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"Ma l'emergenza non è finita", di Andrea Bonanni

L’ENNESIMO incubo della lunga notte dell’euro sembra dissolto. Il Parlamento di Atene avrà una maggioranza favorevole a mantenere gli impegni e a restare nella moneta unica. I cittadini greci hanno compiuto una scelta difficile e responsabile, come già due settimane fa gli irlandesi, quando avevano detto sì al referendum sul “fiscal compact”. Questa è certamente una buona notizia per i leader europei che oggi si presentano al G20 in Messico con una spina nel fianco in meno.
Diventerebbe però una catastrofe se li inducesse, anche solo per un istante, a credere che l’emergenza sia momentaneamente superata e ad abbassare le ambizioni sui passi da intraprendere al prossimo vertice di fine giugno.
Il messaggio che arriva da Atene, come quello partito da Dublino, apre uno spiraglio di speranza nel grande dibattito sulla contrapposizione tra democrazia e mercati che fa da sfondo alle convulsioni europee. Dopo aver assistito alla crescita esponenziale delle pulsioni populiste e nazionaliste alimentate dalla crisi economica, l’Europa può cominciare a sperare che la democrazia sia in grado di dare risposte adeguate anche a sfide complesse e difficili come è quella della crisi dei debiti sovrani. Di fronte alle sirene del populismo e della rabbia, i greci hanno scelto la strada più in salita, ma anche l’unica che mantiene aperte le speranze di un futuro diverso e migliore. Non era affatto scontato. E certamente una larga parte dell’establishment finanziario mondiale aveva scommesso su un esito diverso e più “facile”, speculando sul possibile contagio alla Spagna e all’Italia che una uscita della Grecia dall’euro avrebbe innescato.
Ora è probabile che la scelta filo- europea degli elettori greci riceva un qualche “premio” da parte dell’Ue. E già ieri il ministro degli esteri tedesco parlava della possibilità di allungare le scadenze nella marcia di risanamento imposta ad Atene in cambio del prestito che l’ha salvata dalla bancarotta.
Ma il vero premio a cui hanno diritto i greci, come gli irlandesi, come i milioni di europei che stanno affrontando sacrifici di cui si era persa la memoria dal dopoguerra, è quello di non vedere tradite le loro aspettative e la loro fiducia. Ad Atene come a Dublino, la gente ha detto sì a una politica di rigore che colpisce dolorosamente l’esistenza quotidiana di ciascuno, pur di salvare la moneta unica e l’appartenenza all’Europa. Ora dai leader europei deve venire una risposta adeguata, che garantisca alla gente, prima ancora che ai mercati, che la moneta unica sopravviverà alla tempesta perché i governi che ne sono responsabili
compiranno i passi necessari.
Questi passi sono stati indicati a grandi linee dal quartetto di saggi composto da Draghi, Van Rompuy, Juncker e Barroso, a cui i governi avevano dato mandato di definire una tabella di marcia per salvare l’euro. Essa prevede misure a breve, medio e lungo termine. Occorre una unione bancaria, che consenta di spezzare il circolo vizioso tra crisi dei debiti sovrani e crisi del sistema creditizio. Occorre una unione di bilancio, che riduca significativamente i margini di sovranità e di discrezionalità dei parlamenti nazionali sulla gestione delle finanze pubbliche. Occorre,
a più lungo termine, una vera unione politica che dia legittimità democratica alla gestione di un bilancio federale. Ma tutti questi passi potrebbero non bastare se non arrivassero, a breve, misure concrete in grado di dimostrare la volontà dei governi di procedere su questa strada. Le opzioni in questo campo sono molte: c’è il piano per la crescita ipotizzato da Hollande e che stanzierebbe 120 miliardi per investimenti produttivi; ci sono i mini euro-bond, soprannominati “euro-bills” per non contrariare i tedeschi; c’è il rafforzamento del fondo salva-Stati, chiesto a gran voce dagli americani; c’è la possibilità di nuove iniezioni di capitali da parte della Bce; c’è l’idea di un “serpentone” sui buoni del tesoro che limiti gli spread entro una fascia ragionevole, accarezzata da italiani e francesi.
Finora tutte queste idee si sono scontrate con i veti tedeschi. Ma, se il quartetto saprà inserirle credibilmente in una prospettiva di progressiva integrazione delle politiche economiche e di bilancio, difficilmente la Germania potrà continuare a dire solo e sempre «no». L’unico vero pericolo che può venire dal responso delle urne greche è che Berlino si illuda di aver superato un’ennesima emergenza e creda di poter ancora prendere tempo. Il tempo è scaduto. Ieri lo hanno spiegato gli elettori greci. Oggi lo spiegheranno i capi di governo del G20, americani in testa. Al prossimo vertice del 28 giugno toccherà a Draghi, Monti e Hollande farlo capire alla Cancelliera. Non sarà facile, ma non possono
permettersi di fallire.

da La Repubblica

"Parigi, una Le Pen all'Assemblée", di Cesare Martineti

Una Le Pen all’Assemblée dove il Ps di Hollande ottiene la maggioranza assoluta (come Mitterrand nell’81 , ma con il Pcf). Non è però la Le Pen più attesa, Marine, bensì la nipote Marion, appena 22 anni. Novità simbolica, e velleitaria.

Quel che più conta al termine del secondo turno delle legislative, un mese e dieci giorni dopo l’elezione all’Eliseo del socialista François Hollande, è che il Presidente ha ottenuto la maggioranza che aveva chiesto ai francesi. È un risultato schiacciante, ottenuto grazie a un’astensione altissima (ha votato solo il 57 per cento) che segna comunque un vero cambio stagione: battuto Sarkozy, sono caduti anche molti dei suoi. Per la destra, minoritaria anche nelle regioni e nei dipartimenti, comincia una vera traversata del deserto.

Hollande ha ora la possibilità di dispiegare senza alibi quel programma di «riforme per la crescita» che ne hanno fatto una sorta di feticcio di anti-Merkel nell’iconografia della politica europea. La sua squadra sarà monocolore, non avrà il condizionamento dell’estrema sinistra, che pure l’ha appoggiato nel ballottaggio contro Sarkò. Dovrà semmai tenere a bada le anime diverse del suo partito, non certo unanimi. Al Quai d’Orsay, ministro degli Esteri, c’è Laurent Fabius che divise il Ps nel 2005 schierandosi per il no alla Costituzione europea (poi bocciata dai francesi). A Bercy, ministro dell’Economia, c’è Pierre Moscovici che invece di quel trattato era un ardente sostenitore, come Hollande. L’europeismo del Presidente sarà presto alla prova: non tanto nelle richieste da fare a Berlino, quanto nelle risposte da dare alla Merkel sulla sovranità e rientro dal debito.

