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"La “ditta”, Penati e la questione morale", di Gad Lerner

CHI lo conosce non dubita che Filippo Penati abbia sempre lavorato per il suo partito prima che per sé stesso. Ha condiviso senza interruzioni le sorti della “ditta”.Così usava chiamarla ironicamente Bersani: dalla militanza comunista ai Ds fino al Partito democratico. Il segretario del Pd delegò Penati come suo emissario nel Nord Italia, prima di sceglierlo come braccio destro a Roma. Per un decennio gli sono state affidate relazioni delicate con ambienti imprenditoriali, soprattutto nel settore delle infrastrutture. È impensabile che Penati le abbia coltivate prescindendo da una visione condivisa.
Per questo gli atti resi pubblici dalla magistratura di Monza con la richiesta di rinvio a giudizio per corruzione, concussione e finanziamento illecito dei partiti, esigono un chiarimento politico per il quale non serve attendere gli esiti giudiziari della vicenda. Cavarsela ricordando che Penati si è autosospeso dal partito, tanto più ora che Bersani avanza la propria candidatura al governo del paese, apparirebbe come una reticenza inspiegabile.
Dalla lettura degli atti istruttori emergono domande squisitamente politiche: è opportuno che un dirigente di partito rivesta una funzione reticolare di intermediazione con aziende private e cooperative, finalizzata alla spartizione di appalti e licenze? E ancora: è accettabile che gliene derivino finanziamenti trasversali per l’attività politica di partito e sua personale? Infine: che lezione intende trarre il Partito Democratico sui rapporti fra politica e affari evidenziati dalle inchieste sull’Autostrada Milano Serravalle e sulle aree industriali dismesse di Sesto San Giovanni? Il ricorso a professionisti di fiducia e l’inserimento nei cda di funzionari legati al partito, deve essere considerata una prassi necessaria?
La consuetudine palesata da Penati, ad esempio, con l’impresa della famiglia Gavio, da sempre bene introdotta nei più diversi ambienti politici, merita una riflessione. Nel settore delle infrastrutture finanziate con fondi pubblici non è stata svolta un’azione regolatoria a tutela della libera concorrenza e nell’interesse della collettività, ma piuttosto riscontriamo l’opposto: il mercanteggiamento delle concessioni con reciproco vantaggio, all’insegna del “ce n’è per tutti”. Un clima equivoco in cui perfino un banchiere come Massimo Ponzellini riteneva conveniente staccare assegni per la “Fondazione Metropoli” di Penati.
Non è purtroppo un caso se esplodono in parallelo gli scandali lombardi del sistema dominante Formigoni e del sistema Penati, subalterno ma a quanto pare non così marginale. Colui che il Pd aveva candidato a ribaltare l’egemonia del centrodestra in crisi, ha rivelato una concezione accomodante dell’opposizione, preoccupato di non restare tagliato fuori dalla spartizione della torta. E difatti, prima ancora dell’intervento della magistratura,
è stata l’economia della regione nel suo insieme a non reggere più, dentro la crisi, questi metodi consociativi e affaristici. Lo conferma anche il fatto che gli accusatori di Penati siano imprenditori dal comportamento equivoco, sodali fin che gli conveniva e divenuti ostili nella disgrazia.
Tanto più vero ciò appare nell’epicentro del sistema Penati: a Sesto San Giovanni. Dove sono entrati in azione, per acquisire il controllo redditizio delle aree industriali dismesse, protagonisti più vicini politicamente alla corrente di Penati: le cooperative rosse e due imprenditori pugliesi considerati dalemiani come Roberto De Santis e Enrico Intini.
Mi auguro che Bersani rifugga dalla tentazione di liquidare gli interrogativi posti dall’inchiesta sul “sistema Sesto” come un attacco dei poteri forti ai settori economici più vicini al suo mondo di provenienza. Questa tentazione è riemersa di recente, quando la Corte d’Appello di Milano ha assolto i manager dell’Unipol, Giovanni Consorte e Ivano Sacchetti, insieme all’ex governatore Antonio Fazio, dall’accusa di avere concertato nell’estate 2005 la scalata alla Bnl. Si è parlato di un vero e proprio complotto contro la finanza rossa, ad opera della stampa asservita ai salotti buoni del capitalismo italiano. Come se la ristabilita verità giudiziaria, di cui è doveroso prendere atto, cancellasse anche i rapporti intrattenuti con i Fiorani, Gnutti, Ricucci e furbetti del quartierino vari, in una logica di schieramento cui non si sottrassero i dirigenti Ds. Con la medesima apprensione di accesa tifoseria, del resto, certi ambienti di sinistra stanno seguendo l’intricata acquisizione di ciò che resta del gruppo Ligresti da parte dell’Unipol. Quasi che una preordinata ostilità politica tentasse di impedire alla finanza rossa di consolidarsi sulla piazza di Milano.
La vicenda Penati necessita di una considerazione serena ma severa, rifuggendo tali pregiudizi. Anche perché le sue ripercussioni nel Pd lombardo e milanese continuano a manifestarsi pesanti. C’è un vuoto di leadership. Ci sono dirigenti che vedono ancora in lui il proprio riferimento naturale. C’è disorientamento fra i militanti. Ne risente l’efficacia dell’opposizione alla pericolante giunta Formigoni.
Viene quindi da chiedersi, di fronte al quadro gravissimo delle attività di Penati delineato dalla pubblica accusa, se non avverta egli lo scrupolo di dimettersi dal Consiglio Regionale, essendo palesemente compromesso il rapporto di fiducia con un elettorato del quale non può essere più il rappresentante.
Ma intanto un discorso di verità da parte di Pier Luigi Bersani aiuterebbe la sinistra del Nord a delineare la svolta necessaria nel rapporto fra politica e affari. Tema ineludibile nella sfida per risanare l’economia e governare il paese.

