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Fassina: Nostro obiettivo etico e politico è la persona che lavora

Relazione introduttiva di Stefano Fassina Seconda conferenza Nazionale per il Lavoro. La nostra Seconda Conferenza Nazionale per il Lavoro cade in una fase difficilissima per l’Italia e per l’Europa. Il nostro pensiero e il nostro abbraccio va innanzitutto agli uomini e alle donne dell’Emilia colpiti da un terremoto infinito. Siamo con voi, vi siamo vicini con solidarietà fattiva. Per ricostruire. Per produrre speranza. Per riaprire il futuro, vostro e dell’Italia. È trascorso un anno esatto dalla nostra prima Conferenza Nazionale per il Lavoro a Genova. Il quadro europeo si è aggravato. Le scelte sbagliate dei conservatori tedeschi e francesi, sostenute da larga parte delle tecnocrazie di Bruxelles, Francoforte e Parigi, hanno acutizzato le tensioni finanziarie sulle economie periferiche dell’Eurozona. La Grecia è al collasso politico e economico perché il Memorandum è insostenibile. Sarebbe stato utile un segnale di disponibilità da parte dei leader dell’area euro per rivedere il Memorandum in vista delle elezioni di domenica prossima. Purtroppo, non e arrivato.

A metà Novembre scorso, grazie in particolare al Pd, è nato il Governo Monti.

L’Italia faticosamente ha riconquistato credibilità in Europa. Una credibilità dovuta al prestigio del Presidente del Consiglio, al senso di responsabilità nazionale del Pd e delle forze economiche e sociali. Una credibilità alimentata, non va dimenticato, dai sacrifici degli uomini e delle donne colpite dagli interventi sulle pensioni, dai tagli ai servizi sociali, dagli aumenti delle tasse, spesso realizzati senza la dovuta attenzione all’equità.

Le condizioni delle persone che lavorano sono difficili, ancora maggiore sofferenza segna la vita di chi ha perso il lavoro –in particolare, gli ultracinquantenni– o non riesce a trovarlo –le generazioni più giovani. Lavoro e impresa soffrono. Ricordo un solo indicatore, purtroppo un leading indicator, un indicatore di tendenza: il tasso di occupazione delle giovani donne nel mezzogiorno è al 30%. Il tasso di disoccupazione corrispondente supera il 50%.

Il lavoro continua a perdere dignità. Ultimo esempio è a Poste dove, in un contratto separato, la maternità equivale alla malattia. Chiediamo all’azienda pubblica di rivedere tale inaccettabile disposizione.

Ma, la recessione non è un evento naturale. Per affrontare i problemi dobbiamo decidere dove andare. È il tempo della politica. La funzione della tecnica è trovare soluzioni efficiente per raggiungere obiettivi dati. Gli obiettivi oggi non sono dati. Anche se come dati vengono presentati. Oggi, siamo ad un bivio storico. È in gioco, in Europa, la strategia dell’euro avviata all’inizio degli anni ’90 come grande disegno politico per riconquistare, nella condivisione europea la sovranità nazionale perduta nell’economia globale sregolata. Oggi, è in gioco la civiltà del lavoro, la democrazia fondata sul lavoro, secondo la formula insuperabile dell’art. 1 della nostra Costituzione.

La posta in gioco non potrebbe essere più alta. Da una parte, la sopravvivenza e il rilancio dell’eurozona e dell’Unione europea per ricostruire le condizioni della civiltà del lavoro e delle democrazie della classi medie, da una parte. Dall’altra, il ripiegamento populista e nazionalista e la condanna al lavoro senza qualità nel “secolo asiatico”.

Dovrebbe essere evidente che l’europeismo conservatore, anche nelle sue versioni tecnocratiche più o meno illuminate, aggrava i problemi e nutre l’antieuropeismo. Di fronte al bivio storico o si prende il sentiero dell’europeismo progressista, oppure l’onda sempre più alta e torbida della sofferenza economica e della rabbia sociale travolge l’europeismo e riporta indietro di quasi un secolo l’orologio della storia europea, ossia alla vigilia delle degenerazioni nazionaliste, populiste e autoritarie. Non è un caso che le varie opzioni centriste, ovunque presenti in Europa come attuazione moderata dell’europeismo conservatore, in versione politica o tecnocratica, siano esangui.

Per le forze dell’europeismo progressista è decisivo rendere visibile e credibile una linea politica alternativa al liberismo mercantilista fondata sulla svalutazione del lavoro.

Una visione centrata sulla valorizzazione della persona che lavora: un neo-umanesimo laburista, sintesi originale della dottrina sociale della Chiesa e dell’attenzione all’asimmetria di potere nella dimensione della produzione propria del movimento socialista.

Dobbiamo respingere l’idea che l’alternativa sia tra resistere e cambiare. Il cambiamento va avanti anche senza il nostro consenso. Dobbiamo saper indicare che l’alternativa è tra cambiamento regressivo e cambiamento progressivo.

Il contributo della Seconda Conferenza Nazionale per il lavoro per una credibile proposta di governo orientata al cambiamento progressivo, è nel titolo del nostro appuntamento: “Sviluppo sostenibile per la buona e piena occupazione”. È un lessico impegnativo. Un lessico ancora poco familiare anche per le forze progressiste.

Per la buona e piena occupazione , l’attenzione dedicata alle regole del mercato del lavoro nell’agenda europea e italiana è stata eccessiva e fuorviante, frutto di una linea di politica economica sbagliata. Abbiamo fatto argine alla cancellazione dell’art.18 dello Statuto dei Lavoratori non per ragioni ideologiche. Al contrario, per ragioni concrete: l’intervento sull’art. 18 aveva l’obiettivo di indebolire ulteriormente il potere contrattuale dei lavoratori e delle lavoratrici per favorire la riduzione delle retribuzioni e del costo del lavoro. Insomma, la svalutazione del lavoro, in alternativa alla impossibile svalutazione della moneta, per tentare un illusorio recupero di competitività. Tale strada per noi è impercorribile. Ci stupisce che, ancora un paio di giorni fa, il Presidente del Consiglio insista a definire “ipergarantiti” o “eccessivamente protetti” i lavoratori e le lavoratrici oggetto dell’ art. 18.

Caro Presidente, non funziona l’utilizzo strumentale delle drammatiche condizioni delle giovani generazioni per continuare a svalutare l’universo del lavoro subordinato. Se proprio vuol colpire qualche garanzia eccessiva riduca i compensi e le buonuscite multi-milionarie dei manager pubblici o proponga in Italia un rapporto decente tra compensi al top e compensi medi nelle banche e nella altre istituzioni finanziarie.

