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Bersani: Pd senza padroni, né Arcore né internet

Assemblea dei segretari Pd alla Fiera di Roma, ha parlato il segretario del Pd Bersani. Che nel suo discorso ha indirettamente risposto a Renzi, Grillo e Berlusconi: “Siamo un partito giovane, senza padroni né ad Arcore né in via Bellerio né su internet. E ci mettiamo la faccia”. E quando dice che c’è chi vuol guidare stando ai box, è chiaro il riferimento al leader del Movimento 5 Stelle che non vuole candidarsi. Su se stesso: “Io moderatamente bersaniano”.

PRIMA NORMA: TUTTI I BAMBINI IN ITALIA SARANNO ITALIANI
Propongo per concludere come prima norma di un governo di alternativa: tutti i bambini nati in Italia saranno italiani.

ESSERE PIU’ FORTI DEI NOSTRI DIFETTI
“Il movimento ‘Se non ora quando?” chiede una risposta paritaria per il cda Rai: è giusto”. Il segretario lo cita come un esempio delle cose da fare. Dobbiamo essere più forti dei nostri difetti, se ci crediamo migliori diventeremo migliori.

TOCCA A NOI
Tocca a noi, dobbiamo tener legato il tema sociale. Vogliamo vincere su una prospettiva del Paese, mettendoci in gioco.

BERSANI: IO MODERATAMENTE BERSANIANO
“Mi ritengo moderatamente bersaniano”.

PRIMARIE, COMPETENZA E PARTECIPAZIONE
Faremo le primarie, ci siano competenza e partecipazione, oltre al mix donne e uomini. Primarie per decidere chi va al governo.

BERSANI SU GRILLO: PENSA DI GUIDARE STANDO AI BOX
Bersani attacca Beppe Grillo per la decisione di non candidarsi alle elezioni. «Ci sono operazioni di nuovo inedite tipo partiti per procura, chi comanda non si candida. Ho detto ‘si metta il burqa e se lo tolga quando è nel comodo’. Questa è gente che pensa di guidare stando ai box. Da dove viene fuori una teoria cosi?, torneremo all’invisibilita del comando?”.

BERSANI: BATTAGLIA A VISO APERTO
Il segretario avverte del pericolo di “populismi”. E aggiunge: noi “siamo alternativa di sistema, io sono per affrontare la battaglia a viso aperto con il nostro nome”. Insiste sui “nostri valori” e sulla “nostra idea di società”. “Noi siamo il partito dell’innovazione. Pronti alla sfida. E siamo il partito dell’Europa”.

USCIRE DALL’EURO SAREBBE TRAGEDIA COSMICA
«Una tragedia di proporzioni cosmiche». Così il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, definisce un’eventuale uscita dell’Italia dall’Euro. Una tragedia che «noi dobbiamo spiegare» perchè «chi ha i soldi all’estero, si salva; quelli che li hanno qui, si ritrovano con carta straccia in tasca».

IN EMILIA CI FATE FARE BELLA FIGURA
«Voglio che arrivi da qui un messaggio, non c’è un giorno che non si sia attenti a quelle esigenze crucialissime che vengono dai territori dell’Emilia». «Il messaggio che vorrei trasmettere a tutti gli emiliani – prosegue Bersani – ai nostri iscritti e ai nostri militanti: ci state facendo fare una bella figura, ne viene fuori un partito generoso e impegnato con la gente».

BERLUSCONI CERCA NUOVO NOME DEL FORMAGGINO
«Berlusconi è alla caccia sempre del nuovo nome del formaggino, adesso dice che ci deve essere dentro Italia e anche Libertà. Ha rifiutato la mia proposta di chiamarlo ‘W la mammà…».

BERSANI: SENZA PADRONI NE’ AD ARCORE NE’ INTERNET
“Come ha detto il più giovane dei segretari, noi non abbiamo padroni, non abbiamo padroni ad Arcore né in via Bellerio, né abbiamo quelli che vengono via internet». Bersani ha rilanciato l’idea di partito fondato sulla responsabilità, sul lavoro e sulla costituzione. “Non un partito personale ma collettivo».