La Repubblica 13.06.12

"Berlino-Parigi la commedia degli errori", di Barbara Spinelli

Da qualche giorno si parla, non senza speranza, della proposta avanzata il 7 giugno da Angela Merkel alla televisione tedesca. Un’unione economica e politica dell’Europa, grazie alla quale la moneta unica potrà sormontare i propri squilibri, l’indebitamento degli Stati diverrà comune debito europeo, l’Unione potrà emettere eurobond garantiti solidalmente, sorvegliare le banche unificandole. L’obiettivo sarebbe una Federazione, ottenibile attraverso nuove graduali cessioni di sovranità nazionali: ancora in mano agli Stati, esse sono impotenti di fronte ai mercati. La terra promessa è bella, ma è tutt’altro che chiaro se il Cancelliere voglia, e presto, quel che annuncia. Se non stia guadagnando tempo, dunque perdendolo. Comunque, l’idea è di sfidare il suo principale interlocutore: il nuovo Presidente francese. Ricordi, la Francia, che se l’Europa non si fa la colpa è sua, non dei tedeschi. È da decenni che Parigi avversa cessioni di sovranità, e ora è messa davanti alle sue responsabilità. Né pare recedere: due ministri, degli Esteri e dell’Europa, votarono contro la Costituzione nel 2005.
La rigidità francese è certo corresponsabile del presente marasma — Hollande potrebbe prendere sul serio la Merkel, costringendola a fare quel che dice di volere — ma se ascoltiamo le parole del Cancelliere e soprattutto quelle di Schäuble, ministro del Tesoro, il piano somiglia molto a un villaggio Potemkin: un prodigio, ma di cartapesta. Di poteri rafforzati delle istituzioni europee la Merkel parlò il 14 novembre 2011 (al congresso democristiano), e poi in una conferenza a Berlino il 7 febbraio, ma mai l’idea divenne formale
proposta. Il più esplicito è stato Jens Weidmann, governatore della Bundesbank. Subito dopo l’elezione di Hollande, ha scelto la tribuna di
Le Monde,
il 25 maggio, per stuzzicare i francesi: mettere in comune i debiti, ha detto, è impossibile senza Federazione. «Perfino nei paesi che reclamano gli eurobond, come in Francia, non constato su questo tema né dibattito pubblico, né sostegno popolare a trasferimenti di sovranità». Il fatto è che nella posizione tedesca c’è qualcosa di profondamente specioso, e insensatamente lento. Intervistato dall’Handelsblatt, il 5 giugno, Schäuble afferma che l’unione politica è un
progetto di lungo termine.
Prima bisogna vincere la crisi: ogni Stato con le sue forze, e con piani di austerità che pure hanno mostrato la loro inanità. Fanno male, i piani? Sfiniscono i popoli, e aumentano perversamente i debiti nazionali? Il ministro lo nega: quasi sembra considerare la sofferenza un prelibato ingrediente della rinascita europea. La domanda frana nei paesi indebitati? Niente affatto: «I programmi non diminuiscono il potere d’acquisto, siamo solo di fronte a crisi di adattamento». L’Unione crollerà? Anche questo viene negato: «I grandi scenari apocalittici non si sono mai inverati».
La negazione dei fatti, unita a un impressionante oblio storico (come si fa, in Europa, a dire che gli scenari apocalittici
non si sono mai inverati?):
sono gli elementi che impregnano oggi la posizione tedesca. Se questa appare così immobile, è perché un dogma la paralizza. È il dogma della «casa in ordine», in voga tra gli economisti tedeschi dagli anni ‘20: se ogni Stato fa ordine come si deve,
la cooperazione internazionale funzionerà e a quel punto si penserà all’unione politica, all’unione bancaria per far fronte alla crisi spagnola, alle misure per l’Italia pericolante. Come spesso accade ai dogmi, essi contengono incongruenze logiche e un’abissale indifferenza al divenire storico.
Il difetto logico, spesso sconfinante nell’ottusità, è palese nel ragionare dei vertici tedeschi. Si riconosce che l’euro senza Stato è zoppo, si rievoca quel che Kohl disse a proposito dell’unione politica, necessario complemento della moneta unica. Per la Merkel come per Schäuble, tuttavia, l’unione ha senso dopo che gli Stati avranno aggiustato le finanze: non diventa
