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"È arrivata l’ora della verità", di Claudio Sardo

L’Italia del lavoro, che i sindacati hanno portato ieri in piazza, chiede una svolta nelle politiche economiche. Una svolta che rimetta al centro l’occupazione e l’equità sociale, che rilanci la manifattura italiana dopo anni di colpevole disimpegno nelle politiche industriali, che sostenga finalmente la crescita abbandonando quelle ricette restrittive che stanno distruggendo l’Europa.
È il momento della verità per il nostro Paese e per le democrazie del vecchio Continente. È innanzitutto il momento di dire la verità ai cittadini. Perché di troppa demagogia, di troppo conformismo, di troppi opportunismi stiamo soffocando. Se la politica democratica, in tempi rapidi, non sarà capace di cambiare direzione di marcia, rischieremo di disperdere il patrimonio costruito dai nostri padri e di lasciare macerie ai nostri figli. È in gioco la nostra civiltà, non solo una quota di benessere. E questa transizione è terreno di battaglia, non è semplicemente una tregua politica.
Oggi si vota ancora in Francia e in Grecia. Una parte del destino europeo, quindi anche del nostro, è affidato a quelle urne. Ma, se siamo arrivati a un punto così critico, non è colpa del destino cinico e baro, bensì di chi ha guidato l’Europa nell’ultimo decennio curando la grave crisi finanziaria con medicine sbagliate (anzi, aggravando gli squilibri tra i Paesi). Ora la vittoria di Hollande ha infranto l’ortodossia liberista. Ci auguriamo che le elezioni legislative daranno stasera al presidente socialista quella maggioranza necessaria a rafforzare la sua politica. E speriamo che i progressisti europei, a partire dal cruciale vertice di fine giugno, siano in grado di proporre insieme un programma di cambiamento, centrato sul rafforzamento dell’integrazione (è ora di dirlo con nettezza: se non si scommette sull’unità europea – eurobond, governance comunitaria, politiche convergenti – non ci salveremo dalla speculazione, né avremo un nuovo sviluppo).
Il governo Monti deve fare la sua parte per correggere la rotta. In Europa. Ma anche nel nostro Paese. Non esistono soluzioni tecniche, nel senso di «neutrali». Anche questa verità va ribadita a scanso di equivoci. Quando Monti ha cominciato ad operare, l’estrema esiguità dei margini di scelta derivava dalla pesante eredità berlusconiana e dalla ferrea dottrina imposta dalla Bce e dai governi del centrodestra europeo. Non è mai stata «tecnica», e dunque insindacabile, la sua politica, tuttavia era stretto il percorso per un recupero di credibilità dell’Italia.
Ora qualcosa è cambiato. La partita è più aperta di ieri. Più aperta, anche se forse ancora più drammatica. Il baratro è sempre a un passo. E sarebbe meglio evitare di dire, come ha fatto ieri il premier, che il cratere si è allargato: troppo facile dare la colpa al cratere, il problema è che l’Europa non è stata ancora capace di una risposta adeguata. Benché una istituzione come il Parlamento europeo abbia indicato al Consiglio dei primi ministri soluzioni (come la golden rule, come la tassa sulle transazioni finanziarie, come gli eurobond nella versione proposta da Vincenzo Visco) che potrebbero contrastare efficacemente la speculazione finanziaria, e dunque ridare respiro alle politiche economiche.
Non c’è oggi altra ragione di continuità per il governo tecnico che rimettere l’Italia su un binario di crescita. Il che vuol dire collaborare attivamente con chi in Europa sta cercando di cambiare l’agenda e con chi a Washington sta spingendo per politiche di rilancio della domanda (sarebbe una catastrofe se l’Europa giocasse nei fatti a favore di una rivincita conservatrice negli Usa). Ma, accanto a questo, è necessario che il governo batta un colpo anche nelle politiche interne. Il decreto per lo sviluppo, varato venerdì, è un primo segnale. Un segnale, tuttavia, largamente insufficiente. I numeri del ministro Passera (80 miliardi «messi in movimento») appaiono più auspici che realtà. Ma, visto che il traguardo è stato indicato, si incalzi il governo affinché realizzi questi propositi. E il Parlamento rafforzi le misure in modo che i vuoti vengano colmati.
Abbiamo bisogno di risorse destinate allo sviluppo. E di selezionare gli obiettivi del Paese, in modo che i pochi denari non si disperdano a pioggia, ma rafforzino i segmenti capaci di produrre più rapidamente qualità, innovazione, lavoro. Monti continua a chiedere rigore. La spesa corrente non è una variabile indipendente: anche questa è verità. Saremo chiamati ad altri sacrifici. Lo sappiamo. Ma ciò che non possiamo accettare sono la palese ingiustizia sociale e la rinuncia a costruire il futuro. Se si continua nella spirale tagli-austerità-depressione l’esito per l’Italia sarà quello greco. Nessuna giustificazione «tecnica» è valida per il declino.
Ma c’è di più: sempre ieri il premier ha annunciato che la riforma del mercato del lavoro va approvata prima del vertice europeo di fine giugno. È un altro pegno, un altro compito a casa da svolgere con diligenza. La riforma è stata migliorata in Senato rispetto all’impianto iniziale, che cancellava di fatto le garanzie dell’articolo 18, anche se restano deficit molto gravi in tema di ammortizzatori sociali: per i cocopro la copertura è quasi inesistente e i propositi di lotta alla precarietà sono di fatto vanificati. Se non si troveranno ora le risorse necessarie, la battaglia riprenderà dal giorno dopo il varo del provvedimento.
Un punto però è discriminante. Prima di formulare qualunque richiesta in Parlamento, il governo risolva lo scandalo degli esodati. Il balletto di cifre è stato vergognoso. La «dimenticanza» del ministro Fornero inaccettabile. Altro che governo tecnico: non c’è governo politico al mondo che consentirebbe a un suo ministro simili contorcimenti. Stiamo parlando della vita di migliaia e migliaia di persone, mica di argomenti da salotto. Il governo assicuri subito agli esodati (tutti, non i 65mila scontati da Fornero) una soluzione civile e rispettosa: altrimenti sarà una provocazione ipotizzare il varo della riforma del mercato del lavoro.
Per completare la legislatura bisogna fare cose utili al Paese. Tra queste la riforma elettorale e la legge anticorruzione. Se il Pdl le boicottasse darebbe un colpo mortale allo stesso governo. Non avrebbe senso andare avanti senza concreti obiettivi riformatori. Il traguardo della transizione è infatti restituire agli italiani la possibilità di scegliere tra alternative politiche. Il governo tecnico è uno strumento, non certo la soluzione. Dobbiamo fare in modo che sia utile, innanzitutto a chi negli ultimi anni ha pagato il prezzo più caro del declino del Paese.

