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"La Rai dei tecnici alla prova del video", di Giovanni Valentini

Ma “fare politica” non vuole dire necessariamente “mettersi in politica” […]. Vuol dire essere cittadini informati e partecipare attivamente al dibattito che può cambiare una società democratica.
(da “Italia, cresci o esci!” di Roger Abravanel e Luca D’Agnese – Garzanti, 2012 – pag. 155). Se tutto andrà bene, dunque, la prossima settimana la Commissione di Vigilanza nominerà i sette consiglieri di amministrazione della Rai su nove che la legge Gasparri attribuisce al Parlamento. In base alle candidature e ai
curricula che nel frattempo saranno stati presentati, e secondo gli attuali rapporti di forza fra i partiti, si procederà alla consueta lottizzazione politica: tre posti al Pdl; uno a testa alla Lega e all’Udc; e infine due di “area centrosinistra” che il segretario del Pd, Pierluigi Bersani, dopo un ripensamento in extremis, ha chiesto di indicare a quattro associazioni della società civile.
In ogni caso, non cambierà la “governance” ed è chiaro fin d’ora che l’ex maggioranza di centrodestra continuerà a controllare il cda della Rai. Ai sette consiglieri di estrazione parlamentare, vanno aggiunti infatti il presidente e il rappresentante del ministero dell’Economia, titolare delle azioni e quindi proprietario effettivo dell’azienda. Ma fino a quando il potere di condizionamento – per non dire di ricatto – del Pdl nei confronti del governo resterà intatto, c’è poco da farsi illusioni: e verosimilmente, sarà l’Udc di Casini a fungere da ago della bilancia, con tutte le conseguenze che si possono immaginare.
Eppure, l’insediamento di Anna Maria Tarantola alla presidenza e di Luigi Gubitosi alla direzione generale, ammesso che le loro designazioni vengano approvate dal cda e quella del presidente ottenga la maggioranza dei due terzi in Vigilanza, potrebbero anche rappresentare un’opportunità per l’azienda di viale Mazzini. Una svolta, o almeno l’inizio di una svolta, per restituire al servizio pubblico la sua identità, il suo ruolo e la sua funzione.
Non è tanto sul piano economico e finanziario che la “Rai dei tecnici” dev’essere rilanciata, quanto sul piano editoriale e produttivo. I conti si fa presto a sistemarli: a parte i tagli e la lotta agli sprechi, sarebbe già sufficiente combattere seriamente l’evasione del canone – collegandone il pagamento alla bolletta elettrica o all’Imu, magari in misura differenziata in rapporto alle fasce di reddito e d’età – per recuperare circa 500 milioni di euro che consentirebbero di risanare il bilancio. E fin qui, le competenze economiche della signora Tarantola e di Gubitosi – in sintonia con il governo che li ha designati – dovrebbero bastare.
È invece sul piano editoriale, quello dei palinsesti e della programmazione televisiva, che il nuovo vertice di viale Mazzini ha bisogno evidentemente di essere integrato e per così dire completato. Vedremo che cosa deciderà la Vigilanza sui consiglieri. Ma un fatto è certo: senza un recupero di qualità, in termini di idee, di contenuti e di programmi, la televisione e la radio pubbliche saranno destinate a un definitivo declino.
Diciamo anche la radio, perché spesso – quando si parla di servizio pubblico – si trascura o si sottovaluta a torto l’importanza di questo
medium.
E qui i risultati delle ultime ricerche di mercato, dell’Ipsos, dell’Istituto Piepoli e infine dell’Eurisko, rilevano concordemente un preoccupante crollo di audience. A Radio Rai c’è poi un direttore unificato dei Gr, Antonio Preziosi, che figura nel Consiglio pontificio delle Comunicazioni, insieme al direttore di Radio Vaticana, dell’Osservatore romano e di Civiltà Cattolica:
non è necessario diventare anti-clericali per rilevare l’incompatibilità di una tale collocazione per un direttore della radio pubblica di uno Stato laico.
Quanto alla televisione, all’interno dell’azienda non mancano le professionalità e le esperienze per offrire al pubblico un prodotto di qualità: informazione, inchiesta di approfondimento, cultura, scienza, documentarie naturalmente anche intrattenimento, più o meno leggero. Basta citare come esempio “La Storia siamo noi”, il programma di Giovanni Minoli che da dieci anni sforna oltre mille ore di televisione all’anno, il cinquanta per cento della produzione interna della Rai, premiato nel gennaio scorso a New York con l’Oscar mondiale dei produttori di storia. Questo è il “nocciolo duro” di una tv pubblica, intesa come archivio della memoria e deposito di identità collettiva.
In una prospettiva del genere, allora, la ristrutturazione della Rai potrebbe anche diventare il perno per riequilibrare l’intero sistema dell’informazione. Una volta risanata e sostenuta adeguatamente dal canone, l’azienda di viale Mazzini sarebbe anche in condizione di ridurre l’impatto della pubblicità, rinunciando alle interruzioni nei programmi e limitando magari gli spot agli intervalli fra l’uno e altro. A quel punto, si differenzierebbe finalmente dalla tv commerciale e se ne gioverebbero di conseguenza tutti gli altri media: dalla carta stampata alle televisioni locali, dalla radio a Internet. È un sfida che mette alla prova anche il presidente Monti e tutto il suo governo.