lievito della ripresa,
ma si aggiunge ex post,
quasi un premio. Che significa, allora, dire che l’euro senza Stato è il vizio d’origine dell’unione monetaria? Se i rimedi ai vizi sono rinviati, vuol dire che non sono ritenuti farmaci cruciali. Cruciale è il giudizio dei mercati, non arginabili con un cambio di paradigma nella costruzione europea. Cruciale è il culto del dogma, impacchettato con carta europeista in modo da imbarazzare i francesi. È quel che Walter Benjamin, in un frammento del 1921, chiama
religione del capitalismo:
quest’ultimo diventa «puro culto», che non redime ma colpevolizza soltanto. Non a caso, dice Benjamin,
Schuld
ha in tedesco due significati: debito e colpa.
La smemoratezza storica non è meno funesta. Berlino dimentica
non solo gli anni ‘20, quando le furono imposte riparazioni non sostenibili e il paese precipitò nel nazismo. Dimentica anche quel che fu il piano Marshall, nel dopoguerra. Charles Maier, storico a Harvard, spiega che il piano funzionò perché non era condizionato: le riforme sarebbero venute col tempo, grazie alla ripresa europea. Oggi toccherebbe alla Germania avere quell’atteggiamento, che legò riduzione dei debiti e rimborsi dei prestiti alla crescita ritrovata. Scrive Maier: «Gli europei dovrebbero ricordare il monito di George Marshall, nel ‘47: “Il paziente sprofonda, mentre i dottori deliberano” » (
New York Times,
9-6-12). Anche Obama, quando invita i tedeschi a crescere di più e fa capire che è in pericolo la sua rielezione, è privo di visione lunga. Il vissuto del dopoguerra, la leadership americana che incitò all’unificazione europea, è scordata. Solo ieri la Casa Bianca ha menzionato, auspicandola, l’unione del nostro continente. Gli uomini degli anni ‘50 che Jean Monnet cita nelle
Memorie,
(John McCloy, consigliere di molti Presidenti; Dean Acheson, segretario di Stato; David Bruce, ambasciatore Usa in Francia) è come fossero ignoti. Nè sembra dir qualcosa, a Obama e agli europei, la storia stessa dell’America: il passaggio dalla Confederazione di Stati sovrani alla Federazione che Hamilton (allora segretario al Tesoro) accelerò nel 1790 cominciando col mettere in comune i debiti accumulati durante la guerra d’indipendenza.
Il discorso che Thomas Sargent ha tenuto in occasione del premio Nobel per l’economia, nel dicembre 2011, evoca quell’esperienza a uso
europeo. Fu la messa in comune dei debiti a tramutare la costituzione confederale in Federazione. Fu per rassicurare i creditori che venne conferito alla Federazione il potere di riscuotere tasse, dandole un bilancio comune non più fatiscente. Solo dopo, forti di una garanzia federale, gli Stati si prefissero nei propri ambiti il pareggio di bilancio, e nacque la moneta unica, e si fece strada l’idea di una Banca centrale.
Invece di preoccuparsi dei
poteri forti,
Monti ha una grande opportunità: preparare per il prossimo vertice Ue una controproposta europea, basata sul rilancio, la comunità delle banche, la parziale comunitarizzazione dei debiti, da presentare insieme ai governi che lo desiderano, Grecia in primis. I veri poteri forti non sono in Italia. Vale la pena prospettare — non in conferenze ma ai partner — un’unione politica vera.
Non un’unione di cartapesta, ma un piano che dia all’Unione le risorse necessarie, il diritto di tassare più in Europa e meno nelle nazioni (a cominciare dalla tassa sulle transazioni finanziarie e le emissioni di biossido di carbonio), e metta il bilancio federale sotto il controllo del Parlamento europeo, come suggerisce lo storico Maier. Oggi l’Unione dispone di risorse irrisorie (meno del 2 per cento del prodotto europeo), come l’America prima di Hamilton.
Se la Merkel non ci sta, gli Stati favorevoli
si contino,
nel Consiglio europeo. Non succede il finimondo se Berlino è messa in minoranza. Accadde ai tempi dell’euro con la Thatcher. Il primo che in Europa farà votare su proposte serie passerà alla
storia.

