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Documento per una nuova cultura politica dei Diritti

Al termine dei propri lavori, il Comitato diritti del PD ha consegnato al Segretario del partito un documento che individua i principi comuni che dovrebbero animare la cultura politica dei democratici in materia di diritti. Il documento è stato largamente condiviso nelle sue linee di fondo e nella sua impostazione generale, pur nella pluralità di sensibilità e di posizioni su singoli punti. In questa prospettiva il documento viene offerto come contributo per l’elaborazione della sintesi politico-programmatica e delle concrete proposte legislative agli organi dirigenti del PD.

Principi comuni di cultura politica dei democratici in materia dei diritti

1. Il tema dei diritti riveste per il PD un’importanza centrale.

1.1. In quanto partito “democratico”, il PD ha scelto di porre la propria storia dentro quel grande movimento di democratizzazione della società che si è avviato con le Dichiarazioni dei Diritti dell’uomo e del cittadino nel secolo XVIII e che – attraverso le lotte di emancipazione sociale e del lavoro, la resistenza al totalitarismo, le lotte per l’emancipazione femminile – ha contribuito a scrivere le Carte dei Diritti che dalla fine della Seconda Guerra mondiale reggono a livello internazionale come a livello nazionale la nostra convivenza. In questa fase, di gravissima crisi non solo economica ma anche politica e culturale dell’Europa e dell’Occidente, un partito democratico non può non riaffermare che tra i diritti cosiddetti civili e quelli cosiddetti sociali e del lavoro c’è un rapporto di mutua implicazione: la natura a un tempo singolare e relazionale di ogni persona fa sì che la tutela dei primi non possa prescindere dai secondi, e viceversa. Per questo una nuova cultura politica dei diritti non può essere disgiunta da una cultura dei doveri e della responsabilità nei confronti degli altri. Come chiarisce in modo efficace la nostra Costituzione, all’art. 2, il riconoscimento dei “diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”, è strettamente legato all’”adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”.

1.2. Questo impegno riveste un’importanza ancora maggiore nel nostro Paese in cui la cultura dei diritti appare fortemente indebolita dalle politiche di centrodestra che, sia sul piano legislativo sia su quello della cultura politica, hanno rappresentato su questo terreno un momento di forte regressione. Il Pd ha di fronte a sé un duplice compito storico: da un lato, quello di ricostruire lo Stato di diritto, che solo può dare forza ed efficacia alla tutela dei diritti delle persone, dall’altro quello di rafforzare ed estendere una sensibilità di massa orientata in modo critico e democratico, in grado di sostenere con il proprio consenso un progetto di rinascita dell’Italia.

2. Il tema dei diritti si pone oggi in modo nuovo rispetto al passato.

2.1. Oggi è impossibile riflettere sul tema dei diritti personali senza tener conto del dato più dirompente che segna il nostro tempo: il vertiginoso aumento di potenza nelle mani dell’essere umano grazie alla rivoluzione tecnologica (biologia, comunicazione, intelligenza artificiale) esplosa negli ultimi decenni. Oggi la nuova potenza della tecnica sta mettendo sempre più in crisi la distinzione tra “naturale” e “artificiale”, consentendo alla tecnica di intervenire sugli stessi fondamenti biologici della nostra esistenza, dal momento del sorgere della vita fino ai confini con la morte. Per questo è essenziale incoraggiare, sostenere e rispettare il libero esplicarsi della scienza e dell’arte, ma al tempo stesso è del tutto evidente che tale immenso potenziale non possa essere lasciato alla nuda regolazione del mercato: se da un lato gli investimenti economici sono essenziali ai fini dello sviluppo della scienza e della tecnologia, d’altro lato la finalità della ricerca e l’utilizzo dei suoi risultati non possono essere definiti solo dall’aumento di ricchezza che essi possono produrre. È essenziale pertanto l’elaborazione di un’etica civile, di pratiche di governo, di norme giuridiche capaci di mettere questo potenziale al servizio di ogni essere umano. Ciò deve avvenire anche attraverso la valorizzazione del dibattito pubblico: oggi, le tecnologie della comunicazione consentono di dare vita a spazi di libera discussione tra i cittadini, nei quali, attraverso idonee procedure di informazione e diffusione delle cognizioni scientifiche e delle diverse possibilità che da esse scaturiscono, l’opinione pubblica adeguatamente informata può riappropriarsi della discussione su scelte cruciali, consentendo alla politica uno spazio non arbitrario di decisione sull’utilizzo di quel che la scienza, la tecnica e l’arte liberamente producono.

2.2. La sfida dei diritti si colloca oggi in un orizzonte multiculturale caratterizzato dal pluralismo delle concezioni del mondo e delle visioni etiche. Tale pluralismo è una ricchezza ed è alla base dello sviluppo della società europea che, dall’incontro tra popoli e culture diverse, ha saputo costruire quella forma di convivenza tra liberi ed uguali che proprio nella cultura e della tutela dei diritti sa trovare le forme e le energie per l’integrazione di nuovi gruppi e nuove culture che i fenomeni migratori hanno portato entro le nostre società. Se da un lato il pluralismo culturale rende difficile un’immediata intesa tra le diverse componenti della società, dall’altro costringe ciascuno al riconoscimento del proprio limite, al rispetto dell’altro, allo sviluppo di quelle capacità di dialogo e di intesa che sono requisiti fondamentali delle società liberali e democratiche e che rappresentano le basi culturali dello Stato laico disegnato dalla Costituzione italiana. È proprio il riconoscimento della laicità dello Stato, del suo carattere non sacrale, che costituisce il presupposto per un continuo adattamento della sua legislazione alle esigenze del pieno sviluppo della personalità degli individui che ne fanno parte. Per questo il Partito Democratico non solo riconosce e promuove il pluralismo all’interno della società, ma ritiene anche che esso sia un valore al proprio interno, perché dalla presenza di diverse tradizioni di pensiero, così come dal riconoscimento e dalla valorizzazione delle differenze di genere, può ricavare un ineguagliabile patrimonio di valori e di significati da cui attingere per orientare la propria azione politica. Perché questa ricchezza plurale possa essere messa al servizio di tutto il Paese è essenziale che, mentre si richiede il rispetto e la valorizzazione di ogni tradizione e posizione ideale, si coltivi il senso della distinzione tra il piano delle visioni etiche e culturali, il piano delle decisioni politiche e il piano delle scelte legislative, del diritto e dell’esperienza giuridica, che hanno un loro grado di specifica autonomia. Si tratta, infatti, di piani strettamente correlati da un lato, ma anche rigorosamente distinti. I valori etici, da una parte, aspirano all’universalità, mentre le decisioni politiche sono sempre calate nelle situazioni storiche e particolari. I valori etici si comunicano attraverso argomenti e non si debbono imporre con la forza, le decisioni politiche si possono far valere anche attraverso la forza delle leggi che costringono all’obbedienza, l’esperienza giuridica fonda la possibilità di una convivenza sociale rispettosa della centralità della persona.

2.3. Ciò che va valorizzato, della deliberazione politica democratica su temi eticamente sensibili, è dunque il suo carattere di sintesi provvisoria e sempre perfettibile, che ha per oggetto la regolazione della modalità di esercizio dei diritti, resa talora necessaria per le richieste di nuovi riconoscimenti che possono emergere dalla società o per i conflitti che possono richiedere un’azione di bilanciamento. Solo la consapevolezza della provvisorietà e della perfettibilità della sintesi e del bilanciamento volta a volta raggiunti può rendere accettabile la decisione della maggioranza da parte di chi al momento non si ritrova nella soluzione prevalente. Per questo su temi eticamente sensibili va fatto ogni sforzo per raggiungere la massima convergenza e anche là, dove la contingenza impone una decisione, devono permanere l’ascolto delle ragioni dell’altro e l’apertura a soluzioni nuove e più inclusive. Dove, infine, inderogabili ragioni di coscienza, seriamente motivate, dovessero costringere ad assumere posizioni differenziate, tali scelte devono comunque trovare rispetto e possibilità di espressione. Tutto ciò sottolinea l’elaborazione creativa di una nuova cultura politica dei diritti che non può limitarsi alla sintesi delle diverse tradizioni del passato.

3. La persona e la società, i diritti e la legalità

3.1. Questa nuova cultura politica non può non ripartire dall’affermazione della centralità della dignità di ogni essere umano, dignità che è il vero e proprio anello di congiunzione dei diritti sia civili che sociali. Non è un caso che verso questa valorizzazione della dignità si sia indirizzato il miglior costituzionalismo contemporaneo, a partire dal secondo dopoguerra. Affermare la centralità dei diritti delle persone all’interno della società significa che tutte le realtà sociali (le formazioni sociali come le attività economiche, le istituzioni politiche come le leggi) sono luoghi e strumenti al servizio di ogni essere umano, perché, attraverso di essi, ciascuno possa giungere liberamente alla realizzazione di sé. È questa l’acquisizione fondamentale della nostra Carta Costituzionale e degli ordinamenti nati – a livello nazionale come internazionale – dopo l’esperienza dei totalitarismi, ossia di quei regimi che avevano ridotto il singolo essere umano a semplice parte di un tutto, a un mezzo per realizzare finalità ritenute più alte.

3.2. Il rinnovamento della cultura dei diritti, che metta al centro la persona, deve d’altronde farsi consapevole che la politica deve moderarsi e darsi dei limiti. Deve fare propria la categoria della “mitezza”, non solo abbandonando definitivamente ogni giustificazione anche indiretta dell’uso della violenza a scopi politici, ma anche impegnandosi al rispetto radicale della persona, delle cose e delle idee altrui. Ciò vale anche e soprattutto quando è politica democratica, ossia quando trova la sua legittimazione nel volere della maggioranza. Nemmeno il volere della maggioranza, espressosi democraticamente, può infatti disconoscere i limiti, che derivano dal fondamentale diritto delle minoranze e della stessa singola persona, di vedersi garantita la responsabilità ultima della propria sorte, ogniqualvolta le proprie libere scelte non mettano in questione la libertà altrui e non implichino posizioni di responsabilità da addossare ad altre persone ed alla società.

