Latest Posts

"Coppie di fatto, pronto il testo Pd. Il no di Fioroni", di Maria Zegarelli

Il comitato presieduto da Bindi presenta domani le sue proposte: sì ai diritti delle coppie gay, no ai matrimoni. Il senatore ex popolare: «Il segretario dovrebbe occuparsi piuttosto di crescita, giovani, famiglia». Martinelli, responsabile Pd: «Fioroni usa strumentalmente il tema dei diritti civili». Fuoco alle polveri. Ci ha pensato Beppe Fioroni che in un’intervista ad Avvenire ha criticato Pier Luigi Bersani per aver auspicato una legge sulle coppie di fatto. Antica ferita del Partito democratico il dibattito interno sul riconoscimento delle unioni civili. Per il giornale dei vescovi italiani, poi, una legge così di fatto aprirebbe ai matrimoni gay. Ipotesi che Fioroni vede come fumo negli occhi. «Io mi aspetto primarie di programma. Di contenuti. E mi auguro che i grandi temi possano essere raccolti da Bersani, che sia lui a declinare lavoro, crescita, giovani e famiglia», dice l’ex ministro. Ma, aggiunge, se lui, cioè Bersani, non c’è, allora «sarei costretto a riflettere e, magari, a muovermi». Si delinea l’ipotesi di una nuova candidatura alle primarie? Fioroni non conferma e non smentisce, ma intanto crea una polemica furente che rimbalza da twitter a facebook ed entra nella carne viva dei democrat. L’invito dal web è a candidarsi davvero «così finalmente facciamo tra gli elettori Pd quel referendum invocato da tempo sui diritti civili. Vedremo se la sua posizione raccoglie il 90 o il 10%», sintetizza il senso il twitter del senatore Ignazio Marino.
Dalla segreteria nazionale parla invece Ettore Martinelli, responsabile diritti civili del Comitato che il partito ha istituito per stilare un documento sull’intera materia. «Fioroni usa strumentalmente il tema dei diritti civili per accreditarsi presso i moderati. Non si spiega altrimenti il totale disinteresse al lavoro del Comitato, di cui è parte. Non è mai venuto in oltre un anno di lavoro. Venga lì a confrontarsi e a trovare un punto di sintesi». Ivan Scalfarotto, vicepresidente Pd: «Finalmente sapremo quanti sono gli italiani di centrosinistra che avversano temi come le unioni gay e il testamento biologico. L’esperienze europea ci dice che questi sono temi che fanno parte dell’identità delle persone progressiste: contare i sostenitori di Fioroni ci farà finalmente uscire dall’equivoco».
Tace per ora il segretario anche perché giovedì al Nazareno si riunirà il Comitato, presieduto da Rosy Bindi, per mettere a punto il testo finale che affronta a 360 ̊ i temi delle coppie di fatto, del testamento biologico, della fecondazione assistita. E sarà quella la sede di discussione. Quello a cui stanno lavorando i membri del Comitato non sarà un testo fatto di articoli e commi, si tratterà di una serie di linee-quadro da sottoporre al voto dell’Assemblea generale del prossimo luglio. Del gruppo di lavoro fanno parte politici tra i quali Ivan Scalfarotto, Paola Concia, Ignazio Marino, lo stesso Fioroni filosofi e costituzionalisti e si è anche avvalso del contributo dell’attuale ministro Renato Balduzzi.
«Ciò che il Pd non può permettersi dice Martinelli è di continuare a ignorare un tema, quello di creare un istituto giuridico che regolamenti le convivenza delle coppie dello stesso sesso, su cui il nostro Paese è in grave ritardo ed è già stato sollecitato da tempo dall’Unione Europea e anche dalla Corte Costituzionale». Il faro per il Comitato è soprattutto la sentenza 4184 della corte di Cassazione secondo la quale le coppie gay, che allo stato «non possono far valere il diritto a contrarre matrimonio né il diritto alla trascrizione del matrimonio celebrato all’estero» hanno tuttavia il «diritto alla “vita familiare”» e dunque a «vivere liberamente una condizione di coppia», potendo in «specifiche situazioni», avvalersi di un «trattamento omogeneo a quello assicurato dalla legge alla coppia coniugata».
Nel documento a cui sta lavorando il Pd non si prevede il matrimonio tra gay ma si auspica l’individuazione «di un istituto giuridico che equipari la condizione dei cittadini omosessuali a quella degli etero nei rapporti di coppia», come spiega uno dei membri. Anche sul testamento biologico la linea sarà quella di escludere l’eutanasia ma di prevedere il rispetto delle volontà espresse dal singolo individuo. Il documento, tuttavia, non riscuote l’ok unanime. Critico Marino, che durante l’Assemblea nazionale dello scorso invocò l’istituzione del Comitato. «Quello che emerge osserva alla vigilia dell’incontro conclusivo è che non c’è una visione comune all’interno dei dirigenti del Pd, al contrario di quanto avviene tra gli elettori democratici, seppur con sensibilità diverse a seconda delle fasce di età. Sul matrimonio tra gay nei dirigenti ci sono grandi distanze». Così grandi che il senatore Pd annuncia di presentare entro una settimana un ddl sulle coppie di fatto e il matrimonio gay, «inizierò a raccogliere le firme e a quel punto vedremo chi vorrà davvero adeguare la nostra legislazione a quella di moltissimi Paesi europei».