La Repubblica 13.06.12

"Tracce di Stato", di Massimo Gramellini

Concorso per avvocato dello Stato, la crema dei burocrati d’alto bordo. Tre posti e mille candidati. Benché il rapporto fra i due numeri susciti sgomento, è la messa cantata della meritocrazia. Uno di quei momenti solenni in cui si seleziona la classe dirigente del futuro. Quand’ecco insinuarsi in aula i primi mormorii: pare che sui banchi di alcuni candidati (inclusa, sarà una coincidenza, la figlia di un avvocato dello Stato) siano spuntati dei codici civili commentati. Vietatissimi dai regolamenti e perciò penetrati serenamente fin lì. Incomincia a girare voce che abbiano addirittura il timbro della commissione d’esame. In passato i non raccomandati avrebbero portato ugualmente a termine la prova, con la rassegnazione di chi sa che in Italia i concorsi sono gare col trucco in cui chiunque appartenga alla corporazione in esame si ingegna a tirare dentro parenti e amici sotto l’occhio distratto dei commissari. I più svelti si sarebbero accordati direttamente con i raccomandati, facendosi comprare il proprio silenzio con un «aiutino». Ma stavolta i giovani tagliati fuori dai giochi non si inchinano e non si accordano. Strepitano. E la voce della commissione viene sepolta dalle tante che urlano e intonano l’inno di Mameli.

Arrivano poliziotti e carabinieri, la prova viene sospesa e l’avvocato generale dal nome spagnoleggiante, Ignazio Francesco Caramazza, parla di «minoranze» e «pretestuose lamentele». Non ha capito che l’aria sta cambiando: se i privilegiati non mutano registro, presto si tramuterà in tempesta contro ogni casta consolidata, finendo per travolgere anche il buono che resta.

