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"La prova matematica", di Claudio Sardo

La discriminazione ai danni degli operai iscritti alla Fiom – a cui la Fiat ha negato l’assunzione nella newco di pomigliano proprio perché iscritti alla fiom – era la più odiosa, tanto odiosa da essere intollerabile. Un vulnus ai principi della convivenza, oltre che a quelli della Costituzione. Che il giudice del lavoro (di Roma, anche se per rafforzare il nostro titolo lo abbiamo per un giorno «trasferito» a Pomigliano) ha finalmente sanato con una sentenza che, speriamo, una grande azienda come la Fiat non tenti ora di aggirare.
Di tante cose è giusto discutere. Su tante questioni ci si può dividere e scontrare. Ma in questo caso la violenza della strategia Fiat era in così palese contrasto con l’etica più elementare da pretendere un atto riparatore, preliminare ad ogni confronto sui piani industriali futuri, sulla strategia degli accordi separati, sui contenuti delle relazioni sindacali. E bene ha fatto la Fiom ad assumersi, in prima persona, la responsabilità di promuovere questa azione civile. Ha regalato a se stessa una vittoria importante: ma soprattutto ha consentito una vittoria dello Stato democratico e della libertà sindacale (che, come la libertà politica e religiosa, è parte inscindibile della libertà di un’intera comunità).
Stiamo parlando di fatti gravissimi, accaduti in questi mesi, non ai primi del Novecento. Nel vecchio stabilimento Fiat di Pomigliano lavoravano oltre cinquemila persone.
Poi la vecchia azienda ha cessato di vivere e la NewCo ha cominciato ad assumere dalla precedente platea per produrre la Nuova Panda: ad oggi sono state rientegrati 2093 operai. Con una caratteristica unificante: nessuno di questi è iscritto alla Fiom. Sì, l’iscrizione alla Fiom è stata il criterio saliente della selezione. L’ostracismo aziendale, ovviamente, ha via via ridotto il numero degli iscritti Fiom: erano 382 all’avvio della NewCo, in 175 hanno revocato l’iscrizione negli ultimi mesi sperando così di ottenere il lavoro. Con rigore assoluto gli iscritti al sindacato metalmeccanici della Cgil sono stati costantemente discriminati, mentre 20 dei 175 dimissionari sono stati poi ammessi alla firma del contratto di lavoro.
E, barbarie nella barbarie, la Fiat ha persino negato l’evidenza sostenendo che le esclusioni erano del tutto fortuite. L’Unità per prima, con un banale calcolo probabilistico affidato a un matematico, ha dimostrato che il caso era impossibile. O meglio, che era più probabile (di migliaia di volte) la vittoria al Superenalotto giocando solo sei numeri, oppure la fine della Terra per colpa di un meteorite nei prossimi vent’anni, piuttosto che la versione di Marchionne. E proprio della perizia di un illustre matematico il giudice si è avvalso per dimostrare, oltre ogni ragionevole dubbio, che la tesi della Fiat sull’involontarietà dell’esclusione degli operai Fiom era un oltraggio al buon senso, una vergognosa menzogna.
Noi vogliamo che la Fiat si rafforzi. Nel mondo e in Italia. Noi speriamo che Marchionne mantenga la parola data a suo tempo. Anzi, vorremmo che il suo impegno aumentasse nell’ambito di un rafforzamento delle politiche industriali del Paese. Purtroppo i segnali sono negativi. In ogni caso, c’è una questione di dignità a cui non si può rinunciare: il rispetto dei principi costituzionali, la libertà dei singoli, il diritto di avere proprie opinioni e di esprimerle nelle formazioni sociali che compongono il tessuto vitale di una democrazia.
Anche della Fiom si può discutere tutto. Le scelte sindacali, le strategie politiche. Continua a sembrarci un errore la mancata firma degli accordi Fiat, dopo i referendum di Pomigliano e di Mirafiori. Il confronto tra i lavoratori deve continuare, rafforzando il più possibile i fattori di unità. Su un punto, tuttavia, non si può esitare: nella difesa della libertà e della dignità del singolo lavoratore. Non è pensabile che un Paese civile possa accettare un’esclusione come quella avvenuta a Pomigliano, e che purtroppo si sta replicando in altri stabilimenti del gruppo. Dopo i silenzi del governo Berlusconi, sarebbe il caso che il governo Monti prendesse la difesa della Costituzione. L’umiliazione di una famiglia ridotta sul lastrico per le idee del padre o della madre: ecco, questo non può avvenire in un Paese civile.