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STUMPO: RINNOVAMENTO O SUICIDIO
Il Pd adotterà il limite dei tre mandati per la composizione delle liste elettorali, le deroghe saranno «poche», solo il «10 per cento». Lo ha detto il responsabile enti locali del partito Nico Stumpo, aprendo i lavori dell’assemblea dei circoli Pd. «Qualunque sia la legge elettorale, occorre semplicemente rispettare le nostre regole statutarie che sono speso più stringenti delle chiacchiere da bar: tre mandati e poche deroghe, il 10 per cento, una trentina in tutto. Non parlerò di rinnovamento generazionale come un mantra, ma la voglia di rinnovamento è così forte che solo un gruppo suicida potrebbe non accorgersene».

SEGRETARIO PIÙ GIOVANE: PARTITO È DEI MILITANTI
Il Pd è un partito senza padroni. Lo ha scandito dal palco dell’assemblea dei circoli del Pd il più giovane dei segretari, Alessandro De Nicola, 17 anni, di Camerata Picena in provincia di Ancona. «Il Pd sono gli uomini e le donne che lo compongono, i militanti che ogni giorno si impegnano. Il Partito Democratico è un partito vero, uniti costruiamo l’alternativa per questo Paese».

Bersani è sembrato apprezzare: ha richiamato De Nicola sul palco per abbracciarlo. «Alessandro ha dato il titolo a questa assemblea. Noi non abbiamo padroni», ha commentato il segretario su Twitter.

www.partitodemocratico.it

"Bisogna fermare chi punta sul voto anticipato", di Michele Ciliberto

Bisogna saperlo: l’Italia attraversa un momento grave. Bisogna esserne consapevoli. Dopo una fase in cui si cominciava, pur faticosamente, a indirizzarsi in una direzione positiva, la situazione volge di nuovo al peggio. Sia sul piano interno che su quello internazionale. Il travagliato risultato del vertice odierno di Monti con Hollande, Merkel e Rajoy è una conferma di questo con gli effetti che si possono immaginare sulla condizione generale dell’Italia e dell’Europa e, in primo luogo, sugli strati più’ deboli che stanno pagando già da tempo il costo più alto della crisi.
È una situazione difficile e delicata che richiederebbe da parte di tutti forze politiche,sociali, intellettuali un massimo di attenzione e di responsabilità per evitare con tutte le forze di cadere nel burrone che da tempo è spalancato di fronte a tutti noi. Richiederebbe, insomma, che questo Paese si sentisse una comunità, una nazione. Unita, nel momento del pericolo, da vincoli di solidarietà, da un comune sentire capace, almeno in un momento come questo, di superare tradizionali corporativismi e particolarismi e una congenita, strutturale verrebbe da dire vocazione al trasformismo. Richiederebbe infine uno scatto da parte delle classi dirigenti che dovrebbero assumersi la comune responsabilità della situazione di guidare il Paese in una transizione da cui dovrebbe scaturire, con le prossime elezioni, un governo politico legittimato dal consenso elettorale. Del resto, tale è stato e resta il compito affidato dal Parlamento al governo tecnico guidato da Mario Monti.
In effetti, questo è ciò che dovrebbero fare classi dirigenti consapevoli della situazione e degli interessi generali del Paese. Ma in Italia classi dirigenti di questo tipo, con poche eccezioni, oggi non esistono. Sono state bruciate, letteralmente, da venti anni di berlusconismo e dalla fine dello
«spirito pubblico» che esso ha comportato ad ogni livello della società italiana. Né si tratta di una stagione finita, come dimostrano le iniziative di Berlusconi di queste ore: nel momento più difficile si è messo a ciarlare sull’uscita dall’euro per ridare vita, come fosse uno zombie, alla lira con tutte le conseguenze che anche in questo caso si possono immaginare. E ieri si è addirittura presentato come la «guida dei moderati» lanciando pericolosi avvertimenti a Monti e mettendo in forse la stabilità del governo nel momento più delicato per l’Italia e per l’Europa. Un comportamento del tutto irresponsabile, com’è ormai nel suo stile.
Se si pensa che a dichiarazioni di questo genere si aggiunge un attacco tanto forsennato quanto ambiguo e oscuro al Presidente della Repubblica il quale in questo periodo drammatico ha svolto un decisivo ruolo di garanzia nel quale si è riconosciuto larghissima parte degli
Italiani si ha veramente il senso completo del livello di degrado cui è arrivata in questi giorni la situazione. Occorre perciò essere chiari: è stato giusto, e resta giusto, sostenere il governo Monti, ma a condizione che esso porti a compimento la transizione; è stato lungimirante respingere le ipotesi di elezioni anticipate, che oggi invece Berlusconi rilancia, rinunciando anche a legittime ambizioni personali e di partito, mettendo al primo posto l’interesse dell’Italia. Ma occorre capire a che punto di degenerazione è arrivata ormai la situazione. Soprattutto è necessario richiamare ciascuno alle proprie responsabilità di fronte alla nazione. Se Berlusconi e le forze oscure che attaccano in questi giorni il Presidente della Repubblica hanno scelto di portare il Paese allo sfascio, le forze democratiche devono sapere reagire, mettendo in campo tutte le loro energie. Preparandosi anche all’eventualità (non auspicabile, ma ormai da non escludere visto l’atteggiamento della destra) di elezioni anticipate chiarendo con massima precisione agli Italiani quali siano le forze irresponsabili che conducono a un esito così duro e traumatico. Quello che non è’ possibile fare è stare a guardare lo scarto, ogni giorno più acuto, fra governanti e governati con lo sviluppo impetuoso di un neo-giacobinismo populista, il radicalizzarsi della crisi sociale con esperienze tragiche come quella degli esodati, l’attacco sfrontato e irresponsabile al «vincolo» essenziale della unità e della coscienza nazionale. A volte, come dice il proverbio, la toppa può diventare peggiore del buco.