E poi tracce delle lotte interne al Ps si sono clamorosamente manifestate a La Rochelle, dov’era in lizza l’ex compagna di Hollande (e madre dei suoi quattro figli) Ségolène Royal, candidata – battuta da Sarkò – all’Eliseo nel 2007. La Royal è stata sconfitta dal socialista «dissidente» (cioè anti-Hollande) Olivier Falorni. «Ségo» ha accusato il «maschilismo» del partito. Il tweet avvelenato contro di lei lanciato come una maledizione nei giorni scorsi dall’attuale compagna di Hollande Valérie Trierweiler è stato l’aneddoto da pochade che rende caricaturale e un po’ patetica l’uscita di scena della Royal.

Ma la vera storia di questo secondo turno è il ritorno all’Assemblée dei deputati (tre) del Front National di Jean-Marie Le Pen, l’uomo nero della politica francese. C’erano stati – litigiosi e irrilevanti – nell’86 quando il machiavellico Mitterrand aveva introdotto il sistema elettorale proporzionale con l’obbiettivo di scompaginare la destra. A risultato raggiunto, si è tornati al maggioritario a doppio turno, il cosiddetto sistema francese che si vorrebbe introdurre anche in Italia. Da questo punto di vista l’andamento del voto di ieri è un interessante modello di studio: il sistema produce rinnovamento considerando il numero di vecchi leoni battuti (dal socialista Jack Lang al centrista François Bayrou), non impedisce l’ingresso in Parlamento ai deputati del Front (sono tre, compresa Marion Le Pen) e assicura governabilità.

E anche la bocciatura di Marine Le Pen è da manuale. Aveva largamente superato al primo turno i suoi avversari, tra cui il leader dell’estrema sinistra Jean-Luc Mélenchon, ma è stata superata al ballottaggio dal socialista riformista Philippe Kemel: una maggioranza «repubblicana» (cioè di destra e di sinistra) di elettori ha bocciato Marine. Sdoganata la nipotina, i francesi conservano dunque una rispettabile diffidenza per la figlia del vecchio duce collaborazionista.

da www.lastampa.it

"Riconversione sul sostegno: Tutti contro il Ministero", di R.P.

Sono tre le risoluzioni che la Commissione Cultura della Camera dovrà essaminare nei prossimi giorni. Lega Nord e Italia dei Valori chiedono che il personale in esubero venga utilizzato per ampliare in qualche modo gli organici ordinari. PD e UDC sottolineano il problema ma non fanno proposte precise.

Sulla questione della riqualificazione sul sostegno dei docenti in esubero le forze politiche sembrano tutte d’accordo: i corsi previsti dal decreto direttoriale n. 7 del 16 aprile 2012 devono essere bloccati prevedendo anche modalità diverse di utilizzo del personale in eccedenza.
L’argomento è all’ordine del giorno dei lavori della Commissione Cultura della Camera che lo discuterà a partire dal prossimo 19 giugno.
In Commissione, infatti, sono depositate 3 diverse risoluzioni: una firmata da Erica Rivolta (Lega Nord), una seconda sottoscritta da Pierfelice Zazzera (Idv) e una terza proposta da Antonino Russo e diversi altri deputati del PD e dell’UDC.
Pur con sfumature diverse tutti quanti sottolineano la “stortura” della decisione assunta dal Ministero che avrebbe come conseguenza la perdita della continuità didattica per migliaia di alunni disabili oltre che la perdita del posto di lavoro per moltissimi docenti specializzati, che da anni operano come insegnanti di sostegno, sostituiti da colleghi che verranno riqualificati con un corso on line che nulla ha a che vedere con il complesso percorso formativo universitario previsto fino ad ora.
Il problema è noto: la riforma Gelmini-Tremonti ha determinato, soprattutto in alcune regioni e province, consistenti esuberi di insegnanti (10mila a livello nazionale) che, almeno a breve termine, no possono trovare collocazione sulle cattedre ordinarie.
E così il Ministero ha deciso di riconvertire questi docenti sui posti di sostegno, con le conseguenze di cui si è detto.
Ma ci sono soluzioni alternative ?
Certamente sì, almeno secondo i firmatari delle tre risoluzioni.
La Lega, per esempio, propone la mobilità intercompartimentale su base volontaria oppure l’utilizzo su organico funzionale tra reti di scuole e l’impiego in attività di incremento dell’offerta formativa delle singole scuole.
Più radicale l’idea di Zazzera secondo il quale è necessario “rideterminare gli organici in base alle reali esigenze della scuola” e cioè facendo attenzione al numero degli alunni per classe, ripristinando le compresenze nella scuola primaria e rinunciando alla revisione delle classi di concorso nelle scuole superiori.
Non entra invece nel merito delle possibili soluzioni il documento sottoscritto dai deputati del PD e dell’UDC che comunque chiedono al Ministro di “predisporre soluzioni alternative per l’utilizzo del personale docente in esubero che non pregiudichino in alcun modo le legittime aspettative, i diritti del personale precario e, soprattutto, non danneggino alunni e studenti con disabilità che hanno diritto al sostegno da parte di docenti opportunamente ed approfonditamente formati ed adeguatamente motivati”.