l’Unità 22.06.12

Olimpiadi, Ghizzoni “Gli atleti, esempio splendido di vitalità”

Lo sport può e deve offrire valori come onestà, amicizia, preparazione al mondo intero. Messaggio di Manuela Ghizzoni, presidente della Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera dei Deputati, in occasione della cerimonia di consegna della bandiera agli atleti italiani in partenza per i Giochi Olimpici e Paralimpici di Londra 2012.
“Desidero far giungere il mio più caloroso saluto ai nostri giovani atlete e atleti che rappresenteranno il nostro Paese, di cui sono un esempio splendido, positivo e vincente di vitalità. – è il messaggio inviato da Manuela Ghizzoni, presidente della Commissione Cultura alla Camera, agli atleti italiani in partenza per i Giochi Olimpici – Le Olimpiadi sono un’occasione unica per sperimentare valori di grande significato quali amicizia, onestà, preparazione, tenacia al di là delle frontiere e, quindi, delle differenze di culture e status sociale. Lo sport – ha concluso la Presidente Ghizzoni – può e deve offrire questi valori come modelli al mondo intero: la bellezza di saper stare insieme e lealmente, nella competizione e nella vita.”

"«Renzi premier io al Colle»: bufera sul piano del Cav" di Federica Fantozzi

Un dossier (anonimo) rivela i progetti di Berlusconi per il 2013. Pdl azzerato, listone civico e nework in salsa grillina. Dei suoi salva solo Verdini. Alla vigilia della tre giorni toscana di Matteoli, lanciata al grido struggente di «io resto nel partito», e in pieno svolgimento della prima assemblea dei Giovani a Fiuggi, nel Pdl scoppia la bomba. L’Espresso ghermisce e pubblica un dattiloscritto riservato (destinato, scrivono Marco Damilano e Tommaso Cerno, a un cerchio ristrettissimo di notabili del partito) con il «piano B» di Berlusconi per vincere le elezioni 2013. Candidato choc, l’unica carta ritenuta un jolly: Matteo Renzi.
Insomma, sembra che avesse ragione La Russa: Berlusconi si mette a fare l’allenatore delle altre squadre. Ma chi ha scritto le otto tragicomiche paginette al veleno? Trattasi di strategie belliche messe nero su bianco o di patacca diffusa con intenti satirici? Di certo, per chi conosce il Cavaliere, il contenuto è in linea con la sua filosofia. Fa pensare a un “volonteroso” collaboratore che ne abbia strutturato (molti) brandelli di pensiero.
L’esito non piace al sindaco di Firenze che a caldo sbotta «è un dossier ridicolo, che schifo», e poi si allinea ai toni goliardici: «Per la mia lista hanno firmato anche Capitan Uncino e Jack lo Squartatore. Ma accetto solo se me lo chiede il mostro di Lochness». Per lui è un colpo basso: il rilancio della «grande stima» del Cavaliere nei suoi confronti giunge a ridosso della sua convention a Firenze.
