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"Le Biblioteche. Quelle nomine contro ogni regola", di Gian Antonio Stella

Quante altre biblioteche italiane sono nelle condizioni di quella dei Girolamini? Nessuno osi far la parte dell’offeso. Se dalla biblioteca napoletana di Giovanni Battista Vico sono spariti almeno 2.202 libri antichi, ritrovati dalla magistratura in tre differenti garage o depositi di Verona e dintorni legati a Marino Massimo De Caro, l’uomo che si spacciava per laureato e non lo era, si spacciava per professore e non lo era, si spacciava per il principe di Lampedusa e non lo era, vuol dire che poteva succedere.
C’è chi dirà: è stato un caso eccezionale. No: nessun asino si è mai levato in volo, nessun uomo è mai rimasto incinto, nessuna gazzella ha mai sbranato un leone. Se a Napoli è successo che un trafficante di libri antichi sia stato nominato direttore di una delle più importanti biblioteche italiane, cioè del mondo, vuol dire che nel nostro sistema può accadere. Esattamente come era già accaduto che l’elettricista Claudio Regis detto «El valvola», sedicente ingegnere (poi processato e condannato per questo) fosse nominato per meriti leghisti ai vertici dell’Enea o il sedicente dottor Francesco Belsito, con un diploma e due lauree taroccate, venisse piazzato ancora per meriti leghisti (sia chiaro: molti altri partiti non possono scagliare la prima pietra) alla vicepresidenza di Fincantieri. Ha dunque perfettamente ragione Tomaso Montanari, lo storico dell’arte che per primo denunciò la stupefacente gestione di De Caro raccontando di strani movimenti notturni che facevano pensare all’asportazione di volumi preziosi, a insistere nel chiedere conto di quanto è accaduto al ministero dei Beni culturali. E sbaglia Lorenzo Ornaghi ad affidarsi solo all’inchiesta della magistratura senza avviare, da quanto si capisce, un monitoraggio a tappeto su come avvengono certe nomine. Proprio l’inchiesta infatti dimostra quanto sia indispensabile capire esattamente «cosa» è successo per impedire che capiti di nuovo. Nell’ordinanza di custodia cautelare contro De Caro e i suoi complici, il gip Francesca Ferri scrive che la nomina del direttore della biblioteca dei Girolamini fu fatta «ad onta di ogni regola e grazie all’influenza politica correlata all’incarico fiduciario di consigliere del ministro per i Beni e le attività culturali Gian Carlo Galan», il quale si è scusato dicendo: «Me lo aveva presentato un uomo al quale devo tutto nella vita: Marcello Dell’Utri». Che «appare davvero semplicistica la rappresentazione della vicenda come una conseguenza della circostanza del tutto casuale che un soggetto, amante dei libri antichi e da tempo interessato al loro commercio (legale e illegale) si sia ritrovato, ad un tratto, alla direzione di una delle biblioteche più antiche e preziose d’Italia, e che, per la perdurante assenza di controllo e vigilanza da parte degli organi del ministero a ciò deputati era facile bersaglio di mire predatorie». Che l’ex direttore generale per le biblioteche del Mibac, Maurizio Fallace ha raccontato ai giudici di «insistenti pressioni» «affinché provvedesse alla ratifica» della nomina «nella stessa giornata». Il nodo è questo: servono nuove regole perché non accada più. Mai più.

Il Corriere della Sera 20.06.12

Maturità, Ghizzoni: “un esame nuovo per forma e contenuti”

