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Bersani: “Ambiente, qualità e innovazione: questa è l'economia verde”

“Siamo in una fase difficile e sappiamo che i nodi devono essere affrontati. Nella crisi il PD si muove per garantire governabilità senza poter governare”. Così il segretario Pier Luigi Bersani nel suo intervento conclusivo dei lavori della Conferenza nazionale sull’Economia Verde. Il segretario democratico ha ribadito di condividere la relazione di Stella Bianchi, responsabile Ambiente del PD, “di stare nel solco della sua relazione”.

“Questa fase transitoria è difficile e complicata. E’ un po’ amaro leggere certi editoriali che i partiti non sostengono abbastanza questo governo: noi lo sosteniamo con lealtà, tutto l’impegno e la volontà necessaria. Invito gli editorialisti a venire con me e incontrare i militanti. Caricarsi di questo compito non è semplice, ma noi lo facciamo e vogliamo lavorare sul futuro organizzando le idee e i progetti. E le idee di cui si è discusso in questa conferenza oggi sono centrali del nostro progetto”.

Quando si parla Economia Verde si parla investimenti a ritorno lievemente differito. Ma sebbene il ritorno sia certo è sempre necessario un piede di partenza in grado di far muovere il meccanismo con un altro giro. Nel contesto europeo, attualmente il concetto di investimento coincide con quello di debito e non viene riconosciuto differentemente nel calcolo dei conti pubblici. Ma se andiamo avanti pensando alla crisi in questo modo non ne veniamo fuori. Avvitamento, recessione e instabilità portano solo alla rottura di ogni meccanismo di ripresa.

“Tutti i punti della piattaforma sull’economia verde sono strumentali al trovare spazio per gli investimenti e per il lavoro. E questi stanno tutti dentro l’universo che sia chiama ambiente, qualità e innovazione. Questa per noi è l’economia verde”

“Non c’è molto tempo per fare qualcosa contro la crisi e le vicende di ieri sulla Spagna sono la prova che si può mettere una pezza. C’è molta retorica sulla parola crescita, parola che in questo momento è una parola finta. Per prima cosa bisogna contenere la recessione e puntare sulle misure che servono per parare il colpo e non avere avvitamenti. La parola crescita deve essere considerata più di prospettiva, più strategica. Il concetto di crescita per me è cercare quantità per vie di qualità”.

“La destra politica culturale ha sempre visto l’ambiente come un impedimento. Per noi è chiaro che per avere crescita si deve puntare sull’ambiente. In Europa le culture progressiste e ambientaliste stanno tornando insieme. Noi come Partito Democratico rappresentiamo proprio la sintesi di questo esperimento. Ora non siamo più un esperimento ma un partito che si è posto e si pone il problema di essere il contenitore di grandi culture che portano i loro ingredienti per una una ricetta unica. E l’ambiente è uno di questi ingredienti”.

“I due gemelli che litigano, l’economia e l’ambiente sono destinati a fare la pace a livello planetario. La prospettiva strategica mondiale non può prescindere dal trasformare la storica rottura in una dialettica di sintesi. Ovviamente questo dialogo non è semplice. Un partito di governo come siamo noi deve impegnarsi sugli equilibri per evitare gli eventuali contraccolpi e arretramenti. Esistono contraddizioni serie a cui non abbiamo tutte le risposte. Le rinnovabili, l’acqua, il ciclo dei rifiuti sono esempi che meritano risposte equilibrate per evitare lo scontro economico e ambientale. Serve governare bene queste cose e sollecitare anche risposte industriali. Si può dire la stessa cosa per l’agricoltura, la qualità italiana del made in Italy e della trasformazione delle materie”.

“Dobbiamo impegnarci per affermare quella cultura di governo sufficiente ad eliminare tutte le contraddizioni. Allo stesso tempo serve anche la forza per mantenere stabili le politiche fatte bene perché molte delle regole che avevamo prodotto 10 anni fa, ora sarebbero ancora valide e non ci avrebbero condotto alla crisi attuale. Eravamo all’avanguardia e ci siamo indeboliti”.

“Da qui parte la nostra linea e la centralità delle cose che vogliamo fare come partito di governo. Dentro a questa impostazione ci sta bene anche la suggestione e il richiamo ad un grande cambiamento. Mettiamoci la passione e la concretezza, diamo un messaggio alto seppur camminando sulle gambe. Non ci può essere più nessuna paratia tra politiche ambientali, economiche e industriali. Non si possono tenere separate queste politiche ma sapere trovare il giusto limite”.