l’Unità 13.06.12

"La consulta boccia il dimensionamento", di Gian Carlo Sacchi – Giovanni Bachelet

Nel 2001 è stata varata la riforma costituzionale che in materia di istruzione,oltre a riconoscere l’autonomia delle istituzioni scolastiche, implica una nuova ripartizione di competenze tra Stato e Regioni. A distanza di 11 anni, però, non è stata ancora approvata la necessaria intesa applicativa; cosí Stato e Regioni si combattono a suon di ricorsi alla Corte Costituzionale, e le sentenze colmano il perdurante vuoto politico. L’ultima di esse, giovedí scorso, riguarda il dimensionamento delle scuole del primo ciclo, ma interessa chiunque si trovi a decidere della rete scolastica sul territorio. Lo scorso luglio il governo Tremonti-Gelmini aveva previsto la costituzione di istituti comprensivi di mille alunni, con deroghe per zone di montagna e piccole isole. La Corte ha bocciato questo provvedimento, riportando i parametri ai precedenti limiti (inferiori), ma soprattutto ribadendo la competenza delle Regioni sulla programmazione del servizio. A questo punto anche le non poche Regioni che, obtorto collo, hanno già provveduto a ridefinire i piani, potranno rivederli con notevole disagio alla vigilia del nuovo anno scolastico, in particolare per l’assegnazione del personale, rimasta di competenza dello Stato. Dove i piani regionali già definiti si limitavano ad obbedire ai numeri, la sentenza consentirà una programmazione più flessibile; dove corrispondevano a parametri di efficienza territoriale, sarà sensato mantenerli. Un istituto comprensivo può nascere al solo scopo di risparmiare dirigente scolastico e direttore amministrativo e peggiorare l’offerta formativa, o invece migliorarla, rendendo effettiva la continuità didattica nella scuola dell’obbligo secondo l’originario disegno di Berlinguer; anche nel secondo ciclo, in opportune circostanze, gli “istituti superiori multi-indirizzo” possono dare stabilità all’offerta formativa e favorire occasioni di riorientamento per gli studenti. La sostanza costituzionale che questa sentenza ribadisce è comunque che allo Stato, sulla base delle compatibilità di finanza pubblica, compete la definizione dei parametri numerici delle scuole statali, che riguardano i valori medi; alle Regioni il potere di programmazione; all’intesa Stato-Regioni l’assegnazione e l’utilizzo del personale. È davvero incredibile che tale intesa, snobbata dalla Moratti e giunta quasi a compimento sotto Fioroni, sia ancora sul binario morto sul quale l’ha abbandonata la Gelmini. Sarebbe bene affrontarla al più presto, anche per evitare che ogni nuovo contenzioso metta a soqquadro la programmazione e l’organizzazione della scuola; la quale, invece, ha bisogno di tempi e risorse certe per un servizio partecipato e efficiente. A questo scopo, mentre in Parlamento si discute la riforma degli enti locali e in particolare l’unione dei comuni e la riorganizzazione delle province, sarebbe anche importante che i servizi formativi, riconosciuti “funzioni fondamentali”, rientrassero in questa complessiva azione di ristrutturazione.

