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"Processo Mediaset, chiesti 3 anni e 8 mesi per Berlusconi" di Angelo Mincuzzi

Sui «fondi neri» che sarebbero stati ottenuti «gonfiando» i costi degli acquisti dei diritti tv da parte di Mediaset ci sono «le impronte digitali» di Silvio Berlusconi. Con queste parole il pm Fabio De Pasquale ha motivato ieri, nel corso della sua requisitoria, la richiesta di condanna a tre anni e otto mesi di reclusione per l’ex presidente del Consiglio, accusato di frode fiscale. Richiesta definita «assurda» dal Cavaliere: «Durante il mio mandato da premier per i Pm avrei avuto la voglia e il tempo di interferire in una società quotata».
Davanti ai giudici della prima sezione del tribunale di Milano, De Pasquale ha chiesto altre dieci condanne. La pena più alta (sei anni) è per il fondatore di Banca Arner, Paolo Del Bue, accusato di riciclaggio. Cinque anni, invece, De Pasquale li ha chiesti per Erminio Giraudi e quattro anni per Carlo Rossi Scribani. Per Daniele Lorenzano e Frank Agrama la richiesta è di tre anni e otto mesi mentre per Fedele Confalonieri la pena richiesta per frode fiscale è di tre anni e quattro mesi. Infine, tre anni per Marco Colombo, Giorgio Dal Negro e Manuela De Socio, e due anni e sei mesi per Gabriella Galetto.
Per De Pasquale le prove contro Berlusconi sono «completamente univoche». Fininvest, infatti, «è interamente posseduta dalla famiglia Berlusconi e il controllo è di Silvio Berlusconi, ed è stata Fininvest che ha organizzato la frode» sui diritti tv. Secondo De Pasquale, Berlusconi «è il beneficial owner delle società off shore maltesi» che hanno avuto un ruolo importante nella compravendita dei diritti. Non solo. Sempre secondo l’accusa, «i conti bancari dove sono stati versati i fondi neri realizzati mediante le frodi sono riconducibili a Berlusconi»: si tratta dei «conti svizzeri e delle Bahamas» e di quelli «gestiti dal fiduciario Del Bue». Dalle «società maltesi alla Silvio Berlusconi Finanziaria», ha spiegato De Pasquale, sono transitati 500 milioni di dollari: «la metà è servita a pagare i veri fornitori, l’altra metà, circa 250 milioni, è rimasta nel comparto riservato di Fininvest».
Le irregolarità avrebbero riguardato «circa tremila titoli di film che hanno dato origine a circa 12mila passaggi contrattuali», quattro passaggi per ogni titolo. Con questo sistema, secondo il pm, tra il 1994 e il 1998 gli acquisti dei diritti tv sarebbero stati gonfiati di circa 90 milioni di dollari l’anno, per un totale di 368 milioni di dollari. Per i bilanci 2001-2003, l’imputazione è di circa 40 milioni di dollari di costi gonfiati.

Il Sole 24 Ore 19 giugno 2012

"Lavoro ed esodati Fornero accerchiata", di Massimo Franchi

Per Elsa Fornero quella di oggi sarà l’ennesima lunga giornata di fuoco. Al pomeriggio, alle 16,30, la ministra parlerà nell’aula del Senato cercando di chiarire la vicenda che più l’ha scottata, gli esodati. Ma non sarà meno facile l’appuntamento seguente: alla Camera con i partiti della maggioranza per trovare un accordo politico che sblocchi il via libera alla riforma del Lavoro. Nei giorni scorsi si è infatti dato troppo per scontato l’uso e l’efficacia della fiducia da parte del governo per arrivare ad una approvazione definitiva entro giovedì 28 giugno, come chiesto da Mario Monti per presentarsi più forte al Consiglio
europeo. Senza un accordo con Pd e Pdl (il Terzo Polo è favorevole a prescindere), anche una decisione unilaterale del
governo potrà essere fatta solo in Aula e per arrivarci prima del 28 giugno serve che la maggioranza sia compatta nel aggirare gli emendamenti, il cui termine per la presentazione è venerdì 22. Diversamente il testo approvato al Senato arriverà in Aula a inizio luglio e Mario Monti dovrà modificare i suoi piani.
Dunque Elsa Fornero dovrà scendere a patti. Ma non tutti i patti dipendono da lei. Perché molte, se non quasi tutte, le richieste dei partiti prevedono un dispendio non indifferente di risorse e
dunque il “via libera” della Ragioneria generale e del ministero dell’Economia, e quindi dello stesso Monti o del draconiano
(sui conti) Grilli. Di sicuro per il tema degli esodati queste risorse non sono ancora state individuate. E quindi oggi a palazzo Madama Elsa Fornero non potrà indicare una quota ulteriore di esodati da «salvaguardare» o «in via di salvaguardia» (come anticipato agli esodati ricevuti giovedì scorso) oltre quota 65mila (dal decreto ancora in attesa di pubblicazione in Gazzetta Ufficiale). Si limiterà dunque a
quella che nel suo staff viene definita «un’operazione verità». Fornero, con la puntigliosità che le è tipica, ricostruirà «i fatti» accaduti dall’approvazione della riforma delle pensioni in poi. La famosa Relazione dell’Inps che lei chiese a gennaio e che misura in 390mila gli esodati verrà definita «un numero da universo statistico, perché tiene dentro tutti». Quel dato, per la ministra del Lavoro, va fortemente scremato, iniziando dalla categoria più cospicua: i prosecutori volontari. Nel computo di 180mila contenuto nella Relazione, secondo il ministero del Lavoro, ci sono infatti anche persone che hanno i requisiti per andare in pensione nei prossimi anni e persone “giovani” che andrebbero in pensione fra decine di anni.
Fornero dunque punterà a prendere un impegno generico, sottolineando come il decreto risolve già i problemi per i prossimi due anni, nonostante la mancata copertura, ad esempio, dei lavoratori di Termini Imerese e di tutti coloro che al 31 dicembre, pur avendo accordi firmati prima del 4, non erano ancora in mobilità. Molto improbabile che annunci un decreto risolutivo.
Dal discorso in Aula si aspettano dunque poco gli stessi partiti di maggioranza. Pd e Pdl invece avranno richieste molto precise e diversificate nell’incontro serale. Se l’idea iniziale era quella di trovare prima un accordo fra i partiti e poi, in un secondo tempo, con il governo, ieri si è capito che i tempi sono troppo stretti. Se nel Pd, come spedificato dal capogruppo Dario Franceschini, la questione esodati è considerata come discriminante per un accordo, il Pdl la ritiene molto meno importante. Per gli uomini di Angelino Alfano la vera priorità
è la richiesta di più flessibilità in entrata, partendo dalla cancellazione della norma sui 90 giorni fra i contratti. Pd e Pdl quindi si dicono disposti ad accelerare sulla riforma, ma in cambio chiedono di avere un impegno del governo per un percorso parallelo e sollecito che vada a coprire le richieste di modifica.
E se Giuliano Cazzola, relatore del Pdl, propone di far rientrare le modifiche sulla flessibilità in ingresso «nel decreto Sviluppo che tratta argomenti simili e fra poco arriverà alla Camera», Cesare Damiano, suo omologo per il Pd, continua «a ritenere indispensabile un impegno del governo per allargare gli ammortizzatori sociali, ridotti nella durata dall’introduzione dell’Aspi».
A rafforzare (timidamente) la posizione del governo arriva la presa d’atto di Confindustria. È lo stesso Giorgio Squinzi ad ammettere che il testo «non è quello che volevamo», ma il momento «è così difficile che ci allineiamo» alla fiducia. La situazione, a detta dello staff della ministra, è «delicata e i tempi sono strettissimi». Per risolverla serve una capacità politica di sintesi che finora Elsa Fornero non ha dimostrato. Starà a lei invertire la tendenza.