3.3. Una nuova cultura dei diritti deve inoltre mettere al centro il rispetto e la promozione della legalità e di una efficiente giurisdizione sul piano nazionale, europeo ed internazionale. La tutela delle persone e delle collettività passa attraverso la certezza del diritto, che è data da leggi generali, assunte democraticamente, trasparenti e chiare, da un’amministrazione efficiente, imparziale e resa responsabile nel gestirsi, da un sistema di tutela giurisdizionale, formato da Corti e giudici chiamati ad assicurare il presidio, indipendente ed imparziale, dei diritti e delle responsabilità di tutti, bandendo ingiustificati privilegi connessi all’espletamento di funzioni di autorità anche politicamente qualificate. Le garanzie di difesa, contraddittorio, terzietà del giudice e ragionevole durata dei processi, in cui si traducono concretamente imparzialità ed indipendenza, sono pertanto, per il PD, altrettanto indispensabili alla giurisdizione quanto lo è la libertà della partecipazione politica nei procedimenti deliberativi democratici. Ciò vale, in special modo, con riferimento alla giurisdizione penale, la quale più di ogni altra coinvolge i diritti fondamentali della persona.

4. Libertà, eguaglianza, differenza

4.1. Questa affermazione della centralità di ogni essere umano porta con sé il riconoscimento del suo diritto fondamentale alla libertà e ad un uguale trattamento: diritto ad un eguale trattamento il quale, se per un verso ha come corollario la restituzione della pari possibilità di essere libero, a chi ne è impedito da svantaggi di carattere economico e sociale o di genere di cui non rechi responsabilità, si traduce altresì nel diritto ad un uguale rispetto delle singolarità e differenze di ciascuna persona e collettività pur minoritaria.

4.2. La libertà di ciascun individuo è stata progressivamente riconosciuta nei nostri ordinamenti a partire dalla libertà personale, che implica anzitutto l’inviolabilità del corpo e l’intangibilità della sfera interiore di ciascuno, e si è poi allargata alla sfera sociale, ossia all’insieme delle relazioni con gli altri.

4.3. Il riconoscimento della natura non strumentale della persona e della sua dignità ha portato poi al riconoscimento dell’eguaglianza di ogni individuo e al rifiuto di ogni forma di discriminazione. Le tradizioni democratiche hanno sinora fatto di un’idea forte di eguaglianza un elemento costitutivo della loro identità. Nell’ordinamento giuridico italiano questa posizione si riflette nell’art. 3 della Costituzione, nella cui attuazione si risolvono integrandosi i due opposti modelli di eguaglianza elaborati dall’esperienza occidentale: l’eguaglianza formale nel primo comma, e l’eguaglianza sostanziale – come prospettiva da raggiungere – nel capoverso successivo. L’eguaglianza, secondo un’esperienza che va estendendosi all’Europa ed a gran parte dell’occidente, è ormai da intendersi, piuttosto che come astratta parità, o tantomeno come omologazione, come “ragionevolezza” e “proporzionalità” del trattamento delle persone, tenendo conto tanto delle pari opportunità da assicurare nell’esercizio dei diritti, quanto della libertà individuale e collettiva di svolgere la propria identità consapevole ed il proprio progetto di vita alla stregua di differenza da salvaguardare come legittima.

4.4. Per questo la lotta contro la disuguaglianza deve accompagnarsi al riconoscimento della differenza, in particolare di quella di genere- La soggettività femminile ha posto con grande forza il tema del riconoscimento di diritti e di una parità che non rinunci alle differenze, che invece sono essenziali per il libero sviluppo individuale e collettivo. L’inaudita crescita di nuove soggettività (basti solo pensare alla soggettività delle donne), e la moltiplicazione esponenziale dei piani di vita individuali cui stiamo assistendo (desideri, aspettative, immagini di sé) ha spostato negli ultimi decenni l’ago della nostra attenzione sul tema della differenza. Dobbiamo saper coniugare con attenzione questi due valori, come complementari ed inscindibili. Mai così eguali, nelle chances di affermarsi e veder riconosciuti i propri diritti, e mai così diversi, nella tutela, e nelle possibilità di sviluppo di identità e di progetti di vita individuali e collettivi: questa deve diventare la nostra bandiera. E a questo deve corrispondere la proposta di distinte – ma collegate da un unico disegno – piattaforme di diritti: piattaforme di diritti dell’eguaglianza e piattaforme di diritti della differenza, in una società che il PD vuole in massimo grado aperta e inclusiva.

5. Le sfide immediate dell’oggi

5.1. I diritti delle persone non sono oggi pienamente riconosciuti e sono spesso significativamente minacciati nei diversi ambiti della vita individuale e sociale, tenendo presente che, anche e proprio nel nostro paese, prassi conservative e talora persino regressive minacciano i medesimi diritti delle persone ed il loro sviluppo.

5.2. Vi sono violazioni delle libertà personali che toccano anzitutto il corpo umano.
Sono gli episodi che riguardano, ad esempio, la violenza sessuale, la tortura, le sperimentazioni non autorizzate, l’uso improprio di mezzi terapeutici e tecniche bio-mediche, le diverse forme di schiavitù, il traffico di organi. La violenza sessuale ed il susseguirsi delle uccisioni delle donne ci interrogano in profondità perché, non solo all’esterno ma anche e soprattutto all’interno di troppe relazioni di coppia e familiari, le donne sono ancora considerate oggetti di dominio e vittime di una relazione di sopraffazione. Rispetto a queste violazioni occorre riconoscere anzitutto il dovere del rispetto assoluto della vita umana e della sua indisponibilità ad essere trattata come mero oggetto o strumento, perché essa è condizione di possibilità della realizzazione della persona e della sua dignità. In questa linea la Direttiva 98/44/CE vieta che il corpo umano, nei vari stadi della sua costituzione e del suo sviluppo, possa costituire un’invenzione brevettabile e considera contrari all’ordine pubblico o al buon costume, e per tale ragione esclusi dalla brevettabilità, i procedimenti di clonazione di esseri umani, i procedimenti di modificazione dell’identità genetica germinale dell’essere umano e le utilizzazioni di embrioni umani a fini industriali o commerciali. Il trentottesimo ‘considerando’ della stessa direttiva precisa che questo elenco non è esauriente e che anche tutti i procedimenti la cui applicazione reca pregiudizio alla dignità umana devono essere esclusi dalla brevettabilità.
L’inviolabilità di ciascuno si basa sul riconoscimento che l’integrità della persona è inscindibilmente legata alla sua identità: l’offesa nel corpo è un’offesa alla dignità della persona e quindi non è solo violazione di uno spazio fisico, ma rottura dell’unità del soggetto umano con se stesso. L’integrità della persona deve essere rispettata sia là dove essa sia in grado di esprimere autonomamente la propria volontà, sia là dove ciò non possa accadere. Occorre darsi gli strumenti, anche legislativi, affinché la persona possa esprimere, anticipatamente e con forme e modalità adeguate e consapevoli, i propri convincimenti e la propria volontà per le situazioni nelle quali potrebbe non essere più in grado di esprimerli. Ed occorre adoperarsi per estendere la tutela delle libertà personali a chi, versando in stati magari anche solo transitori di incapacità ad esprimersi, è, come soggetto debole, maggiormente esposto al rischio di manipolazione e bisognoso di protezione e di rispetto. Va in questa direzione, d’altronde, l’indirizzo – ormai diffuso a livello europeo ed internazionale ed a cui il Partito democratico ritiene l’Italia si debba adeguare – circa la tutela da accordare anche alle persone minori di età, da un lato valorizzando quel tanto di volontà e di libero convincimento di cui esse si dimostrino concretamente capaci e, d’altro lato, improntando ogni decisione le tocchi personalmente al generale principio dell’assoluta preminenza e precedenza da dare all’interesse dei minori stessi. Un principio, questo, che è da praticare costantemente anche nell’ambito familiare, quanto al rapporto tra genitori e figli.
Per questo il PD si è impegnato a combattere queste forme di violazioni della libertà personale, anche attraverso specifiche proposte, quali ad esempio quelle contro la violenza sulle donne, contro l’omofobia e la transfobia, contro la manipolazione genetica, contro le terapie e le cure non rispettose delle volontà di colui che le subisce, contro la tortura e a favore di un trattamento umano dei detenuti nelle carceri. Non solo ci si deve astenere da interferenze che offendano la dignità della persona, nel rispetto dei convincimenti e degli stili di vita manifestati dalla persona stessa, ma occorre altresì constatare che la cura, l’assistenza o l’aiuto alla persona non sono più tali, né possono corrispondere al corretto soddisfacimento dei diritti della persona stessa, allorché non siano liberamente e consapevolmente accettati.
Il PD opera affinché il diritto alla cura debba essere garantito come esigibile da ogni persona, in ogni caso, specie da chi si trova in condizioni di povertà, materiale e relazionale, e di potenziale abbandono. Per questo afferma con convinzione la necessità che siano sempre assicurate prestazioni di cura adeguate a ciascun cittadino, in particolare agli indigenti. Ciò tra l’altro è suggerito dalla nostra Costituzione, che saggiamente all’art. 2, c. 1, considera la salute come “interesse della collettività”, oltre che come “fondamentale diritto dell’individuo”. Il diritto alla cura è declinabile anche come diritto ad essere sollevato dalla sofferenza con trattamenti palliativi, là dove non possa darsi altro rimedio, per ciò che la scienza e la tecnica allo stato consentono e nell’osservanza delle scelte della persona. È inoltre elemento coessenziale di questo diritto alla cura, e non è altro da esso in quanto connesso al diritto all’integrità personale, il diritto al rispetto delle scelte della persona, fin dove non si impongano esigenze collettive di tutela della salute. Nelle proposte del PD, la necessità di preservare il rapporto di fiducia e l’alleanza terapeutica tra il medico ed il paziente, nel quadro delle relazioni familiari ed affettive che lo circondano, rispetta il principio per cui il convincimento libero e la volontà individuale di chi è curato non debbono subire prevaricazioni o pregiudizi; mentre va assicurato il diritto ed il dovere del medico di non impartire al paziente stesso, il quale pure solleciti o acconsenta, trattamenti finalizzati a sopprimere la vita, tenendo sempre fermo il principio che l’ultima parola sull’intrapresa dei trattamenti e sulla loro prosecuzione è di chi li sopporta.