Noi abbiamo proposte in senso opposto. Per la buona e piena occupazione, la priorità sono le politiche per lo sviluppo sostenibile da definire ed attuare contestualmente nell’area euro e in Italia. La priorità è il cambio di rotta nell’euro-zona. Insistere come ha fatto ancora ieri la Bce su austerità cieca e riforme strutturali porta a sbattere. Di quale ulteriore evidenza abbiamo bisogno? Abbiamo un drammatico ostacolo ideologico da rimuovere. Aveva ragione Keynes a scrivere che “presto o tardi sono le idee, non gli interessi costituiti, che sono pericolose, sia in bene che in male”.

La rotta da seguire è tracciata nella Dichiarazione di Parigi discussa a Marzo scorso da Hollande, Gabriel e Bersani, sulla quale ieri ieri si è registrata forte sintonia tra il Governo Monti e il presidente Hollande, una fatto politico di primaria rilevanza per noi e per l’euro zona: mutualizzazione dei debiti sovrani, investimenti finanziati da euro project bonds, tassa sulle transazioni finanziarie, golden rule, coordinamento delle politiche retributive e fiscali, funzioni adeguate della Banca Centrale Europea. Il vertice dei Capi di Stato e di Governo del 28 e 29 Giugno deve definire l’ambiziosa agenda e avviare le prime risposte. L’involuzione della situazione in Grecia e in Spagna porta l’urgenza dell’unione bancaria nell’euro area per garantire i depositi, ricapitalizzare e controllare le banche in difficoltà, regolare e supervisionare il sistema degli intermediari finanziari. La prospettiva di lungo periodo sono gli Stati Uniti d’Europa per ricostruire le condizioni della civiltà del lavoro. È l’obiettivo politico della nostra generazione e della generazione successiva alla nostra. Nell’immediato, passi avanti per un area euro dotata di una governance economica legittimata sul piano democratico: una fiscal union.

La legge di bilancio di ciascuno Stato euro viene autorizzata alla presentazione al Parlamento nazionale dalla Commissione europea guidata da un Presidente eletto direttamente dai cittadini.

L’agenda italiana
Per lo sviluppo sostenibile per la buona e piena occupazione l’agenda è centrata sull’eurozona, come abbiamo ricordato prima. È un’agenda nota e largamente condivisa in Italia dal Governo Monti, dal Pd e dalle altre principali forze politiche. L’agenda domestica è meno condivisa.

È, per noi, un’agenda segnata da due driver sistemici e complementari, sollecitatori e bussola di tutte le riforme di settore:
• l’innalzamento del tasso di occupazione femminile fino a raggiungere nel 2020 il 60% (ossia circa 3 milioni di donne occupate in più rispetto ad oggi);
• l’innalzamento della specializzazione produttiva dell’Italia

Tali driver devono guidare gli investimenti sulla conoscenza, gli interventi di politica industriale e fiscale, le decisive politiche territoriali per lo sviluppo, le riforme strutturali, gli investimenti per la logistica.

Il governo Monti ha ricevuto un’eredità pesantissima. Innanzitutto, l’irresponsabile ed irrealistico impegno assunto dal governo Berlusconi al pareggio di bilancio nel 2013. Il governo Monti opera tra vincoli soffocanti. Va ricordato alla Lega e al PdL che, dopo tanti danni fatti all’Italia chiedono oggi a Monti quanto non hanno fatto in un decennio di Governo.

Tuttavia, il governo ha margini di miglioramento. Proprio perché abbiamo scelto di sostenere con lealtà il governo Monti fino alla fine della legislatura rileviamo con intento costruttivo che a volte il governo ha manifestato una cultura economica inadeguata alle sfide della fase.
Ha sottovalutato l’effetto recessivo dell’austerità; ha sopravvalutato la rilevanza delle riforme strutturali; ha trascurato la necessità delle politiche industriali; ha dato scarsa attenzione all’equità, principio decisivo anche per lo sviluppo; ha frainteso la funzione delle forze economiche e sociali, considerate pericoli corporativi da evitare, anziché soggetti di provata capacità di interpretare l’interesse generale.

Per la ripresa, oggi, la variabile chiave sulla quale intervenire è la domanda: non il suo generico aumento, ma la qualificata sollecitazione di innovazione produttiva. Insomma, Keynes al servizio di Schumpeter.

A tal fine, va urgentemente allentata la morsa dell’austerità auto-distruttiva. Dobbiamo dire la verità: gli obiettivi di finanza pubblica inseguiti dall’Italia sono irrealistici e insostenibili. Generano involuzione economica, sociale e democratica, oltre che instabilità di finanza pubblica. L’Italia come larga parte dell’euro zona è avvitata in una spirale di austerità-recessione-austerità. I famosi mercati, in realtà poteri sovrani nelle mani di pochi, sono preoccupati per la recessione non per l’andamento della spesa pubblica.

Proponiamo di definire, insieme alla Commissione europea, un allentamento del percorso di riduzione del deficit per consentire i seguenti interventi: una revisione selettiva del Patto di Stabilità Interno per il 2012 e 2013 per investimenti qualificati degli Enti Territoriali, in particolare dei Comuni; la cancellazione dell’aumento dell’Iva per il 2012; l’utilizzo delle risorse rinvenute dalla spending review per il pensionamento degli esodati, il finanziamento della scuola pubblica e del “Fondo per le politiche sociali” dei Comuni, svuotato dal governo Berlusconi, ma essenziale per promuovere la partecipazione femminile al lavoro.

Non è necessario seguire il paradigma keynesiano per riconoscere che l’innalzamento del deficit in valore assoluto verrebbe compensato dall’ampliamento del Pil.

Quindi, obiettivi sostanzialmente in linea con le previsioni, ma qualche decina di migliaia di imprese in più e qualche centinaio di migliaia di disoccupati in meno. Il Governo Monti deve discutere le correzioni indicate con la Commissione europea. Non c’è più tempo da perdere per allentare il soffocante cortocircuito in atto. L’Italia oggi ha le carte in regola per contrattare un percorso realistico di pareggio di bilancio: un saldo primario strutturale in attivo nel 2013. Il presidente Monti deve avere maggiore determinazione.

La discussione sui tagli alla spesa corrente rischia di fare danni molto seri. Attenzione. Spesa corrente non è uguale a sprechi. I tagli orizzontali alla spesa corrente hanno effetti redistributivi pesantemente regressivi.

Colpiscono i più deboli. Qualche settimana fa, in un’assemblea a Terni, una giovane maestra di scuola elementare ha segnalato che verso la fine del mese uno stesso gruppo di bambini fa regolarmente assenze. La ragione è nell’impossibilità delle loro famiglie di pagare la quarta settimana di buoni pasto. È una realtà inaccettabile per la nostra Costituzione. La spesa pubblica va radicalmente riqualificata non tagliata, attraverso una profonda ristrutturazione industriale delle amministrazioni pubbliche. Invece, di fronte ad obiettivi di bilancio impossibili e conseguenti insostenibili aumenti di tasse, si propone di tagliare la spesa come se fosse tutta sprechi e come se la riduzione di spesa non avesse impatto macroeconomico negativo tanto quanto l’aumento delle imposte. No, non ci siamo. Attenzione. Senza riorganizzazione industriale delle macchine amministrative e senza scelte di altre priorità, tagliamo le condizioni di vita delle persone, in particolare delle persone con minori opportunità.

