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"Cambio di stagione", di Filippo Ceccarelli

«Qui fuori – aveva avvertito Francesco Rutelli nel caso di mancato arresto – arriverebbero i forconi ». Va da sé che l’immagine non era e ancora
oggi è tutt’altro che rassicurante. Eppure occorre anche sapere che mai come in queste ultime settimane i forconi, rispettabili attrezzi di pulizia e acuminati simboli di rivolta e saccheggio, risultano evocati e al tempo stesso invocati da una classe politica che ne ha giustamente parecchia paura, ma un po’ ritiene anche o forse s’illude di poterli indirizzare contro questo o contro quello.
Si sono intravisti forconi contro i perenni e ancora intatti privilegi dei parlamentari, contro i ghiottissimi mega- stipendi dei manager, contro la spartizione sfacciata delle authority, contro il senatore De Gregorio (che pure l’ha sfangata con un sospetto voto), contro un comma del ddl anti-corruzione, comma significativamente ribattezzato «salva-Penati», contro le tasse e perfino sulla misera sorte degli esodati («altro che forconi!» se n’è uscito l’altro giorno l’ex ministro dell’Interno Maroni).
E c’entreranno anche Grillo e l’anti-politica, avranno avuto il loro peso la scadenza dell’Imu e il taglio delle pensioni, la crisi economica e quella altrettanto epocale della rappresentanza, ma il caso del senatore Lusi, al di là di qualsiasi approfondimento tecnico, è il primo in cui la legge del forcone, nella sua più implicita brutale ma anche inesorabile logica viene non solo applicata, ma pure messa in opera a futura memoria. E la riprova psicologica, prima ancora che politica, è che davvero viene da chiedersi cosa sarebbe potuto accadere se questa volta il Senato, a voto segreto e papocchio palese, avesse salvato dalla prigione il tesoriere della Margherita.
Anche al netto delle immagini truculente, il voto di ieri misura un cambio d’atmosfera, una diversa qualità del rapporto tra pubblica opinione e mondo del potere; forse dopo un ciclo abbastanza lungo di indiscussa impunità il pendolo della storia sta invertendo il suo movimento proprio là dove le virtù e le colpe si fronteggiano nell’antica dinamica stabilita da Guicciardini: «E spesso tra ‘l palazzo e la piazza è una nebbia sì folta o uno muro sì grosso…».
Ora, è fin troppo ovvio – anche se in certi momenti non lo sembra affatto – ritenere che la maggioranza e ancor più la totalità hanno sempre ragione. A furor di popolo sono stati compiuti i peggiori scempi, e non di rado proprio ai danni di quelli che il popolo hanno esaltato come base del loro comando e viziato nella loro ingenuità. Per cui Lusi domani potrà anche essere giudicato innocente, o almeno colpevole, ma non più di quelli che l’hanno messo su quella poltrona e per i quali ha lavorato e che ha foraggiato in attività che solo con qualche pigrizia possono definirsi politiche.
Le case, certo, le ville, gli spaghetti al caviale. Quello era l’andazzo, ma mica solo tra gli ex margheriti la cui coda di paglia da febbraio in poi ha rischiato in diverse occasioni di prendere fuoco. Così Lusi paga il frutto avvelenato di una stagione ad personas in cui solo due o tre anni fa si voleva imporre e anzi provò a imporre, contro tutti e contro tutto, la più pratica invulnerabilità ai potenti. Do you remember Lodo Alfano? Do you remember come nelle interminabili e per giunta inconcludenti diatribe sorte intorno a quella normativa si alzavano il rimpianto per la perduta immunità parlamentare e la condanna per quella specie di stupro che l’aveva modificata all’unanimità?
E’ strano come tutto si dimentica, a cominciare da ciò che nel presente desta il peggiore ricordo, ma non molto tempo fa c’erano onorevoli che invocavano il loro inviolabile statuto per non passare addirittura nei metaldetector all’aeroporto. E si sono approvate leggi che con la scusa della sicurezza militarizzavano gli autisti per consentirgli di scorrazzare nel traffico senza preoccuparsi di quelle obiettive perdite di tempo che sono i semafori rossi.
Sarebbe bello poter pensare che il voto su Lusi indica un tardivo ravvedimento o una nuova maturità del ceto politico. Che non c’entra tanto la minaccia dei forconi, o dei cappi sventolati vent’anni orsono dai leghisti. Sarebbe bello accogliere l’esito di Palazzo Madama come una ripristinata dialettica fra doveri e responsabilità. Sarebbe bello, ma improbabile e purtroppo impossibile. Fra le ragioni elementari della giustizia e gli scrupoli del garantismo, l’impressione è che oggi i senatori abbiano votato o non votato in quel modo per puro istinto di sopravvivenza. Il che è già molto, però al tempo stesso è anche insufficiente. E’ un passo avanti, ma pure uno scarto di furbizia, un sistema per cavarsela almeno per oggi, domani boh, magari cambia il vento e ricominciamo a dare poteri illimitati ai tesorieri ottenendone in cambio benefici su cui nessuno avrà più tanta curiosità.
Dietro al voto che ha spedito Lusi a Rebibbia c’è la memoria atavica e inconfessabile del Novantatrè, «il Parlamento degli inquisiti», i linciaggi in tv e nei ristoranti, le transenne mobili davanti a Montecitorio e dietro l’accalcarsi di una folla rabbiosa. Ad aprile fu negato l’arresto di Craxi e fischiarono le monetine davanti al Raphael; a settembre, per due voti, fu salvato De Lorenzo e il presidente della Repubblica non solo pensò di sciogliere le Camere, ma lo fece anche sapere.
E’ poi inutile questionare che se fu un bene o se fu un male, anche perché in genere le due entità non sono così inconciliabili, e nel potere lo sono ancora meno. E’ solo che in certi momenti la storia comincia a correre e non si ferma a guardare in faccia a nessuno, figurarsi il senatore Lusi, e allora di solito è troppo tardi, e i rivolgimenti all’inizio nemmeno si riconoscono, magari stanno nascosti dietro i forconi, e comunque chi s’è visto, s’è visto.