La presidente della Commissione cultura della Camera dei deputati sull’avvio degli esami. Riguardo al “Plico telematico” e all’introduzione dei primi processi di digitalizzazione del sistema scolastico, ha espresso con soddisfazione il proprio parere la parlamentare Pd Manuela Ghizzoni, presidente della Commissione cultura della Camera. Di seguito, la sua dichiarazione: «Un esame di maturità nuovo, per forme e contenuti, rivolto a studenti nativi digitali. Per la prima volta gli studenti italiani hanno affrontato temi di maturità immersi nell’attualità e consoni al percorso formativo dei maturandi. La scelta di proporre argomenti che pongono i giovani come soggetto politico e sociale dimostra che la scuola sta interpretando la fase conclusiva di un ciclo di formazione, quale è l’esame di Stato, come una finestra sul mondo», ha commentato la presidente della Commissione cultura della Camera. Aggiungendo: «anche la forma è cambiata: l’invio delle tracce delle prove scritte non poteva più avvenire con un sistema anacronistico, che aveva come conseguenza principale un inutile dispendio di energie, anche delle forze dell’ordine, e denaro. Con il “Plico telematico” è stato compiuto un primo passo verso il processo di digitalizzazione a cui l’Italia non può sottrarsi, in particolare nei luoghi di formazione. Oggi – ha concluso Ghizzoni – si è aperta una nuova fase verso l’innovazione della scuola italiana, più vicina agli studenti e al mondo reale»

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"Il partito? È società civile", di Claudio Sardo

Si può ironizzare sulla scelta del Pd di sostenere per il Cda della Rai Benedetta Tobagi e Gherardo Colombo, indicati da movimenti della società civile. Si può dire che Tobagi e Colombo non vantino specifiche professionalità (sebbene il ruolo dei consiglieri non dovrebbe essere quello di condirettori aggiunti o di supporto, semmai questa esorbitanza è parte della malattia Rai). Si può dire che il Pd abbia abdicato, con demagogia, alle sue prerogative (e magari la denuncia viene persino dai censori della partitocrazia e dell’occupazione del potere). Si può dire che il Pd si stia arrendendo ai gruppi di pressione che cercano di assaltare il suo quartier generale e che stia rinunciando ai propositi di “partito solido”.
(Ma davvero il Pd deve concepirsi come un soggetto in lotta permanente col mondo circostante, come se la sua necessaria autonomia vada vissuta come una ossessione minoritaria?).
La scelta di affidare i posti del cda Rai ad alcuni movimenti della società civile ha invece una stretta parentela con le primarie, annunciate da Pier Luigi Bersani quando ancora non è chiaro lo schema politico e istituzionale (la legge elettorale) in cui si svolgeranno le prossime elezioni. Si tratta di decisioni che contengono una forte dose di rischio, e persino qualche tratto di irrazionalità politica. Ma che rispondono a una esigenza oggi vitale: ridurre lo scarto (pericoloso e crescente) tra opinione pubblica e rappresentanza democratica, tentare di riportare in un circuito riformatore tante energie civiche che oggi rischiano la deriva nella sfiducia, se non addirittura nel risentimento.