da La Tecnica della Scuola

"Un esempio di buona politica per un Paese moderno", di Vittoria Franco

Affrontare questioni etiche non è facile, ma abbiamo trovato una sintesi alta tra culture diverse. E questo è un grande risultato
Così si afferma il rispetto delle differenze e dell’autodeterminazione nelle scelte sulla salute. Non è facile oggi legiferare su questioni etiche. Non lo è perché una destra che ha dimostrato scarsa autonomia nel quasi ventennio in cui ha governato ha fatto aggravare ogni questione che in altri Paesi europei è già regolamentata da tempo, dalle unioni civili anche tra persone dello stesso sesso alla procreazione assistita, dal testamento biologico alla ricerca sulle cellule staminali embrionali. Con le maggioranze che si sono susseguite non si sarebbe mai raggiunto quel livello di capacità riformatrice degli anni 70 che ha rivoluzionato la sfera dei diritti civili col divorzio, la legge 194, la riforma del diritto di famiglia. Ma non è facile affrontare questi temi neanche per il Pd, un partito giovane, ma che è nato con una grande ambizione: riunire le culture riformatrici che hanno segnato la storia della Repubblica, forze laiche e cattoliche, credenti e non credenti.
Una scommessa difficile, che è entrata in crisi già in diversi momenti. Costruire un gruppo che ne discutesse in libertà, senza remore, per produrre una sintesi «alta» è stata una scelta coraggiosa. Se fosse fallita, sarebbe stato un boomerang che avrebbe compromesso la stessa vita del partito. Così non è stato. Abbiamo messo a disposizione degli iscritti e degli elettori, dell’opinione pubblica tutta, il frutto di una discussione lunga e approfondita, nella quale non sono mancati momenti di tensione, ma che costituisce un esempio di come sia possibile governare le differenze nelle scelte politiche. La nostra è l’epoca delle grandi rivoluzione tecnologiche e della ricerca genetica, che hanno modificato il concetto di «vita» e reso più labile il confine tra «naturale» e «artificiale».
Viviamo sempre più intensamente in società multiculturali, nelle quali si moltiplicano le concezioni del bene a confronto. Come può la politica legiferare su temi cruciali che riguardano la coscienza e le credenze di ciascuno rispettandole tutte e senza assumerne nessuna in particolare? Certamente, la nostra Carta costituzionale è una stella polare; garantisce eguaglianza, libertà, diritti individuali, coesione sociale. Ma le novità sono tali che richiedono strumenti nuovi. La cultura liberale, con John Rawls, ci insegna che sui temi di maggior conflitto si può decidere solo fino al punto in cui si registra condivisione. Questo il gruppo, ciascuno e ciascuna con le sue competenze, ha cercato di fare, indicare direttrici possibili, momenti più elevati di sintesi fra culture diverse, a partire dalla condivisione di un valore fondamentale: la centralità dell’essere umano e della sua dignità. Troviamo allora riconosciuti cultura e diritti delle donne, rispetto delle differenze, diritto alla legalità, autodeterminazione nelle scelte che riguardano la propria vita e la propria salute, riconoscimento dei legami differenti da quelli matrimoniali, «ivi comprese le unioni omosessuali».
Si poteva fare di più? Sicuramente. Su questioni specifiche ognuno avrebbe fatto scelte diverse. Io sicuramente sarei stata più esplicita sulla possibilità di ricerca su embrioni soprannumerari, che invece restano inutilizzati e inutilizzabili, che farebbe segnare progressi nella cura di molte malattie. Tuttavia, valorizzare il lavoro che il gruppo, col contributo di tutti, ha portato a termine è esempio di buona politica, un’apertura su un’Italia più moderna e inclusiva.

l’Unità 17.06.12

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Sui diritti serve più coraggio. Non capisco la timidezza dei democratici sul testamento biologico e la ricerca sulle staminali
di Ignazio Marino

Il documento elaborato dal comitato Pd è un passo avanti, ma occorrono posizioni più nette,
a partire da temi come le unioni tra omosessuali

I diritti civili non sono una concessione. Questa è la chiave, l’essenza su cui si fonda uno Stato laico. Laicità significa riconoscere l’uguaglianza tra le persone, difenderne la parità e la libertà di scelta. Questi principi nei giorni scorsi mi hanno spinto a non accettare il documento finale elaborato dal comitato diritti del Partito democratico, un organismo che era stato creato nel febbraio 2011, dopo una lunga discussione promossa da me e da molti altri nell’assemblea nazionale di Roma. Il documento rappresenta un passo avanti rispetto al passato poiché il partito ha finalmente dimostrato una volontà di confronto che prima era mancata. Come tutti i democratici, credo in una società proiettata verso il futuro e basata su principi come la libertà, il rispetto, l’uguaglianza, il diritto. Per il Pd, che ha nel suo carattere distintivo il sostegno di questi valori, è fondamentale non fermarsi mai e operare scelte sempre più chiare e innovatrici, altrimenti le sue esitazioni diverranno la sua più grande debolezza.
Prendere una posizione netta su un tema specifico non significa negare le diversità o non ammettere il pluralismo e la libertà di coscienza. Significa solo non avere alcuna indecisione nel momento in cui c’è bisogno di schierarsi dalla parte della libertà e dei diritti civili. Viviamo un momento di grande difficoltà, in cui gli italiani stanno sopportando il carico di pesanti scelte economiche e fiscali; il lavoro e l’economia, dunque, sono due settori importantissimi, ma non dobbiamo cadere nell’errore di rimandare le decisioni sui diritti. Da che parte stiamo? Pensiamo che due persone che si amano, se sono dello stesso sesso abbiano il diritto di sposarsi? Io penso che dovremmo, come accade nel resto d’Europa, dove ben venti Paesi, dal Portogallo, alla Finlandia, dalla Francia alla Germania, alla cattolicissima Irlanda e alla Slovenia, hanno adottato normative che garantiscono e tutelano i diritti di tutte le coppie, comprese quelle omosessuali.
Il Pd ritiene che si debba garantire anche ai single e alle coppie omosessuali il diritto ad adottare un bambino? A mio parere, la capacità di crescere un figlio non è una prerogativa esclusiva della coppia eterosessuale, ma in alcune circostanze può avvenire con l’amore e l’affetto di un single o di una coppia gay. Ciò che è veramente essenziale nel concedere l’adozione è soltanto l’esclusivo interesse del minore.
Qual è davvero la nostra idea di famiglia? Io penso che la famiglia cosiddetta tradizionale sia una istituzione straordinariamente solida: non ha bisogno dunque di essere difesa con politiche restrittive o proibizioni, ma semmai da un welfare efficiente, da asili nido e fondi per l’infanzia.
Le aggressioni contro le donne e gli omosessuali si sono intensificate in questi anni e rappresentano un esempio odioso, inaccettabile, di discriminazione e violenza: credo perciò che il Pd dovrebbe pretendere adesso, subito, una legge che punisca in maniera esemplare l’omofobia, oltre a pretendere un inasprimento delle pene nel caso di violenza sulle donne. Non sono temi meno importanti dello spread, semmai hanno maggiore rilevanza, perché non riguardano aspetti contingenti al tempo che viviamo ma valori essenziali per un democratico, in ogni tempo.
Non comprendo, poi, le timidezze di alcuni settori del Partito democratico sul testamento biologico. La politica e i partiti eletti in Parlamento non devono scegliere se proseguire o interrompere le terapie, devono solo permettere a ognuno di noi di decidere con i nostri affetti, quali cure riteniamo appropriate per noi stessi e quali no. Io credo che una legge amica della
vita debba rispettare le scelte delle persone: coloro che vogliono tutte le terapie che esistono oggi e quelle che esisteranno domani, dovranno essere protetti e dovranno averle, mentre coloro che non le vogliono dovranno poter accettare liberamente la fine naturale della vita.
Infine, la scienza. L’umanità seguirà la propria evoluzione, anche senza l’endorsement della politica italiana. Se non riusciremo a comprendere e governare il cambiamento, lo subiremo. Come facciamo già con il turismo riproduttivo, nel caso della legge sulla fecondazione artificiale, e come avviene con la ricerca scientifica sulle cellule staminali. Negli Stati Uniti, una sperimentazione sull’uomo basata sull’utilizzo di cellule staminali di origine embrionale per curare alcune forme di cecità ha dato, poche settimane fa, i primi sorprendenti risultati positivi, permettendo ad una paziente colpita da degenerazione maculare della retina (la più importante causa di cecità nel mondo industrializzato) di ritornare parzialmente a vedere.
Di fronte a prospettive di questa portata, chi potrà opporsi all’utilizzo delle cellule prelevate dagli embrioni congelati nelle cliniche per l’infertilità, non utilizzati a scopo riproduttivo e destinati alla distruzione? Sono davvero convinto che sia urgente trovare un equilibrio tra il mondo della scienza e le diverse sensibilità etiche e religiose. La via peggiore è quella di ignorare o negare ciò che sta avvenendo e non stimolare un dibattito libero da pregiudizi ideologici e che conduca alle scelte migliori per la nostra vita e la nostra salute.

