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"Precari, un concorso vinto non basta", di Mariagrazia Gerina

“Papà Cococò”, lo chiama il figlio, che ha un anno e mezzo. «È bene che impari subito come vanno le cose in questo Paese: quando sarà grande però farò di tutto perché se ne vada all’estero, come avrei dovuto fare io», si rammarica Alberto, 39 anni, ricercatore precario, che, esasperato, si chiede fino a quando dovrà scontare sulla sua pelle l’ennesimo paradosso italiano che si scarica sulla sua generazione. Perché il governo, impegnato nella spending review, non trova neppure il tempo di firmare il via libera ad un migliaio di vecchie assunzioni. L’arretrato risale al 2009 e precede di poco il blocco del turn over deciso con la finanziaria Berlusconi-Tremonti di tre anni fa. Quei mille posti, quindi, lasciati vuoti da altrettanti ricercatori andati in pensione, sono gli ultimi sfuggiti alla tagliola della legge 133. Tutti i posti che si libereranno in seguito saranno soggetti alla regola che fissa il ricambio generazionale a venti assunzioni ogni cento pensionamenti. Più che un ricambio uno stillicidio. Tanto per dare una idea della sproporzione: i precari che lavorano negli enti di ricerca sono circa 12mila e hanno ormai quasi raggiunto i lavoratori assunti a tempo indeterminato, fermi a quota 17mila. Con diecimila posti persi negli ultimi dieci anni. Questo per dire cosa significano per la ricerca quei mille posti strappati al blocco del turn over. Ma in realtà, chi già si immaginava “graziato” da quest’ultima goccia, è finito in una vicenda ancora più kafkiana. Perché i soldi per sbloccare almeno queste ultime assunzioni possibili gli enti ce l’hanno. Soldi veri, non soggetti a vincoli di spesa. Non c’è nessuna legge che possa impedire agli enti di spenderli. Solo che il governo continua a rinviare il via libera al decreto che autorizzerebbe almeno le assunzioni a Istat, Iss, Ingv e Cra. Mentre il secondo decreto per sbloccare le assunzioni in tutti gli altri enti non è neppure pronto. «Non c’è urgenza, quando terminerà la spending review ce ne occuperemo», si sono sentiti rispondere in sostanza i delegati sindacali, che ieri sono stati ricevuti al Ministero dell’Economia. Mentre i precari in sit-in bloccavano via XX Settembre. Quelli dell’Istat avevano dei foglietti gialli e blu con cui hanno disegnato una torta: i gialli sono i precari, l’ultima stabilizzazione risale al 2009, dopodiché i foglietti gialli hanno ripreso a moltiplicarsi e ora sono il 20% del totale. Manuela, 38 anni, un figlio solo («il secondo è difficile decidere di farlo in queste condizioni»), in teoria fa parte dell’ultima “infornata”. In realtà, lavora per l’Istat dal 2003: laureata, per 7 anni ha fatto parte della rete di rilevatori impiegati per l’indagine sulle forze lavoro. Quando tre anni fa, è subentrata l’Ipsos, rischiava di restare a casa. Ma, a fine 2010, ha vinto un concorso ed è ri-entrata all’Istat. Come tempo determinato. Poi è arrivato il concorso per 115 posti a tempo indeterminato. Emanuela ha fatto anche quello. Ma se il contratto a tempo determinato che le scade il 30 settembre dovesse finire prima che il governo si decida a sbloccare le assunzioni? Finisce che quella è la vera frontiera da difendere con i denti. «Da noi va anche peggio: gli strutturati sono 800, i precari 480», commenta Alberto. Sconfortato all’idea di dover scendere ancora in piazza, chissà fino a quando, prima di ottenere quello che in un paese normale, con il suo curriculum, avrebbe già raggiunto da un pezzo. O magari solo per non perdere quello che ha adesso. Eppure «Papà Cococò» ha tutte le carte in regola. Specializzato in ingegneria biomedica. Per un po’ ha tentato la carriera universitaria. Poi ha lasciato perdere e ha fatto un concorso per entrare a tempo determianto all’Ispesl, l’Istituto per la sicurezza sul lavoro. L’ha vinto ed è contento di quello che fa. Si occupa di prevenzione. Ha studiato come predisporre percorsi tattili per rendere i luoghi di lavoro accessibili ai non vedenti. E di come consentire anche a chi soffre di Parkinson e di atassia di lavorare, mettendo a frutto le proprie abilità residue. «Un bel mestiere», ripete Alberto. Ma a lui il lavoro (quello vero) chi lo rende accessibile?

