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"Lezione greca per la sinistra", di Gad Lerner

Costretta a fornire il suo appoggio determinante a un governo di “unità internazionale”, cioè auspicato dai vertici dell’economia mondiale, la sinistra riformista in Grecia appare ormai prossima alla cancellazione.
Ecosì, di fronte alla tecnica finanziaria che fagocita la sinistra “responsabile”, a noi viene da chiederci: potrebbe succedere anche in Italia? Troppi interessati sospiri di sollievo hanno offuscato l’esito del voto greco. Suppongo ne abbia tirato uno inconfessabile pure Alexis Tsipras, il leader della sinistra radicale Syriza che ha quasi raddoppiato i suoi voti restando però all’opposizione, come le è più congeniale. Meglio per Tsipras che governi una coalizione guidata dalla destra che prima truccò i conti pubblici e poi ha assecondato le ricette disastrose imposte dall’estero a una popolazione che in maggioranza (contando gli astenuti) le rifiuta. Una polarizzazione che ha ridotto all’irrilevanza il Pasok, cioè il partito del socialismo europeo. Liquidando come velleitaria l’aspirazione a una riforma democratica dell’architettura dell’Unione, fondata sulla salvaguardia dei diritti e degli interessi dei ceti popolari.
Il dubbio si è affacciato ieri sulla prima pagina dell’Unità: “Gioire perché vince la destra?”. Ma forse è troppo tardi: i cittadini ateniesi che fanno la fila alle mense dei poveri e devono rinunciare all’acquisto di farmaci per i loro figli, non hanno ricevuto nei mesi scorsi nessuna visita di Hollande, Gabriel, Bersani, Pérez Rubalcaba. Sospinti da un eccesso di prudenza, i leader della sinistra europea hanno preferito la latitanza, evitando di porre la questione greca fra le priorità di una politica riformista unitaria. Quasi che la bancarotta di cui i greci sono vittime, ma, certo, anche corresponsabili, fosse una disgrazia periferica da ignorare in assenza di soluzioni realistiche; e dunque non rimanesse che trasmettere la più miope delle rassicurazioni: noi non corriamo il rischio di finire come loro. Vero è che Bersani ha dichiarato di vergognarsi per come l’Europa tratta la Grecia; ma quel sentimento non si è ancora tradotto in mobilitazione politica.
Non va dimenticato che prima di capitolare di fronte al diktat emergenziale del governo tecnico di Papademos, nel novembre 2011 il premier socialista George Papandreou aveva compiuto un estremo tentativo: la convocazione di un referendum che suffragasse attraverso il responso della sovranità popolare la scelta di restare nell’eurozona, disposti a pagarne il prezzo doloroso. Quella procedura democratica, che aveva buone
chances
di riscuotere il consenso della cittadinanza, fu bloccata nel volgere di poche ore dalla reazione indispettita dell’establishment finanziario e dei più autorevoli statisti europei. Confermando la più spiacevole delle impressioni: l’incompatibilità fra le regole dominanti dell’economia e le regole, ad essa sottomesse, della democrazia. I teorici dell’estrema sinistra (ma anche della destra populista) ebbero così modo di denunciare che, sia pure con il giogo del debito al posto degli eserciti, stiamo vivendo una nuova epoca coloniale. Cioè che abbiamo già subito la liquidazione anticipata dell’unione politica confederale dei popoli europei. Quel veto, imposto nella più totale latitanza della sinistra riformista europea, segnò l’inizio della fine del Pasok e spianò la strada al successo di Syriza: una coalizione di forze della sinistra radicale favorevole a infrangere le normative comunitarie; le cui componenti nei prossimi giorni si scioglieranno per dare vita a un inedito partito-movimento sotto l’abile guida di Alexis Tsipras.
In apparenza un tale scenario risulta difficilmente replicabile in Italia. Qui il disfacimento della destra berlusconiana e leghista sembra favorire una supremazia elettorale del Partito Democratico e, alla sua sinistra, Nichi Vendola non pare intenzionato per il momento a rompere l’unità del centrosinistra. Tale quadro però è reso assai sdrucciolevole dall’exploit del Movimento 5 Stelle e dalle tentazioni populiste no euro che allignano trasversali, alimentate dalla crisi. Se in Grecia è Antonis Samaràs di Nea Demokratia a prendere da destra le redini del governo con il Pasok e Sinistra Democratica in posizione subalterna, il probabile terremoto elettorale italiano potrebbe determinare risultati tali da costringere anche il nostro Paese a riproporre un altro governo di “unità internazionale” come scelta obbligata. “Auspicata” dall’alto. Come testimonia anche la riforma del mercato del lavoro che la sinistra parlamentare si accinge a votare controvoglia — quasi fosse impossibile promuovere un nuovo europeismo d’impronta sociale — i riformisti costretti a muoversi sotto dettatura tecnica non riescono da tempo a rompere uno schema che li penalizza. Ma la politica obbligata a derogare dalle proprie ambizioni, sacrificando i valori in cui crede e i legami sociali che la vivificano, finisce per soffocare. L’esempio del socialismo greco incapace di reagire alla sofferenza del suo popolo è lì a dimostrarcelo. Così, nel medio periodo, anche nel nostro Paese si riproporrebbero le spaccature interne della sinistra, a scapito delle forze riformiste.
I leader della sinistra tedesca, francese, spagnola e italiana che hanno disertato di fronte alla tragedia greca, incontrano ogni giorno nuovi ostacoli sulla via di una politica davvero europeista. Lo testimonia il recente congresso della Spd che ha deciso di procedere subito, d’intesa con la Merkel, alla ratifica del Fiscal Compact nel Parlamento di Berlino: un trattato che così com’è esclude possibilità di deroghe per i Paesi indebitati; né più né meno “stupido” come già lo furono i parametri di Maastricht violati tranquillamente dai più forti ma imposti ai deboli in nome di una convenienza spacciata per virtù. Del resto, per paura di perdere consensi, i socialdemocratici tedeschi confermano ancora oggi il loro rifiuto degli eurobond. Come in tempo di guerra, gli interessi patriottici l’hanno vinta sull’internazionalismo proletario.
Chi di fronte all’incognita di un’economia al collasso vuole alimentare di nuova linfa gli ideali dell’unità europea e della giustizia sociale, non può ignorare più a lungo l’agonia della Grecia. O la sinistra ricomincia da Atene capitale, o rischia di perdersi.