La Repubblica 16.06.12

"Il concorso è superato, ma all'Ateneo il posto dov'è?", Mariagrazia Gerina

Un migliaio di vincitori del Sud attendono l’assunzione. Colpa dei vincoli di bilancio imposti alle Università dopo le prove. Il nodo dei finanziamenti che non arrivano mai. Quando hanno sentito il ministro Profumo annunciare che gli atenei torneranno a bandire concorsi per aprire le porte a una nuova generazione di professori universitari, hanno pensato ancora una volta che davvero l’Italia è uno strano paese. Come se bastasse un concorso o una abilitazione nazionale per invertire il corso delle cose e far ripartire il tanto sospirato ricambio generazionale. «Non basterà», ripetono. Loro lo sanno bene. Perché un concorso l’hanno vinto. Chi per diventare ricercatore a tempo indeterminato, chi professore associato, chi ordinario. Quella sventagliata di concorsi, banditi dagli atenei di tutta Italia, doveva essere l’ultima chiamata prima della riforma Gelmini. Solo che, anni dopo aver superato con successo la prova, una buona parte dei vincitori attende ancora di essere chiamato a prendere servizio: 475 ordinari, 600 associati e una cinquantina di ricercatori, precipitati nel limbo. Il merito non c’entra nulla. C’entrano solo i vincoli di bilancio imposti in questi anni agli atenei italiani. Divisi, di punto in bianco, in buoni e cattivi: virtuosi e non. I primi qualche assunzione, nonostante i tagli al fondo di finanziamento ordinario, l’hanno potuta fare. Gli altri no. Ovviamente, i non virtuosi, ovvero quelli che per pagare stipendi e spese fisse utilizzano il 90% del fondo di finanziamento ordinario, si concentrano quasi tutti al Sud. Peccatoche quando hanno bandito gli ultimi concorsi per reclutare ricercatori, associati e ordinari, quegli atenei non sapessero ancora di non essere virtuosi. Risultato: chi ha vinto il concorso bandito a Torino, è dentro. Chi invece ha vinto un concorso bandito da una qualunque delle università del Sud è fuori. E ancora non vede la fine. Perché nel frattempo, il nuovo governo tecnico è corso ai ripari. Ma il decreto che doveva sbloccare il turn over, lo ha fatto con il contagocce. Gli atenei che prima vedevano andare in pensione i vecchi ordinari senza poter assumere nessuno, ora hanno il turn over sbloccato al 10%, o al massimo al 20%. E i soliti atenei si trovano nella condizione paradossale di non poter accedere neppure ai fondi stanziati apposta dal governo per dare corso alle assunzioni bloccate: 279 milioni, ma solo per gli associati. Perché per gli altri non c’è neppure quello stanziamento ad hoc. Alla base di questa piramide dell’assurdo ci sono una manciata di vincitori dell’ultimo concorso per ricercatore a tempo indeterminato, figura di cui nel frattempo la riforma Gelmini ha decretato la scomparsa. Trentuno a Bari, un po’ meno a l’Aquila. Precipitati in un limbo che mette a dura prova l’esistenza. «Io vivevo a Lecce e ormai non ci speravo più, il laboratorio dove lavoravo non aveva più fondi e dopo un dottorato, una esperienza all’estero entusiasmante, un assegno di ricerca rinnovato per due volte, avevo deciso di voltare pagina, mi ero anche trovata un altro lavoro», racconta Maria, 39 anni, biologa specializzata in microbiologia. Poi è arrivato il concorso: «Pensavo di aver voltato pagina di nuovo: dopo averlo vinto, con mio marito e i miei due figli ci siamo trasferiti a Bari, in attesa che l’ateneo mi chiamasse». A due anni dal concorso quel momento per lei e per gli altri 31 vincitori, giuristi, ingegneri, economisti, non è ancora arrivato. E nell’attesa, il malessere è cresciuto anche tra i 475 professori associati, che avrebbero tutte le carte in regola per diventare ordinari, ma come gli altri colleghi aspiranti associati o ricercatori hanno alle spalle e davanti una attesa indefinita. I più giovani hanno meno di quarant’anni e un curriculum speso in gran parte all’estero, al Cern di Ginevra o nei laboratori degli Stati Uniti. Certo, loro sanno di venire ultimi nell’ordine delle priorità, in questo momento. E però sentono al pari degli altri vittime di una ingiustizia, che fa figli e figliastri e non cesserà fino a quando il governo non libererà davvero dai vincoli di spesa gli atenei. La posta in gioco, la raccontano i numeri: tra i vincitori di concorso le donne sono il 29%, mentre tra gli ordinari attualmente in cattedra sono appena il 18%. Una questione di genere, oltre che di ricambio generazionale.