La Repubblica 21.06.12

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“I parlamentari sono uguali agli altri cittadini”, GIOVANNA CASADIO

Hanno pesato i dubbi di Berlusconi, certo. E alla fine prevale nel Pdl la linea “Ponzio Pilato”: né voto segreto, né voto palese, né per l’arresto di Lusi né contro. La scelta pidiellina è di non partecipare al voto che ha mandato a Rebibbia l’ex tesoriere della Margherita. Costa al partito del Cavaliere due assemblee di fuoco (martedì sera e ieri),
una spaccatura e la minaccia di dimissioni di Gaetano Quagliariello, il vice presidente dei senatori del gruppo. Che però nega: «Io le dimissioni le do, non le minaccio». Ma è scontro tra Quagliariello-Gasparri (e Alfano, che però non va alla riunione del gruppo) favorevoli al voto palese (e poi libertà di coscienza) e l’ex Guardasigilli Francesco Nitto Palma che con Ferruccio Saro e Altero Matteoli guidano la raccolta di firme per il voto segreto. La fibrillazione è altissima. Dura l’intero pomeriggio. Il tam tam delle riunioni convocate, sconvocate e riconvocate dei pidiellini al Senato, arriva anche alla Camera. Poco dopo il sì all’arresto, è Bersani, il segretario del Pd, a rilasciare a Montecitorio il primo commento: «L’arresto di Lusi? Ho sempre detto che senatori e deputati sono uguali a tutti i cittadini». Davanti all’altro ramo del Parlamento, impazza la battaglia di Storace e dei militanti della Destra che lanciano fette di mortadella contro Palazzo Madama al grido: «Magnateve pure queste ». Dentro, la tensione si taglia a fette. Anna Finocchiaro, la capogruppo democratica a metà pomeriggio convoca una conferenza stampa per chiedere al Pdl di seguire la via maestra: «I senatori si assumano la responsabilità delle proprie scelte, in questa circostanza tutti devono decidere in modo netto, chiaro e trasparente, niente voto segreto». Per il Pd, nessun problema – garantisce, a parte qualche assente giustificato, il voto è «sì all’arresto ». Giampiero D’Alia dell’Udc si unisce all’appello della Finocchiaro: mettiamoci tutti la faccia. Ma non serve a placare le polemiche nel centrodestra, dove chi voleva “salvare” Lusi racconta di avere telefonato a Berlusconi e ne riferisce frasi del tipo: «È sempre sbagliato farsi intimidire dai magistrati ».
Rutelli siede nel suo scranno al Senato, ora impassibile, ora parlottando con Riccardo Milana. Non parteciperà al voto, e affida a un comunicato la spiegazione: «In quanto parte offesa nel procedimento penale contro il senatore Lusi». Aggiunge: «Dopo mesi che ho difeso con le unghie e con i denti il mio onore e quello della Margherita, ho ritenuto opportuno non parlare come accusatore politico, né votare poiché rappresento la parte offesa, cioè le numerose vittime nel procedimento contro Lusi. È toccato
al Senato, nella sua libertà, decidere ».
Dopo lo show down del tesoriere, le dichiarazioni dei garantisti, dal Pdl partono le accuse al centrosinistra. «Lusi non è un fungo isolato, ci sono corresponsabili», dichiara Gasparri. Mentre nei banchi del Pdl compaiono cartelli con la scritta: «Rutelli parte civile? No, parte in causa. Prima Lusi e poi li getti». Lucio Malan rincara: «Neppure
in un partito molto più grosso della Margherita sarebbe potuto succedere che scompaiono 26 milioni e nessuno se ne accorge. Non ci crederebbe nessuno, anche se fosse vero». Votato il via libera all’arresto. Quagliariello rivendica: «Abbiamo evitato un altro 1993, quando si respinse la richiesta per Craxi; sarebbe stata la seconda volta di un uso strumentale del voto segreto». Annuncia che porterà in giunta una questione, che sia automatico il voto segreto quando si tratta della libertà della persona. Emma Bonino, la leader radicale, vota sì all’arresto di Lusi però osserva: «Ho pena a vedere trasformarsi quest’aula in un’aula di tribunale, non è questo il nostro ruolo». «Brava», scappa al presidente Schifani, che non sa di avere il microfono aperto.

