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"Rai, il governo che serve", di Vittorio Emiliani

Da cittadini e da abbonati dobbiamo augurarci che arrivino designazioni spedite dalle associazioni alle quali, con felice intuizione, il segretario del Pd Pier Luigi Bersani, ha chiesto due nomi da votare per il CdA Rai in Vigilanza. Si tratterebbe di una soluzione non partitica che anche le altre forze dovrebbero adottare per uscire da una palude altrimenti micidiale. Non si cambierà in tal modo il «governo» Rai che l’oscena legge Gasparri fa dipendere dall’esecutivo e dai partiti, ma se ne mitigheranno gli effetti disastrosi.
Specie se per il Consiglio di Amministrazione si sceglieranno persone, oltre che oneste, capaci e competenti nella gestione di un’azienda tanto complessa. Il tutto in attesa, ovviamente, della indispensabile riforma della «governance», oggi lontana da ogni formula e garanzia europea.
Certo, i conti rappresentano un problema-chiave per la Rai. È in grave crisi la raccolta pubblicitaria drenata, come ad altre tv generaliste, nelle forme più varie e insidiose. La Sipra, nel 2011, è rimasta sotto dell’8,2 per cento rispetto all’obiettivo di 1.050 milioni e il suo 2012 rischia di risultare anche più magro. Nel contempo il canone di abbonamento, aumentato a 112 euro (+1,5), continua ad essere il più basso d’Europa (la Francia è a 123, l’Irlanda a 160, la Gran Bretagna a 183, la Germania a 213, l’Austria a 264 e via salendo) e anche il più evaso.
Poi va registrata la perdita della Formula Uno a beneficio di Sky. I diritti tv del circus della F1 sono passati all’emittente satellitare: Sky trasmetterà in esclusiva 11 dei 20 Gran Premi della prossima stagione mentre i restanti 9 saranno “girati” anche alle televisioni in chiaro. L’addio alla F1, sommato a quello del Moto GP e, in prospettiva, dei Mondiali di Calcio, indeboliscono la “fedeltà” dell’abbonato. Del resto, negli ultimi sette anni l’azienda ha ridotto di circa 300 milioni i costi gestionali e tuttavia quelli per il personale sono saliti di 150. Ma i programmi di maggior qualità e impatto sono da tempo prodotti all’esterno.
Sono soltanto conti questi, per i quali occorrono guardiani severi quali la presidente Annamaria Tarantola (Bankitalia) e il direttore generale designato Luigi Gubitosi? E però chi si occuperà di contenuti, di programmi, di palinsesti diversificati e attraenti? È problema tecnico-finanziario l’aver cancellato nel recente passato programmi come quelli di Santoro e di Fazio-Saviano, di alto ascolto e di non meno alto ritorno pubblicitario? O l’aver espulso via via tutta la satira italiana, presente in blocco in Rai fino al 2002, in testa Corrado Guzzanti ora a Sky? È problema tecnico-finanziario il pluralismo politico-culturale nei tg e nei giornali radio del servizio pubblico, nazionali e regionali? È problema tecnico-finanziario la crisi complessiva di identità della Rai nel quadro delle tv pubbliche europee, l’oscuramento della sua “mission” di radio-televisione pubblica? Pesano in questo soltanto i conti?
Il rischio che il cavallo di Viale Mazzini, ulteriormente salassato da una cura soltanto finanziaria, stramazzi è facile da prefigurare per chi conosce dall’interno la Rai. A forza di attaccare quasi unicamente la “casta” si sono illusi gli italiani che, tagliati certi costi della politica, tornerebbe florido il bilancio dello Stato. Una fesseria palese, avallata però dai sondaggi. Discorso analogo vale per Viale Mazzini.
Si dirà che Mediaset sta anche peggio. Verissimo. Uno dei più acuti osservatori del settore, Marco Mele, sul Sole 24 Ore, ha scritto di recente: «I debiti (della Rai) sono pari a circa 300 milioni: per ora non sono preoccupanti (Mediaset è vicina ai 3 miliardi), ma rischiano di crescere se la pubblicità continuerà a calare e gli ascolti a frammentarsi con il digitale. La tv è un’industria di contenuti e la Rai – assente dalla pay tv – ha crescenti difficoltà a competere».
Mario Monti ha prefigurato un vertice a due dai poteri, di fatto, commissariali: e allora almeno uno dei due doveva essere un vero manager della multimedialità, un conoscitore profondo del mondo radio-televisivo. Tanto più che rimane del tutto irrisolto il problema delle “garanzie”: quale organismo garantirà infatti – alla maniera inglese, francese o tedesca – la reale autonomia dall’esecutivo e dai partiti del nuovo CdA e soprattutto del duo di comando?