l’Unità 17.06.12

"Ritornai alla vita" di Aung San Suu Kyi

Ho saputo che mi era stato conferito il Premio Nobel per la Pace ascoltandola radio una sera. Avevo già saputo da altre trasmissioni nella settimana precedente di essere una dei finalisti. Ho fatto uno sforzo per ricordare quale sia stata la mia immediata reazione alla notizia. Credo, anche se non ne sono più sicura, di aver pensato qualcosa come: «Ah, hanno deciso di darlo a me». Il tutto non sembrava molto reale, perché, in un certo senso, neanch’io mi sentivo molto reale in quel momento.
Ho provato spesso, durante il periodo che ho trascorso agli arresti domiciliari, la sensazione di non fare più parte del mondo reale. C’era una casa che era il mio mondo, c’era il mondo di chi non era libero ma stava insieme con altri in una prigione formando una comunità, e infine c’era il mondo dei liberi: tutti pianeti differenti che seguivano ciascuno una propria orbita in un universo indifferente. Ciò che ha fatto il Premio Nobel è riportarmi nel mondo degli altri esseri umani, fuori da quell’area isolata nella quale ho vissuto, di ridarmi in qualche modo il senso della realtà. Mi ha reso reale ancora una volta; mi ha riportato nella comunità degli esseri umani. E cosa ancora più importante, il Premio Nobel ha riportato all’attenzione del mondo la lotta per la democrazia e per i diritti umani in Birmania. Non saremo stati scordati.
Essere scordati. Essere scordati è come morire in parte. Vuol dire perdere alcuni dei vincoli che ci tengono ancorati al resto dell’umanità. I lavoratori migranti e i rifugiati birmani che ho incontrato nella mia recente visita in Tailandia mi hanno detto con forza «Non ci dimenticare! », intendendo «Non scordare che anche noi apparteniamo al tuo mondo». Decidendo di conferirmi il Premio Nobel per la Pace, il Comitato ha ribadito che gli uomini oppressi e isolati della Birmania sono anch’essi parte del mondo e ha riaffermato che l’umanità è una sola. In varie parti del mondo imperversano i conflitti e la sofferenza. Nel mio paese, nell’estremo Nord, le ostilità non sono ancora cessate; a Ovest, i conflitti locali sono sfociati in incendi e assassinii solo qualche giorno prima dell’inizio del viaggio che mi ha portato qui. Le notizie su atrocità in altre parti del mondo abbondano. E ogni giorno veniamo a conoscenza di rapporti che riferiscono di fame, di malattie, di trasferimenti forzati, di disoccupazione, di povertà, di ingiustizia, di discriminazione, di pregiudizi, di intolleranza. Dovunque la sofferenza è ignorata, si semina il conflitto, perché la sofferenza implica umiliazione, avvilimento e rabbia.
Quante volte durante i miei anni agli arresti domiciliari ho tratto forza dal mio passaggio preferito del preambolo della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo: “… Considerato che il disconoscimento e il disprezzo dei diritti umani hanno portato ad atti di barbarie che offendono la coscienza dell’umanità, e che l’avvento di un mondo in cui gli esseri umani godano della libertà di parola e di credo e della libertà dal timore e dal bisogno è stato proclamato come la più alta aspirazione dell’uomo… è indispensabile che i diritti umani siano protetti da norme giuridiche, se si vuole evitare che l’uomo sia costretto a ricorrere, come ultima istanza, alla ribellione contro la
tirannia e l’oppressione…”.
Quando mi si chiede perché lotto per i diritti umani in Birmania, la risposta sta nel passaggio appena citato. Quando mi si chiede perché lotto per la democrazia in Birmania, la risposta sta nella mia convinzione che le istituzioni e la pratica della democrazia siano necessarie per garantire i diritti umani.
Nel corso dell’ultimo anno sono emersi dei segnali che indicano che le fatiche di chi crede nella democrazia e nei diritti umani stiano cominciando a produrre dei frutti in Birmania.
Sono stati intrapresi dei passi verso la democratizzazione. Se io mi pronuncio per un cauto ottimismo non è perché non ho fede nel futuro, ma perché non voglio incoraggiare una fede cieca. Senza fede nel futuro, senza la convinzione che i valori democratici e i diritti fondamentali dell’uomo non sono soltanto necessari ma anche fattibili nella nostra società, il nostro movimento non sarebbe resistito lungo tutti quegli anni devastanti. La loro fede nella nostra causa non è cieca ma poggia su una lucida valutazione della propria capacità di resistere.
La mia presenza qui oggi tra di voi è il risultato dei recenti cambiamenti verificatisi nel mio Paese, e questi cambiamenti hanno avuto luogo perché voi e altri amanti della libertà e della giustizia avete contribuito a costruire nel mondo una consapevolezza sulla nostra situazione. Prima di continuare a parlare del mio Paese, vorrei dire qualche parola a nome dei prigionieri di coscienza. In Birmania ci sono ancora questo tipo di prigionieri. Il timore è che ora, dopo il rilascio dei detenuti più noti, quelli che rimangono, gli sconosciuti, siano dimenticati. Per favore ricordateli e fate quanto possibile per ottenere il loro tempestivo e incondizionato rilascio.
La Lega nazionale per la democrazia ed io siamo pronti e fermamente intenzionati a svolgere qualunque ruolo richieda il processo di riconciliazione nazionale. Le misure di riforma avviate dal governo del presidente U Thein Sein possono essere salvaguardate solo con la cooperazione intelligente di tutte le forze interne. Si può dire che le riforme saranno efficaci soltanto se migliorerà la vita delle persone e, in questo senso, la comunità internazionale può svolgere un ruolo vitale.
La pace nel nostro mondo è indivisibile. Fintanto che le forze negative avranno la meglio su quelle positive in una qualsiasi parte del mondo, siamo tutti a rischio. Si potrebbe obiettare che le forze negative non potranno mai essere sconfitte tutte e del tutto. La risposta è semplice:
«No!». Tuttavia, fa parte delle capacità dell’uomo adoperarsi per rafforzare ciò che è positivo e per minimizzare e neutralizzare ciò che è negativo. Anche se non conseguiremo nel mondo la pace perfetta, gli sforzi comuni per raggiungerla uniranno le persone e le Nazioni nella fiducia e nell’amicizia e contribuiranno a rendere la comunità degli uomini più sicura e gentile.
Uso la parola «gentile» dopo un’attenta ponderazione; potrei dire dopo un’attenta ponderazione durata molti anni. Tra gli aspetti positivi dell’avversità, trovo che il più prezioso sia costituito dalle lezioni che ho imparato sul valore della bontà d’animo. Essere gentili vuol dire dare risposte cariche di sensibilità e di calore umano alle speranze e ai bisogni degli altri. Persino la più sfuggente manifestazione di bontà d’animo può alleggerire la pesantezza di un cuore. La gentilezza può cambiare la vita delle persone. In ultima istanza, il nostro obiettivo dovrebbe essere creare un mondo dove non ci siano persone senza terra, senza un tetto e senza speranza. Ogni singolo pensiero, parola e azione che contribuisca a ciò che è positivo e un tutt’uno è un contributo alla pace. Ciascuno di noi è capace di offrire un tale contributo.
Unendomi al movimento per la democrazia in Birmania, non mi passò mai per la mente che sarei potuta essere insignita di un premio o di una onorificenza. Il premio per il quale lavoravamo era una società libera, sicura e giusta. L’onore risiedeva nel nostro sforzo. La storia ci ha dato l’opportunità di dare il meglio di noi per una causa nella quale crediamo. Scegliendo di onorarmi, il Comitato per il Nobel ha reso la strada da me liberamente scelta meno solitaria. Di ciò sono grata al Comitato, al popolo della Norvegia e ai popoli di tutto il mondo, il cui sostegno ha rafforzato la mia fede in un comune perseguimento della pace. Grazie.