La Repubblica 21.06.12

"La mossa della disperazione di un partito allo sbando", di Michele Prospero

La destra ritrovata si accorda con un baratto per mettere mano alla costituzione e curvarla in vista di un disegno di parte, nel perfetto stile dell’occasionalismo politico. Non c’è nulla, in questi ridicoli aspiranti al ruolo di padri costituenti, che li avvicini alla tragica grandezza di Schmitt. Il loro goffo tentativo di innestare il presidenzialismo sregolato su un confuso senato federale aspira solo a gettare scompiglio. Dà la misura della effettiva levatura culturale della destra italiana questo disinibito gioco a mettere la Costituzione al servizio di un meschino calcolo tattico.
Con mosse di inaudita gravità nella loro immediata ricaduta istituzionale, la destra scatena una guerriglia cieca, condotta in Parlamento per farla finita con il mal digerito governo Monti. L’unica sua strategia, impaurita com’è di andare davvero al voto anticipato (la Lega, non meno di Berlusconi, trema alla sola idea di convocare le urne), è quella di far saltare il tavolo. La destra solo per alzare fumo prepara le condizioni di una crisi di legittimazione della Repubblica. Spera cioè di avere qualche chance di rinascere tra le macerie della democrazia.
La destra non aspira neppure al presidenzialismo. Sa perfettamente che, sulla base dei rapporti di forza attuali, la sinistra vincerà le elezioni. E non è certo per dei larvati timori di soccombere nella gara plebiscitaria che rigetta l’avventura presidenzialista. Lo fa per cogenti ragioni di coerenza formale e sostanziale che escludono ogni seria possibilità di trapiantare senza rischi di rigetto il presidenzialismo sull’organico impianto parlamentare disegnato nella carta del 1948. La destra, con un banale emendamento, prevede un presidenzialismo privo di argini e imposto a una carta ispirata ad altri principi. Per calcoli angusti, non disdegna la rottura plateale delle convenzioni costituzionali. Ritorna nella destra una inclinazione stupefacente a tramutarsi in un’area politica sleale. Non solo le fa organico difetto ogni cultura dell’alternanza, che sconsiglia alla maggioranza di imporre con atti di forza le regole che dovrebbero essere comuni. La destra tenta sempre con dei colpi subdoli di posare le mani sporche nell’ingranaggio delicato delle istituzioni.
Nel 2006, poco prima di lasciare il potere, la Lega e il Pdl confezionarono, nella prospettiva di una loro sconfitta ormai annunciata, la bomba del Porcellum e licenziarono il megadisegno di riforma costituzionale, che fu poi bocciato a grandissima maggioranza dagli elettori. Ora la storia si ripete. Che delle forze politiche colpite da un discredito che pare irrecuperabile, e che sono stimate insieme a non più del 20 per cento dei consensi, approfittino del vecchio ceto politico eletto nel lontano 2008 per sabotare la Costituzione è una scelta velleitaria.
Il decisionismo sbruffone della destra perdente è una caricatura miserevole del decisionismo storico, inteso esso sì come il risoluto colpo di mano di una maggioranza pronta a incassare un plusvalore politico dalla sua prevalenza numerica. Il tratto donchisciottesco di un decisionismo esibito da un esercito ormai allo sbando, che non sa neppure cosa farà tra sette mesi, non lo rende tuttavia meno pericoloso. A destra in realtà abitano delle folli pattuglie di guastatori, cioè dei ceti politici al tramonto e privi di ogni senso dello Stato, che, in procinto di abbandonare il seggio parlamentare, giocano alla rissa.
In Francia il generale De Gaulle, per imporre il regime semipresidenziale, ci mise ben 5 anni terribili, con violenze e frequenti forzature rispetto alle stesse regole previste dalla carta del 1958 per la revisione costituzionale. Gli apprendisti stregoni della destra italiana intendono battere ogni record e vogliono mutare con un blitz improvviso la forma di governo e di Stato in appena 7 mesi. In un Paese che rischia di sprofondare nell’emergenza di una crisi economica fuori controllo per la recessione e gli attacchi annunciati dei mercati, quella della destra è una squallida provocazione. Ma anche stavolta non passeranno. C’è un costituzionalismo democratico che per fortuna è molto più ampio delle file della sinistra.