Leggi anche:

La relazione di Stella Bianchi, responsabile Ambiente del Pd
Lo storify degli interventi della Conferenza nazionale sull’Economia Verde

www.partitodemocratico.it

"Il senso del Pd per la ricostruzione", di Alfredo Reichlin

Speriamo che non sia troppo tardi. Ma, finalmente, il Pd ha cambiato passo. Non è partito da sé, dalle sue beghe interne, ma dalla enorme novità dello scenario reale che sfida la politica (e ben più della politica, sfida tutti: i vecchi giochi di potere come l’eterno trasformismo e qualunquismo italiano). Siamo in presenza di una cosa che riguarda il futuro del mondo nei secoli. Una cosa talmente inedita per cui fino a ieri non se ne poteva nemmeno parlare. Stiamo assistendo al fallimento dell’ordine economico mondiale in base al quale l’oligarchia dominante (la destra americana, e non solo) pensò di governare la mondializzazione consegnando un potere enorme ai cosiddetti mercati finanziari resi liberi di far circolare i capitali senza alcun controllo.
Lasciandoli così liberi di decidere, in larga misura, dell’uso e dell’allocazione delle ricchezze mondiali. Il dato di fondo è questo. Non è la partitocrazia, pur con tutte le sue colpe come ci vogliono far credere. La chiacchiera politica fa ridere. Noi stiamo assistendo al fallimento dei gruppi dominanti e a un gigantesco dramma storico. Il mondo è stato governato da loro. È chiaro? Ed è stato inondato di debiti e di moneta fittizia. Le ingiustizie sono diventate tali che sembra sia tornato il Medioevo. La figura storica di antichi Stati come la Grecia o la Spagna viene giocata ai dadi dalle banche. E nessuno capisce più dove va il mondo.
Ecco perché è così profonda la crisi della politica. I suoi errori e anche i suoi delitti sono innegabili ma al fondo se la politica sembra che non serva più a niente la ragione è che essa si muove in un vecchio orizzonte e non capisce che la scena è occupata da nuovi attori. Si è creata, nella crisi, una nuova umanità che esprime nuove domande di senso e di rispetto per la propria vita e che non si sente più rappresentata dal vecchio sistema politico.
Io credo che sia questo il banco di prova del rinnovamento del Pd. Le chiacchiere giovanilistiche alla Matteo Renzi non mi convincono. Vedremo. Allo stato, costui non mi sembra il nuovo ma «il vecchio che avanza». Capisco molto meglio le cose se leggo l’analisi del vecchio cancelliere tedesco Helmut Schmidt che, senza tanti giri di parole, ci avverte che «per la prima volta nella storia della Ue stiamo assistendo a uno smantellamento della democrazia». E che ci troviamo di fronte a uno scenario in cui alcune migliaia di grandi speculatori americani ed europei e qualche agenzia di “rating” hanno preso in ostaggio i governi in Europa.
Ecco il terreno dello scontro. Ed è questo che mi spinge a riflettere su cosa sono ormai le alternative. Io non riesco più a pensare l’alternativa (e quindi il futuro quadro elettorale) come nel passato, come cioè la semplice scelta tra questo o quel partito nel vecchio quadro democratico e istituzionale quando era chiaro dove stava la sovranità. Non posso non pensare a uno schieramento più ampio dove la centralità del Pd dipende dalle capacità di dar voce ai nuovi attori dei conflitti reali che si sono aperti. Chi sono questi attori? È vero, i partiti di destra si sono spappolati. Ma l’Italia si carica ogni giorno di più di disperazione, di sempre più cattivi umori, di spinte alle rivolte qualunquiste. Ed è su questo che stanno facendo leva con un cinismo impressionante molta parte delle vecchie classi dirigenti con le loro televisioni e i loro giornali che attendono solo di esaltare nuove avventure populistiche. La battaglia sarà durissima, richiede coraggio e capacità di innovazione. Perciò ho trovato giusta la scelta di Bersani di andare oltre i confini del Pd, per fare del Pd un partito più aperto, una casa comune per altre forze progressiste.
Io sono un vecchio comunista e non accetto affatto di negare la lunga e gloriosa storia della sinistra. Anzi, sono molto indignato quando vedo che anche giornali come la Repubblica o l’Espresso non hanno il coraggio di dire per quale ragione profonda che riguarda la storia civile l’Emilia risponde alla sciagura del terremoto mostrando quel volto straordinario. Quelle facce così coraggiose e dignitose che esprimono un così alto senso civico. E dopo tanta esaltazione del “grillismo” nessuno nota che tutti quei sindaci straordinari sono del Pd. Ma stiano tranquilli i miei compagni. Noi non vogliamo recidere affatto le nostre radici ma le esaltiamo ponendo la forza organizzata del Pd e il suo legame con la sinistra europea al servizio di un arco molto vasto di forze democratiche, sia progressiste che moderate.
Parliamo da anni di “riforma” dei partiti. Facciamola. Cominciamo a pensare il soggetto politico-partitico non più nella forma di un blocco compatto tenuto insieme da una stessa ideologia, ma come una rete capace di collegare necessità e richieste che vengono da segmenti sociali anche diversi, per cui ciò che si chiama partito diventa anche uno strumento che porta alla rappresentanza un mosaico complesso di soggettività sociale.
È così che io penso la crisi ma è anche così che avverto l’enorme minaccia che pesa sulla democrazia italiana. È con questo sentimento che mi prendo il diritto di chiedere ai tanti amici intellettuali, spesso giustamente critici, nonché ai movimenti di protesta e a quelli in difesa dei beni pubblici se si rendono conto del punto a cui siamo giunti. Non facciamoci illusioni. Come dice l’ex ministro degli Esteri tedesco Fischer: «Se l’euro dovesse andare in pezzi andrebbe in pezzi anche l’Unione Europea (l’economia più grande del pianeta), innescando una crisi economica globale di proporzioni tali che quasi nessuno tra quelli oggi in vita ha mai sperimentato. L’Europa concludeva è sull’orlo dell’abisso».
Anche l’Italia lo è (non c’è bisogno di aggiungerlo). È in questi mesi che si decide. Stiamo attenti a non sbagliare. Con tutto il rispetto per i tecnici, io penso che il salto che dobbiamo fare è totalmente politico. Non è soltanto economico. Si deve decidere se riorganizzare le forze democratiche italiane intorno a un idea nuova di Ricostruzione. Ricostruzione non solo dell’economia ma della democrazia europea, della civiltà del lavoro, della libertà degli uomini di tornare a contare in quanto persone, non definibili solo in base al denaro. L’economia non è il denaro fatto col denaro. E infatti non si uscirà mai dalla crisi economica attuale ripetendo gli schemi di questo modello finanziario. Come negli anni ’30 occorre una iniziativa politica, un «new deal», che offra alle energie economiche una nuova frontiera. Questo accadde in America con Roosevelt. Purtroppo in Italia, per colpa anche del settarismo della sinistra venne Mussolini.