5.3. Vi sono poi violazioni dei diritti fondamentali anche nell’ambito della sfera spirituale. Anche su questo piano si registrano mancati riconoscimenti della libertà di pensiero e di religione. Ciò riguarda la sfera della libertà religiosa, della libertà scientifica e artistica, della libertà della ricerca scientifica, ma riguarda anche la sfera della formazione della pubblica opinione che si sviluppa attraverso l’accesso ad una informazione libera e plurale e di una educazione aperta e pluralistica. In questo ambito il principio fondamentale non può che essere quello del rispetto e della promozione della libertà di coscienza del singolo, che è un valore frutto anch’esso della convergenza, sia pure dialettica, delle tradizioni religiose e secolari. Il riconoscimento della libertà della coscienza pone un limite fondamentale al potere politico e ai suoi strumenti coercitivi che devono arrestarsi di fronte alla sfera interiore dell’individuo, e per ciò stesso anche di fronte alla sfera dell’arte, della cultura, della scienza. La difesa di tale diritto all’inviolabilità della coscienza, il cui esercizio non può evidentemente essere riservato al solo spazio interiore di ogni individuo, deve conciliarsi con il principio di responsabilità sociale per i comportamenti influenti su altre persone e sulla società. Per questo i riconoscimenti delle differenze di comportamento imputabili a identità o scelte anche religiose, etiche o filosofiche, anche nelle forme di obiezione di coscienza giuridicamente garantita, devono inserirsi in un regime di compatibilità con l’adempimento da parte di tutti i cittadini degli obblighi di solidarietà sociale ed il rispetto dei diritti altrui. È compito delle istituzioni pubbliche, da un lato, riconoscere la libertà di coscienza anche dei propri operatori, dall’altro, garantire a tutti i cittadini la protezione e l’assistenza di cui hanno diritto. In questa direzione il PD ha avanzato proposte a sostegno della libertà religiosa, a difesa di una informazione libera e plurale, a sostegno della libertà di ricerca.

5.4. Il PD considera la situazione della libertà di circolazione delle informazioni e delle opinioni scientifiche e culturali attraverso i mezzi di comunicazione, nonché la situazione delle istituzioni di ricerca, di istruzione e di formazione in Italia come emergenza da affrontare prioritariamente, tenendo conto che la situazione italiana è caratterizzata, oggi, da maggior rischio rispetto a quella di altri paesi europei ed occidentali. Il PD si batte affinché l’utilizzo dei mezzi di comunicazione di massa sia improntato ad effettivo pluralismo, contro situazioni di monopolio o oligopolio e conflitti di interessi dei gestori, in vista della massima e libera diffusione della cultura e dell’informazione, rispettosa di diritti e dignità delle persone. Il partito ritiene impegno essenziale, in questo senso, garantire attraverso opportuni investimenti un accesso generalizzato delle persone ad internet, anche come premessa di una pubblica opinione libera ed informata. Al tempo stesso è essenziale tutelare anche nella rete – con una legislazione aggiornata alle nuove realtà – tutti i cittadini, in particolare i minori, il loro diritto alla propria immagine, alla propria privacy e alla propria dignità. Nel contempo il PD ritiene che la scuola, le università e le istituzioni di cultura, nonché ogni altro luogo destinato all’apprendimento ed alla ricerca in campo scientifico, tecnico ed artistico debbano vedersi garantita libertà ed autonomia nell’esercizio di tale loro missione. L’azione della politica democratica, anche al livello di legislazione, e l’azione economica delle imprese e dei mercati, mentre vanno promosse, incoraggiate e sostenute anche in riferimento allo sviluppo della cultura, della scienza e dell’arte, non debbono pretendere di detenere come tali il governo dei processi di ricerca e di apprendimento, conculcando libertà e autonomia di scienziati ed artisti. In primo luogo quanto alla scuola ed all’università, che ne sono state maggiormente toccate, l’impostazione della legislazione del centro-destra va al riguardo rovesciata poiché essa tende a depauperare e distruggere, anziché a potenziare ed accrescere come invece si deve, il patrimonio culturale, scientifico ed artistico acquisito. È indubbio che, proprio su questo versante, i governi del centrodestra lasciano dietro di sé una delle eredità più pesanti e negative, da rimuovere anzitutto con il riallineamento dell’Italia almeno ai livelli degli altri Paesi europei ed occidentali, trattandosi di temi immediatamente rilevanti per la stessa effettiva partecipazione alla vita democratica.

5.5. Vi sono infine mancati riconoscimenti e violazioni di diritti nell’ambito delle relazioni e delle organizzazioni sociali. La vita umana esiste solo (ed è pensabile solo) entro le forme della socialità. Queste forme – tra cui la famiglia è forma primaria – si costituiscono non solo sulla base delle scelte degli individui, ma anche sulla base della loro posizione e del loro rilievo sociale. La storia della famiglia testimonia questa evoluzione continua, legata al mutare delle condizioni economiche, ambientali, culturali, religiose, al cui interno un ruolo fondamentale è stato svolto dai grandi processi di emancipazione femminile. In questa evoluzione la cultura e gli ordinamenti giuridici hanno riconosciuto un’importanza crescente alla libera espressione dell’affettività personale, all’uguaglianza delle persone all’interno della famiglia e agli obblighi di solidarietà tra coniugi e tra genitori e figli. Si tratta di valori essenziali non solo alla vita personale, ma all’intera vita sociale. Per questo la Costituzione italiana ha inteso riconoscere e stabilire i diritti e i doveri della famiglia (artt. 29 e 30), nonché il dovere della Repubblica di agevolarla e sostenerla nell’adempimento dei suoi compiti (art. 31). Rispetto a questo dovere l’azione del governo italiano, anche e soprattutto negli ultimi anni, è stata largamente inadempiente e il PD considera un obiettivo primario il dare piena attuazione a questo impegno costituzionale.
D’altra parte non si può ignorare che nella società contemporanea le dinamiche sociali ed economiche, da un lato, e, dall’altro, le libere scelte affettive e le assunzioni di solidarietà hanno dato vita a una pluralità di forme di convivenza, che svolgono una funzione importante nella realizzazione delle persone e nella creazione di un più forte tessuto di rapporti sociali. Per questo esse appaiono meritevoli di riconoscimento e tutela sulla base di alcuni principi fondamentali. Da un lato, nel principio della centralità del soggetto rispetto alle sue relazioni, così da riconoscere sia i diritti di ogni persona a dare vita liberamente a formazioni sociali, sia i diritti di ciascuno entro le diverse formazioni sociali. Dall’altro, nel principio del legittimo pluralismo, che implica il riconoscimento dei diritti e dei doveri che nascono nelle diverse formazioni sociali in cui può articolarsi la vita personale affettiva e di coppia.
Tale riconoscimento dovrà avvenire secondo tecniche e modalità rispettose, da un lato, della posizione costituzionalmente rilevante della famiglia fondata sul matrimonio ai sensi dell’art. 29 Cost. e della giurisprudenza costituzionale che anche recentemente ne ha dato applicazione, dall’altro, dei diritti di ogni persona a realizzarsi all’interno delle formazioni sociali, che si declinano oggi in un orizzonte pluralistico secondo quanto espresso dalla Corte Costituzionale: «per formazione sociale deve intendersi ogni forma di comunità, semplice o complessa, idonea a consentire e favorire il libero sviluppo della persona nella vita di relazione, nel contesto di una valorizzazione del modello pluralistico. In tale nozione è da annoverare anche l’unione omosessuale, intesa come stabile convivenza tra due persone dello stesso sesso, cui spetta il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone – nei tempi, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge – il riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri» (138/2010). Il PD, auspicando un più approfondito bilanciamento tra i principi degli articoli 2, 3, e 29 della Costituzione, quanto in specie alle libere scelte compiute da ciascuna persona in relazione alla vita di coppia ed alla partecipazione alla stessa, opera dunque per l’adeguamento della disciplina giuridica all’effettiva sostanza dell’evoluzione sociale, anche introducendo, entro i vincoli della Costituzione e per il libero sviluppo della personalità di cui all’art. 2, speciali forme di garanzia per i diritti e i doveri che sorgono dai legami differenti da quelli matrimoniali, ivi comprese le unioni omosessuali.

6. “Chiunque degradi un altro degrada me”

La lotta per il riconoscimento dei diritti – dei diritti propri e dei diritti degli altri – è lotta contro ogni concezione e ogni pratica volta a degradare, discriminare, escludere alcuni esseri umani dalla considerazione e dal consorzio sociale. Negare un’uguale dignità, negare il dovere di un uguale rispetto significa negare una comune umanità. Significa porre qualcuno in una condizione di inferiorità e quindi di minori possibilità di esprimere liberamente la propria personalità. Significa esporlo al giudizio negativo della società e dunque metterlo in condizione di insicurezza e di paura. Paura che la propria vita venga considerata di minor valore di quella degli altri, paura che la propria esistenza possa venire percepita come un fastidio o un pericolo per gli altri.
L’impegno per la tutela dei diritti di ognuno è un impegno per costruire una società in cui la vita di ciascuno non debba essere dominata dalla paura. La paura avvilisce l’esistenza, la blocca, la rattrappisce. Le impedisce di svilupparsi e di dare a se stessa e agli altri tutto ciò che potrebbe. Per questo far vivere esseri umani nella paura non è solo un’intollerabile offesa nei loro confronti, ma anche un insensato impoverimento della vita di tutti.
Oggi come ieri sono all’opera concezioni della vita e pratiche sociali che alimentano la paura, coltivano l’esclusione, degradano l’altro. Ponendo dei seri ostacoli alla libertà e all’uguaglianza delle persone, rendono difficile la costruzione di una società più libera e democratica.
Per questo l’impegno per la diffusione di una nuova cultura politica dei diritti e di più efficaci misure legislative a tutela di ogni essere umano, deve accompagnarsi all’impegno per combattere la paura e il suo uso strumentale. Per coltivare, assieme, una politica dell’umanità di ciascuno, fatta di riconoscimento dell’uguale dignità, fatta di uguale rispetto, fatta di interesse e cura per la vita dell’altro. Perché nessun essere umano abbia da vivere nel timore di essere ciò che è, ma possa godere del riconoscimento dell’altro e contribuire, in condizioni di libertà e di parità, alla vita di tutti.