La Stampa 13.06.12

Hack: auguri dalla commissione Cultura della Camera

“I miei auguri ad una donna di valore, che alla Scienza, alla cultura e al sapere ha dedicato la sua vita. – così Manuela Ghizzoni, presidente della Commissione Cultura della camera dei Deputati, nel messaggio di auguri a Margherita Hack – Il suo rigore ed il suo impegno sono il segno di una Italia di eccellenza, destinata a non tramontare. La sua passione civile e politica non possono non essere di esempio e stimolo per i giovani. A lei gli auguri a nome di tutta la Commissione e il ringraziamento per quanto fatto sino ad ora.”

Siae. Pd, evidenti problemi di trasparenza, il Governo vigili

Concludere rapidamente l’indagine conoscitiva in commissione. “Dall’indagine conoscitiva sulla Siae, attualmente in corso nella commissione Cultura di Montecitorio, emerge una situazione inquietante in cui è chiaro un problema di trasparenza. La commissione Cultura non ha ancora avuto il nuovo statuto e non risulta chiaro neppure il sistema di relazioni contrattuali per i 1200 dipendenti su cui occorrerebbe intervenire rapidamente. Il Governo dovrebbe svolgere il suo ruolo di ente vigilante e prendere provvedimenti in merito ad un oggetto di contenzioso che non fa bene né ai lavoratori, né alla Siae. In questa situazione sarebbe necessario chiudere rapidamente l’indagine conoscitiva con l’approvazione della relazione per discutere, in tempi brevi, l’opportunità di istituire una Commissione d’inchiesta”.

Lo dicono le deputate del Pd Manuela Ghizzoni, presidente della commissione Cultura, e Emilia De Biasi, segretaria di presidenza della Camera e deputata della stessa Commissione, dopo aver incontrato i rappresentanti dei lavoratori Siae che stamani hanno manifestato davanti a Montecitorio.