l’Unità 15.06.12

"Il sonno dei Bronzi", di Francesco Merlo

A Reggio il Comune sfida ogni giorno la bancarotta. La settimana scorsa un imprenditore creditore è arrivato davanti al municipio con l’ufficiale giudiziario e con un camion: voleva sequestrare e portar via mobili, computer… I Bronzi non sono solo arte e storia ma economia, come una Madonna che piange, un padre Pio taumaturgo, un mago che l’azzecca, la rondine che fa primavera. E non solo per i grandi investimenti come i 30 milioni stanziati per il Museo, ma anche per il piccolo mercato, sino all’imbroglio di quell’ex avvocato di Scilla che per sbarcare il lunario si offriva come guida agli stranieri per un tour nei luoghi dei Bronzi, nella città-santuario: qui sorgeva la palestra dove si allenavano, qui c’era la casa di Chrestos e qui invece abitava Erastos, e alla fine il cicerone esibiva pure l’ultimo discendente: un vecchio sordomuto:
«Achaikos estin», greco è.
In realtà i veri eredi dei due guerrieri, in senso testamentario, sono i restauratori che dopo 2400 anni di vita dei Bronzi in salamoia sono giustamente intervenuti la prima volta: otto anni di cure. Poi si è scoperto che bisognava dotarli di un piedistallo antisismico: tre anni. Infine qualcuno ha notato che i microclimi del vecchio museo corrodevano inesorabilmente i guerrieri che pure impavidamente avevano resistito a Nettuno e ai suoi umori di acida salinità, protetti da una crosta di calcare. E li hanno coricati tre anni fa, ma forse solo perché il Museo era stato intanto chiuso.
E ci sono gli eredi collaterali, forse i più fortunati: architetti, costruttori, muratori, restauratori di interni, sismologi e cultori moderni della storia antica. La Regione stanziò due milioni di euro per attrezzare la clinica e non mandarli a curarsi a Roma o a Firenze. Il presidente Scopelliti mi conferma con orgoglio che i calabresi si identificano con i due “oplitidromo”, pensano che siano la loro Gioconda: i parigini glissano sulla paternità italiana di Monna Lisa e molti reggini non sanno che i Bronzi sono manufatti della Grecia e non delle sue colonie
(Magna Grecia). «Quando li rimetteremo in piedi, spero entro l’anno, faremo una grande festa con il capo dello Stato» aggiunge il governatore della Calabria che per la verità qualche anno fa festeggiò non so quale opera urbanistica ingaggiando Valeria Marini: la fece passeggiare avanti e indietro sul lungomare. «Una vera bronza» ricorda il vecchio edicolante di via Nava. Adesso la Regione ha stanziato altri cinque milioni di euro «per aiutare lo Stato a terminare il grande restauro del museo», un vecchio palazzo fascista di Marcello Piacentini, rifatto con un progetto di Paolo Desideri.
Visito il cantiere, affidato a una ditta di Altamura, ed ho una bella sorpresa di luce, acciaio e vetro. Le gabbie antisismiche sono straordinariamente mimetizzate. Il riscaldamento è affidato a dei camini bioclimatici nascosti dentro le pareti. La copertura è in vetro calpestabile sorretta da una potente ed elastica rete di puntoni e tiranti d’acciaio, attraverso cui passa la luce. Una sopraelevazione in evidente e controverso contrasto con il vecchio edificio garantisce caffetteria e ristorante in
una terrazza mozzafiato. L’architetto Desideri ne va fiero: «Abbiamo fatto una piccola Ferrari » dice. Poi ripete: «Una piccola gemma».
La storia della sismologia ha trovato una ciclicità secolare dei terremoti a Reggio: 1693, 1783, 1908… e ora si aspetta quello di questo secolo. Il basamento antisismico dei Bronzi è stato rifatto in marmo di Carrara e questi piedistalli saranno i posti più fermi di tutta la Regione. Il museo prevede quattro piani di esposizione con un percorso obbligato che lascia la visita delle statue dei guerrieri alla fine « per evitare che la gente consumi rapidamente i Bronzi e se ne vada» mi dice Simonetta Bonomi, la sovrintendente. «Uso i Bronzi per educare i
visitatori al gusto dell’archeologia e della storia antica». Padovana, allegra, la Bonomi è paradossalmente più meridionale, solare, dei reggini. Le racconto che a Parigi in rue de Vaugirard ho comprato una boccetta apparentemente vuota ma sigillata, con su scritto “Air de Paris” e una piccola foto della Gioconda. «Tutto sommato è una raffinatezza più che un imbroglio. Qui fanno di peggio». Nella città dove il premoderno è saltato direttamente nel post-moderno hanno stampato i Bronzi sui biglietti da visita, sulla carta igienica. Reggio di Calabria è un inno di cartelloni, una pioggia di gadget, grembiuli, tovagliette, persino il peperoncino macinato li vanta come logo: si chiama “Viagra di Calabria”. I calabresi
si arrabbiano solo quando la pubblicità rianima i due guerrieri, li fa giocare a pari e dispari, poneinmanoaidueBronzil’Ipad da sfogliare a caccia della vacanza, dell’evasione,oinfinetrovaloro la via di fuga dal museo: rannicchiati e chini, sgattaiolano dietro il bancone della biglietteria dove l’usciere ovviamente sta dormendo. Ecco perché quando li trovo coricati mi smarrisco pensando che anche Cristo è morto in piedi. Solo quello del Mantegna, con una magia di prospettiva, è deposto a terra, un anticipo di CheGuevaraespostoall’obitorio. Poveri Bronzi. Da quando sono tornati all’asciutto sulla costa, hanno passato più tempo in degenza ospedaliera che in attività espositiva. E ora compiono qua-guerrieri
ranta anni in questo sepolcro dove hanno subito l’oltraggio della cannula, dove li hanno svuotati di ogni traccia di argilla cotta, dove gli hanno rifatto la patina, dove li sdraiano e li accudiscono. Accanto a me c’è un francese che quasi si spiaccica sul vetro. Ci guardiamo e ci capiamo: «Sembrano due cadaveri in un campo di battaglia ». E io: «Già, solo abbattuti i guerrieri stanno supini».
Sicuramente al mondo non esiste nessun altro reperto archeologico che abbia goduto (sofferto) di un accanimento terapeutico così lungo. Nel nuovo Museo è prevista una camera di pulizia per prevenire gli attentati germicidi: ogni visitatore sarà «lavato con l’aria». Come si vede, dopo quarant’anni di investimenti (sono state realizzate due copie per un milione di euro), questi non sono più i guerrieri sulla cui misteriosa identità inutilmente litiga la storia antica dell’intero Pianeta con ogni genere di ipotesi, un immenso cumulo di teorie più o meno bizzarre, di libri e prose ispirate, di enigmi storiografici, verso un imprendibile mondo immaginario dove la cosa meno importante è la verità. Un libro di successo intitolato “Facce di bronzo” raccontò che le statue erano tre, ma il terzo bronzo fu rubato dal sovrintendente e dal sub che li trovò, ed è stato venduto ad una ricca collezionista di Boston, e sembra un mix del film “Totò terzo uomo” e dei fumetti
di Diabolik.
Ma i Bronzi sono anche la rinnovata questione meridionale, il luogo fisico di un rancore della cultura e del territorio di una parte del mondo purtroppo marginale. Quei guerrieri sono anche i contadini di Gramsci e i briganti antiunitari. E si capisce perché se li disputano le due Italie: il Sud, con i retrogusti indigeni una volta
antagonisti e ora finalmente concordi, i boia chi molla e gli abbasso Garibaldi; e il Nord che li vorrebbe scippare ai calabresi e affittarli in giro per il mondo o esporli al Quirinale, come ai tempi di Pertini, oppure nella sala del Brunelleschi a Firenze dove fu necessario lanciare un appello in tv per invitare la gente a non
andare: troppa folla.
Invece in Calabria, come si sa, li guardano in pochi. E forse i calabresi non li vanno a vedere perché credono di essere loro i Bronzi di Riace, e questo gli fa credere Scopelliti, con lo stuolo di cultori della memoria e di professori della Magna Grecia: per una volta demagogia e nobiltà d’intenti
coincidono. Anche in Sicilia il presidente Lombardo ha dato identità polifemica ai suoi concittadini orbati da Ulisse, quell’astuto uomo del Nord (in realtà Itaca è a est). Chi cerca un nemico trova un tesoro. E chi trova un tesoro si fa molti nemici ma anche un museo, che bisognerà, una volta aperto, allestire, gestire e
sovvenzionare giorno per giorno. L’architetto Prosperetti, il gran potereministerialedell’Antichità in Calabria, vuole lanciare un concorsone internazionale di idee per portare il mondo ai piedi dei Bronzi, che forse non si sono solo coricati, ma anche accartocciati in se stessi per desiderio di sparire, voglia di cupio dissolvi. Non regge il loro cuore alla vista — nel centro elegante di Reggio — dello sgretolamento delle facciate delle ville costruite dopo il terremoto del 1908! E non ci sono altre grandi città del sud così dissipate, dissipantisi. Solo la santa ruspa potrebbe fare giustizia dei palazzi senza intonaco, dei piloni di calce e mattoni, dei mozziconi di case senza più colore, edifici abbandonati in pieno centro, finestre murate e finestre divelte, «guardi, sembra Beirut» mi dice la sovrintendente Bonomi indicando le finestre della sua stanza panoramica.
Ma poi giro lo sguardo e vedo l’Etna a sinistra, Messina di fronte, ovunque il mare. A Reggio le costruzioni sembrano fatte apposta per irraggiare senso di smarrimento: dai posti più brutti vedi gli scenari più belli. Qui c’è una speciale architettura che la sovrintendente chiama «il non finito calabrese»: il cinema Centralino ridotto a scheletro di cemento e mattoni; il Roof Garden, che fu un locale alla moda e ora sembra bombardato, persino il lungomare sognato da D’Annunzio («il più bel chilometro d’Italia») a poco a poco sta perdendo il suo incanto, degradato dal tempo che passa, dal contesto che avanza, dal “non finito calabrese” che a Reggio minaccia di lasciare indefinito qualsiasi futuro. E il futuro già per suo statuto non è mai finito.