Nulla di tutto ciò si può fare senza rischiare, senza rimettersi in discussione, senza aprirsi al confronto e anche a qualche inevitabile contraddizione. Ma solo un pazzo oggi può negare il pericolo democratico che abbiamo di fronte. Come non vedere che, in un Paese come la Grecia, dove la crisi ha scavato nel modo più drammatico, a pagare il prezzo più alto del marasma sociale è proprio la sinistra europea (surclassata da un lato da una destra appena riverniciata e dall’altro da un radicalismo senza cultura di governo e senza legami in Europa)?
La seconda Repubblica cominciò proprio nel segno della divisione, anzi della contrapposizione, tra partiti e società civile. Per vent’anni l’ideologia berlusconiana si è sorretta su questa pietra angolare. Si poteva sperare che, chiuso il ciclo berlusconiano, la faglia si sarebbe ricomposta: invece si sta allargando. Tocca al partito che vuole rinnovarsi battere un colpo e non chiudersi a riccio. Tocca al partito dimostrare di essere innanzitutto espressione della “società civile” e non diramazione di istituzioni.
È vero che il rinnovamento, per inverarsi, ha bisogno di un sistema efficace e dotato di giusti contrappesi. Se non cambieremo il Porcellum, non basteranno le primarie del Pd per riportare l’Italia agli standard democratici europei. Se non si arriverà rapidamente ad una riforma della governance Rai, non sarà certo il nuovo cda a invertire la rotta che spinge al declino la maggiore industria culturale del Paese.
Tuttavia, la politica è azione, decisione, rischio. Bisogna muovere verso un obiettivo. Non solo aspettare che il disordine si plachi. Le recenti nomine all’AgCom e all’ufficio del Garante della provacy hanno suscitato giuste proteste. Perché lo scambio politico ha prodotto risultati discutibili (in qualche caso scandalosi) e perché la trasparenza è stata deficitaria. Ma guai a confondere il limite che deve avere l’azione dei partiti con la legittimità del Parlamento a decidere per alcuni ruoli di garanzia. I partiti sono presenti in Parlamento perché rappresentano gli elettori e parti di società civile. Proprio perché sono chiamati dalla Costituzione a determinare la politica “nazionale” devono ritirare la loro presenza (tuttora eccessiva e malata) da enti e strutture che appartengono al pubblico e che meritano autonomia. Peraltro, il pubblico va liberato dall’impronta “partitica” anche perché va rilanciato, a dispetto di quanto dicono i liberisti incalliti.
Il Parlamento, in ogni caso, non è la sommatoria dei partiti. Lasciamo alla destra radicale la polemica antipartitica che si trasforma in una contestazione antiparlamentare. Al Parlamento possono, debbono essere affidate scelte di garanzia (prima fra tutte quella del Capo dello Stato). A chi bisognerebbe delegare altrimenti? Ai governi pro-tempore? Agli ottimati che frequentano i salotti che contano? Per spezzare il cerchio della sfiducia è necessario piuttosto rafforzare le procedure della trasparenza. Il problema non sono i curricula dei candidati: il Parlamento non potrà mai trasformarsi in un commissione di concorso. Il problema è evitare scambi al ribasso, che premiano fedeltà di cordata invece della qualità e dell’equilibrio.
È necessaria una capacità di autoriforma del partito (di ogni partito). Più espressione della società, più radicamento popolare, meno partito degli “eletti”, zero occupazione di istituzioni autonome. Un partito più libero può essere più forte e autorevole in Parlamento. Dove si decide innanzitutto il governo del Paese. È questo il banco di prova della vera autonomia del partito: gli ottimati vogliono comprimere questa facoltà (e in fondo sono meno allarmati dalla partitocrazia).