l’Unità 19.06.12

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“Altri cinquantamila esodati il governo rifà i conti. Servono nove miliardi” di Paolo Griseri

Il numero lo renderà noto oggi, rispondendo al Senato alle interrogazioni dei partiti. Elsa Fornero chiarirà così i motivi della clamorosa girandola di ipotesi su quanti siano davvero gli esodati, i lavoratori che rischiano di andare in pensione senza averne diritto e dunque senza poterla percepire per diversi anni. Un pasticcio che anche ieri ha attirato sul ministro del lavoro aspre critiche. L’audizione in Senato dovrebbe servire
dunque a sciogliere il mistero. Fornero parlerà a Palazzo Madama e successivamente incontrerà alla Camera i capigruppo di maggioranza per definire i tempi di discussione del disegno di legge sulla riforma del lavoro. Le due questioni, quella degli esodati e quella della riforma sono legate perché il Pd chiede che vengano risolte insieme. Secondo le indiscrezioni che circolavano ieri sera nelle segreterie dei partiti, il ministero del lavoro starebbe studiando l’ipotesi di aggiungere altri 50.000 prepensionati alla platea di coloro che dovrebbero essere salvaguardati dall’effetto della riforma delle pensioni.
Il nodo esodati è nella differenza tra le cifre del ministero e
quelle fornite dall’Inps. Semplicemente perché il ministero ha calcolato il numero di coloro che rischierebbero di perdere la pensione entro i prossimi due anni mentre l’Inps ha fornito la cifra di coloro che, anche solo teoricamente, potrebbero vedersi modificato il trattamento durante il periodo di transizione tra la vecchia e la nuova normativa, in pratica entro il 2017. Questo spiega la differenza tra il numero di 65.000 salvaguardati indicato nel decreto Fornero e i 389.000 esodati indicati dalle tabelle dell’Inps. Una differenza che avrebbe notevoli conseguenze sulle casse pubbliche: per garantire le condizioni della vecchia pensione ai 65.000 salvaguardati il governo spenderà
poco meno di 5 miliardi di euro in sei anni. Se si dovesse intervenire su tutta la platea dei 389 mila, nelle stesso periodo si spenderebbero non meno di 20 miliardi (perché non tutti gli esodati pesano allo stesso modo nel calcolo). Soprattutto, si osserva negli ambienti del ministero del lavoro, se si applicasse la tabella fornita dall’Inps si vanificherebbe della riforma delle pensioni approvata a tambur battente dal governo per fronteggiare la speculazione dei mercati sul debito italiano.
Ancora ieri dall’Inps si faceva notare che le scelte politiche le compie il governo mentre all’istituto di previdenza spetta solo il compito di fornire le cifre della platea teoricamente interessata.
Ma dal ministero del lavoro si faceva osservare che le cifre della platea, quelle che nei giorni scorsi hanno scatenato la polemica, il ministero le attendeva invano da mesi e che la tabella fornita dall’istituto guidato da Antonio Mastrapasqua «non serve a risolvere i problemi». Perché nel numero di 389.000 sono compresi 180.000 dipendenti che hanno lasciato il lavoro tra il 2009 e il 2011: nessuno sa dire quanti di loro hanno davvero contrattato un’uscita agevolata verso la pensione con le vecchie regole. In ogni caso, si fa notare al ministero, nessuno di loro rischia di rimanere senza pensione entro il 2014. Anche all’Inps si ammette comunque che dei 389.000 potenziali esodati almeno
60.000 dovrebbero aver già maturato oggi i requisiti per ottenere la pensione. Altri 65.000 sono quelli tutelati dal decreto Fornero. Dunque, al netto dei 180 mila incerti, rimarrebbero ancora da tutelare, nei sei anni, circa 80 mila lavoratori. E’ su questi che ieri e questa mattina si è concentrata la trattativa con i partiti della maggioranza. Non si tratta tanto di trovare una cifra, si ragiona nel Pd, quanto di individuare delle categorie e sapere che, comunque, sarà necessario nel medio periodo prevedere un’ulteriore
aggiustamento. Anche perché la stessa Elsa Fornero sottolineava ieri che «solo con pazienza e disponendo delle cifre necessarie è possibile capire la reale entità del problema». E quella dimensione si avrà solo «lavorando per aggiustamenti successivi», così come del resto è stato fatto per individuare il primo gruppo di 65.000 salvaguardati. Una soluzione in tempi successivi dunque avendo come orizzonte un primo gruppo di circa 50.000 salvaguardati da aggiungere ai 65.000 già salvaguardati. Se questa mediazione andrà in porto, si tratterà di spendere altri 4 miliardi nei prossimi sei anni. Oggi pomeriggio si capirà se questo sentiero stretto è percorribile.