l’Unità 13.06.12

Lo spread vola fino a quota 490 Bersani, Alfano e Casini da Monti “Garantitemi maggiore coesione”, di Elena Polidori

Un vertice d’urgenza sulla crisi. Il premier Mario Monti si consulta con Napolitano e convoca i leader dei partiti Alfano, Bersani e Casini. Vuole stringere i bulloni della maggioranza. Caldeggia un mandato forte per chiedere al Consiglio Ue di fine mese, misure concrete contro l’emergenza e la speculazione. «E’ un momento difficile, serve compattezza », ecco il suo messaggio, dopo un’ora di colloqui. I leader gli assicurano sostegno pieno e impegno sulle riforme, spending review inclusa.
Monti è preoccupato. Da quando la Spagna ha chiesto aiuti Ue per le sue banche, sui mercati continuano a diffondersi timori sulla solidità dell’Italia e dunque sul rischio di un contagio. Non a caso lo spread, una sorta di termometro della fiducia, schizza fino al record di 490 punti, il massimo da gennaio, prima di ripiegare a quota 475. Il rendimento del Btp decennale oltrepassa la soglia- limite del 6% (6,3). Anche la Borsa è presa di mira. Piazza Affari soffre e le banche scivolano, peraltro in un contesto europeo positivo, come pure Wall Street. Al dunque perde lo 0,70% ma nel corso della giornata accusa anche ribassi del 2%.
Monti è irritato dai «commenti inappropriati» di alcuni partner e segnatamente del ministro austriaco Maria Fekter, che aveva ipotizzato un possibile Sos anche dell’Italia. Messa all’angolo, la signora ritratta: una gaffe. Ma soprattutto, è «una ipotesi totalmente falsa», come s’affretta ad assicurare l’Eurogruppo che conferma «fiducia e sostegno» all’Italia. Lo stesso premier, in un’intervista alla Radio Tedesca Pubblica A.R.D cerca di allontanare dubbi e allusioni: «L’Italia anche in futuro non avrà bisogno di aiuti dal fondo europeo salva-stati». Il paese «in questo momento, è più disciplinato di tanti altri». E tuttavia, «la situazione è difficilissima», confessa il viceministro dell’Economia, Vittorio Grilli. «Se ne è persa consapevolezza».
Altrove però la cognizione dell’emergenza resta. La Bce, per esempio, lancia l’allarme sul «potenziale aggravarsi» della crisi del debito sovrano. Christine Lagarde, numero uno del Fmi, calcola: ci sono tre mesi di tempo per «salvare l’euro», non di più. La Casa Bianca, sempre più preoccupata, «intensifica» i contatti con i leader Ue: Obama li vedrà nel week-end, al G20 di Los Cabos. Ma il cancelliere tedesco Angela Merkel, sempre impassibile, avverte che «sarebbe fatale» interrompere il risanamento; parlare oggi di eurobond è come «mettere il carro davanti ai buoi». L’Europa è «al bivio », certo, ma la strada da percorrere è quella delle riforme: «serve tempo perchè se ne vedano gli effetti».
Ma, questo tempo, ci sarà? La realtà dentro e fuori Eurolandia appare in piena fibrillazione: è alle porte l’appuntamento elettorale della Grecia, cruciale per l’euro. Anche Cipro vorrebbe chiedere un sostegno alla Ue: sarebbe il quinto Paese. E, non ultimo, l’agenzia di rating Fitch giudica «a rischio » tutte le triple A dell’eurozona; declassa 18 banche spagnole: lo spread di Madrid arriva a quota 531 con i rendimenti dei bonos al 6,73%. In compenso dà un sostegno a Monti: un Sos è improbabile. «L’Italia ha un deficit di bilancio molto basso, come così pure un deficit delle partite correnti e non ha problemi di banche», assicura il direttore Ed Parker.
Già, ma Monti guarda anche ad altri segnali, compresi quelli che arrivano dalla stampa internazionale. Il New York Times,
ad esempio, si occupa di nuovo del Belpaese, sottolineando come «la preoccupazione per l’Italia ha già rimpiazzato velocemente il sollievo per il salvataggio della Spagna ». Il Der Spiegel titola: «l’Italia va verso il basso». E il Wall Street Journal: «La luna di miele di Monti è finita. L’aura che lo circonda sta svanendo». C’è anche una significativa «nota ai clienti» redatta da Commerzbank in cui si avanza un sospetto: la richiesta di aiuti italiana «è solo questione di tempo». Ecco, è in questo clima che il premier convoca i leader della sua «strana» maggioranza.