l’Unità 17.06.12

"I sindacati: basta rigore, adesso lavoro" di Claudio Tucci

La parola “sciopero” non è mai stata pronunciata. Mai sindacati hanno incalzato il Governo a «cambiare passo» e puntare su misure «più eque» per rilanciare crescita e lavoro. La manifestazione unitaria di ieri a Roma (con momila partecipanti) è stato solo «l’inizio», «un ultimo avviso» al premier, Mario Monti, hanno sottolineato dal palco di piazza del Popolo i leader di Cgil, Cisl e Uil. E se non arriveranno i cambiamenti richiesti (tiepido è stato anche il giudizio sul decreto Sviluppo, varato venerdì dal Consiglio dei ministri, sì veda il Sole 24 Ore di ieri) le organizzazioni sindacali torneranno a mobilitarsi nelle prossime settimane. Il 20 giugno saranno in piazza a sostegno dei pensionati, e il 2 luglio a Napoli per richiamare l’attenzione dell’Esecutivo sull’emergenza Campania. Ma il rischio è quello di una «estate calda» se palazzo Chigi insisterà con provvedimenti di solo rigore (che si scaricano tutti su lavoratori e pensionati), e non creano prospettive occupazionali immediate (a maggio le ore di Cig richieste dalle imprese hanno superato quotam milioni, coinvolgendo quasi 5oomila persone ha calcolato la Cgil con un danno salariale di circa 3.30o euro a lavoratore). La disoccupazione ad aprile si è attestata al 10,2% (con quella giovanile che è salita a oltre i131% secondo gli ultimi dati Istat). E al Mise ci sono già circa 30o tavoli di crisi aperti. Il punto, ha sottolineato Susanna Camusso, è che in questi mesi sono stati fatti «troppi annunci. E di annunci si può anche morire, se poi non si fanno le cose». Con l’Europa che rischia «di diventare l’alibi» per non agire. Fino a oggi il Governo, ha aggiunto Camusso, sta facendo cassa aumentando le tasse sul lavoro («si possono invece tassare le rendite e le ricchezze»). Anche l’Imu, così com’è stata congegnata «non va bene», perché «chi ha grandi patrimoni immobiliari paga meno di un pensionato». E non si può chiamare “spending revíew” il taglio delle retribuzioni pubbliche. Peraltro già ferme al palo per via del blocco dei rinnovi dei contratti in tutta la Pa fino al 2013. La numero uno della Cgil ha poi attaccato i “poteri forti”: «quelli veri sono l’evasione fiscale e la corruzione», mentre sulla riforma del lavoro (domani in commissione Lavoro della Camera inizieranno le audizioni delle parti sociali, il 22 alle ore 12 scade il termine per gli emendamenti) «sarebbe meglio ricominciare da capo». Perché l’attuale Ddl aumenterà il conflitto sociale e l’incertezza delle persone. Il braccio di ferro con il Governo prosegue anche sulterreno degli esodati: «All’inizio si sono dette un sacco di bugie», ha incalzato il numero uno della Cisl, Raffaele Bonanni. I numeri esatti ce li ha Elsa Fornero perché «gli accordi si fanno in tutti gli uffici del lavoro di ogni provincia». E in vista dell’informativa sugli esodati del ministro del Welfare il 19 giugno in Senato, Bonanni auspica che la titolare di Via Veneto «corregga il suo errore». «Non con altri decreti o decretini. Ma con una norma generale che riconosca che tutti questi lavoratori possano andare in pensione con le vecchie regole», ha aggiunto Susanna Camusso. Per Bonanni molti degli errori commessi dall’esecutivo sono dipesi dal rifiuto «a fare la concertazione con le parti sociali». Così facendo, ha spiegato il leader della Cisl, «i poteri forti e le lobby hanno la meglio. Ma noi faremo resistenza». È questa politica economica che «ci sta portando allo sfascio», ha detto il leader della Uil, Luigi Angeletti. Quello che serve invece «è ridurre le tasse su dipendenti e pensionati. E quando il Governo prenderà i soldi degli evasori e li redistribuirà a queste due categorie, che pagano sempre le tasse, allora diremo che siamo sulla giusta direzione». Angeletti ha difeso a spada tratta «il lavoro» che «lo stanno distruggendo». E si è associato, con la manifestazione di ieri, nel mandare “un ultimo avviso” all’Esecutivo: «Basta con gli annunci, ora si cambi passo». Altrimenti «scatteranno nuove mobilitazioni».

