazione deve diventare tema centrale, così come il cambio di prospettiva per una crescita che non sia solo produttivistica ma includa il potenziamento dei servizi sociali come opportunità di sviluppo. Per Stella Bianchi il percorso che porta all’uscita dalla crisi deve mettere al centro le donne come protagoniste di uno sviluppo innovativo e sostenibile , soggetti attivi di politiche industriali che investano su riconversione e sviluppo sostenibile, partendo dalla valorizzazione di risorse e competenze umane già in campo.

In chiusura Magda Bianco ritorna all’importanza della leva fiscale come dell’organizzazione del lavoro, che includa meccanismi di flessibilità inesplorati finora, e della questione culturale , ricordando la necessità dell’introduzione di programmi di genere nei programmi scolastici, mentre Linda Laura Sabbadini esorta a inventare strade nuove perché non sempre quelle battute hanno dato buoni frutti, “trasformare la crisi in opportunità significa abbandonare le soluzioni simboliche e adottare interventi efficienti quanto oculati in termini di ritorno, come sugli aspetti culturali, che sono a costo zero”.

“La ripresa sarà segnata da come verranno affrontate le diseguaglianze descritte nei due rapporti. Ripartire dalla domanda di servizi per ridisegnare un nuovo modello di società e di sviluppo; allentare il patto di stabilità per edilizia scolastica, ospedali, beni comuni ; esplorare un nuovo patto fiscale ; affrontare l’enorme problema culturale , includendo il lavoro , argomento tradizionalmente escluso dalle riflessioni delle donne, e infine fare rete per sostenere più e meglio le donne che lavorano nelle istituzioni”. Così Roberta Agostini chiude questa giornata di lavoro ricordando che il Partito democratico sta avviando un percorso di ascolto che andrà avanti nei prossimi mesi e che porterà il punto di vista delle donne italiane sulla società per stabilire un nuovo patto di relazione fra i generi di cui c’è urgente bisogno.

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Drastico calo dei trasferimenti ai Comuni. Il 70% della spesa sociale è finanziata da risorse locali

Taglio drastico dei trasferimenti statali al welfare locale nel 2011. Secondo i dati dell’indagine Cittalia-Anci “Ripensare allo sviluppo del welfare locale. Dal quadro attuale alle priorità di intervento future”, il Fondo nazionale per le politiche sociali è stato infatti tagliato del 50% rispetto al 2010 mentre la quota del Fondo destinata direttamente ai comuni è stata sostanzialmente azzerata. Lo studio evidenzia anche l’aumento del contributo con risorse proprie da parte dei Comuni al welfare locale come conseguenza dei considerevoli tagli ai finanziamenti statali per le politiche sociali. La spesa dei comuni. Partendo da una panoramica sull’evoluzione della spesa sociale in Italia, la ricerca del centro studi dell’Anci sottolinea che i comuni risultano i principali finanziatori della spesa sociale, impegnati a garantire livelli quantitativi e qualitativi soddisfacenti di servizi e prestazioni sociali. Quasi il 70%, infatti, viene finanziato attraverso le risorse dei bilanci comunali, mentre i contributi statali coprono poco più del 16% della spesa locale: le regioni riescono invece a sostenere con risorse proprie appena il 15% delle spese destinate al welfare locale.

L’indagine ricorda che la spesa per l’assistenza sociale erogata a livello locale nel 2008 ammonta a 6 miliardi e 662 milioni di euro: rispetto al 2007 la spesa sociale dei Comuni è aumentata del 4,1%, in linea con la tendenza a un lieve, continuo incremento osservata dal 2003. Nell’arco dei sei anni considerati dall’indagine, allora (2003-2008), si è rilevato un aumento complessivo del 28,2% (dai 5.198 milioni del 2003 ai 5.954 del 2006, ai 6.662 del 2008).

Dall’analisi della spesa sociale gestita dai comuni nel 2008 emerge che la media pro-capite è di 111 euro, con una distribuzione territoriale squilibrata: si va da un minimo di 30 euro pro-capite in Calabria ad un massimo di 280 euro nella provincia autonoma di Trento. “Nonostante i vincoli imposti dal patto di stabilità, i Comuni hanno continuato ad indirizzare buona parte delle risorse al settore sociale, confermando la propria funzione di supporto in favore della categorie più deboli che ha acquisito una sempre maggiore importanza nel bilancio comunale”, si legge nell’indagine. Infatti, all’interno della spesa corrente delle amministrazioni comunali, quasi il 17% delle risorse nel 2009 è stata destinata al settore sociale.