La Repubblica

"Così i bambini del terremoto disegnavano la città perfetta", di Jenner Meletti

C’è un caldo che spacca, dentro le tende arriva a 50 gradi. C’è la paura delle scosse che non finiscono mai. La più pesante è arrivata proprio a mezzanotte, in un’ora vigliacca, perché è in quel momento che decidi se dormire in casa o in macchina e la botta del 3,2 ti toglie ogni coraggio. Ma oggi, a San Carlo — il paese inghiottito dal fango arrivato dal sottosuolo — si piange per una scuola, l’elementare “padre Accorsi”. Ci sono stati tutti in questo edificio rosso costruito nel 1935 e ricostruito nel 1949, dopo i bombardamenti della guerra. In piazza, a guardare i soldati del Genio Ferrovieri di Bologna incaricati di togliere libri e banchi e zaini e gli attrezzi della palestra ci sono i nonni, i loro figli e i nipoti, che chiedono spaventati: «Ma davvero la mia scuola la buttano giù?».
Due giorni ancora, il tempo del «recupero oggetti validi», poi le ruspe abbatteranno tutto. È passato un mese, dal terremoto, e il “funerale” della scuola elementare racconta il dolore di un terremoto che ha distrutto le vite di donne e uomini e poi si è accanito
contro i sopravvissuti. La scuola, in un paese, è la casa di tutti. «Io mi sto uccidendo», dice Roberto Lodi, il vicesindaco di Sant’Agostino che abita qui a San Carlo. «Sto coordinando i lavori per svuotare la scuola e mi sento morire dentro. La chiesa dove mi sono sposato non c’è più,adesso tiriamo giù anche la scuola che è stata anche mia. Riusciremo a tornare nelle nostre case, ma nulla sarà più come prima». I bambini delle terza e quarta elementare stanno in piazza, appoggiati alle biciclette. «Ha visto le classi? Ci sono i nostri disegni ». Entri nel corridoio e capisci perché l’edificio sarà abbattuto. «Il muro portante è spaccato — spiega il vigile del fuoco Gianluca Musitelli, arrivato da Venezia — e sotto il corridoio c’è il vuoto. Le fondamenta sono state rotte dal fango uscito dalla terra». Sembrano commossi, i soldati del Genio. Raccolgono pennarelli e quaderni dai piccoli banchi, staccano disegni dai muri. Forse ricordano i loro banchi di scuola. Solo i banchi nuovi saranno messi nella nuova scuola, prefabbricata e antisismica, che sorgerà proprio qui e sarà pronta a settembre. «Ma ha visto i nostri disegni?». Li hanno preparati negli ultimi mesi di scuola, quelli di terza e quarta elementare, quando San Carlo era un paese normale. «Il paese che vorrei», questo il tema dettato dalle maestre. I sogni dei piccoli sono ancora appesi ai muri. «Io vorrei un parco acquatico, una farfalla grandissima, una torre altissima, Natale ogni giorno con tanta neve intorno», ha scritto Sara. «Io metterei — scrive Marco — una piscina, una sala giochi carina, tante giostre divertenti e il mare con i salvagenti». Andrea, per fare bello
San Carlo, propone una pista da go-kart. Federico chiede «un pulmino per venire a scuola», Diana vorrebbe «vedere le montagne, sono alte e portano aria fresca a pulita». Beatrice invece non propone nulla. San Carlo le piace così com’è. «Il paese che vorrei — scrive — è quello in cui vivo. Con la mia famiglia, miei amici, e tutte le persone che mi vogliono bene». Quasi un sogno, oggi, portato via come gli altri dai camion Astra Smh del Genio.
Le strade che vanno verso Finale sono pieni di cartelli. «Vai piano, siamo già abbastanza scossi». Alla trattoria Canaletto, sulla provinciale, pavimento e tavoli si mettono a vibrare e l’oste subito rassicura. «È un camion, è solo un camion ». «Ecco perché abbiamo messo i cartelli. Ogni scossa è un colpo al cuore». A Buonacompra il campanile non c’è più. È stato “smontato”, pietra dopo pietra e i rottami ora sono in un cumulo accanto a quello della chiesa. Ma dieci famiglie che abitavano sotto il campanile possono tornare nelle loro case. Trentotto gradi, ieri nella bassa. «Io ho paura — dice Marco Cestari, responsabile della Protezione civile di Finale Emilia — che i bambini e i vecchi cadano a terra, collassati». Il montaggio dei condizionatori procede lentamente, perché — racconta un tecnico che sta collegando fili e tubi — le macchine sono quelle già usate all’Aquila e il 30% non sono funzionanti. «Un mese dopo — dice il sindaco Fernando Ferioli — siamo ancora in piena emergenza. Il polo industriale delle ceramiche è fermo all’80%. Il terremoto ha sollevato e spostato i forni di cottura, macchine delicatissime che non possono muoversi di un millimetro. Se non arriva la defiscalizzazione, qui non ci sarà nessuna rinascita». Tensione nelle cinque tendopoli, con duemila ospiti. «Non puoi stare un mese in tende da otto posti, senza privacy. Ci sono state liti fra gruppi di stranieri, marocchini e ghanesi. La cosa più importante, per eliminare le tensioni, è far riprendere il lavoro. Fra industria e commercio ho già 4.000 cassintegrati».
La voglia di ripartire c’è, ma spesso resta un desiderio. «Il negoziante che vuole riaprire si compra il container o la casetta di legno con soldi suoi e deve pagare mille euro per l’allacciamento alla luce e all’acqua. Io come sindaco non ho poteri veri. Se ordino lavori di consolidamento in un edificio pericolante e il proprietario mi dice che non ha soldi, che posso fare? C’è una torretta piena di crepe che impedisce l’accesso ad altre case. Se ordino l’abbattimento e il proprietario si oppone, vado ad avviare una lite giudiziaria che durerà anni? Chiediamo la defiscalizzazione perché gli imprenditori possano investire qui i soldi delle tasse.La prima rata Imu è sospesa, la seconda, a settembre, no. Come posso chiedere soldi ai cittadini che non hanno case, nemmeno una delle dieci chiese della città, neanche un ospedale? Come Comune continuo a distribuire almeno 5.000 pasti al giorno nelle tendopoli e non so ancora come faremo a pagare. Fra un mese avrò finito anche i soldi degli stipendi ai dipendenti comunali, che qui lavorano giorno e notte». Nella piazza di San Carlo arrivano altri bambini e altri anziani. Ricordano la bidella Rosina Bordasi: «Si alzava alle cinque per mettere il carbone nella caldaia e con un’ampollina metteva l’inchiostro nei calamai». Suo figlio Giorgio è ancora bidello della scuola. Gli chiedi come vive un giorno come questo. Si mette a piangere.