l’Unità 12.06.12

"La corsa della spesa pubblica: cresce di 40.000 euro al minuto", di Sergio Rizzo

Più lenti in tutto fra i Paesi europei, siamo invece imbattibili per velocità quando si tratta di spendere denari dei contribuenti. Dice la Commissione europea che fra il 2000 e il 2012 la spesa pubblica è aumentata di 250,7 miliardi. Al ritmo, calcola la Confartigianato, di 2 milioni 384.808 euro l’ora. Ovvero, 39.747 euro al minuto, 662 ogni secondo che passa.
Tutto questo, ovviamente, compresi gli interessi che l’Italia paga sul terzo debito pubblico al mondo. Ma che influiscono fino a un certo punto. Tanto è vero che togliendo quella voce il ritmo di crescita si riduce di una manciata di monete, calando appena a 38.420 euro al minuto.
Se il peso della spesa pubblica totale sul Prodotto interno lordo è salito in dodici anni del 5,5%, quella al netto degli interessi è lievitata del 5,1%, contro il 3,5% della media dell’eurozona. In Germania, per fare un paragone, è addirittura diminuito dello 0,6%. Da questi semplici dati si capisce l’urgenza di ridimensionare un fardello diventato ormai insostenibile.
Ci rendiamo conto che non è facile, se il governo di Mario Monti conta realisticamente di tagliare, grazie all’aiuto della spending review, non più di 4,2 miliardi su 809: lo 0,5%. Non è facile, ma resta il fatto che lo strato di adipe accumulatosi in questi anni è davvero imponente. Troppo. Basta dire che ogni anno si spendono più di 168 miliardi di euro in acquisti di beni e servizi. Una cifra lievitata del 35,1% fra il 2001 e il 2011, arrivando a toccare il 10,8 per cento del Pil.
E il bello è che il grasso in eccesso si annida anche dove sembra il contrario. L’Italia, per esempio, è uno dei Paesi europei meno generosi con chi ha perduto il lavoro, ma riesce a sprecare una bella fetta dei pochi soldi stanziati per dare sostegno a quanti si trovano in questa triste condizione. Succede con l’indennità di disoccupazione in agricoltura, che funziona con meccanismi tali da scoraggiare il lavoro regolare, incentivando il lavoro nero e le truffe. Ne hanno diritto, con parametri che arrivano fino a un massimo del 66% della retribuzione, coloro che risultano aver lavorato almeno 51, 101 o 151 giorni. Negli ultimi otto anni questo capitolo è costato un miliardo 680 milioni, a fronte di 7 miliardi 476 milioni che hanno rappresentato i sussidi totali ai senza lavoro. Con il 3,7% di tutti gli occupati italiani, l’agricoltura assorbe il 22,5% della spesa per indennità di disoccupazione. E quasi tutta al Sud. Sapete quanti sono i beneficiari di un trattamento di disoccupazione agricola nelle Regioni meridionali? Lo scorso anno erano 412.288, cioè il 79,6% del totale nazionale (518.132). Ossia 23 volte più che nel Nord Ovest (17.426), otto più che nel Nord Est (51.141) e undici più che nel Centro Italia (37.277).
Il fenomeno che racconta un dettagliato rapporto della Confartigianato messo a punto in vista dell’assemblea dell’organizzazione prevista per oggi, è semplicemente pazzesco: su 100 occupati nel settore agricolo, 60,9 hanno un trattamento di disoccupazione. Nel Sud ce ne sono addirittura 97,5. Il che significa che pressoché tutti i lavoratori agricoli del Mezzogiorno percepiscono un sussidio spettante a chi resta senza lavoro.
E ad alzare la media sono soprattutto le disoccupate. Se nelle Regioni meridionali ci sono 67,8 disoccupati maschi, i sussidi erogati alle donne sono addirittura 164 ogni 100 lavoratrici. Centosessantaquattro. Misteri della statistica: forse non si fa riferimento a persone in carne e ossa ma a unità di lavoro teoriche occupate tutto l’anno. Ma questo è un problema che riguarda, sia pure con differenti intensità, l’intero Paese. La media italiana è di 104,7 trattamenti di disoccupazione per ogni cento donne impegnate in agricoltura. Risultato, ogni lavoratore agricolo produce in Italia un disavanzo fra contributi versati per sostenere tale ammortizzatore sociale e prestazioni erogate, pari a 1.841 euro. Venti volte maggiore che negli altri settori economici, dove è di 89 euro.