La Repubblica 19.06.12

“Tobagi e Colombo nel Cda della Rai”, di Annalisa Cuzzocrea

Sono la scrittrice e conduttrice radiofonica Benedetta Tobagi e l’ex magistrato di Mani Pulite Gherardo Colombo, ora presidente della Garzanti, i candidati delle associazioni al cda della Rai. Il segretario del Pd Bersani: «Siamo orgogliosi di sostenerli». Ma slitta il voto in Vigilanza. E spunta l’ipotesi di Santoro a La7. — Ce l’hanno fatta. A dispetto dei troppi distinguo della vigilia, le associazioni cui il Pd aveva chiesto di mettersi d’accordo su due nomi per la Rai sono riuscite a farlo. Libertà e Giustizia, Libera e il comitato per la libertà di informazione hanno scelto Gherardo Colombo e Benedetta Tobagi. Se non ora quando ha invece presentato una lista di nomi di donne, chiedendo che il cda sia per metà femminile. Non rema contro, però, la Tobagi era anche una sua scelta.
Come anticipato ieri da Repubblica, l’ex magistrato di Mani pulite, che ha passato gli ultimi anni a girare le scuole “spiegando” la legalità e che nel 2009 è diventato anche presidente della casa editrice Garzanti, era sostenuto dall’associazione di don Ciotti Libera. Gli altri lo hanno accolto di buon grado, rinunciando ai loro candidati per fargli posto. «Sono disponibile a fare questa nuova esperienza – ha detto ieri a Radio 24 – ho dovuto mandare anche un curriculum vitae». E poi: «Con Bersani non ho parlato, ho avuto rapporti solo con le associazioni ».
«Fino a giovedì voglio solo dire che sono molto grata e molto onorata di essere stata designata da queste realtà», dice invece Benedetta Tobagi. La figlia del giornalista del Corriere,
ucciso dai terroristi nel 1980, è una documentarista, studiosa di storia, autrice del libro “Come mi batte forte il tuo cuore”, conduttrice di un programma radiofonico su Radio tre, collaboratrice di Repubblica.
Quanto alle altre donne che Se non ora quando propone al presidente della Vigilanza Zavoli, sono Dacia Maraini, Flavia Nardelli, Evelina Christillin, Lorella Zanardo e Chiara Saraceno. Il comitato si è voluto distinguere perché il suo ruolo non fosse considerato “di parte”. Pur ringraziando Bersani, ha deciso di rilanciare. Difficile dire quanto sia realistico, visto che per gli altri 5 consiglieri (3 “spettano” al Pdl, 1 alla Lega e 1 al Terzo Polo) gli altri partiti si stanno orientando alla vecchia maniera. L’Udc vorrebbe confermare Rodolfo de Laurentiis, il Pdl Antonio Verro cui affiancherebbe il direttore comunicazione della Rai Guido Paglia e l’ex responsabile dell’ufficio legale di viale Mazzini Rubens Esposito.
E però, la Vigilanza prende tempo. L’ufficio di presidenza di oggi deciderà probabilmente di rinviare il voto da giovedì a martedì prossimo. Sono arrivati quasi 200 curricula, non si può far finta di nulla. Di certo, non ci sarà l’audizione di tutti i candidati, probabilmente neanche quella della presidente Anna Maria Tarantola (richiesta da Di Pietro), ma visto che il Tesoro ha convocato l’assemblea per le nomine del cda il 3 luglio, il Parlamento può permettersi di aspettare.
Per ora, il più soddisfatto è Bersani: «Siamo orgogliosi di sostenere personalità come Benedetta Tobagi e Gherardo Colombo, di cui ovviamente rispetteremo l’assoluta indipendenza», dice il
segretario pd. «Faremo di tutto perché il Parlamento raccolga l’appello all’equilibrio di genere nel Cda Rai». Non mancano i distinguo, i democratici Merlo e Fioroni accolgono la protesta delle associazioni cattoliche del forum di Todi, che ritengono indegno il metodo seguito e fanno notare che loro non indicheranno nessuno. Il produttore Giorgio Gori, ormai al fianco di Matteo Renzi, scrive su Twitter: «Sostenere con orgoglio i nomi di Colombo e Tobagi significa essere lontanissimi dal considerare la Rai una vera impresa editoriale».
Nel frattempo, il direttore generale uscente Lorenza Lei presenta i palinsesti autunnali e parla di una Rai facile bersaglio di «critiche e considerazioni superficiali e ingenerose», che «sa sempre reagire, rispondere coi fatti, coi numeri, con la qualità». Poi fa un decalogo del ruolo del servizio pubblico, mettendo il pluralismo al primo posto. Per ironia della sorte, nelle stesse ore, Michele Santoro avrebbe raggiunto un accordo definitivo per passare a La 7.

