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E poi dicono che non c'è più religione… – Manuela Ghizzoni

La scuola taglia e gli insegnanti di religione aumentano. I dati riportati dall’articolo che segue parlano di 310 docenti in più nel nuovo anno scolastico, mentre la frequenza dell’ora di religione diminuisce (l’esenzione nel 2012/2013 è arrivata all’11,1%). Credo che nessuno voglia promuovere nuove “guerre di religione”, ma dopo la stagione dei tagli imposti alla scuola – di cui ancora oggi il sistema patisce le conseguenze – sarebbe certamente opportuna una stretta corrispondenza tra contingente dei docenti di religione e numero di alunni “frequentanti” (e non tra tutti gli alunni iscritti all’anno scolastico), in coerenza con quanto avviene per le altre discipline. Ma la coerenza, anche nelle politiche scolastiche, è merce rara…

La Repubblica 19.08.14
RICOMINCIA LA SCUOLA E AUMENTANO (ANCORA) I DOCENTI DI RELIGIONE
di Salvo Intravaia

A settembre, la scuola italiana avrà bisogno di più insegnanti di Religione dello scorso anno. Duemila in più rispetto a dieci anni fa. A certificarlo è l’organico dei docenti di Religione 2014/2015 del ministero. E se da un decennio a oggi nella scuola italiana tutto (o quasi) presenta un segno rosso — dai finanziamenti per le attività pomeridiane e accessorie agli organici dei docenti, dai bidelli al personale di segreteria — l’unico settore che pare immune dalla spending review è proprio quello dei docenti di Religione cattolica. Che, nonostante l’inarrestabile calo degli alunni che seguono la materia, aumentano.
Il trucco c’è ma non si vede, verrebbe da dire. In passato, la Chiesa cattolica forniva anche alle insegnanti curricolari che lo richiedevano il lasciapassare per insegnare Religione. Ma da parecchi anni questo non è più possibile. Così, andate in pensione le maestre “tuttofare”, le ore di Religione passano dunque agli specialisti scelti dai vescovi. Ecco perché diventa necessario reclutare nuove maestre di religione, in possesso dei requisiti previsti dal concordato Stato-Chiesa del 1984.
Così, mentre i primi di agosto in Italia impazzava la polemica sui cosiddetti ”Quota 96” — circa 4mila docenti che nel 2012 avevano già maturato i requisiti per andare in pensione ma, per effetto di un errore nella legge Fornero, furono bloccati in classe fino al compimento dei 67 anni di età — il governo approvava il decreto con i posti complessivamente funzionanti per l’insegnamento della Religione cattolica, che aumenteranno di 310 unità rispetto al 2013. A settembre dunque, il loro organico sfiorerà le 24mila unità: un record. In poco più di un decennio la pianta organica degli insegnanti di Religione è cresciuta del 9,3 per cento, passando da 21.951 cattedre alle 23.994 dell’anno scolastico che sta per iniziare.
Per il ministero dell’Istruzione l’incremento è però da attribuire all’aumento della popolazione scolastica: «Il contingente complessivo dei docenti di religione è individuato sulla base di un decreto interministeriale», spiegano. «Le unità sono 16.794, determinate sulla base del numero di alunni e nella misura del 70 per cento dei posti di insegnamento complessivamente funzionanti. Rispetto al 2013/2014 c’è quindi un incremento di 215 unità di personale che si aggancia all’incremento di alunni totali nel sistema di istruzione (+44.209)». Mentre per lo stesso incremento gli organici degli altri insegnanti è invariato.
Nel frattempo, per la presenza degli alunni stranieri, la frequenza dell’ora di Religione cattolica è scemata. Undici anni fa, quando il prof di Religione entrava in classe erano poco più di sette gli alunni che uscivano dall’aula per dedicarsi ad altre attività, nel 2012/2013 — secondo i dati della Cei — la quota di quanti scelgono l’esenzione è arrivata all’11,1 per cento. Circa 874 mila alunni che non seguono l’ora di religione.
Ma l’incremento dei posti finora è soltanto la punta dell’iceberg di un fenomeno accelerato da un accordo sottoscritto due anni fa dall’allora ministro Profumo e dal cardinal Bagnasco. L’intesa stabilisce che dal 2017 anche le circa 50mila anziane maestre in attività che insegnano religione dovranno passare la mano agli specialisti: per insegnare la religione cattolica occorrerà essere in possesso di un apposito master niversitario di secondo livello in scienze religiose. In palio, quasi 7mila cattedre.