L’Unità 16.06.12

"Decreto sviluppo. Ora ci vuole più coraggio", di Patrizio Bianchi*

Alla fine è uscito il decreto sviluppo. Fin dall’inizio abbiamo sostenuto che, accanto all’intervento riguardante la drastica riduzione delle spese pubbliche e l’aumento delle imposizioni, si dovesse porre anche un intervento a forte sostegno della crescita. Non avevamo mai creduto ad una fase uno e ad una fase due. Il decreto approvato in queste ultime ore continua a mettere insieme una varietà di strumenti fra loro molto differenziati, ognuno dei quali sicuramente utile, ma che tuttavia faticano ancora a definire una vera linea di crescita dello sviluppo produttivo. Sicuramente la spiegazione che ne viene data in premessa appare convincente: bisogna attivare molteplici leve non per stimolare la rianimazione di un corpo in coma, ma per stimolare le forze interne ad un’economia da troppo tempo assopita. Da oltre 20 anni infatti l’Italia cresce meno di altri Paesi proprio perché nei processi di apertura internazionale e di globalizzazione il nostro sistema produttivo si è divaricato segnando una frattura netta fra le imprese che hanno saldamente afferrato il treno della globalizzazione e quelle che invece lo hanno subito, schiacciandosi o in pozione subalterna di subfornitura di bassa qualità o ridotte nell’angolo di un mercato interno sempre più depresso dalle stesse azioni “risanatrici” dei governi. Sarebbe stata dunque opportuna una forte linea di azione per indicare come lo sviluppo del Paese si deve attestare su quelle attività di produzione e servizio che possono riposizionare sul mercato globale non solo i leader già esistenti, ma un numero sempre più ampio di operatori le cui produzioni sono ad alto contenuto di educazione e di intelligenza. Apprezziamo sicuramente gli interventi di sostegno alle assunzioni di profili altamente qualificati e quelli nel settore della green economy, ma riteniamo che su questo piano ci si potesse muovere con più forza, agendo con più decisione un aggancio con l’ambito della crescita sostenibile e con un ripensamento del Piano Industria 2015. Piano che, pur risalendo a diversi anni fa, se riletto con attenzione indica quanto in questi anni avremmo potuto muoverci nel difficile cammino di riposizionamento internazionale. Certamente la ricomposizione di tutti gli aiuti di stato risulta materia di grande utilità, se tuttavia posta al servizio di una visione di stimolo di tutte le imprese operanti nei diversi ambiti del sistema produttivo verso un fine non solo di generico rilancio, ma di ben più solido riposizionamento, ricordando che i 2/3 delle nostre esportazioni sono ancora a livello europeo. Il riferimento ai contratti di rete, alla internazionalizzazione e alla tutela del Made in Italy deve allora assumere un’enfasi ben maggiore di quanto appare almeno a prima vista in questo decreto. Il tema della dimensione di impresa resta essenziale per poter giocare in una situazione così complessa e non basta richiamare il termine fortemente evocativo della rete, bisogna invece riempire questi contratti con strumenti che favoriscano processi di aggregazione ben più solidi. Egualmente apprezziamo i diversi strumenti per il sostegno all’edilizia e la comparsa dei Project bond come strumento per il finanziamento di opere pubbliche, così come i Piani per lo sviluppo delle città e i Contratti di valorizzazione urbana. In tali materie il ruolo degli Enti locali e delle Regioni resta fondamentale e quindi è proprio nei loro confronti che bisogna dare un supporto anche di natura progettuale. Bisogna ricordare che questa enfasi sulla centralità delle città deve stare all’interno di una visione di forte valorizzazione del ruolo delle aree urbane per attrarre quei servizi avanzati, comprese tutte le iniziative legate alla creatività, che sono il vero seme del nuovo Made in Italy, di cui non sembra esservi attenzione adeguata in questo piano. Sarebbe stato opportuno enfatizzare di più la relazione tra queste misure e le azioni connesse con educazione e ricerca perché, in fondo, sono proprio l’educazione e la ricerca le uniche vere leve per una crescita non solo intelligente e sostenibile, ma anche inclusiva, stabilendo un quadro che risulti, già oggi, di riferimento per la nuova programmazione comunitaria 2014 /2020 in discussione e in avvio di trattativa a Bruxelles. Trovare un modo per mettere insieme gli strumenti che fanno capo al ministro dello Sviluppo economico e quelli del ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca implica necessariamente che il governo si posizioni su quel terreno che si chiama politica industriale, o meglio nuova politica industriale, in cui la differenza non è fatta dai sussidi e dagli incentivi, ma dalla capacità di orientare tutti i soggetti verso obiettivi comuni, enfatizzando i caratteri di specializzazione e complementarietà che caratterizzano i sistemi dinamici di produzione.