L’Unità 21.06.12

"La “follia” del Cavaliere che fa male al Paese", di Massimo Giannini

Sono solo parole. Ma le parole pesano. Le parole sono importanti. Tanto più quando la posta in gioco è il destino della moneta unica e il futuro dell’Italia nella comunità internazionale. Dunque, non si può più sorridere di fronte all’ennesima sfuriata di Silvio Berlusconi contro l’euro. Non si può più irridere il Cavaliere, quando ripete che uscire da Eurolandia, per il nostro come per gli altri Paesi, «non è una bestemmia».
C’è del metodo, nella disperata follia del Cavaliere. L’idea, cinica e provinciale, di lucrare una rendita elettorale cavalcando l’onda dell’antieuropeismo. L’intenzione, miope e strumentale, di sfruttare il disagio dei popoli riaggregando l’orda del populismo. Una subcultura autarchica e rozza, che non è nuova nell’anomala destra berlusconiana, ma che oggi accomuna quest’ultima alle destre più estreme, di ispirazione neo-nazista, del Vecchio Continente.
L’intera storia di Forza Italia, poi della Casa delle Libertà, infine del partito del Popolo delle Libertà, è innervata da una visione sciovinista e tendenzialmente ostile ai processi di integrazione comunitaria. Nel ’96 il Berlusconi oppositore fu contrario all’ingresso dell’Italia nel plotone di testa dei Paesi fondatori dell’euro: la destra alle vongole del Cavaliere organizzò un Aventino parlamentare, per combattere l’eurotassa di Prodi e Ciampi. Tra il 2001-2006 e il 2008-2012 il Berlusconi premier ha più volte indicato nell’euro l’origine dei nostri mali. Ora torna sul luogo del delitto, rilanciando l’epica della «liretta» e la mistica della “svalutazione competitiva”.
La portata tecnicamente eversiva delle intemerate berlusconiane è evidente. «Con un ritorno alle monete nazionali ci sarebbero dei vantaggi », sostiene. Se l’Italia tornasse alla lira, le nostre imprese esporterebbero più facilmente i loro prodotti. Ma sarebbe un beneficio illusorio. Grazie a questa “droga”, negli anni ’80 le aziende italiane hanno creduto di vincere la sfida sui mercati esteri, seguendo la «via bassa» della competitività e della produttività. Hanno giocato sul vantaggio dei cambi, non hanno puntato sulla qualità dei prodotti.
Ma con l’uscita dall’euto il danno maggiore lo pagherebbero i cittadini. La “nuova lira” si svaluterebbe immediatamente, tra il 20 e il 40%. Il Te-
soro avrebbe difficoltà enormi a collocare in asta Bot e Btp, se non con rendimenti folli. La bolletta energetica, saldata in dollari, esploderebbe. L’inflazione tornerebbe rapidamente a due cifre. I tassi di interesse seguirebbero a ruota. I mutui in banca diventerebbero proibitivi. È questa l’Italietta che piace al visionario di Arcore?
Oltre che di dilettantesche falsità economiche, la propaganda berlusconiana è infarcita anche di donchisciottesche velleità diplomatiche. «Dobbiamo far valere la nostra forza e la nostra solidità economica per ammorbidire le posizioni della Merkel», dichiara. Non si capisce di quale“forza”ediquale“solidità”parli l’ex premier, che nei suoi ultimi anni di governo ha contribuito a fare dell’Italia il Paese meno forte, meno solido dell’Eurozona. Si capisce solo l’evocazione, facile e corriva, del solito «nemico esterno». Ai tempi di un’altra destra era la “Perfida Albione”, alla quale bisognava “spezzare le reni”. Oggi, nell’era della destra berlusconiana, è la “turpe Germania” che dobbiamo “piegare”. Il risultato non cambia. Ed è sconcertante.
Ma quello che preoccupa di più, qui ed ora, è l’effetto di destabilizzazione politica prodotto da queste
sortite. Il governo è impegnato in una mediazione difficilissima con i partner europei. Monti cerca in tutti i modi di riaccreditare il Paese, presso le cancellerie, la Commissione Ue, la Bce, il Fondo Monetario. Mai come in questo momento l’Italia è sotto osservazione. Mai come in questo momento ogni minimo errore può risultare fatale.
Purtroppo, anche se la geo-politica del Paese è ormai ben diversa dall’aritmetica del Palazzo, Berlusconi continua ad essere il padre-padrone del primo partito della “strana maggioranza” parlamentare che sostiene il governo. Servirebbero condivisione e senso di responsabilità. Il Cavaliere, da settimane, fa l’esatto contrario. Non avendo saputo conquistare fino in fondo il cuore e la testa degli italiani, prova a riparlare alla loro pancia, vellicandone gli istinti peggiori. È un basso calcolo di bottega. Ma ha un costo politico altissimo: indebolisce il governo Monti, lo danneggia all’interno e all’esterno, alimenta la suggestione del voto anticipato.
«Vi stupirò con le mie pazze idee», aveva detto il Cavaliere venti giorni fa, proponendo di «far stampare l’euro dalla nostra Zecca». Se la “pazza idea” è andare alle elezioni a ottobre, e colorire la campagna elettorale di “bestemmie” contro l’euro e contro le tasse, la povera Italia è davvero in pericolo. Abbiamo bisogno di tutto, meno che di una “Alba Dorata” berlusconiana.