La Repubblica 20.06.12

"Sul lavoro ora servono scelte chiare", di Luigi Mariucci

Può apparire singolare che si discuta di una sorta di scambio tra la soluzione del problema dei cosiddetti «esodati» e l’approvazione definitiva della riforma del mercato del lavoro. Eppure tra questi due temi esiste una evidente connessione.Infatti tra gli ambiziosi propositi della riforma Monti-Fornero vi è quello di «realizzare un mercato del lavoro inclusivo e dinamico, in grado di contribuire alla creazione di occupazione, in quantità e qualità, alla crescita sociale ecc.» (articolo 1, primo comma). Ora non vi è dubbio che vi sia un certo contrasto tra tali propositi e la condizione di quelle persone che avendo accettato una uscita anticipata dal lavoro nelle diverse forme (accordi collettivi, individuali, cassa integrazione, mobilità, dimissioni ecc.) in vista di una prospettiva pensionistica ravvicinata, si sono viste mutare d’improvviso le regole del gioco e quindi allontanarsi l’età pensionabile, talora per un numero considerevole di anni. Persone che quindi a causa di una modifica unilaterale delle regole da parte dello Stato si sono trovate in un singolare limbo: né lavoratori attivi né pensionati, ma disoccupati involontari e senza reddito. Si può immaginare qualcosa di meno «inclusivo»? Quindi la soluzione del problema degli esodati dovrebbe essere considerata una condizione se non preliminare quanto meno coessenziale alla approvazione di una riforma che si vuole appunto «inclusiva». Il che può farsi con una chiara norma definitoria delle situazioni in oggetto e non sulla base di approssimative stime numeriche derivate, alquanto arbitrariamente, per deduzione dalle cifre stabilite in copertura finanziaria. È dunque positivo che il ministro Elsa Fornero riconosca ora che le misure fin qui adottate, riferite a una quota di 65.000 interessati, sono insufficienti. Ma il ministro ora dovrebbe fare un passo in più: individuare una soluzione chiara e definitiva del problema. La vicenda degli esodati appare per altro verso emblematica dell’errore di fondo che è stato compiuto nell’impostare la riforma del mercato del lavoro. Si sarebbe dovuti partire fin dall’inizio dalla individuazione dei problemi reali più che dal proposito di produrre messaggi simbolici di dubbia efficacia pratica. Invece si sono persi dei mesi a discettare sulla riforma dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e sono rimasti in ombra i problemi veri: il sostegno al reddito e le politiche attive del lavoro per quanti hanno perso il posto negli anni della crisi e per quanti, soprattutto giovani, cercano davvero lavoro e non lo trovano, o lo trovano solo di cattiva qualità ovvero precario. Questi erano i due punti essenziali da affrontare, da collegare a misure orientate a stimolare lo sviluppo. Invece si è messo mano a un complesso costrutto regolistico, i cui stessi aspetti positivi (come le misure introdotte per contrastare il ricorso abusivo a contratti di tipo precario) potranno determinare un effetto solo nel medio-lungo periodo, a condizione che si riattivi una dinamica di sviluppo. Ora pare che la riforma debba essere comunque approvata prima del Consiglio europeo del 28 giugno, per dare – si dice – una risposta ai mercati finanziari. Ma qui nasce un dubbio più profondo. Cosa sono questi mercati finanziari? Soggetti pensosi e occhiuti, ansiosi di conoscere il modo in cui in Italia si riformano l’articolo 18, i Cococo e le partite Iva, oppure un vasto e causale assemblaggio di istituzioni che si limitano a perseguire l’interesse immediato degli investitori, oppure una congrega di biechi speculatori, ovvero, ancora, come sostiene Scalfari nell’editoriale di domenica di Repubblica, addirittura un insieme di forze determinate a cancellare «ogni regola che miri a incanalare la globalizzazione in un quadro di capitalismo democratico e di mercato sociale»? Ardui interrogativi, questi, che esigono risposte politiche. E non si accontentano di complessi marchingegni, dai tratti talora bizantini, in materia di regole del mercato lavoro

l’Unità 20.06.12

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“ELSA DÀ NUOVI NUMERI. RIFORMA, SI CERCA LA QUADRA”, di Mariantonietta Colimberti