L’Unità 23.06.12

"Rio+20, è finito il tempo dei summit", di Mario Tozzi

Davvero non vale la pena interrogarsi su quale straordinaria occasione si sia sprecata a Rio, vent’anni dopo il primo summit sulla Terra. Già in quell’occasione abbiamo sentito gli stessi allarmi e le stesse identiche lamentele. Oggi c’è un solo punto di novità: la crisi economica gravissima che ci attanaglia. E che relega ancora di più l’ambiente in fondo alle preoccupazioni degli uomini del pianeta Terra. Poteva essere il momento giusto per comprendere la connessione fra la crisi economico finanziaria e il deficit ecologico che abbiamo scatenato in quegli ecosistemi che sono alla base del nostro benessere. Si sarebbe potuto discutere in modo meno ridicolo sugli aggiustamenti sintattici di protocolli sempre meno impegnativi e un po’ di più di cose concrete da fare. Si poteva proporre un modello nuovo di sviluppo che non fosse basato solo sulla crescita quantitativa, ma su efficienza e equilibrio, anche a favore di chi verrà dopo di noi. La riconversione ecologica del pianeta è inevitabile e non si può produrre una crescita infinta da sistemi naturali che sono, per definizione, finiti.

Ma quello che a Rio nel 1992 era un dubbio oggi è diventato una certezza: sono pochissimi gli uomini e i governi che si impegnano a cambiare rotta se gli eventi non diventano davvero drammatici. Si può opporre al cambiamento climatico l’abitante degli atolli oceanici minacciati direttamente dall’innalzamento del livello dei mari, non il cittadino statunitense del Midwest o il cinese di Shanghai che non si avvedono di alcun problema. I danni ambientali non vengono scaricati tutti insieme su una nazione progredita come un’alluvione, ma si distribuiscono giorno per giorno accumulandosi in maniera per ora impercettibile. Come si può pensare a una reazione significativa se il danno non è percepibile immediatamente?

Per questo forse il tempo dei grandi summit sulla Terra è finito: non solo non bastano più, ma rischiano anche di produrre un effetto indesiderato, quello di un rumore di fondo da cui è difficile estrapolare le emergenze reali. Se tutto è emergenza come si fa ad allarmarci ancora? Ciò non significa che le emergenze ambientali non siano gravi, tutt’altro, ma gli uomini quasi non vogliono più sentire che la temperatura media dell’atmosfera si innalzerà di 4°-5°C, perché fino a che lo sconvolgimento climatico non precipita sembra quasi inutile agitarsi. Ormai lo sappiamo benissimo: la sovrappopolazione e la crisi ecologica porteranno alla fine delle risorse e delle fonti energetiche tradizionali, all’inquinamento generalizzato e alla perdita di benessere del genere umano. Ma, siccome ancora non succede, possiamo sempre sperare che avvenga il più tardi possibile.