l’Unità 18.06.12

“Afa nelle tendopoli. A Mirandola riapre parte del centro” di Francesco Alberti

Qualcuno si è «autosfollato» al mare, tra Rimini e Cesenatico, concedendosi qualche ora di relax prima di rientrare nelle tendopoli. Altri, approfittando delle verifiche d’agibilità effettuate dai vigili del fuoco, hanno recuperato abiti e oggetti dalle loro abitazioni lesionate. A quasi un mese dalla prima delle tre scosse superiori al quinto grado di magnitudo che hanno piegato questo angolo di Emilia (era il 20 maggio, le altre due il 29 e il 3 giugno), sono oltre 15 mila gli sfollati, centinaia le piccole e grandi aziende ancora ferme, moltissimi i centri storici transennati, per non parlare di scuole e chiese. I morsi del terremoto, stando alle rilevazioni dell’Istituto nazionale di geofisica, si stanno gradualmente riducendo sia come frequenza che intensità. Tra sabato e domenica, sono state una dozzina le scosse, tutte attorno a magnitudo 2, praticamente avvertite soltanto dai sismografi.
Qui incrociano le dita, nessuno si azzarda a fare previsioni, anche perché, in queste ore, i maggiori disagi non provengono dal sisma, ma dall’afa. «Nelle tende si arriva anche a 50 gradi» afferma una signora nel campo di Mirandola. Ieri, nel Modenese, la temperatura ha superato i 32 gradi. «È impossibile resistere durante il giorno e anche di notte sta diventando un problema». La Protezione civile ha inviato 1.400 condizionatori nei campi, ma per motivi di tenuta della rete elettrica non tutti sono ancora stati installati. In compenso, sono state aperte alcune vie del centro storico di Mirandola, riducendo la zona rossa e consentendo ad alcuni commercianti di entrare nei negozi. «È un primo passo — dice il sindaco Maino Benatti — che dà morale all’intera comunità». A Mantova sono state riaperte alcune sale del Palazzo ducale. Resta invece ancora chiusa la Camera degli sposi del Mantegna.
Il prossimo passo, qui atteso come manna, è la conversione in legge del decreto per la ricostruzione, a cominciare dalla riapertura di quei capannoni industriali rimasti illesi. Dopo gli impegni presi dal premier Mario Monti venerdì a Bologna («Siamo vicini alle popolazioni e non faremo mancare nulla»), il pallino è tornato nelle mani del governatore dell’Emilia-Romagna, il pd Vasco Errani, nel ruolo di commissario straordinario: «Con il governo abbiamo costruito una prima risposta — ha detto —, ma bisogna andare avanti. Non chiediamo nulla di più, ma neanche nulla di meno, di quanto è stato fatto in altre emergenze». Ricordato che la produttività di questa area è pari al 2% del Pil, Errani ha aggiunto: «Se non riusciremo a ripartire da qui, non ripartirà nemmeno il Paese». Anche il governatore lombardo Roberto Formigoni ha chiesto al premier Monti, per il Mantovano, «provvedimenti più forti rispetto a quelli assunti finora».

Il Corriere della Sera 18.06.12

Cinecittà: Ghizzoni e De Biase, un paradosso che pesa sulla cultura

Ornaghi apra un tavolo con le organizzazioni dei lavoratori. “Mentre il cinema italiano viene premiato a Cannes, si smantella il suo più importante centro produttivo. – lo dichiarano Manuela Ghizzoni, presidente della Commissione Cultura della Camera, ed Emilia De Biasi, Segretaria di presidenza della Camera e deputata della stessa Commissione, dopo la protesta di questa mattina dei lavoratori di Cinecitt à – È solo uno dei tanti paradossi che pesano sulla cultura italiana. Il cinema italiano vive successi internazionali e viene premiato per la qualit à , ma in patria non vi è alcuna prospettiva di sostegno ammodernamento del settore cinematografico, invece – proseguono le deputate – l ’ unico segnale chiaro è lo smantellamento. Chiediamo che il ministro Ornaghi apra un tavolo tra le parti – conclude la presidente Ghizzoni – a partire dalle organizzazioni dei lavoratori, affinché Cinecittà possa continuare ad essere una risorsa importante per il sistema culturale ed economico.”