l’Unità 20.06.12

"Legge elettorale perché conviene il doppio turno", di Piero Ignazi

IL porcellum ingrassa allegramente. Continua a godere di ottima salute perché tutti ne parlano male ma nessuno pensa seriamente a fargli la festa. Nella fiera della vanità elettorali, da sinistra e da destra rimbalzano sempre nuove e fantasiose proposte. Il catalogo dei sistemi elettorali è lungo quasi quanto le conquiste di Don Giovanni, eppure ai nostri legislatori non basta. Il genio italico è sempre pronto a elaborare qualche innovazione. Mettendo un po’ di questo o di quello, tanto “questo o quello pari sono”. Invece no: pasticciando con i vari sistemi elettorali si producono dei piccoli Frankenstein.
Le due grandi famiglie, quella proporzionale e quella maggioritaria, rispondono a logiche diverse e producono effetti diversi. Per scegliere bisogna sapere cosa si vuole. Se il problema numero uno è l’indicazione precisa di un governo da parte dell’elettorato – il mandato a governare, insomma – allora il maggioritario risponde alla bisogna. Se invece l’esigenza maggiore è la fotografia delle multiformità politiche esistenti, allora il proporzionale è quello che ci vuole.
Poi, le due grandi famiglie hanno partorito molti figli diversi. La discendenza proporzionale si differenzia per clausole di sbarramento a livello di circoscrizione o a livello nazionale, dimensioni delle circoscrizioni, formule matematiche per il calcolo del trasferimento dei voti in seggi; quella maggioritaria per maggioranze relative o assolute, turno unico o doppio turno. Il catalogo, lo ripetiamo, è molto ricco. Tirare in lungo chiosando e inventando serve solo a non eliminare il
porcellum.
Negli ultimi tempi ha preso quota il maggioritario a doppio turno in vigore in Francia per eleggere i parlamentari. Un sistema semplice e chiaro al quale, tra l’altro, gli italiani sono abituati, dal momento che votano così, pur con una piccola variazione, per scegliere i loro sindaci. Ecco i vantaggi: una maggiore chiarezza sui governi che possono scaturire dalle elezioni, la possibilità di ottenere seggi anche per partiti minori laddove sono molto radicati, il rapporto diretto tra eletto e collegio, la forte legittimazione per l’alta percentuale con cui, date alcune condizioni, il candidato viene eletto.
Tutti pregi che, per concretizzarsi, necessitano però di precise condizioni: che la soglia per accedere al secondo turno sia alta in modo da scoraggiare le liste minori, e che, se la tagliola dello sbarramento non basta, vengano presentate al giudizio finale degli elettori nel secondo turno poche alternative, possibilmente solo due. Nel primo caso interviene la legge a indicare il livello di sbarramento, nel secondo la politica per definire gli accordi di coalizione. Ovviamente ci sono anche degli svantaggi: il più evidente riguarda la distorsione della rappresentatività delle preferenze. Come ogni sistema maggioritario, il doppio turno premia i partiti maggiori e penalizza quelli minori. E poi lascia spazio alla contrattazione tra i partiti, spesso opaca, ma in genere precedente all’esito finale delle elezioni. Questi aspetti offuscano un po’ la chiarezza cartesiana del sistema ma i pregi vincono nettamente sui limiti.
Nonostante ciò i partiti italiani sono riluttanti ad adottarlo. E dire che ne trarrebbero vantaggio (quasi) tutti. Dopo un periodo di babele
delle lingue elettorali, il Pd oggi sembra essersi finalmente convinto della bontà del sistema a doppio turno. In effetti l’esempio del Ps francese è stuzzicante per Bersani e soci. Con il 29.4% il partito di François Hollande ha ottenuto 280 deputati (il 48.5%) ed è arrivato alla maggioranza assoluta aggiungendo i 12 eletti dei radicali di sinistra, gli storici alleati del Ps. Anche l’Ump di Nicolas Sarkozy ha ottenuto più seggi rispetto ai voti (33.6% dei seggi rispetto al 27.1% dei voti), mentre i piccoli partiti sono tutti sottorappresentati. E lo sono al massimo livello quelli estremisti, tant’è che il Fn con il suo 13.9% porta in parlamento appena 2 deputati.
Gli stessi vantaggi che il sistema francese offre al Pd nella sua veste di possibile partito “maggioritario” (con vocazione o senza) valgono anche per Pdl e Terzo polo. Entrambi i partiti, da soli, non vanno molto lontano, oggi. Devono scegliere i loro alleati. Il Pdl può rivolgersi di nuovo a destra, verso la Lega per vincere ancora qualcosa al
Nord, o al centro con il Terzo polo. Certo Berlusconi non potrebbe riprodurre lo schema del 1994 quando Forza Italia strinse una doppia alleanza, con la Lega al Nord e con An al centro-sud. Questa volta i potenziali alleati sono alternativi. Proprio questa incertezza strategica induce il Pdl a minare la riforma elettorale aggiungendovi il carico, ingestibile, di una modifica costituzionale del sistema di governo.
Infine, con il doppio turno rimarrebbero penalizzate le estreme e le nuove liste. Per le prime poco male, anzi. Per le seconde si tratta di diventar grandi e quindi di schierarsi abbandonando i deliri di onnipotenza.
Tutti auspicano un cambiamento della legge elettorale in direzione di una maggiore governabilità e di un più diretto rapporto con gli eletti, scelti dai cittadini. Il maggioritario a doppio turno offre forti garanzie per il perseguimento di entrambi gli obiettivi. Speriamo allora che il
porcellum, come i suoi simili, non passi l’inverno.