In realtà, il dossier è devastante soprattutto per la già vacillante autostima del Pdl. Titolo: «La Rosa tricolore» con il logo stilizzato del fiore che era il nome dell’amata mamma di Silvio. E che dovrebbe diventare il network della variopinta armata berlusconiana. Segue una summa delle indiscrezioni che circolano (svuotamento del Pdl, azzeramento vertici, listone civico nazionale, liste varie ed eventuali dagli animalisti alla Destra, il tutto in salsa grillino-tecnologica) con finale a sorpresa. Candidato premier (al netto di Berlusconi «se si sente il grande fuoco dentro», annotano sobri gli estensori) da pescare fuori dal partito. Non certo Alfano «che non va oltre il suo mondo (quale? ndr) e non crea trascinamento ed emozioni». Né Montezemolo «troppo elitario e tentennante». Manco Passera «privo di carisma e capacità decisionali forti». L’idea «folle o geniale» per vincere è appunto Renzi. Non chiedendoglielo direttamente («rifiuterebbe») bensì con un percorso in più tappe. Bisogna che il sindaco faccia la sua lista, «apra a tutti coloro che condividono il suo programma, ovviamente preventivamente concordato… a quel punto la coalizione di centrodestra decide di sostenerlo». Lista Renzi e Forza Silvio (o Forza Italiani) insieme al traguardo. Che, per Berlusconi, sarebbe il Quirinale. E le primarie Pd di ottobre? Secondo quel testo sono una chimera.
PDL GRADIMENTO ZERO
La considerazione del Pdl che traspare dal testo è illuminante: al momento «l’elettorato italiano è scosso dal disgusto verso la classe dirigente politica in carica». Nelle urne il partito subirà «un forte calo ulteriore» perché «non rinnovabile»: i big sono «attaccati al privilegio e considerano fondamentale solo la sopravvivenza di se stessi. Miracolati irriconoscenti appiccicati sulle spalle di Berlusconi». Allora tutti a casa, «i professionisti della politica». Drasticamente: «La vera svolta sarebbero le loro dimissioni, la scomparsa da video e giornali e la non ricandidatura». Uniche eccezioni: Verdini (per l’«eccezionale capacità di lavoro»), il lombardo Mantovani (sponsor della Minetti) e i parlamentari di primo mandato.
Così, liberi della zavorra, via con il movimento leggero, high tech, senza finanziamento pubblico nè pretese esose verso Silvio (ci pensano gli sponsor). Poi un patchwork di liste di genere: Forza Imprenditori, Forza Pensionati, ci sono pure Forza Pubblici Dipendenti e sic Forza Lavoratori. Potenziali alleati: Sgarbi, Storace, «SiAmo l’Italia« di Bertolaso, Santanchè, animalisti, neo-Dc, sindaci e Autonomisti, Lista Sud e Lista Nord. Tutti insieme appassionatamente verso il 37-42%. Magari sostenendo come quinta colonna «il gruppo di Marco Rizzo affinché si presenti alle elezioni». Solo il programma (a parte il presidenzialismo) è d’antan: via l’Imu, addio intercettazioni, torna il contante, abolita Equitalia, no carcere preventivo, e statuto speciale per ogni regione.
Sembra tutto troppo divertente per essere vero. Ma l’Espresso ha fatto una verifica: il dominio web di Rosa Tricolore è stato registrato il 23 aprile da Diego Volpe Pasini, imprenditore amico di Dell’Utri e Verdini approdato nel «cerchio magico» di Palazzo Grazioli. Che in serata confessa. «Idea mia, Renzi non sapeva nulla, Silvio ci sta pensando».