La Repubblica 13.06.12

"La Rai nel garbuglio", di Fabrizia Bagozzi

Giovedì prossimo il voto in Vigilanza. Che potrebbe slittare. L’accelerazione impressa da Mario Monti con l’indicazione di Anna Maria Tarantola alla presidenza della Rai e Carlo Gubitosi alla direzione generale ha portato la commissione di vigilanza a fissare il giorno per l’elezione dei sette membri di sua competenza. Si voterà giovedì 21 giugno, cioè dopo la presentazione dei palinsesti agli investitori pubblicitari. Sicché la data c’è, ma non la certezza su come andrà a finire. O meglio, c’è chi è disposto a scommettere fin da ora che la seduta (e anche qualche altra dopo) potrebbe slittare per mancanza del numero legale.
Dunque anche ma non solo per il persistere di Bersani sulla linea aventiniana. E sempre che nel vertice convocato in serata (quando Europa è già in stampa) da Monti con Alfano, Bersani e Casini, non arrivi, in corner, un accordo. Magari un via libera alla proposta Pd-Udc sull’indicazione di tutti i nomi da parte del governo e su cui, però, il Pdl si è finora messo di traverso.
Per ora, comunque, il segretario democratico non dà segni di cambio di passo rispetto al punto fissato da tempo e ribadito venerdì in direzione, dopo le aspre polemiche sulle nomine per le authority: il Pd non parteciperà al rinnovo dei vertici Rai vigente la legge Gasparri. Anche se sono in molti, nel partito, a ritenere che servirebbe un’ exit strategy . Per evitare di lasciare le cose come stanno ora o di consentire al centrodestra di portarsi a casa i membri del consiglio di amministrazione che indica la Vigilanza, cosa in linea teorica e pur se per un soffio, anche possibile. E a quel punto il via libera a un presidente che, come Tarantola, marca la discontinuità, lascerebbe il tempo che trova.
Una possibile via d’uscita? Lasciare che i parlamentari della Vigilanza individuino i nomi fra tecnici di alto livello, magari fra i curricula che stano arrivando in commissione, con caratteristiche di neutralità politica. Ne parlava in questi giorni Carlo Rognoni, che guida il Forum del Pd per la riforma del sistema radiotelevisivo, ma non è l’unico a pensarlo. Un aiutino potrebbe però arrivare anche da eventuali autorevoli autocandidature, senza ascendenze partitiche e dunque nel caso votabili. In ogni caso, al momento Bersani non desiste.
Nei prossimi giorni incontrerà i dodici membri dem della Vigilanza per mettere a punto la strategia parlamentare (la riunione, prevista per domani, è slittata alla prossima settimana). Dichiara intanto Giorgio Merlo, membro della commissione: «Non voteremo. Comunque un passo alla volta, l’ultima cosa che il Pd vuole è mandare in soffitta la Rai, né commissariarla o ridimensionarla».
Quali i possibili scenari del voto di giovedì? Stante il niet del Pd e al netto di eventuali accordi Monti-ABC dell’ultima ora, Pdl (che per non sbagliarsi comunque sta mettendo a fuoco i suoi candidati di cui il più certo è Antonio Verro, che nel cda Rai c’è già), Udc (che voterebbe riconfermando l’attuale consigliere Rodolfo De Laurentiis) e Lega (che ieri faceva sapere di non voler votare nessuno, ma parrebbe più trattativa che sostanza) potrebbero scegliere il cda. Certo, risulterebbe una notevole forzatura. Più probabile invece, che il voto slitti per mancanza del numero legale (Pdl + Lega), tanto più che al partito del Cavaliere l’attuale assetto di vertice Rai non dispiace.
Mentre non piace un granché Tarantola e ancora meno Gubitosi. Con Lei gradita che non dà l’idea di avere l’intenzione di alzare i tacchi.