*Assessore scuola Emilia Romagna

Ingv, scontro sul nuovo direttore “È laureato in scienze motorie”, di Elena Dusi

Non bastava il terremoto in Emilia Romagna. A scuotere l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) arriva ora la nomina del nuovo direttore generale. Massimo Ghilardi, 49 anni, è infatti laureato in Scienze motorie e Sociologia. E sulla sua designazione ai vertici gestionali dell’ente incaricato della prevenzione sismica nel nostro tremolante paese il primo a scatenarsi è stato Twitter. «In caso di terremoto il prof di ginnastica saprà correre veloce» o «Che c’è di male. Porterà nuove competenze». Non ha resistito alla tentazione dell’ironia lo storico ex presidente dell’Ingv, Enzo Boschi: «Mens sana in corpore sano. Ai ricercatori farà bene alzarsi ogni tanto dal computer e fare di corsa il giro dell’istituto».
Trafitta pesantemente da Twitter per la gaffe del tunnel dei neutrini era stata d’altra parte anche la madrina politica di Ghilardi, l’ex ministro dell’Università e della Ricerca Mariastella Gelmini, che nel 2009 lo strappò dal suo lavoro di promotore finanziario presso la Banca San Paolo di Brescia per regalargli un’investitura da dirigente del Ministero.
Ironia a parte, ha ragione Stefano Gresta, che dell’Ingv è presidente, a far notare che il ruolo di direttore generale non richiede competenze sismologiche bensì gestionali. Il problema è che la stessa designazione di Gresta, a fine marzo, provocò scossoni nell’Istituto. Fra i ricercatori dell’ente non passò infatti inosservata quella frase nel decreto di nomina firmato dal ministro dell’Università e della Ricerca Francesco Profumo che citava una “carriera universitaria a medio livello”. Formula ovattata e in burocratese. Ma che non lascia certo trasparire stima, e che provocò parecchio malumore fra i ricercatori oltre a un’interrogazione parlamentare.
Ma i guai dell’ente non finiscono qui. La stessa nomina di Gresta infatti può essere considerata una scossa di assestamento del sisma più grande che stava flagellando l’Ingv dall’agosto del 2011. All’epoca il ministro Gelmini scelse come presidente dell’Istituto Domenico Giardini. Ma il sismologo dell’università di Zurigo restò a lungo perplesso sulla congruità dei 115mila euro di indennità. E nella speranza di ottenere nel frattempo anche
una cattedra alla Sapienza di Roma diede vita a un tira e molla di dimissioni durato fino alla fine di marzo, lasciando l’Ingv senza guida per 7 mesi. Sfumata (per il momento) la cattedra, Giardini ha nel frattempo ottenuto una poltrona nel Cda dell’Istituto di geofisica e un posto da coordinatore del settore rischio sismico della Protezione Civile. Lo stesso che una settimana fa azzardò la previsione di nuovi forti scosse tra Finale Emilia e Ferrara.
Se consideriamo che anche Ghilardi passerà dai 106mila euro
percepiti al Ministero (fonte: il suo curriculum vitae) ai 149mila dell’Ingv (fonte: Corte dei Conti), potrà sembrare che tutti, in questa storia, siano felici e contenti. Resta solo da capire come mai le mappe di pericolosità sismica elaborate dall’Ingv classificassero l’Emilia Romagna come “medio- bassa” e indicassero, in caso di sisma, uno scuotimento massimo pari a 0,15 volte la forza di gravità. Mentre il terremoto ha raggiunto un’accelerazione esattamente doppia.