Il Sole 24 Ore 17-06-12

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Sindacati uniti in piazza “Basta annunci sulla crescita da Fornero bugie sugli esodati” di Luisa Grion

Basta annunci «perché di annunci si può anche morire»: il governo cambi rotta, dia «prospettive al Paese», esca dai confini di una «politica del rigore che ha prodotto iniquità e diseguaglianze » e non si nasconda dietro «l’alibi dell’Europa». Ecco i messaggi che Cgil, Cisl e Uil – di nuovo in piazza insieme – hanno lanciato ieri al governo Monti portando in corteo duecentomila persone per dire che si può ripartire «con una nuova politica del lavoro», che si deve risolvere l’emergenza
esodati e che il fisco va usato per quello che è: «uno strumento per ridistribuire la ricchezza, non per fare cassa».
E’ stata una giornata difficile ieri per Palazzo Chigi che ha dovuto fare i conti con due diverse piazze romane infuocate dalla protesta. Al mattino la manifestazione nazionale unitaria dei sindacati e la rabbia dei quarantenni-
cinquantenni che hanno perso il lavoro e che ora – per via della riforma previdenziale – rischiano di restare sospesi fra lo stipendio che non c’è più e la pensione che arriverà chissà quando. Nel pomeriggio la rete dei precari autoconvocata in piazza Farnese, «la Meglio Gioventù », che con il suo lavoro a corto di diritti «tappa i buchi di
un sistema che non va» e che «prima del futuro, chiede di avere un presente». A partire da una proposta di legge sul reddito minimo garantito, per la quale ieri è iniziata una raccolta di firme.
Due piazze diverse con un obiettivo comune: cambiare la politica del lavoro per far ripartire il Paese. Quanto finora fatto «non va bene», le riforme, per ora
«hanno portato solo iniquità e peggiorato le condizioni delle persone» ha detto dal palco Susanna Camusso, leader della Cgil. Una linea condivisa in pieno dal collega della Uil Luigi Angeletti, che ci è andato giù ancora più duro: «di un governo che non sa fare e che non rappresenta nessuno, francamente non ne abbiamo bisogno» ha detto.
Il «non sa fare» è molto legato alla partita degli esodati: «il problema lo ha creato la Fornero e ora è lei che lo deve risolvere: noi l’avevamo avvertita. Una persona che non vuole rispondere o ti sta prendendo in giro o è stupida, propendo per la prima» ha commentato Angeletti. Anche Raffaele Bonanni, leader della Cisl ha chiamato direttamente
in causa il ministro del Lavoro: «sono sei mesi che si lasciano le persone senza prospettive, il governo, dall’inizio, ha detto un sacco di bugie. Fare chiarezza è facile, i numeri lei ce li ha già, non servono chiacchiere: gli accordi fatti sono segnati negli uffici del Lavoro di ogni provincia». Al ministro Fornero che martedì riferirà sulla questione alla Camera,
la Camusso suggerisce quindi di annunciare «che si fa una norma generale per dire a tutti quelli che sono rimasti in mezzo alla riforma che andranno in pensione con le vecchie norme». Lavoro a parte, ai sindacati non va bene nemmeno quanto il governo ha finora fatto per la crescita: «Nel decreto per lo sviluppo non c’è la svolta che sarebbe necessaria, il rischio è che dopo tanti annunci i vantaggi siano pochi» ha detto la leader della Cgil. E non va bene nemmeno il metodo che il governo ha scelto per procedere: «in sei mesi non abbiamo mai visto una soluzione equa, non si è fatta concertazione perché già si aveva in testa di fregare la gente. E senza concertazione i poteri forti e le lobby hanno la meglio» ha accusato Bonanni. Ora che fare? «Cose concrete – chiede la Camusso – risolvere uno dei tanti tavoli di crisi aziendale aperti al ministero chiamando le imprese alla loro responsabilità», per esempio. Oppure «fare un atto politico: non c’è bisogno dell’Europa per cambiare la tassazione
sul lavoro».
«Questo non è che l’inizio» promettono le tre sigle che annunciano nuove mobilitazioni, senza però parlare di sciopero. Ma «Monti sappia che non ci rassegnammo, se non si cambia saremo ancora nelle piazze

La Repubblica 17.06.12

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«Basta con annunci e bugie: misure eque per uscire dalla crisi» di Jolanda Buffalini

Scipione l’anticiclone africano rischia di incocciare sulle teste scoperte dei lavoratori giunti da tutta Italia, così parte puntuale, alle 10, il corteo da piazza della Repubblica a Piazza del Popolo nella Roma assolata: palloncini colorati di Cgil Cisl e Uil, striscioni delle categorie, pensionati e esodati, disabili disperati dalle strettezze che rendono più difficile una vita difficile. Il lungo corteo, 200.000 persone, ancora fluisce dentro la piazza, e ogni tanto si ferma per le foto ricordo, quando dal palco iniziano gli interventi. Fernando Mitrunio è uno studente di Brindisi, racconta il trauma della bomba che ha ucciso Melissa, studentessa in una scuola che ha vinto il premio della legalità, chiede scuole aperte fuori dall’orario delle lezioni, centri di aggregazione assenti dal territorio negli spazi di beni confiscati alla mafia. Vittorio Battaglia viene da Sant’Agostino, uno dei centri più colpiti dal terremoto emiliano. «C’è il giorno dopo dice Quando il problema è non morire sotto lo schianto di un capannone e non morire di fame, perché sei senza lavoro». E racconta: «Imprenditori che avrebbero potuto scegliere di andarsene sono rimasti e i lavorato rifanno quadrato intorno a quelle aziende». Placido Rizzotto, nipote del sindacalista socialista ucciso nel 1948: «Si dice che la mafia ha la memoria lunga. La famiglia Rizzotto e la Cgil hanno avuto la memoria più lunga, fino a ritrovare i resti, fino ai solenni funerali di Stato». Nell’area intorno al palco segretari delle categorie e esponenti politici. Ci sono Cesare Damiano, Guglielmo Epifani, Stefano Fassina, responsabile economico del Pd che apprezza l’impegno unitario dei sindacati: «I lavoratori non comprenderebbero divisioni in un momento così». Nel corteo c’è anche Maurizio Landini, reduce dal corteo Fiom dall’incontro con il ministro Fornero. «Sacrosanto dicono alla Cgil per il contratto Finmeccanica». Meno l’aver tirato dentro il tema esodati, «dando spazio al ministro proprio quando è sotto botta»