"I miei 90 anni tra le stelle", di Margherita Hack

Ho vissuto gli anni bui del fascismo ma poi l’Italia è rinata dopo la guerra. Mi ricordo le leggi razziali: la mia professoressa di Scienze, Enrica Calabresi, venne allontanata perché ebrea e si suicidò in carcere. Però, dopo 20 anni da incubo, il Paese si è rialzato. Ai giovani dico: affrontate la vita come una gara.
Oggi compio novant’anno. Si può dire che ho vissuto quasi un intero secolo. Anzi, se mi guardo indietro e torno con la memoria fino ai racconti che mi faceva il babbo quando ero piccolina, mi sembra di aver vissuto più d’un secolo.
Il babbo mi raccontava della miseria che c’era nel nostro Paese dopo la prima guerra mondiale, dei tanti disordini e degli scioperi continui che resero possibile l’avvento del fascismo. Tutta la mia infanzia l’ho vissuta sotto il fascismo, per la verità senza capire molto di quello che accadeva. Ricordo le ultime elezioni del ’29: un nostro conoscente ci raccontava che le schede erano semitrasparenti, quelle a favore del fascismo avevano un tricolore disegnato sopra, quelle contrarie erano bianche, cosicché anche quando erano chiuse si vedeva in trasparenza per chi avevi votato. Ricordo i quaderni di scuola con le frasi del duce: «È l’aratro che traccia il solco, ma è la spada che lo difende», «Credere, obbedire, combattere», «L’impero è tornato a risplendere sui colli fatali di Roma». E ricordo i temi che ci chiedevano di fare, quasi tutti improntati all’esaltazione della patria fascista. Il sabato si andava a scuola in divisa e si doveva marciare, per noi era un divertimento: meglio marciare che stare seduti sui banchi.
Cosa fosse il fascismo l’ho capito solo nel ’38 con la promulgazione delle Leggi Razziali. All’epoca andavo al liceo e avevo una professoressa di scienze che si chiamava Enrica Calabresi. La vidi sparire da un giorno all’altro, era stata cacciata dalla scuola perché ebrea. Avevamo anche compagni, amici ebrei che da quel momento furono costretti a nascondersi. Cominciai così a capire la pazzia di quel regime sotto il quale i cittadini erano trasformati in sudditi senza nessun diritto. Chi fosse veramente la professoressa Calabresi e che fine avesse fatto l’ho capito solo molti anni dopo. Stavamo registrando una trasmissione tv assieme a Piero Angela alla Specola di Firenze e lì incontrai due studiose che avevano condotto una ricerca. Scoprii così che Enrica Calabresi era una brava ricercatrice che aveva pubblicato già all’epoca una cinquantina di lavori originali di entomologia e che aveva ottenuto il titolo di libero docente, equivalente all’attuale dottorato di ricerca. Poi la lettera in cui si diceva che l’incarico di docenza decadeva in quanto la professoressa era di razza ebraica. Un titolo guadagnato con l’impegno veniva tolto perché si era di un’altra religione. La professoressa Calabresi venne arrestata nel 1943 e si suicidò dopo 20 giorni di carcere.
I GIORNI DEI BOMBARDAMENTI
Ricordo gli ultimi tempi prima dello scoppio della seconda guerra mondiale e la speranza che Mussolini ci ripensasse. Poi ricordo la guerra: l’oscuramento, i bombardamenti, le tessere per prendere qualsiasi cosa. Ricordo le grandi ristrettezze in cui vivevamo, si ascoltava Radio Londra per sapere davvero come stavano andando le cose e si tenevano sempre le finestre ben chiuse. Finalmente ho visto il dopoguerra. Il 1945 fu un periodo di grande entusiasmo e di curiosità. C’erano capannelli nelle strade con la gente che discuteva, alcuni ci raccontavano i programmi dei partiti che allora ci sembravano tutti uguali. Ricordo i giorni del Referendum per scegliere tra repubblica e monarchia: andavamo a fare sondaggi nei seggi per capire come fosse andata. E ricordo quando arrivarono finalmente i risultati: la monarchia, complice del fascismo, se ne andava. Cominciava un periodo di grandi iniziative, di voglia di lavorare e ricostruire. Era un’Italia molto viva. Bisognerebbe ritrovare l’energia di allora per cavarcela anche oggi.
Ho assistito a grandi cambiamenti di costume nel corso della mia vita. Quand’ero giovane c’era una grande differenza tra le classi sociali e si vedeva. Basti pensare che le signore borghesi, anche piccolo borghesi, non uscivano mai senza cappello. Senza cappello andavano le operaie e le donne di servizio. Ricordo che anche mia madre, che pure non era molto attenta a queste formalità, il cappello lo portava sempre. Io, però, non l’ho mai portato.
Negli anni successivi, sotto l’azione di due grandi forze democratiche, il Pci e la Dc, l’Italia avanzò in molti campi. A cominciare dall’istruzione: la scuola media diventò uguale per tutti. Era una cosa importante perché permetteva di scegliere cosa fare da grandi a 13-14 anni e non a 10 come prima. Tutti avevano diritto all’istruzione fino a 13 anni e questo riduceva le differenze di classe. Anche il diritto di famiglia è cambiato radicalmente. Ricordo quando nel passato era il marito a scegliere la residenza e la moglie lo doveva seguire. Esisteva il delitto d’onore e la donna veniva punita diversamente dall’uomo e con maggiore severità in caso di adulterio.
E poi in questi ultimi anni ho assistito a enormi cambiamenti tecnologici. Sembra poco tempo fa quando negli anni Settanta avevo una collaborazione con il dipartimento di astronomia di Princeton nel New Jersey e ci si scambiava per posta i nastri magnetici. Ci mettevano settimane per viaggiare sull’Oceano e ci dovevamo raccomandare che non venissero fatti passare nello scanner. Oggi si comunica in tempo reale con Internet, si parla e ci si vede in tempo reale. Le distanze sono state quasi eliminate. Per non parlare dei grandi progressi che sono stati fatti nel campo della strumentazione, non solo nell’astrofisica.
Insomma, quello che ho visto è stato un secolo estremamente vivace, con cambiamenti più grandi di quelli avvenuti nei 2.000 anni precedenti. Ora guardo al futuro e sono ottimista. L’Italia ne ha viste tante e si è sempre tirata fuori. Certo, negli ultimi anni abbiamo assistito alla finanza allegra, alla mancanza di rispetto per le leggi e per lo stato, ma io credo che ce la caveremo ancora una volta.
Ai giovani vorrei dare un consiglio: scegliere la professione che interessa di più. Quando dovrete decidere cosa studiare, non pensate solo a cosa vi permette di trovare lavoro, ma a quello che vi piace veramente. Poi fatelo seriamente. Alle ragazze, in particolare, consiglio di avere più fiducia in se stesse e pretendere che i loro diritti vengano rispettati. E, da ex sportiva, voglio dare un ultimo consiglio a tutti: affrontate la vita come s’affronta una gara. Con la voglia di vincere.