La Repubblica 16.06.12

"Sindacati uniti oggi in piazza con giovani e precari", di Marco Tedeschi

«Lavoro», «welfare», «crescita» e «fisco», sono le parole d’ordine che tengono uniti i sindacati confederali, oggi a Roma per la manifestazione nazionale dal titolo «Il valore del lavoro». Cgil, Cisl e Uil, si troveranno in piazza della Repubblica (Esedra) alle 10,30. Il corteo arriverà un’ora dopo in piazza del Popolo, da dove parleranno i tre segretari generali Susanna Camusso, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti. Di pomeriggio sarà la volta dei precari legati nella rete «Il nostro tempo è adesso», che manifesteranno contro la riforma Fornero e per «La meglio gioventù» che resta in Italia. Si ritroveranno dalle 18 alle 22 in piazza Farnese, sempre nella capitale. Una giornata di mobilitazione, inizialmente prevista per il due giugno e poi rimandata per via del terremoto in Emilia, che ieri è stata anticipata dalle dichiarazioni dei tre leader sindacali, intervenuti alla seconda conferenza nazionale del Pd sul Lavoro: «Dovremo annunciare mobilitazioni e nuovi scioperi contro l’insopportabile iniquità con cui si è esercitato il rigore», ha premesso Camusso. Gli organizzatori prevedono una grande partecipazione e segnalano l’arrivo nella capitale di mille pullman, quattro treni speciali e due navi dalla Sardegna, più i mezzi privati e la presenza dei lavoratori e dei pensionati di Roma e della regione. Come dallo slogan, gli obiettivi della manifestazione sono la riforma del fisco, lo sviluppo, l’occupazione e il welfare, che non deve essere considerato un costo ma una risorsa. Le tre sigle chiedono al governo Monti meno tasse per lavoratori e pensionati, più risorse per l’occupazione e una svolta nella lotta all’evasione fiscale. «L’aggravarsi della situazione economica e sociale dice Vincenzo Scudiere, segretario confederale della Cgil, responsabile dell’organizzazione impone l’esigenza di una svolta nella politica economica». Oggi più di ieri, per la precipitazione della crisi in Europa e l’emergere del dramma sociale dei cosiddetti «esodati». Oltre a denunciare la situazione di milioni di lavoratori e pensionati, Cgil, Cisl e Uil, avanzano proposte e indicazioni possibili sulle risorse da reperire, partendo dall’utilizzo di una quota significativa di quanto recuperato nel 2012 dalla lotta all’evasione fiscale. E ancora, l’istituzione di una tassa patrimoniale sulle grandi ricchezze, l’accelerazione di un accordo con la Svizzera per la tassazione dei capitali esportati e la razionalizzazione dei costi di gestione della pubblica amministrazione e della politica. Concetti ripresi ieri a Napoli, in occasione della seconda conferenza sul Lavoro del Pd, dove i sindacalisti hanno attaccato duramente la riforma Fornero, senza risparmiare critiche agli emendamenti dei Democratici, e anche il neonato decreto Sviluppo del ministro Passera. Di questo ha parlato per prima Camusso, definendo a caldo la legge «non all’altezza dell’aspettativa che c’è su una “fase due” che inverta la tendenza recessiva del Paese. Si può decidere anche che le partecipazioni delle aziende a partecipazione pubblica vadano in Cassa Depositi e Prestiti ha specificato la sindacalista ma vorremmo qualche certezza sul fatto che questo non equivalga a vendere e a privatizzare la partecipazione nelle aziende pubbliche. Ci pare inoltre che anche i provvedimenti relativi all’edilizia, come quelli riferiti al credito di imposta, siano un po’ senza criterio». Misure che, seppur «di portata ridotta rispetto alle intenzioni originarie del Governo», vengono invece valutate «positivamente» dalla Cisl di Raffaele Bonanni. Mentre Luigi Angeletti, sottolinea come sia sempre «meglio vendere immobili che persone, cioè creare nuovi disoccupati».