Se non se ne può più di conferenze sulla Terra, però non sarebbe giusto gettare l’acqua con tutto il bambino e si potrebbe recuperare una delle parole d’ordine del movimento ecologista mondiale: pensa globalmente e agisci localmente. Forse così si potrebbe avere una qualche possibilità di successo: è difficile difendere l’integrità della foresta amazzonica, anche se vale la pena farlo, se si abita a New York o a Milano. Lo dovrebbero fare in prima persona coloro che da quella foresta traggono ragione di vita sostenibile, cioè le popolazioni locali verso cui dovrebbero essere indirizzati, direttamente sul posto, gli aiuti internazionali. Soldi e energie agli autoctoni, non ai governi. Insomma, impedire che il bosco sotto casa venga ingoiato dal cemento è più facile che non difendere astrattamente la foresta globale della Terra.

Se si agisce localmente senza dimenticare la dinamica globale terrestre, ecco che anche la traduzione politica di quanto viene detto a Rio può diventare efficace. E in più si supererebbe l’effetto frustrante di agitarsi per grandi battaglie che non arrivano quasi mai al successo pieno. Difendiamo l’albero per difendere la foresta, l’individuo per la specie, il fiume per il mare e allora forse avremmo fatto un passo in avanti. A meno di non sperare nella risposta ultraliberista: niente più protocolli vincolanti ma solo la libera iniziativa degli stati. Ma se il libero mercato fosse in grado di risolvere quella che è la più grande sfida che l’umanità si sia mai trovata di fronte lo avrebbe già fatto, senza attardarsi così pericolosamente vicino al punto di non ritorno.

La Stampa 23.06.12

"Sisma Emilia arrivano dieci milioni Ue. Letta: «Si corre per ripartire»", di Natalia Lombardo

In arrivo dall’Europa 10 milioni di euro per il rilancio del commercio nelle zone dell’Emilia Romagna colpite dal terremoto. Lo ha annunciato il presidente della Regione, Vasco Errani, ieri all’assemblea regionale di Confcommercio. Sono una parte dei fondi per la ricostruzione stanziati dall’Ue e «disponibili da subito», ha detto il Governatore che vuole «giungere in tempi brevi» a definire le percentuali di rimborso per le imprese danneggiate.
E che nella «bassa» sia stato colpito il cuore produttivo dell’Italia lo ha toccato con mano Enrico Letta, vice- segretario del Pd, che ieri si è recato nei comuni e nei distretti industriali più colpiti. Mirandola, dal centro storico «devastato», poi Rolo, Bomporto e Sorbara, i cui produttori di Lambrusco lottano per non saltare la vendemmia. «Sono rimasto impressionato dalla volontà, dalla determinazione degli abitanti, che si sono rimboccati le maniche per ripartire al più presto», racconta Letta. Nel distretto biomedicale si sta facendo «una corsa contro il tempo per dare delle garanzie alle multinazionali e impedire che se ne vadano altrove», così come nei caseifici la corsa è per il recupero delle forme di parmigiano meno danneggiate. Garanzie che vanno dagli stanziamenti a una legge ad hoc. E soprattutto il lavoro della Regione: «Errani sta facilitando i crediti agevolati per le imprese con un tasso d’interesse dello 0,9%, garantiti dalla Regione. E sarà istituita una via privilegiata per i pagamenti dei crediti dalla Pubblica amministrazione».

Una delocalizzazione sarà inevitabile (molte aziende sono inagibili) «l’importante è che sia temporanea, tre mesi circa». Dopo le prime scosse tra le imprese biomediche «c’è stata una compensazione per recuperare subito le fiale per le dialisi, salvando così la vita a migliaia di italiani» che soffrono di diabete. Insomma, dopo il sisma più esteso che ci sia mai stato (900mila persone colpite), qui funziona il lavoro di squadra tra Regione, protezione civile («fattiva e concreta») e Enti Locali. E il Pd ha raccolto mezzo milione di euro in sottoscrizione.