Qui qualcosa decisamente non va. Lo sanno tutti e lo sanno da tempo. L’hanno svelato le inchieste giudiziarie sulle cosche mafiose, sulle truffe all’Inps, sui lavoratori e le lavoratrici fantasma che coltivavano terreni fantasma. Il rapporto della Confartigianato non a caso cita una relazione di quattro anni fa del ministero del Lavoro, nella quale si parla apertamente di «distorsioni e comportamenti collusivi, tali da ingenerare una abnorme concentrazione delle giornate di lavoro dichiarate intorno alle fatidiche cifre». Cioè 51, 101 e 151. Magari ci sarà stato pure qualcuno che se li è giocati al lotto quei numeri. Mentre evidentemente, se i dati sono ancora questi, nessuno ha provveduto a cambiare in profondità regole che consentono abusi del genere.
Certo parliamo di somme ridicole, confrontate al volume, enorme, della spesa pubblica. Per avere un’idea, i soldi spesi in otto anni per la disoccupazione agricola in Italia nemmeno bastano a pagare gli stipendi dei dipendenti della Regione siciliana. Vi chiederete: che cosa c’entrano quei sussidi con le buste paga regionali? C’entrano eccome. Diciamo che pure in alcune Regioni il confine fra la busta paga pubblica e l’assistenzialismo è piuttosto labile. Per non dire inesistente.
Pochi sanno, per esempio, che oltre ai suoi circa 20 mila dipendenti la Regione siciliana retribuisce anche 27 mila fra precari e persone impegnate in «progetti di pubblica utilità» prevalentemente presso i Comuni. Di fatto, si tratta di sussidi di disoccupazione mascherati, come ha fatto chiaramente capire la Corte dei conti in una recentissima relazione. E anche sulla pletora di impiegati regionali ci sarebbe da discutere. La Sicilia è una Regione a statuto speciale, vero: ma questo basta a giustificare una spesa di 346 euro a carico di ogni siciliano per mantenere i dipendenti di quell’ente, contro i 66 euro di due Regioni non certo considerate fra le più virtuose d’Italia, come la Calabria e la Campania? E non parliamo del confronto con la Lombardia, dove i dipendenti regionali costano 23 euro procapite. Stando ai dati del rapporto della Confartigianato, la Regione siciliana spende per stipendi il 75% di tutte le quindici Regioni a statuto ordinario messe insieme: un miliardo 748 milioni contro 2 miliardi 316 milioni.

Il Corriere della Sera 12.06.12

«Giusto premiare il merito ma la scuola sia per tutti», intervista a Luigi Berlinguer di Mariagrazia Gerina

C’è una rivoluzione che non può essere interrotta. «Si chiama scuola di tutti», scandisce l’ex ministro dell’Istruzione, Luigi Berlinguer, ora europarlamentare del Pd. Uno che non teme di dover andare controcorrente, se ce ne è bisogno. «Il merito è di sinistra, è vero», ribadisce. E però, dopo aver letto come il suo “successore” Francesco Profumo intende promuoverlo, prova a dare qualche suggerimento: «Va benissimo voler premiare chi è bravo purché non sia un ritorno al bel tempo andato, quando Berta filava e i tre quarti degli adolescenti venivano tagliati fuori dalla scuola».
Oggi – ricorda, dall’alto dei suoi ottant’anni – ci sono metodi più moderni per innalzare la qualità dell’istruzione. E avvicinarsi all’Europa. «Il guaio è che in Italia gli opinion makers quando parlano di scuola sembrano sempre voler dire: “quanto stavo bene, come era bello il mio liceo”». È anche a loro che, da decano, l’ex ministro manda a dire: «Ragazzi, il mondo è altrove».