Alla fine il Pd ha trovato (forse) la quadra. Almeno per quanto riguarda l’atteggiamento da tenere nei confronti dell’accelerazione sulla riforma del lavoro e dell’esigenza di tutelare la platea degli esodati. Al momento in cui andiamo in stampa è ancora in corso una riunione alla camera tra il ministro Fornero e i capigruppo di maggioranza, ma la posizione dem è sostanzialmente chiara: sì a consegnare a Mario Monti la dote della nuova legge da portare con sé a Bruxelles al consiglio europeo del 28, a fronte di assicurazioni «non verbali» (secondo le parole di Pier Luigi Bersani) sulla questione dei lavoratori rimasti senza stipendio e senza pensione.
Erano volate parole grosse. Toni secchi, un po’ imperativi, quasi anche definitivi. La velocità con cui l’altra sera Stefano Fassina aveva escluso che il disegno di legge sul lavoro potesse essere approvato entro la data auspicata dal premier non era piaciuta a Francesco Boccia, coordinatore dem delle commissioni economiche alla camera, vicino al vicesegretario Enrico Letta. «Che Stefano Fassina avesse l’inclinazione a prendere posizioni solitamente di pertinenza del segretario, da un po’ di tempo l’avevamo capito. Oggi scopriamo che il compagno Fassina ha deciso di sostituire anche il capogruppo Franceschini» aveva tuonato Boccia. Il tema, al di là dei toni usati dai singoli esponenti dem, era di quelli potenzialmente deflagranti.
In un’intervista al Sole 24Ore, il capogruppo in commissione lavoro della camera ed ex ministro, Cesare Damiano, aveva detto che senza una soluzione contestuale sugli esodati il via libera anticipato non ci sarebbe stato. Ieri mattina, in una riunione del gruppo convocata da Dario Franceschini, alla quale è andato anche il segretario, sono state esaminate le ipotesi di “negoziato”, e individuate le priorità sulle quali vincolare la trattativa: esodati, nonché qualche miglioramento su singoli punti della riforma, tipo gli ammortizzatori sociali e le partite Iva; modifiche da introdurre o nel decreto sviluppo o con decreto a parte. Uscendo dalla riunione, Bersani rispondeva ai giornalisti che gli chiedevano se il Pd fosse pronto a votare l’eventuale fiducia: «Le fiducie le abbiamo sempre date».
Nel pomeriggio, l’apertura di Fornero in senato, sia con l’ammissione dell’errore sui numeri – sarebbero 55mila gli esodati in più aventi diritto ad essere salvaguardati – sia con l’impegno a trovare una soluzione attraverso un confronto con le parti sociali hanno facilitato il compito del Pd. Intervenendo nel dibattito, Nicola Latorre ha mostrato apprezzamento per la comunicazione di Fornero, definendola «un significativo passo avanti», per aver individuato la platea dei lavoratori per i quali si rende necessario un provvedimento urgente, «andando ben oltre i termini dal ministro stesso definiti nei giorni scorsi».
Secondo i criteri illustrati dal ministro, ha sottolineato Latorre, gli operai della Fiat di Termini Imerese sarebbero «salvi». Nelle parole del vicepresidente del gruppo dem al senato anche una importante disponibilità sui tempi: «Agire per tutelare tutti i lavoratori. È un impegno che richiederà la paziente ma indispensabile ricerca di un nuovo patto sociale e di un tavolo governo-sindacati che resta il luogo indispensabile per gestire un processo così complesso». «Parole utili » quelle della Fornero secondo Anna Finocchiaro.
Non sono state, invece, particolarmente positive le reazioni dei sindacati. Di «un ennesimo colpo di scena peraltro ancora confuso» hanno parlato esponenti della Cisl, la cui organizzazione dei pensionati manifesterà oggi con le analoghe della Cgil e della Uil. E il 2 luglio le confederazioni saranno ancora insieme a Napoli per reclamare misure per lo sviluppo, soprattutto nel Mezzogiorno. Non è convinta delle cifre della Fornero la Cgil: «Ricomincia la danza dei numeri, ma per la soluzione del problema siamo ancora in alto mare – dice Vera Lamonica, segretaria confederale – Il ministro ora parla di 55mila persone e annuncia un censimento che non si capisce quando si farà e soprattutto perché non è stato fatto finora. Non si inverte però la logica che ci ha condotti fino a qui. Non ci sono lavoratori che meritano di essere salvaguardati, ma una certezza del diritto che va ricostruita riparando all’errore».
Sulla questione dei numeri, il ministro, che ha negato di aver mai «mentito», è tornata ad accusare l’Inps, colpevole di aver fornito delle cifre senza distinguo, mettendo insieme categorie e numeri.
Sempre nella giornata di ieri, un’indagine della Fondazione studi dei consulenti del lavoro sosteneva che gli esodati non scendono sotto i 370mila. Il ministro non ha ritenuto di farne cenno. Un attacco a sorpresa, durissimo nei toni, contro la riforma del mercato del lavoro è stato sferrato dal presidente degli industriali, Giorgio Squinzi. «Una boiata che dobbiamo approvare così com’è entro il 28 giugno» ha detto, suscitando l’immediata risposta del ministro: «Sono certa che il presidente di Confindustria si ricrederà».
È noto da tempo che gli imprenditori ritengono insufficiente la flessibilità in entrata garantita dalla riforma e non sono soddisfatti neanche della mediazione trovata sull’articolo 18. Anche i dem vorrebbero introdurre delle modifiche alla riforma, in particolare facendo slittare di almeno un anno l’introduzione dell’Aspi, il nuovo ammortizzatore sociale, allo scopo di non creare ulteriori problemi e drammi sociali in piena crisi economica. Ieri Fornero si è detta disponibile a modifiche, alla luce di una verifica dei risultati che potrà essere fatta entro l’anno.
Ora l’importante è che la riforma passi e che Monti possa andare a Bruxelles con il risultato promesso in tasca. Poi, attraverso un monitoraggio permanente, si potranno individuare correttivi, insieme alle parti sociali. Basterà?