Un terremoto «multietnico», osserva infine Letta, se gli emiliani hanno piantato la tenda sotto casa, nelle tendopoli ci sono soprattutto immigrati. A cucinare centinaia di pasti al giorno ci sono i ben allenati volontari delle Feste dell’Unità, con i giovani democratici.

l’Unità 23.06.12

"Piccoli passi di una nuova Europa", di Franco Bruni

Il significato dell’incontro di Roma è soprattutto politico. Quattro diventa più del doppio di due: si è rotta la strana diarchia franco-tedesca, che si era autonominata leader, e i quattro maggiori Paesi dell’area dell’euro si presentano meglio, col tono più legittimo di un gruppo di lavoro che prepara la discussione del Consiglio. Un gruppo che manca del tutto di arroganza e la cui azione è parallela a quella dell’altro quartetto più tecnico (i presidenti del Consiglio, della Commissione, della Bce e dell’Eurogruppo) che, come ha ricordato Monti, sta stendendo un progetto di integrazione politica a lungo termine. I dossier-proposte su cui decidere davvero, sul tavolo del Consiglio di fine mese, potrebbero così risultare talmente ricchi da rendere impossibile un nulla di fatto.

L’utilità del quartetto riunitosi a Roma, che non pretende di guidare l’Europa, è paradossalmente accresciuta dal fatto che si tratta di Paesi in condizioni molto diverse e con approcci e priorità di vedute che richiedono un confronto serio e faticoso per trovare conciliazione. E’ da questi confronti faticosi, da estendere subito a molti altri Paesi membri, che deve uscire l’Europa di domani, non da bacchette magiche o solidarietà improvvisata.

Il fatto che Monti abbia potuto ribadire che le regole della disciplina finanziaria sono state rotte nel 2003, in modo clamoroso, proprio da Francia e Germania, è significativo: vuol dire che è un gruppo dove ci si confronta con franchezza e non ci si limita a voler dar messaggi miracolistici ai mercati. E’ un gruppo dove alla Germania, che comincia a vedere nella sua stessa congiuntura i segni della crisi europea, si offre l’opportunità di attenuare l’impressione di essere un misto di paese-fenomeno, potenziale solutore dei problemi altrui e stopper dei progressi dell’integrazione. E’ un gruppo dove al nuovo presidente francese si offre l’opportunità di smentire, sia pur gradualmente, l’idea che sia proprio la Francia a ostacolare cessioni di sovranità nazionale.

L’incontro è stato breve ma è possibile che, tenuto conto anche dei lavori riservati che circondano i quattro leader, il loro avvicinamento su proposte condivise sia andato oltre i punti che hanno voluto esternare nella conferenza stampa finale. D’altro canto sarebbe stato inopportuno che i quattro, proprio per il diverso spirito con cui si riuniscono rispetto al Merkozy di prima, avessero preceduto la discussione con gli altri Paesi membri cercando di influenzare i mercati con la comunicazione di decisioni «precise e concrete». Qualche commentatore le voleva o se le attendeva. Ma precise e concrete le decisioni non avrebbero comunque potuto esserlo, se non discusse e condivise con gli altri Paesi membri, calate in una prospettiva più comunitaria che intergovernativa e raccordate al piano di lungo termine cui stanno lavorando i quattro presidenti.

Ciò detto non va taciuto che l’incontro di Roma non è stato senza conclusioni ma ha lasciato l’impressione che il lavoro da fare prima del Consiglio di fine mese è ingente e il contributo dei quattro per ora molto piccolo. Fra le conclusioni, le più significative sono due: l’impegno sull’irreversibilità dell’euro, che solennizzato da quei quattro, con l’euroscetticismo e gli strani piani B che ciascuno di loro sente mormorare a casa sua, non dovrebbe restare senza conseguenze; e l’impegno a mobilitare ingenti fondi per la crescita che, seppur con modalità ancora da precisare, non potrà non influenzare fortemente i lavori del Consiglio.

Quanto alle cose da fare, vanno distinte quelle per il breve da quelle per più tardi. Sul breve è cruciale che la sostanza della proposta fatta da Monti fin dal Messico venga in qualche modo accolta. La sostanza è che, per godere di interventi di stabilizzazione degli spread con acquisti di titoli pubblici con fondi europei, compresa in un primo tempo la Bce, non occorra essere sull’orlo del disastro e pronti a forme eccezionali di extradisciplina. Se un Paese riceve l’approvazione e il monitoraggio della Commissione sui suoi piani di riequilibrio finanziario, ciò deve bastare. Se i mercati, ad esempio, sovra-reagiscono al problema greco facendo salire molto lo spread italiano, nonostante i nostri conti rimangano buoni e approvati da Bruxelles, è opportuno che con fondi comunitari si metta riparo alle esasperazioni. L’iniziativa di intervenire dovrebbe essere degli stessi responsabili dei fondi, senza che l’Italia prenda altri impegni e senza che nemmeno lo richieda.