La Repubblica 17.06.12

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UNA ESILE SIGNORA”, di ADRIANO SOFRI

ERA difficile immaginare un altro premiato col Nobel per la pace che mettesse al centro del suo discorso il valore della gentilezza. AUNG San Suu Kyi sembra incarnarlo. Giugno è il mese più felice per la Norvegia, ma ha riservato una mattina di pioggia a lei e alla sua gente entusiasta, che non se ne è data per intesa e l’ha inseguita dappertutto, al “Grand”, l’hotel storico di Christiania, alla reggia, alla sede del Nobel: del resto Rangoon tiene il primo posto per la piovosità. La comunità birmana ha tremila persone in Norvegia, e centinaia sono arrivate da Danimarca, Svezia, Germania. Nel pomeriggio, quando la festa è passata al lungomare, il sole è venuto fuori grandiosamente al momento del suo affabile saluto a molte migliaia di persone — e le ha permesso di scherzare sul detto burmese a proposito del sole che torna dopo un lungo e allarmante buio: «Voi norvegesi potete capirmi ».
Chiamano anche lei “Lady di ferro”, per farle un complimento. Ma le persone non sono di ferro: lei è un’esile bellissima signora di 67 anni, che ha avuto 21 anni per mettere a punto il suo discorso di accettazione del Nobel per la pace. Ieri l’ha tenuto, nel Paese che l’ha aspettata per tutto questo tempo. Un po’ una favola: lei è la principessa coi fiori nei capelli, figlia dell’uomo buono che si batté per l’indipendenza del suo Paese e fu ucciso, e i cattivi le hanno tolto il posto che le spettava e l’hanno chiusa in una prigione e avrebbero buttato via la chiave se il mondo non si fosse commosso, e alla fine hanno dovuto liberarla, e tutto ricomincia da dove era stato interrotto, nel solenne municipio di Oslo. Il Nobel per la pace, l’unico riservato alla Norvegia, resta importante per le favole contemporanee, e anche Aung San Suu Kyi gli deve molto: e viceversa, perché il rischio del Nobel, che premia i viventi e spesso quando sono ancora giovani, è che i premiati non siano poi all’altezza del diploma, ciò che succede soprattutto quando vengono scelti dei potenti, nell’illusione che usino bene del loro potere. “Zia Suu” non è venuta meno per un momento alle aspettative della sua gente e all’idea di sé che si era fissata, e ha onorato il riconoscimento del mondo. Ieri il presidente del Comitato, Thorbjoern Jagland, l’ha rivendicato: «L’intervallo di 21 anni ha provato che avevamo avuto ragione». A un prezzo per lei carissimo, perché nelle favole la principessa non invecchia, i suoi cari non muoiono e non si perdono
nel rimpianto, il suo regno torna felice. Grazie ai tanti racconti e ora al film di Besson, il versante privato della vicenda di Suu ha preso un grande spazio, e spinto a interrogarsi su quanto si possa sacrificare di sé e dei propri a una missione pubblica. (Ne ha riferito qui, sobriamente ma drammaticamente, Enrico Franceschini domenica scorsa). Le ovazioni che accompagnano questo suo ritorno europeo non possono compensarla. «Molti anni fa, anzi molte vite fa…», ha detto. Ogni volta che qualcosa avviene tardi ci si chiede se non sia troppo tardi. Agli occhi dei commentatori realisti, Suu è uscita dalla persecuzione in un modo così ordinario da minacciarne l’aura di eroismo intransigente e riportarla alla politica prosaica. E in questi giorni la Birmania conosce una recrudescenza di tragedie irrisolte, come la violenta intolleranza reciproca di buddisti e musulmani nel Rakhine: ne trovate un’aggiornata illustrazione nel blog di Raimondo Bultrini per Repubblica.
Le autorità del Bangladesh, che contiene centinaia di migliaia di profughi in condizioni tremende, come quelle tailandesi, hanno respinto i Rohingya che vi cercavano riparo (con l’eccezione di un’altra minuscola favola, una bambina di un mese e mezzo, sola alla deriva in una barca).
L’antico problema delle minoranze, il 40 per cento della popolazione e un numero enorme di profughi nelle regioni periferiche, sarà probabilmente il peculiare banco di prova della nuova condizione di Suu. Perfino fra gli squisiti birmani norvegesi in festa con cui parlo a Oslo è difficile trovare qualcuno che non chiami “stranieri” i Rohingya. Lei dice: «Spegnere i fuochi, su cui altri soffiano». Ha adattato il proprio tono. Alla conferenza stampa col premier Stoltenberg le hanno chiesto se i capi militari della Birmania fossero irritati per il suo viaggio e le accoglienze: «Non vedo perché qualcuno debba obiettare al fatto che vado all’estero». Non lo vedeva nemmeno prima, naturalmente. Ha detto anche — infatti è discreta, ma non formale: «Se solo immaginassero come sono nervosa, sarebbero dispiaciuti per me, altro che irritati ». Ma non è vero che nella sua nuova situazione “norma-lizzata” Aung San Suu Kyi debba semplicemente smettere il tono alto dei suoi appelli alla libertà e alla dignità, prenderne infine commiato dopo la cerimonia postdatata del Nobel. Nella quale ha parlato anche in un toccante e spiritoso tono famigliare: come del Nobel per la letteratura che, allora sconosciuta, promise a suo figlio bambino di conquistare per partecipare a qualche isola dei famosi, e non aveva nessuna intenzione letteraria. «Vivere in isolamento mi ha dato molto tempo per rimuginare sul significato delle parole e
dei precetti cui mi ispiravo», ha detto introducendo la sua essenziale lezione di buddismo. «Pensavo ai prigionieri e ai rifugiati, ai lavoratori migranti e alle vittime di traffici di umani, alla moltitudine di sradicati della terra che sono stati tolti alle loro case, separati da famiglia e amici, costretti a vivere fra estranei non sempre benevoli». Poi ha voluto dedicare la conclusione del suo discorso alla gentilezza. Basta la gentilezza, ha detto, a toccare anche il più duro dei cuori; e ha lodato la gentilezza norvegese — non ha detto la solidarietà, o la compassione — nel dare un posto agli spostati della terra. Ha ragione, perché la Norvegia è un paese gentile.
La sua esperienza ha molto da insegnare anche alla nostra parte della terra, che finora si aggiudicava con naturalezza l’aggettivo di “ricca”, e adesso vacilla. Il norvegese Fridtjof Nansen fu, all’indomani della Prima Guerra, l’ammirevole inventore del passaporto umanitario per moltitudini di profughi e perseguitati. Suu Kyi sa che libertà e dignità si misurano soprattutto con un passaporto nella propria tasca. Il suo ce l’ha di nuovo da poco. Le avrebbero concesso di partire e tornare dal suo uomo, dai suoi figli, purché non tornasse più. Questa volta è arrivata con un documento di andata e ritorno. Oggi più che mai, un essere umano è assicurato o negato da un passaporto, che si tratti di una principessa della favola o di un clandestino senza polpastrelli. E il posto finalmente occupato ieri da Suu è ancora vuoto per Liu Xiaobo. Per poco, si è augurato Jagland: «Anche i potenti hanno paura». Chi diffida della correttezza politica degli accademici norvegesi rilegga il discorso con cui motivarono la scelta che il governo cinese prese per una sfida: «Ci dispiace che il premiato non sia qui. È in carcere, isolato, in Cina. Neanche sua moglie e i suoi parenti più stretti sono potuti venire. Questo basta a dire che il premio era necessario e appropriato. Quando, nel 1935, il Comitato premiò Carl von Ossietzky, Hitler si infuriò. Ossietzky non venne a Oslo, e morì di lì a poco. Ci fu grande indignazione a Mosca quando fu premiato Andrej Sacharov, e lo stesso avvenne con Lech Walesa. E le autorità birmane si infuriarono a loro volta quando fu premiata Aung San Suu Kyi nel 1991… Era importante per il Comitato ricordare al mondo che i diritti largamente goduti oggi vennero conquistati a caro prezzo da gente che corse grandi rischi. Jagland ha ripetuto con orgoglio quell’elenco ieri, quando Aung San Suu Kyi è arrivata all’appuntamento. Liu Xiaobo ancora no, e con lui innumerevoli altri che corrono terribili rischi e non hanno un nome. «Pechino, ci senti?», ha gridato dalla piazza il presidente di Amnesty norvegese.