"La «Carta dei diritti» fa fare al Pd un bel passo avanti", di Luigi Manconi

Lo dico subito e senza tentennamenti: considero il documento «Per una nuova cultura politica dei diritti» elaborato dal Pd un notevole passo avanti. Per argomentare questa affermazione, parto da una premessa fatalmente (e un po’ ignominiosamente) autoreferenziale. Un secolo fa, intorno al 1995, presentai al Senato due proposte di legge, rispettivamente sul testamento biologico e sulle unioni civili. L’iniziativa suscitò appena una certa curiosità: ma sul piano legislativo, va da sé, non se ne fece nulla.
È un dato imprescindibile, credo, perché dà la misura, per un verso, di quali e quante resistenze incontri la volontà di legiferare su quelle materie; e, per altro verso, di quanto sia maturato l’orientamento dell’opinione pubblica e persino quello di una parte della classe politica tradizionalmente arretrata, se non sorda, rispetto a quelle istanze. Tuttavia, quell’esperienza di oltre tre lustri fa, ha anche un altro significato, che non riguarda solo la mia biografia. Militavo, all’epoca, in un partito che raccoglieva il 2-3% dei consensi così come mi era accaduto in fasi precedenti della mia vita (quando il consenso era persino più esiguo).
Nel frattempo, il mio estremismo culturale e la mia vocazione minoritaria non si sono attenuati tant’è vero che, oltre a militare nel Pd, mi trovo così spesso a mio agio con i radicali ma ho ritenuto che quelle questioni, per potersi affermare richiedessero due essenziali condizioni. La prima: che diventassero patrimonio condiviso di un soggetto politico di massa e tendenzialmente maggioritario; la seconda: che quei temi si traducessero in proposta di governo.
In altre parole, che problematiche considerate “intrattabili” finalmente potessero essere “trattate” e trascritte in norme, diventando legge. Per tante e antiche ragioni che richiamano la storia e la geografia, le culture nazionali e le residuali ideologie più resistenti di quanto si creda questo in Italia richiede un percorso incredibilmente faticoso, per giunta soggetto a periodici arretramenti. Ed è proprio questo che rende tuttora indispensabile che l’azione ispirata a principi rigorosi e a valori forti e intensi si esprima e trovi spazio all’interno di un partito di massa influenzandone se ne è capace l’agenda politica e ancor prima gli orientamenti culturali e la mentalità condivisa.
Ecco, penso che ciò stia avvenendo, sia pure lentissimamente, all’interno del Pd; ed è quanto è avvenuto, nel corso di un anno e mezzo, all’interno del Comitato che ha elaborato il documento in questione. Ciò vuol dire forse che in quel documento (o addirittura nel partito) sia prevalso il radicalismo libertario? Non scherziamo. È successo, piuttosto, che un punto di vista, qual è quello nel quale mi riconosco e che si manifesta su vari temi (fine vita, unioni civili, autodeterminazione individuale, garantismo penale, immigrazione…) abbia avuto agio di esprimersi, di modificare posizioni preconcette, di ottenere importanti adesioni e, infine, un significativo riconoscimento nel testo finale. Così che, oggi, se quel documento diventasse davvero qualcosa di simile ad una «carta dei principi» del Pd, questo impegnerebbe il partito ad assumere posizioni e a battersi per normative ispirate a un impianto culturale profondamente innovativo.
Meno statalista e più attento ai diritti individuali, meno autoritario e più sollecito verso le istanze della soggettività, meno collettivista e più consapevole della possibilità che tra garanzie sociali e garanzie della persona non esista una gerarchia rigidamente definita. Non è un’acquisizione di poco conto ed è il risultato di una riflessione che ha attraversato in profondità tutte le componenti del Pd. Ci si è arrivati non come usa dire «cedendo un po’» o «rinunciando ciascuno a qualcosa». Ci si è arrivati, piuttosto, lo dico senza la minima enfasi, attraverso un laborioso percorso che ha conosciuto successive approssimazioni, per giungere, infine, a un esito comune.
In questo quadro, va apprezzato come assai importante un documento, dove si trova affermata la piena dignità e autonomia delle opzioni personali nella sfera sessuale e la piena dignità e autonomia delle modalità di relazione che ne discendono; e dove si sostiene la necessità di «speciali forme di garanzia per i diritti e i doveri che sorgono dai legami differenti da quelli matrimoniali, ivi comprese le unioni omosessuali».
Non può sfuggire che, qui, si prevede una tutela giuridica non solo per i diritti soggettivi, ma anche per quelli propri di una relazione di coppia. Non si parla di «matrimonio omosessuale»? Certo, non se ne parla, ma una «carta dei principi» deve affermare questi i principi, appunto e non indicare le soluzioni normative. Di più: l’interesse di chi al riconoscimento del matrimonio omosessuale tenda (e io tra questi) è proprio quello di disporre di un quadro culturale e morale in cui sia possibile iscrivere le forme legislative, che i rapporti di forza e la lotta politica e le maggioranze parlamentari consentiranno.