Quota 96, Bastico e Ghizzoni hanno presentato un disegno di legge

Depositato un Ddl di modifica della riforma Fornero: interessa un centinaio di modenesi. Le parlamentari modenesi del Pd Mariangela Bastico e Manuela Ghizzoni proseguono nella loro battaglia a fianco del personale della scuola ingiustamente penalizzato dalla riforma pensionistica Fornero. Oggi hanno presentato, in contemporanea al Senato e alla Camera, un disegno di legge per modificare la normativa in modo da tenere conto della specificità del settore scolastico. “In difesa di un diritto – dicono Bastico e Ghizzoni – non certo di un privilegio”.

E’ stato depositato, in mattinata, contemporaneamente al Senato e alla Camera, per iniziativa delle parlamentari modenesi del Pd Mariangela Bastico e Manuela Ghizzoni, un disegno di legge in materia di requisiti di accesso al trattamento pensionistico del personale scolastico, in modo da modificare la riforma Fornero laddove non tiene conto della specificità del settore della scuola. Com’è noto, il tema interessa un centinaio di persone nel modenese e ben 3.500 in tutto il paese: la riforma pensionistica del Governo Monti salvaguardava la cosiddetta “Quota 96” (60 anni di età anagrafica e 36 anni di contributi effettivi, oppure 61 anni di età e 35 di contributi), ma da conseguire entro il 31 dicembre 2011. Il ragionamento è stato fatto sulla base dell’anno solare, ma nella scuola l’intera organizzazione è basata sull’anno scolastico: c’è un unico giorno utile per andare in pensione ed è il 1° settembre di ogni anno, indipendentemente da quando si maturano i requisiti. La parlamentari Bastico e Ghizzoni si sono battute, in questi mesi, affinché questa specificità venisse riconosciuta, come del resto era accaduto in tutte le riforme in materia pensionistica antecedenti la riforma Fornero. Tra l’altro, molti docenti e personale Ata hanno presentato, nel frattempo, istanza al Tar di sospensione della efficacia della normativa in quanto si ledono diritti soggettivi, di natura pensionistica, già acquisiti. Con il disegno di legge in questione si intende modificare l’articolo 24 del decreto legge n. 201 del 2011 prevedendo lo slittamento, al 31 agosto 2012, del termine per maturare il requisito contributivo sulla base della normativa antecedente alla riforma del sistema previdenziale: “Abbiamo deciso di presentare questo disegno di legge – spiegano Bastico e Ghizzoni – affinché venga riconosciuto un diritto del personale della scuola. Non stiamo difendendo un privilegio, ma un diritto soggettivo legato alla specificità della organizzazione del mondo della scuola. La data del 1° settembre, infatti, risponde a giuste esigenze di funzionalità e di continuità didattica che le precedenti riforme hanno, peraltro, sempre riconosciuto. Con questa legge, quindi, intendiamo ripristinare un’equità di trattamento tra i tutti i lavoratori in relazione ai requisiti per il pensionamento. Tra l’altro, siamo molto soddisfatte perché su questo testo stiamo raccogliendo l’adesione di vari parlamentari sia di maggioranza che di opposizione e questo ci fa ben sperare per un iter rapido e positivo della norma”.

"Esodati, nuovo scontro Fornero-Camusso", di Massimo Franchi

Saranno settimane di fuoco per Elsa Fornero, chiamata a difendersi per la gestione sciagurata della vicenda esodati. La ministra del Welfare sarà chiamata prima a riferire nell’aula del Senato, martedì 19, e il giorno dopo nell’aula della Camera. Sulla strada è comparso anche un grosso ostacolo: la mozione di sfiducia individuale promossa dall’inedita alleanza Lega-Idv, proposta che ha ricevuto un’ottantina di firme comprese due del Pdl (Alessandra Mussolini e Miserotti). Nel testo si sostiene che «la gestione dei cosiddetti “esodati” da parte del ministro del Lavoro e delle politiche sociali, con affermazioni sconcertanti, merita disapprovazione e biasimo» e soprattutto che la ministra ha avuto un comportamento «grave» nell’aver «taciuto i contenuti del documento Inps sul numero degli esodati».
La suspense sull’esito del voto è aumentata dal fatto che nemmeno tra le file della maggioranza la difesa della ministra è molto convinta. Le critiche sono fortissime e ieri sette parlamentari del Pd (Stefano Esposito, Antonio Boccuzzi, Giacomo Portas, Giorgio Merlo, Dario Ginefra, Ivano Miglioli e Daniele Marantelli, espressione di diverse anime del partito) hanno preso carta e penna per scrivere a Mario Monti una lettera durissima in cui chiedono al premier «un immediato e fermo intervento nei confronti degli atteggiamenti non più tollerabili (e non certo da oggi) del ministro Elsa Fornero». Anche il responsabile Economia del Pd Stefano Fassina ha definito il “No” alla sfiducia come «portare la croce», «la priorità spiega è che il governo e il ministro Fornero vengano in Parlamento a spiegare bene ed in modo definitivo qual è la situazione per i lavoratori esodati, quale fattispecie vogliamo salvaguardare e quale piano con relative risorse finanziarie per risolvere il problema».
Anche all’interno dello stesso Consiglio dei ministri cominciano i distinguo. Il collega dell’Istruzione Francesco Profumo non ha fatto sconti, nemmemo per le comuni radici torinesi: «Con il ministro Fornero siamo concittadini, veniamo da scuole diverse e spesso abbiamo visioni in contrapposizione tra loro. Bisogna dirlo».
Ieri Fornero era a Ginevra insieme a Susanna Camusso. Le due non si sono risparmiate frecciate dirette. Entrambe ospiti della Conferenza internazionale del lavoro dell’Ilo, il dialogo a distanza è partito quando il segretario generale della Cgil ha accusa il ministro di aver avuto una «reazione intollerabile», «avrebbe dovuto arrabbiarsi perché ci abbiamo messo sette mesi a sapere quanti erano» gli esodati. La replica secca della Fornero è basata sui comportamenti: «Non devo necessariamente copiare i comportamenti altrui, mi sembra di ricordare, anche se io sono un politico tecnico, che un buon comportamento di un politico sia parlare all’estero di cose che riguardano l’economia internazionale e parlare in Italia di cose prevalentemente italiane. Quindi afferma Fornero io sono contenta di seguire una regola che mi pare di corretto comportamento».
La protesta contro la ministra ieri è scesa in piazza. A Roma al Pantheon 500 giovani hanno inscenato una protesta, accampandosi davanti al monumento per far sentire le loro ragioni al grido di «Esodiamo la Fornero».
DECRETO E RIFORMA INPS
Ieri intanto è stata resa pubblica la versione finale del decreto interministeriale che «salvaguarda» i primi 65mila esodati, firmato il 22 maggio dalla Fornero e sottoscritto ad inizio giugno dal viceministro dell’Economia Grilli. In attesa di essere pubblicato in Gazzetta ufficiale, si confermano le anticipazioni e le coperture finanziarie, pari a 5 miliardi e 70 milioni di euro dal 2013 al 2019. Unica sorpresa quella che riguarda una delle premesse al decreto, nella quale si sottolinea come la «congruità» della quota di 65 mila lavoratori esodati è stata verificata dalla «elaborazione effettuata dall’Inps». Un modo per responsabilizzare nuovamente l’ente pensionistico nell’iter del provvedimento.
Tutti i partiti, Pd, Pdl e Udc compresi, chiedono comunque di trovare urgentemente una soluzione. Una via potrebbe essere quella del disegno di legge sulla riforma del lavoro. I sindacati insistono invece per la convocazione immediata di un tavolo con il governo.
Nel frattempo Monti sta accelerando sul progetto di riforma della governance dell’Inps. Il presidente del Consiglio martedì sera nell’incontro con i segretari di maggioranza aveva chiesto direttamente a Alfano, Bersani e Casini il via libera. Un via libera che ha ottenuto con pochi distinguo. Il progetto del premier è molto diverso da quello di Elsa Fornero. Se la ministra del Welfare puntava a liberarsi della diarchia formata dal presidente Antonio Mastrapasqua e dal direttore generale Mauro Nori, il presidente del Consiglio vuole invece ridisegnare poteri e struttura dell’Inps. Come chiesto dalle parti sociali, saranno aumentati i poteri di vigilanza di un Board che accompagnerà il presidente e al quale lo stesso presidente dovrà rispondere.

L’Unità 14.06.12

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“Il nodo da risolvere Ci sono 325 mila fantasmi nel pasticcio degli esodati”, di Paolo Baroni