da Europa Quotidiano 20.06.12

"Quelle domande impossibili fatte ai ragazzi di terza media", di Mariapia Veladiano

Qualcosa di minuscolo. Minuscolo rispetto alla battaglia che si combatte ormai ogni anno primadurante- dopo le prove Invalsi, soprattutto quelle di terza media, la cosiddetta quarta prova (Prova nazionale per l’Esame di stato della scuola secondaria di primo grado: un po’ borboniche e spagnoleggianti le parole dell’ufficialità, forse su questo si può essere tutti d’accordo). Non si parla qui dell’opportunità: è davvero difficile sostenere che non sia opportuna, utile, assolutamente necessaria una valutazione nazionale, condivisa, degli apprendimenti che ci restituisca un’immagine di quel che la scuola fa. Valutazione e non giudizio. Che tenga conto dei contesti, dei mezzi, del valore aggiunto, che serva a portare risorse al posto giusto, ovvero dove ci son maestre e professori che fanno miracoli col nulla che hanno a disposizione, e non dove i risultati sono già garantiti dal contesto sociale degli studenti.
Non si parla quindi di prove Invalsi in generale.
Solo delle parole. Quelle che i ragazzi di terza media hanno trovato sulla loro prova Invalsi di italiano lunedì scorso.
Un racconto di Carlo Castellaneta: bello, malinconico, drammatico, tragico. Un signore “vecchio” e solissimo, “senza moglie né figli né fratelli” pensa di voler vendere la sua collezione di francobolli, una raccolta accumulata con pazienza nel suo esistere solitario.
Mette un’inserzione. Improvvisamente tante persone, nella forma di tante telefonate di potenziali acquirenti, irrompono nel suo appartamento silenzioso. Scopre di non voler vendere la collezione, ma di volere invece quel mondo di bizzarri rapporti che somigliano alla vita che non ha vissuto. Così dopo un po’ mette un’altra inserzione e poi un’altra, per oggetti che non ha e che quindi non potrà vendere. Ma non importa, perché le telefonate arrivano e gli fanno compagnia. Sorride anche, qualche volta. Finché il silenzio ritorna improvviso nell’appartamento. Quando la polizia entra, chiamata dai vicini, lo trova senza vita. La casa sottosopra. “Vendo brillante di inestimabile valore…” è stata la sua ultima inserzione. Le domande della prova Invalsi verificano la comprensione del testo. Certo le domande sembrano “neutre”. Però.
Una chiede se il protagonista nel passato era stato solo o indifferente verso i suoi colleghi di lavoro, oppure se rimpiangequei rapporti, oppure se erano rapporti conflittuali.
Poiché nel testo indifferenti sono detti i suoi colleghi, si deve stare attenti a non cadere nel trabocchetto delle parole. Non conta che nella vita l’indifferenza sia spesso risposta a indifferenza. Il conflitto a conflitto.
Un’altra domanda chiede se il tema centrale del testo sia la solitudine
oppure la fragilità umana oppure la noia oppure l’avarizia.
La solitudine è la risposta corretta. Anche la fragilità, verrebbe da dire. E forse la noia di una vita vuota gioca un ruolo anche lei. Sappiamo di cosa è capace un adolescente annoiato. La cronaca ce lo racconta.
Un’altra domanda chiede di che cosa è davvero vittima il protagonista: della cattiveria del prossimo oppure del meccanismo che lui stesso ha messo in atto?
Del meccanismo, è la risposta corretta secondo la “maschera” Invalsi (si chiama proprio così, è la schermata su cui si caricano a video le risposte di ciascun ragazzo sul sito). E nella logica interna del racconto può certo essere vero. Ma se questa è una storia verosimile, come ci dice la risposta corretta a un’altra domanda appena sotto, allora di certo non c’è paragone fra il piccolo male di far perdere un po’ di tempo al prossimo con inserzioni bugiarde, e l’immenso male di una vita uccisa per denaro.
C’è un’ellissi non colmata, nel racconto, ovvero qualcosa che non è scritto e i ragazzi devono intuire. E infatti c’è la domanda: cosa non viene raccontato?
Furto e uccisione sono le parole che permettono di considerare la risposta corretta.
Più avanti ci sono le parole dell’analisi grammaticale e linguistica, più neutre forse: “Se questa mattina non ci fosse così tanto traffico andrei a scuola in bicicletta” e ancora “Giovanni, correndo in bicicletta su una strada dissestata è caduto perché si è fatto molto male”. In questo secondo caso si deve trovare la parola sbagliata, che, naturalmente è
perché.
Anche strada dissestata, verrebbe da dire. E, non era richiesto, ma anche il traffico della frase precedente è sbagliato, nella vita.
Ma qui “si verificano abilità linguistiche”.
Sarà importante sapere cosa hanno risposto i ragazzi alla domanda sul protagonista del racconto di Castellaneta. Se il bon ton involontariamente compiacente verso quel che ci si aspetta da loro li ha portati a dire che il male che abbiamo ce lo cerchiamo, con l’uscir di notte a passeggiare, o i con i vestiti troppo stretti, o con un malinconico gioco di vecchiaia, oppure se a quattordici anni ha per un momento prevalso la vita desiderata e hanno risposto una risposta non corretta, cioè che è la cattiveria, la cattiveria umana il vero problema. E questa va combattuta, perché si può fare, bisogna dirlo, anche grazie a parole che a noi e a loro ricordino che la vita non è tutta così, che si può cambiare. Loro certamente la possono cambiare.
L’ultima domanda della prova Invalsi era una voce di dizionario da analizzare. Quest’anno la parola scelta è stata guerra.