Contestualmente agli interventi di finanza pubblica, va reso effettivo lo schema di anticipo bancario dei pagamenti delle pubbliche amministrazioni verso le imprese, in particolare quelle di dimensioni minori. Vanno rafforzati gli strumenti di accesso al credito delle micro e piccole imprese. Va utilizzato il potenziale di Cassa Depositi e Prestiti anche per attrarre risorse private nel finanziamento di investimenti infrastrutturali pubblico e di interesse pubblico.

Per lo sviluppo sostenibile, per la riconversione ecologica dell’economia e della società, la politica industriale deve tornare ad essere, a tutti gli effetti, una delle componenti della più generale strategia di politica economica. L’assenza del Ministero dello Sviluppo Economico è preoccupante.

Quanta sarebbe stata più utile all’Italia una discussione di 4 mesi sulle politiche industriali invece che sull’art. 18? Da Finmeccanica a Fincantieri, dall’auto, all’acciaio, alla chimica di base, all’energia è necessario correggere errori e esercitare interventi di orientamento. Le risorse finanziarie sono un elemento chiave. Consapevoli dello spettro della Gepi, dovremmo valutare la possibilità di estendere lo spazio di intervento del Fondo Italiano per gli Investimenti Strategici attivato da CDP per investimenti su imprese di grande potenzialità ma a rischio di acquisizione esterna o di ridimensionamento per errori del management o per assenza di risorse finanziarie della holding pubblica.

Per capirci: Ansaldo Energia e Ansaldo Breda possono rimanere nel perimetro di una Finmeccanica dotata di un programma industriale ambizioso e credibile? Va recuperata ed aggiornata l’impostazione del programma Industria 2015: Industria, Agricoltura e Servizi 2020, perché da tempo la distinzione manichea ha perso senso. Ad esempio, è largamente sottostimato il contenuto industriale nell’ambito agricolo o dei servizi.

Prioritaria almeno quanto le politiche industriali per lo sviluppo sostenibile è una meno sperequata distribuzione del reddito e della ricchezza. Oggi, l’equità non è soltanto un principio etico per noi fondativo.

È variabile macroeconomica decisiva. Correggere in senso progressivo l’Imu attraverso l’ampliamento delle prime abitazioni esentate e maggior coinvolgimento dei patrimoni immobiliari di elevato valore è utile allo sviluppo.

Il Mezzogiorno come “questione nazionale”
La recessione ha mostrato i suoi effetti più pesanti nelle regioni del Mezzogiorno. Tuttavia, Nord e Sud presentano differenze di livelli, non di tendenze di fondo. Le due aree restano profondamente integrate dal punto di vista economico. Il Mezzogiorno è questione nazionale in quanto richiede, in termini ancora più urgenti e in forme specifiche, la medesima agenda di riforme necessaria al resto di Italia. Se ne facciano una ragione i teorici delle “due Italie”.

Il Piano di azione e coesione predisposto dal Ministro Barca va nella giusta direzione e lo sosteniamo con convinzione.

Gli interventi sul mercato del lavoro
Il disegno di legge per il mercato del lavoro approvato al Senato e ora alla Camera, ha, oltre a rilevanti limiti, misure positive. È positiva la centralità prevista per il contratto di apprendistato. Sono positivi i filtri inseriti all’utilizzo dei contratti a progetto e dei rapporti a Partita Iva. Tra questi, l’introduzione del compenso minimo legato ai minimi dei contratti nazionali di lavoro. È positiva la reintroduzione del contrasto delle dimissioni in bianco e la identificazione dei voucher nel settore agricolo.

Tuttavia, il disegno di legge del governo segue una strada opposta alla nostra per contrastare i vantaggi di costo dei contratti precari: invece di puntare a ridurre gli oneri sociali del contratto di lavoro a tempo indeterminato, aumenta anche pesantemente, come nel caso dei co.co.pro. e delle partite Iva iscritte alla gestione separata Inps il costo del lavoro delle forme contrattuali “flessibili”. Il lavoro emendativo svolto alla Commissione Lavoro del Senato, sostenuto dal concorso dei nostri deputati della Commissione Lavoro della Camera, ha portato significativi miglioramenti al testo presentato dal Governo. Ringrazio Tiziano Treu per il prezioso impegno dei Senatori e delle Senatrici e ringrazio Cesare Damiano per l’aiuto venuto dalla Camera ora alle prese con un difficilissimo esercizio di responsabilità politica a causa della confusione e delle contraddizioni del PdL.

Nel disegno di legge vi sono limiti importanti da affrontare: gli oneri sociali sul variegato universo dei contratti di lavoro, per evitare che l’aumento delle aliquote contributive per i lavoratori a progetto e con partita Iva si traduca in una riduzione del loro reddito netto; la ridefinita indennità di disoccupazione (“Assicurazione sociale per l’impiego”, Aspi) per coprire l’insieme dei lavoratori, compresi i parasubordinati; il buco di copertura reddituale per i lavoratori e lavoratrici 60-enni dopo l’eliminazione dell’indennità di mobilità, data la durata massima dell’Aspi di 18 mesi, la cancellazione delle pensioni di anzianità e l’innalzamento brutale dell’età di pensionamento; la contribuzione figurativa dei contratti stagionali; la durata del contratto a tempo determinato senza causali; le politiche attive del lavoro, dei servizi per l’impiego e della formazione, affidate ad una delega scomparsa.

I punti di criticità indicati difficilmente possono essere risolti nel passaggio alla Camera.

In assenza di soluzioni positive, saranno misure prioritarie per il nostro impegno nella prossima legislatura.

Come è nostro impegno la correzione degli errori compiuti nell’intervento sul sistema pensionistico attuato nel decreto “Salva-Italia”. Da subito, per risolvere le insostenibili condizioni dei cosiddetti “esodati” e dei lavoratori e lavoratrici in contribuzione volontaria. Auspichiamo che la settimana prossima il Ministro Fornero indichi al Parlamento le tipologie di situazioni da salvaguardare e il piano finanziario per salvaguardarle. Noi abbiamo presentato una proposta di legge. È inaccettabile l’approssimazione e il rimpallo di responsabilità tra Inps e Ministero del Lavoro. La dimensione del problema va riconosciuta ufficialmente da chi ha commesso l’errore. Non può essere scaricata sulla prossima legislatura.

Non verremmo trovare i Ministri di oggi editorialisti domani a bacchettarci sui quotidiani per l’innalzamento della spesa pensionistica necessario ad aggiustare gli errori da essi compiuti.

Entro Giugno il Ministro Fornero deve anche adempiere all’impegno da lei assunto prima del voto sul Presidente dell’Inail: il Parlamento attende il disegno di legge per la riforma della governance degli enti previdenziali. È insostenibile sul piano democratico e sul piano della funzionalità operativa la conservazione di organi monocratici sostanzialmente privi di controllo. Una governance democratica all’Inps avrebbe probabilmente contribuito ad evitare il caos esodati.