l’Unità 18.06.12

"I frutti amari di un'economia senza controllo", di Carlo Buttaroni *

COSÌ L’ARRETRAMENTO DELLA POLITICA E LA LOGICA DEL PROFITTO HANNO PORTATO ALLA RECESSIONE

Nel 1989, con la fine della guerra fredda, non c’è stato solo un cambio di equilibri nella geografia politica mondiale. Ha cominciato progressivamente a prendere forma un sistema economico nel quale il mondo è diventato un unico campo operativo. Questo processo ha preso il nome di globalizzazione. Un fenomeno che ha preso velocità e forza dal progresso tecnologico e dalle nuove scoperte in campo scientifico, e che si è affermato nella dissolvenza dei vecchi confini politici e delle barriere ideologiche che, sino allora, avevano condizionato anche i rapporti economici tra i diversi Paesi. In nessun’altra epoca gli attori in campo hanno avuto un raggio d’azione così ampio e una libertà così vasta. Come sia stata esercitata questa libertà, almeno dal punto di vista degli effetti che ha prodotto, è sotto gli occhi di tutti. E la promessa che il mercato globale si sarebbe autoregolato scevro da condizionamenti, trovando il suo punto d’equilibrio naturale, è stata drammaticamente mancata. La globalizzazione ha posto più domande di quante siano state le risposte. L’unica cosa certa è che è finita un’epoca. Un periodo storico che ha mancato le aspettative e ha messo in discussione i requisiti fondamentali degli Stati, nel momento in cui la dimensione dei problemi che ha posto non rientrano più nel perimetro della sovranità politica delle nazioni. Ma piaccia o no la globalizzazione è un processo irreversibile. E, d’altra parte, il problema non è nel processo in sé, ma nell’assenza di quei principi regolatori che devono sovraintendere i sistemi complessi, per governarne gli sviluppi e compensarne le inevitabili distorsioni. Il punto, infatti, è la mancanza di strumenti e politiche adeguate alle grandi questioni poste più che dalla globalizzazione dei mercati, dalla globalizzazione dei problemi. È il deficit di politica, cioè, ad aver prodotto gli effetti di cui sono vittime le economie nazionali, nel momento in cui l’azione degli attori è diventata talmente vasta da non poter essere soggetta alle regole dei governi nazionali e la dimensione dei flussi finanziari talmente imponente da non poter essere contenuta in invasi nazionali. L’arretramento della politica ha avuto come inevitabile contropartita l’avanzamento degli interessi privati legati al mercato e al profitto, alimentando il declino dei valori collettivi sui quali si fonda la convivenza civile, annunciandone il deterioramento nell’indebolimento dei diritti dei cittadini e nell’impoverimento degli apparati di protezione sociale. Eppure, a lungo si è pensato che l’affermarsi del liberismo economico globale sarebbe bastato a produrre sviluppo e benessere. Le parole chiave di questa promessa mancata sono state privatizzazione e deregolamentazione – cioè meno «pubblico» e più «privato» – e si sono tradotte nelle teorie politiche di più «governance» e meno «governo». L’ERADELLE PRIVATIZZAZIONI Negli anni Ottanta, Ronald Reagan negli Usa e Margareth Thatcher in Gran Bretagna furono i massimi interpreti di questo neoliberismo ispirato alla deregolamentazione e all’inasprimento della competizione economica all’interno dei mercati globali. Una politica diventata punto di riferimento per un numero sempre maggiore di Paesi, che ha dato corpo a privatizzazioni in settori strategici come l’energia, i trasporti e le telecomunicazioni, e impulso allo sviluppo di grandi attori economico-finanziari a livello planetario. Se, per un verso, queste scelte contribuirono effettivamente a far crescere le economie nazionali dal punto di vista della produzione, dall’altro indebolirono i già timidi tentativi di porre un argine all’affermarsi di un modello che mostrava la tendenza a produrre effetti distorsivi degli equilibri sociali, politici ed economici. Un modello che, come abbiamo visto, si è trasformato in un buco nero capace di inglobare intere economie nazionali, invadendo progressivamente la società, la politica e la vita delle persone. Paradossalmente, però, la spinta più forte all’affermazione del capitalismo globalizzato non è venuta dall’Occidente industrializzato che dismetteva le sue regole, ma dalle economie asiatiche che hanno determinato nuovi equilibri e veloci trasformazioni nelle classifiche economiche, con enormi trasferimenti di risorse che hanno spostato anche il peso delle riserve di capitale mondiale. I crescenti investimenti da parte delle grandi imprese hanno a loro volta determinato una moltiplicazione di transazioni, investimenti e iniziative imprenditoriali, con nuove forme d’investimenti finanziari al seguito del grande business. Queste imponenti masse di denaro hanno giustificato un’ancora più decisa deregulation negli anni Novanta, proprio a partire dal settore finanziario. Liberalizzazione dei mercati finanziari e dei capitali significava che le banche