La Repubblica 20.06.12

"Il divorzio più lungo del mondo", di Maria Novella De Luca

«Siamo stati insieme vent’anni, abbiamo avuto due figli, meravigliosi. Poi, un giorno, era l’estate del 2000, Marco mi ha detto che era finita, nella sua vita c’era un’altra donna, una nuova passione. In fondo me l’aspettavo, se un amore si esaurisce lo si capisce in due, ma i bambini erano ancora piccoli, credevo fosse giusto restare insieme per loro. Ci abbiamo messo 8 anni a dividere le nostre vite, abbiamo sofferto, litigato, ma sono stati i tempi della legge e del tribunale di Napoli a far diventare il nostro divorzio un calvario». Storia di Sara, di Marco e di tutti gli altri. Storie di un’Italia dove per divorziare ci vogliono 4 anni se tutto va bene, e chissà quanto se le cose si mettono male. Avvocati, giudici, due sentenze e migliaia di euro. «Perché la legge prima di tutto ti impone tre anni di attesa — aggiunge Marco, oggi risposato e di nuovo padre — come se la fine di un amore, che si spegne anno dopo anno, fosse qualcosa che si può recuperare

Divorzio breve, si ricomincia. Da oggi si torna in aula. Ma nulla è scontato, dopo il fallimento della votazione di tre settimane fa, naufragata sotto l’assalto di una nuova formazione trasversale di “paladini del matrimonio”, che vedono nell’accorciamento delle cause di separazione, una minaccia all’istituto della famiglia. (Il nuovo testo prevede infatti che gli anni di separazione passino da tre ad uno se nella coppia non ci sono figli, e da tre a due in presenza figli minori, con la divisione immediata dei beni comuni). Eppure 40 anni di statistiche, dal 1970 ad oggi, hanno dimostrato che le ricomposizioni tra “ex” sono davvero rare. E oggi ogni mille abitanti si contano 297 separazioni e 181 divorzi, mentre i matrimoni in media non durano più di 15 anni, e tra le coppie più giovani spesso la coppia si rompe alla crisi del settimo anno. Tanto che l’Istat da tempo ha creato una banca dati sulla “instabilità coniugale” degli italiani. I quali ormai fuggono all’estero, in Romania soprattutto, 6 mesi e il divorzio è fatto e trascritto in Italia, racconta l’avvocato Luca Ruggeri, studio a Frascati specializzato nel nuovo business del divorzio comunitario. «Per l’intera procedura, assistenza in Italia e all’estero, chiediamo 2800 euro, viaggi esclusi. Le richieste aumentano di giorno in giorno, ma noi come studio accettiamo soltanto coppie senza figli, perché in presenza di minori le cose diventano più complicate». «Coppie che ci hanno ripensato? In oltre sessant’anni ne ricordo soltanto una, forse due, e di divorzi ne ho seguiti a migliaia. Quando si arriva alla separazione, quando si bussa alla porta dell’avvocato, non si torna più indietro. E quei tre anni di attesa, quell’assurda pausa di meditazione in attesa del divorzio, non è mai servita a nessuno. È soltanto una cappa di piombo che provoca danni a tutti». Le parole di Cesare Rimini, il più famoso degli avvocati matrimonialisti italiani, ma anche scrittore e narratore, non lasciano spazio a dubbi: l’attuale legge sul divorzio è pessima, non funziona, è punitiva e di certo non serve a rincollare i pezzi, anzi i cocci, di un amore. Ma attenzione, mette in guardia Rimini, con il disincanto di chi teme anche questa volta il naufragio della discussione sui veti del voto cattolico. Il nuovo testo che l’aula dovrebbe votare «non è granché», visto che prevede, se ci sono figli minori, due anni di separazione prima di poter chiedere il divorzio. «Credete forse che i bambini quando i genitori si dividono calcolino i mesi che passano tra una sentenza e l’altra? Per loro l’unica cosa che conta è la serenità. E prima le situazioni si definiscono meglio è. Bisognerebbe eliminare i due gradi di giudizio, arrivare al divorzio immediato. O almeno che ci sia soltanto un anno di separazione per tutti, figli o non figli». Invece il mondo di chi si lascia è un mondo di attese. Migliaia di giorni che si trasformano in an- ni. E se il divorzio non è consensuale, il terreno di scontro può diventare infinito, una guerra dei trent’anni in cui ognuno resta prigioniero dell’altro, i figli si trasformano in “migranti” dell’affido congiunto, e tutti comunque si ritrovano più poveri. Alla Lid, Lega italiana per il divorzio breve, associazione radicale che prende il nome dalla famosa Lega fondata da Marco Pannella negli anni Settanta, ogni giorno arrivano decine di storie. «Molte raccontano una vita sospesa — spiega Diego Sabatinelli, segretario della Lid — e c’è una grande attesa per la riforma della legge. Anche se il vero cambiamento, così da sempre chiedono i radicali, sarebbe arrivare al divorzio immediato e in un unico giudizio». Vite sul filo. Come quella di Simona che ha 35 anni, vorrebbe un figlio, ma il suo compagno Daniele, che di anni ne ha 50, si è separato da poco, e l’attesa perché lui sia “libero all’anagrafe”, come dice Simona, “sembra infinita”. «Daniele non tornerà mai con sua moglie, se tutto va bene riusciremo a sposarci soltanto nel 2016, ma fino al divorzio il suo patrimonio non potrà essere svincolato da quello della moglie, lui è un impiegato, io ho un lavoro precario, così per noi è quasi impossibile fare un progetto, pensare di comprare una casa. Certo non aspetteremo la sentenza per avere il nostro bambino, ma questo accanimento contro chi vuole divorziare mi sembra davvero ingiusto». Invece la Camera, dove oggi il nuovo testo verrà votato, potrebbe decidere che la legge va bene così, che il divorzio deve restare “lungo” e fermo alla riforma del 1987, quando i tempi della separazione passarono da 5 a 3 anni. Allargando sempre più la distanza tra la politica e le persone, visto che secondo un sondaggio Eurispes di pochi giorni fa, l’82% degli italiani è favorevole, anzi auspica, un accorciamento dei tempi del divorzio. Martina Pesce ha soltanto 30 anni e si definisce oggi “ragazza madre” di Alessia, ragazzina sveglia con gli occhi neri. «Aveva il doppio della mia età, e l’ho amato con tutta l’irragionevolezza dei diciott’anni. Quando l’ho lasciato mi ha imposto una separazione giudiziale tremenda, tanto che per chiudere non ho preteso nulla, ho perso anche la casa che mi avevano lasciato i miei genitori… Ma Alessia non è riuscito a portarmela via». E parla di avvocati squali, di tribunali inaffidabili e di periti incompetenti Gaetano, ex dirigente d’azienda, oggi retrocesso a quadro dopo un lungo periodo di mobilità, nel pieno di una separazione burrascosa, e che soltanto pochi mesi fa, dopo 4 anni, è riuscito e rivedere i propri figli. Una storia dove la perdita degli affetti si somma oggi alla povertà, come per molti padri separati. «In questa battaglia, dal 2008 ad oggi, ho perso tutto, beni, proprietà, per anni non ho potuto fare il padre, e ogni mese per vivere mi restano in tasca non più di 300 euro. Ma al di là delle guerre personali, chi divorzia si ritrova intrappolato in un sistema di attese e di rinvii, e così la vita va in pezzi».