La Repubblica 16.06.12

"Protezione civile: Luci e ombre della riforma", di Enrico Panini

Che fosse necessario andare al riordino di uno strumento importante quale è la protezione civile era consapevolezza di molti. Ciò non solo per recuperarne la funzione originaria, dopo i gravissimi snaturamenti introdotti dal Governo Berlusconi. Ma anche perché il nostro Paese, a grave rischio sismico e con un dissesto del suolo che ha pochi eguali, è caratterizzato dall’assenza di una pratica coerente di prevenzione e da un accavallarsi di norme in materia.

Tutto ciò rende necessario affrontare nuovamente i temi relativi alla funzione della Protezione civile. Al riguardo, stanno lavorando le Commissioni Affari Costituzionali ed Ambiente della Camera, in sede di conversione in legge di un Decreto dello scorso 15 maggio. Quel testo, che pure contiene alcuni punti sicuramente condivisibili (in particolare la conferma del superamento dei Grandi Eventi affidati al Dipartimento Protezione Civile), è informato da alcune scelte di fondo che noi consideriamo sbagliate e da un qualche vuoto da recuperare nel lavoro in Aula.

Per le scelte sbagliate mi riferisco a quelle parti nelle quali si sancisce la privatizzazione delle materie riguardanti la prevenzione e la gestione del territorio, in particolare sul versante dei costi. Infatti, si prevede che i costi del soccorso e del ripristino delle condizioni di normalità, a partire dalla ricostruzione di abitazioni e siti produttivi e industriali, vengano fatti gravare sui governi locali e sui cittadini. Così come è particolarmente insistito il ricorso a fondi straordinari, finanziati attraverso una tassazione aggiuntiva dei carburanti.

La previsione della possibilità di superare il blocco della spesa derivante dal patto di stabilità – che, insisto, non può sostituirsi alla necessità di alimentare strutturalmente lo specifico fondo – deve rappresentare, invece, la scelta in base alla quale si rafforza e qualifica ulteriormente l’impegno alla protezione e tutela della sicurezza dei propri cittadini, a partire da quelli socialmente più deboli.

Sempre sullo stesso tema, limitare la presenza dello Stato ad un massimo di 100 giorni nei territori colpiti da un grave evento è riduttivo ed è fortemente limitativo della necessità di operare, d’intesa e in sinergia con le istituzioni locali, per il ritorno alla «normalità».

È molto positivo che i lavori in Commissione abbiamo approvato la soppressione di un articolo con il quale, di fatto, si sarebbe individualizzato il rischio mediante la forte sollecitazione a ricorrere alle assicurazioni sugli immobili da parte dei proprietari.

È un risultato positivo che, comunque, ci consegna una questione sulla quale occorre decidere rapidamente. Infatti, in un Paese che ha circa ventisei milioni di case edificate antecedentemente all’approvazione della prima legge sulle costruzioni antisismiche occorre che si proceda rapidamente alla rilevazione degli interventi necessari prevedendo anche la concessione di prestiti a tasso zero per la messa in sicurezza delle stesse. Infine, c’è un tema dimenticato.

Mi riferisco alla necessità di incentivare gli interventi della Protezione Civile di tutela del territorio, previsione e prevenzione. Quasi 200 miliardi di euro sono stati spesi per intervenire a catastrofi accadute, senza contare le vite umane perse, proprio per la sottovalutazione di questi aspetti. Da ultimo serve un Testo Unico che rimetta ordine fra norme accumulate nel tempo.

*Enrico Panini-Segretario confederale Cgil

l’Unità 16.06.12

"Sanità, scoppia il caso dei fondi pilotati, indagato il braccio destro di Formigoni", di Davide Carlucci

Un’altra bufera, l’ennesima, investe la sanità lombarda. E tocca un fedelissimo del sistema di potere formigoniano, il direttore generale della Sanità Carlo Lucchina, già tirato in ballo in più occasioni nel corso di un’altra inchiesta, quella che riguarda i 70 milioni di euro della fondazione Maugeri distratti da Pierangelo Daccò e Antonio Simone. Ieri gli uffici di Lucchina in Regione sono stati perquisiti dai
militari del nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di finanza. Il dirigente è accusato di turbativa d’asta: avrebbe favorito, insieme ad altre ventisette persone — altri funzionari della sanità, direttori generali di ospedali, imprenditori, medici e tecnici — alcune aziende del settore delle tecnologie medicali nell’aggiudicazione di progetti sperimentali negli ospedali Niguarda
di Milano, e nei nosocomi di Lecco, Busto Arsizio e Saronno.
L’inchiesta del pm Carlo Nocerino — coordinata dal procuratore aggiunto Francesco Greco, lo stesso che si occupa del caso Maugeri — ipotizza anche i reati di associazione per delinquere, rivelazione del segreto d’ufficio e peculato. Le gare truccate sarebbero tre: una per l’adozione, da parte dei medici, di 135 esemplari di Vscan, un ecografo portatile a disposizione dei medici per approfondimenti diagnostici da fare anche fuori dall’ospedale. Il progetto pilota è già stato avviato al Niguarda e a Lecco e il relativo finanziamento da parte della Regione è stato già deliberato nel gennaio del 2011 per un importo da 1,1 milioni. Erano già pronti per l’assegnazione — ma non c’è stata alcuna decisione di spesa — altri due progetti, del valore di altri tre milioni di euro: quello della “Home care”, l’assistenza fatta a casa del malato tramite strumentazioni di telemedicina, e quello che riguarda lo sviluppo della tecnologia per la emodinamica, una branca della fisiologia cardiovascolare che, analizzando i flussi del sangue nei vasi permette di prevenire
di infarti e altre patologie simili.
Cosa c’era che non andava, in queste innovazioni cliniche? Il problema, secondo l’accusa, erano i bandi confezionati su misura per privilegiare determinate aziende produttrici dei macchinari anziché altre. In particolare la General Electric, la Telecom e altre imprese minori. I funzionari di aziende ospedaliere e i tecnici delle ditte si sarebbero accordati per pilotare le gare dei finanziamenti.
Per l’opposizione in Lombardia, la nuova inchiesta è un nuovo colpo alla credibilità del governatore Formigoni, già circondato da ex assessori e uomini del suo entourage politico indagati, arrestati o a processo per reati come la corruzione. Per Stefano Zamponi, dell’Italia dei Valori, «cade anche un altro alibi del presidente: l’indagine sta dimostrando quello che noi sosteniamo da sempre, ovvero che esistono opachi intrecci tra affari e politica nella giunta regionale». Pd e Sinistra ecologia e libertà chiedono le dimissioni di Lucchina. E protesta anche la Cgil: «Il modello lombardo, tanto decantato, di privatizzazione progressiva della
sanità, sta mostrando di essere fondato sull’intreccio tra poteri politici e interessi privati», dice il segretario generale Nino Baseotto, che aggiunge: «Paralizzata com’è dagli scandali, la giunta Formigoni è arrivata al capolinea. Serve un’ampia iniziativa».
Ma per l’assessore alla Sanità Luciano Bresciani, Lucchina e gli altri funzionari o dirigenti regionali coinvolti sono «tutti innocenti fino a prova contraria» e per
questo non si può chiedere loro di fare un passo indietro. Però, riconosce Bresciani, «abbiamo bisogno della verità. La gente comincia ad avere un sentimento di tensione riguardo alle azioni che si fanno in Regione Lombardia. Bisogna capire se ci sono colpevoli oppure no. E le mele marce vanno buttate fuori».