La Repubblica 19.06.12

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Per rilanciare viale Mazzini
Al di là delle modalità organizzative sulla elezione del futuro cda della Rai, un elemento è indubbio: il Partito democratico vuole il rilancio della Rai, il miglioramento della qualità nella programmazione dei suoi palinsesti e, al contempo, un progressivo e netto allontanamento della politica dalle vicende gestionali dell’azienda. Pertanto, l’accusa al Pd – che circola in alcuni settori politici e giornalistici – di voler affossare la Rai perché da tempo richiede la riforma del suo assetto di governo è ridicola e falsa. Semmai, c’è un rischio concreto che va battuto sul terreno politico e culturale, e cioè la volontà di privatizzare il servizio pubblico radiotelevisivo e quindi di liquidarlo.
Del resto, qualunque sia l’ipotesi giuridica o politica che punta a privatizzare la Rai, l’obiettivo vero che si vuole perseguire non è nient’altro che la distruzione di tutto ciò che è riconducibile alla mission del servizio pubblico. Che non è soltanto – come recita la vulgata qualunquista, demagogica e dissacrante – la tanto declamata “lottizzazione”. La ragione per continuare ad avere un servizio pubblico affonda le sue motivazioni nella certezza di conservare quel pluralismo e quell’approfondimento politico e giornalistico che sarebbero inesorabilmente sacrificati se dovesse cessare quella specificità nel panorama informativo del nostro paese.
È appena il caso di ricordare che le emittenti private che oggi si ergono a difensori di un credibile ed efficace servizio pubblico non sono nient’altro che l’espressione del proprio punto di vista. E cioè, la legittima ma discutibile partigianeria e faziosità politica. Certo, è pur vero – come disse con efficacia il presidente della commissione di vigilanza Sergio Zavoli – che a volte il pluralismo nell’attuale servizio pubblico si è progressivamente trasformato in una «sommatoria di faziosità».
Tuttavia è sempre meglio avere una sommatoria di faziosità che non la declinazione di un “pensiero unico”, seppur ammantato di modernità, di progressismo e di nuovismo. Un virus, comunque, quello della privatizzazione che è politicamente trasversale e che se non viene sapientemente respinto può travolgere tutto. E sempre, come da copione, in nome del cambiamento e del rinnovamento.
Da Fini alla Lega, da settori del Pdl ad alcuni mondi illuminati e salottieri della sinistra, per non parlare dei demagoghi alla Grillo, lo schieramento che punta alla liquidazione della Rai non è affatto debole. E qualunque cedimento su questo versante può essere fatale non solo per il futuro del servizio pubblico ma per la stessa conservazione della democrazia nel paese.
Certo, al di là delle precise responsabilità della politica, non è indifferente alla causa la classe dirigente chiamata a guidare l’azienda di viale Mazzini. Classe dirigente che, al di là delle fisiologiche polemiche che accompagnano ogni cambiamento al vertice, non può essere giudicata efficace e salvifica solo quando è composta da persone eccellenti e prestigiose ma del tutto estranee a tutto ciò che è riconducibile, seppure vagamente, a un prodotto televisivo. E questo senza affatto mettere in discussione la professionalità e il prestigio dei due dirigenti nominati dal presidente del consiglio a guidare la Rai per i prossimi tre anni.
Semmai, per dirigere la Rai è indubbiamente necessario possedere capacità manageriali ma non può essere un torto o un difetto aver maturato sul campo una specifica professionalità nel settore radiotelevisivo. Del resto, la triste e squallida stagione dei professori all’inizio degli anni ’90 aveva evidenziato come, sempre in nome della modernità, a volte si rischia di incappare in gestioni profondamente deficitarie. Comunque sia, il confronto politico attorno alla Rai ruota sì sul recupero della specificità di un efficace e credibile servizio pubblico ma anche, e soprattutto, sulla ormai indispensabile e non più prorogabile riforma della governance interna alla azienda. E il Pd, lo ripeto ancora una volta, vuole una Rai forte, competitiva, pluralista e trasparente. Ad altri il compito di privatizzarla, di indebolirla e di azzerarla. Il Pd sta sul fronte opposto.

da Europa Quotidiano 19.06.12

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“Chi vuole separare i partiti dalla società” di Francesco Cundari

La vicenda delle nomine Rai ha portato al centro dell’attenzione, sulla stampa, le «associazioni della società civile». Ma la stessa distinzione tra «società civile» e «classe politica» è piuttosto problematica dal punto di vista teorico, e ancor più complicata dal punto di vista pratico, almeno nell’Italia di oggi. Non per nulla, dopo che il Pd ha chiamato le associazioni a esprimere in sua vece due nomi per il Consiglio di amministrazione della Rai, il più tipico e rappresentativo tra gli esponenti della società civile prestati alla politica, Antonio Di Pietro, le ha invitate a «non prestarsi a questo gioco che le farebbe complici della solita spartizione partitica». Le associazioni della società civile non lo hanno ascoltato. In compenso, hanno fatto il nome di Gherardo Colombo, collega di Di Pietro nel pool di Mani pulite.