A PASSO DI GAMBERO Sul palco è il momento dei segretari generali alla manifestazione sul «valore del lavoro», slogan semplice e antico, che doveva tenersi il 2 giugno. È stata rinviata, dirà Susanna Camusso, «perché abbiamo scelto di stare accanto ai terremotati. Siamo con loro perché non si spengano i riflettori ma si ricostruisca partendo da scuola e lavoro». E per farlo «con le regole che non sono un intralcio burocratico bisogna uscire dal patto di stabilità, non aumentare le accise». Il primo a intervenire è Luigi Angeletti: «Il tasso di disoccupazione è a due cifre, non avremmo mai pensato di tornare indietro di 15 anni». Una volta si diceva «l’America vota per tutti, ora sembra che siano i tedeschi a votare per tutti gli europei». Fisco, recessione e il problema degli esodati tengono banco. «Avevano detto manovra dura ma equa dice il segretario della Cisl Raffaele Bonanni ma non c’è stata equità e senza riforma fiscale, senza diminuire le tasse sul lavoro non c’è equità». La crisi c’è e «noi avevamo avvertito che stavamo entrando nel tunnel dice Susanna Camusso ma si sono persi quattro anni». Ora «L’Europa non deve diventare un alibi, si deve cambiare politica economica, non ci si può accontentare di piccoli provvedimenti che non mettono in moto nulla». Il segretario della Cgil chiede alcune cose concrete: «Il ministro dello Sviluppo chiami le imprese alla loro responsabilità sui tanti tavoli di trattativa aperti». E sul fisco: «Per colpire le grandi ricchezze e difendere il lavoro non c’è bisogno del permesso dell’Europa». «L ‘Imu continua Susanna Camusso non va bene, per la prima casa si paga di più che per i patrimoni immobiliari». E le partecipazioni pubbliche non devono servire a fare cassa «a cominciare da Finmeccanica». Sugli esodati Angeletti e Bonanni picchiano duro sulla politica della ministra del Welfare: «Fornero smetta di fare interviste e risolva il problema». Camusso chiama in causa il governo: «Non ci appassiona la guerra dei numeri, esodati e persone in mobilità hanno diritto alla trasparenza e a una norma di principio per tutti». Bonanni: «Le leggi non sono retroattive e gli accordi per gli esodi sono stati fatti da imprese e lavoratori sulla base delle leggi vigenti».

DISOCCUPATI E NEET Un cartello recita «Fornero è come il terremoto, crea ansia sul futuro». E ora l’ansia è legata ai tagli di spesa pubblica «Si tagli dove c’è spreco, comprando ciò che serve e non favorendo le imprese criminali», dice Camusso. In Italia, dice Angeletti, ci sono «1200 aziende di trasporto pubblico locale con relativi cda, negli altri Paesi ne bastano 30». Quello che i sindacati non vogliono è che tutto si traduca in «tagli alle retribuzioni del pubblico». Sullo sfondo del corteo di ieri la discussione sullo sciopero generale, ma la scelta dei tre sindacati è la costruzione di un percorso, attraverso iniziative territoriali. Primo appuntamento il 20 con i pensionati, poi, a Napoli, il 2 luglio. E già ieri c’è stata la staffetta con «la meglio gioventù», i precari che si sono dati appuntamento a piazza Farnese nel pomeriggio. Denunciano un paese «che marginalizza le risorse migliori con il 36% di disoccupazione giovanile, 4 milioni di precari, 2 milioni che non studiano e non lavorano». A conclusione, a piazza del Popolo esplodono potenti le note dell’Internazionale, non capita tutti i giorni.

L’Unità 17.06.12

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Cgil, Cisl e Uil in corteo «Basta con il rigore Esodati in pensione», di Enrico Marro

La piazza si accende — è proprio il caso di dirlo, viste la temperatura africana di ieri mattina a Roma — ogni volta che i leader sindacali invocano meno tasse sul lavoro, più occupazione, più attenzione ai pensionati. E di pensionati o lavoratori vicini alla pensione ce ne sono tanti in piazza del Popolo per la manifestazione nazionale di Cgil, Cisl e Uil, anche se molti meno dei 200 mila vantati dagli organizzatori. Ecco perché la questione degli «esodati», i lavoratori che rischiano di restare senza stipendio e senza pensione, è quella sulla quale insistono tutti e tre i segretari generali nei comizi. Del resto, il problema è aperto e il pressing sindacale, oltre che politico, sta dando frutti visto che nel pomeriggio lo stesso premier Monti si impegna a «prendere dei provvedimenti», evidentemente oltre quelli già presi a favore dei 65 mila lavoratori cui sarà consentito, col decreto Monti-Fornero, di andare in pensione con le regole precedenti alla riforma della previdenza.
Al Senato martedì il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, dovrebbe dare spiegazioni sul monitoraggio dell’Inps che ha quantificato in 390.200 il totale dei lavoratori potenzialmente a rischio nei prossimi anni e dire se e che cosa si intende fare dopo che saranno stati salvaguardati i primi 65mila.
«La Fornero — urla nel suo comizio il leader della Uil, Luigi Angeletti — deve smetterla di fare interviste e dichiarazioni. Deve risolvere il problema degli esodati perché l’ha creato lei. A dicembre l’avevamo avvertita, ma quando le persone non capiscono, allora significa che o ti prendono in giro o sono troppo stupide: propendo per la prima ipotesi». Altrettanto duro il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, che, nonostante il ministro si sia già offeso per l’accusa di aver mentito, ha ripetuto: «Sugli esodati si ripetono solo bugie e bugie. I numeri veri ce li ha la Fornero perché tutti gli accordi sui lavoratori in esubero si fanno presso gli uffici provinciali del Lavoro». E la leader della Cgil, Susanna Camusso, chiudendo la manifestazione, ha chiesto al ministro di garantire già martedì, quando riferirà nell’aula del Senato, che ci sarà una soluzione per tutti i lavoratori interessati, affinché «possano semplicemente andare in pensione con le vecchie regole».
I sindacati hanno attaccato il governo anche sul fronte della politica economica. «Abbiamo visto solo il rigore, senza l’equità», ha detto Camusso. Se il governo non cambierà subito, hanno aggiunto i tre leader, Cgil, Cisl e Uil torneranno in piazza.
Mercoledì lo faranno già i pensionati con tre manifestazioni, a Milano, a Roma e a Bari. Lo sciopero generale dei lavoratori non è alle viste, ma solo perché l’estate incombe. Per il resto, i rapporti tra i tre sindacati, che sembrano aver ritrovato l’unità, e il governo Monti sono pessimi: zero concertazione e nessuna richiesta accolta, né sulla riduzione delle tasse per lavoratori e pensionati né sul rilancio dei consumi né sulle misure per l’occupazione. Nemmeno il decreto Passera per la crescita entusiasma Cgil, Cisl e Uil. «Il governo fa tanti annunci, ma di troppi annunci si può anche morire», taglia corto Camusso.