Famiglia e minori, anziani e persone con disabilità sono i principali destinatari delle prestazioni di welfare locale: su queste tre fasce della popolazione di concentra oltre l’82% delle risorse impiegate dedicate principalmente a servizi socio-educativi per la prima infanzia (40,3%) seguiti da quelli per gli anziani (21,2%) e per le persone con disabilità (21,1%). E’ cambiata tra l’altro – evidenzia l’indagine – la tipologia stessa dei nuclei familiari: la tipologia familiare ad aver manifestato l’aumento maggiore in termini di diffusione è quella costituita da persone sole. L’incidenza delle famiglie monopersonali è passata dal 2001 al 2009 dal 12,3% al 16,2%. Una larga fetta di famiglie monopersonali è costituita da anziani , in maggioranza donne (più longeve).

L’impegno dei comuni si estende anche agli interventi di sostegno alla povertà e all’esclusione sociale, al disagio degli adulti e ai senza fissa dimora, voci che complessivamente pesano per il 7,7% sulla spesa sociale.

Ridefinire il sistema di welfare. Lo studio individua anche l’importanza di una ridefinizione del sistema del welfare locale alla luce dell’attuale situazione socio-demografica italiana, che vede un aumento della popolazione anziana (+14,7% dal 2001 al 2011 della popolazione tra i 64 e gli 85 anni, +35,5% degli over 85) e di quella immigrata, il cui aumento dal 2003 al 2001 è pari al 195%, arrivando a rappresentare così il 7,5% del totale dei residenti. Calata invece l’incidenza sul totale della popolazione dei minori in età scolare (-0,3%) e degli adulti fino a 64 anni (-1,6%). Dunque viene confermato un progressivo invecchiamento della popolazione italiana. E, per ciò che concerne gli stranieri, “sa da un lato l’afflusso di popolazione straniera rappresenta senz’altro una nuova linfa(…), dall’altro lato la tendenziale stabilizzazione delle famiglie immigrate e il processo di integrazione e inclusione sociale che ne dovrebbe conseguire sollecitano la creazione di un’offerta maggiore e più qualificata di servizi e prestazioni”. Più investimenti centrali sul tema, riallocazione delle risorse da parte dello Stato per le politiche sociali e migliore sinergia con le regioni per evitare una sovraesposizione economica dei comuni sul fronte sociale sono le priorità individuate dallo studio, che suggerisce un rafforzamento della programmazione regionale attraverso un accordo quadro Regioni-Comuni o individuando, a livello di ogni singola regione, sedi, strumenti e procedure di raccordo e concertazione, come indicato dall’articolo 8 della legge 328/2000.

Istat: a giugno la fiducia degli italiani diminuisce, è il minimo dal 1996. A giugno l’indice del clima di fiducia dei consumatori diminuisce da 86,5 a 85,3. Lo rileva l’Istat segnalando che si tratta del livello piu’ basso dall’inizio delle serie storiche nel gennaio 1996. Il clima economico generale scende in misura marcata (da 64,2 a 59,7), mentre il clima personale segna una lieve diminuzione (da 95,2 a 94,8). Risultano in calo sia l’indicatore riferito al clima futuro (da 75,7 a 72,9), sia, in misura minore, quello relativo alla situazione corrente (da 96,4 a 95,5). I giudizi e le aspettative sulla situazione economica dell’Italia risultano in peggioramento: il saldo dei primi scende leggermente (da -140 a -141), mentre quello relativo alle aspettative registra un calo marcato (da -81 a -92). Aumenta il saldo relativo alle attese sulla disoccupazione (da 114 a 121). Il saldo dei giudizi sulla situazione economica della famiglia e’ in lieve miglioramento (da -66 a -64), mentre per le aspettative si registra una diminuzione (da -37 a -41). Peggiorano i giudizi sull’opportunità attuale del risparmio (il saldo scende da 145 a 141), ma migliorano le attese sulle possibilità future (da -85 a -81 il saldo). I giudizi sulla convenienza all’acquisto di beni durevoli segnano una limitata diminuzione (da -91 a -93). Il saldo dei giudizi sull’evoluzione recente dei prezzi al consumo e’ in calo (da 87 a 80). Le valutazioni prospettiche sull’evoluzione nei prossimi dodici mesi segnalano un’attenuazione della dinamica inflazionistica (il saldo diminuisce da 44 a 34). A livello territoriale il clima di fiducia migliora lievemente al Centro e diminuisce nel resto del Paese.

da Redattore Sociale