da Europa Quotidiano 13.06.12

"Benedetti i soldi per la scuola", di Marco Rossi Doria

La scuola è tornata in prima pagina con un dibattito in campo aperto sul tema del merito. Di questo va dato atto
al ministro Francesco Profumo, che ha avviato questa importante .discussione.A maggior ragione perché non sono scese in campo le solite squadre del pro e del contro, ma tante interpretazioni della parola «merito» nel contesto della scuola. Il nostro faro è l’articolo 34 della Costituzione. La scuola è aperta a tutti. Questo è il grande auspicio dei costituenti. In parte avverato, in parte no. È avverato perché l’80% dei ragazzi finisce la scuola superiore, perché 184mila bambini e ragazzi disabili la frequentano, perché 710mila ragazzi e bambini di cittadinanza non italiana, spesso nati in Italia, vi hanno trovato il vero porto d’ingresso e la base di ogni futura e auspicata piena cittadinanza. Un sistema che fa questo è aperto a tutti. Siamo bravi. I docenti, in primo luogo, sono bravi. Ma al contempo quel sistema non può dirsi ancora abbastanza aperto perché il 20% degli alunni non finisce le scuole superiori o la formazione professionale e perché queste decine di migliaia di ragazzi vengono dalle aree e dalle famiglie più povere e più prive di istruzione del Paese. «Il principale problema della scuola italiana sono i ragazzi che perde», scrisse don Milani. Siamo ancora lì, la scuola perde quelli per la quale è nata. E non è aperta a tutti anche perché solo il 20 % dei giovani e pochissimi nati poveri raggiungono una laurea. Perciò le politiche italiane in materia devono innanzitutto portare il fallimento formativo sotto il 10% e i laureati sopra il 40%. Sul fronte del fallimento formativo il governo sta investendo un miliardo per le scuole nelle aree più escluse di cui 100 milioni per veri prototipi contro la dispersione in 100 diversi territori e altri 400 milioni per servizi alla prima infanzia, che sono, in tutto il mondo, i costruttori precoci di successo scolastico. Sono cose mai fatte prima. Ma va fatto anche altro. L’impostazione poco flessibile della didattica e dei percorsi formativi è spesso all’origine dei fallimenti, delle bocciature e anche degli abbandoni scolastici. In Italia la scuola aperta a tutti fatica ancora troppo a diventare la scuola di ciascuno. Perché tende a fornire le stesse risposte a bisogni individuali profondamente diversi. Lo ha spiegato egregiamente Luigi Berlinguer: valorizzare le diverse capacità è possibile attraverso una maggiore personalizzazione della didattica. Perché la scuola ha tre compiti nei confronti di ogni allievo: valorizzare i punti forti, rafforzare i punti deboli, far scoprire le parti nascoste. Soltanto la programmazione flessibile può consentire a queste tre missioni di andare a buon fine per la totalità degli studenti. E soltanto un sistema fondato su opportunità certe, fruibili rapidamente, per chi è davvero meritevole alle scuole superiori come all’università può riuscire ad eliminare quelle barriere di carattere economico e sociale che pesano ancora troppo sulle potenzialità di tanti. Anche per questo il nostro Paese fatica a costruire un merito che sia «per conquista e non per destino» come l’ha ben definito Andrea Canevaro. Ci vuole, poi, un’azione forte contro la dispersione anche nel Centro-Nord e una riflessione di tutti docenti, associazioni professionali, sindacati su come recuperare i debiti nelle scuole superiori, con un format chiaro e un lavoro costante. Il merito a scuola va pur detto è già un elemento quotidiano, presente da sempre. Che si esprime attraverso i voti e i giudizi, le riflessioni collegiali dei docenti anche in senso auto-valutativo. Quello che manca ancora, invece, è la capacità del sistema di rendere la valutazione a tutti i livelli un elemento normale. Non si tratta di pensare a strumenti punitivi o invasivi, ma a forme di accompagnamento e monitoraggio costanti, che riguardino tutti. Dal singolo ragazzo o il gruppo classe, alle scuole, i dirigenti, fino al sistema d’istruzione, sottosegretari e ministro compresi. Ci vogliono soldi? Sì. Sono soldi per la crescita. Lo dicono tutti. Dunque vanno trovati. Un sasso nello stagno però va lanciato: chi riconosce il merito dei ragazzi, una volta usciti da scuola? Cosa siamo disposti a sacrificare perché questo avvenga?