Preoccupazione mostra anche il Forum delle associazioni cattoliche, che «stigmatizza il metodo del “bando di concorso” e delle autocandidature, alcune delle quali sponsorizzate da un indefinito nucleo di associazioni, metodo che può celare logiche lottizzatorie o di natura ideologica». Un avvertimento subito raccolto da diversi esponenti del Partito democratico, da Giuseppe Fioroni a Giorgio Merlo.

Inoltre, sin dalle prime ipotesi circolate nei giorni scorsi sui candidati delle associazioni, altri autorevoli esponenti della società civile avevano manifestato qualche legittima perplessità sulla scarsa competenza in materia televisiva dei nomi fin lì ipotizzati. Altri, infine, avevano chiesto delucidazioni su quale idea di servizio pubblico e quali scelte concrete avrebbero avallato o contrastato sul futuro della Rai. Si vedrà nelle prossime ore se i nomi di Benedetta Tobagi e Gherardo Colombo diraderanno ogni perplessità.

Le discussioni di questi giorni testimoniano comunque la difficoltà di tracciare un confine così netto tra «società civile» e «classe politica»; tra l’ex pm Di Pietro, oggi affermato leader di partito, e il suo ex vicino di scrivania Colombo. Non perché, come ha scritto Repubblica, la società civile sia improvvisamente diventata «dorotea». Ma perché i partiti stessi, con le loro divisioni e le loro correnti, frutto della naturale dialettica tra dirigenti e diretti, sono espressione della società. Del resto, se così non fosse, che senso avrebbe la stessa democrazia rappresentativa?

l’Unità 19.06.12

"Esami anteprima da incubo", di Fabio Luppini

La notte prima degli esami sarà un incubo più per i presidenti di commissione che per i ragazzi. Le premesse della maturità tutta telematica non sono affatto buone. Ieri la prima riunione per avviare la procedura è stata un tormento. Il ministero dell’Istruzione ha obbligato (pur avendo ricevuto ripetuti inviti alla prudenza) i professori impegnati per la maturità a fare il verbale telematico.
Dovevano collegarsi alla pagina commissione web, ben visibile aprendo il sito del Miur e procedere. In centinaia di scuole, forse molte di più stando alle segnalazioni che sono arrivate in redazione, non è stato possibile.

Clicca e riclicca i presidenti di commissione non sono riusciti ad inoltrarsi nel candido mondo internautico apparecchiato dai tecnici del ministero. Sicché hanno optato per altre due strade. In alcuni casi hanno riattivato il programma Conchiglia, una utilità off line per poter redigere il verbale su computer; in altri si sono dotati di pazienza ed olio di gomito e sono ricorsi al verbale cartaceo, possibilità che era stata auspicata da chi dentro il Miur riteneva già un mese fa che la cosiddetta Commissione web non era pronta per funzionare ottimamente.

L’alba tragica della primissima volta della maturità on line. Quest’anno, come ormai è noto, le tracce dei temi arriveranno dal web, così come la versione, le prove di matematica, insomma tutto quel che concerne prima e seconda prova. Non più carabinieri in macchina o a cavallo (a volte ancora arrivavano così in alcune zone d’Italia), anche se la ceralacca, per stare alla tradizione, i presidenti di commissione l’hanno trovata nelle buste inviate dal ministero, con anche il timbro, lo scotch e altre amenità.

Domani mattina, se tutto andrà come deve andare accadrà quanto segue. I maturandi dovranno entrare ben prima delle 8 e 30. A quell’ora i presidenti di commissione dovranno aprire una busta entro cui c’è la password che apre la porta della cassaforte telematica dove sono custodite le tracce della prova d’italiano. La password è, sempre in busta chiusa, nella disponibilità di un’altra persona per ogni scuola. Le tracce sono già lì, on line. Sono “dormienti” e saranno sbloccate solo mercoledì mattina.

L’incubo di alcuni presidenti di commissione, visto l’antipasto di ieri, è che la password non sblocchi le tracce. Considerando che ci deve essere la contemporaneità e la possibilità che hanno i ragazzi di comunicare, (anche se vengono sequestrati i cellulari qualcosa passa sempre) la tragedia per modo di dire si potrebbe trasformare in meno di mezz’ora in farsa.

Ipotesi che tutti scongiurano, a partire appunto dai presidenti di commissione. Ma, non si sa mai… Dovesse verificarsi il blocco telematico (è già accaduto con conseguenze nefaste anche sul piano dell’ordine pubblico alla prima prova del concorso per dirigenti scolastici, un ritardo di ore) per ovviare all’increscioso inconveniente ci sarebbe la possibilità di farsi inviare per mail le tracce, ma certo il grado di copertura e segretezza sarebbe poco garantito.