Dov’è il mondo?
«La più grande rivoluzione del nostro tempo è la scuola per tutti e l’Italia non la realizza ancora, perché l’impianto educativo strozza questo evento fondamentale per la democrazia che è l’accesso di tutti al sapere, nella valorizzazione delle diverse capacità: questa è l’urgenza, dunque. Combattere la dispersione scolastica, sia quella che lascia fuori gli studenti, sia quella che canalizza in ghetti dequalificati una parte di loro. L’inclusione sociale se diviene soltanto un cancello aperto per accedere a un pascolo brado non è una carità e non è una grande conquista. La scuola per tutti o è di qualità o non serve».

E il merito?
«Ha ragione Marco Meloni (responsabile università del Pd, ndr), il merito è un’idea di sinistra. Per me una scuola che non valorizza le eccellenze non è una scuola che si rispetti. E ha ragione il ministro Profumo a dire che merito e inclusione sono due facce della stessa medaglia e a voler procedere in questo senso. Ma la condizione perché entrambe possano realizzarsi è che si cambi alla radice l’impianto educativo italiano. E purtroppo questo non è da tempo nell’agenda politica del Paese».

Vuol dire che la scuola avrebbe bisogno di un’altra riforma? «No, vorrei un cambiamento, che, per passi graduali, ponesse l’apprendimento al centro. Lo dico in inglese: bisogna realizzare la mass personalization con flessibilità curricolare».

Ovvero?
«Curricoli flessibili e più autonomia per favorire l’individualizzazione dell’apprendimento, destando curiosità, emozioni, interessi intellettuali diversi. Non semplice trasmissione del sapere. Purtroppo l’autonomia delle scuole, da Moratti in poi, è stata soffocata. E senza è impossibile realizzare merito e inclusione».
Il suo è un invito al ministro a desistere?
«No, al contrario. Vanno bene le misure di sostegno economico ai deboli come vanno bene le scuole estive, i collegi italiani internazionali, l’internazionalizzazione dell’università, l’anticipazione della conclusione dei corsi di studio, lo sbocco professionale incoraggiato anche con misure fiscali. E anche il garante degli studenti».

E cos’è che non funziona?
«A parte le risorse economiche, indispensabili, ripeto: è l’impianto stesso della scuola che va cambiato. Imporre cento ore di didattica frontale è arcaico. Come anche l’idea che il merito da premiare sia solo individuale».

Si riferisce all’istituzione de “lo studente dell’anno”?
«Perché evidenziare tanto il premio individuale, pur utile, facendolo sentire una rara avis, e non premiare anche i gruppi capaci di collaborare tra loro? Non vorrei che qualcuno avesse nostalgia per il bel tempo andato. Io piuttosto parlerei di merito diffuso, da premiare in tutte le sue forme: anche i successi parziali e quelli raggiunti attraverso la cooperazione sono importanti perché il seme del merito si diffonda come elemento di promozione umana e non di selezione sociale come vuole la destra. Vorrei dare ancora un paio di suggerimenti al ministro».

Prego.
«Né università né scuola tollerano leggi-provvedimento. O un lungo elenco di inutili prescrizioni e adempimenti, che hanno il solo risultato di soffocare l’autonomia, che resta la novità più profonda introdotta nella scuola negli ultimi anni».

Il decreto a cui il ministro sta lavorando è un “lungo elenco di inutili prescrizioni”?
«Il mio consiglio è di scrivere una legge e non un regolamento che insista sui dettagli. Dico questo per salvare l’iniziativa che è provvida: eviterei le grida manzoniane, tenendo conto anche del numero di dipendenti amministrativi che la dovranno gestire Stimo molto Profumo, ma gli voglio ricordare che quando ero seduto al suo posto, se gli uffici mi portavano un provvedimento di venticinque articoli imponevo che me lo riducessero a non più di tre».

Si è parlato di un provvedimento che abbia la forma del decreto?
«Era questo il secondo suggerimento: il ministro abbandoni l’idea di procedere per decreto legge e chieda il concorso parlamentare. Certamente può essere opportuno un accordo tra governo e Parlamento per fissare tempi e termini dell’iter, ma è importante consentire la dialettica parlamentare; nella speranza che qualche gruppo arcaico non voglia in Parlamento far diventare ancora più lungo il testo presentato. L’ultima cosa di cui abbiamo bisogno è di un indigeribile, tanto per la scuola quanto per gli atenei, provvedimento burocratico».

l’Unità 12.06.12

"“Situazione iniqua e ingestibile, il governo deve rimediare” Damiano: sui numeri io credo all’Inps", di R. Gi.