La Repubblica 17.06.12

Incubo Pdl, scende al 15 per cento Berlusconi: "Il partito non c'è più", da repubblica.it

Il Pdl in piena sindrome da 15 per cento. L’incubo diventa realtà e l’ultima rilevazione Swg di ieri cristallizza con quelle due cifre un tracollo di consensi che da via dell’Umiltà a Palazzo Grazioli temevano e in qualche misura già conoscevano. In queste ore non sono più i soli barricaderi ex An a chiedersi se il partito reggerà fino alle primarie di ottobre. Silvio Berlusconi quei dati se li rigira tra le mani, sempre più convinto che occorra “una scossa”, che l’attuale baracca non basta: “Il Pdl non c’è più, esiste solo nelle teste dei nostri dirigenti” è la riflessione più amara del capo. Moltiplicare l’offerta con liste di giovani, di donne, di imprenditori e volti nuovi della società civile resta la soluzione preferita, un cantiere aperto al quale il Cavaliere in gran segreto sta già lavorando, in vista delle Politiche. Ma le elezioni sono lontane. Nel frattempo il Pdl è in piena emorragia. Ormai stabilmente sotto il 20, secondo tutti i sondaggisti, comunque terza forza alle spalle di Grillo. Viaggiava sopra il 25 in novembre scorso, all’insediamento del governo Monti. “La preoccupazione c’è, il vero problema è che manca la reazione”, spiega un ex ministro sconfortato. L’ultima rilevazione registrata una settimana fa da Euromedia Research, società di fiducia di Berlusconi, dava al Pdl una forbice tra 18 e 20 per cento. “Ma tutti i grandi partiti presenti in Parlamento pagano
dazio, perdono consensi – spiega Alessandra Ghisleri, direttrice dell’istituto – E guadagna chi nelle Camere non c’è: Grillo e, in parte, Vendola”. Consigli al Cavaliere sostiene di non averne forniti. “Ma un messaggio va colto: gli elettori dicono in coro che a loro non piace questo modo di fare politica, si attendono risposte immediate ai loro problemi reali”.

Angelino Alfano confida nelle primarie per rilanciare il partito. Ha convocato per lunedì il tavolo “delle regole” che dovrebbe disciplinarle. E una direzione nazionale – sollecitata da tanti – per il 27 giugno. Ma del congresso nazionale non si ha notizia. Il calo di consensi lo riconduce al “sostegno al governo Monti: scontiamo l’opposizione dei nostri elettori”. Ma confida sul fatto che gli elettori non siano “fuggiti altrove: li riconquisteremo”. Lo dice durante la conferenza stampa convocata per ufficializzare le dimissioni del presidente della Giovane Italia, Giorgia Meloni, sostituita da Marco Perissa (classe ’82, anche lui della scuderia Azione Giovani), che affiancherà la coordinatrice Annagrazia Calabria. L’ex ministro nella lettera di dimissioni rimarca la mancata convocazione di un congresso dei giovani per passare il testimone. Correrà anche lei per le primarie? La Meloni risponde solo che non lo ha preso in considerazione e che non lascia perché “è già pronta un’altra poltrona”. Ma tutta l’area ex An si sta interrogando se sposare la causa Alfano o condurre una battaglia in sostegno proprio della Meloni per andare alla conta.

Il segretario, in maniche di camicia e in versione “smile” davanti ai giovani (dal 21 al 23 la loro assemblea a Fiuggi), si augura che le primarie siano le “più partecipate” possibile, che si trasformino in una “grande festa”. Rivela di aver chiamato Vittorio Feltri e di averlo invitato a partecipare. Salvo essere gelato poche ore dopo dal direttore editoriale del Giornale: “Non ho ricevuto alcun invito, solo una telefonata di cortesia. Valuterò, i parlamentari sono degli straccioni, io guadagno 700 mila euro l’anno”. Galan si è candidato. Daniela Santanché, forte dei sondaggi interni, è già in campagna elettorale (col placet del Cavaliere). “Certo che sono in corsa – spiega – Io non ho alcun tatticismo, nessuna strategia, solo un credo, un cuore, una passione”.

da repubblica.it

"Dalla Cassa depositi e prestiti un soccorso ai Comuni senza soldi", di Luca Pagni