Per quelle scuole costrette (speriamo nessuna) alla Caporetto telematica c’è una ultima possibilità prevista dalle circolari per consentire comunque lo svolgimento della prova di maturità: e, cioè, che il presidente decida lui tracce adeguate in sostituzione di quelle non ricevute per sopraggiunta sfiga nel funzionamento della rete. Vedremo se alle cinque della sera, domani, tutto sarà lietamente finito.

l’Unità 19.06.12

"Sfiduciati, i ragazzi non studiano", di Giovanni Bardi

Dal rapporto Isfol la radiografia degli abbandoni: il 69% lascia per scelta, il 7% per necessità Aumentano i dispersi per scelta. Sono sempre di più gli studenti che mollano spinti dalla convinzione che tanto studiare non serva a niente. L’ultimo studio dell’Isfol sulla dispersione evidenzia come l’antropologia dei dispersi si stia modificando: accanto ai dispersi costretti all’abbandono per condizioni di origine e perché disagiati, sono sempre di più gli studenti che mollano senza mostrare problemi particolari, come l’aver ripetuto più volte.
La ricerca è stata condotta su un campione di 14-17enni che avevano conseguito la sufficienza all’esame di licenza media, dei 1500 studenti intervistati, 576 erano dispersi, il 38,2% del campione. Dispersi soprattutto i maschi, 61,4%, contro il 38,6% delle ragazze. In generale è confermato il quadro per cui la dispersione sembra colpire le famiglie economicamente più deboli e meno scolarizzate. Il livello di istruzione dei genitori risulta fortemente correlato con la distribuzione dei percorsi formativi e il fenomeno dell’abbandono. Il 52% dei dispersi dichiara di lavorare, il 91% sono lavoratori dipendenti, il 63% contrattualizzato. Il 21,4% dei dispersi è stato bocciato alle medie. La bocciatura si conferma comunque un campanello d’allarme. Su 179 bocciati alle medie, 124 hanno poi abbandonato. Il 43% dei dispersi non si è nemmeno iscritto al secondo ciclo né ad un percorso di formazione professionale regionale. Mentre i cambi tra un percorso formativo e un’altro non sembrano incidere negativamente come la ripetenza. Infatti solo il 6% dei dispersi aveva effettuato più iscrizioni. Mentre l’abbandono si registra prevalentemente nei primi due anni della scuola superiore. Il biennio, dicono dall’Isfol, è il momento più a rischio. É soprattutto nel passaggio tra primo e secondo anno che si registrano le perdite maggiori, soprattutto ai professionali, anche secondo le stime del ministero del lavoro. Nell’a.s. 2008/2009 si è registrato negli istituti professionali il minimo storico dei passaggi dal primo al secondo anno con l’82,9% dei passaggi contro l’86% dell’anno dopo e, rispettivamente, l’88,5 e il 90,8% dei tecnici. Il fatto è che a crescere rispetto al passato, rileva l’Isfol, è soprattutto la platea dei dispersi che non sono passati per eventi particolarmente traumatici, come la bocciatura, sintomatici sovente di situazioni di un certo disagio d’origine. L’Isfol individua il momento della scelta di abbandonare che cade proprio al biennio. Il 57,4% dei dispersi dichiara di non aver incontrato particolari difficoltà durante la scuola media, segno che l’abbandono è maturato in un momento successivo. Il 69% degli intervistati dichiara di aver abbandonato per scelta, mentre solo il 7% per necessità. I ragazzi non se la prendono con i docenti o la scuola, mentre significativo appare il rilievo dei ricercatori rispetto ai dispersi che vedono fratelli più grandi diplomati o laureati che, nonostante tutto, restano disoccupati. L’idea infatti è sempre più quella che studiare non serva per costruirsi il futuro. La scelta di abbandonare per questi studenti è priva di rimpianti. Diversa la reazione degli studenti meno seguiti dai genitori, magari perché già alle prese con situazioni difficili anche economiche, o degli immigrati, che quando abbandonano la scuola lo fanno a malincuore. Dalle risposte dei dispersi per scelta emerge un quadro, sottolinea l’Isfol, in cui la percezione non è quella di un fallimento, anzi.