La Repubblica 21.06.12

"Maturità, avere 20 anni ai tempi della crisi", di Michele Serra

L’unica concessione al “pop” è SteveJobs,citato nel tema sui giovani e la crisi: ed è comunque un pop di alta gamma. Per il resto, argomenti, autori e testi sottoposti ai maturandi 2012 danno l’impressione, non scontata, di una scuola italiana capace di indicare un nesso molto forte tra cultura e società,tra cultura e attualità.
LA CULTURA (anche quella “difficile”, l’arte di Pollock, San Tommaso, la Arendt, Sciascia) come potente strumento di lettura della vita sociale e personale. Con una vera e propria perla, un Montale del 1961 che sembra sceso pochi minuti fa da una cattedra ideale. «Accrescendo i bisogni inutili, si tiene l’uomo occupato anche quando egli suppone di essere libero». Chissà se un diciottenne del 2012 è in grado di cogliere fino in fondo la portentosa intuizione che Eugenio Montale mise nero su bianco più di mezzo secolo fa. Prima che la definizione stessa di “società dei consumi” divenisse di pubblico dominio (Marcuse pubblica L’uomo a una dimensione tre anni più tardi, nel 1964; in Italia arriva solo nel ’67). E davvero molto tempo prima che la rivoluzione elettronica arrivi a colonizzare ogni vuoto, ogni interstizio della vita, con l’eterna connessione di tutti al tutto, e l’accanita cancellazione del tempo vuoto, che è il solo tempo davvero libero.
«Pochi sono gli uomini capaci di guardare con fermo ciglio in quel vuoto», aggiunge Montale poche righe dopo. Ed ecco che il nostro febbrile consumo di tempo assume i connotati inquietanti di un’anestesia di massa, di uno stravolgimento degli scopi e del destino della vita umana: distolta dalla riflessione su se stessa, e dunque sulla morte, distratta da un incessante “svagarsi” che non è più l’ozio riflessivo degli antichi, è il nervoso scialo di tempo dei moderni. Un altro grande poeta italiano, Zanzotto, definì genialmente “progresso scorsoio” questo procedere frenetico, questo “troppo pieno” destinato, infine, a stroncarci per asfissia. Bellissimo tema di maturità, denso e difficile anche per un adulto, chissà per un giovane. Invidio chi potrà leggere le riflessioni dei diciottenni di oggi su una questione così vitale. Forse i più giovani sanno come navigare, sopra questo sterminato e infido oceano, con meno ansia di noi che maturammo troppo tempo fa.

La Repubblica 21.06.12

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“Maturità: tra crisi e giovinezza ecco i temi preferiti dagli studenti successo per le tracce via mail”, di Corrado Zunino

Montale e il ruolo della scienza tra le altre scelte. Oggi la seconda prova. L’esordio della Maturità 2012 è andato bene. Poche, forse pochissime, contestazioni. Temi tenuti in segreto fino alle ore 8,29 (un minuto prima della consegna delle tracce), e se questo fosse confermato sarebbe una novità assoluta. Quando sono diventate pubbliche, poi, si è scoperto che le tracce per lo scritto d’italiano erano di spessore. Niente morti giovani: Marco Simoncelli e Amy Winehouse. Niente Dalla né Gheddafi. Niente Grecia, niente Pascoli. “I giovani e la crisi”, era il tema generale proposto, attuale e cogente, un saggio breve con dati Censis a disposizione e citazioni di Steve Jobs («siate affamati, siate folli»). È stato scelto dal 41 per cento degli studenti. Poi, in ordine di preferenze, l’invettiva del comunista francese Paul Nizan: “Avevo vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita”. E la responsabilità della scienza e della tecnologia, quindi Montale che destruttura l’idea del lavoro, la crescita degli studenti che si sono cimentati sullo sterminio ebraico e, ancora, un complesso Labirinto artistico-letterario. Infine, una questione che ha interessato molto i ragazzi contestatori delle ultime due stagioni, “Bene individuale e bene comune”. L’hanno scelto solo il 4,1% degli esaminati, però. I primi sondaggi parlano di temi graditi a sette maturandi su dieci.
Le tracce sono diventate ufficialmente disponibili dalle undici di ieri sul sito del ministero dell’Istruzione, in anticipo di un’ora rispetto alle ultime stagioni. E il “plico telematico”, codice di 25 battute alfanumeriche, si è aperto in tutte le scuole impegnate e, con qualche minuto di suspance, ha rivelato i temi custoditi. Oggi si replica con la mail crittografata per greco (classico), matematica (scientifico), lingua straniera (linguistico), pedagogia (pedagogico), figura disegnata (artistico), economia aziendale (ragioneria), topografia (geome-tri), alimenti e alimentazione (alberghiero). Si espliciterà il codice — per sicurezza ulteriore — anche al Tg1, su Televideo e sul sito del Miur. Lunedì 25 giugno è in calendario il terzo scritto, il quizzone predisposto dalle singole commissioni d’esame.
Era pronta da anni, la “mail crittografata”, ma Mariastella Gelmini non se l’è sentita di rischiare e ha proseguito con le buste sigillate con la ceralacca. Ora il ministro Francesco Profumo dice: «È una scommessa vinta da tutta la comunità scolastica, che da Nord a Sud ha dimostrato di sapersi misurare con questa piccolagrande rivoluzione. La scuola italiana, come il paese che la accoglie, sono pronti e all’altezza della sfida per la modernità che i nostri tempi ci impongono».