potevano ottenere enormi profitti sui prestiti. E quando i prestiti diventavano inesigibili, si procedeva con la collettivizzazione delle perdite, mettendo sotto pressione le economie nazionali. Anche per questo motivo, le grandi istituzioni finanziarie internazionali hanno sollecitato i governi ad adottare le teorie economiche conosciute come “Washinghton Consensus”, che si sviluppano sostanzialmente intorno alle seguenti idee: disciplina fiscale e di bilancio; economia di mercato comprensiva di diritti di proprietà, tassi di cambio in competizione, privatizzazioni e deregolamentazione. Il tutto, accompagnato dalla liberalizzazione del commercio e soprattutto dagli investimenti esteri diretti. L’amara verità, che abbiamo scoperto troppo tardi, è che le innovazioni nei mercati finanziari erano mirate ad aggirare le regole, le norme contabili e l’imposizione fiscale, svuotando, ad esempio, la legge Glass-Steagal del 1933 che, dopo la grande crisi del ’29, aveva separato le banche commerciali (quelle che prestano denaro) dalle banche di investimenti (quelle, cioè, che organizzano la vendita di obbligazioni e azioni) per evitare i conflitti di interesse. La crisi dei mutui americani non è stata altro che la conseguenza della rottura dei delicati meccanismi di regolazione. Il libero mercato si è trasformato in una scusa per nuove forme di sfruttamento. Il termine privatizzazione è diventato sinonimo di profitto, monopoli e quasi-monopoli. Nel 2000, un rapporto dell’Institute for Policy Studies aveva confrontato il fatturato delle maggiori imprese multinazionali e il prodotto interno lordo dei Paesi più ricchi del mondo. Ne era risultato che 51 delle più grandi economie del pianeta erano grandi imprese e solo 49 erano Paesi. Nel 2008, nel World Investment Report delle Nazioni Unite, si osservava che il numero delle multinazionali era passato da 7.250 alla fine degli anni Settanta a oltre 60.000 tre decenni dopo. A fronte di un sistema economico planetario totalmente fuori controllo, si sarebbe dovuto affrontare seriamente il problema di come governarlo, senza cadere nell’illusione che bastasse affidarsi a un vago concetto di global governance. Il 15 settembre 2008, data del tracollo della Lehman Brothers, con la conseguente crisi delle grandi banche e delle società finanziarie, segna, per molti versi, la fine del fondamentalismo di mercato. Un sistema che, negli ultimi venticinque anni, ha goduto di una libertà di manovra senza precedenti e che, invece di autoregolarsi, ha dovuto essere soccorso più volte dallo Stato. Dopo la crisi economico-finanziaria del 2008, la scena è tornata a essere nuovamente dominata dalla presenza attiva degli Stati e, per usare le parole di Stiglitz, oggi solo degli illusi avrebbero ancora il coraggio di sostenere che i mercati si correggono da soli. Tutto ciò chiarisce perché il dibattito sul futuro dello sviluppo economico sia tornato a concentrarsi intorno al ruolo del «pubblico» nel promuovere, indirizzare e sostenere sul mercato le diverse economie nazionali. Un’opzione, questa, che si configura come una scelta politica a lungo termine, non limitata alla ricostruzione di un’economia disastrata o al rilancio in seguito a una recessione. D’altronde, la presenza dello Stato nell
’economia europea ha avuto dal dopoguerra un ruolo fondamentale nell’affermare un modello dove il «pubblico» è custode dei diritti dell’individuo. La risposta alla perdita di controllo sui mercati globali non può essere che nelle regole e nella presenza del «pubblico» nelle economie nazionali, anziché nella sua assenza. E questa scelta non può che venire dalla politica. Perché è questo il terreno dove possono avere successo gli sforzi volti al governo dei processi economici. L’altro grande insegnamento della crisi economica che stiamo attraversando è che qualsiasi tentativo di governare la globalizzazione dall’alto rischia di trasformarsi in un insuccesso. Ma la globalizzazione si può governare dal basso. Magari ispirandosi a quel modello economico-sociale che ha alimentato la visione europea di Altero Spinelli e che auspica il passaggio alla proprietà pubblica dei monopoli e, in particolare, dei monopoli naturali e delle attività a carattere strategico, per evitare che l’interesse privato possa sfruttare i cittadini e che le grandi imprese possano incidere in misura incontrollata sulla gestione delle politiche pubbliche. Un modello economico e sociale che permetta l’effettiva riduzione delle diseguaglianze attraverso l’istruzione pubblica aperta a tutti, che garantisca un equilibrio fra domanda e offerta di lavoro e un relativo livellamento delle remunerazioni per tutte le categorie professionali; un sistema generalizzato di protezione che possa assicurare un tenore di vita decente anche alle categorie più disagiate. Un cambiamento che spaventa? Sicuramente. Ci troviamo di fronte alle sliding doors verso il futuro del nostro Paese. Bisogna fare la scelta giusta: è
* Presidente di Tecnè