l’Unità 12.06.12

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“Novant’anni a rimirar le stelle”, di Giovanni Caprara

Il cielo brilla sempre negli occhi di Margherita Hack. A volte nel ricordo lontano di una ricerca, altre per lo stupore che ancora nasce davanti al buio di una notte stellata. Tuttavia c’è sempre il disincanto, il razionale piacere, mai la cieca passione che snatura le cose. Oggi Margherita, «Marghe» per gli amici, compie novant’anni e la sua lunga storia (Nove vite come i gatti, Rizzoli, pp. 133, 16), affidata alla lieve penna di Federico Taddia, appassiona soprattutto perché dalle pagine esce una «scienza della vita» come da lei interpretata e vissuta.
Bambina a Firenze, dai genitori raccoglie principi di correttezza, la scelta vegetariana per amore degli animali ma non lesina un giudizio di stranezza per le loro idee teosofiche. Nelle letture non è attratta dalla fantascienza e all’astronomia ci arriva per caso. Iscritta a Lettere, alla prima lezione ascoltava Giuseppe De Robertis: «Un professorone che scriveva sempre sulla terza pagina del “Corriere della Sera”. Parlò per un’ora di Pesci rossi, una raccolta di scritti di Emilio Cecchi. Mi annoiai a morte e capii subito di aver fatto un errore madornale». E ricordandosi della scienza in cui riusciva bene al liceo, studiava fisica. Le stelle caddero sui libri solo alla tesi, quando interessata a una ricerca sulla nascente elettronica si vedeva ordinare un’indagine sulla vecchia, polverosa e ottocentesca elettrostatica. «L’argomento non mi interessa» comunicò al relatore senza lasciargli possibilità di replica.
Così incidentalmente dal momento che «non sono mai stata una di quelle ragazze che si squagliavano di romanticherie sotto il firmamento, preferivo alzare il naso per aria e dare una possibilità a una scienza che fino allora non aveva avuto particolare importanza nella mia vita». Era attratta dalle «splendide anomalie» ed esplorava i segreti delle stelle Cefeidi, orologi cosmici nel loro regolarissimo brillare. Ricorda il professor Abetti, una «mosca bianca tra i baroni» che all’osservatorio di Arcetri le chiedeva con umiltà di spiegargli che cosa stesse studiando. E gli incoraggiamenti a compiere esperienze straniere. Volerà a Parigi e poi lascerà Arcetri lanciando una frecciata al successore di Abetti, Guglielmo Righini «innamorato del dio Sole».
Con Aldo, il compagno di giochi infantili diventato il compagno della vita, si trasferirà all’osservatorio di Merate dove un «barone vero», di cui non scrive neanche il nome, vorrebbe impedirle di compiere nuove esperienze in altri Paesi. Però Margherita va, inesorabilmente. Prima in Olanda, poi negli Stati Uniti, a Berkeley. Qui stringe amicizia con l’astronomo russo Otto Struve fuggito in America dove il suo nome era già noto, durante la rivoluzione bolscevica. Ed è lì che raggiunge la sua scoperta sulla stella Epsilon Aurigae, anomala perché ogni 27 anni dimezzava la luce. Lei ne capirà il perché ma dovrà attendere quasi trent’anni prima che l’intuizione venisse confermata dai satelliti.
La sua seconda impresa è la rinascita dell’Osservatorio di Trieste dopo l’arrivo nel 1964 e «distrutto da un altro vero barone». Da allora il golfo e il mare diventeranno il suo mondo. Un mondo nel quale emergono, al di là del cielo, «la responsabilità sociale delle persone di scienza» e la necessità del raccontare: «Divulgare ha una profonda valenza democratica, poiché prima di tutto vuol dire condividere». Ed è quello che farà con ogni mezzo, articoli, libri, radio, conferenze, senza sosta come se il tempo non passasse. Unico rammarico la forzata rinuncia agli sport amati.
Ma nelle ultime pagine non risparmia una critica nemmeno al presidente Mario Monti sulla monotonia del posto fisso: «Perché ci siamo fatti convincere che la chiave del futuro risiede nella mobilità sfrenata?». E dopo i novant’anni? «Proseguirò il lavoro, parlando di scienza e della mia vita in tutti i suoi aspetti. Non ho paura della morte».