La Repubblica 21.06.12

Il Senato dice sì all'arresto di Luigi Lusi

L’aula del Senato dice sì alla richiesta di custodia cautelare in carcere nei confronti del senatore Luigi Lusi. Il Senato ha votato con voto palese. È la prima volta che Palazzo Madama autorizza gli arresti di un suo componente. Hanno votato a favore dell’arresto di Luigi Lusi 155 senatori, su una maggioranza richiesta di 85. I ‘no’ sono stati 13. Contrari in aula alla richiesta di autorizzazione all’arresto si sono dichiarati i radicali Bonino, Poretti, Perduca, il repubblicano Antonio Del Pennino, l’avvocato del Pdl Piero Longo, l’ex presidente del Senato Marcello Pera e il senatore Alberto Tedesco del gruppo Misto.

“Nella vicenda del Senatore Lusi la fondatezza dell’azione penale è chiara e manifesta. I senatori del Partito Democratico, ascoltata la relazione del Presidente Follini che ha escluso alla radice il fumus persecutionis, voteranno a favore dell’accoglimento della richiesta del Gip”. Così il vicepresidente dei senatori del Pd Luigi Zanda ha dichiarato il voto favorevole del suo gruppo all’autorizzazione all’esecuzione dell’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal giudice per le indagini preliminari nei confronti del senatore Luigi Lusi.

“I senatori del Pd – ha continuato – voteranno a favore in piena coscienza, avendo chiari i limiti delle loro prerogative e con la pesante amarezza di doversi esprimere su un Senatore che e’ stato loro compagno di Partito e di Gruppo sino a quando non ne e’ stato allontanato per la gravita’ dei fatti a lui riferiti. L’Italia repubblicana ha conosciuto, purtroppo, una vasta casistica di uomini politici accusati di corruzione, concussione, furto. Ma i comportamenti addebitati al senatore Lusi hanno un carattere senza precedenti”.

“Garantismo è una parola nobile – ha concluso Zanda – ma può essere usata anche con un significato distorto e strumentale. Nella vicenda del senatore Lusi, quanti hanno cercato la copertura del voto segreto dovrebbero riflettere sul significato vero del termine garantismo e dei rischi connessi a un suo uso cosi’ disinvolto. Il regolamento dei senatori del Partito Democratico prevede che, su voti di questa natura, il singolo Senatore possa votare in modo differente dalla maggioranza del suo gruppo. Un voto, pero’, alla luce del sole, come dev’essere in un Parlamento di donne e di uomini liberi, sufficientemente maturi da votare apertamente, senza lo schermo del segreto”.

da www.partitodemocratico.it

Informativa urgente del Ministro del lavoro e delle politiche sociali sulla questione dei lavoratori cosiddetti esodati. Intervento dell'On. Cesare Damiano

Signor Presidente, signor Ministro, noi siamo qui perché vogliamo risolvere un grave problema e siamo anche stanchi – lo diciamo – di dare i numeri, di inseguire i numeri, anche perché, come lei ha riconosciuto, è difficile stabilire delle platee.
Crediamo, allora, che si debba invertire la logica del ragionamento. Non parliamo più di numeri e di tetti: parliamo di diritti dei lavoratori (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico e di deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Italia dei Valori), perché il diritto di andare in pensione con le vecchie regole, per coloro che si trovano nella circostanza di non avere più lavoro e pensione perché sono stati spiazzati da questa riforma, va ripristinato. Se partiamo ancora una volta dalle risorse e poi fissiamo dei tetti, noi neghiamo questo diritto.
Io mi collego a quello che ha detto il mio collega, l’onorevole Cazzola, di cui condivido l’intervento.