da L’Unità

"La beffa delle tasse “illegali” ecco la classifica degli atenei che chiedono più del dovuto", di Salvo Intravaia

“Fuori legge 36 università su 61”. E gli studenti ricorrono ai Tar

L’UNIONE universitari l’anno scorso, proprio su questo argomento, ha conseguito una vittoria “pesante” in Lombardia. Su ricorso dell’Udu, il Tar della Lombardia ha infatti condannato l’università di Pavia a restituire agli studenti quasi 2 milioni di euro non dovuti. Un precedente che rischia di mettere in ginocchio l’intero sistema di istruzione terziaria in Italia. Se infatti — come appare probabile — altri atenei dovessero essere condannati a restituire il maltolto agli studenti, gli stessi potrebbero avere difficoltà anche a pagare gli stipendi.
Il meccanismo è semplice: il Dpr numero 306 del 1997 stabilisce che l’ammontare complessivo delle tasse universitarie versate
da tutti gli studenti iscritti non può superare il 20 per cento del Fondo di finanziamento ordinario erogato dallo stato. Un assegno che, col passare degli anni, viene utilizzato quasi esclusivamente per pagare gli stipendi a professori, ricercatori e personale non docente. Ma, sia per effetto dei tagli al Ffo imposti negli ultimi tre anni dalla riforma Gelmini, sia per il continuo incrementare delle tasse universitarie, gli atenei pubblici “fuorilegge” oggi sono ben 36 sui 61 presi in considerazione: il 59 per cento. Nel 2010 erano la metà: 31 su 61.
E che il balzello universitario sia effettivamente aumentato lo dimostra il fatto che, a fronte di un calo della popolazione universitaria di quasi 20mila unità, la tassazione complessiva è cresciuta, passando dal miliardo e 505 milioni del 2010 al miliardo e 515 milioni dell’anno successivo, con un surplus di gettito — relativo ai soli corsi di laurea triennali, magistrale e del vecchio ordinamento — che da 214 passa a 248 milioni.
«Quello che denunciamo è un comportamento di estrema gravità — dichiara Michele Orezzi, coordinatore nazionale dell’Udu — Perché nonostante il ricorso al Tar vinto dall’Udu di Pavia, le università italiane hanno continuato ad aumentare le tasse studentesche oltre il limite previsto dalla legge». In cima alla classifica degli atenei più “esosi” c’è l’università di Bergamo, che nel 2011 ha ricevuto dallo stato quasi 35 milioni di Fondo di finanziamento ordinario. Ma lo stesso ateneo — anziché 7 milioni scarsi — ne ha chiesti agli studenti ben 14 e mezzo di tasse: il 41 per cento del fondo, più del doppio quindi di quanto previsto dal decreto del 1997. Nell’ateneo lombardo gli studenti pagano, in media, 993 euro a testa all’anno. Se la tassazione fosse rimasta entro il 20 per cento del Fondo di finanziamento ordinario, ogni studente, avrebbe dovuto sborsare 476 euro: 516 in meno per ogni anno.
Qualcosa come 2 mila e 500 euro, per un corso quinquenna-le, che salirebbero a 3 mila nel caso dell’università Cà Foscari di Venezia dove il risparmio si attesterebbe sui 602 euro a studente: cifra tutt’altro che trascurabile in tempi di crisi dappertutto. «Come Unione degli universitari riteniamo inaccettabile questa situazione — continua Orezzi — Soprattutto perché l’Italia è già ora il terzo paese europeo con le tasse più alte: in un momento di forte crisi si sta facendo pagare agli universitari e alle proprie famiglie
i tagli all’istruzione pubblica ».
Insomma, gli studenti non ci stanno a pagare più del dovuto. «Chiediamo che il governo Monti — conclude il coordinatore nazionale dell’Udu — faccia subito rispettare la legge e il ministro Profumo, invece di parlare in modo demagogico di merito, convochi immediatamente le rappresentanze studentesche per costruire insieme a loro un nuovo modello di contribuzione studentesca nazionale. Se la situazione resterà questa, continueremo ad appellarci ai Tar, ateneo dopo ateneo».