Da settimane il sindacato protesta e chiede tutele per tutti i lavoratori impigliati nel limbo degli esodati. Che quello degli esodati fosse un pasticcio lo si era capito subito. E del resto i sindacati sono sei mesi almeno che lo sostengono e pressano il governo. Dalla prima stima, 50 mila persone interessate dalla «tagliola», si è infatti passati a 130mila, poi 350 mila e l’altro giorno a 390.220. Con una avvertenza segnalata da più parti: non si parla di numeri, ma di famiglie in difficoltà, di persone che hanno fatto un accordo per lasciare il lavoro ed ora rischiano di restare senza occupazione e senza pensione a causa dell’età pensionabile dell’ultima riforma Fornero.
I sindacati hanno sempre parlato di 300 mila e più. Il decreto del governo ne garantisce però solo 65 mila. Colpa del ministro che sottovaluta il problema? No. Perché l’esecutivo lo stesso giorno in cui ha presentato il suo decreto, il 5 giugno, ha detto a chiare lettere di essere «consapevole che il provvedimento» sui lavoratori salvaguardati «non esaurisce la platea di persone interessate alla salvaguardia come, in particolare, i lavoratori per i quali sono stati conclusi accordi collettivi di uscita dal mondo del lavoro e che avrebbero avuto accesso al pensionamento in base ai previgenti requisiti – non prima del 2014 – a seguito di periodi di fruizione di ammortizzatori sociali». Semmai una colpa va individuata, la prima di una lunga catena di errori, è quella della Ragioneria dello Stato e del Tesoro, che hanno imposto un limite alla spesa di 5 miliardi. Che tradotto non significa però negare il problema, ma affrontarne solamente un primo pezzo. Il discrimine è quello del 2014: fino a quella data tutti gli esodati sono tutelati. Dal 2014 sino al 2017 ci sono altre 300 mila posizioni da analizzare.
Come nasce il problema Tutto inizia lo scorso autunno con la decisione di innalzare a 62 anni l’età minima per andare in pensione. Peccato che in parallelo, mentre al ministero del Lavoro si fissavano questi nuovi paletti, in un altro palazzo del governo, lo Sviluppo economico, continuavano ad essere firmati accordi di ristrutturazione che contemplavano scivoli, ammortizzatori e piani imperniati sulle vecchie regole.
Cosa fa sballare i conti?
Il «famigerato» documento dell’Inps che fissa quota 390 mila individua due platee precise che fanno lievitare il numero degli esodati: quella di chi prosegue volontariamente (133.000 persone autorizzate ai versamenti volontari nati dopo il 1946 e con un ultimo versamento contributivo antecedente il 6 dicembre 2011) e i cosiddetti «cessati», ovvero quelli che sono usciti dal lavoro per dimissioni, licenziamento o altre cause tra il 2009 e il 2011 che hanno più di 53 anni e che non si sono rioccupati (180.000 secondo l’Inps).
Per queste due categorie, infatti, il decreto del governo prevedeva rispettivamente 10.250 e 6.890 salvaguardati.
La scelta del governo.
Il primo passo deciso dall’esecutivo fissa un paletto al 6 dicembre 2011, data di entrata in vigore del decreto Salva-Italia. È «salvo» chi matura la decorrenza della pensione entro 24 mesi dall’entrata in vigore da questa data e che di fatto, considerate le finestre mobili, matura i requisiti entro maggio 2012 se autonomi e entro novembre 2012 se dipendenti. Per tutti gli altri si deve provvedere con un successivo intervento. La forbice protetti/non protetti non riguarda solo cessati e prosecutori volontari ma anche altre categorie: 45.000 persone tra mobilità ordinaria e quella lunga a fronte dei 29.050 salvaguardati dal decreto, 26.200 che beneficiano di fondi di solidarietà a fronte di 17.710, 3300 beneficiari del congedo straordinario per l’assistenza ai figli gravemente disabili anziché 150.
Il nodo dei costi Se il primo intervento sui 65 mila costa 5 miliardi, salvaguardare la pensione degli altri 300-325 mila può costare, a seconda delle stime 10-12 miliardi, qualcuno dice anche 25. Un cifra certa non c’è. Anche in questo caso, in attesa della nuova «velina» dell’Inps, sembra ripetersi la lotteria dei numeri. «In 10 anni sulla previdenza abbiamo risparmiato 140 miliardi: i soldi vanno presi da lì» dice Raffaele Bonanni (Cisl).
Fornero sapeva?
Il documento dei 390 mila risulta uscito dall’Inps il 22 maggio ma sul tavolo del ministro del Lavoro, sostengono al ministero, non è mai arrivato. Non si esclude un problema «di funzionamento» degli uffici competenti, ma anche l’Inps ci ha messo del suo a fare confusione: richiesto ufficialmente in Parlamento di fornire delle stime il presidente Antonio Mastrapasqua ha detto di non avere numeri a disposizione. Il direttore generale Mauro Nori, in un’altra occasione, ha parlato di 135 mila. Salvo poi in privato confidare a qualche deputato che a suo giudizio gli esodati erano 350 mila. Insomma un po’ l’ente ha retto il gioco dell’esecutivo, che oltre ai 5 miliardi di spesa faceva fatica ad andare, ed un po’ ha giocato a fare da guastatore. Di qui lo sfogo dell’altro ieri del ministro Fornero che ha parlato di «documento parziale e non spiegato», «irresponsabile», «fatto per danneggiare il governo».
Il ruolo dell’Inps In questa partita anche le vicende interne all’Inps hanno un loro peso: lo scontro tra Mastrapasqua e Nori (i due sembra che fino a ieri non si parlassero nemmeno più), e la posizione del presidente, che è sì blindato dal Salva Italia (che lo nomina commissario per la fusione tra Inps, Inpdap ed Enpals sino a tutto il 2014) ma che vede ormai agli sgoccioli la sua carriera di superpresidente. In parlamento una mozione bipartisan ha chiesto al governo di rivedere la governance dell’ente e la stessa Fornero ha insediato una commissione di esperti per studiare la questione. Per lui il conto alla rovescia insomma è già iniziato.

La Stampa 14.06.12

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“Il problema Fornero”, di Pietro Spataro

In un Paese normale il ministro non starebbe più al suo posto Monti deve farsene carico. L’Italia è entrata in “zona rossa” e l’intervento di Mario Monti ieri alla Camera è la dimostrazione di questo stato d’emergenza. Sottoposti alla pressione dei mercati e della speculazione, con lo spread che torna a far tremare, possiamo farcela soltanto se c’è coesione, se si fa uno scatto in avanti, se il sostegno del Parlamento al governo è all’altezza della battaglia difficile.
Come non condividere queste parole del premier? Come non essere d’accordo sulla necessità di intensificare gli sforzi di fronte a una «fase cruciale» per il nostro Paese in un’Europa a rischio? Le prossime settimane saranno ad alta tensione e il governo deve garantire la massima determinazione, oltre che un impegno deciso sul fronte della crescita e un equilibrio convincente sui dossier più delicati. Se le cose stanno così e le cose stanno effettivamente così il premier ha però un problema serio in casa, che deve risolvere al più presto: il ministro del Welfare Elsa Fornero. La quale si occupa di uno dei settori più spinosi e finora ha svolto il suo compito in modo dirompente, scegliendo spesso quel che divide
piuttosto che quel che unisce. L’incredibile vicenda degli «esodati» sta lì a dimostrare la pulsione combattente che troppo spesso anima i comportamenti del ministro. In questo caso c’è un sovrappiù davvero intollerabile. Come abbiamo raccontato su l’Unità di ieri l’Inps, su richiesta, aveva recapitato al ministero un dossier dettagliato su quanti lavoratori sarebbero stati estromessi dalla pensione a causa della riforma previdenziale. E il numero, come sappiamo, è molto lontano da quello indicato dalla Fornero: 390 mila contro i 65 mila per i quali è stata prevista la salvaguardia. Sin da gennaio, quando infuriava il balletto di cifre e i sindacati uniti sostenevano che i numeri del ministro erano sballati, Fornero sapeva tutto. Ha mentito, tenendo segreto un rapporto che riguarda la vita di tanti lavoratori e di migliaia di famiglie italiane. Ha mentito, continuando a sostenere che quei 65 mila erano quelli
effettivamente danneggiati. Ha mentito, proseguendo dritta per la sua strada e lasciando sospesi più di trecentomila lavoratori: senza stipendio e senza pensione.
La cosa ancor più grave è che il ministro, di fronte a questa drammatica rivelazione, ha reagito come reagirebbe un bambino scoperto a fare una marachella: ha negato e ha dato la colpa ad altri. In questo caso all’Inps, accusata di diffondere certe notizie che «provocano disagio sociale» e i cui vertici andrebbero licenziati in tronco. Neppure un cenno di autocritica, nemmeno una parola di scuse a quelli che stanno vivendo un pesante dramma sociale, neanche unindizio di provvedimento riparatorio. Seguendo invece la tecnica del difendersi attaccando, ha usato parole dure contro tutti, soprattutto contro i sindacati che sono i legittimi rappresentanti degli interessi di quei lavoratori. Ha confermato, insomma, uno stile di governo che s’addice più al rigido decisionismo di un consiglio di amministrazione che a un esecutivo di impegno nazionale.
Non riusciamo ad immaginare come si possa chiedere ai partiti che sostengono il governo uno scatto in avanti e un’accelerazione sulle misure necessarie in presenza di un ministro inadeguato. Che, oltre alla riforma delle pensioni, è anche titolare di quella sul mercato del lavoro che arriverà tra poco alla Camera e che presenta altre significative criticità come i trattamenti dei collaboratori a progetto e il mancato adeguamento degli ammortizzatori sociali. Ma diciamo la verità: come si può accelerare sul mercato del lavoro se non si risolve prima il problema degli esodati? Monti cercherà di trovare le soluzioni più giuste o lascerà alla Fornero la gestione di una partita così complicata?
Welfare e lavoro sono, in un momento così difficile per l’economia, settori strategici sui quali si gioca la capacità dell’Italia di rimettersi in moto senza lasciare indietro nessuno. Quindi è necessario, su questi temi, un paziente lavoro di tessitura, un dialogo serio con le forze sociali, l’autorevolezza per garantire la coesione. In un Paese normale, perciò, un ministro come Elsa Fornero non starebbe più al suo posto. In questa situazione di pesanti rischi per l’Italia tocca al presidente Monti prendere in mano la situazione, farsi carico personalmente delle questioni cruciali che riguardano il Welfare e disinnescare una mina che rischia di deflagrare quanto prima in modo irreparabile.