La Repubblica 16.06.12

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Quei duecentomila euro per il lobbista “Così ho pagato per entrare nel giro”, di Davide Carlucci

Bandi su misura e regali ai potenti: un imprenditore pentito accusa. Si tratta delle intercettazioni dell’inchiesta condotta dal procuratore aggiunto Greco e dal pm Nocerino che ieri mattina ha interrogato alcuni degli imprenditori coinvolti nello scandalo.
Le carte dell’inchiesta dimostrano che di Daccò — di lobbisti capaci di oliare gli ingranaggi della sanità come sarebbe avvenuto per far arrivare fondi al San Raffaele e
alla Maugeri — non ce n’è uno solo, in Lombardia. La gola profonda è un imprenditore, già coinvolto anche in altre indagini (nelle quali ha collaborato con i pm). Ai magistrati di Milano dice di aver «pagato duecentomila euro» a un imprenditore, G. B., che grazie ai suoi contatti con Carlo Lucchina, il direttore generale della sanità, era in grado di garantire una sperimentazione di telemedicina da realizzare a Lecco. In cambio, la sua azienda, attiva nel settore dell’information technolgy, sarebbe entrata nell’affare. Un business che inizialmente, con la sperimentazione, si aggirava intorno a poco più di un milione di euro. Ma quello che contava — se l’operazione fosse andata in porto — era mettere un piede nella sanità pubblica lombarda. Dopo l’avvio del progetto pilota, infatti, per l’appalto — ben più ghiotto e di lunga durata — non ci sarebbero stati altri concorrenti: chi altri se lo sarebbe aggiudicato se non gli sperimentatori?
La sperimentazione, insomma, era il cavallo di Troia. Per questo era importante che qualcuno predisponesse un bando ad hoc, molto preciso nelle descrizioni tecniche del macchinario da mettere in prova per giustificare l’affidamento alla ditta x e non ad altre. E per questo era importante agganciare Lucchina. Allo stesso modo di G. B. si muove un altro lobbista, M. B., della Assomed, società brianzola attiva nella distribuzione di dispositivi medici. I due sono considerati dagli
investigatori come promotori di interessi privati nel settore pubblico. In sé non ci sarebbe nulla di male purché le sperimentazioni siano sponsorizzate dalle aziende (quindi a spese loro) o siano sottoposte a bandi di gara. Diverso è il caso di questa inchiesta, nella quale «le
sperimentazioni cliniche sono spacciate come spontanee, promosse, cioè, dalla Regione Lombardia » mentre non sono altro che «bandi di gara orientati verso le società promotrici». Soprattutto General Electric e Telecom.
Per portare avanti questi progetti
bisogna agire su più fronti. I corsari dell’hi-tech sanitario hanno deciso di partire da Lucchina, con il quale hanno «incontri mensili». Per lui, e per gli altri funzionari da manovrare per ottenere gli appalti, i lobbisti preparano una batteria di regali: vini pregiati, salumi e altre
leccornie, in perfetto stile Daccò. Ma anche cellulari Samsung e Blackberry.
L’uomo voluto da Formigoni al vertice della sanità lombarda ha una lunga storia. Prima di diventare il numero uno della sanità lombarda, era stato coinvolto in un’inchiesta su un appalto per la ristrutturazione di un reparto di un ospedale di Varese affidato a una ditta che, all’epoca dei fatti, il 2002, era sospettata di avere legami con la mafia. Da quell’accusa Lucchina è stato assolto in primo e secondo grado anche se in appello uno dei capi d’imputazione, che ipotizzava
il reato di falso, è caduto per prescrizione. Nel frattempo, Lucchina ha fatto carriera. Il suo nome, però, ritorna più volte nell’indagine sulla fondazione Maugeri. Dice per esempio Antonio Simone nell’interrogatorio del 2 febbraio che «per l’operazione di via Camaldoli» (la clinica per la cui intermediazione immobiliare Daccò e Simone incassano 5 milioni di euro) «Daccò aveva rapporti con il direttore generale della Sanità, Carlo Lucchina ». Lo stesso Daccò lo ammette — «La mia attività consisteva nel parlare con il direttore generale Lucchina » — raccontando anche dei regali (a volte rifiutati) con i quali lo omaggiava a Natale e a Pasqua.
Adesso, in questa nuova inchiesta, Lucchina appare al vertice della piramide scalata dai faccendieri che esigevano «un capitolato molto stringente». Non è l’unico dirigente pubblico coinvolto: ci sono i direttori di tre aziende ospedaliere (Busto Arsizio, Niguarda, Lecco). Uno di loro, Armando Gozzini, è stato in passato medico sportivo del Milan: oggi è direttore generale dell’azienda ospedaliera di Busto Arsizio, dalla quale dipende l’ospedale di Saronno. Indagati anche Pasquale Cannatelli, direttore generale del Niguarda di Milano, e Ambrogio Bertoglio, direttore generale a Lecco. E poi altri dirigenti e funzionari regionali, medici, ingegneri clinici, imprenditori. Tutti all’assalto della ricca sanità lombarda.

La Repubblica 16.06.12

"Assegnare i 103 milioni per i libri di testo!", di Osvaldo Roman

Si è fatto un gran parlare di merito e di premialità per gli studenti migliori in queste settimane e ancor più lo si farà nelle prossime in margine al provvedimento che il governo si accinge a varare in materia. Credo che costituirebbe un concreto segnale in direzione dell’equità e delle pari opportunità, da porre a premessa di ogni futuro assetto meritocratico, la ricostituzione di quelle garanzie di sostegno al diritto allo studio dei capaci e dei meritevoli che il precedente governo ha progressivamente smantellato.

In tutto questo affannarsi sul merito si è troppo facilmente dimenticato quello che gli ultimi interventi finanziari del precedente governo hanno determinato.
Infatti fra le spese da trasferire ai Comuni, nel Bilancio 2012 del MEF (Tab. 2 cap. 3044) non è risultata rifinanziata, rispetto al livello minimo che aveva raggiunto nel 2011 la voce sul diritto allo studio riguardante le borse di studio attivate con le misure di cui alla legge 62/2000 (legge di parità). Contrariamente a quanto scritto in bilancio non si trattava di fondi riservati alle scuole paritarie ma di risorse messe a disposizione di tutto il sistema scolastico da erogarsi con riferimento al reddito. Nel 2008 lo stanziamento era stato di 119,7 milioni, nel 2011 di 31,1 nel 2012 si è trattato di soli 32,064 destinati decrescere negli anni successivi.
Ovviamente si è detto e si dirà, senza che ciò abbia un qualche fondamento, che tale riduzione è connessa al taglio dei trasferimenti determinato dall’avvio del federalismo fiscale.
E’ del tutto evidente che la legge di stabilità 2013 dovrà rimediare a tale situazione, perché tali risorse destinate alle famiglie meno abbienti significano risorse restituite alla ripresa dei consumi di primaria necessità.