"Il buco nero dell'aggiornamento", di Giovanni Scancarello – Italia Oggi 19.08.14

I docenti italiani devono tornare a formarsi. È l’impegno assunto dal governo Renzi sul fronte delle riforme per la scuola. Del resto che i docenti debbano continuamente fare formazione ce lo dice l’Ocse, ma anche la logica. Ma è proprio questo il punto. Non si capisce quale sia stata finora la strategia sulla formazione dei docenti al punto che l’Ocse rileva un buco.
La storia dell’aggiornamento dei docenti italiani, o come la chiama l’Ocse «dello sviluppo professionale», a cavallo della riforma dell’autonomia scolastica, lascia infatti perplessi.
Oggi l’Ocse dice che, oltre al basso livello di coinvolgimento dei docenti in attività formative, i nostri insegnanti chiedono di essere formati su Bes e Tic. Tralasciando il riferimento ai bisogni educativi speciali, nonostante l’Italia sia stata tra i primi Paesi al mondo, quarant’anni fa, a integrare gli alunni diversamente abili nelle classi normali, soffermandoci per un momento sul bisogno formativo nelle Tic, non può sfuggire il fatto che se ne torni a parlare in un Paese in cui si è investito di più negli ultimi anni. Pensiamo solo che tra il 2004 e 2006 furono stanziati 75 mln di euro ricavati dalla vendita delle licenze Umts, per finanziare il più importante piano di formazione dei docenti nelle tic. Fortic così si chiamava il progetto che interessò 196mila docenti, quasi un quarto del totale dell’epoca, a tre livelli di competenza nell’uso delle tic. Si parlò allora di utilizzatori base, ma anche di superdocenti e supertecnici.
Più di 4mila furono i centri di formazione coinvolti, 10mila i tutor impegnati. Un’operazione inimmaginale di questi tempi, ma che fa pensare quando sentiamo dall’Ocse che i nostri docenti ancora oggi necessitano di formazione sulle tic.
Il fatto fu che senza una prospettiva di carriera la maggioranza dei docenti declinò l’invito e lasciò l’onere ai soliti pionieri di turno. All’epoca, va ricordato, già non c’era più l’obbligo di formazione che dal 1995 era stato radiato con l’introduzione del primo contratto di diritto privato della scuola. Ma anche quando la formazione costringeva i docenti a formarsi per avanzare nella carriera retributiva, le cose non andarono affatto meglio.
Prima del ’95 se si voleva salire il gradone bisognava aver frequentato almeno 100 ore di formazione in sei anni. Si scatenò la corsa individualistica ai corsi e corsetti di ogni tipo, che tradì di fattò l’obiettivo originario di innalzare il livello di competenza dei docenti. Insegnanti che diventarono esperti di scacchi, origami, fumetto ma c’è stato anche chi frequentò corsi di yoga, cinema, danze popolari.
Si parlò di corsifici che si pensò di risolvere abolendo l’obbligo di formazione dal contratto. E fu che accanto alla fuga dalla formazione oggi rilevata dall’Ocse, abbiamo anche assistito al puntificio tra i precari, disposti a sborsare cifre anche ingenti per iscriversi al corso di turno, spesso on line, che desse la garanzia di maturare quel punto in più di titoli che gli avrebbe consentito di scavalcare il collega in graduatoria permanente. Fu guerra tra poveri. Quanto basta appunto per esprimere qualche perplessità sulla logica perseguita nello sviluppo della carriera dei nostri docenti e preoccupazione per il futuro. Recentemente con la legge 128/2013, si rievoca l’obbligo formativo e si stanziano per questo 10mln di euro. Basterà?
Stavolta però è l’Ocse che ci richiama all’ordine e all’impegno di «rimuovere le barriere e creare gli incentivi per incoraggiare la partecipazione degli insegnanti nella formazione, ad esempio collegandola alla progressione di carriera. Gli investimenti dovrebbero essere focalizzati sui programmi che riescano a combinare teoria e pratica ma anche ad incentivare le pratiche di formazione tra pari