L’Unità 14.06.12

"Le dismissioni", di Valentina Conte

Fondi mobiliari e immobiliari per cedere quote di patrimonio pubblico. Il governo è pronto a predisporre speciali “veicoli” per valorizzare i gioielli di famiglia, soprattutto quelli degli enti locali – partecipazioni e mattone piazzarne le quote e scardinare così la mole di debito pubblico. Diverse le ipotesi sul tavolo. Dalla Superholding al trust, da società ad hoc (Sgr) al rafforzamento di Cassa depositi e prestiti e Demanio. Obiettivo minimo dell’operazione taglia-debito, almeno 50 miliardi. Ma si può salire. Il tempo è maturo per una spallata al vero mostro dei conti italiani, il suo debito pubblico. Un buco nero che viaggia verso i 2 mila miliardi di euro, oltre il 120% del Pil, rende vulnerabile il Paese e nutre il gioco della speculazione che poi infierisce sullo spread tra Btp e Bund, proiettato ora verso quota 500. L’annuncio del premier Monti, ieri da Berlino, imprime un’inaspettata accelerazione alla più decisiva delle manovre Salva-Italia, l’unico “firewall” plausibile in queste ore di panico sui mercati: l’erosione del debito.
OPERAZIONE TAGLIA-DEBITO
La via tracciata dal presidente del Consiglio riguarda la cessione di quote di patrimonio pubblico, sia mobiliare che immobiliare, a fondi speciali. I «veicoli» sarebbero già stati predisposti, ha fatto capire Monti, ma nulla si sa circa l’entità della massa critica che qui convoglierà. La torta totale vale 571 miliardi e contiene asset immobiliari di Stato e soprattutto di enti locali, che hanno un valore di mercato complessivo superiore ai 400 miliardi. A cui aggiungere partecipazioni (come in Eni, Enel, Finmeccanica, Anas), municipalizzate, concessioni. Gioielli di Stato, ma anche carrozzoni da valorizzare, tra cui l’esecutivo sarà chiamato a scegliere.
NASCE IL FONDO SALVA ITALIA
Ma come avverrà la cessione? Le ipotesi in campo sono diverse. La più accreditata vede in gioco una super-Sgr (Società di gestione del risparmio) o in alternativa la creazione di più fondi immobiliari a cui lo Stato vende parte dei suoi asset. Il fondo si finanzia poi collocando le quote presso investitori privati e istituzionali, il cui rendimento è garantito dal flusso di entrate degli stessi asset, come gli affitti pagati dallo Stato alla Sgr. Si stabilirà poi un vincolo di destinazione degli introiti netti dell’operazione, a riduzione del debito pubblico, escludendo dunque un loro utilizzo per finanziare nuove spese o riduzioni di imposte. Meno probabile la strada della Super-Holding, un bacino enorme in cui far confluire le controllate del Tesoro, le partecipate degli enti locali, gli immobili.
IL RUOLO DELLA CASSA DEPOSITI E PRESTITI
Il punto debole dell’operazione “fondo” potrebbe però essere la scarsa liquidità in circolazione. Il mercato in questo
momento “non beve”, come si dice. E anche i tempi non certo brevi di realizzazione. D’altro canto, però, occorre fare in fretta. Ecco che avanza un’altra ipotesi, fattibile e rapida, circolata a più riprese nelle passate settimane. E che vede come protagonista la Cassa depositi e prestiti, società controllata dal Tesoro al 70%, ma fuori dal perimetro della pubblica amministrazione (in teoria, può fare debito per acquistare, ma incorrerebbe nel veto di Bankitalia), che gestisce circa 120 miliardi di risparmio postale degli italiani. Un bacino da cui attingere risorse per acquistare partecipazioni azionarie del ministero dell’Economia, anche fino a 50 miliardi, obiettivo considerato non troppo distante dalle intenzioni del governo sull’intera operazione.
SACE E FINTECNA
A fare gola, sono soprattutto Sace e Fintecna, società pubbliche floride, ricche di liquidità, tra i 10-15 miliardi, si stima, con le quali creare sinergie industriali nelle attività che ne disegnano il “core business”: l’assicurazione del credito alle esportazioni e soprattutto l’immobiliare, attraverso Fintecna immobiliare (a quel punto si dovrebbe escludere però Fincantieri, l’altra controllata di Fintecna). La leva finanziaria derivante dalla valorizzazione di queste
expertise
porterebbe in cassa i 50 miliardi desiderati, o più, per fare altri acquisti. Dal canto suo, il Tesoro potrebbe “stracciare” o meglio ritirare dal mercato una buona quantità di titoli di Stato, cominciando dai vecchi Btp, anche approfittando delle loro quotazioni ora decisamente ribassate. Il debito pubblico calerebbe.
OBIEZIONI
Esiste un problema politico, come ovvio quando si parla di patrimonio pubblico e partecipate. Ma anche diverse perplessità che spengono i facili entusiasmi. Per quanto riguarda gli immobili, ad esempio, la valutazione del patrimonio non residenziale è di 368 miliardi. Ma la parte libera, non utilizzata per le loro esigenze dalle amministrazioni, ne vale solo 42, l’11% del totale. E poi chi compra? Al contrario, il piano “vendi e riaffitta” potrebbe essere molto costoso, se lo Stato deve garantire un rendimento, rappresentato ad esempio dai canoni di locazione pagati dalle stesse amministrazioni.

La Repubblica 14.06.12

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“I tagli”, di Roberto Petrini

Scorte ai furbi, consulenze d’oro, sanità nel decreto Bondi risparmi per 5 miliardi. Un decreto da 4-5 miliardi, prima del Consiglio europeo di fine mese. Tutti tagli, accuratamente selezionati con il metodo della spending review cui sta lavorando l’esecutivo. La destinazione delle nuove risorse è ancora aperta: Monti ieri ha assicurato che non ci sarà una nuova manovra e dunque riprende quota la possibilità di evitare con le risorse recuperate l’aumento dell’Iva. Resta comunque il buco di 6-8 miliardi dovuto alla caduta delle entrate che potrebbe essere abbuonato dall’Europa come conseguenza della congiuntura avversa.
Il pacchetto di interventi parte dalla sanità per cui è prevista una riduzione della spesa per beni e servizi di 1,5 miliardi.
Sulla questione ticket ieri toni da giallo: in mattinata, dopo una riunione tra il ministro della Sanità Balduzzi e i presidenti delle Commissioni parlamentari, sono emerse indiscrezioni
su un piano del governo per legare il pagamento dei ticket ai redditi suddivisi in sei fasce (da 6 mila euro a sopra 40 mila euro) con entrate di 5 miliardi in cinque anni. L’altra ipotesi emersa, già nota e sul quale il governo ha invece ammesso di lavorare, è quella dell’introduzione di franchigia gratuita per accedere alle prestazioni proporzionali al reddito familiare al di sopra della quale scatterebbero i copagamenti. Il ministero ha smentito le sei fasce, ma Ignazio Marino (Pd), presente alla riunione, ha confermato che l’ipotesi è stata formulata dal governo. Balduzzi ha ribadito che si tratta di un piano allestito dal precedente governo e che si sta lavorando ad una partecipazione «equa» di «importo modesto e correlata al reddito familiare».
Non è dunque escluso un rafforzamento dei ticket.

La “centrale” nazionale valuterà le spese di Asl, Regioni, Comuni

AFFITTI, medicinali, computer, gestione dei rifiuti, dell’illuminazione e risme di carta per fotocopie. Non si salverà nulla dalla spending review di Bondi. Nel mirino la spesa per consumi intermedi delle amministrazioni centrali dello Stato che ammonta a circa 18 miliardi. L’obiettivo è quello di recuperare circa 4 miliardi (di cui 1,5 dalla sanità). Il perno intorno al quale girerà l’intera operazione è il sistema a rete, in grado di interessare anche la grande macchina degli enti locali e delle Asl: un meccanismo già varato con la Finanziaria 2007, ma mai concretamente sviluppato. La “centrale” di acquisti nazionale dovrebbe predisporre dei contratti quadro delle varie categorie merceologiche che poi le Consip federali metterebbero in atto in base alle necessità locali. Nessun acquisto dovrebbe sfuggire all’occhio della Consip che diventerà una sorta di difensore del contribuente.

Il buono pasto sarà più leggero Polizia e Finanza, alt al turnover
IL RINVIO a gennaio del pagamento della tredicesima per gli statali è stato in ballo fino all’ultimo momento, poi è stato scongiurato. Ma il pacchetto pubblico impiego disegnato dalla spending review riserva molte sorprese. La prima è costituita dalla riduzione del buoni pasto degli statali che saranno ricondotti a un importo unico per tutte le amministrazioni. Previsti inoltre interventi sulle consulenze che saranno ulteriormente tagliate del 75 per cento e un giro di vite sui contratti flessibili e precari. Inoltre, anche per settori come le forze dell’ordine e l’esercito, si profila un blocco assoluto del turnover per il 2012 e il 2013.

Troppi 2000 angeli custodi Nuova stretta sulle auto blu

SOLO chi ha veramente necessità di essere protetto avrà diritto alla scorta. E’ questa la linea di Enrico Bondi, noto per recarsi in utilitaria alla Parma-lat: una attenta “ricognizione” di tutte le scorte di Polizia e Carabinieri è già cominciata in sintonia con Interni e organismi di sicurezza nazionale, in modo da arrivare a una drastica riduzione. La proposta è contenuta nella relazione presentata da Bondi al Comitato interministeriale guidato da Monti. Sono 550 le persone sottoposte a tutela in Italia. Ad esse sono dedicati 2 mila uomini delle forze dell’ordine e militari. Oltre alle scorte, nel mirino ci sono le auto blu: già nei primi 5 mesi dell’anno, l’intero parco auto delle amministrazioni pubbliche ha registrato una riduzione netta di 1.117 vetture, come saldo tra 836 nuovi contratti (per il 63% rinnovi di contratti di noleggio) e 2.013 cessazioni o dismissioni. Diminuiranno ancora.

Un anno di “cassa” obbligatoria poi il travet andrà in pensione

DUE piani alternativi per alleggerire la platea dei pubblici dipendenti. Il primo riguarda il prepensionamento degli statali che verrebbero “rottamati” al compimento del sessantesimo anno di età: entrerebbero in una sorta di cassa integrazione nella quale avrebbero diritto all’80 per cento dello stipendio fino al raggiungimento dei requisiti per il pensionamento. Il piano alternativo riserverebbe la misura solo ai dirigenti pubblici: costoro sarebbero collocati nella condizione di esubero solo al compimento dei 42 anni di contributi. Per i dirigenti dello Stato si profila anche il rischio di un tetto alle retribuzioni sulla scia di quello delle posizioni “top” della Pubblica amministrazione che devono restare al livello del primo presidente di Corte di Cassazione.

Pompieri solo in sedi pubbliche E chiudono 33 piccoli tribunali

LA SCURE si abbatterà sui tre dipartimenti del ministero degli Interni (che saranno unificati), sul parco auto e sulla spese energetiche degli edifici della polizia. Inoltre le sedi territoriali dei Vigili del fuoco verranno trasferite in immobili demaniali e sarà istituita una centrale unica per gli acquisti. Questo il piano per la spending review messo a punto dal ministro dell’Interno, Annamaria Cancellieri. I risparmi attesi ammontano a circa 200 milioni. Pronte anche le proposte del ministro della Giustizia Severino che si propone di risparmiare 76 milioni: si prevede un taglio di 33 piccoli Tribunali di provincia e 37 Procure. Prevista anche l’eliminazione di tutte le 220 sezioni distaccate esistenti. Con uno spostamento di 461 magistrati e 7 mila dipendenti amministrativi.