Nella prossima legislatura, va anche affrontata la differenziazione dei requisiti di accesso al pensionamento per lavoratori e lavoratrici impegnate in attività usuranti.

Chi ha svolto per 40 anni lavoro d’ufficio non può essere trattato come chi è stato per un lungo periodo sulla catena di montaggio o sui ponteggi.

Subito, invece, va corretto il provvedimento di detassazione della retribuzione di secondo livello che aumenta il carico fiscale sul lavoro dipendente.

Resta, inoltre, fermo l’impegno del PD per l’approvazione di uno Statuto del lavoro autonomo e professionale rivolto alla promozione, alla valorizzazione e all’estensione delle tutele sociali di una realtà di grande rilievo per il sistema economico e l’occupazione.

Lo sviluppo sostenibile per la buona e piena occupazione richiede il miglioramento delle funzioni pubbliche. A tal fine, i lavoratori e le lavoratrici delle pubbliche amministrazioni non sono un nemico da combattere, ma risorse da valorizzare, dopo anni di mortificazioni morali e economiche. Il Protocollo sottoscritto da organizzazioni sindacali, ministro della funzione pubblica, regioni e enti locali rappresenta un passo importante verso l’innovazione.

Il PD chiede che il Protocollo venga licenziato al più presto dal Consiglio dei Ministri e rapidamente approdi in Parlamento per una rapida approvazione come legge delega.

I giovani e le donne
Nel quadro della politica europea per lo sviluppo sostenibile e la buona e piena occupazione, ribadiamo l’urgenza del Piano nazionale per il lavoro giovanile e femminile definito nelle sue linee di fondo alla Conferenza per il lavoro di Genova. Proponiamo l’avvio di progetti di lavoro per la tutela ambientale, la cura del territorio, la promozione di altre attività di pubblico interesse per impiegare giovani inoccupati e disoccupati per periodi limitati tempo, a rotazione, per un compenso mensile analogo al trattamento di disoccupazione. I progetti dovrebbero essere realizzati da soggetti, locali o nazionali, pubblici o dell’area del volontariato e del terzo settore.

Le risorse per questo piano straordinario per il lavoro giovanile potrebbero derivare dall’utilizzo di fondi strutturali europei.

Le relazioni industriali e la democrazia economica
Con l’accordo del 28 giugno del 2011, le parti sociali hanno compiuto un passo rilevante verso un “decentramento controllato” della contrattazione. E’ un accordo giustamente difeso dai firmatari di fronte allo stravolgimento tentato dal governo di centro-destra con l’art 8 della manovra finanziaria dell’agosto del 2011. Il Pd ha proposto in Parlamento l’abrogazione dell’art. 8.

Rimane, tuttavia, aperta, per quanto riguarda il livello nazionale, la questione della misurazione della rappresentatività delle organizzazioni, dei criteri della rappresentanza e dell’esercizio della democrazia sindacale. A nostro parere, il documento unitario di CGIL, CISL e UIL del maggio 2008 può ancora essere la base per un’intesa di carattere generale fondata sull’equilibrio tra la responsabilità negoziale dell’organizzazione sindacale e la partecipazione degli iscritti e di tutti i lavoratori e lavoratrici alla validazione degli accordi e dei contratti.

In questo contesto, la vicenda Fiat rappresenta un elemento di particolare gravità.

Non soltanto per i diretti interessati, ma per la Costituzione della Repubblica. La Fiat nega alla FIOM l’esercizio dell’attività sindacale all’interno dei luoghi di lavoro in conseguenza della mancata firma del contratto. La questione è arrivata alla Corte Costituzionale, dopo che vari tribunali hanno emesso sentenze di segno diverso. Indipendentemente dagli esiti giudiziari, l’incertezza legislativa va superata. Il PD in Parlamento ha preso l’iniziativa per modificare l’art 19 della Statuto dei Lavoratori per la piena agibilità sindacale nelle imprese di tutte le organizzazioni rappresentative senza esclusioni motivate dall’assenza di firma dei contratti.

Su un punto il sistema delle relazioni industriali del nostro paese è sicuramente in ritardo rispetto alla realtà europea: la democrazia economica. Un nostro emendamento al Disegno di Legge sul lavoro approvato al Senato delega il Governo ad applicare l’art 46 della Costituzione per la collaborazione dei lavoratori e delle lavoratrici alle scelte strategiche delle imprese. Vogliamo andare avanti.

Tanti dei punti qui richiamati sono presenti nella piattaforma della manifestazione di Cgil, Cisl e uil domani a Roma. Per questo, ci saremo anche noi domani.

Conclusione: la sfida da raccogliere
Lo scenario politico europeo è in evoluzione. Si affermano i socialisti in Francia. La Spd vince in decisivi lander. Il Pd, pur tra contraddizioni e difficoltà, conquista tanti Comuni nella recente tornata amministrativa. Tuttavia, i partiti sono in difficoltà, vittime, oltre che di casi di immoralità e incompetenza, dell’impotenza della democrazia. Senza ritrovare la capacità di rispondere efficacemente alle domande di benessere sociale della polis, i partiti e le istituzioni democratiche non si salvano. Crisi della democrazia e regressione del lavoro sono due facce della stessa medaglia. Soltanto soggetti politici europei, costruiti intorno a visioni alternative dell’interesse generale e riconoscibili negli insediamenti sociali possono rianimare la democrazia e i partiti come strumenti dei cittadini per concorrere con metodo democratico alla politica. Per il Pd il baricentro è il lavoro subordinato in tutte le sue forme. Il baricentro, non il recinto: la forza centripeta più intensa per attrarre una credibile alleanza di progresso.

La proposta avanzata al Paese da Bersani punta a costruire una Terza Repubblica fondata su partiti rigenerati sul piano morale ed intellettuale attraverso l’apertura alla partecipazione qualificata delle migliori energie sociali, economiche e culturali. Una democrazia articolata secondo i principi della sussidiarietà verticale e orizzontale. Dopo il fallimento del populismo caratterizzato dalla ricerca del consenso senza riforme, nel mezzo dell’illusoria scorciatoia tecnocratica dedicata alla ricerca delle riforme senza consenso, è l’ora di riprendere l’unica strada possibile: la via costituzionale della democrazia fondata su partiti rifondati per le riforme condivise.

Da noi, l’aggravamento della malattia economica e democratica rende ancora più visibile il conformismo culturale di tanti intellettuali progressisti stagionati, columinist dei più importanti quotidiani nazionali “indipendenti”. Scriveva nel Febbraio 1981 Federico Caffè, ricordato in queste settimane nel 25-esimo anniversario della sua scomparsa: “Uno degli indici più preoccupanti dell’accrescersi, nel nostro Paese, della situazione di ‘regime’ è costituito dall’aggravarsi del conformismo nella informazione: con riguardo particolare a quella economica”. Aveva ragione allora. Ha ragione ancora di più oggi. Un conformismo asfissiante che mette alla gogna come “guastatore”, “irresponsabile”, quasi un black block chi segnala l’ampliamento dello spread sociale e dello spread democratico e indica con preoccupazione la faglia tra istituzioni della democrazia e società.