"L'ottimismo non basta più", di Mario Lavia – Europa 19.08.14

La realtà, come al solito, sta asfaltando i sogni. Eserciti di analisti hanno discusso e realizzato report sballati.
Adesso è tutto un fare a gara su chi ammette di essersi sbagliato. Di non aver capito che la crisi è molto più aspra e duratura del previsto. Di aver illuso se stessi e gli altri indicando una luce in fondo al tunnel che non brillava né brilla adesso né brillerà nei prossimi mesi. Così che gli economisti paiono ridotti alla stregua di quei meteorologi incerti sul dirci se domani pioverà, per non dire dei sondaggisti che sbagliano ormai di 20 punti la performance del partito vincente.
È la rivincita della realtà. Realtà matrigna che pare vendicarsi di qualunque ricetta; e così sembra che nessuno abbia le chiavi per risolvere la crisi.
L’Italia certo continua con lena a fare i suoi compiti a casa. Il governo si accinge ad un braccio di ferro con l’Europa, checché se ne dica, predispone diverse misure e altre ne ha già realizzate.
Ma qualcosa è cambiato. Se il ministro dell’economia Padoan dice apertis verbis che la riforme daranno i loro frutti fra due anni, si comprende anzi che è cambiato molto. Cambiano i toni, se non il messaggio.
Renzi, arrivato a palazzo Chigi, diede la sensazione, persino oltre la sua volontà, di essere in possesso di un tocco magico capace di risolvere la situazione. Lui la seppe vellicare eccome, la corda dell’ottimismo: e questa è stata in un certo senso una novità per un leader di una sinistra che nel suo dna ha come parole chiave crisi, crollo, scontro, lotta, impoverimento.
Con il Renzi della primavera 2014 per un attimo era tornata l’Italia del dinamismo. Ora – forse – il Renzi dell’autunno parlerà un linguaggio magari meno immaginifico e creativo, ma più fermo e concreto.
È un passaggio delicato anche per lui personalmente, per come è, oltre che per come appare. Se si dimostrerà padrone di una situazione complessa che va calibrata su tempi più lunghi di quanto lui stesso prevedeva, e meno rigido nella gestione dei rapporti politici, sarà stata l’occasione per accrescere ulteriormente il suo standing politico. Perché è certo che di un comandante in capo c’è bisogno, a questo punto, non di un outsider.