l’Unità 22.06.12

"La scienza delle donne. In Italia subiamo il ritardo culturale", di Maria Novella De Luca

Non è soltanto una questione di genere. Femminile nello specifico. È, piuttosto, in Italia, «un ritardo culturale e globale» nei confronti della scienza, e soprattutto dell’insegnamento delle materie scientifiche. Ragazze o ragazzi, non importa. Lucia Votano, 63 anni, fisica nucleare, è dal 2009 il primo direttore donna dei Laboratori Nazionali del Gran Sasso. E con la stessa chiarezza con cui spiega perché i neutrini ci aiutano a capire l’universo, dimostra che la diffidenza nei confronti delle lauree scientifiche nasce ben prima dell’università, ma già sui banchi di scuola, fin da bambini.
Votano, lei parla di ritardo culturale…
«Provo a fare un esempio. Una persona ben istruita si vergognerebbe molto a dover ammettere di non conoscere, mettiamo, Petrarca. Mentre la stessa persona potrebbe con un sorriso affermare di non capire nulla di matematica e fisica, senza sentirsi per questo meno colta. Perché ancora oggi in Italia la Scienza è relegata in un ambito laterale sia dell’insegnamento che della cultura in generale».
Ragazze, ragazzi: i dati segnalano però che il numero delle scienziate è assai inferiore a quello degli scienziati.
«Nel mio settore, quello della fisica nucleare, oggi mi sembra che i numeri si equivalgano, anche qui, nei laboratori del Gran Sasso. E all’università le studentesse di Fisica sono spesso più preparate e brillanti dei maschi. Quindi non è un problema di lauree, semmai di carriere».
Le donne cioè non riescono ad accedere a posizioni di prestigio?
“«Sì, questo però non accade soltanto in ambito scientifico, ma generalmente in tutto il mercato del lavoro. La maggioranza delle donne si ferma in posizioni intermedie, pochissime quelle ai vertici».
Perché?
«La mancanza di aiuti, di servizi, di conciliazione, mette le donne di fronte al bivio, drammatico, di dover scegliere tra il lavoro e la famiglia. E molte abbandonano. In un laboratorio di Fisica Nucleare come in un’azienda o in un ospedale».
Lei come ha fatto?
«Oggi ho un figlio grande ed è tutto più facile. Mio marito però, che purtroppo non c’è più, mi ha sempre sostenuto, ha condiviso le mie scelte. Non è stato facile, è stata dura, e a volte mi chiedo se ho sacrificato troppo un aspetto della vita a favore di un altro. Però si può fare. Ma è fondamentale l’appoggio del partner».
La Commissione Europea ha ritenuto di dover lanciare una campagna per spingere le ragazze più giovani a scegliere materie scientifiche. C’è bisogno di questa alfabetizzazione?
«Ben vengano le campagne che parlano di Scienza. Ma francamente oggi in una facoltà come Fisica le ragazze hanno raggiunto i ragazzi come numero, superandoli spesso come rendimento. Il problema è il dopo».
Arrivare alla laurea?
«Sì. Molti abbandonano già al secondo anno. In egual misura tra i due sessi. E per chi arriva, maschio o femmina il problema sono le prospettive».
Il lavoro, il futuro…
«La situazione è drammatica. È un vero esodo. Ormai i giovani non emigrano più dopo il Phd, ma addirittura appena laureati. Francia, Germania: i nostri migliori cervelli oggi arricchiscono altre università. E nessuno torna indietro. Questa è una sconfitta».

La Repubblica 22.06.12

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“La scienza delle ragazze il progresso è femmina”, di RICCARDO LUNA

OGNI volta riscopriamo che ci mancano le donne. In politica. Alla guida delle aziende. Ora nella scienza. «Ci sono poche scienziate e poche ricercatrici», ha annunciato ieri la commissaria europea all’innovazione Marie Gheoghegan Quinn, irlandese, di professione insegnante, 62 anni da compiere.
«Se ne avessi qualcuno di meno adesso farei la scienziata », ha poi scherzato lanciando la campagna “La scienza è un gioco da ragazze” mentre davanti al Parlamento europeo la deejay Sandrine Droubaix, nota come SubTanz, mandava musica house a palla e qualche centinaia di ragazzine si preparava a ballare per registrare il videoclip “Reazione a catena”. Ebbene sì, il bersaglio dell’Unione Europea per ora sono le adolescenti, come dimostra il video ufficiale, subito stroncato in Rete, dove si vedono tre giovani che ancheggiano come le poliziotte della serie tv “Charlie’s Angels”, ed entrano in un laboratorio armate di rossetto sconvolgendo la vita (e gli stereotipi) dei maschi. «Vorremmo che la scienza diventasse sexy», ha cercato di spiegare la Gheoghegan-Quinn, ma in questo caso “sexy” non ha un significato sessuale: vuol dire non noiosa, non polverosa, “qualcosa di figo da fare” anche per chi non è un uomo in camice bianco.