Un aiuto finanziario ai Comuni in crisi di liquidità. Il senso del provvedimento che farà di Cassa Depositi e Prestiti il nuovo perno attorno a cui ruotare il sistema dei servizi pubblici locali è tutto qui. Far arrivare con continuità fondi freschi ai sindaci sempre più in difficoltà nel far quadrare il bilancio. Sia portando la Cassa nel capitale delle aziende che distribuiscono luce, gas, acqua e gestiscono il servizi rifiuti; e sia aprendo all’ingresso di possibili investitori privati.
In gergo tecnico si chiamano utility.
Per decenni sono state il bancomat dei Comuni. Quando una giunta era in crisi di liquidità o più semplicemente aveva bisogno di aprire urgentemente un cantiere bastava una telefonata e il direttore generale dell’azienda locale provvedeva.
Con la trasformazione in società per azioni e ancora di più da quando le più grandi utility sono state collocate in Borsa, i
Comuni si sono dovuti “rassegnare” ai comportamenti di tutti i soci di aziende quotate: ritirare i dividendi soltanto una volta all’anno e interferire il meno possibile con l’attività dei manager. Ma la politica non sempre ha saputo fare un passo indietro. E la crisi ha ridotto negli ultimi anni le cedole incassate dai Comuni, complice il calo dei consumi di energia e l’aumento dei debiti in seguito alle spese necessarie per la crescita. Causando un pericoloso blocco: da una lato le aziende hanno bisogno di investimenti, dall’altra i Comuni non possono permettersi aumenti di capitale per finanziarli.
La strategia elaborata dal ministro dello Sviluppo economico Corrado Passera vorrebbe risolvere entrambi i problemi. Il primo passo, come è stato spiegato ieri, è la costituzione di una società veicolo che verrà finanziata per un miliardo da parte del Fondo Strategico controllato dalla Cdp. I soldi serviranno per entrare nel capitale delle aziende, ma solo quelle «in condizioni di equilibrio economico- finanziario». Cioè, che producono utili, escludendo così gran parte del sud Italia.
Lo scopo è anche quello di favorire «il consolidamento del settore caratterizzato da scarsità di risorse ed eccessiva frammentazione ». Non è un mistero che il ministro Passera abbia un disegno per spingere all’aggregazione le società quotate in Borsa che si occupano di energia, sul modello della tedesca Rwe, di proprietà delle principali amministrazioni pubbliche della Germania. Il progetto prevederebbe la fusione tra le società, con i Comuni che lascerebbero (in parte) il posto a Cdp e a investitori finanziari, pur mantenendo la proprietà delle reti di distribuzione di luce e metano. In questo modo, potrebbero incassare con regolarità anche i compensi per l’affitto della rete Del resto, Cdp non è nuova a interventi nel settore dell’energia.
Cassa Depositi è proprietaria del pacchetto di maggioranza di Terna, la società che gestisce la rete ad alta tensione lungo la Penisola e da ieri lo è a tutti gli effetti anche di Snam, dopo la formalizzazione del passaggio del 30 per cento delle azioni da parte di Eni. Una sorta di partita di giro, visto che Cdp è anche il socio di controllo della stessa Eni.

Il Corriere della Sera 16.06.12

"Terremoto, la scuola riprenderà nei container", di Giulia Gentile

A Finale Emilia, in provincia di Modena, dove il terremoto ha picchiato duro dalla prima scossa del 20 maggio, hanno fatto l’en-plein: su otto istituti, dalle materne alle superiori, otto sono inagibili. «Siamo messi bene» ironizza amaro il sindaco, Fernando Ferioli. A Cavezzo, sempre nel Modenese, quasi l’80% degli edifici è stato distrutto dalle continue scosse. E su tre plessi scolastici, si conta di rimetterne in piedi per settembre uno, le medie. A Mirandola, poi, gli alunni delle superiori si mettano l’anima in pace: tutti verranno trasferiti, e «almeno per cinque anni», ipotizza l’assessore comunale alla Scuola Lara Cavicchioli – in strutture mobili, nell’area intorno alla piscina comunale. Parla di migliaia di studenti che, a settembre, riprenderanno le lezioni non più nel banco cui si erano affezionati, il viaggio fra gli istituti scolastici della “bassa” ancora morsa dalle scosse di terremoto. Sei, ma “appena” sopra il secondo grado della scala Richter, le “botte” registrate nella notte fra giovedì e ieri dall’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia. Mentre alle 10,59 di ieri mattina la terra ha ballato
più forte, con magnitudo 3.6, nel Modenese, ed epicentro a Finale Emilia.
NUOVI SOPRALLUOGHI
Giovedì sera, dopo aver riunito nuovamente attorno ad un tavolo i 57 sindaci delle tre province colpite dal sisma – Bologna, Ferrara e Modena – il governatore e commissario straordinario per il post-terremoto Vasco Errani ha promesso che, in autunno, almeno 161
istituti riapriranno regolarmente i battenti nelle loro “case” storiche. Ma nel weekend i primi cittadini faranno un nuovo sopralluogo fra gli immobili sani, quelli lesionati, e quelli quasi sicuramente da abbattere. «Ci siamo presi l’impegno di comunicare al governatore, entro martedì, quali scuole pensiamo di essere in grado di riaprire a settembre, e quali no – spiega il sindaco di Crevalcore, la cittadina del Bolognese più bombardata dalle scosse, Claudio Broglia -. Abbiamo tutte le intenzioni di stare “dalla parte dei bottoni”, di guardare innanzi tutto alla sicurezza. Ma se i soldi che verranno stanziati per le scuole saranno “x”, meno ne spendiamo per delle situazioni provvisorie come i container e meglio è».
INAGIBILI
Inevitabile, però, che in alcune realtà le «strutture mobili», come preferisce chiamarle l’assessore alla scuola di Cento (Fe) Maria Antonella Rolfini, andranno messe, e alla svelta, «perché settembre ormai è già qua». Per questo, la Regione metterà in campo un bando di gara europeo per acquistare container resistenti al caldo e al freddo, e adatti ad ospitare anche per lungo tempo dai bimbi più piccoli agli adolescenti, in tutti i centri in cui ce ne sarà necessità.
«Abbiamo già approntato un piano per consentire a Comuni e Province di rimettere in ordine le scuole parzialmente inagibili – chiarisce l’assessore regionale alla Scuola, Patrizio Bianchi -, poi il commissario straordinario Errani farà un bando per gli interventi straordinari: dal 21 maggio abbiamo la mappa della situazione delle scuole, aula per ala e palestra per palestra. Ma ad ogni scossa forte abbiamo dovuto riaggiornarla». E dai 63 istituti inagibili del 21 maggio si è arrivati ai 219 di oggi. Anche nel campo dell’edilizia scolastica, precisa Bianchi, l’obiettivo sarà comunque ricostruire nel modo «il più trasparente
possibile», soprattutto contro le infiltrazioni mafiose. «Abbiamo studiato i casi precedenti, dal Friuli all’Abruzzo – chiosa l’assessore – e fatto tesoro di tutto questo. Ce la faremo.