Cura dimagrante per il ministero La Motorizzazione s’autofinanzia

RIVOLUZIONE nel sistema che amministra i trasporti in Italia: dalle sede locali a quelle centrali, dalla Motorizzazione alle autorità portuali, con un forte snellimento della stessa struttura del ministero. Si parla di una riduzione con effetto immediato degli organici e di una forte razionalizzazione delle strutture territoriali del ministero con l’obiettivo di calibrare il personale «in relazione al carico di lavoro e alla dimensione della scala di attività». In agenda anche la riforma della Motorizzazione civile che dovrebbe trasformarsi in un’agenzia di servizi autofinanziati. Il piano prevede anche una riforma del trasporto pubblico locale con il trasferimento alle Regioni di alcuni servizi ancora gestiti direttamente dal ministero.

La Repubblica 14.06.12

Terremoto: Docenti volontari cercansi

Svolgeranno attività educative, in luglio e agosto, dedicate ai bambini dai tre ai 14 anni che vivono nei comuni terremotati. E’ l’appello di Flc-Cgil che stanno studiando un progetto per offrire attività educative di gruppo a tutti i bambini fra i tre e i 14 anni che vivono nelle zone terremotate nel periodo di chiusura delle scuole, in luglio e agosto. Il progetto è denominato “Insieme la scuola non crolla” e la Flc è pronta a sostenere le spese per il viaggio e l’alloggio dei docenti volontari, ma anche a pagare i materiali necessari per le attività. In pista, poi, grazie ad un accordo con l’ Alma mater , scenderanno anche studenti (volontari) della Facolta’ di Scienze della formazione dell’Universita’ di Bologna , che daranno il contributo alle attività educative svolgendo il loro tirocinio nelle zone terremotate.

Il progetto, ideato dalla Flc regionale e dal centro nazionale Flc, sta prendendo corpo in sinergia con le istituzioni scolastiche, i Comuni coinvolti, la Protezione civile, la Regione e altre realta’, tra cui l’Universita’ di Bologna, ci tiene a sottolineare il sindacato.

« Non ci vogliamo sovrapporre ad altre attività , la nostra idea e’ metterci a disposizione con personale qualificato, ma siamo aperti a collaborare con chi condivida le nostre finalita’ e il nostro metodo», spiega Raffaella Morsia, segretaria regionale Flc.

«Quando il progetto sarà ultimato e avremo raccolto le adesioni, lo consegneremo a Vasco Errani e al direttore dell’ufficio scolastico regionale», aggiunge Morsia. Il progetto è portato avanti anche col contributo del Centro Flc nazionale: «Noi mettiamo a disposizione le nostre risorse, organizzative e non solo, ma vogliamo agire di concerto con gli altri soggetti e in particolare con le istituzioni locali, che più di tutti possono avere il polso dei bisogni che ci sono sui territori», sottolineano Diana Cesarin e Claudio Franchi del centro nazionale della Flc.

Le attivita’ saranno “educative e di animazione”, spiegano Cesarin e Franchi, ma i locali dove saranno svolte devono ancora essere individuati. Queste decisioni verranno prese nei tavoli aperti nelle diverse province (con cui ci sono gia’ stati contatti), spiega la Cgil, anche a seconda delle esigenze locali. Di certo, “l’idea non e’ quella di fare lezione nei campi, pensiamo piu’ ad un ambiente neutro, in cui cercare di far iniziare una nuova quotidianita’ per questi bambini”, spiega Franchi.

I docenti e i bidelli che intendono rendersi disponibili (il periodo minimo e’ una settimana) devono essere inviare la propria adesione all’apposito indirizzo mail attivato dalla Cgil , insiemelascuolanoncrolla@flcgil.it . Possono partecipare tutti i docenti di ogni grado. La Cgil punta sulla loro “competenza” di insegnanti, ma per tutti (e in particolare per gli studenti di Scienze della formazione dell’Alma mater) sono previsti dei brevi corsi di formazione e forme di tutoraggio per mettere a punto meglio le “strategie” con cui organizzare le attivita’. I corsi saranno organizzati con la collaborazione dell’Universita’ di Bologna: tra gli altri, la Cgil sta lavorando con il professor Andrea Canevaro, che gia’ in passato si e’ occupato di attivita’ per ragazzi in situazione difficili (in Giappone, Ruanda, ex Jugoslavia e all’istituto Salvemini di Casalecchio)

da Www.flcigl.it

"Più riforme e meno lacrime", di Alberto Bisin

Accordi precipitosi tradiscono la mancanza di regia generale, inducono a continui riaggiustamenti. L’intervento in aiuto di Bankia sembra possedere tutte queste caratteristiche. L’incertezza soprattutto: l’ammontare dell’aiuto dipenderà da una revisione dei bilanci in corso, diverse condizioni del prestito non sono note (ad esempio la più importante di tutte: è privilegiato?), non è chiaro in che forma avverrà la ricapitalizzazione della banca, quale sarà la sua governance, come ne usciranno gli amministratori, gli azionisti, i creditori. Insomma, un pasticcio che sarà probabilmente rivisto e ricontrattato ad ogni curva e che per questo potrebbe addirittura facilitare invece che frenare il contagio.
In questo contesto è ragionevole che l’attività del nostro governo si concentri nel tentativo di rassicurare i mercati nel brevissimo periodo. È bene però che sia chiaro che difendere il sistema bancario a pie’ di lista come sembra sia avvenuto in Spagna e come probabilmente avverrà in Italia in caso di contagio non aiuta ad uscire dalla crisi. Al contrario, induce le banche a disinteressarsi della propria ragione di esistere, concedere credito all’attività
economica imprenditoriale, pur di guadagnare supporto pubblico a garanzia di amministratori ed azionisti. Quanto dell’austerità che attanaglia il sud Europa è dovuta proprio al congelamento del credito?
L’acutezza della crisi di questi giorni è dovuta però anche alla carenza di discussione sulle prospettive d’uscita strutturali, di medio periodo. Per amor di discussione, supponiamo allora che la crisi si risolva domani per intervento di un deus ex machina, che le ansie degli investitori internazionali si sciolgano al sole per incanto e/o che i cittadini tedeschi si sveglino domattina pieni di masochistico desiderio di aiutare il sud Europa emettendo e comprando Eurobond. Cosa sarebbe di noi in questo futuro radioso? Come procederebbe l’economia italiana se potesse tornare a spread quasi nulli? Mi concentro sull’Italia, anche se
molto di quanto segue si applica a Grecia, Spagna, Portogallo e anche alla Francia. Supponiamo anche, ipotesi azzardata, che la subitanea uscita dalla crisi non induca politici, sindacati, Confindustria, e chissà chi altro, ad un attacco alla diligenza, vanificando ogni teutonica generosità.
Anche in questo futuro radioso il paese si troverebbe comunque a dover ridurre tendenzialmente il rapporto
debito/Pil per poter evitare una nuova crisi in pochi anni. Questo significa convincere gli investitori che il paese si è imposto di mantenere un avanzo primario diciamo del 3-4% ed un tasso di crescita del Pil tra l’1 e il 2% (questi sono “conti della serva”, per dare un’idea dell’ordine di grandezza; conti più precisi sono possibili solo con ipotesi esplicite, ad esempio riguardo alla futura struttura dei rendimenti). Non sarebbe uno scherzo: significa mantenere quella che oggi ci appare come una insopportabile austerità fiscale per molti anni ancora (30 anni o giù di lì). E significa anche, in questa situazione di austerità, crescere ad un ritmo più elevato di quello a cui siamo stati capaci di farlo negli ultimi 15 anni, prima della crisi e con un stato prodigo di aiuti pubblici. Sottolineo prima della crisi; perché la crisi non ha nulla a che fare con la questione
crescita, che invece dipende dalla produttività, stagnante per anni e anni. Sottolineo anche che non basta che l’economia del paese si metta in questa traiettoria, è necessario che gli investitori siano convinti che il paese sia persuaso che questa traiettoria sia da mantenere, che non ne voglia uscire alla prima occasione.
Pensiamo davvero che per fare tutto questo basti un cedimento della cancelliera Merkel al presidente Hollande sulle “misure di crescita” del fiscal compact? Pensiamo davvero che una fiscal review dell’ordine di 5-6 miliardi di Euro non appaia per quello che è: una drammatica dichiarazione di fallimento? La testa nella sabbia non aiuta a programmare il futuro ma nemmeno a fermare il contagio: per fare questi conti non ci vuole un dottorato in economia né un modello economico sofisticato di quelli in uso alle banche centrali, basta una minima padronanza dell’aritmetica e una calcolatrice da
pochi euro.
Per rimettere l’economia del paese in ordine è necessario smettere di guardare al breve periodo, piangersi addosso per la recessione o l’austerità, e lavorare invece a importanti riforme istituzionali. Perché un solido avanzo primario sia sostenibile nel tempo è necessaria una modifica fondamentale
dei meccanismi istituzionali della spesa pubblica, altrimenti fuori controllo. È necessario anche intervenire sulla composizione delle entrate, per renderle meno distorsive e più difficili da evadere. Nessuno ne parla più, ma tutto questo non si può fare, nel nostro paese, senza un sano federalismo fiscale (quello contenuto nella Legge 42, ex Bozza Calderoli, è debole in vari aspetti; e comunque mancano ancora
vari decreti attuativi fondamentali della legge delega, per non parlare dei vari interventi governativi recenti che ne hanno snaturato l’impianto).
Un maggior controllo della spesa permetterebbe di ridurre l’imposizione fiscale a famiglie e imprese in maniera sostanziale, senza la quale non c’è alcuna possibilità di crescita. Ma per crescere sono necessarie anche una riforma del mercato del lavoro e di quello del credito, che eliminino il dualismo del primo e l’inefficienza e la scarsa competitività del secondo, per non parlare di una razionalizzazione di vari servizi pubblici, dalla sanità alla scuola e alla giustizia.
La buona notizia è che più si cresce, meno austerità fiscale è necessaria. Ma per quanto potremo continuare a credere che tra noi e la crescita vi sia solo l’austerità o, ancor peggio, l’ostinatezza della Cancelliera?