Peraltro è forse opportuno ricordare che i tagli alle Regioni e agli enti locali, dovuti al federalismo fiscale, che avrebbero dovuto essere compensati dalla tassazione locale e dai fondi perequativi, che troppo spesso oggi si dimenticano, di fronte alla pesantezza della tassazione dovuta all’ IMU, hanno avuto una notevole consistenza raggiungendo nel 2015 l’ammontare di 23,9 miliardi(1)

Va inoltre ricordato che nello stesso stato di previsione 2012 del Ministero degli interni, al capitolo 7243 era stato inizialmente cancellato il trasferimento ai comuni dei 103 milioni ivi previsti per la gratuità dei libri di testo: “interventi per assicurare la gratuità parziale dei libri di testo scolastici di cui all’articolo 27, comma 1, della legge 23 dicembre 1998, n. 448.
In sede di maxiemendamento, una voce di spesa, priva di quantificazione( non sono garantiti i 103 milioni), è stata reintrodotta nell’elenco n. 3 di cui al comma 1 dell’art.33.della legge n.183/2011(Legge di stabilità 2012).(2)

Poiché non è stata ancora ufficialmente comunicata l’approvazione del DPCM relativo all’assegnazione di tali fondi, sarebbe un buon segnale che il governo se ne ricordasse in concomitanza alla discussione del cosiddetto merito.

(1) I TAGLI ai trasferimenti alle Regioni e agli enti locali
http://www.rosarossanews.net/temporaneo/Itagliaitrasferimentipdf395720.pdf

(2) L’Elenco n.3
http://www.rosarossanews.net/temporaneo/elencon3pdf135820.pdf

da www.rosarossanews.net

"Europa, va a scuola da Keynes", di Amartya Sen

La via dell’inferno è lastricata di buone intenzioni: se questa massima avesse bisogno di una conferma, potremmo trovarla nella crisi europea. Le intenzioni, indubbiamente apprezzabili ma non lungimiranti, dei politici dell’Ue appaiono inadeguate al compito di risanare l’economia europea. Provocando anzi condizioni di miseria, confusione e caos. E ciò per due ragioni. Innanzitutto, a volte anche le intenzioni più rispettabili mancano di lucidità: di fatto, i fondamenti dell’attuale politica di austerità, in un contesto di rigidezza come quello dell’Unione monetaria europea (in assenza di un’unione fiscale) non costituiscono certo un modello di coerenza e sagacia. In secondo luogo, un’intenzione fine a se stessa può confliggere con una priorità più urgente, che in questo caso è quella di salvaguardare un’Europa democratica e impegnata per il benessere sociale. Sono questi i valori per i quali l’Europa si è battuta per molti decenni.
È indubbiamente vero che alcuni Paesi europei avrebbero dovuto adottare da tempo comportamenti economici e gestionali più responsabili. In questo campo si pone però il problema cruciale dei tempi di attuazione: occorre distinguere tra le riforme varate in base a un calendario accuratamente calibrato, e quelle decise in condizioni di estrema urgenza. Nel caso della Grecia, va detto che al di là dei suoi problemi di
accountability,
questo Paese non versava in una situazione di crisi economica prima della recessione globale del 2008. (Di fatto, il suo tasso di crescita è stato del 4,6% nel 2006 e del 3% nel 2007, per poi calare in maniera costante negli anni seguenti).
La causa delle riforme, per
quanto urgenti, non si serve al meglio imponendo unilateralmente tagli repentini e brutali dei pubblici servizi. Questi interventi indiscriminati abbattono la domanda, e rappresentano quindi una strategia controproducente, anche a fronte degli elevati tassi di disoccupazione e della bassa produttività di un sistema imprenditoriale già decimato dal calo della domanda dei mercati. In Grecia, uno dei Paesi lasciati ai margini degli incrementi di produttività conseguiti altrove, gli interventi di stimolo economico attraverso strumenti di politica monetaria (o in altri termini, la svalutazione della moneta) sono oggi preclusi dall’esistenza dell’Unione monetaria europea; e al tempo stesso, il
fiscal package
richiesto dai leader dell’Ue frena severamente la crescita. In tutta l’Eurozona, i livelli di produzione sono calati in maniera costante nell’ultimo trimestre dello scorso anno. Le prospettive erano buie, a tal punto che molti hanno accolto come una buona notizia il dato di crescita zero riferito da uno studio recente sull’andamento del primo trimestre di quest’anno.
Di fatto, numerosi esempi storici dimostrano che la politica di risanamento più efficiente consiste nell’affiancare alle misure di riduzione del deficit gli stimoli per una rapida crescita economica, per generare un incremento dei redditi. Dopo la Seconda guerra mondiale fu proprio la crescita economica a consentire il rapido riassorbimento dei gigante-
schi livelli di deficit; e qualcosa di analogo accadde durante la presidenza di Bill Clinton. Anche
la riduzione del deficit di bilancio svedese tra il 1994 e il 1998, spesso decantata, ha potuto essere ottenuta in parallelo con un ritmo di crescita abbastanza rapido. Oggi avviene il contrario: ai Paesi europei si chiede di tagliare i propri deficit in un periodo di crescita stagnante, se non addirittura negativa.
Avremmo sicuramente molto da imparare da John
Maynard Keynes, che aveva ben compreso il rapporto di interdipendenza tra Stato e mer-
cato, anche se non prestava un’attenzione particolare ai temi della giustizia sociale o alpasso
l’impegno politico che permise all’Europa di risollevarsi dopo la Seconda guerra mondiale. Fu quell’impegno a dar vita al moderno welfare e ai servizi sanitari nazionali, creati non a sostegno dell’e-conomia di mercato, bensì per tutelare il benessere dei
cittadini.
Ma al di là di Keynes, che non aveva approfondito il suo impegno sulle questioni sociali, esiste una tesi economica tradizionale secondo la quale l’efficienza dei mercati deve andare di pari
con l’offerta di servizi pubblici che il mercato stesso potrebbe non essere in grado di assicurare. In “The Wealth of Nations” (“La ricchezza delle nazioni”) Adam Smith (presentato a volte in maniera un po’ troppo semplicistica come il primo guru dell’economia di mercato) sostiene che un’economia «ha due obiettivi distinti ». In primo luogo, «assicurare alla popolazione abbondanti redditi o sussistenza – o più specificamente, porre i cittadini in condizioni di procurarsi tali redditi o mezzi di sussistenza; e in secondo luogo, fornire allo Stato o alla comunità entrate sufficienti per i pubblici servizi».
L’aspetto forse più inquietante dell’attuale malessere europeo è il fatto che l’impegno democratico è soppiantato dai diktat finanziari, imposti non solo dai leader dell’Ue e dalla Banca centrale Europea, ma indirettamente anche dalle agenzie di rating, i cui giudizi sono stati notoriamente fallaci.
Un dibattito pubblico partecipato – un «government by discussion », secondo l’espressione di teorici della democrazia quali John Stuart Mill e Walter Bagehot – avrebbe potuto identificare riforme appropriate, realizzabili in un lasso di tempo ragionevole, senza mettere a repentaglio le fondamenta del sistema di giustizia sociale europeo. Per converso, i repentini e drastici tagli ai pubblici servizi, nella quasi totale assenza di un dibattito per verificarne la necessità, l’equità e l’efficacia, hanno suscitato
un senso di rivolta in ampi settori della popolazione europea, facendo il gioco delle ali estreme dello spettro politico.
La ripresa europea sarà possibile solo a condizione di affrontare due questioni di legittimità politica. In primo luogo, l’Europa non può consegnarsi alle tesi unilaterali degli esperti – o alle loro buone intenzioni – in assenza di un pubblico dibattito ragionato, e senza il consenso informato dei suoi cittadini. Dato lo scontento evidente dell’opinione pubblica, non c’è da sorprendersi se di volta in volta varie consultazioni elettorali hanno dimostrato l’insoddisfazione dei votanti, che hanno negato la loro fiducia agli attuali responsabili.
In secondo luogo, la democrazia e la stessa possibilità di una buona politica sono a rischio quando i leader impongono scelte inefficaci e vistosamente ingiuste. L’evidente insuccesso delle misure di austerità finora imposte si riflette negativamente non solo sulla partecipazione pubblica – che rappresenta un valore in sé – ma anche sulla prospettiva di giungere, in tempi ragionevoli, a una soluzione sensata.
Siamo davvero molto lontani dall’idea di un’«Europa democratica
e unita» cara ai pionieri
dell’Unione europea.
L’autore è premio Nobel per l’economia (Copyright New York Times 2012 Traduzione di Elisabetta Horvat)