La Repubblica 20.06.12

"I dieci giorni della svolta", di Mario Deaglio

Le riunioni dei G8 e dei G20 sono caratterizzate, di regola, da un buonismo di facciata. Tutti sono d’accordo su grandi ovvietà, tutti sorridono nella «foto di famiglia», i contrasti e i litigi trovano spazio, con discrezione, dietro le quinte e non emergono nel comunicato finale, già scritto prima che la riunione abbia inizio. Non è andata così al G20 di Los Cabos: non ci sono stati risparmiati i confronti, le polemiche e neppure i dispetti. Dall’invettiva del presidente della Commissione Europea contro gli americani, ai quali ha ricordato, in modo brusco e poco diplomatico, di essere loro i responsabili della crisi economica mondiale fino alla cancellazione, o quanto meno al rinvio, di un incontro tra il Presidente degli Stati Uniti e i leader europei, largamente interpretato come uno «sgarbo» di Obama.

Questo nervosismo superficiale cela in realtà un colossale scontro di potere che si è chiuso negativamente per l’Europa: gli europei sono andati a Los Cabos con due convinzioni parzialmente errate.

La prima è che la crisi greca fosse, in quale modo considerata come l’elemento centrale della crisi economica globale, un’opinione alimentata dai mezzi di informazione, mentre rappresenta in realtà un elemento secondario di un contrasto assai più profonda sulla natura dell’Europa economica.

La seconda convinzione è che, in ogni caso, i rapporti tra l’euro e il dollaro, le due principali monete internazionali, avrebbe segnato il momento centrale dell’incontro.

Dalle prime indicazioni, la realtà si è rivelata ben diversa: gli europei nel loro complesso sono stati, senza troppi complimenti, «spintonati» e messi in seconda fila dall’azione coordinata dei Brics, una sigla che indica i paesi emergenti più dinamici o importanti, ossia Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, che, proprio a Los Cabos, hanno compiuto la metamorfosi definitiva da entità statistica a entità politica. Per quanto estremamente diversi tra loro dal punto di vista economico e politico, sono riusciti a varare un’azione incisiva e unitaria che controbilancia la loro crescente irruenza sui mercati finanziari. E’ sufficiente ricordare che i cinesi di Hong Kong si sono appena comprati il London Metal Exchange, una Borsa specializzata, principale luogo di contrattazione dei metalli non ferrosi, tra i quali alcuni piuttosto rari che molto interessano ai Paesi emergenti.

In particolare, annunciando (assieme all’Arabia Saudita) un loro contributo abbastanza sostanzioso all’aumento delle risorse del Fondo Monetario Internazionale destinate a contrastare la debolezza dell’euro, i Brics hanno quasi certamente ottenuto un aumento dei loro diritti di voto negli organi esecutivi dello stesso Fondo, sicuramente giustificabile, già all’ordine del giorno da molto tempo ma sempre rinviato per latente opposizione europea. E’ facile immaginare, infatti, che i diritti aggiuntivi di voto attribuiti a questi Paesi saranno tolti all’Europa assai più che agli Stati Uniti e che il successore della francese Christine Lagarde, attuale direttore generale del Fondo, sarà un brasiliano o un asiatico.

La debolezza europea non è naturalmente provocata tanto da partner esterni quanto da contrasti interni all’Europa. Gli europei sono profondamente divisi su ciò che dovrà essere l’Europa economica del prossimo futuro e hanno di fatto ricevuto al vertice di Los Cabos una solenne ramanzina per non esser riusciti a sanare le loro profonde divergenze. Sapremo nei prossimi giorni se la sempre più glaciale Angela Merkel abbia in realtà fatto qualche concessione delle quali non c’è per ora traccia e come evolverà il confronto con il quasi altrettanto glaciale neo-presidente francese François Hollande. La grande giornata delle Borse europee si spiega con un parziale recupero di un ribasso provocato da forti movimenti speculativi, ancora assai piccolo di fronte alle perdite degli ultimi tre mesi.