Nonostante i potenti conformisti, il dibattito di policy inizia ad essere partecipato da tante energie intellettuali fresche. Sono preziosissime. Senza combattere la battaglia delle idee non si vince la battaglia politica.

Il 24 febbraio scorso, in una intervista al Wall Street Journal, Mario Draghi, Presidente della Banca Centrale Europea, alla domanda “quale indicatore guarda per primo al mattino?” rispondeva: “gli indici di borsa”. Risposta dovuta. Mario Draghi “governa” la politica monetaria. È il capo di una banca centrale impegnata, con misure straordinarie, a spegnere l’incendio finanziario e a contenere i danni causati dalla linea di politica economica imposta dalle destre europee.

La domanda a Mario Draghi evoca la domanda cardinale per le democrazie fondate sul lavoro, quindi per i progressisti: chi è il policy maker che da qualche parte, a Bruxelles, a Francoforte, nelle altre capitali dell’Unione europea, la mattina quando arriva in ufficio legge, come primo indicatore, lo spread sociale e lo spread democratico? Tutti qui conosciamo il livello raggiunto ieri dallo spread sui Btp.

Quanti, qui, conoscono l’aumento del numero dei disoccupati dalla primavera del 2008?
Si può affrontare la sfida del lavoro e della sua qualità senza riordinare le priorità del discorso pubblico?
Possiamo uscire dal tunnel senza incardinare l’agenda della politica alla buona e piena occupazione?
Senza riconquistare centralità per la persona che lavora?
Si può ricostruire fiducia nella politica come forza di cambiamento progressivo, si può parlare alle generazioni più giovani con il lessico broker della City?
Tassi di interesse e pareggio di bilancio sono variabili strumentali. Il nostro obiettivo etico e politico è, deve essere, la persona che lavora.

Lo dobbiamo dire forte e chiaro.

Soltanto così possiamo animare la fiducia in un’agenda di speranza.

Stefano Fassina – Responsabile Nazionale Economia e Lavoro PD

Scuola: Ghizzoni (PD) bene CDM su reclutamento, ora immissioni in ruolo

Precariato nella scuola è un problema che va affrontato di petto. “Il Consiglio dei ministri ha compiuto un atto importante per ristabilire il dettato costituzionale – lo dichiara Manuela Ghizzoni, presidente della Commissione Cultura della Camera, in merito alla decisione del CdM di impugnare davanti alla Corte Costituzionale la legge per la crescita, lo sviluppo e l’occupazione della Regione Lombardia –
La legge Formigoni, approvata lo scorso aprile dal Consiglio regionale della Lombardia, stabilisce il reclutamento diretto dei docenti supplenti da parte delle scuole lombarde, in violazione dell’articolo 117 della Costituzione e in spregio delle graduatorie ad esaurimento basate su requisiti oggettivi. La legge regionale, pertanto, non rispetta il dettato costituzionale che affida in via esclusiva allo Stato la definizione delle norme generali sull’istruzione, fra le quali rientrano, ovviamente, anche quelle che disciplinano il reclutamento degli insegnanti. La legge lombarda rappresenta una fuga in avanti e bene ha fatto il CdM ad impugnarla. Resta sul tavolo il problema del precariato nella scuola che va affrontato di petto: una buona notizia sarebbe quella di provvedere alle 22mila immissioni in ruolo, previste nel priano triennale 2011-2013. Una risposta concreta alla continuità didattica e – ha concluso la presidente Ghizzoni – all’accrescimento dei livelli di apprendimento valida per tutte le scuole italiane”

Bersani a Monti: «Riprendiamoci la sovranità», di Maria Zegarelli

«Bisogna riorganizzare i fondamentali, riprendere sovranità» e affiancare al rigore sui conti anche le misure per la crescita. Lo ha detto l’altro giorno alla Camera e lo ripete anche adesso, in occasione dell’Assemblea nazionale Pd sull’Agricoltura, il ministro per le politiche Agrarie Mario Catania è seduto in prima fila, ha da poco concluso il suo intervento. Pier Luigi Bersani richiama la politica ad esercitare il proprio ruolo e, rivolgendosi al ministro, esorta: «Anche nell’emergenza abbiamo bisogno che il sistema Paese cominci ad alzare la testa». Sottolinea: «Con Monti ci intendiamo larghissimamente, ma non si può dire che una volta è la crescita che manca, una volta è la riforma del lavoro, un’altra il debito perché i mercati leggono la realtà ma anche la creano e se hanno deciso di andare a prendere il predatore dalla savana decidono indipendentemente dal fisico dell’animale». E l’animale-Italia è sotto botta, morso dalla recessione. Per questo il segretario Pd invoca un «gesto politico» senza del quale «l’Europa non può uscire dal problema». Il Pd, come il Pdl, sa bene che dopo Monti l’emergenza sarà ancora lì e i problemi se li ritroverà sul tavolo chi andrà al governo, per questo il segretario dice che anche in questa «emergenza e in questa transizione» è necessario iniziare «a seminare idee su cui lavorare in continuità ragionando attorno a un orizzonte produttivo e a una missione Italia sui temi dell’ambiente della qualità e dell’innovazione». Saranno cruciali le prossime settimane e se qui in Italia «si tratta di trovare un po’ di risorse per la crescita, che è una parola grossa» ma almeno serve a contrastare la recessione, in Europa «ognuno si deve prendere le sue responsabilità». Bene che il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Shauble preveda «una ripresa per il nostro Paese a partire dal 2013, ringraziamo, siamo grati, però sappiamo di avere dei problemi». E tra questi c’è quell’enorme carico sulle spalle degli italiani dovuto alle manovre e al «salvaitalia», ragion per cui da qui in avanti «non possiamo massacrare chi è già in grosse difficoltà». Ovvio il riferimento alla spending review, «c’è modo e modo di fermare la recessione» e meglio sarebbe intervenire in modo oculato. «Abbiamo un problema di mercato delicatissimo dice cerchiamo di affrontare questo tema con equilibrio stando ben attenti a dove andiamo a mettere le mani. Non possiamo colpire i ceti che hanno bisogno di consumare». E bene anche l’annuncio della vendita dei beni pubblici, ma anche qui il partito democratico vuole vedere come sarà strutturata. «Se è quello che penso che sia, è una proposta venuta fuori dagli enti locali ed è una cosa positiva, ma va ben organizzata».
IL MANIFESTO DEI SINDACI
Ma dopo la direzione di venerdì, nel corso della quale Bersani ha annunciato la sua candidatura alle primarie, la macchina elettorale è partita. Mentre il sindaco di Firenze, Matteo Renzi sonda su quanti ma soprattutto chi lo appoggerà se dovesse decidere di sfidare il segretario, centinaia di suoi colleghi, sindaci, presidenti di Provincia e Regione, una scelta sembra l’abbiano già fatta. In un Manifesto, sottoscritto tra gli altri da Piero Fassino (Torino), Roberto Cosolino (Trieste), Virginio Merola (Bologna), Massimo Cialente (L’Aquila), Vasco Errani (Emilia Romagna), Gianfranco Ganau (Sassari), dedicano un intero passaggio alla Carta di intenti che Bersani ha lanciato durante la direzione. «Ci sentiamo coinvolti in questo percorso e vogliamo contribuire ad arricchirlo», dicono.
Quello degli amministratori è un Manifesto con il quale si dicono in campo per la sfida delle elezioni politiche per la vittoria del Pd. «La difficoltà crescente di trovare soluzioni concrete scrivono nel manifesto coinvolge direttamente noi sindaci che viviamo con angoscia questa fase perché abbiamo la percezione che la soluzione, se la si vuole trovare, sta nel ricreare una sana gerarchia dei valori delle cose e che la montante ondata populista può solo aggravare la disillusione dei cittadini in quanto non può dare soluzioni». E in un momento in cui la crisi morde soprattutto i Comuni con un taglio dei trasferimenti e il patto di stabilità che strangolano i margini di interventi, gli amministratori, puntano su «una sintesi alta tra la dimensione territoriale e la sfera globale». «Ce la possiamo fare sostengono nel documento se la politica nazionale assume il valore locale come fondante della sua riscossa e se con umiltà si accetta che spesso quello che accade a livello locale è importante perché assume carattere di valenza complessiva». Sindaci e presidenti di Provincia e Regione del Pd sanno che lo spettro da combattere alle prossime elezioni è l’astensionismo, l’antipolitica, il grillismo e la disillusione, tutto ciò che ha portato alla «profonda frattura che si è aperta tra la politica e i cittadini». Il percorso indicato da Bersani li convince e il Manifesto ha tutta l’aria di essere un appoggio alle primarie.
Il segretario dal canto suo sta pensando ad un incontro a luglio con tutti gli amministratori Pd.