da ItaliaOggi 19.06.12

"Federazione zoppa", di Barbara Spinelli

Un primo segnale era venuto dalle presidenziali in Francia, all’inizio del 2012, quando si formò addirittura un fronte di Stati pro Sarkozy (Merkel lo guidava, secondo indiscrezioni dello
Spiegel, con a fianco Monti, Cameron e Rajoy) ma questa volta l’europeizzazione d’un voto nazionale è stata palese, l’intervento è avvenuto senza più veli diplomatici. Angela Merkel ha annullato una visita all’estero, come se l’evento avvenisse in casa, e alla vigilia del voto ha fatto il suo comizio nell’agorà ellenica: «L’Europa non è disposta ad aiutare ancora i Greci, se non rispettano tali e quali gli accordi presi». Minacciando il caos, ha invitato a votare solo i partiti «che non metteranno in questione i memorandum voluti dall’Unione ». Di per sé non è male che la politica dei singoli Stati non sia più introversa, falsamente immunizzata da intromissioni che vengono chiamate
straniere solo da chi s’incaponisce a inforcare gli occhiali delle sovranità nazionali assolute. La crisi ha definitivamente annientato sovranità logore sin dal dopoguerra, e logica vuole che non si parli di ingerenza, tantomeno straniera, in una comunità che sia pure parzialmente possiede il volto di una Federazione. Soprattutto non è male che ogni cittadino dell’Unione – in Italia, Spagna, Portogallo, Germania – senta che il verdetto democratico di Atene peserà su tutti noi, non diversamente dal peso crescente che avrà il voto nelle nostre nazioni.
Il guaio è che non è una Federazione compiuta ma zoppa, l’insieme di Stati che da giorni tremano per Atene. E quella che non dovrebbe essere ingerenza torna a essere intromissione di vecchio stampo, in tali condizioni. Hanno parlato capi di governo come la Merkel, ha pontificato il presidente della Bundesbank Jens Weidmann, rivolgendosi direttamente all’elettore greco (in un’intervista minacciosa su Kathimerini, il 15 giugno, estesa a Corriere della Sera, El País, Público), e naturalmente si sono fatti sentire i mercati, con movimenti di panico non sempre irrazionali. Hanno taciuto, attonite, le istituzioni comuni (Commissione, Parlamento europeo, Bce). Non è tipico di una Federazione – né di un’unione a metà strada fra Federazione e Confederazione di stati sovrani – che il capo del governo più potente imponga le sue convinzioni in nome dell’intera zona euro, come fosse un Presidente-garante eletto da tutti. Non è federale il comportamento di Weidmann, che si erge a portavoce di un organo comunitario (la Banca centrale presieduta da Mario Draghi) pur essendo un governatore come gli altri nell’eurosistema.
Ancor più ambigua, anzi asfissiante, è la filosofia che sorregge l’europeizzazione pur benefica delle politiche nazionali. Filosofia che potremmo riassumere così, ascoltando le parole dei più dogmatici in Germania: stare in Europa vuol dire
non negoziare mai quel che nell’Unione, man mano, è stato mal fatto. L’idea stessa di rinegoziare un patto o una linea politica è equiparata a condotta fedifraga, e come tale viene stigmatizzata. Questa è forse l’essenza delle federazioni, per Weidmann, ma con la democrazia ha poco in comune. Quando una strada si rivela fallimentare (ed è visibilmente fallimentare in Grecia, avendo aumentato la sua povertà, dunque il suo debito) non dovrebbe esser lecito vietare il rinegoziato, cioè la discussione di tale linea e la sua correzione. Democrazia è anche questo: si prova, si sbaglia, si rettifica, secondo il metodo sperimentale del trial and error.
È quello che ha detto Angel Gurria, segretario generale dell’Ocse (Organizzazione per la cooperazione economica e lo sviluppo), alla vigilia del voto greco. Se il futuro governo greco, quale che sia, sceglierà di restare nella moneta unica, vorrà modificare i termini del salvataggio fissati da Unione e Fondo Monetario: «Se questa è la condizione per scongiurare che Atene esca dall’euro, occorre darle un’opportunità di ricontrattare i prossimi aiuti» ( Kathimerini, 17-6-12).
Fa parte di un’ingerenza antiquata e zoppa non aver detto queste cose prima del voto.
L’elettorato doveva provare paura, e la deterrenza ha funzionato alla stregua di una minaccia atomica. Ora che il leader della destra Samaras ha vinto, gli stessi tedeschi allentano le briglie: nulla si ridiscute, ma un po’ di tempo bisogna darlo a Atene per ripagare i debiti («Ora dobbiamo venire incontro ai greci e rilanciare la crescita», dice a Andrea Tarquini, su questo giornale, Karl Lamers, ex consigliere europeo di Kohl).
Spiegel prospetta comuni emissioni di titoli del debito, anche se limitati e di breve durata (il nome è eurobond- light o euro-bill).
Almeno per ora, tuttavia, Berlino risponde no anche a questo.
Quand’è che in democrazia ci si rimette in questione, pena lo sfascio della democrazia stessa? Quando la linea imboccata naufraga, o quando un piano si rivela non tanto difficile quanto impossibile. Troppo facilmente tendiamo a considerare sinonimi i due termini: l’unione e l’accordo su un unico itinerario ritenuto giusto. Troppo facilmente il Syriza di Alexis Tsipras (e prima George Papandreou, quando voleva fare della questione greca una questione europea, attraverso un referendum sul cosiddetto salvataggio Ue) è stato trattato come partito anti-europeo, nonostante la sua richiesta fosse chiara: un cambio radicale di paradigma, nell’Unione, che non polverizzasse le periferie Sud accentuando diseguaglianze e squilibri. L’unione si cerca quando c’è disaccordo, non quando tutti fin da principio hanno già un’unica opinione: quella, ripetuta da anni come una litania, di Schäuble o della Merkel. C’è unione se si trova un’uscita dai conflitti che non sia cruenta né impraticabile; se esistono istituzioni sovranazionali capaci di armonizzare idee diverse e di rispettare – lo dice Lamers – «le condizioni di partenza di ogni paese»; se viene evitata la via imperiale del paese che decide al posto di tutti quale sarà la via aurea, di qui all’eternità. Quest’attitudine ancora non esiste, nell’Eurozona imperfetta cui apparteniamo: un’Eurozona con una moneta, 17 politiche economiche nazionali, una Banca centrale intimidita, nessun bilancio consistente in comune. È stato un errore di Syriza non aver insistito su questi punti.
Abbiamo parlato di cosiddetto salvataggio perché alla Grecia non sono stati garantiti salvataggi, come spiega da mesi l’economista greco Yanis Varoufakis. Non si può continuare a chiamare salvataggio una politica punitiva che non ha prodotto neppure una recessione (la recessione contiene sempre un’opportunità di autocorrezione) ma una vera e propria depressione, che trasforma la Grecia in un grande emporio della miseria ed è «del tutto priva di prospettive di redenzione».
Per affrontare simili dilemmi non basta l’intromissione ansiosa dei capi delle singole nazioni. Non basta neppure per calmare i mercati, che meglio dei governi capiscono, istintivamente, come il male dell’Europa sia innanzitutto politico, non economico. Occorre che nasca una vera agorà democratica in Europa, forte al punto di divenire un contropotere, di imporre un piano di crescita e un’Europa politica. Che in nome di tutti e non solo della Germania parlino le istituzioni sovranazionali (Commissione, Banca centrale). Che parli il Parlamento europeo, troppo silenzioso in tutta questa vicenda. Che i politici nazionali imparino a inforcare occhiali cosmopoliti, oltre a quelli che fanno vedere (con quale miopia!) i soli affari nazionali. Tutto questo ancora manca. Non c’è da lamentarsi se sulla scena europea restano, unici mattatori, solo Angela Merkel e Jens Weidmann