da La Repubblica

"Esodati, il governo pensa a un decreto", di Francesco Semprini

Pressing di Franceschini (Pd): “Poi potremo approvare la riforma sul lavoro”

«Parto con un animo più sereno», aveva detto Mario Monti alla vigilia del vertice dei G-20 in Messico.

Sereno ma non troppo. Mentre l’attenzione dei leader del Pianeta è rivolta alle elezioni in Grecia, il premier non perde di vista la situazione interna.

Nella mente del professore c’è una data precisa, il 28 giugno: in agenda il prossimo Consiglio europeo. Monti lo ha detto, vuole sbarcare a Bruxelles con la riforma del lavoro in tasca, altrimenti il rischio è «perdere punti» in termini di credibilità. Rischio che cresce, stando agli ultimi sviluppi. Nella fase attuale la questione è prettamente politica, avverte Gianfranco Fini, visto che «non ci sono ostacoli procedurali o regolamentari».

Secondo il presidente della Camera è necessario «contrariamente a quanto accaduto fino ad oggi, che Pdl e Pd, condividano la necessità» della riforma. Condivisione che appare assai incerta. Per il capogruppo del Pd in commissione Lavoro alla Camera, Cesare Damiano, devono essere sciolti due nodi cruciali quello degli ammortizzatori e degli esodati.

Gli fa eco Dario Franceschini, presidente dei deputati del Pd, secondo cui «per un iter più veloce, il ddl potrebbe essere aiutato non da un impegno ma da un decreto per risolvere la questione esodati».

Dall’altra parte a farsi sentire è Fabrizio Cicchitto che puntella l’esecutivo sulla scelta del veicolo usato per varare la riforma. «Se Monti avesse avuto una grande urgenza, avrebbe potuto e dovuto presentare il progetto sotto forma di decreto legge».

Già, il decreto legge. Via non scelta per il tema lavoro, ma che potrebbe tornare utile per sanare la questione degli esodati. Strada, probabilmente, non a caso battuta ieri proprio dal capogruppo a Montecitorio del Pd.

Settimane, quindi, «cruciali» per il governo, sia in campo nazionale che continentale.. Con un test intermedio rappresentato dal vertice a quattro di venerdì prossimo con Angela Merkel, Francois Hollande, e il premier spagnolo, Mariano Rajoy.

Incontro al quale Monti arriva con un risultato al suo attivo, il «decreto sviluppo» per far ripartire la locomotiva economica nazionale. Ma date le incertezze sul nodo lavoro, non è abbastanza per il premier, che cerca rassicurazioni altrove. Così il governo tenta di accelerare sul capitolo «spending review», l’altro grande obiettivo della «road map» di Monti.

Il premier punta a varare il riordino della pubblica amministrazione in tempi brevi, e le sue speranze si riflettono nelle rassicurazioni del ministro per la Funzione pubblica, Filippo Patroni Griffi, secondo cui il via libera al provvedimento sarà ultimato a fine mese. L’obiettivo è reperire circa 13 miliardi di euro nel biennio 2012-2013 per evitare l’aumento di due punti delle aliquote Iva del 10 e 20 per cento.