Posso ben dire che io l’avevo detto». Cesare Damiano, ex ministro del Lavoro, Pd, sul numero degli «esodati» chiede al governo di riferire in Parlamento, «viste queste indiscrezioni su una relazione dell’Inps, consegnata prima dell’emanazione del decreto, che parla di 390.200 persone senza lavoro e pensione».
Che è un numero attendibile…
«Se l’Inps dice 390.000, noi ovviamente crediamo all’Inps. E alla sua formidabile banca dati. È da dicembre che abbiamo sollevato il problema, perché era evidente che la riforma delle pensioni conteneva l’errore di abolire in un colpo solo le «quote di anzianità», che avevo introdotto da ministro nel 2007. Così centinaia di migliaia di persone hanno visto allontanarsi la pensione di cinque o sei anni, restando senza retribuzione, senza ammortizzatori sociali e senza pensione. Una cosa socialmente iniqua e ingestibile. Avevamo avvertito il governo, e dopo una dura battaglia parlamentare abbiamo ottenuto una risposta almeno per 65.000 persone, ma non basta».
Ma perché solo 65.000?
«Perché sono partiti dalle risorse disponibili, e le hanno tradotte in numeri.
E così un diritto che c’è o non c’è è stato forzato, e legato alle risorse che c’erano. Risultato, il decreto è assolutamente restrittivo: stabilisce che per avere le vecchie regole pensionistiche i lavoratori dovevano essere già in mobilità, producendo una vera e propria decimazione. Faccio presente che accordi come quello di Termini Imerese, per citare un caso che riguarda 650 persone, e molti altri simili saranno esclusi nonostante siano stati stipulati precisi accordi in sede ministeriale. Un controsenso inaccettabile».
Si era parlato di un disegno di legge per rimediare. A che punto è?
«Come Pd abbiamo presentato ordini del giorno, approvati da governo e Parlamento. Li abbiamo tradotti in emendamenti al Milleproroghe, e abbiamo risolto per i 65000. Ora c’è una proposta di legge per spostare la data per la stipula degli accordi di mobilità dal 4 al 31 dicembre 2011, e per fissare un’interpretazione più favorevole ai lavoratori per la maturazione del diritto alla pensione entro i due anni che vanno dal 6 dicembre 2011 al 6 dicembre 2013. Questa proposta di legge, di cui sono primo firmatario, ora è promossa da tutti i partiti di maggioranza; inoltre Lega e Idv hanno presentato progetti analogi. Stiamo verificando ora, con loro e con i sindacati, eventuali correttivi al nostro ddl, per poi approvarlo in Parlamento rapidamente. È chiaro che il nodo fondamentale resta quello delle coperture finanziarie».
Serviranno tantissimi soldi. Per i 65.000 ci vogliono 5 miliardi per i prossimi sette anni. Dove troverete risorse per 390.000 persone?
«Noi facciamo riferimento ai conti della Ragioneria, formulati quando fu varata la riforma. Si calcolò che abolendo le quote di anzianità si sarebbero prodotti risparmi a regime (dal 2017) per 4 miliardi l’anno, ma zero risparmi per il 2012 e 300 milioni per il 2013. Le cifre sono queste. Resta il fatto che nonostante questa girandola di dati, di conferme e di smentite, il presidente del Consiglio Monti ha detto che “nessuno sarà lasciato solo”. Il ministro Fornero lo ha ammesso: “abbiamo sbagliato”. Il ministro Giarda ha confermato in Aula che il governo intende affrontare e risolvere il problema. Lo aspettiamo alla prova dei fatti. È una priorità del paese: si faccia tutti uno sforzo per risolvere la questione».

La Stampa 12.06.12

"Treni dei pendolari a rischio estinzione le Ferrovie minacciano il grande addio", di Ettore Livini