L’Unità 16.06.12

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“La forza dell’unità”, di Bruno Ugolini

«Il valore del lavoro» un titolo sobrio, essenziale, eppure prepotente. È quello che unisce oggi a Roma masse di donne, uomini, anziani e giovani. Scendono in piazza nel cuore di una crisi devastante, dentro quello che appare un altro tipo di terremoto. Intento a scuotere le esistenze di milioni di persone. L’ultimo dato dice di 500 mila costretti a rompere il proprio rapporto col lavoro e a cercare di resistere con i sussidi ristretti della cassa integrazione. Il «valore del lavoro» gridato, quindi, da chi sa bene che è il lavoro che produce ricchezza ed è nel lavoro che ciascuno costruisce una propria identità, una feconda solidarietà con gli altri. È un tema di fondo che si è un po’ perso nei convulsi confronti di questi mese, quando invece di parlare di lavoro, si parlava, appunto, di licenziamenti più o meno facilitati. Ora è possibile stabilire una nuova partenza? Lo chiedono, insieme, dopo tante divisioni, Cgil, Cisl e Uil. Così il sito del giornale Cgil «Rassegna sindacale» titola «È il tempo del sindacato», mentre la nuova edizione on line di «Conquiste del lavoro» (Cisl) pubblica il famoso Quarto Stato di Pelizza da Volpedo. Un modo per legare il passato al presente. Ed è significativo, a proposito di presente, che un pezzo della manifestazione sia dedicato a un tema caro al movimento delle donne. Molte di loro sfileranno in corteo con una coccarda bianca, un segno di lutto per ricordare le oltre 50 madri, mogli, fidanzate uccise dall’inizio dell’anno, espressione di sotterranei traumi sociali. Così come sarà altamente significativo, dopo la manifestazione mattutina dei sindacati in piazza del Popolo, l’afflusso, nel pomeriggio, sempre a Roma, di coloro che si sono chiamati «La meglio gioventù». È la gioventù, scrivono, che studia «per dare il meglio di se e migliorare le vite di tutte e di tutti ma una volta laureata è costretta ad andarsene». Una giornata densa di significati, ma che non esprime solo protesta. Non si limita a ribadire le critiche giá fatte a provvedimenti ora giunti alla discussione parlamentare, relativi al drammatico caso dei 390 mila esodati o alla manomissione dell’articolo 18, o alle misure insufficienti per i precari. Cgil, Cisl, Uil, proprio guardando all’ incombere della crisi, chiedono un deciso cambio di passo. Tra gli obiettivi: la riforma strutturale del fisco, più risorse per l’occupazione e il welfare che «non deve essere considerato un costo, ma una risorsa». E i mezzi finanziari idonei, dicono, si possono trovare, dopo aver taglieggiato le pensioni dei meno abbienti, colpendo con più vigore l’evasione fiscale, istituendo una tassa patrimoniale sulle grandi ricchezze, accelerando un accordo con la Svizzera per la tassazione dei capitali esportati, intervendo sui costi della pubblica amministrazione e della politica. Saranno ascoltati? Quelli che decantano tanto l’esempio tedesco dovrebbero ricordare che in quel Paese vince la coesione sociale costruita da un sindacato ascoltato dai governi come interlocutore decisivo. Un sindacato dove la divisione non ha imperato e anche in questo sta la ragione della sua forza determinante.