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“I partiti non riescono a parlare ai cittadini”, di Fabio Martini
Barca: noi ci assumiamo la responsabilità delle scelte difficili

Nel rapporto tormentato tra il governo dei tecnici e la sua maggioranza, la richiesta da parte del Pd di un decreto legge a brevissima scadenza sulla questione esodati, di uno scambio secco con la questione del mercato del lavoro, non spiazza il ministro alla Coesione sociale Fabrizio Barca, una delle personalità più apprezzate dal presidente del Consiglio: «Proporre un accordo di questo tipo è una richiesta legittima.

Naturalmente fare le cose male non è mai produttivo e dunque un eventuale decreto si potrà fare quando tutte le informazioni saranno disponibili. Diverso il caso della riforma del mercato del lavoro: il governo ha fatto una scelta sacrosanta e ora chiede che i tempi di attuazione siano rapidi».

Il leader del Pdl Alfano ha quasi deriso il provvedimento sulla crescita, sostenendo che la disponibilità reale è di un miliardo: quello tra governo e maggioranza le pare un rapporto esemplare?
«È un rapporto comprensibile, che si spiega anche con la straordinaria difficoltà che i partiti hanno nell’intrattenere un rapporto diretto con i cittadini: nel corso del tempo le loro organizzazioni si sono fatte liquide. Talora le forze politiche hanno la tendenza ad accomodare la critica generale, ad assecondarla secondo una modalità semplice, a volte anche scontata. Ma di questo non dobbiamo stupirci».

È la vostra missione?
«Siamo stati messi lì proprio perché sul governo si scaricassero le responsabilità, finendo per accreditarci tutte le cose che non vanno e in qualche modo non riconoscendoci quelle positive. Mi preoccupa molto invece un’altra questione: lo scarso livello di comprensione di alcuni provvedimenti, per la verità molto incisivi».

Quando le cose non andavano bene i governi dei partiti dicevano che c’era un problema di comunicazione, ultimamente lo diceva persino un mago del ramo come Berlusconi…
«E allora faccio un esempio. Nel pacchetto sviluppo c’è un provvedimento che è una sorta di rivoluzione: abbiamo stabilito che di ogni transazione che lo Stato fa con qualunque soggetto – sia esso un consulente, un acquisto o un progetto infrastrutturale – se dopo il primo gennaio non sarà dato conto del beneficiario, della motivazione del trasferimento e delle modalità contrattuali, quella transazione non sarà valida. Questo potrà incidere in maniera radicale sulla degenerazione tra Stato e privati per la grande trasparenza che consentirà».

Certo, i mass media saranno superficiali ma a comunicar bene non deve pensare anche il governo? Non pensa che per farlo ci vorrebbe più fatica e più umiltà nel ritenere che farsi capire è altrettanto importante che decidere?
«Sui giornali è stata introdotta la modalità delle schede riassuntive degli interventi che spesso hanno un tono un po’ apodittico, come se il mondo fosse cambiato da quelle norme e non dai comportamenti delle persone e dunque dalla attuazione delle leggi. Dopodiché, certo, anche il governo deve sapere comunicare».

Il governo lavora, ma senza un svolta in Europa, quasi tutto rischia di vanificarsi: Monti cosa dovrà contribuire a far accadere a fine mese a Bruxelles?
«Due cose molto importanti: misure che abbiano effetti immediati sulla crescita ed è possibile, ma anche dare una svolta al processo di unificazione delle politiche comunitarie».

Ministro, lei è spesso all’Aquila, dove è in corso un’esperienza originale di ricostruzione, che mette assieme forte impulso pragmatico e partecipazione popolare: un modello?
«Quando siamo stati incaricati di occuparci di questa questione, in febbraio, ci siamo subito resi conto che lo scoramento della popolazione era superiore rispetto alla situazione obiettiva. E abbiamo compreso che una percezione così negativa e una sfiducia così forte nello Stato traevano origine essenzialmente da un deficit di democrazia partecipativa. In altre parole, la gente non sentiva come proprio tutto ciò che accadeva».

“Complici” i mass media?
«In qualche modo sì: le immagini che rilanciavano i mass media diventavano per loro stessi la verità, quasi più della verità stessa. Col pericolo che su una popolazione sfortunata ed esclusa potesse determinarsi una sorta di ignavia. Abbiamo invertito questo processo e anche non si riguadagna in poco tempo la fiducia persa, diciamo che da parte dei cittadini c’è una apertura vigilata di credito».

da www.lastampa.it