l’Unità 16.06.12

"Diritti, abbiamo fatto il primo passo", di Margherita Miotto

Il Pd è stato di parola ed è riuscito a superare la prova della pluralità e della laicità sulla difficile frontiera dei diritti. Nel comitato presieduto da Rosy Bindi si è fatto un cammino straordinario di elaborazione culturale con l’ascolto e il rispetto reciproco, grazie al prezioso contributo di personalità esterne al partito. Abbiamo sperimentato cosa significa essere un partito che non vive la propria identità all’insegna dell’autosufficienza, ma che anzi avverte come indispensabile l’apertura alla ricchezza del mondo della cultura e della ricerca.
Il documento che il professor Michele Nicoletti ha redatto e che giovedì scorso, al termine dei nostri lavori, è stato consegnato al segretario Bersani è un tassello molto importante di quella nuova cultura politica necessaria a consolidare il ruolo politico e di governo dei democratici. Un tassello che è stato ampiamente condiviso, nella sua impostazione generale e nelle sue linee fondamentali. La condivisione credo sia un valore ben superiore all’unanimismo, è comune assunzione di responsabilità senza che vengano meno le distinzioni, che pure si sono registrate e che tuttavia non hanno determinato alcuna paralisi.
La nostra condivisione è infatti frutto di una innovazione e di un avanzamento della nostra riflessione sul rapporto tra individuo e stato, tra persona e comunità. Credo che questa condivisione vada valorizzata e messa a frutto nei passaggi successivi. Il documento si offre, infatti, come la cornice etico politica della successiva elaborazione programmatica e legislativa affidata ai gruppi parlamentari del Pd. La profondità del documento rischia di essere immiserita dal tentativo di declinarne le applicazioni e tuttavia sottolineo alcuni assi della elaborazione che aiuteranno i democratici ad affrontare le novità che una società multiculturale presenta, nonché i difficili problemi legati al fine vita e alle straordinarie innovazioni nel campo della ricerca sulle cellule staminali. E si potranno individuare vie equilibrate per risolvere annose questioni legate alla violenza, alla omofobia e al riconoscimento dei diritti delle persone anche dello stesso sesso che convivono, senza ledere i diritti della famiglia tutelata dall’articolo 29 della Costituzione.
Innanzitutto, sottolineo il radicamento costituzionale. Veniamo da una lunga stagione in cui le politiche del centrodestra hanno fortemente intaccato e reso più labile il nesso tra diritti civili e diritti sociali; hanno manomesso il principio di laicità dello stato e il senso della legalità. Un rinnovato ancoraggio alla Costituzione significa ripartire dalla centralità della dignità di ogni essere umano e declinare i diritti di libertà e di uguaglianza in modo sostanziale, in un’Italia multiculturale e pluralista.
Per i democratici questo significa coltivare il valore delle differenze ed esercitare la politica con senso del limite e con mitezza, nel rispetto integrale della persona, delle sue idee e delle sue aspirazioni. È un secondo aspetto importante di condivisione. Significa esercizio di laicità permanente, nella distinzione tra il piano dei valori etici e quello delle decisioni politiche.
Significa consapevolezza che sui temi eticamente sensibili, occorre rispettare i diffusi bilanciamenti che la Costituzione ci consegna, fra diritti della persona e benessere della società. È una prospettiva che supera un’idea statica dell’esercizio dei diritti per aprirsi alla consapevolezza della provvisorietà delle soluzioni raggiunte che per quanto inclusive sono sempre perfettibili.
Penso, ad esempio al rapporto tra libertà di coscienza e diritto all’autodeterminazione nella relazione di cura ed alle difficoltà che sorgono anche in alcune aree del nostro paese per effetto della obiezione di coscienza del 100 per cento dei medici che rischiano di impedire la interruzione di gravidanza. È un documento che consentirà le ulteriori elaborazioni per mettere il Pd in sintonia con larga parte del paese che ritengo non sopporti più di essere strattonato fra opposte tifoserie ma cerchi un partito accogliente e dialogante. Insomma un nuovo inizio.

da Europa Quotidiano 16.06.12

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“Ma ci vuole più coraggio”, di Anna Paola Concia

Terminato il lavoro della commissione presieduta da Rosy Bindi sui diritti civili, ora si apre un confronto dentro tutto il Pd su un documento complesso che affronta questioni importanti per milioni di persone. È stato un lavoro in cui si sono confrontate culture, sensibilità, approcci diversi. Un lavoro ambizioso: il Pd deve essere un partito ambizioso.
È questo il punto, il documento non è ambizioso. Sintetizzando il giudizio sul corposo scritto, mi viene da dire che oltre a essere insufficiente e non chiaro, sembra elaborato con il timore di non suscitare troppi conflitti politici, più che riferirsi alla concreta realtà delle persone.
È evidente per esempio che sui diritti di uguaglianza e la presa d’atto di una società cui convivono pluralità e differenze, la sintesi sia vissuta con sofferenza, e sia poco convincente, mentre su questo le altre formazioni democratiche e socialiste mondiali hanno osato di più. Sulla parte dedicata al riconoscimento degli amori omosessuali e più in generale della regolamentazione delle famiglie omosessuali le affermazioni chiare si diluiscono, al punto di essere eteree.
Sostengo da sempre il matrimonio omosessuale e comunque l’uguaglianza dei diritti tra etero e omo. A Francoforte con Ricarda, infatti, abbiamo utilizzato l’istituto previsto dalla legislazione tedesca, che è dedicato alle coppie gay, un istituto matrimoniale al punto che la precisa funzionaria del comune non ha usato formule astruse, ma direttamente ci ha chiesto «vuoi tu sposare». Per questo ho apprezzato la nettezza delle parole di Bersani, che riferendosi direttamente a questo tipo di soluzione, ha detto che bisogna fare una legge per riconoscere giuridicamente e socialmente le coppie omosessuali.
Dentro la commissione il confronto è stato schietto a volte duro, ma per questo positivo e costruttivo. Ora consegna a tutto il partito il compito di affrontare la materia dei diritti civili seriamente, con la cura necessaria di quando si è consapevoli che queste politiche riguardano tante persone. In commissione è stato chiaro a tutti che soluzioni come i Dico sono superate e dobbiamo trovare soluzioni legislative molto più avanzate, e che bisogna chiaramente imboccare la strada giuridica del riconoscimento delle coppie gay in quanto tali.
Parità, uguaglianza, medesime opportunità per tutte e per tutti devono essere il faro per un partito che intende, essere riformista e porsi l’obiettivo di un vero cambiamento. Il documento è una carta d’intenti, traccia una strada, non ci sono proposte legislative, enuncia principi. Il paese attende da noi un passo indietro rispetto alle divisioni interne per componenti e convinzioni non discutibili, affinché sia possibile proporre leggi comprensibili, che siano sostenute da un impianto giuridico solido, dove dignità, diritti e doveri, siano limpidamente previsti. Sono certa che il mio partito comprenda la responsabilità che deve assumersi, rispondendo da una parte a pezzi vivi della società italiana che attendono trepidanti una nostra buona proposta e dall’altra contribuendo a un quadro generale di riforme umane e civili che aiuteranno il nostro paese a fuoriuscire anche dalla crisi, perché i diritti, come è noto, fanno bene all’economia.

da Europa Quotidiano 16.06.12

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«Diritti civili, il Pd ha trovato un terreno comune», di Maria Zegarelli