l’Unità 15.06.12

"Corsa contro il tempo nei paesi senza scuole. Errani: subito i lavori. I sindaci: ce la faremo", di Giusi Fasano

Una scuola elementare piccola piccola che non c’è più, settembre che bussa già alla porta e un rischio che si fa strada fra le macerie. «Il pericolo è che qualcuno ci dica “adesso si chiude”» riassume Silvia Costa, presidente del Comitato dei genitori. «Resistere, questo è il nostro grande sogno. Sappiamo bene che dopo il terremoto siamo più vulnerabili ma ci siamo sempre battuti per difendere la scuola dalla chiusura e ce la faremo anche stavolta». Antonella Borghi, per tutti la «supermaestra» di Alberone (una frazione di Cento), dice che «disperdere questi alunni sarebbe un delitto» e si commuove quando racconta dei suoi sessanta e più bambini che «una volta alla settimana vengono da me, in un cortile, a parlare della paura delle scosse». Nelle cinque classi difese con le unghia e con i denti dal Comitato genitori nessuno potrà più entrare, «ci sono crepe non riparabili» spiega la maestra Borghi, «non sappiamo nemmeno se riusciremo a recuperare la lavagna multimediale, i libri, il materiale dei bambini… so che in mezzo al disastro queste sembrano piccolezze ma per i bambini sono cose importanti».
Tutto è importante, per le scuole dei Comuni emiliani terremotati con le sue 223 scuole danneggiate e inagibili e con i suoi 71.412 alunni rimasti senza classe. Non c’è un solo dettaglio che possa essere lasciato al caso o, peggio, tralasciato se si vuole vincere la corsa contro il tempo, il peggiore dei nemici. Perché tre mesi (si riapre il 17 settembre) sono pochi per mettere in piedi le scuole provvisorie che sostituiranno i vecchi edifici lesionati da abbattere (dati non ufficiali dicono che sono una novantina) o quelli che non si farebbe in tempo a rendere sicuri. E dove non sarà possibile recuperarli, serviranno anche banchi, libri, sedie, laboratori vari, palestre, lavagne computer, materiale didattico di ogni genere. «Tanto per citarne una: abbiamo speso 100 mila euro di giochi solo alla scuola materna, avevamo appena comprato lavagne multimediali…» dice il sindaco di Finale Emilia Fernando Ferioli. «Ora le mie scuole sono tutte inagibili anche se non tutte hanno danni seri. E io ho un migliaio di bimbi alle elementari, un altro migliaio alle medie e milletrecento alle superiori. Però ci può scommettere, ce la faremo».
C’era anche il sindaco Ferioli, ieri, alla riunione bolognese di cinquanta sindaci voluta dal presidente della Regione Emilia Romagna Vasco Errani e dal capo della Protezione civile Franco Gabrielli. Tracciate le linee-guida degli interventi più urgenti: «Prima di tutto il tema delle scuole» ha spiegato lo stesso Errani. «Farò un atto già nei prossimi giorni per consentire ai sindaci di attivare subito i lavori. Poi, stringeremo assolutamente i tempi per acquisire, dove serve, i moduli provvisori per le scuole». «Ce la faremo, non ho alcun dubbio» si dice certo l’assessore regionale all’Istruzione Patrizio Bianchi, «a settembre ogni studente avrà la sua classe. E perché tutto vada bene contiamo molto sui sindaci, la nostra più grande risorsa».
«Da noi non ci sono scuole crollate ma al momento non sono utilizzabili le elementari e una delle due è messa proprio male» dice il sindaco di Cavezzo Stefano Draghetti che pensa all’utilizzo di strutture in legno per settembre e che si pone anche il problema di cosa fare poi di quelle scuole provvisorie. Il sindaco di Medolla Filippo Molinari ha pensato ai suoi due bambini: «Io manderò i miei figli nelle scuole che avranno l’agibilità strutturale, ovvio. Ma a questo punto al di là dell’agibilità si impone anche l’adeguatezza antisismica. Preferirei aprire i cantieri e metterle tutte e norma antisismica…». Ha più di un problema grave, il sindaco Molinari: il suo Comune ospita molte aziende-leader nel biomedicale, settore di punta dell’economia modenese. E anche in quel caso è una corsa contro il tempo, per non perdere la partita dell’occupazione. Lo sa bene il ministro della Salute Renato Balduzzi che ieri ha promesso tempi rapidi per «i pagamenti» e per la «ricostruzione, almeno minima, del tessuto produttivo».