La Repubblica 16.06.12

"Quella norma non salva né Penati né Berlusconi", di Luigi Ferrarella

Non salva Penati dall’inchiesta di Monza sulle tangenti rosse e non salva Berlusconi dal processo Ruby: se si parla poco delle sensibili lacune e reali incongruenze della nuova legge, è paradossalmente perché da destra su Penati e da sinistra su Berlusconi si continuano a sbandierare due inesistenti «al lupo al lupo». Non è vero che la legge contenga una norma destinata a mandare al macero il processo che la Procura di Monza è orientata a chiedere per l’ex capo della segreteria politica del segretario pd Bersani: per il semplice fatto che la legge non inciderà sulla prescrizione delle due imputazioni di corruzione e delle due ipotesi di violazione della legge sul finanziamento dei partiti datate 2008-2009 e 2008-2010, che continueranno a prescriversi dopo 7 anni e mezzo, tra la metà 2016 e metà 2017.
Poi ci sono tre accuse di concussione, l’attuale articolo 317 che punisce da 4 a 12 anni «il pubblico ufficiale che, abusando della sua qualità o dei suoi poteri, costringe o induce taluno a dare o a promettere indebitamente denaro od altra utilità». La nuova legge vuole scinderlo in due fattispecie: il nuovo articolo 317 che con pena da 6 a 12 anni punirà il pubblico ufficiale che costringe il privato (vittima non sanzionata); e il 319-quater che punirà sia il pubblico ufficiale (da 3 a 8 anni) che induce il privato, sia il privato (fino a 3 anni) indotto a dare o promettere. Questo abbassamento delle pene si riverbera sulla prescrizione, parametrata sul massimo della pena più un quarto. I capi A e B, che per l’area ex Ercole Marelli a Sesto accusano l’allora sindaco Penati d’aver indotto due imprenditori a una iniqua permuta di terreni, risalgono al 2000 e oggi si prescriverebbero nel 2015 in 15 anni (12 di pena massima più 3), mentre con la nuova legge si sarebbero già prescritti nel 2010 in 10 anni (8 più 2). Diverso l’impatto sul capo C, che imputa a Penati di aver indotto un costruttore a promettergli 20 miliardi di lire, versargliene 4 e affidare incarichi per 1,8 milioni di euro a due professionisti delle coop rosse per l’area ex Falck: l’accusa è fino al 2004, sicché l’attuale prescrizione, ancorata al 2019, con la nuova legge arriverebbe già nel 2014: termine stretto per tre gradi di giudizio, anche se per la storia va ricordato che nel 2011 il gip negò ai pm l’arresto di Penati perché qualificò i fatti non come concussioni ma come corruzioni già prescritte.
Neppure è vero che la nuova legge farà saltare il processo Ruby dove Silvio Berlusconi, oltre che di prostituzione minorile, è imputato di concussione per induzione dei funzionari della Questura di Milano che il 27 maggio 2010 all’esito delle sue telefonate notturne affidarono la minorenne marocchina a Nicole Minetti. I timori che non vi sia continuità normativa tra il vecchio 317 e il nuovo 319-quater sembrano dimenticare che per la posizione del pubblico ufficiale Berlusconi tutte le ipotesi ricomprese nel vecchio articolo 317 andrebbero a finire o nel nuovo 317 o appunto nel 319-quater, in una successione meramente modificativa di leggi penali (indicata già da studiosi come Dolcini e Palazzo) sulla base dei criteri fissati dalla Cassazione a sezioni unite nella sentenza 25887 del 26 marzo 2003.
È vero invece che la prescrizione scende da 15 a 10 anni, ma per il processo Ruby (già in stadio avanzato in Tribunale) si traduce in maggio 2019: grottesco, se non si farà in tempo a celebrare tre gradi di giudizio, accollarne la colpa alla nuova legge.

Il Corriere della Sera 14.06.12

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Dichiarazioni di voto sulla questione di fiducia – Articolo 13 – (A.C. 4434-A)corruzione