Repubblica 19.6.12

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“Se l’amore finito ha bisogno di tempi brevi”,di Michela Marzano

“E vissero per sempre felici e contenti!”. Nelle fiabe, dopo mille peripezie, tutto finisce bene. “Lui” e “lei” si incontrano, si sposano, hanno tanti bambini e si vogliono bene per sempre. Nelle fiabe appunto. Dove l’amore è perfetto perché “lui” o “lei” sono capaci di darci tutto quello che vogliamo, corrispondono alle nostre aspettative, non ci deludono, non ci tradiscono, non cambiano… Peccato che nella vita le cose siano molto più complicate. E che quel “per sempre” si scontri spesso contro il muro della realtà. Una realtà fatta di incomprensioni e di tradimenti. Di cambiamenti e di sconfitte. Perché “lui” non è capace di ascoltarci e di capirci, torna a casa sempre più tardi, è nervoso e sfuggente. Perché “lei” assomiglia sempre di più a sua madre, non ha nessuna fiducia in se stessa, si occupa solo dei bambini… E allora, dopo un po’, ognuno vive separatamente. Oppure si litiga per qualunque cosa e la vita comunediventa un inferno.
Non perché uno dei due sia “colpevole”. Non perché si prenda il matrimonio alla leggera. Non perché nel mondo contemporaneo non esistano più valori. Solo e banalmente perché la vita è così. È complicata e difficile. E poi si cambia. Ognuno di noi cresce, matura, si trasforma. E talvolta non ce la fa proprio più a continuare a vivere con la stessa persona. Anche se quando ci si era sposati si era sinceri. Anche se la volontà di costruire una famiglia insieme c’era tutta. Allora perché non separarsi e non divorziare? Perché trascinarsi e rovinare tutto, anche i ricordi più belli della vita in comune?
Dopo l’introduzione nel 1970 del divorzio nell’ordinamento giuridico italiano e il referendum del 1974, anche in Italia è possibile sciogliere giuridicamente il vincolo matrimoniale. Oggi, con la proposta di un “divorzio breve” si tratta solo di rendere le procedure più flessibili e meno complicate. Un passo ulteriore, ma necessario, per tutti coloro che si trovano ad affrontare questo momento di lacerazione, come accade già nella maggior parte dei paesi europei. Perché nonostante tutto, non si divorzia mai a cuor leggero. Esattamente come non ci si separa facilmente. Che si tratti di una separazione o di un divorzio, è sempre un momento di rottura. E non è certo la presenza o l’assenza di ostacoli giuridici che determinano o meno la fine di una storia d’amore. Talvolta l’amore è finito da tempo, e il divorzio è solo un atto formale. Talvolta anche dopo il divorzio, alcune persone non riescono a fare il lutto della perdita dell’altro e continuano a non separarsene psicologicamente.
Divorziare significa prendere atto che la vita in comune non è più possibile. Significa “perdere” una persona che si è amata, e che forse si ama ancora. Significa lasciarsi alle spalle quel progetto di vita in cui si era creduto e per il quale ci era sicuramente battuti a lungo. E quindi anche “perdonarsi” e “perdonare” per quella storia ormai finita, che niente e nessuno può far continuare. Anche quando sarebbe meglio, spesso per motivi materiali, restare insieme. Oppure anche per i figli, come si sente dire ancora oggi. Come se per i figli fosse meglio assistere alle scenate tra i genitori, oppure all’indifferenza reciproca che talvolta si installa in una coppia e che spegne, poco a poco, ogni passione.
Separazione e divorzio fanno parte della vita. È così. Perché accade che le cose finiscano. E non sono certo le regole che impongono anni di separazione prima di chiedere un divorzio che possono funzionare come un deterrente. Al contrario. Aspettare anni prima di poter presentare una richiesta di divorzio rischia di rendere i rapporti tra i due coniugi ancora più tesi, e di inasprirne talmente le polemiche che, prima o poi, uno dei due rischia di crollare. Certo, non tratta di introdurre una procedura lampo, come nel 1792 in Francia, quando bastava che il marito andasse in comune e chiedesse il divorzio per ottenerlo. Si tratta solo di permettere a due persone che non vogliono (o non possono) più restare insieme di mettere fine al proprio matrimonio in tempi ragionevoli. Senza per questo immaginare che il divorzio sia semplice. Non lo è mai, anche quando è “breve”. Anche se permette di prendere atto da un punto di vista giuridico della fine di una storia, prima di cominciarne una nuova. Perché l’amore, anche se tra due persone non c’è più, dura per sempre. E anche se, a differenza delle fiabe, non è perfetto, è pur sempre il motore della vita. Anche quando cambia forma. Anche quando si rivolge ad un’altra persona.