Il Corriere della Sera 15.06.12

"Sinistra e società civile", di Michele Prospero

Nelle accese polemiche scoppiate dopo le (talune) infelici nominealle Autority, è tornata a risuonare con ritrovato vigore una antica litania contro la partitocrazia. C’è sicuramente qualcosa di stucchevole in un folto professionismo dell’antipartitocrazia che galoppa intrepido in una età di partiti assenti o precipitati in gravi dilemmi esistenziali. E tuttavia, dopo aver eliminato la fastidiosa coltre ideologica, ravvisabile nel lamento di chi maltratta i partiti come escrescenze e si promuove come il solo interprete autorizzato della società civile, resta comunque irrisolto il nodo del raccordo tra la funzione delle rappresentanze e le sfere dell’agire sociale.
È almeno da vent’anni che opera una secca contrapposizione tra la società civile e quella politica. La seconda Repubblica in origine è nata proprio in nome della società civile liberata che rifiutava la politica percepita come contaminata dal malaffare e conquistava le postazioni del potere senza più l’esigenza di ricorrere ai soggetti della mediazione. La rude società delle partite Iva, della microimpresa disseminata nei territori si incamminò con successo lungo la strada della autorappresentazione. E, per tutto l’arco del ventennio, ha retto la solida alleanza tra azienda e territorio padano visti come i soggetti di una autorappresentazione ostile al ceto politico.
Questa porzione potente di società spezzava la logica della mediazione politica e conquistava tutto per sé lo spazio pubblico di decisione, imponeva una sfacciata contaminazione di affari e potere. Contro una infinita serie di conflitti di interesse, sorgevano nel Paese delle sensibilità civiche attorno ai temi della legalità, della indipendenza della magistratura sfidata da leggi ad personam, della pulizia etica da imporre nell’amministrazione colonizzata ad ogni livello da cricche opache. Accanto ad una società civile arroccata al comando, sorgeva così una società civile di opposizione che assumeva nella sua agenda le richieste tipiche della cultura liberaldemocratica: separazione dei poteri, certezza del diritto, autonomia dell’amministrazione, riconoscimento del merito, nuovi diritti civili.
Fino a quando questa influente porzione (liberale) di società civile ha mantenuto ben salda la sua funzione di pungolo critico, da esercitare contro i ritardi della politica, e ha fatto ricorso a mobilitazioni intense senza però lasciarsi tentare dalle scorciatoie dell’autorappresentazione, ha intrattenuto con la sinistra un proficuo dialogo. Da ultimo, le vittorie alle amministrative in città simbolo come Milano, il trionfo nei referendum sull’acqua e sul nucleare, racchiudono proprio il concorso di autonome sensibilità civiche e la regia accorta e discreta dei partiti. Questo sentiero di cooperazione produttiva si è però interrotto, con una grave ricaduta sulle prospettive del rinnovamento della politica.
All’origine della frattura c’è il difficile tragitto avviato con il governo di tregua che avrebbe dovuto favorire la ripresa della politica e invece ha accentuato nelle élite economiche e mediatiche i disegni di scomposizione del sistema. La momentanea sospensione della aperta polarità destra-sinistra in nome dell’emergenza, ha moltiplicato le spinte all’autorappresentazione che rendono assai precaria la tenuta dei partiti e la sorte del parlamentarismo. Un populismo dei ceti medi riflessivi alimenta la proliferazione di liste e partiti personali, e minaccia la prospettiva di una riorganizzazione efficace della rappresentanza politica.
La sinistra, con le opportune aperture alle istanze liberali (diritti, partecipazione civica), tenta ora di recuperare un cantiere abbandonato in maniera traumatica. Soprattutto in tempi di crisi sociale, la sinistra dovrebbe però conservare la consapevolezza che la società civile (della rete, dell’attivismo civico informato, delle professioni) è solo una parte (preziosa, certo) di una più ampia società che avverte un profondo disagio e potrebbe presto convertire la sua perdita di status in sostegno a forme inquietanti di alienazione politica. Mentre lancia dei segnali di recuperata attenzione alla società civile riflessiva, la sinistra non dovrebbe trascurare di essere un partito-società che, se non dà un senso alle incertezze che si abbattono sulle sue fasce di popolo, favorisce proprio tra i ceti marginali le uscite di tipo regressivo alla crisi di legittimazione ormai in corso.