L’Europa esce dal G20 senza alibi: il suo problema non è l’euro, che può contare su una solidità di fondo – se comparata con il dollaro – in termini di debiti complessivi e deficit di bilancio, bensì il patto politico che tiene assieme gli europei. Stretto circa sessant’anni fa, era basato sull’orrore per le distruzioni provocate da una delle guerre più terribili dell’umanità e sulla necessità che gli europei smettessero di considerarsi nemici e diventassero fratelli anche grazie alla cooperazione economica. Ma oggi, con l’aumento del peso elettorale francesi, tedeschi, italiani e quant’altri vogliono davvero diventare fratelli? O si accontenterebbero, in definitiva, di essere lontani cugini, sommariamente legati da un patto doganale? E’ una domanda legittima visti gli andamenti elettorali dei movimenti xenofobi e di quelli ultra-regionalisti,

Il compito di cercare di uscire da questa terribile stasi è stato delegato al presidente del Consiglio italiano. Mario Monti ha parlato di scelte da prendere entro dieci giorni, con un occhio all’incontro di dopodomani a Roma, al quale parteciperanno i capi di stato e di governo di Germania, Francia e Spagna, oltre che naturalmente dell’Italia. L’Italia è il Paese ideale per un’opera di mediazione in quanto è il più piccolo tra i grandi e il più grande tra i piccoli Paesi d’Europa, è al tempo stesso «settentrionale» e «meridionale» e ha un debito molto elevato ma ha compiuto in questi mesi i passi più rapidi per uscire della crisi. Speriamo che, con queste premesse, alla fine dei dieci giorni, si abbiano decisioni e accordi veri e non un ennesimo rinvio.

La Stampa 20.06.12

"Rischio caos per la nuova maturità", di Pino Stoppon

Oggi l’esame di Maturità per 500mila studenti. Con una novità: le tracce arriveranno in maniera telematica. E per questo c’è una certa apprensione. «Il sistema funzionerà e l’esame si svolgerà regolarmente, come gli altri che negli anni lo hanno preceduto» ha fatto sapere il ministero dell’Istruzione rassicurando i tecno-scettici che guardano con diffidenza la novità del «plico telematico» e considerano il problema tecnico registrato ieri nella gestione delle commissioni una avvisaglia di quel che potrebbe accadere. «Non esiste un collegamento né un nesso tecnologico spiegano fonti ministeriali tra i problemi incontrati da alcune scuole nell’uso “dell’app” «Commissione Web» e la funzionalità del plico telematico, cioè delle tracce inviate via mail dal Miur e protette fino a stamattina alle 8,30 da un doppio codice di accesso. Viale Trastevere ammette che in tempi di crisi il nuovo faccia paura e ingeneri ansia, ma assicura «siamo in grado di rassicurare tutti gli utenti e il pubblico dei lettori di giornale che domani il sistema funzionerà. Certo, in tutte le cose nuove esiste una certa dose di rischio, e la sicurezza non è mai al 100%. Ma la maturità 2012 si svolgerà regolarmente come le altre che l’hanno preceduta negli anni». E dal ministero si fa pure notare che forse chi ha il coraggio di cambiare meriterebbe più fiducia. «Questa troppo spesso vilipesa amministrazione pubblica italiana dovrebbe essere sostenuta quando decide di innovare, con un risparmio anche economico, peraltro, come in questo caso, invece di essere sottoposta a una paradossale (proprio perché di solito viene criticata proprio perché immobile) censura per aver troppo osato. Eppure oggi è biasimata si fa notare per aver lasciato i rassicuranti lidi della polverosa e ottocentesca maturità cartacea in favore di un moderno uso del mezzo telematico. A questi misoneisti e tecnofobi (usiamo parole greche forse comprese meglio da questi difensori della tradizione a ogni costo) allora non possiamo che rispondere con il vecchio e popolare adagio della nonna, che “solo chi non mangia non fa briciole”». Ma come funziona il sistema? Le scuole hanno già ricevuto una prima chiave di accesso al sistema. La seconda chiave informatica, quella che consentirà alle commissioni d’esame di accedere alle tracce dei temi, sarà distribuita soltanto in mattinata. Da da giorni la polizia postale sta monitorando il sito del ministero dell’Istruzione per evitare che gli hacker possano entrare in possesso del codice prima che questo venga reso pubblico. Nel caso non dovesse funzionare le scuole possono sempre richiederlo via telefono e o guardando, alle 8,30 del mattino, Rai Uno. In caso di estremo black out informatico e elettrico i plichi saranno consegnati dai Carabinieri. In attesa di capire se il sistema telematico funzionerà è già iniziato in Rete il toto traccia. Il più citato è D’Annunzio,perché «non è mai uscito». Pascoli, perché «quest’anno ricorre il centenario della morte». Ma poi nel calderone finiscono anche Montale, Calvino, Pirandello, Carducci. Insomma «diciamoli tutti», commenta qualcuno. E così alla lista si aggiunge anche Federico Moccia. «Rete» calda, quanto la temperatura all’esterno, nel giorno prima degli esami. Elenchi lunghissimi di post e cinguettii che raccolgono gli sfoghi degli studenti in questa vigilia di maturità. Questa mattina il nodo sarà come sempre sciolto. Sempre ammesso che tutto fili liscio e che il plico telematico faccia il suo lavoro.