l’Unità 13.06.12

"Gli angeli del Parmigiano dalle Dolomiti alpini e vigili per salvare le forme cadute", di Jenner Meletti

Sono arrivati dalle Dolomiti per soccorrere il parmigiano. I vigili del fuoco volontari del Trentino, assieme agli alpini, aiutano le forme cadute nei magazzini come fossero dei feriti finiti in un canalone. «È come intervenire in una frana — racconta Niko Posenato, ispettore distrettuale dei vigili di Riva del Garda — solo che qui a creare pericolo non sono sassi e fango ma questi formaggi da 40 chilogrammi ». Poche parole, occhi sempre attenti: nessuno degli uomini deve farsi male. «La tecnica è quasi la stessa. Quando abbiamo
iniziato il lavoro, ci siamo imbragati e ci siamo fatti alzare da un sollevatore telescopico. Così appesi potevamo liberare le scalere più alte, senza paura di finirci sotto, in caso di crollo per collasso delle scalere stesse o per una nuova scossa. La nostra filosofia, qui nel caseificio o sulle nostre montagne, è sempre la stessa: fare presto e bene, stando attenti alla vita di tutti, la nostra compresa».
Cooperativa Le Tullie di Rolo, trentamila forme in due magazzini che il terremoto ha aperto come una scatola di sardine. Un fianco, quello che dà sulla strada, non c’è più. Quando fuori ci sono 35 gradi, dentro la temperatura arriva a più di trenta. Le grandi forme diventano unte come anguille e quelle crepate o spezzate, per il caldo, si coprono di muffa blu. Fa impressione, vedere al lavoro questi vigili arrivati dalle Alpi. Il rumore è quello di una scossa di terremoto. Una «scalera » — è lo scaffale del parmigiano durante la stagionatura — è stata messa a 45 gradi, come fosse uno scivolo per i bambini. Da
dieci metri d’altezza le forme fanno rimbombare il capannone. E così sembra di sentire anche le vibrazioni di un sisma «Non si preoccupi — dice Niko Posenato — tutto è sotto controllo. Certo, con questo rumore è difficile capire quando arriva la scossa. Ma abbiamo inventato un sistema di allarme».
L’allarme è un ragazzo che ha in mano una trombetta a gas, come quelle usate dai tifosi delle curve. E infatti c’è scritto: «Divertente per il tuo tifo allo stadio». «Io sto fermo qui — dice Luca Lodovisi — e guardo fisso le scalere. Appena vedo che vibrano o si muovono, suono la tromba e
scappiamo tutti. Per fortuna il turno di guardia dura solo mezz’ora: è noiosissimo». Fuori, sul cancello della cooperativa, ci sono due cartelli. Uno è stato scritto dai 25 soci che portano qui 150.000 quintali di latte all’anno. «Grazie ai nostri angeli», e non c’è bisogno di dire chi siano. L’altro annuncia che «Non si vende parmigiano. Non possiamo ancora recuperarlo in sicurezza ».
I vigili trentini sono un centinaio ogni turno e lavorano qui e in altri due caseifici, il Venera Vecchia di Gonzaga e il Tricolore di Reggio Emilia. Assieme a loro anche i Nuvola, Nucleo volontari
alpini, che hanno allestito mensa e alloggi. «Siamo qui da una settimana — dice l’ispettore distrettuale — e abbiamo recuperato circa il 30% delle centomila forme dei tre caseifici. Ma il lavoro è difficile. Non possiamo essere più numerosi, dentro un magazzino, perché la sicurezza non sarebbe assicurata. Per tagliare le scalere svuotate usiamo le pinze idrauliche». «Noi siamo partiti per i caseifici — dice Luisa Zoppini, dirigente della centrale unica di emergenza della Provincia di Trento — appena ci hanno chiamato. Abbiamo anche un campo soccorso a San Felice, 500 posti, e quello era pronto già il 21
maggio».
Uno strano aggeggio toglie le forme dalle scalere collassate le une sulle altre. «La macchina è. quella che si usa per spostare i tronchi di pini e abeti. Un artigiano, alle due ganasce, ha aggiunto due mezzelune che abbracciano e stringono la forma e permettono di spostarla». Per caricare i muletti si usa un’altra macchina che con una ventosa solleva e poi lascia i 40 chili di parmigiano.
«Con la prima scossa — dice Valerio Gatti, il casaro — non abbiamo avuto guai seri. Pensavamo di rafforzare il magazzino ma prima che arrivassero l’ingegnere e il fabbro, è arrivata la scossa
del 29 maggio che ha fatto cadere tutto. Questi ragazzi sono splendidi, lavorano senza sosta, e sono tutti volontari. Il caseificio funziona e noi continuiamo a lavorare 80 forme al giorno. Poi le portiamo in un magazzino che abbiamo affittato a Parma, con alti costi sia per l’affitto che per i trasporti. Ma le mucche debbono mangiare e devono essere munte tutti i giorni».
Per l’agricoltura il terremoto è stato un vero disastro. Solo a pochi chilometri da qui, al caseificio Razionale di Novi, ci sono 84.000 forme in parte cadute e ancora nessuno è entrato perché manca l’autorizzazione. Secondo i conti fatti dalla Coldiretti il parmigiano (633.700 forme colpite) ha avuto danni per 150 milioni, il grana padano (360.000 forme) per 70 milioni. Per fortuna c’è la corsa all’acquisto solidale ma i magazzini sono ancora pieni. Bisogna fare presto prima che il caldo e la muffa rovinino gran parte del prodotto. Il re dei formaggi non andrebbe bene nemmeno per le sottilette.