DONATELLA FERRANTI (PD). Signor Presidente, signor Ministro, il Partito Democratico voterà la fiducia al Governo sul testo dell’articolo 13, che è intitolato «Modifiche al codice penale». Cercherò di spiegarle le ragioni, cercando – questo è il mio intento, anche di questo intervento – di fare chiarezza perché ho sentito, anche in quest’Aula oggi, delle affermazioni che forse non fanno giustizia a questo provvedimento, né al lavoro parlamentare e non danno, forse, la possibilità ai cittadini di capire effettivamente cosa stiamo votando.
L’articolo 13 riproduce sostanzialmente il testo dell’emendamento presentato dal Ministro Severino, con cui il Ministro ha inteso dare il suo contributo personale, come Ministro della giustizia, per gli aspetti penali, al disegno di legge presentato nel maggio 2010 da Alfano e Brunetta, ma che nel testo approvato dal Senato era stato definito, dal PD, un’occasione mancata. L’articolo 13 è, comunque, un passo avanti rispetto all’articolo 9 del vecchio testo uscito dal Senato, che si limitava ad operare piccoli ritocchi alle pene, senza affrontare il problema di realizzare un regime sanzionatorio di misure efficaci, proporzionate e dissuasive nei confronti degli autori dei reati di corruzione, così come ci richiede l’articolo 19 della Convenzione penale di Strasburgo.
Il testo che oggi votiamo ci consente, finalmente, di adempiere agli impegni internazionali assunti dallo Stato italiano e ci allinea, sotto vari aspetti, ai meccanismi di contrasto già utilizzati nella maggior parte dei Paesi europei. Non possiamo tollerare altri ritardi, perché in un momento come quello che stiamo vivendo, di forte criticità dell’economia, sarebbe da irresponsabili non porre un argine effettivo alla corruzione, che non solo mette a rischio la legalità, ma pesa sull’economia per 70 miliardi di euro all’anno, pesa su ogni cittadino come una tassa occulta per una somma oscillante tra i 1.000 e i 1.500 euro l’anno.
Il testo che è uscito dalla Commissione certo – noi lo sappiamo e lo abbiamo sempre detto e sfido chiunque a smentire queste affermazioni – poteva essere migliorato e rafforzato. Avevamo presentato, come gruppo del Partito Democratico, pochi emendamenti, volti ad alzare i minimi e i massimi di pena per i reati più gravi, ad abbassare i limiti cui ricollegare le pene accessorie, in particolare l’interdizione dai pubblici uffici e l’estinzione del rapporto di pubblico impiego, e ad aumentare i tempi di prescrizione. Non abbiamo e non avremmo accettato alcuna modifica al ribasso del testo Severino, nessuna modifica che ne indebolisse la portata, perché l’impianto della riforma è, comunque, equilibrato e costituisce un passo avanti nella lotta alla corruzione. Il fenomeno della corruzione degli apparati della pubblica amministrazione è ormai divenuto un fenomeno endemico nel nostro Paese e il nostro sistema penale è diventato inadeguato.
Caro collega Di Pietro, forse tu hai un ricordo nostalgico, giustamente, delle vecchie norme, ma sono passati vent’anni e, nonostante l’impegno della magistratura, la corruzione è dilagata. Nonostante, appunto, le norme che tu dici che verrebbero cancellate – ma così non è -, la corruzione non è stata debellata, malgrado vi sia stata Mani Pulite.
Riassumo i punti che per noi sono più qualificanti e che danno il sostegno e il significato a questo voto di fiducia.
Vi è l’introduzione di nuovi reati, richiesti dalle Convenzioni internazionali, quali corruzione nel sistema privato, traffico di influenze illecite e corruzione per l’esercizio delle funzioni. Questo è un reato con cui si reprime la fattispecie di corruzione, superando il fatto che vi sia l’aggancio a un atto illegittimo. In realtà, si vuole reprimere quella che è una realtà criminologica, ossia l’emergere di nuove prassi corruttive in cui il pubblico ufficiale si accorda con il privato per essere stabilmente a disposizione.
Le pene per i reati più gravi sono state sostanzialmente aumentate, non solo nel massimo ma anche nel minimo. Mi riferisco alla corruzione propria, al peculato, alla corruzione per atti giudiziari, all’abuso d’ufficio, alla concussione per costrizione. Ciò consente di avere tempi più lunghi di prescrizione per molti di questi reati. Dall’altro, poi, sarà più concreta l’effettiva applicazione delle pene principali e, soprattutto, di quelle accessorie.
Non dimentichiamoci un dato che è obiettivo e che deriva dalle statistiche delle condanne – perché non ci sono solo le inchieste, bisogna guardare le condanne – dei tribunali che evidenziano che l’87 per cento delle condanne per fatti di corruzione e concussione è stato convertito in sospensione della pena. Ciò ha contribuito a rafforzare gli effetti di una sostanziale impunità che alimenta la prassi corruttiva.
Certo, il problema della prescrizione non è stato risolto, ma per fare un esempio se oggi la corruzione, grazie ad una legge certamente non voluta dal Partito Democratico – la ex Cirielli – si prescrive in 7 anni e mezzo dalla consumazione – cioè da quando vi è stato l’accordo corruttivo o il ricevimento delle utilità – con questo disegno di legge di cui oggi dobbiamo votare la fiducia con questa articolo, grazie anche all’emendamento del Partito Democratico votato in Commissione, la corruzione si prescriverà in 10 anni, e così smentiamo tutte le leggende metropolitane che in questi giorni vanno avanti. È vero che i fatti di corruzione sistemica sono di difficile accertamento, che il sodalizio criminoso è particolarmente impenetrabile, che in quei termini rientra anche il periodo assai complesso delle indagini, che bisogna fare accertamenti bancari anche all’estero, che ci sono tre gradi di giudizio, che il processo è troppo lungo, ma per risolvere questo problema bisogna abrogare la ex Cirielli e rivedere il meccanismo della prescrizione, quindi aprire un’altra pagina sulla giustizia in Parlamento.
Parliamo poi di un altro punto, il cosiddetto spacchettamento della concussione: bisogna riportare la verità sul punto, non cedere a strumentalizzazioni di nessun tipo. Una cosa è certa, questo articolo mantiene il reato di concussione – il 317 – e lo punisce più gravemente – da un minimo di 4 anni oggi si passa a 6, il massimo è invariato a 12 – per il pubblico ufficiale che costringe a dare o a promettere denaro o altra utilità. In questo caso chi paga è vittima oggi resta vittima non punibile dopo l’approvazione di questo disegno di legge. L’induzione a dare o promettere invece diventa un altro reato, diventa un reato distinto, autonomo, e il privato indotto verrà punito fino a tre anni.
Chiediamoci la ragione vera di questa scomposizione, la scomposizione in due distinte fattispecie penali risponde alle numerose sollecitazioni dell’OCSE già dal 1997 e da ultimo dalla Commissione Greco nel rapporto del 2012; gli organismi internazionali, preoccupati del pericolo che il privato che è stato indotto a pagare o a promettere, sfugga alla punizione, assicurandosi il ruolo di vittima – perciò di parte offesa e testimone anziché imputato – pur avendo avuto un margine di scelta. È questo il punto, pur avendo avuto un margine di scelta e aver comunque deciso di pagare, pur non avendo subito nessun tipo di minaccia, accettando invece di assicurarsi un vantaggio.
La soluzione proposta dal testo Severino merita apprezzamento perché da un lato prevede un trattamento più severo per il pubblico ufficiale che costringa con minaccia o violenza, e la minaccia – mi rivolgo sempre al collega Di Pietro – può essere diretta, indiretta, larvata, e tutti gli esempi che poco fa sono stati fatti dal collega Di Pietro rientrano nella concussione anche nel nuovo testo, anche nel testo che ci apprestiamo a votare. L’ipotesi di induzione invece configura un distinto reato, grave, punito fino a otto anni. Nessuna abrogazione, nessuna norma di favore, per nessun imputato eccellente – nominiamoli: né Penati, né Berlusconi – solo la necessità di intervenire con fermezza per spezzare il fenomeno corruttivo, non avallare posizioni di comodo, anche processuali, e dare seguito agli impegni internazionali.
La catena deve essere spezzata con decisione, su questo punto ci siamo impegnati e il testo che ci apprestiamo a votare riesce anche a garantire la continuità dei processi in corso, lo dice il nostro sistema, basta leggere l’articolo 2 del codice penale perché i fatti di concussione per costrizione e quelli di induzione sono e continuano ad essere reato; occorre restituire serietà alla repressione dei fatti, alle falsificazioni dei bilanci di impresa, alla corruzione di amministratori pubblici e privati, dare un segnale concreto alla volontà politica di impegnarsi in una complessa strategia per il contrasto alla corruzione che metta insieme coordinati interventi nel campo dell’amministrazione, della trasparenza, della legislazione penale e deontologica. Ci auguriamo che questo provvedimento diventi legge dello Stato entro l’estate, sarebbe un effettivo recupero della credibilità della politica.