L’Unità 16.06.12

"La scuola è ancora sgarrupata", di Silvio Cerami

Premio allo studente dell’anno, carta di credito ‘IoMerito’, olimpiadi di matematica e fondi alle scuole più meritevoli. Per il ‘maestro sgarrupato’ di ‘Io speriamo che me la cavo’ le misure del Ministro Francesco Profumo «sono un orrore. Dare degli incentivi significa mettere le persone che vivono una situazione di disagio ancor di più in difficoltà. Si sentiranno studenti di serie B». Più che premi e merito «che fanno perdere il valore dello studio», Marcello D’Orta vorrebbe «edifici sicuri, laboratori e apertura. Una scuola attiva», perché avverte se «il ministro ti dà i soldi per studiare e il papà ti difende per ogni cosa, alla fine non educhi, ma distruggi».

Che cos’è il merito per i ragazzi di ‘Io speriamo che me la cavo’?
Gratificazione scolastica ed esistenziale. Per quei ragazzi avere un buon voto non è stato facile. Molti erano impegnati nel lavoro nero, a casa non avevano uno spazio dove poter studiare e prendere un sei non era la semplice sufficienza, ma un dieci, perché erano riusciti a raggiungere l’obiettivo partendo da condizioni di grande svantaggio. Il merito è avercela messa tutta, nonostante le condizioni di grande disagio, ed esserne orgogliosi. Per fare un confronto è come se tra gli atleti che raggiungono il traguardo c’è n’è uno sulla sedia a rotelle, naturalmente ci mette più tempo, ma l’importante è che non cada durante il percorso. Questo merito ha un valore enorme per tutti, per me maestro, per i genitori e soprattutto per i ragazzi.

Merito ed eguaglianza possono essere sinonimi o nelle scuole reali la chiave del risultato accentua le diseguaglianze?
Dare degli incentivi a chi riesce a raggiungere una determinata cosa significa mettere le persone che vivono una situazione di disagio ancor di più in difficoltà. Si sentiranno studenti di serie B, perché non in grado di raggiungere il risultato rispetto a chi vive condizioni migliori. Così a conti fatti si fa una discriminazione. E purtroppo questa situazione nella società si ripete a tutti i livelli. E’ come nel campionato di calcio che parte già sfalsato, perché il premio, lo scudetto, sarà dato al primo in classifico, ma 80 volte su 100 a dividerselo sono le tre squadre più ricche. Con questa visione del merito andiamo a premiare le persone che già partono avvantaggiate.