"Ci saranno altri Nord", di Ilvo Diamanti – La Repubblica 18.08.14

Incapace di di sostenere il ruolo del partito di governo. Eppure per vent’anni Lega e Fi, Fi e Lega hanno percorso un cammino comune. Con interruzioni improvvise. Anche lunghe. Ma, in fondo, hanno proceduto insieme. Al governo o all’opposizione. A livello nazionale e territoriale. La Lega, insieme a Forza Italia, è all’origine della Seconda Repubblica. Ha rappresentato il Nord. Ha fatto divenire la “questione settentrionale” questione “nazionale”. E ha imposto la rivoluzione federalista. Il trasferimento delle competenze e dell’autorità verso Regioni, Province, città. Vent’anni fa la capitale si è spostata. Da Roma al Lombardo-Veneto, patria del forza-leghismo, per ricorrere alla suggestiva definizione di Edmondo Berselli. Ma oggi, vent’anni dopo, che cosa resta del Nord? Della Lega? Di Forza Italia? Del Forza-leghismo? Francamente poco. La Lega, alle recenti europee, ha ottenuto un buon risultato, ma ha quasi dimezzato i voti rispetto alle politiche del 2008 e alle europee del 2009. A Fi, d’altronde, è andata anche peggio. Entrambi sono in crisi di identità. La leadership di Bossi, in particolare, è stata compromessa dalla malattia e, ancor più, dagli scandali che ne hanno coinvolto familiari e fedeli. L’attuale leader, Matteo Salvini, ha rimesso in cammino la Lega. Ma, rispetto al Senatur, è un’altra cosa… Gli storici raduni di Ferragosto, a Ponte di Legno, non a caso, appartengono alla storia. L’ultimo, nei giorni scorsi, è passato quasi in silenzio, sui media. Berlusconi, invece, è ancora sulla scena. Ma recita da comprimario. Sempre alle prese con problemi giudiziari. Sconta il declino del modello politico e sociale che interpretava. La società individualista e imprenditiva, fiaccata dalla crisi. Tuttavia, il problema maggiore, per il Nord, non riguarda tanto — e soltanto — la leadership. Ma, anzitutto, il fondamento e l’esistenza stessa della questione che esso ha rappresentato. Il Nord, appunto. Dov’è finito? I temi e le rivendicazioni che ha espresso: dove sono scivolati?
Per quel che riguarda le autonomie territoriali e il federalismo: non è più tempo. I Comuni: schiacciati dalle aspettative dei cittadini, crescenti, in presenza di risorse calanti. Trasformati da attori in esattori — dello Stato. Le Province: sparite. Cancellate con un colpo di penna. Anche se le competenze e i servizi che esse realizzavano verranno ridistribuite tra associazioni di comuni, città metropolitane e altre entità indistinte. Le Regioni: investite da scandali ricorrenti. Percepite come nuove forme di centralismo. Che si sono aggiunte allo Stato. E oggi, per questo, appaiono altrettanto sfiduciate, agli occhi dei cittadini. Anche se la riforma costituzionale avviata dal governo prevede di cooptare al Senato i rappresentanti dei consigli regionali. Ma per risparmiare… Insomma: il federalismo, invenzione del Nord, sembra “devoluto”. Comunque, emarginato, come i soggetti politici che l’hanno imposto. È sopravvissuta soltanto la rabbia contro lo Stato e il sistema pubblico. Ma è stata intercettata e raccolta, in larga misura, da nuovi soggetti politici. Per primo: il M5s. Che, tuttavia, non ha radici territoriali. Non ha una geografia politica. Come la Lega, soprattutto. Ma anche Fi. Federazione di lobby e di gruppi di potere locali con la testa (e il portafoglio) a Milano. Oggi è scomparsa la geografia politica nazionale. Il principale partito, il PdR, il Pd di Renzi, non ha confini e punti di forza. Alle elezioni europee ha sfondato nel Nord. Nel territorio leghista. Ma ha una geografia nazionale anche il principale partito di opposizione. Il M5s guidato da Grillo e Casaleggio. D’altronde, il suo spazio è senza territorio: il web. E il principale motivo del suo successo risiede nel rifiuto dei partiti “tradizionali” della Seconda Repubblica. (L’ossimoro non è casuale.) Renzi e il suo partito ne hanno sfruttato la spinta. E nel governo di Renzi, già sindaco di Firenze, non a caso, lo spazio del Nord padano è molto limitato. I ministri che potrebbero evocare il Lombardo-Veneto hanno cittadinanza diversa. E la sottolineano. Pàdoan, non a caso, viene pronunciato con l’accento sulla prima e non sulla seconda “a”. D’altronde, nonostante l’origine, denunciata dal cognome, è “romano”.
La stessa Lega, infine, è cresciuta soprattutto nel Centro-Sud. Si è anch’essa “nazionalizzata”. Insomma, il Nord oggi appare un’(id)entità rimossa. Insieme al Nordest. Per non parlare della Padania. Mentre il Lombardo-Veneto indica l’asse della crisi della Seconda Repubblica. Segnato dagli scandali scoppiati a Milano (intorno all’Expo) e Venezia (il Mose). Quasi una metafora del declino della “rivoluzione territoriale” degli ultimi vent’anni. Che ha eclissato anche il Sud. Nonostante i problemi del Mezzogiorno restino seri. Anzi, si stiano ulteriormente
aggravando.
La percezione della politica e dell’economia, d’altronde, si è “nazionalizzata” perché la geografia è stata sovrastata dalla geopolitica. Che ha confini “globali”. E più del Nord e del Nordest o del Lombardo- Veneto oggi contano (e conteranno) l’Ucraina, il Kurdistan, la Siria, Gaza. Il contrasto — sempre più evidente — fra Usa e Russia. Più di Roma: contano Bruxelles, Pechino, la City. Sul piano georeligioso: la Corea, l’Iraq dove gli Yazidi fuggono all’avanzata dell’Is. Così, i temi del dibattito politico, anche nel Nord (Italia), si globalizzano. Riguardano la Ue e l’immigrazione. La stessa Lega tende a divenire un soggetto politico securitario e antieuro. Come il Fn di Marine Le Pen.
Insomma, il Nord si è perso nelle nebbie della globalizzazione politica ed economica. E la sua rimozione, in qualche misura, segnala quella “fine dei territori”, annunciata da alcuni studiosi (fra cui Bertrand Badie). Una tendenza che gli Stati nazionali (l’Italia per prima) non sembrano in grado di affrontare. Semmai, ne sono un fattore. Anche per questo il declino dei territori è destinato a fare emergere nuovi territori. Nuovi confini e nuovi Limes, reali o “inventati”. Nuove patrie, che soccorrano il bisogno di identità e di autorità. Al posto della Padania e del Nordest, d’altronde, già preme l’indipendentismo regionalista. Anzitutto in Veneto.
Così, è meglio prepararsi. Dopo il Nord, oltre il Nord, ci saranno altri Nord. Non solo nel Nord.
Per reagire allo spaesamento. Alla paura del Mondo.