Cadute di stile a parte, la campagna punta a risolvere un problema serio che sta pregiudicando il nostro futuro: per crescere e restare competitiva, per esempio rispetto alla Cina, all’Europa servono un milione di ricercatori in più entro il 2020 e se le donne non decideranno di darsi finalmente alla scienza quell’obiettivo è impossibile da
raggiungere. I numeri sono chiari. I tempi in cui all’irlandese Annie Maunder venne rifiutata la laurea in matematica a Cambridge perché due secoli fa quei i diplomi potevano prenderli solo gli uomini, sono finiti. Da vent’anni ormai in Europa la maggioranza dei laureati sono donne. Quel numero però cala progressivamente quando si passa ai master e ai dottorati di ricerca. Ma soprattutto le donne sono in netta minoranza quando si parla di lauree in scienze, matematica e informatica (40%) e diventano appena una su quattro in ingegneria e architettura. Non sorprende quindi che tra i ricercatori europei solo una su tre sia donna e questo, secondo tutti, è uno spreco di talento che non possiamo più permetterci.
La cause sono diverse, alcune anche molto semplici: Margherita Hack, che alcuni anni fa è stata la prima donna a dirigere un osservatorio astronomico, ricorda sempre che uno dei fattori che le ha reso possibile la carriera scientifica è stato il fatto di essere cresciuta in una famiglia «in cui babbo e mamma erano perfettamente eguali, e si dividevano i compiti domestici in piena parità». C’è quindi una questione di stato sociale e magari anche di asili nido che ostacola la carriera scientifica delle donne. Ma la commissaria europea punta piuttosto a scardinare gli stereotipi per cui certi percorsi professionali sarebbero adatti ai maschi ed altri alle femmine: «Quando pensate a un ingegnere meccanico pensate a un uomo o a una donna? E un meteorologo o un geologo in camice bianco lo immaginate uomo o donna? E un infermiere o un insegnante delle elementari? Se avete risposto “uomo” alle prime due domande e “donna” alla terza, abbiamo un problema da risolvere subito».
La soluzione, secondo la campagna appena lanciata, sono le storie delle donne che fanno scienza oggi: ne sono state scelte cinque, cinque “
role models” da raccontare ai ragazzi fra i 13 e i 17 anni, in quell’età in cui femmine e maschi manifestano la stessa predisposizione e la stessa bravura verso la scienza e la matematica (lo dicono i test di PISA).
Una delle cinque ambasciatrici europee è l’italiana Ilaria Capua, 46 anni, veterinaria e virologa dell’Istituto Zooprofilattico delle Venezie di Padova, diventata una star nel 2007 perché decise di mettere in una banca dati pubblica e aperta il virus dell’aviaria che il suo laboratorio aveva isolato per primo. Innescò una rivoluzione culminata in una risoluzione dell’Organizzazione mondiale della sanità a favore delle trasparenza e della condivisione dei dati delle ricerche. È una che ce l’ha fatta, quindi. Eppure anche secondo la Capua «nella scienza c’è un soffitto di cristallo che impedisce alle donne di emergere. Ma non basta cambiare il sistema, devono cambiare anche le donne. Devono cominciare a credere di potercela fare. Serve una voglia matta per superare salite durissime e le sberle tremende che prenderanno. Ma vale la pena. È un lavoro entusiasmante. Fare scienza oggi vuol dire essere i motori del cambiamento del mondo».
La campagna farà il giro di sei stati europei entro la fine dell’anno: un camion attrezzato con un laboratorio farà tappa in Austria, Belgio, Germania, Polonia, Olanda e Italia (Roma e Milano). Nel 2013 toccherà agli altri stati membri in modo da giustificare un forte aumento di investimenti in innovazione e ricerca nel settennato 2014-2020
(da 55 ad 80 miliardi di euro, il programma si chiama Orizzonte 2020). Peccato per quel video di lancio così sbagliato. Su Facebook ieri è stato demolito. Eppure la pagina social della campagna “Science: it’s a girl thing” è fatta bene: c’è una timeline, una storia del fenomeno, che parte da Ipazia, la filosofa, astronoma e matematica ellenica che venne uccisa diventando martire della scienza nel 415 dopo Cristo, e prosegue passando per il Nobel Rita Levi Montalcini del 1986 fino alla belga Ingrid Daubechies, prima donna ad essere eletta alla guida dell’Unione Internazionale dei Matematici nel 2010.
«Rossetto e tacchi a spillo? Non è per questo che ho studiato scienza», ha aperto il fuoco di fila una certa Wiebke Herding proprio mentre la commissaria lo presentava alla stampa con queste parole: «Ho iniziato la mia carriera come insegnante di scuola, e so quanto sia importante comunicare con i giovani, catturare il loro interesse, aiutarli a sviluppare una passione per la scienza. Questo video fa sembrare la scienza così attraente che se potessi tornare indietro farei la scienziata per ripercorrere le orme di due scienziate che poi si sono date alla politica, come l’astronauta francese Claudie Haigneré e la chimica Angela
Merkel».
In realtà se potesse tornare indietro, forse la commissaria adesso dovrebbe fare in fretta un altro video.