Le riforme sociali di questo Governo contengono un errore di impianto, a mio avviso, come se i muri maestri fossero sbreccati: l’errore è stato quello di abolire le quote di anzianità, di non prevedere nessuna gradualità nel passaggio da un sistema all’altro ed io credo – e lo dico a nome del Partito Democratico – che l’unica misura strutturale che serve per risolvere questo problema senza fare di volta in volta degli aggiustamenti sarebbe una sola: tornare alle quote di anzianità, magari adeguandole alle nuove necessità di innalzamento della pensione.
In secondo luogo c’è un errore anche per quanto riguarda il mercato del lavoro perché in un momento come questo di recessione che si prolunga, avere per i lavoratori una pensione che si allontana ed ammortizzatori sociali che quando andranno a regime saranno di tutela più breve, provoca un corto circuito difficile da gestire. Noi corriamo il rischio di creare dei cosiddetti esodati in modo permanente. Era evidente sin dall’inizio che il decreto per 65 mila lavoratori non sarebbe bastato ed è evidente che, come lei ha riconosciuto, al di là dei numeri che, lo ripeto, non voglio più inseguire, c’è un ulteriore platea che comunque dovrà essere coinvolta. Si tratta di altri 55 mila lavoratori e il raddoppio di quella cifra vuol dire estendere una salvaguardia. È vero, Ministro, lo abbiamo ripetuto per mesi, inascoltati, perché bisogna anche saper ascoltare la voce della politica (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico, Italia dei Valori, Unione di Centro per il Terzo Polo, Misto – Noi per il Partito del Sud Lega Sud Ausonia e di deputati del gruppo Popolo della Libertà), perché non sempre la politica non è capace di parlare e di interpretare il Paese reale. Bisogna anche scendere dall’idea di possedere una verità assoluta. Abbiamo avvertito il fatto che se si fissava al 4 dicembre il limite per gli accordi di mobilità riconosciuti, avremmo lasciato fuori molti accordi stipulati addirittura dal Ministero del lavoro e delle attività produttive – uno per tutti Termini Imerese – e se fate un decreto ministeriale interpretativo della legge che dice che entro il 4 dicembre quei lavoratori debbono già essere mobilità vuol dire che riduciamo drasticamente la platea e nessuno potrà essere salvaguardato se non pochissime persone. Quindi a quel difetto va posto riparo. Ci sono poi i licenziati individuali: noi siamo abituati a parlare delle grandi imprese, siamo abituati a discutere di esodati delle Poste, di ENI e di Telecom, ma dimentichiamo quelle decine, centinaia di migliaia di persone che nessuno conosce, invisibili, della piccola impresa, che si sono licenziati nella presunzione di andare in pensione e che vengono abbandonati a loro stessi (Applausi dei che con un dei gruppi Partito Democratico, Italia dei Valori, Unione di Centro per il Terzo Polo, Popolo e Territorio e di deputati del gruppo Popolo della Libertà), che corrono il rischio di avere quattro, cinque o sei anni di attesa senza pensione, senza stipendio e senza tutele sociali. Che fine faranno queste persone? Dobbiamo salvaguardarle. E poi ci sono gli esodati, ci sono quelli che continuano con la contribuzione volontaria.

PRESIDENTE. La prego di concludere.

CESARE DAMIANO. Vorrei inoltre ricordarle, signor Ministro, e mi avvio alla conclusione, che non capisco, per quanto riguarda la scuola, come non si sia compreso che un professore, un maestro, un insegnante, non sono operai della FIAT ed il loro anno di lavoro è un anno che coincide con il ciclo scolastico: il 1o settembre è il 1o settembre e non il 31 dicembre (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico, Italia dei Valori e Unione di Centro per il Terzo Polo), perché in questo modo è ovvio che si condannano questi lavoratori.

ANGELO CERA. È usurante, è un lavoro usurante!

CESARE DAMIANO. Concludo dicendo, signor Ministro, che siamo di fronte ad una situazione alla quale bisogna porre riparo. Anche io condivido il fatto che sarebbe meglio intervenire con una misura strutturale, ma intanto noi abbiamo bisogno di un provvedimento. Lei dice che non le bastano pochi giorni. Noi le diciamo, Ministro, che è dal mese di dicembre che le ripetiamo che sarebbe stato necessario fare questo provvedimento (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e di deputati del gruppo Popolo della Libertà). Sono passati più di alcuni giorni. Quello che noi chiediamo è un provvedimento immediato …

PRESIDENTE. La prego di concludere.