Per l’orizzonte più lungo, pare di capire che il quartetto dei presidenti punti a una prima tappa di cosiddetta unione bancaria, una seconda di unione fiscale, una terza, più lontana, di unione politica. L’essenziale è partire davvero, con molta concretezza e debita urgenza, con la prima tappa. Il sistema bancario europeo è paurosamente segmentato lungo confini nazionali, incapace di far circolare il credito, disseminato di sospetti e sfiducie reciproche nonché di protezioni opache delle autorità nazionali, ciascuna a favore dei «suoi» banchieri: nonostante il supporto della Bce, non può più aspettare una drastica riforma . Le banche di qualche rilievo devono essere «europee», non nazionali: devono essere regolate e vigilate in modi omogenei, mettendo in comune le informazioni sui rischi che corrono, riversate presso un unico vigilante centrale, con ovvie articolazioni nazionali, che non sarebbe male fosse la stessa Bce. Questa riforma dovrebbe essere gradita anche a Merkel. La quale, nei confronti delle banche tedesche, non ha mancato, in passato, di mostrarsi a tratti giustamente severa. E le banche tedesche sono fra quelle che necessitano di una vigilanza meno di favore di quella che hanno finora avuto. Anche la gestione della crisi e l’eventuale salvataggio di una banca europea devono essere comunitari, con fondi comunitari, perché i guai delle banche spagnole, per esempio, non sono senza conseguenze per i contribuenti italiani. A proposito, perché non trasformare la Tobin tax, che rimane una vaghezza poco realizzabile, in una tassa per contribuire a finanziare un fondo europeo comune per l’assicurazione dei depositi bancari?

La Stampa 23.06.12

"Bersani: l’Italia ce la farà Berlusconi il peggio", di Simone Collini

Cauto sugli esiti dell’incontro a quat- tro di Roma e preoccupato dal gioco allo sfascio di Berlusconi. Bersani non si aspettava che dal vertice tra Monti, Hollande, Merkel e Rajoy sarebbero uscite tutte le risposte per mettere in salvo l’Euro e per consentire all’Italia di affrontare adeguatamente la crisi economica. Né sì aspettava che con un governo chiamato ad affrontare l’emergenza l’ex premier sarebbe usci- to di scena. Ma la giornata di ieri ha confermato al leader del Pd che c’è di che essere preoccupati, per quel che potrebbe succedere nei prossimi mesi e poi anche in un futuro più lontano se dovessero imporsi «nuovi eccezionali- smi italici» dopo il ventennio dominato dal berlusconismo.

L’ITALIA CE LA FARÀ

Il Paese, è il ragionamento di Bersani, rischia un «impoverimento». E, come dice chiudendo un convegno sui parti- ti organizzato nella sede del Pd dall’as- sociazione “Rifare l’Italia” e dal “Centro per la riforma dello Stato”, c’è chi gioca ad alimentare il vento dell’an- tipolitica e «i prossimi saranno gli anni più difficili dal dopoguerra ad oggi, dal punto di vista del rapporto tra politica e società». Per questo Bersani invita i dirigenti del suo partito a «trasmettere l’idea che l’Italia ce la farà, ma guardando in faccia la realtà, perché a raccontar balle i nostri avversari sono migliori di noi e non c’è possibilità di riuscita».

Il leader del Pd guarda con attenzione alle mosse di Berlusconi, che sem- bra sperare in un fallimento del verti- ce europeo di fine mese come occasio- ne propizia per far saltare il governo. Se nel giorno del quadrilaterale roma- no l’ex premier definisce Monti una «parentesi», si candida ad essere «lea- der dei moderati» ed evoca un’uscita dall’Euro, Bersani richiama Berlusconi alle proprie responsabilità e auspica che il confronto tra i principali Paesi comunitari porti a risultati concreti utili all’Italia e all’integrazione dell’Unione europea. Un fallimento sarebbe pagato soprattutto dalle fasce più deboli della popolazione.