Il Corriere della Sera 17.06.12

Bersani: «Al Pd chiedo di avere coraggio. Ora apriamoci» di Maria Zegarelli

«Al mio partito chiedo di avere coraggio. Un partito di governo deve aprirsi, coinvolgere, ascoltare, ma poi deve decidere. Con nettezza». Chiede coraggio il segretario Pier Luigi Bersani, sulla collocazione europea, sui diritti, sul rinnovamento, sulle primarie. Al governo, invece, chiede cautela con gli annunci: «Mi sembra ci sia un eccesso di ottimismo sul decreto sviluppo».
Segretario, Monti ha detto che si è allargato il cratere della crisi. Siamo ancora sull’orlo del baratro?
«Fin qui abbiamo evitato di essere l’epicentro della crisi, di esserne i protagonisti come poteva essere sei mesi fa. Ora il nostro sforzo di allontanarci dal punto critico mostra molti punti interrogativi perché non sono emerse decisioni europee davvero solide ed è a rischio l’euro. Mi auguro che il vertice di giugno segni discontinuità».

Monti ha detto che, se il governo non ci arriva con la riforma del lavoro approvata, l’Italia rischia passi indietro.
«Noi abbiamo dato la nostra piena disponibilità ad accelerare, anche se molte norme, com’è noto, non ci convincono. Le cose dette a gran voce oggi e unitariamente dai sindacati noi le condividiamo. Chiediamo che in queste settimane arrivi una risposta seria ed efficace sugli esodati».

Alfano dice che nel dl Sviluppo c’è solo un miliardo e non ottanta. Anche lei ha espresso perplessità. Cosa non va?
«Intanto parto dallo sforzo positivo che si è fatto. Ci sono delle novità, un insieme di iniziative giuste, credo però che ce ne sia qualcuna discutibile. Mi chiedo se la riorganizzazione del ministero del Tesoro, ad esempio, sia funzionale a una maggiore
lotta all’evasione oppure no. E mi sembra poco credibile che gli incentivi alle ristrutturazioni edilizie vengano proposti riducendo la convenienza per interventi ambientali e con scadenza, troppo breve, a giugno prossimo. Ho sempre consigliato il governo sobrietà negli annunci perché i risultati si vedono soltanto in un secondo momento».
Lei ha detto che diventa sempre più faticoso sostenere il governo. Pensa al rischio, in termini elettorali,che si corre sostenendo
misure impopolari?
«Noi abbiamo detto “prima di tutto l’Italia perché l’Italia è in emergenza” e l’emergenza non è ancora finita. Ma è certo più difficile sostenere questo esecutivo, perché è la situazione a essere più difficile anche al netto degli errori e dei limiti dell’azione di governo. Malgrado questo noi siamo leali, siamo lì e in questo frangente così delicato, dovendo accettare anche cose che non condividiamo, siamo nella condizione di dire chiaramente che durante questa transizione lavoriamo per l’alternativa, per una prospettiva
di legislatura che abbia una maggioranza politica coesa in grado di dare una piega univoca alle scelte da fare».
Lei ha annunciato primarie di coalizione. Non teme possano essere di difficile gestione se il Pd ci arriva con più candidati?
«Invito tutti a non guardare i particolari ma l’insieme. Il punto principale ora è quella faglia tra politica e opinione pubblica, i particolari li vedremo in seguito. Abbiamo o no il coraggio di concentrare la nostra forza e il nostro patrimonio per rinsaldare il rapporto tra la grande area dei progressisti e la politica? In questo contesto persino le primarie diventano un particolare perché prima di tutto dobbiamo renderci conto che non è più una
questione solo di partiti o tra i partiti. Il punto ineludibile è garantire governabilità attraverso una partecipazione molto vasta».
Pensa alle primarie perché c’è il rischio che si torni al voto con il Porcellum?
«In direzione ho messo la legge elettorale al primo punto di un percorso perché per noi questa è la priorità. Dobbiamo restituire ai cittadini la possibilità di scegliere i propri rappresentanti, quindi spero proprio che entro poche settimane si arrivi a un’intesa. Quanto alle primarie vedo che anche il Pdl ha scelto questa strada. Che facciamo, ci tiriamo indietro noi che le abbiamo inventate?».
Alfano ha parlato di tre settimane per la legge elettorale. Una è passata.
«Ci sono contatti costanti tra noi e mi pare ci sia l’intenzione di andare avanti.
Purtroppo, e questo mi dispiace molto, il
Pdl non vuole il doppio turno, che secondo noi resta la soluzione migliore. Ora anche il nostro mondo di riferimento deve capire che la priorità è cambiare il Porcellum, anche a costo di complicarsi la vita con le alleanze. In ogni caso la legge elettorale si discute con tutte le forze politiche, anche fuori dal Parlamento».
Veniamo all’alleanza. Chi individua nell’area progressista di cui ha parlato in direzione?
«Penso a una perimetrazione del grande campo progressista con una dichiarazione d’intenti che mostri l’alternatività al populismo e alla destra. Mi riferisco a concetti basici: quale idea di democrazia abbiamo, quale Europa, come affrontiamo il grande tema dei diritti, del patto sociale e del lavoro. E questo punto di partenza deve coinvolgere non solo i partiti, ma singole personalità, associazioni, movimenti e amministratori. Alla fine di questo percorso apriamo la grande consultazione per avere un’indicazione chiara su chi dovrà guidare il governo del Paese riconnettendoci con la società. Il Pd a questo punto della storia italiana ha delle responsabilità, tocca a lui guidare la sfida e quindi avere coraggio».
Coraggio per fare cosa?
«Per esempio nel dire senza incertezze che in Europa noi siamo, pur con la nostra individualità, nel campo dei progressisti. Ancora: il partito ha dei compiti che non esauriscono la politica. L’episodio della Rai non è un episodio: è la linea».
Quando parla di coraggio si riferisce anche ai diritti civili? Il documento varato dalla commissione le sembra netto?
«Mi riferisco anche ai diritti e quel documento, letto con attenzione, è una base di altissimo profilo che ci mette in grado di inquadrare le decisioni che dovremo prendere su una base molto solida. In quel documento c’è uno spazio enorme per decisioni anche più coraggiose che dovremo assumere con i nostri organismi
prima e a livello istituzionale poi».
Eppure secondo alcuni la lettera che lei ha scritto al gay pride era più avanzata.
«Io sono stato più netto, alludevo già a una decisione ma la mia dichiarazione e questo documento non sono in contraddizione. Il documento è una base di partenza per una decisione che dovremo prendere. Stavolta si decide prima».
Altro tema su cui i partiti si giocano la campagna elettorale è il rinnovamento.
«Anche qui il Pd deve avere coraggio: dobbiamo mettere in campo forze nuove e credibili. Questo è un mio compito e non lo farò fare alla tv. Tocca al partito e all’area vasta dei progressisti selezionare una nuova classe dirigente, ce l’abbiamo e la manderemo avanti. E non ce l’abbiamo a caso, tutto è partito dal radicamento nelle amministrazioni locali e nei grandi settori di interesse sociale».
Grillo sostiene che i partiti s istanno sgretolando troppo in fretta. Vi chiede insomma di dargli un po’ più di tempo…
«Di quali partiti stiamo parlando? Noi in questi anni abbiamo avuto troppi partiti personali e se il Pd mostra la tenuta che sta mostrando è perché, accettando la sfida della modernità, non rinunciamo all’idea che il partito è un fatto collettivo, che deve avere regole, trasparenza e meccanismi di partecipazione. A Grillo dico che ci misureremo sulla durata».
A proposito di contraddizioni. L’Idv in Parlamento vi attacca e contestualmente vi chiede di stringere sull’alleanza.
«A Napoli ieri De Magistris dal palco della nostra conferenza sul lavoro ha detto che bisogna andare ben oltre la foto di Vasto e credo che anche lui intendesse che si deve andare oltre i semplici rapporti tra i partiti. Con Di Pietro sono stato chiaro: non accetto da nessuno la pretesa del monopolio della morale. Spetta
a lui sciogliere il dilemma di dove posizionarsi. Non abbiamo mai detto cose men che rispettose verso l’Idv. Se lui continua con questi attacchi, a volte piuttosto irritanti, di spazio non ce n’è».
Come intende gestire il dopo elezioni con i movimenti e le associazioni?
«So di essere considerato da alcuni “tradizionale” ma nei prossimi mesi, se toccherà a me guidare il percorso, vi stupirò. Credo molto nelle forze sociali, non solo i movimenti, penso anche agli amministratori. Il ruolo dei partiti è centrale, ma c’è uno spazio enorme per il civismo. Lascerò a tutti i soggetti esprimere la propria vocazione ma alla fine si decide. Solo così si governa».