l’Unità 20.06.12

"Ok agli scatti di anzianità, ma pagati con il fondo di istituto", di R.P. da La Tecnica della Scuola

E’ questo l’orientamento dell’Amministrazione scolastica, già comunicato alle organizzazioni sindacali che, ovviamente, non sono per nulla d’accordo. C’è già un piano: cancellare la quota di fondo per il periodo settembre/dicembre 2012 e dimezzare il fondo a partire dal 2013. Ormai è quasi certo: gli scatti di anzianità potranno essere ripristinati ma solo a condizione di attingere le risorse dal fondo di istituto.
I risparmi derivanti dai tagli degli organici sarebbero stati infatti largamente inferiori alle attese: il MEF ha certificato finora 87 milioni di euro di risparmi e non sembra affatto intenzionato ad aumentare questo tetto.
Ma siccome di milioni ne servono almeno 350 se si vogliono davvero garantire gli scatti bisognerà pensare ad altre fonti di finanziamento.
I fondi destinati al funzionamento amministrativo e didattico delle scuole e quelli per sostenere l’ampliamento dell’offerta sono già stati falcidiati negli ultimi anni e ridotti ormai al lumicino.
Proprio per questo il Ministero ha proposto ai sindacati di attingere al fondo di istituto che attualmente serve a retribuire il maggior impegno del personale docente e Ata.
Sembra che i tecnici del Miur abbiano già anche fatto qualche conto.
Per il 2012 potrebbe “saltare” la quota di fondo relativa al terzo quadrimestre (settembre/dicembre 2012) che sarebbe dovuta servire per pagare i compensi dell’anno scolastico 2012/2013.
In pratica questo significa che una scuola di medie dimensioni che oggi riceve 120mila euro al netto degli oneri a carico dello Stato, a partire dal prossimo anno scolastico dovrebbe fare i conti con una riduzione di 40mila euro.
Ma, per poter garantire il riconoscimento degli scatti anche negli anni successivi, a partire dal 2013 il fondo potrebbe essere addirittura dimezzato.
I sindacati, ovviamente, non ci stanno ma al momento attuale non si vedono all’orizzonte soluzioni alternative.
Un taglio così pesante del fondo di istituto rappresenterebbe la fine dell’autonomia scolastica già messa in crisi in questi anni dalle riduzioni di organico e di risorse finanziarie ordinarie.
Nei prossimi giorni le parti si incontreranno ancora, ma la conclusione della vicenda sembra ormai segnata.
A meno che il Ministro Profumo non riesca a tirar fuori dal cilindro un improbabile “tesoretto”.

La Tecnica della scuola 20.06.12