«Lo definisce un «lavoro importante, un significativo passo in avanti». Michele Nicoletti, segretario Pd di Trento, ordinario di Filosofia politica nella stessa città è tra gli estensori del documento sui diritti civili varato dall’omonima Commissione presieduta da Rosy Bindi. Ma sul documento, arrivato sul tavolo del segretario Pier Luigi Bersani e destinato all’Assemblea nazionale di luglio per una discussione aperta, non c’è affatto «piena condivisione». Professore, un anno di lavoro non è bastato per trovare una posizione comune. «Cercherei di vedere in positivo il cammino che abbiamo fatto. Abbiamo scelto una strada diversa rispetto a quella di chi chiedeva un documento con una presa di posizione politica, un sì e un no, sui temi presi in esame. Abbiamo preferito la via dei principi fondamentali che devono essere terreno comune del Pd rispetto al tema dei diritti. A me sembra che, pur nella pluralità delle posizioni e delle culture, alla fine abbiamo quel terreno sia stato trovato. La discussione si è animata sulle concrete scelte legislative per tutelare alcuni di questi diritti, ma ciò che ci trova d’accordo è che il Pd è il partito dei diritti civili strettamente legati a quelli sociali».
Non le sembra un po’ poco per un partito che si definisce democratico?
«Questa è solo una tappa, non il punto di arrivo finale. Un contributo che offriamo al partito e ai circoli come piattaforma di discussione. Nessuno ha mai pensato che questo documento esaurisse il tema dei diritti. Siamo partiti da una situazione in cui nell’Assemblea nazionale si erano votati documenti che riguardavano la scuola, la sanità, il lavoro ma non questo su questi temi. Ora c’è una riflessione che si sforza di inserire i diversi problemi all’interno di un quadro complessivo e non credo che questo lavoro vada banalizzato. Abbiamo costruito un orizzonte condiviso sui principi di fondo, affrontando la violenza sul corpo, la libertà di coscienza, il riconoscimento dei diritti sulle coppie di fatto…».
Sulle unioni civili in Commissione c’è chi ha osservato che la lettera di Bersani al gay pride fosse più avanzata rispetto al contenuto del vostro documento. C’è ancora una grande timidezza per dire dei sì e dei no netti?
«Non mi sembra che ci siano timidezze. Sia la Corte costituzionale sia la Cassazione hanno escluso il riconoscimento del matrimonio, così come previsto dalla nostra Costituzione, alle coppie omosessuali. Hanno invece sancito il tema del riconoscimento delle unioni anche omosessuali e della loro tutela che spetta al legislatore. Questo il solco entro cui ci siamo mossi e a me sembra che il nostro documento sia in piena sintonia anche con quanto dichiarato dal segretario. Capisco che chi aveva posizioni diverse non si possa ritrovare nel nostro documento ma la strada che noi abbiamo scelto è stata quella di privilegiare il quadro dato dall’ordinamento costituzionale frutto dell’incontro tra culture diverse».
Quindi sono critiche ingenerose?
«Vorrei distinguere. Su questo tema è giusto che noi tutti ci incalziamo a vicenda a fare di più e meglio, ma dobbiamo darci reciprocamente atto della ricchezza dell’esperienza e la presidente Bindi ha fatto un ottimo lavoro di costruzione di un luogo di scambio e di intreccio. Non abbiamo proceduto a maggioranza ma secondo una logica di inclusione, per questo mi spiace che si dia importanza soltanto alle parti su cui possiamo avere dei punti di distanza. Ognuno di noi può avere visioni di verse ma credo sia importanti che si trovino degli orizzonti comuni».
Crede che durante la prossima legislatura riuscirete davvero a legiferare su questi temi o la crisi economica li metterà ancora una volta in secondo piano? «Penso che stavolta sia possibile farcela perché c’è una complessiva maturazione nel nostro Paese e c’è una larga condivisione del fatto che ci sia bisogno di una maggiore tutela dei diritti di ogni persona in ogni momento della sua vita. Dalla lotta alla violenza sessuale, all’omofobia, ad una piena libertà religiosa, al testamento biologico, c’è bisogno di intervenire e sarà possibile farlo anche grazie al Pd. Per questo non si deve avere solo la preoccupazione dei sì e dei no ma anche della necessità di spiegare le ragioni per costruire il consenso».
Non le sembra che il consenso fatichino a trovarlo le forze politiche al loro interno, rispetto alla maggioranza della società civile che su coppie di fatto e testamento biologico ha le idee chiare?
«È vero, ma su altri temi, dal diritto di cittadinanza, ai diritti nelle carceri, la libertà religiosa, non darei per scontato il fatto che siano dati per acquisiti tra l’opinione pubblica. Non è detto che la politica sia perennemente in ritardo, anche se abbiamo avuto una politica di destra che ha fortemente penalizzato il tema dei diritti».
Veramente neanche il centrosinistra quando è andato al governo ha legiferato su questo.
«Il Pd non è mai andato al governo, sono sicuro che quando vincerà le elezioni riuscirà laddove si è fallito nel passato».

L’Unità 16.06.12

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Il Pd, i diritti civili e la necessità di mediare. Discutere di temi «sensibili» può essere il primo passo per una campagna elettorale più serena”, di Pierluigi Battista

Per alcuni anni i temi «eticamente sensibili» sono stati sepolti nello sgabuzzino delle cianfrusaglie irrilevanti. Bisognava neutralizzarli: erano troppo «sensibili», troppo «divisivi», troppo incandescenti. Oggi il Pd sta cominciando a liberarsi dall’autocensura.
I democratici non riusciranno a dare risposte appaganti per tutti. Ma almeno hanno il coraggio di affrontare argomenti importanti, anche se politicamente scabrosi. La politica vuole riprendersi i suoi spazi? Esca allo scoperto, dimostri che si è ancora capaci di discutere, proporre, e anche dividersi, se necessario.
Il documento del Pd sul riconoscimento delle coppie di fatto, partorito da una commissione diretta dalla cattolica Bindi, cerca di mediare tra anime culturali diverse in un partito in cui convivono cattolici e laici. Sulle coppie dello stesso sesso, il documento appare più prudente e frenato da cautele di quanto non siano state le dichiarazioni del segretario Bersani. Ma non è neanche prigioniero della «scomunica» preventiva di Beppe Fioroni, che sulla questione delle unioni tra gay ha disseppellito l’ascia di guerra (ideologica) contro il segretario del partito. Ha un senso riesumare il tema del riconoscimento delle unioni tra persone dello stesso sesso? Certo che lo ha. In tutto il mondo delle democrazie liberali questo tema è all’ordine del giorno, scavalcando schieramenti e collocazioni politiche. In Germania la «democristiana» Merkel non ha mai avuto in programma lo smantellamento delle leggi che riconoscono la convivenza tra le coppie gay. Malgrado le furiose battaglie del passato, persino nella Spagna dei Popolari non si intende provvedere alla demolizione dello zapaterismo, variante oltranzista ed estremista nella promozione dei diritti civili. In America i repubblicani non scatenano una guerra di religione contro Obama che si dice favorevole ai matrimoni gay. In Gran Bretagna è il conservatore Cameron a dirsi favorevole al riconoscimento dello Stato delle unioni omosessuali. In Italia, dopo l’incendio dei Dico, una coltre di silenzio imbarazzato è calata su questo tema, lasciandolo appannaggio di minoranze importanti ma senza la forza necessaria a imporlo nell’agenda pubblica. Oggi il Pd, e bisogna rendergliene merito, ha strappato questo velo omertoso e reticente.
Può darsi che il Pd appaia troppo timido, come pure dicono le componenti più marcatamente «laiciste» del partito. Ma un partito variegato e culturalmente ibrido, come del resto lo sono tutti i partiti di grandi dimensioni in Europa e negli Stati Uniti, non può che attestarsi su una ragionevole, dignitosa e responsabile mediazione. L’analogia può sembrare una forzatura, e in parte lo è: ma anche la legge che istituì il divorzio all’inizio degli anni Settanta fu timida e frutto di inevitabili «mediazioni», eppure per la prima volta l’Italia conobbe qualcosa di sconvolgente e rivoluzionario come il divorzio. Oggi il riconoscimento delle coppie gay può avere lo stesso valore dirompente. Il meglio è nemico del bene. Per avere la perfezione si rischia di non ottenere nulla. Una mediazione sorretta da una consapevole dignità culturale può strappare risultati decisivi anche se la lettera della proposta può lasciare perplessi e insoddisfatti.
E così anche per il tema del testamento biologico. La nettezza del «no all’eutanasia» che viene ribadita nel documento del Partito democratico può disinnescare paure e sospetti che non sono solo il frutto di pregiudizi, ma la conseguenza del potere immenso che la tecnoscienza ha conquistato sulle nostre vite e sulla stessa nostra morte. Ma una proposta ragionevole e coraggiosa che consenta ai cittadini di dire nel corso della loro vita cosciente cosa «non» vorrebbero che si facesse quando la loro vita sarà entrata nel buio dell’incoscienza senza speranza, questa proposta sarebbe una risposta giusta al totale e autoritario rifiuto della libera scelta contenuta nelle proposte avanzate in questa legislatura dalla maggioranza di centrodestra sul testamento biologico. No all’eutanasia, ma sì alla libera scelta di come vivere, di come essere curati e di come morire quando la prosecuzione delle cure sarebbe solo accanimento: anche questa mediazione permette di uscire dall’immobilismo, dalle guerre di religione, dagli oltranzismi contrapposti. Poi certo verrà il tempo della discussione, dei cambiamenti, delle rettifiche. Ma intanto il grande silenzio si è infranto. L’allargamento dei diritti civili si riprende il centro della scena. Ci sono poche speranze che la prossima campagna elettorale assuma toni civili. Ricominciare a discutere sui temi rimossi e «sensibili» può essere un primo passo.