Repubblica 19.06.12

"La sofferenza del Paese parla alla politica", di Claudio Martini

Le sofferenze sociali e morali del paese sono profonde, acute, persino inedite. Più di quello che si pensi. Giungono dai territori, a volerle ascoltare, le grida di una comunità lacerata, delusa, smarrita. E quindi arrabbiata, incattivita. Ascoltare davvero questa sofferenza e farne il perno di tutto è il primo atto di rinnovamento della politica, il primo gesto di contrasto all’antipolitica. Bisogna capire questo malessere senza precedenti. Mai come ora non bastano le statistiche. Le aride cifre. Quanti disoccupati, quanti tagli alle spese sociali, quanti suicidi. C’è molto di più nel dramma di questi mesi.

Incontriamo giovani che ormai guardano direttamente all’estero, l’Italia non è posto per loro. Il giudizio è ormai definitivo: irrecuperabile. Fanno lavori sottopagati che li sottostimano. Lo spreco di conoscenze è pari al cinismo che spesso nasce dalla frustrazione. Conosciamo famiglie di lavoratori che vivono in apnea ansiosa, aggrappati ad un posto che può sparire, di colpo. E lavoratori precari ormai frastornati dalla spersonalizzazione del loro saper fare. Il mito della ‘mobilità professionale’ è già sfiorito.

Sentiamo di imprenditori che chiudono l’azienda pur avendo ordini, ma non il credito per realizzarli; o pensano di tenere a casa gli operai perché è meglio pagarli che produrre: in recessione i margini operativi non ci sono più e «tanto poi i compratori non ti pagano». Disperdendo quel tanto di cultura imprenditoriale che c’è nel Paese.

Leggiamo di amministratori locali che, non potendo più fare i bilanci, cercano risorse nei cavilli dei contenziosi fiscali e dei regimi sanzionatori, nel «corpo a corpo»con i cittadini che amministrano. Giocandosi il consenso e allargando il fossato democratico.

Insomma, dentro queste sofferenze c’è il corrodersi di rapporti e solidarietà sociali, quelli che avevano resistito persino al terrorismo. C’è l’impazzimento dei sistemi relazionali, perché ognuno pensa a salvar sé stesso. Illudendosi che possa funzionare. C’è la percezione che certe fratture siano ormai irreversibili e che soluzioni di governo non siano più possibili. Le risorse non ci sono. C’è l’implodere parossistico delle procedure, che si bloccano a vicenda perché nessuno si assume più una responsabilità.

Questa sofferenza parla alla politica con parole mai pronunciate prima, con categorie distanti anni luce dalle solite. L’antipolitica è anche la ricerca di questo nuovo vocabolario, poi c’è chi ci marcia sopra. Dire no al politicismo, come fa giustamente Bersani, è il primo passo. Poi c’è da costruire un pensiero ed un linguaggi nuovi. Tocca a noi.

l’Unità 18.06.12

"Messaggio ai maturandi", di Manuela Ghizzoni

Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd in commissione Istruzione e Cultura della Camera, si rivolge agli studenti maturandi con un augurio e un incoraggiamento per la migliore conclusione del percorso scolastico intrapreso, rimarcando la responsabilità di ascolto e guida da parte delle istituzioni nei confronti dei futuri diplomati, e rinnovando, in prima persona, il suo impegno politico in tal senso: “Il mio pensiero a tutti voi che domani affronterete un passaggio biografico importante. L’esame di Stato è la conclusione di un lungo percorso che aveva la missione di offrirvi strumenti di conoscenza, di dotarvi di capacità critica. Voi avete il compito di dimostrare le conoscenze acquisite, ma affrontate la prova senza paura perché è il futuro la vostra forza per allontanare ogni timore. E voi siete una risorsa. A voi, dunque, la responsabilità di mostrarvi maturi, di avere la capacità di analizzare la realtà e affrontare la vita con la competenza. In questo compito non siete soli. Delle istituzioni è la responsabilità di sapervi ascoltare e di utilizzare il vostro spirito critico nei confronti dell’esperienza formativa che avete concluso, in modo che il vostro sforzo non resti vano. Maturità vuol dire avere cittadine e cittadini capaci di inchiodare la politica alle proprie responsabilità, al rispetto del dettato costituzionale. A voi, che
siete di fronte al bivio tra la vita lavorativa e il proseguimento del
percorso formativo, non farò mancare il mio impegno di Presidente della Commissione Cultura alla Camera dei Deputati.