La Repubblica 14.06.12

"Merito sì, merito no. La scuola rioccupa (a sorpresa) le prime pagine", di Antonio Valentino

Il Ministro Profumo non si aspettava, per sua stessa ammissione, una reazione così estesa e così polemica alla sua proposta di Decreto Legge sulle “misure urgenti per la valorizzazione della capacità e del merito”. Il Ministro Profumo non si aspettava, per sua stessa ammissione, una reazione così estesa e così polemica alla sua proposta di Decreto Legge sulle “misure urgenti per la valorizzazione della capacità e del merito”. Ha cercato, con dichiarazioni successive, di aggiustare il tiro rispetto a contenuti iniziali, ma il senso della operazione e le misure proposte non appaiono modificate neanche nell’ultima bozza. Così si può leggere ancora, già nel primo articolo, che tutti gli istituti, compresi quelli paritari, devono prevedere sistemi premianti per gli alunni migliori, coinvolgendoli in competizioni nazionali o internazionali e che la regola vale sia per gli studenti delle superiori che per quelli più piccoli delle elementari. E vengono ancora previste ‘master class estive di formazione’ – che avranno anche un significato, per chi le conosce -, destinate a quanti si piazzano ai primi tre posti delle olimpiadi e di altre competizioni equivalenti. Oltre alla la medaglietta di «studente dell’anno» – un’autentica chicca, converrete – al ragazzo, unico e solo, individuato, in ciascun istituto, tra quanti alla maturità otterranno 100/100, e non un punto di meno.

Ma un indubbio merito – per rimanere in tema – questa proposta comunque l’ha avuta: quello di riportare in primo piano, su giornali e riviste on line ( finora), problemi veri della scuola oggi, attraverso riflessioni e polemiche il cui significato, inequivoco, mi sembra prevalentemente questo: il pianeta scuola, almeno a sinistra, ha, su terreni delicati come quelli dell’equità e dell’uguaglianza – soprattutto in una fase della vita del sistema di istruzione in cui la scuola ha smesso, sciaguratamente, di essere strumento di promozione sociale -, antenne sviluppate e profondità e aperture di ragionamento che sanno riemergere al momento giusto.

Personalemnete ho colto, in questo vero e proprio fuoco concentrico, alcuni elementi importanti di rilancio di un discorso democratico sulla scuola.

Ho letto infatti nella maggior parte degli interventi (tanti e un po’ ovunque) la critica ad una idea di scuola che – soprattutto negli ultimi decenni e sull’onda di una ideologia neo liberista che l’ha fatta da padrona soprattutto con i governi Berlusconi – ha teso a previlegiare la domanda individuale di istruzione (l’equità come “soddisfazione delle preferenze del cliente”) e a mettere in crisi il valore della ‘universalità’ del diritto all’istruzione (la scuola-istituzione – a dirla con uno slogan – come servizio per tutti i cittadini, equa ed ‘eguale’ nelle opportunità).

Conseguentemente a tale critica, si è registrata, nella maggior parte degli interventi, la messa in primo piano di un’idea di scuola volta a recuperare sì il valore del merito, ma dentro ad una ritrovata e prioritaria vocazione – che è la sua ragion d’essere – a contrastar, prima di tutto, abbandoni, disaffezioni e demotivazione legati allo svantaggio socioeconomico.

Vertecchi, su ‘Tuttoscuola’, ad esempio, ha richiamato (con altri), non solo che “si può apprezzare il merito solo se si rivela dopo che sia stata assicurata una sostanziale uguaglianza delle opportunità di apprendere”; ma anche che il merito, se ripropone” interpretazioni della riuscita scolastica centrate solo sulle caratteristiche personali, tacendo sulle ragioni delle differenze che si manifestano tra gli allievi”, si colloca fuori della prioritaria ragion d’essere della scuola.

Cosa ovvia, diranno in tanti, ma che forse non appare tale nell’articolato del Decreto del Ministro.

Nadia Urbinati (su ‘la Repubblica’), a sua volta, ha invece sottolineato in modo particolare che “Una scuola che è votata al ‘primo’ è una scuola votata alla mediocrità, non al merito, perché spronata non a formare molti studenti, ma a blasonarsi con il nome del vincitore”. Ma ha richiamato anche che “Quanto più l’ambiente è ricco di stimoli, tanto più numerosi diventano i talenti che emergono”.

Arricchire la società di un numero alto di potenziali ‘migliori’ – e non concentrarsi su chi dovrà tagliare per primo il traguardo – diventa in quest’ottica, il primo impegno di una scuola equa ed ‘eguale’.

L’interrogativo che comunque emerge in molte prese di posizione considerate non è: merito sì, merito no.

Ma, piuttosto, come evitare che le idee di una scuola dell’equità e dell’eguaglianza che valorizzi il merito (legato al raggiungimento degli obiettivi attraverso l’impegno personale, lo sforzo, l’intelligenza critica, la tenacia) si smarriscano dietro logiche al ribasso o ambigue.

Su questo punto, Maria Chiara Carrozza ribadisce opportunamente (su ‘l’Unità’) che “Eguaglianza, si intende, non come primato al ribasso della mediocrità, ma come generalizzazione delle condizioni di accesso all’eccellenza”.

Come si vede, una riflessione a tutto campo da cui è forse possibile derivare idee guida per una politica scolastica di rinnovamento. Come quella, ad esempio, volta a ridare slancio ad una idea di scuola per tutti e per ciascuno, tesa a ‘promuovere’ (motivare, coinvolgere) tutti e a coltivare, in quest’ottica, gli studenti ‘bravi’.

Ottica che è tutto il contrario di una scuola della mediocrità che condiziona al ribasso anche i ‘talenti’. Che non trovano così ragioni per coltivarsi e diventare risorsa per il gruppo in cui sono inseriti.

O anche l’idea guida di sviluppare consapevolezza, soprattutto tra docenti e dirigenti, che la scuola “di” tutti (quella che a partire dalla metà degli anni 60 ha permesso la scolarizzazione di massa, da considerare comunque un gigantesco passo in avanti) non è ancora la scuola “per” tutti; e che la scuola “per” tutti non è la scuola del livellamento al ribasso, ma la scuola che mette al centro dei processi di apprendimento lo studente coi suoi bisogni e le sue attese e che per questo si mobilita, si attrezza culturalmente e professionalmente.

Se queste deduzioni hanno un senso (e penso che ce l’abbiano), la questione, nel decreto ministeriale, è, dunque, evidentemente mal posta.

D’altra parte – e non è una novità per chi nella scuola vive e lavora –, premiare il merito nei nostri istituti già in qualche modo si fa – e non da oggi -, anche se non c’è una vera e propria strategia al riguardo e le risorse a disposizione sono quelle che sono. E lo si fa sia attraverso valutazioni alte ed esoneri dal pagamento delle tasse scolastiche, sia attraverso altri riconoscimenti che le scuole che funzionano si inventano (favorendo, ad esempio, la partecipazione, a carico della scuola, ai viaggi di istruzione degli studenti capaci e meritevoli o coinvolgendo studenti “bravi” – e riconoscendone il protagonismo, pur nella modestia delle risorse disponibili – in esperienze di ‘peer education’ o in progetti di varia natura).

La sfida – quella vera e in linea con la ragione sociale della scuola-istituzione – diventa allora: coltivare i meritevoli per capacità e impegno – perché questo fa bene anche alla scuola – e promuovere, contestualmente, nelle classi e nei gruppi di lavoro, “un clima di collaborazione, di reciprocità, di empatia, di relazione d’aiuto, di costruzione collettiva del sapere e delle competenze” assunte a obiettivi didattici (Giancarlo Cavinato, su ‘ScuolaOggi’).

E qui il discorso tira in ballo, in primo luogo, il ruolo dell’insegnante – come collettivo – e la sua capacità di ascoltare in modo attivo, di motivare e coltivare, di gratificare e incoraggiare, di correggere e diventare ‘alleato’ dei proprio studenti nell’indicare traguardi credibili e sensati e dar loro strumenti e suggerimenti diversificati, ove è il caso. E anche di sanzionare, nelle situazioni che lo richiedono, senza staccare mai la spina.

Cose che ogni insegnante e dirigente minimamente attrezzato sa e pratica con efficacia, senza bisogno di ricorrere a premi speciali o a medaglie al valore. Ma quanti sono? Quanti hanno maturato consapevolezza e cultura professionale, attraverso percorsi di formazione e riconoscimenti opportuni, per ‘agire’ comportamenti e pratiche di questo tipo? Chi al ministero si preoccupa di questo e di quello che c’è dietro – e che non è il caso, in questa sede, di evocare -?

Non è forse questo stato di cose che rende la nostra scuola inadatta sia ai ragazzi più problematici che a quelli piu bravi e ci fa naufragare nella mediocrità?

Si tratta, come si vede, di questione ‘spessa’ perché incrocia problemi nodali. Tra i quali indicherei come prioritari, ma solo per cominciare un percorso, le difficoltà delle scuole

· a pensarsi come comunità di pratiche e di apprendimenti, che si alimenta di sviluppo professionale costante

· a considerare la valutazione (auto ed etero) e la rendicontazione sociale come strumenti di miglioramento continuo del servizio per tutti, dalle fasce più deboli ai più capaci e meritevoli,

· a praticare la personalizzazione dell’insegnamento, che è il terreno su cui soprattutto si gioca la partita più ardua e per molti versi strategica).

Ma a questo punto il discorso si fa particolarmente problematico. Non solo nel senso che ci vorrebbe una classe dirigente (politica, accademica, sindacale …) che conoscesse e capisse questi passaggi e volesse ‘spendersi’ su questi obiettivi. Ma anche nel senso che il mondo della scuola, che pure in questi anni ha vissuto sulla propria pelle la drammaticità di questo passaggio epocale, da una scuola di èlite ad una scuola di massa, si facesse protagonista, almeno nella sua parte più avveduta – assieme alle forze convergenti della università e della ricerca e del lavoro -, di una nuova stagione di rinnovamento.

Nell’attesa vigile di tempi migliori, speriamo almeno che il Ministro, in vista della prossima presentazione al Consiglio della proposta (ma che non sia un decreto, Ministro! Sarebbe assurdo su una materia come questa) si sintonizzi cone le preoccupazioni e le indicazioni emerse dal mondo della scuola. Alle quali forse non è estraneo.

Questo almeno ci piace pensare.

da ScuolaOggi 14.06.12