l’Unità 15.06.12

"La vera malattia europea è la cecità dei suoi leader", di Antonio Puri Purini

Ognuno pensa per sé, a partire da noi. Invece serve un piano ambizioso: con la Germania, non contro. La passione civile è assente nella crisi dell’euro. Questo spiega perché la classe dirigente, nella più grave crisi mai attraversata dall’Europa, dimentica che la saggezza consiglia di contare fino a dieci prima di parlare. Convinzioni radicate facilitano il successo. Altrimenti, tutto si ridimensiona. C’è da rimanere quindi stupefatti di fronte all’incapacità, in tutta l’Europa, di parlare della moneta unica con la gravità che sarebbe doverosa e alla leggerezza del dibattito europeo in Italia. Mentre i mercati aggrediscono l’euro come un torrente in piena, le classi dirigenti assomigliano all’oligarchia veneziana alla vigilia della scomparsa, per volontà di Napoleone, della gloriosa repubblica nel 1797. Allora come oggi, trionfa l’opportunismo, la furbizia, l’attesa, la sottovalutazione del pericolo. L’inettitudine della politica nel banalizzare la gravità della situazione diffonde angoscia anche presso la gente comune. Ognuno diffonde un proprio punto di vista, alla faccia dell’obiettivo comune. Il risultato sono messaggi sbagliati che alimentano risentimenti e aggravano problemi. La cancelliera Merkel parla giustamente della necessità di un’unione politica dell’Europa salvo dire che ci vorranno anni per realizzarla; il primo ministro Rajoy sottoscrive il trattato sulla disciplina fiscale salvo aggiungere che Madrid non accetterà limitazioni di sovranità; il presidente Hollande rimane avvinghiato alla visione sovranista della Francia: parla solo di crescita, mai d’Europa; dalla placida Vienna il ministro delle finanze Maria Fekter straparla sull’emergenza finanziaria dell’Italia.
Il nostro Paese contribuisce alla frammentazione degli obiettivi e alla confusione degli spiriti. Essendo più deboli di altri, avendo più torti e molto da perdere se dovesse fallire l’unità europea, dovremmo mostrare una ben diversa sensibilità. I leader della maggioranza — Alfano, Bersani, Casini — parlano invece dell’euro in maniera quasi rituale. Invece di adoperarsi per la ratifica del trattato sulla disciplina fiscale (quello sarebbe stato davvero un segnale di credibilità), hanno promosso il progetto, bloccato dal governo, di una mozione parlamentare di scarico delle responsabilità e antitedesca. Difficile immaginare un’iniziativa più grossolana. Mai che avessero uno scatto anche emotivo per dire che, senza moneta unica e con Beppe Grillo, l’Italia scivolerebbe nella catastrofe. Mai che sostenessero che l’interesse nazionale risiede nella salvaguardia della moneta unica e del progetto unitario. Mai che ricordassero come molti italiani hanno per anni respinto l’ipotesi che un debito pubblico elevato rappresentasse una minaccia per l’euro e che il futuro dell’Italia, dopo le elezioni del 2013, suscita timori profondi. Siamo preoccupati noi dell’avvenire: per quale ragione al mondo non dovrebbero esserlo i tedeschi? Ritengono veramente d’essere una classe dirigente all’altezza dei problemi o di cavarsela con le scontate e disarmanti critiche alla Germania? Anche membri del governo non misurano le parole, ad esempio quando il ministro Passera s’indigna nei confronti dell’Unione Europea per i ritardi nell’intervento sulla Spagna. Ma non siamo tutti noi l’Europa? Non contribuiamo alla formulazione delle decisioni collettive? Altri ancora non comprendono che, nel configurare un’irrealistica alleanza fra Francia, Italia, Spagna per far prevalere gli eurobond, si sfiora il ridicolo? Si parla dei pericoli gravi che corre l’Italia ma non si dice con la forza necessaria che l’euro e il rilancio dell’Europa sono una battaglia di civiltà. Tuttora l’opinione pubblica è insufficientemente coinvolta. Le burocrazie amministrative romane, compresa quella diplomatica, sono prive di slancio ideale. In altri tempi questo non succedeva. Le normalmente loquaci fondazioni della società civile tacciono. A volte, sembra che la battaglia europea sia un capriccio del presidente della Repubblica, del presidente del Consiglio, di Emma Bonino, di pochi quotidiani e di qualche rarissima commentatrice televisiva. Manca una presa di posizione ferma, chiara, decisa sulla volontà comune di salvare l’euro costi quello che costi. Eppure verrà bene il giorno in cui i governanti dovranno rispondere, se non altro all’elettorato, della propria cecità.
Da oggi al Consiglio europeo, dovrebbe essere ancora possibile recuperare il linguaggio di una comunicazione imperniata su una volontà di riuscita, su obiettivi concreti, su una tabella di marcia ambiziosa: con la Germania, non contro. Sarebbe bene che le élite europee si rileggessero le memorie della Seconda guerra mondiale di Winston Churchill: non nascondeva le avversità ma insisteva sulla certezza della vittoria. Capisco che sia difficile per una politica sorda al richiamo degli ideali o alle ragioni della Storia, dotarsi di una strategia imperniata sull’integrazione, sulla solidarietà, sulla convergenza. Questo salto di qualità è indispensabile. Va incardinato in una ferrea volontà politica. Basterebbe indicare che l’impegno di assumere responsabilità comuni costituisce il principio ispiratore d’ogni governo in Europa e spiegare cosa s’intende per unione politica. Soprattutto dopo le elezioni greche di domenica prossima, il vertice di fine giugno non è solo quello della crescita ma del salvataggio del progetto unitario.

Il Corriere della Sera 15.06.12

«2013, niente condannati in lista». L’odg Pd crea tensione a destra, di Susanna Turco

Dell’Utri, Ciarrapico, De Angelis: i primi casi di «incandidabili» se il governo eserciterà la delega. La legge anticorruzione passa, il nodo incandidabili resta. Ieri, il ministro della Giustizia Paola Severino ha salutato con favore l’approvazione dell’ordine del giorno del Pd che impegna il governo a provvedere, «entro quattro mesi» dall’approvazione della legge, ad adottare la delega che articola e rende applicabili le norme sull’incandidabilità contenute nel ddl anticorruzione. «I timori sull’impossibilità di procedere in tempi utili rispetto alle elezioni del 2013 mi sembra che siano stati così superati», ha detto la Guardasigilli.
Sulla possibilità di tenere fuori dal Parlamento già alle prossime elezioni chi è stato condannato in via definitiva, tuttavia, non tutti sono così ottimisti, soprattutto dopo le parole del capogruppo Pdl Cicchitto in Aula e i malumori del partito di via dell’Umiltà. La volontà di introdurre al Senato nuove modifiche è infatti chiara, così come lo è il conseguente allungamento dei tempi prima dell’approvazione della legge. Una dilazione che per il Pdl è tanto più desiderabile in quanto coinvolge appunto l’incandidabilità: la delega al governo su questa materia, infatti, era stata concepita e introdotta proprio dal Pdl al Senato quando il
centrodestra era ancora al governo, e poteva procrastinare all’infinito la sua traduzione pratica. Cosa che invece il governo attuale non pare avere nessuna intenzione di fare, dando al partito di via dell’Umiltà un altro grattacapo.
NEL CENTRODESTRA
Il disagio del centrodestra del resto si capisce anche, incrociando le norme appena approvate (e che però il governo dovrà ulteriormente definire) con i nomi dei parlamentari. Vien fuori che gli incandidabili (chi ha condanne definitive ad almeno due anni, per reati contro la Pubblica amministrazione, mafia, terrorismo e reati che nel massimo della pena superino i tre anni) proverrebbero in larghissima parte dalle file del centrodestra. C’è per esempio Marcello Dell’Utri, condannato a due anni e tre mesi per fatture false e frode fiscale nella gestione di Publitalia. C’è Aldo Brancher – che ieri si è astenuto al voto finale sul ddl – condannato a due anni per ricettazione e appropriazione indebita nell’ambito del processo sulla scalata Antonveneta (ha beneficiato dell’indulto, ma secondo i tecnici questo non sarebbe rilevante ai fini dell’applicazione della norma). C’è Marcello De Angelis, condannato a cinque anni per banda armata e associazione sovversiva come dirigente di Terza posizione. C’è Giuseppe Ciarrapico, che fra l’altro ebbe una condanna a quattro anni e sei mesi per il crack del Banco Ambrosiano. Antonio Tommassini, condannato a tre anni per falso nell’esercizio della sua professione di medico. Salvatore Sciascia, due anni e sei mesi per corruzione come manager Fininvest (nell’inchiesta aperta dal Pool mani Pulite nel 1994).
Ancor più chiara la difficoltà se si ripensa alle parole di Cicchitto di ieri a proposito della «maggior discrezionalità» che si dà ai magistrati. Senza dubbio, infatti, l’aver messo un paletto di legge – per la prima volta – sui criteri di candidabilità, è qualcosa destinato a condizionare la composizione delle liste elettorali e a produrre i suoi effetti non solo eventualmente nel presente (2013), ma soprattutto negli anni a venire.
Tra i parlamentari attualmente in carica, infatti, oggi sono condannati o indagati 53 deputati (fra cui 30 Pdl, 4 Lega, 6 Pd, 3 Udc) e 30 senatori (fra cui 20 Pdl, 2 Pd, 2 Udc, Lega). Chi oggi è sotto processo, o solo giudicato in primo grado, domani potrebbe divenire incandidabile: e lo diverrebbe per via di ciò che avviene nelle aule di giustizia. Figurarsi quanto può piacere questo a uno come Berlusconi.

l’Unità 15.06.12