Non bastano ritardi cronici, aumenti dei biglietti, tagli alle linee e disservizi quotidiani. Sulla testa dei pendolari su rotaia rischia di abbattersi ora la madre di tutte le tegole: la cancellazione (causa crisi) dei treni regionali dal 2013. «Allo stato non ci sono soldi a disposizione – ha detto ieri papale papale l’ad delle Fs Mauro Moretti –. Se non arrivano, non potremo garantire questi collegamenti». La situazione finanziaria del trasporto locale, in effetti, è difficilissima. Il governo Berlusconi ha ridotto nel 2010 del 20% gli stanziamenti a 1,56 miliardi l’anno. Monti, raschiando il fondo del barile, è riuscito a racimolare duecento milioni in più. La coperta è lo stesso cortissima: le regioni dovrebbero pagare quest’anno a Trenitalia 1,6 miliardi per il servizio. Ma all’appello mancano 400 milioni che nessuno sa bene dove e quando potranno essere recuperati. E per il 2013, allo stato, i fondi sono ridotti al lumicino. «Ce ne stiamo occupando», ha garantito ieri il ministro dello Sviluppo economico Corrado Passera. Tra i diretti interessati però l’allarme è altissimo: «Se Moretti si interessasse meno dei Frecciarossa, troverebbe i soldi per il servizio universale», ha attaccato Codacons, mentre Federconsumatori e Assoutenti stanno preparando una giornata nazionale di protesta.
IL PARADOSSO DEL PENDOLARE
Il pendolare, del resto, è una razza tutt’altro che in via d’estinzione. Ogni giorno 2,8 milioni di persone vanno a lavorare in treno, il 7,8% in più – complice l’aumento della benzina – di due anni fa. Sulla Fiumicino-Fara Sabina salgono 80mila persone al dì, stima Legambiente, il doppio di quelle che utilizzano quotidianamente l’intera rete dell’alta velocità. Sulla Milano-Sondrio-Tirano siamo a 50mila. Il business si regge su due gambe. Il prezzo del biglietto (che vale un terzo delle entrate) più i soldi che le regioni girano alle Fs con i contratti di servizio. In Italia i ricavi totali sono pari a 10,8 centesimi passeggero al km., a fronte dei 19,6 della Germania e dei 22,9 della Germania, dove l’acquisto
dei treni è a carico dello stato. «Se non si aumentano tariffe e contributi non si può andare avanti », è il mantra di Moretti.
CENERENTOLA SU ROTAIA
Difficile però che ci si riesca. I treni dei pendolari tricolori, in effetti, sono da sempre le Cenerentole del settore. I Frecciarossa macinano utili ad alta velocità.
Strade e autostrade intercettano il 72% degli investimenti pubblici nei trasporti. E per i convogli regionali restano solo le briciole. Il Lazio spende lo 0,19% del suo budget, la Sicilia lo 0,06% la Lombardia lo 0,45%. Non solo: le regioni, a corto di fondi, continuano a tagliare i servizi e aumentare abbonamenti e biglietti (che pure restano
i più bassi d’Europa, un terzo di quelli tedeschi e inglesi). Il Veneto nel 2011 ha ridotto del 19,5% i convogli ritoccando all’insù del 15% le tariffe. La Lombardia – con Emilia, Friuli e Toscana una delle aree in minor sofferenza – ha salvaguardato il numero dei viaggi ma ha rialzato del 23% i prezzi. Pulizia, puntualità ed efficienza dei treni, poi, sono inversamente proporzionali alle risorse disponibili. E – come certifica Legambiente – i reclami degli utenti sono in crescita verticale. Ci sarebbero le penali al monopolista Trenitalia per il mancato rispetto degli standard di servizio. Ma sono un’arma spuntata visto che i controlli sono rari e circoscritti a poche regioni (la Lombardia nel 2010 ha dato 10 milioni di multe a Moretti). E oltretutto su molte linee di Veneto, Liguria e Campania il 20-30% dei passeggeri, secondo le stime, non paga il biglietto.
IL PARADISO AD ALTA VELOCITÀ
Il confronto con l’alta velocità, business che ha consentito
alle Fs di raddoppiare nel 2011 gli utili a 285 milioni, è avvilente. Gli Eurostar Roma-Milano sono passati dal 2007 ad oggi da 17 a 39 al giorno. La linea Voltri-Genova- Nervi (25mila pendolari al giorno) li ha ridotti da 51 a 37. La Fiumicino-Fara Sabina, tarata su 50mila persone al dì, ha perso quattro treni. Gli intercity Piacenza- Milano si sono ridotti di un terzo. Qualcuno spera che il vento giri con la liberalizzazione. Ma senza soldi e un reale piano nazionale di investimenti sui treni regionali è difficile che ci sia qualcuno disposto a scommettere sui poveri pendolari. Il Piemonte ha provato a mettere a gara le tratte locali, ma alla fine è stato costretto a firmare con Moretti. Ntv, la società sbarcata con Italo sulla Tav, «è pronta a entrare ma solo davanti a progetti organici e certezze sulle risorse». L’anno prossimo proverà a muovere le acque l’Emilia, lanciando un’asta sulle sue tratte. Sempre che nel 2013 sulle rotaie italiane circolino ancora i treni per i pendolari.

La Repubblica 12.06.12

"Infanzia e primo ciclo, si cambia. Via le aree, tornano le discipline, meno peso all'informatica", di Mario D'Adamo

Discipline e non più aree o assi disciplinari nelle indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo dell’istruzione. Il ministro Francesco Profumo, finita la sperimentazione, vuole trasformarle in regolamento al più presto, in ogni caso entro il 31 agosto, in modo che siano applicative da settembre. In caso contrario, c’è il rischio che tornino in vigore integralmente quelle di Letizia Moratti. Intanto, dirigenti e insegnanti potranno dire la loro attraverso una consultazione telematica che dovrà concludersi entro il prossimo 30 giugno. Non si tratta di nuove indicazioni ma di revisione di quelle allegate al decreto legislativo n. 59 del 2004 del ministro Moratti, già per altro sottoposte ad aggiornamento durante il biennio di governo del centrosinistra, ministro dell’istruzione Giuseppe Fioroni, che le adottò con decreto del 31 luglio 2007. La revisione, avviata da Mariastella Gelmini in articulo mortis del suo governo, circolare n. 101 del 4 novembre 2011, e ora in fase di avanzata elaborazione con l’attuale ministro, trae la sua fonte di legittimazione nel regolamento sull’ordinamento delle scuole dell’infanzia e del primo ciclo adottato con decreto del Presidente della repubblica n. 89 del 2009. L’art. 1 prevede che le indicazioni di Fioroni non si debbano applicare per più di un triennio (2009/2011) e che la loro «eventuale» revisione sia operata in relazione agli esiti del monitoraggio affidato all’Ansas sulle attività poste in essere dalle istituzioni scolastiche.