La Repubblica 22.06.12

"Riforme, non fermiamoci qui", di Debora Serracchiani

C’è da supporre che il taglio dei deputati votato al senato non soddisferà la voglia di fare “piazza pulita” con la politica che circola per il paese. È un dramma degli italiani non aver mai fatto una vera rivoluzione e non esser nemmeno mai riusciti a far propria l’autentica cultura del riformismo europeo. Cultura che nelle istituzioni della democrazia, nelle formazioni della politica e nei corpi sociali ha il contravveleno ai morbi della stagnazione economica e dell’arretramento sociale.
Passata la virtuosa fase costituente, quella attuale sarebbe, con Tangentopoli, la seconda volta che nel dopoguerra l’Italia viene scossa dal sussulto antipartitico, tanto da far temere che, concluso l’ingabbiamento in cui la teneva la guerra fredda, la politica non sia in grado di ritrovare la fibra morale e la capacità razionale di dare al paese e a se stessa le regole nuove.
Regole trasparenti e ragionevoli, di cui tutti si rendono conto che c’è bisogno: dai cittadini all’Unione europea. Due esempi per tutti, la riduzione (vera) dei costi della politica e una legge (vera) contro la corruzione. L’aspetto inquietante, però, consiste nel fatto che da questi sussulti, anche da quelli animati dagli sdegni più nobili e disinteressati, assai difficilmente sorge un assetto nuovo e migliore di quello che c’era prima.
Venti anni fa, dopo Mani pulite, abbiamo assistito alla resurrezione dell’uomo forte in salsa televisiva, ed era la negazione dell’ondata moralizzatrice. Rimane perciò legittimo il dubbio che anche questa volta la caduta verticale di credibilità dei partiti possa non essere il presupposto di una palingenesi della politica, e che questo magma, composto da sfiducia, rancore e malessere sociale, dia vita a qualcosa di inaspettato. Forse a qualcosa di simile a quanto visto in altri paesi d’Europa, come la civile Ungheria. La politica dei partiti in Italia è ancora a un bivio. Può seguire l’esempio della corte di Versailles e continuare con i suoi balletti e le sue schermaglie rituali, chiudendo gli occhi di fronte al montare di uno scontento che è tanto più pericoloso quanto più è silenzioso. Oppure può dare prova di essere all’altezza della sfida continentale che l’attende. Si tratta di compiere due azioni parallele e ugualmente importanti: da un lato mettere le mani nelle proprie viscere, per estirparne la zavorra di strutture e comportamenti che si è stratificata nei decenni; dall’altro, sforzarsi di almeno abbozzare quel paio di riforme senza le quali nessuna classe politica può guardare negli occhi il proprio elettorato, e qui parliamo della riforma elettorale e dell’abolizione del bicameralismo perfetto.
Sappiamo bene quanto si riduca sempre di più il tempo utile residuo per intervenire e che, anzi, stia avendo la meglio una sorta di rassegnato scetticismo. È anche per questo che l’allarme lanciato dalla presidente del gruppo Pd al senato, Anna Finocchiaro, è estremamente preoccupante. Perché evoca lo spettro della peggiore delle situazioni, cioè la paralisi della politica proprio nel momento in cui dovrebbe esprimere uno scatto.
Anche il Pd si trova stretto in una morsa: da una parte la necessità inderogabile di sostenere il governo Monti, dall’altra l’impossibilità di fare alcunché senza l’accordo parlamentare col Pdl, cioè con un partito che non esiste più. C’è poco da stare allegri, ma questo non significa che si deve subire in silenzio. Alziamo la voce e diciamo forte e chiaro ai nostri elettori i nostri “sì sì, no no”. Perché quando si andrà alla conta il peso delle responsabilità non può e non dev’essere uguale per tutti.