Il Corriere della Sera 16.06.12

Bersani: "Il lavoro per noi è centrale", di Maria Zegarelli

Il segretario: non ti fa solo mantenere la famiglia, è la tua dignità, è la tua quota di trasformazione del mondo e ne hai diritto. Saranno questi i pilastri del progetto politico attorno ai quali il Partito democratico vuole costruire l’alternativa di governo. «Perché il lavoro non è solo quello che ti fa mantenere la famiglia, è la tua dignità, è la tua quota di trasformazione del mondo e ne hai diritto». E forse è proprio questo uno dei passaggi più applauditi dell’intervento con cui Pier Luigi Bersani ha chiuso ieri a Napoli i lavori della seconda Conferenza nazionale sul lavoro del suo partito. Un intervento che non ha risparmiato critiche al governo, a Silvio Berlusconi (per il patto con l’Ue per il pareggio di bilancio), al ministro Fornero e alla (non) politica della zona Ue e alle non politiche, a iniziare da quella industriale, italiane. A proposito delle liberalizzazioni dell’era Monti il segretario Pd perde la pazienza e si lascia scappare una parolaccia. «Se un anziano ha gli occhi secchi e va a comprare un collirio costa 19 euro, c…. Non è possibile: è acqua».
IL PD E IL GOVERNO
Per sostenere il governo, ammette, «si fatica ogni settimana di più. Ma noi siamo leali, abbiamo preso un impegno e andremo fino in fondo» anche anpassaggi su spending review, pubblico impiego e dismissioni, tutte misure a cui stanno lavorando i ministri tecnici e i supertecnici. Al governo dice: «Ascoltateci un po’ perché a forza di fare ‘sto mestiere siamo un po’ tecnici anche noi», e allora va «benissimo la spending review, «ma cerchiamo di non creare aspettative che poi non si riescono a gestire. Attenzione a come maneggiamo questi temi. Dico al governo di farci capire, se ci avessero ascoltato sulle pensione avremmo evitato qualche guaio». E bene anche il decreto sviluppo, dalle indiscrezioni «che arrivano da Roma sembra ci siano buone misure, ma vediamo la sostanza. Per esempio va benissimo confermare la norma da noi pensata per le ristrutturazioni in edilizia, ma se il termine è a giugno dell’anno prossimo non si fa in tempo neanche a iniziare». Cose utili «e cose che si capiscono poco» come, appunto, i tempi troppi brevi previsti per gli incentivi, a partire dai risparmi energetici, perché alle «politiche bisogna dare un minimo di prospettiva». Altro capitolo: le dismissioni. «Benissimo se sono quelle degli enti locali. Per il resto non ho obiezioni a che Fintecna vada alla Cassa Depostiti e Prestiti. Vorrei capire però, dove finisce Fincantieri perché non è tempo di prendere i nostri soggetti industriali e metterli chissà dove». Da Napoli Bersani avverte i tecnici a non ripetere l’errore esodati, sul quale apprezza le «parole finalmente consapevoli da parte del governo». «Ho sentito dice che il ministro Fornero ha detto “chiamiamo gli esodati persone in via di salvaguardia”. È un passo avanti linguistico e concettuale», ma il Pd adesso chiede che alle norme sul mercato del lavoro si aggiungano quelle che riguardano chi è rimasto senza stipendio e senza lavoro grazie al ministro del Welfare. Poi, tocca alla Fiat. «Qualcuno, possibilmente il governo, dovrebbe chiamare la Fiat alle sue responsabilità, perché altrimenti dobbiamo rivolgerci a “Chi l’ha visto?”. Scusate la brutalità ma è scomparsa da troppi tavoli, tavoli che non ci sono».
La prima Conferenza sul lavoro il Pd la fece un anno fa a Genova, un tempo lontanissimo. C’era il governo Berlusconi, i sindacati erano spaccati, ieri i leader sindacati erano qui alla vigilia della manifestazione unitaria di oggi, al governo ci sono i tecnici e la crisi non solo è conclamata ma è nella sua fase più acuta. Sul palco salgono Cesare Damiano, il primo cittadino Luigi De Magistris , Tiziano Treu, il lavoratore esodato e la cassa-integrata. Fuori, poco prima che tutto iniziasse, ci sono stati momenti di tensione con gli operai di Iribus Iveco, poi la tensione si è sciolta e si è fissato un appuntamento con il segretario.
Stefano Fassina nella sua lunga e applaudita relazione dice «È il tempo della politica, la funzione della tecnica è trovare soluzioni efficienti per raggiungere obiettivi dati. Gli obiettivi oggi non sono dati, anche se come dati vengono presentati». In gioco, secondo il responsabile lavoro Pd, ci sono «la civiltà del lavoro, la democrazia fondata sul lavoro», per questo, dice, è necessario un «neo umanesimo laburista, sintesi originale della dottrina sociale della Chiesa e dell’attenzione all’asimmetria di potere nella dimensione della produzione propria del movimento socialista». Il populismo, ormai è fallito, dice, proprio mentre siamo nel mezzo «dell’illusoria scorciatoia tecnocratica dedicata alla ricerca delle riforme senza consenso». Per questo, chiude, è ora «di riprendere l’unica strada possibile: la via costituzionale della democrazia fondata su partiti rifondati per le riforme condivise».

L’Unità 16.06.12