Il Corriere della Sera 12.06.12

"Coppie di fatto. Democratici al lavoro per superare il Far west", di Fabrizia Bagozzi

Coppie di fatto. Democratici al lavoro per superare il Far west
«Non è accettabile che in Italia non si sia ancora introdotta una legge che faccia uscire dal far west le convivenze stabili tra omosessuali». Il passaggio centrale del messaggio che il segretario democratico ha inviato sabato al gay pride di Bologna non è una novità. Bersani aveva già detto una cosa simile all’indomani dell’uscita di Obama sul matrimonio gay. Questa volta non si è fermato lì, citando alcuni temi – divorzio breve, testamento biologico, cittadinanza per i figli degli immigrati – «su cui, da qui alle prossime politiche, si giocherà la nostra capacità di parlare al paese». Tutte classiche constituency della sinistra in un contesto, quello dell’orgoglio omosessuale, chiaramente orientato. Bersani tiene d’occhio la campagna elettorale (e magari anche le primarie). Al netto della cittadinanza, si tratta di questioni tradizionalmente sensibili in un partito nel quale una delle scommesse fondative è proprio la sintesi fra la cultura laica e quella cattolica. Messa a dura prova ai tempi della discussione del ddl sul testamento biologico oggi arenato alla camera. Sulle unioni omosessuali le differenze di punti di vista rimangono, anche se non esplodono, se un cattolico come Beppe Fioroni lancia la palla in tribuna: «Con le famiglie che non riescono ad andare avanti, oggi il nostro programma è provare a risolvere la crisi. Sbagliare i tempi in politica è come fare cose sbagliate ».
Ma è anche vero che sul tema il Pd non è rimasto fermo. Da oltre un anno ci lavora una commissione presieduta da Rosy Bindi, che giovedì si incontrerà per finire di mettere a punto un documento da presentare (e votare) all’assemblea nazionale di luglio. Una discussione impegnativa, in cui si è tentata una mediazione alta. Che tiene fuori i matrimoni omosessuali ma che ragiona sul fatto che la formula dei Dico – che pure vennero affossati – rischia di essere insufficiente, anche a fronte delle recenti pronunce della Cassazione e della Consulta (quest’ultima nel 2010 ha parlato di «unione omosessuale cui spetta il diritto fondamentale di vivere liberamente una vita di coppia ottenendone il riconoscimento giuridico con connessi diritti e doveri»). Provando a smussare gli angoli, il dibattito è avanzato in direzione del riconoscimento (con legge) dei diritti delle persone che convivono, anche dello stesso sesso. Rimane da vedere a quale livello di articolazione si assesterà il testo. Intanto, però, sottolinea Andrea Sarubbi, membro della commissione: «Si sono fatti passi avanti. E del resto il Pd è nato anche per confrontarsi su questioni come questa, in cui nessuna delle due culture deve prevalere sull’altra. Come in Italia, che è un paese culturalmente plurale». Paola Concia, come è noto, sarebbe per il matrimonio gay. È anche lei della partita. Si mostra cautamente ottimista, tanto più che Bersani «ha detto parole chiare». Che poi in tempi di primarie e di campagna elettorale la questione si torni a infiammare è sempre possibile.

da Europa Quotidiano 12.06.12