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Anticorruzione, la migliore riforma possibile”, di CARLO FEDERICO GROSSO

Se il governo chiederà davvero la fiducia sul ddl anticorruzione, e se la Camera l’approverà, ci troveremmo di fronte ad un’ulteriore «tacca» che l’esecutivo potrebbe inserire nel suo carnet di provvedimenti positivamente assunti nell’interesse del Paese.
La riforma non è, in astratto, la migliore possibile. Di fronte al dilagare della corruzione sarebbe stato opportuno essere più drastici: ripristinando la vecchia durata della prescrizione, vergognosamente accorciata dalla legge ex Cirielli; reinserendo (o inserendo ex novo) reati utili a colpire le provvigioni di denaro «nero», usuale premessa per l’esecuzione di operazioni corruttive (recupero di reati quali il falso in bilancio, repressione più pesante delle false fatturazioni, introduzione del reato di autoriciclaggio); prevedendo minimi di pena più elevati; disciplinando in maniera più incisiva talune fattispecie (pur opportunamente introdotte nel nuovo testo legislativo) come la corruzione tra privati e il traffico d’influenze.

In concreto, l’articolato proposto costituisce tuttavia uno dei testi «migliori» praticabili nell’attuale, difficile, contesto politico.

Esso adempie, finalmente, agli impegni internazionali assunti dallo Stato italiano (Convenzione contro la corruzione delle Nazioni Unite, Convenzione di Strasburgo); rispetto alla legislazione vigente rafforza in modo rilevante gli strumenti di prevenzione e repressione contro la corruttela; sotto diversi profili si allinea ai meccanismi di contrasto utilizzati dalla maggior parte delle legislazioni europee.

In questo contesto, nell’impossibilità «politica» di realizzare una legislazione ancora più incisiva, è preferibile fare saltare l’intera riforma (in attesa di ipotetici tempi «migliori») ovvero approvare la soluzione «compromissoria», ma tutto sommato equilibrata, elaborata dal governo? Personalmente non avrei dubbi: poiché il disegno di legge prevede l’introduzione d’istituti amministrativi di forte impatto nella lotta alla corruzione e rafforza, pur con diverse timidezze, l’attuale livello della repressione penale, perché soprassedere, rinunciando a un significativo passo avanti nella lotta alla corruzione?

Per dare, sia pure brevemente, conto dell’utilità di approvare il progetto mi sembra opportuno riassumere alcuni dei suoi profili qualificanti. Il ddl prevede d’introdurre, in attuazione dell’art. 6 della Convenzione delle Nazioni Unite e degli artt. 20 e 21 della Convenzione di Strasburgo, una «Autorità nazionale anticorruzione» deputata a realizzare attività coordinata di controllo e di prevenzione della corruzione e ad approvare un «Piano nazionale anticorruzione» in grado di programmare il contrasto dei fenomeni corruttivi; assicura trasparenza alle pubbliche amministrazioni prescrivendo la pubblicazione sui siti istituzionali delle informazioni relative ad ogni procedimento amministrativo; prescrive la pubblicità delle posizioni dirigenziali in modo da rendere palesi gli assetti decisionali delle pubbliche amministrazioni; prevede norme a protezione dei dipendenti pubblici che riferiscano condotte illecite; prevede norme di controllo delle imprese esposte al rischio d’infiltrazioni mafiose; prevede, novità davvero rilevante, l’adozione di norme in tema di divieto a ricoprire cariche elettive e di governo conseguente a sentenze definitive di condanna.

In materia penale prevede a sua volta un aumento pressoché generalizzato delle sanzioni (ancorché non sempre adeguato alla gravità di ciascun illecito previsto); introduce (sia pure in modo perfettibile) alcuni nuovi reati, come il traffico d’influenze illecite, particolarmente importante per colpire indebiti arricchimenti di pubblici ufficiali sganciati dal compimento di specifici atti di ufficio, e (sia pure con una configurazione non del tutto adeguata alla pluralità degli interessi offesi) la corruzione tra privati; per effetto degli aumenti delle sanzioni determina un allungamento (sia pure non sufficiente) dei tempi della prescrizione di buona parte dei reati previsti.

Perché allora, come dicevo, non approvare un progetto che, ancorché perfettibile, contiene comunque norme che migliorano, e di non poco, lo standard della nostra legislazione anticorruzione?

Rimane, a questo punto, un’unica obiezione, riguardante il cosiddetto «spacchettamento» del delitto di concussione. Si tratta di questo. Nel ddl anticorruzione la «induzione» a dare o promettere utilità al pubblico ufficiale (oggi punita come concussione al pari della «costrizione» a pagare usando violenza o minaccia) viene estrapolata dal delitto di concussione e prevista come reato autonomo. Con questa innovazione s’intende trattare come vittima del reato (e pertanto come soggetto non punibile) soltanto chi paga la tangente perché «costretto», e punire invece chi si è lasciato semplicemente «indurre» a farlo. L’innovazione tende a rendere più incisiva la disciplina anticorruzione, evitando ampliamenti non giustificati dell’ambito d’impunità di chi, nella sostanza, è concorrente nel reato e non vittima dello stesso (si badi che in nessun altro Paese europeo si prevede il delitto di concussione per induzione: il privato «indotto» è sempre punito a titolo di concorso in corruzione).

Ebbene, si sostiene dai critici più accesi, con questa innovazione il governo tecnico, cedendo alle pressioni del Pdl, e con l’avallo del Pd, favorirebbe, nei fatti, Berlusconi, imputato di concussione per induzione del processo Ruby, in quanto i suoi difensori, dopo l’approvazione della riforma, avranno buon gioco nel sostenere che il reato di concussione per induzione è stato abrogato e che, pertanto, il loro assistito deve essere conseguentemente assolto.

Tecnicamente, quest’obiezione non sta in piedi. Il reato d’induzione a pagare tangenti al pubblico ufficiale, se la riforma dovesse essere approvata, non risulterebbe abrogato, ma sarebbe, semplicemente, previsto come un reato autonomo; in base ai principi vigenti in materia di successione di leggi penali, trattandosi di cambiamento della disciplina di un fatto che era, e continua ad essere, reato, troverà applicazione la norma penale più favorevole al reo. Berlusconi, ove venisse riconosciuto colpevole dei fatti ascrittigli, dovrebbe essere pertanto in ogni caso condannato, tutt’al più con una pena leggermente inferiore.

La Stampa 11.06.12