La Repubblica 13.06.12

"Le nomine Agcom e il primato del pluralismo", di Vladimiro Zagrebelsky

Sarebbe bene sostituire la misteriosa sigla della Agcom con il suo nome vero, per ricordare la natura e la missione di quella Autorità indipendente, che è istituita «per le garanzie nelle comunicazioni». Essa svolgerà un ruolo decisivo nella assegnazione delle frequenze per le trasmissioni televisive: un ruolo determinante per ciò che vedremo, ascolteremo e sapremo nei prossimi anni. La gravità degli attuali problemi economici, che monopolizzano le attenzioni e preoccupazioni, spinge a vedere solo il profilo economico di questioni che invece riguardano anche altre ed importanti esigenze. E’ significativo che le critiche largamente portate alle recenti nomine dei componenti della Autorità finiscano spesso con il riflettersi solo sulle previsioni di comportamento di questo o quel commissario nelle decisioni che hanno conseguenze economiche sui vari operatori televisivi, attuali o potenziali.

Nessuno, specie di questi tempi, può sottovalutare la portata economica delle decisioni da prendere. Ma essa non deve esaurire l’ attenzione di chi le prende, né la vigilanza della pubblica opinione. In un suo intervento a «Otto e mezzo» de La7, l’altro giorno il segretario del Pd ha menzionato la cacciata «politica» di Santoro dalla Rai come un esempio di inettitudine «economica» da parte di una impresa, che dovrebbe curare i suoi interessi. Difficile nascondere lo stupore: non un cenno al profilo che riguarda la qualità dell’informazione fornita dalla Rai, responsabile del servizio pubblico. Come se, al contrario, non ci fosse stato nulla da dire nel caso in cui il programma cancellato non avesse avuto grande audience. Evidentemente l’unica logica è ormai quella dei costi/ricavi economici.

La informazione, completa e pluralistica è un bene pubblico, condizione fondamentale di una società idonea a far vivere il sistema democratico. Ad essa deve tendere l’opera del Parlamento, del Governo e della Agenzia per le garanzie nelle comunicazioni. In linea con ciò che prescrive la Costituzione, è ora giunta a ricordarcelo una sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo. Con essa l’Italia è stata riconosciuta in violazione della libertà di espressione e informazione.