da Europa Quotidiano 22.06.12

"Le ragioni dei deboli", di Luciano Gallino

Questa volta la Fiat ha perso seccamente. Aveva quattro fattori contro: troppi anche per la sua potenza legale ed economica.
C’erano le ragioni della Fiom: come si fa a escludere da una fabbrica meccanica il sindacato più rappresentativo del settore, come si può pensare di impedirgli di nominare i propri rappresentanti? C’era una direttiva della Commissione europea, che non ammette discriminazioni di sorta nell’assunzione di lavoratori. Si è aggiunto un professore di statistica inglese, che ha ridicolizzato le affermazioni dei capi di Pomigliano secondo le quali non c’era stata nessuna discriminazione: era un puro caso se su oltre duemila assunti nella nuova società nata nella vecchia sede nemmeno uno risultava iscritto alla Fiom. Infine c’è stato un Tribunale che sembra non abbia guardato in faccia nessuno: ha trovato una direttiva europea favorevole ai lavoratori Fiom e su di essa ha fatto leva per emettere la sua sentenza. Non era scontato: da tempo infatti la giurisprudenza del lavoro ha dato sovente il maggior peso alle ragioni delle imprese, proprio in tema di licenziamenti, che non a quelle dei lavoratori.
A lume di buon senso, sarebbe dovuto bastare il primo fattore, le ragioni della Fiom, per indurre la Fiat ad astenersi dalle assunzioni selettive. Ma queste ragioni in precedenza erano state indebolite dal fatto che la Fiom ha avuto negli ultimi anni quasi tutti contro: gran parte dei media, la quasi totalità dei maggiori partiti, molti accademici, gli altri sindacati e perfino parti della Cgil. Ci volevano gli altri tre fattori, per ridare loro il peso che dette ragioni meritano.
La sentenza di Roma fissa, nella tormentata evoluzione delle relazioni industriali in Italia, due punti essenziali. Il primo è che, tutto sommato, se uno fruga nella ormai sterminata legislazione dell’Unione europea – e le direttive della Commissione europea rientrano appunto in essa non tutte le sue espressioni vanno contro gli interessi dei lavoratori. Vi sono state, è vero, direttive sugli orari di lavoro, sulla necessità di eliminare ostacoli alla concorrenza, sulla necessità di rimuovere le rigidità del mercato del lavoro, che parevano chiaramente ispirate all’intento di ridurre i diritti del lavoro. La direttiva cui ha fatto riferimento il Tribunale di Roma per pronunciarsi contro le azioni discriminatorie della Fiat va palesemente nel senso di tutelare tali diritti, o quantomeno può venire utilizzata a tale fine.
Un secondo punto fissato dalla sentenza di Roma è che non è ammissibile la costituzione di una società che si vuole del tutto nuova, che però utilizza gli stessi impianti, fabbrica lo stesso prodotto e assume in parte gli stessi operai, escludendo però quelli che hanno una tessera sindacale non gradita. Il tutto potrebbe avere evidentemente serie ricadute su iniziative analoghe che sia la Fiat che altre imprese potrebbero avere in mente.
Pomigliano è ormai un investimento avviato. È quindi difficile che la Fiat possa pensare di azzerarlo perché dovrebbe riassumere un buon numero di lavoratori della Fiom. Bisogna sperare che non ne faccia un pretesto per bloccare gli altri investimenti, a partire da quelli di Mirafiori, da cui dovrebbe provenire un rilancio delle sue produzioni in Italia, delle quali il Paese ha più che mai bisogno.

La Repubblica 22.06.12

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Fiat, Fassina: “Sentenza sana vulnus democrazia”

La condanna della Fiat da parte del Tribunale di Roma per comportamento anti-sindacale nei confronti dei lavoratori e delle lavoratrice iscritte alla Fiom a Pomigliano interviene a sanare un vulnus insostenibile per la democrazia.

La Fiat dovrebbe avere maggior rispetto per la legislazione lavoristica vigente in Italia senza costringere chi viene discriminato a ricorrere alla magistratura. La Fiat deve riconoscere il diritto costituzionale alla rappresentanza a tutti i lavoratori e le lavoratrici e, al tempo stesso, garantire il diritto costituzionale di ogni persona che lavora a scegliersi, senza rischi di ritorsioni, l’organizzazione di rappresentanza.