CESARE DAMIANO. … che dia un segno di avanzamento che copra queste persone e le salvaguardi. Lo dobbiamo al Paese, lo dobbiamo a questi lavoratori. Dobbiamo liberare le persone reali dall’angoscia di non avere un futuro. Questa è la nostra richiesta (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico, Italia dei Valori, Unione di Centro per il Terzo Polo e Futuro e Libertà per il Terzo Polo).

da www.camera.it

"Montale, i giovani, la crisi e Jobs. Ecco la prima maturità via Web", di Maria Teresa Martinengo

Debutto per il plico telematico. Le altre tracce: avere vent’anni, la responsabilità della scienza, lo sterminio nazista degli ebrei
e il bene comune e individuale. «Avevo vent’anni. E non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita», la traccia della prova di italiano tratta dalla famosa frase con cui Paul Nizan aprì «Aden Arabia», romanzo del 1931, probabilmente si aggiudicherà il record di preferenze della Maturità 2012, pari merito con «giovani e crisi». I tempi sono bui, insomma, e l’esame si adegua. Ma nella prima Maturità con trasmissione dei temi per via telematica e un apparato di password e tecnologia al passo coi tempi, la soddisfazione è generale. Da parte dei professori e anche degli studenti. Le tracce sono giudicate «interessanti», da scegliere «non solo per esclusione», «stimolanti per esprimere le proprie idee»: questi in sintesi i primi commenti colti qua e là all’uscita dalle scuole. Qualche accenno di delusione, appena, per alcuni pronostici mancati – come l’anniversario di Falcone e Borsellino – mentre moltissimi hanno centrato l’ipotesi «crisi».

Per quanto riguarda l’analisi del testo, il tam tam delle ultime ore si era concentrato su Pirandello, sbagliando. Il bel testo in prosa di Montale sull’«ammazzare il tempo», sulla necessità sociale di riempire il «pericoloso mostro», ha affascinato molti, pochi poi se la sono sentita di affrontarlo. Ma anche le altre tracce sono piaciute. Quella sulla Shoah ha riscosso consensi tra gli ormai numerosi studenti che hanno partecipato ai viaggi della memoria, mentre l’ambito scientifico – «la responsabilità della scienza e della tecnologia» – è piaciuto particolarmente negli indirizzi di studio più tecnico-scientifici. Commenti positivi sono arrivati da studenti e docenti anche per il saggio o articolo di ambito artistico-letterario sul «labirinto» e storico-politico su «bene individuale e bene comune».

Ad affrontare da stamane l’esame di Stato sono poco meno di 500 mila studenti, di cui poco più di 23 mila privatisti. Agli studenti è giunto da Shanghai un «in bocca al lupo» del ministro dell’Istruzione Francesco Profumo, che ha anche dato in diretta tv la password perché le scuole accedessero al plico informatico. «Mettetecela tutta. Abbiate fiducia e passione. Oggi – ha detto Profumo – è un giorno importante, è il primo esame della vostra vita; nella vita ne avrete altri ma ricorderete certamente l’esame di maturità come un passo essenziale nella vostra crescita, nella vostra maturità, nel vostro futuro».

Quella iniziata oggi sarà ricordata come la prima maturità «digitale», con la novità del «plico telematico». Sepolta definitivamente, dunque, la busta con le tracce cartacee che veniva consegnata la mattina dell’esame dalle forze dell’ordine. La nuova procedura prevede che le tracce della prova di italiano e di quella di domani, specifica in base ai singoli indirizzi, già inviate telematicamente ad ogni istituto superiore nei giorni scorsi, siano decriptate con l’abbinamento di due password – una inviata alle scuole e conservata in cassaforte, l’altra diffusa la mattina stessa dal ministero – e poi stampate nelle copie necessarie.

«Il sistema usato fino all’anno scorso era nato nel 1923 col ministro Gentile – ha detto Profumo – dietro c’era un lavoro di mesi per la preparazione dei testi, per le fotocopie, le operazioni per imbustare e il trasferimento ai comandi dei carabinieri e poi alle scuole. Il nuovo procedimento telematico è un passo essenziale nella modernizzazione del paese e porterà un risparmio notevole valutato in 240.000 euro».

La svolta del nuovo sistema telematico per inviare le tracce degli scritti della maturità alle scuole «è soprattutto un fatto culturale, ha aggiunto il ministro, e noi dobbiamo avere fiducia in un paese che diventa più moderno, in un paese che si allinea con gli standard europei. E iniziamo proprio dalla scuola» perché «è il centro della democrazia del paese, è il centro dell’innovazione. E gli studenti ci chiedono questo».

Domani, giovedì 21, la seconda prova scritta: le materie scelte dal Ministero sono greco al Liceo classico, matematica al Liceo scientifico, lingua straniera al Liceo linguistico, pedagogia al Liceo pedagogico, figura disegnata al Liceo artistico, economia aziendale ai Ragionieri, topografia ai Geometri, alimenti e alimentazione all’Istituto professionale per i servizi alberghieri e della ristorazione. Ancora, il 25 giugno è in calendario il terzo scritto, il «quizzone», predisposto dalle singole commissioni d’esame.

da repubblica.it