Quindi non condivide il premio al miglior studente.
Il discorso del ministro Profumo di incentivare, anche in denaro, i ragazzi non è una novità. Nel 2007 il sindaco di New York ha pensato di regalare dei cellulari agli studenti modello. Il problema è che è orrendo. Non si possono pagare i bambini per compiere il loro dovere. La scuola è un loro dovere. Tra l’altro molti studi dimostrano che fare una cosa perché si è ricompensati fa perdere valore alla cosa in sé. Quindi lo studio perde valore. Ricordo poi gli esperimenti di Teresa Amabile, professoressa associata di psicologia alla Brandeis University, che ha messo in evidenza il legame tra ricompensa economica e progetti privi di creatività.

Il premio economico non potrebbe essere utile almeno per disincentivare la dispersione scolastica?
Non penso. Ci sono due tipi di dispersione scolastica e l’ho sperimentato viaggiando per l’Italia. Una volta un’insegnante di un liceo di Padova mi ha detto: «Lei a Napoli ha un problema uguale ed opposto al nostro». Se infatti i miei alunni non andavano a scuola perché, per supplire la povertà, lavoravano in nero, i suoi bigiavano per salire sui ponti del cavalcavia a buttare sassi. Lo facevano per noia. Bisogna studiare il fenomeno. In Campania si parla di un esercito di centomila bambini che lavorano in nero, è una situazione molto complicata. Una volta riuscii con l’assistente sociale a ricondurre a scuola un ragazzo, ma il giorno dopo arrivò il padre e mi disse: “Professò mio figlio ha buscato trentamila lire o mese, mo’ me le date voje”. Mi pose in una situazione angosciante. Come educatore avevo tutto il dovere di riportare a scuola il ragazzo, ma mi rendevo conto di cosa significava sottrarre quella cifra a quella famiglia. Sono considerazioni e domande che un maestro non dovrebbe mai fare. Nell’altro caso, quando il problema è la noia, penso dovrebbe essere risolto soprattutto in seno alla famiglia. E’ la famiglia che deve dire che esistono i valori. Se questo non viene fatto e mettiamo pure gli incentivi a chi studia è la fine di tutto.

l’Espresso 16.06.12

"Il governo impugna la legge Formigoni-Aprea", di R. Palermo

La decisione è stata assunta oggi dal Consiglio dei Minsitri. Ma ci vorranno parecchi mesi per conoscere la decisione della Corte Costituzionale. L’articolo 8 della legge n. 7 della Regione Lombardia che assegna alle singole istituzioni scolastiche specifiche competenze in materia di reclutamento del personale docente potrebbe contenere profili di illegittimità costituzionale.
Questo è il parere del Dipartimento per gli Affari Regionali sul quale il Governo ha basato la decisione di oggi 15 giugno di impugnare la legge di fronte alla Consulta.
Il realtà la formulazione della disposizione contenuta nella legge regionale è particolarmente cauta: “… a titolo sperimentale, nell’ambito delle norme generali o di specifici accordi con lo Stato, per un triennio a partire dall’anno scolastico successivo alla stipula, le istituzioni scolastiche statali possono organizzare concorsi differenziati a seconda del ciclo di studi, per reclutare il personale docente con incarico annuale necessario a svolgere le attività didattiche annuali e di favorire la continuità didattica”.
La legge Formigoni-Aprea, anzi, prevede espressamente che lo Stato emani una apposita norma generale che attribuisca alle scuole competenze in materia di reclutamento oppure che Stato e Regione stipulino uno specifico accordo sulla questione.
Ma evidentemente tutta questa cautela non è stata ritenuta sufficiente dal Governo che negli ultimi giorni ha subito anche il pressing non solo di associazioni, movimenti e sindacati ma anche dello stesso Partito Democratico.
A questo punto non resta che aspettare la decisione che verrà assunta dalla Corte Costituzionale.
I tempi, però, non saranno brevi: nella migliore delle ipotesi se ne parlerà nella primavere del 2013.

La Tecnica della Scuola 16.06.12