UE, PASSI AVANTI MA INSUFFICIENTI

L’incontro di ieri tra Monti, Hollande, Merkel e Rajoy ha fatto segnare «qual- che passo avanti», riconosce Bersani, che però è anche consapevole di quan- to sia «ancora incerta» la prospettiva sui punti principali. «Vediamo da qui al vertice del 28 giugno cosa succede – dice poco dopo la fine dell’incontro a Palazzo Madama – io sono rimasto col- pito favorevolmente dal fatto che Mon- ti, davanti alla Merkel che dice che non
si può derogare al patto di stabilità, abbia ricordato che la Germania nel 2003 lo ha fatto e anche grazie all’Italia. Cerchiamo di fare una discussione dove non si viene divisi tra innocenti e colpevoli». Il vertice di Roma «qualche premessa» l’ha posta, per Bersani, ma non ha certo portato «una soluzione». Gli occhi sono quindi puntati sul vertice europeo di fine mese, e per il Pd sarebbe drammatico se anche in quella sede non si dovessero presentare fatti concreti.

Berlusconi è invece pronto a gioca- re le sue carte, di fronte a un governo in difficoltà e rilancia sul ritorno della lira e della sua leadership. «Non c’è li- mite al peggio», sintetizza Bersani quando gli riferiscono delle parole dell’ex premier. «Fossi in lui eviterei queste uscite perché dieci anni di ber- lusconismo e di leghismo ci sono d’avanzo, ci hanno portato dove siamo e ora Monti sta cercando di tirarci fuori dai guai e dopo dobbiamo guardare avanti, l’Italia ha bisogno di un’alternativa che non è certo Berlusconi».

BERLUSCONI IRRESPONSABILE

Anche l’ipotesi evocata dall’ex premier di un’uscita dell’Italia dall’Euro viene bollata come «irresponsabile» da Bersani. Altro che “Forza Lira”. «Chi ha portato gli euro all’estero e ha la- sciato i debiti in Italia farebbe un affa- rone ma per la gente normale sarebbe un disastro. Noi stiamo con la gente normale e quindi vogliamo rimanere nell’Euro, non so Berlusconi con chi stia». Questa è stata la prima reazione del leader Pd di fronte all’esternazione di Berlusconi, ripetuta in troppe occasioni per essere una semplice battuta. «Queste cose le sentiamo da Berlusco- ni, da Grillo, da un sacco di gente. Usciamo dall’Euro? Per andare dove? Perché chi può cavarsela sempre, se la cava, anche se usciamo dall’Euro, ma la gente che è qua in giro che vive in Italia normalmente ci rimarrebbe sot- to. Quindi, attenzione alle parole».

l’Unità 23.06.12

"Scuola, Web e fiducia. Ecco il termometro che misura il benessere", di Marco Bresolin

L’Istat e il Cnel hanno individuato 12 macro-indicatori che valutano la qualità della vita: un “paniere” che è specchio dei nostri tempi. A dicembre sarà pronto il rapporto che misura il benessere in Italia. Non si vive di solo Pil. Ma anche di istruzione, relazioni sociali, inventiva, paura e molto altro ancora. La domanda, quindi, è semplice: cosa vuol dire benessere? Come si misura? Il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro e l’Istat hanno messo attorno a un tavolo economisti, sociologi, giuristi e ambientalisti per stilare una lista di 134 parametri: mesi di lavoro e da ieri, finalmente, il benessere ha un nuovo termometro con cui essere misurato.

Nell’ottobre scorso il Progetto Bes (Benessere equo e sostenibile) aveva definito dodici dimensioni per cercare di capire «che cosa conta davvero per l’Italia»: dall’ambiente alla salute, passando per la qualità dei servizi al patrimonio paesaggistico e culturale. Per ognuna di queste, poi, sono state individuate una decina di voci specifiche. Che a dicembre, quando sarà pubblicato il rapporto, ci diranno quanto benessere c’è in ogni zona d’Italia.

E così si scopre che tra i fattori più importanti per «pesare» la qualità della nostra vita non ci sono soltanto istruzione, reddito ed emissioni di CO2, ma anche i tempi medi d’attesa per le visite specialistiche, l’uso di internet, il numero di brevetti e la fiducia nelle istituzioni. Tra gli aspetti legati alla salute, per esempio, oltre al numero di fumatori e al consumo di alcol conterà anche il tasso di sedentarietà. Grande peso verrà dato all’occupazione, specchio della crisi attuale: numero di contratti a termine che vengono trasformati a tempo indeterminato, presenza delle Rsu sul posto di lavoro, tasso di infortuni e percentuale di Neet, i giovani che non studiano e non lavorano. Quelli che ancora faticano a intravedere la parola benessere nel loro orizzonte.

La Stampa 23.06.12