Monitoraggio effettivamente realizzato nel corso di quest’anno scolastico.

La differenza più rilevante con il testo delle indicazioni di Fioroni è l’eliminazione delle tre aree disciplinari, quella linguistico – artistico – espressiva, quella storico – geografica e quella matematico – scientifico – tecnologica, ciascuna delle quali introduce la trattazione delle singole discipline con una premessa che ne unifica finalità e organizzazione e ne evidenzia l’interdipendenza. Nella bozza la premessa interdisciplinare sparisce, così lasciando isolate le diverse discipline, inalterate come numero e con alcune differenze nominali («scienze naturali e sperimentali» divengono solo «scienze» e «corpo, movimento, sport» sono trasformati in «scienze motorie e sportive»). La bozza riprende nell’introduzione a ciascuna disciplina frasi estrapolate dalla premessa di Fioroni, ed è vero che il concetto di connessione delle discipline viene declinato all’interno della descrizione di ciascuna, ma l’impressione e il risultato che derivano da questa diversa impostazione è che, soprattutto nella scuola media dove il numero degli insegnanti è più elevato e più difficili sono le operazioni di coordinamento didattico e disciplinare, si potrà pensare di fare a meno di perseguire unitariamente gli obiettivi di insegnamento – apprendimento. Sarebbe interessante conoscere se questa revisione scaturisce dall’esito del monitoraggio o è stata autonomamente assunta dai revisori, che hanno presentato il lavoro al sottosegretario con delega, Marco Rossi Doria.

Il discorso su ciascuna disciplina, la descrizione delle sue caratteristiche, degli obiettivi, dei traguardi per lo sviluppo delle competenze passano quasi inalterati dalle indicazioni di Fioroni alla bozza ma lessico, formulazioni e architettura sono spesso semplificati. È apprezzabile lo sforzo di rendere il testo delle nuove indicazioni accessibile a tutti, soprattutto alle famiglie con le quali si intende rinnovare il rapporto di corresponsabilità formativa, ma così si corre il rischio di offrire letture riduttive, facendo perdere in profondità il discorso disciplinare. Così per l’italiano, quando si pone l’accento sul dovere di acquisire le strumentalità del leggere e dello scrivere e si dà una definizione del leggere che è persino meno pregnante di quella che si aveva nella premessa ai nuovi programmi della scuola elementare del ministro Ermini (1955), che, auspicando una scuola che insegnasse a leggere, esigeva che da essa uscissero ragazzi «che ragionino con la propria testa», un bel modo per parlar chiaro, e che avessero imparato «a misurare i limiti del proprio sapere e ad esercitare l’arte di documentarsi». Ovviamente, ciò non toglie si debbano far apprendere con sicurezza tutte le strumentalità. Un’altra disciplina che ha subito una profonda revisione è la tecnologia. Si insiste molto sul fare, tra i traguardi c’è quello di smontare oggetti e meccanismi e apparecchiature“obsolete ma le tecnologie dell’informazione e quelle digitali, che nelle indicazioni di Fioroni svolgono un ruolo privilegiato, nella bozza paiono ridimensionate dalla preoccupazione degli effetti negativi che possono avere sul piano sociale, psicologico, ambientale o sanitario e dall’esigenza di un approccio critico. Sulla considerazione anche che la padronanza degli strumenti è stata «spesso acquisita al di fuori dell’ambiente scolastico», che è un dare implicito atto del mezzo fallimento dell’introduzione dell’informatica nella scuola, una delle famose tre “I” dell’era Moratti. Rispetto alle altre discipline, non vengono dichiarati gli obiettivi al termine della classe terza della scuola primaria ma solo quelli al termine della classe quinta. Il laboratorio cessa di essere un luogo fisico, costa troppo, per diventare «modalità per accostarsi in modo attivo e operativo a situazioni o fenomeni oggetto di studio». Si richiede che gli insegnanti di lingua comunitaria nella scuola primaria tengano conto «della maggiore capacità del bambino di appropriarsi spontaneamente di modelli di pronuncia e intonazione per attivare più naturalmente un sistema plurilingue» e il ministero contemporaneamente prevede di creare nuovi insegnanti L2 attraverso 340 ore di formazione nemmeno tutte in presenza. Tradotte in crediti universitari sono poco meno di 14, una sciocchezza.

da Italia Oggi 12.06.12