l’Unità 17.06.12

"Se la società civile diventa dorotea", di Curzio Maltese

Sono anni che la società civile protesta a ragione contro la lottizzazione. Un rito indegno e ormai intollerabile, come ha dimostrato la reazione popolare all’ultima spartizione della torta apparecchiata fra destra e sinistra sul tavolo delle autorità di garanzia. Ma per una volta che un partito, il primo partito secondo i sondaggi, il Pd, si ravvede, rinuncia alla fetta di nomine Rai e chiama le associazioni a indicare i nomi dei due nuovi consiglieri d’amministrazione di viale Mazzini, ebbene, scatta il panico.
Non se l’aspettavano, non sanno che cosa fare. È il ritornello ripetuto dai soggetti coinvolti, «Se non ora quando?», «Libera», «Libertà e Giustizia » e i comitati per la libertà che raccolgono molte sigle di associazioni e sindacali, da Articolo 21 all’Usigrai, in prima fila in questi anni contro lo scempio partitico della prima azienda culturale del Paese.
Fra oggi e domani Bersani e il Pd aspettano di ricevere i nomi dei consiglieri. Ma la società civile si divide in correnti, discute, litiga proprio come i partiti, fino al ridicolo di riesumare il vecchio arnese doroteo della «rosa dei nomi», pur di non assumersi direttamente la responsabilità finale della scelta. Rischia insomma di riprodurre lo stesso squarcio d’Italietta ingovernabile, rissosa e in definitiva inconcludente che giustamente si rimprovera al ceto politico.
Che cosa succede, signori? La richiesta è semplice e il compito non troppo complesso. Si tratta di scegliere due nomi di personalità indipendenti, oneste e capaci, che possano aiutare il nuovo governo «tecnico» della Rai, la presidente Tarantola e il direttore generale Gubitosi, nominati da Mario Monti, nell’impresa di restituire dignità ed efficienza alla televisione di stato, massacrata da anni di malgoverno partitocratico. Personalità che portino dentro al corpaccione estenuato e corrotto di un (ex) grande tv pubblica le nobili istanze rappresentate dalle associazioni. Il rispetto per le donne, azzerato dal ventennio berlusconiano. La lotta alla mafia, che la Rai ormai affida soltanto agli sceneggiati, alcuni dei quali piuttosto controproducenti. La libertà e la credibilità dell’informazione del servizio pubblico, tema sul quale è deprimente aggiungere qualsiasi commento. Qual è dunque il problema? Si tratta di un’occasione finora unica e insperata, ma può rivelarsi l’inizio di un’inversione di tendenza, da un circolo vizioso a uno virtuoso. Non solo in materia di televisione,comunque un campo di forte valore simbolico, ma in tutto ciò che attiene ai beni comuni. Bisogna coglierla al volo e basta. Il resto è solito «piove, governo ladro».
La società civile in Italia vanta molti meriti, ma è circondata anche da troppi aedi e adulatori interessati. È un vecchio trucco dei demagoghi trattare i cittadini come bambini buoni truffati da pochi astuti manigoldi. Parlando invece fra adulti, sarebbe invece poco serio ritrarsi dalla responsabilità di una scelta, dopo aver tanto a lungo criticato le altrui. Del resto, la mossa di Bersani non lascia alternative. Se finora le associazioni non hanno alcuna responsabilità dello stato disastroso in cui la politica ha condotto la tv pubblica, da domani in ogni caso ne avranno, in ogni caso. Se decidono di scegliere, ma ancora di più se, potendo scegliere, non faranno nulla.

L’Unità 17.06.12