La Repubblica 19.06.12

"L'economia e i diritti civili" di Chiara Saraceno

I diritti civili e di libertà sono secondari rispetto a quelli sociali ed anche alla sola, certo importantissima, sicurezza economica? Solo chi è sicuro di arrivare a fine mese può permettersi il lusso di rivendicare il diritto al riconoscimento dei propri diritti di libertà? Le argomentazioni di Fioroni contro l’impegno di Bersani a fare della questione del riconoscimento delle coppie omosessuali un tema della agenda politica del Pd sembravano suggerire proprio questo. «Le persone che incontro non mi chiedono di coppie gay e di testamento biologico… Vogliono sapere di fisco e di esodati, di occupazione e di misure per la crescita », aveva dichiarato, infatti, Fioroni, collocandosi in un’ultra-secolare tradizione di politici di ogni colore e orientamento che, di fronte alle rivendicazioni di diritti e di riconoscimento da parte di gruppi discriminati, hanno opposto questioni di priorità. Di volta in volta si tratta della priorità della questione operaia rispetto alla parità tra uomini e donne, della priorità dello sviluppo rispetto alla riduzione delle disuguaglianze, della coesione sociale, familiare, di gruppo etnico o religioso rispetto alla libertà degli individui che ne fanno parte. E l’elenco può continuare.
Occuparsi in primo luogo dei bisogni materiali delle persone può sembrare un atteggiamento ragionevole. Ma stabilire una graduatoria tra diritti di libertà e bisogni di sussistenza rischia di ridurre i primi ad un lusso di cui si può fare a meno. Non solo, comunica l’idea che i diritti civili, propri, ma soprattutto degli altri, siano materia secondaria, comprimibile a piacere, secondo le proprie priorità e non il fondamento essenziale di ogni altro diritto. È altamente probabile che gli individui e le famiglie non si interroghino ogni giorno sulle questioni dei diritti degli omosessuali, o sul diritto ad essere lasciati morire con decenza e in pace, o al ricorso alla riproduzione assistita, o a tempi di ottenimento del divorzio decenti. La sicurezza e l’insicurezza economica, come offrire ai propri figli un futuro non troppo incerto, come affrontare la fragilità della vecchiaia sono certamente temi più quotidiani. È giusto che costituiscano una parte consistente dell’agenda politica. Ma questo non significa che debbano prevalere su, o siano in alternativa alle questioni di libertà personale e civile. Un’agenda politica deve essere capace di integrare entrambe le dimensioni, soprattutto in periodi in cui l’insicurezza economica rischia di far cancellare molte altre questioni, a partire da quelle della democrazia, dei rapporti tra poteri più o meno forti e tra politici e cittadini per finire a quelle della intolleranza, della mancanza di rispetto per gli altri da sé.
Il documento sui diritti preparato da una apposita commissione del Pd sembra andare proprio in questa direzione. Esordisce, infatti, dichiarando che: «Un partito democratico non può non riaffermare che tra i diritti cosiddetti civili e quelli cosiddetti sociali e del lavoro c’è un rapporto di mutua implicazione: la natura a un tempo singolare e relazionale di ogni persona fa sì che la tutela dei primi non possa prescindere dai secondi, e viceversa». Non solo, si parla di coscienza del limite, di diritto mite, di pluralismo delle visioni etiche. La posizione di Fioroni sembra quindi isolata. Ma è proprio vero? Temo di no. Il documento, chiaramente frutto di molte mediazioni, non è stato votato dalla commissione che lo ha redatto, a motivo di forti dissensi su punti cruciali, sul modo di affrontare proprio quei diritti che Fioroni ritiene secondari, in particolare il diritto delle persone omosessuali a veder socialmente e legalmente riconosciuto il proprio diritto a fare famiglia e il diritto a rifiutare non solo le cure, ma anche l’idratazione e l’alimentazione forzata. Su questi due punti il documento, o glissa, o si avvita in una serie di dinieghi e limitazioni che riducono fortemente ogni possibilità di effettivo riconoscimento.
Dopo aver proclamato enfaticamente per diverse pagine la necessità del dialogo e del pubblico dibattito, su questi specifici punti, quelli che appunto richiedono maggiore coerenza tra proclamazione del rispetto per la persona, la sua libertà, integrità e valore, la commissione non è stata in grado di raggiungere un consenso. La decisione circa le ulteriori mediazioni e compromessi da fare è stata affidata a Bersani, o forse a qualche procedura di votazione a maggioranza. Un segno della persistente difficoltà del partito ad affrontare laicamente i diritti di libertà, non appena si esca dal sentiero stretto di quanto è acquisito tradizionalmente.

La Repubblica 19.06.12