E’ insostenibile l’esclusione dalle aziende del gruppo delle organizzazioni sindacali che scelgono di non firmare un contratto di lavoro. E’ compito del Parlamento modificare l’art. 19 dello Statuto dei lavoratori al fine di garantire piena agibilità sindacale alle organizzazioni rappresentative.
E’ compito del Governo chiedere alla Fiat un cambiamento di rotta sul piano delle relazioni sindacali e verificare le prospettive industriali del programma Fabbrica Italia e degli investimenti promessi, fino ad oggi quasi fermi.

www.partitodemocratico.it

"Si abbandoni la filosofia della lentezza", di Mario Calabresi

Una settimana per evitare di trovarsi di fronte a uno scenario da incubo, una settimana che comincia oggi a Roma e si concluderà alla fine del mese a Bruxelles. Una settimana per accantonare quella «filosofia della lentezza» che sembra aver ispirato l’Europa nell’ultimo anno. Una sola settimana per scongiurare «attacchi speculativi sempre maggiori» e «tassi di interesse sempre più alti». Mario Monti ha accettato di parlare direttamente all’opinione pubblica dei sei maggiori Paesi europei per mostrare un percorso virtuoso capace di convincere i cittadini e i mercati che l’euro è «indissolubile e irrevocabile».

Il Professore è convinto che le possibilità per farcela esistano e rivendica per l’Italia il rispetto degli impegni e la capacità di fare da ponte tra Francia e Germania.
Sono passati pochi mesi da quel vertice autunnale di Cannes in cui Silvio Berlusconi si trovò nell’angolo e il nostro Paese sotto accusa, ma oggi sembra passato un secolo tanto che è stato Monti ad invitare a Roma Merkel e Hollande per rafforzare il percorso verso il summit di Bruxelles. E il nostro ruolo non è più quello dell’«appestato» quanto quello di un Paese «ascoltato» che può aiutare a trovare una mediazione tra le ricette differenti di Francia e Germania.

Nell’intervista che ha accettato di dare proprio per sollecitare i cittadini comuni a comprendere il valore dell’Europa, Monti si rivolge direttamente ai tedeschi, ai francesi e agli spagnoli, come ai polacchi e agli inglesi, affinché archivino stereotipi e luoghi comuni. «Perché – sottolinea – diversi Paesi si trovano a far sempre più fatica a far comprendere alle opinioni pubbliche che politiche giuste vanno continuate».

Ma è anche la nostra classe politica a preoccuparlo, tanto che Monti denuncia il rischio della disaffezione nella sua maggioranza: «Un rischio che vedo persino nel nostro Parlamento, che tradizionalmente è sempre stato europeista e non lo è più».

Nelle parole del premier, appena tornato dal G20 messicano, c’è invece l’orgoglio per la strada percorsa dall’Italia e per la capacità mostrata di rispettare gli impegni presi. Quella che spesso è presentata come la rigidità e l’ostinazione del premier-professore viene – nelle sue parole – implicitamente trasformata nell’unica possibilità che abbiamo per tornare ad essere credibili e protagonisti.

Ma, non basta, di fronte alla speculazione è necessario varare «un insieme di misure più efficaci per dare stabilità finanziaria all’eurozona». Un’eurozona che – ricorda con un filo di polemica – «presenta nel suo assieme disavanzo e debito pubblico che, in rapporto ai rispettivi Pil, sono inferiori a quelli del Regno Unito, degli Stati Uniti e del Giappone».

La fretta di Monti, il suo richiamo a abbandonare la «lentezza», è figlia della convinzione che nessun paziente può reggere a lungo a una «situazione di sveglia acuta, di insonnia e di convulsioni». Per questo ritiene indispensabile individuare in questa settimana «uno strumento, uno “scivolo” di passaggio verso un mercato più ordinato e sostenibile in termini di tassi di interesse» per quei Paesi che, pur rispettando le regole date e procedendo sulla via delle riforme strutturali, scontano spread troppo alti.

Nell’intervista, fatta ieri mattina presto a Palazzo Chigi, Monti ha accettato la sollecitazione della collega tedesca di provare a parlare direttamente ad un immaginario signor Müller, il pensionato tedesco spaventato dall’idea di dover pagare per tutti. E qui il professore ha rotto il suo aplomb, si è immaginato a tavola – in compagnia di due birre – e ha invitato il suo commensale a rilassarsi, «perché l’Italia finora non ha chiesto prestiti, ne ha dati molti» e non è vero che «stai mantenendo l’eccessivo tenore di vita degli italiani». C’è da augurarsi che oggi pomeriggio convinca anche la signora tedesca che si troverà di fronte.