Da tempo la situazione italiana è ritenuta allarmante in tutte le sedi europee. Nel 2003 il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione, rilevando che il livello di concentrazione del mercato televisivo italiano era il più alto in Europa ed era caratterizzato da un duopolio fra RAI e Mediaset. All’epoca poi entrambe erano sotto l’influenza del presidente del Consiglio. Il Parlamento europeo ha anche notato che il sistema audiovisivo italiano continuava ad operare fuori di un quadro legale, in violazione di quanto stabilito nel 1994 e poi ancora nel 2002 dalla Corte costituzionale.

Il caso italiano deciso dalla Corte europea è straordinario innanzitutto nel suo svolgimento. I governi italiani succedutisi nel tempo a partire dal 1999 sono riusciti a farsi condannare dal Consiglio di Stato, dalla Corte di giustizia dell’Unione europea e ora infine dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo. E le sentenze in materia della Corte costituzionale sono andate nello stesso senso, ma sono rimaste ignorate da Parlamento e Governo. Tutti i giudici in terra si sono pronunciati: contro il governo, contro la legge italiana e contro l’applicazione fattane che «aveva favorito gli operatori esistenti a danno dei nuovi, anche se questi erano titolari di concessione, ma si trovavano nella impossibilità di trasmettere per la mancata assegnazione di radiofrequenze». Si trattava della società Centro europa 7, che nel 1999 aveva ottenuto la concessione per l’installazione di una rete televisiva con diritto a tre radiofrequenze atte a coprire l’80% del territorio nazionale. L’attribuzione di quelle frequenze doveva essere fatta secondo le prescrizioni di un «piano di assegnazione», che però fu attuato solo nel 2008. Nel frattempo, mentre si preparava il passaggio alle trasmissioni numeriche, una serie di norme transitorie aveva permesso agli operatori già attivi di continuare a trasmettere occupando le relative frequenze. L’impedimento valeva, infatti, per i nuovi operatori, cui le frequenze non venivano assegnate.

La Corte europea – nella stessa linea seguita da tutti i giudici che sono intervenuti nella vicenda – ha addebitato all’Italia di non avere adottato una legislazione e una azione amministrativa idonee a «garantire un effettivo pluralismo nei media». Non basta infatti l’esistenza di più canali e la possibilità teorica di accedere al mercato audiovisivo. Occorre invece una possibilità effettiva, in modo da «assicurare nel contenuto dei programmi, considerato nel suo insieme, una diversità che rifletta quanto più possibile la varietà delle correnti di opinioni che attraversano la società». Poiché la democrazia si fonda sulla libertà di espressione e richiede il massimo pluralismo delle voci. I media audiovisivi, poi, svolgono un ruolo particolarmente importante, perché la trasmissione di suono e immagine produce un effetto più immediato e potente del messaggio scritto. «Se un gruppo economico o politico potente fosse autorizzato a dominare il mercato dei media audiovisivi, che hanno il potere di far passare messaggi immediati, una simile posizione dominante sarebbe lesiva della libertà di comunicare e di ricevere informazioni e condurrebbe quel gruppo ad esercitare una pressione che restringerebbe la libertà editoriale, mettendo in crisi il ruolo fondamentale della libertà di espressione nella società democratica, in particolare quando si tratti di informazioni e idee di interesse generale, che, d’altra parte, il pubblico ha diritto di conoscere».

La considerazione degli interessi economici, se isolata e insensibile alle esigenze dei doveri e diritti fondamentali, potrebbe spingere ad assegnare tutte le frequenze ad un solo operatore, se solo ce ne fosse uno abbastanza ricco da offrire un prezzo più alto di tutti gli altri. Ma lo Stato deve assicurare il massimo grado possibile di pluralismo nella informazione, anche pagando qualche necessario prezzo economico, specialmente quando «il sistema nazionale è caratterizzato da un duopolio». Ciò vale naturalmente quando si tratti di mettere una pluralità di operatori in condizioni di trasmettere. Ma vale altrettanto quando si considera il «servizio pubblico» cui è destinata la Rai e che essa deve essere messa in grado di svolgere al riparo da pressioni, censure, allettamenti politici o altrimenti forti.

La Stampa 13.06.12