"La rivincita del Rinascimento", di Nuccio Ordine – Il Corriere della Sera 18.08.14

Il ruolo della cultura italiana dal Medioevo all’età moderna nel progetto per la costruzione di una nuova identità europea

Mentre il nostro patrimonio monumentale e artistico soffre di quotidiane difficoltà, mentre le nostre biblioteche e i nostri archivi di Stato vengono spesso abbandonati al degrado, mentre i nostri scavi archeologici rischiano di sgretolarsi, il prestigio dell’Italia continua ancora a pulsare nei centri di studio sul Rinascimento più prestigiosi d’Europa. In Francia, in Germania, in Inghilterra e in Spagna importanti centri di ricerca considerano la nostra lingua e la nostra letteratura, le nostre opere d’arte e i nostri centri storici, i nostri scienziati e i nostri filosofi, i nostri musicisti e i nostri architetti come una grande ricchezza della cultura europea.
Un «mito» dell’Italia che — nonostante il disimpegno degli Istituti italiani di cultura all’estero, progressivamente depotenziati e ormai trasformati soprattutto in vetrine di prodotti commerciali — continua a sopravvivere grazie allo straordinario patrimonio che abbiamo ereditato.
Del ruolo della cultura italiana nel Rinascimento e dell’importanza della cultura rinascimentale nella complessa e contraddittoria costruzione contemporanea dell’identità europea, parliamo con quattro studiosi che dirigono prestigiosi istituti e seminari di ricerca. In occasione della nascita a Cosenza del «Centro Internazionale di Studi Telesiani Alain Segonds» e del «Coordinamento dei centri di ricerca europei sul Rinascimento», abbiamo incontrato Peter Mack (direttore del Warburg Institute di Londra), Jürgen Renn (direttore dell’Istituto di Storia della Scienza del Max Planck di Berlino), Maria José Vega (direttrice del Seminario di Poetica del Rinascimento dell’Università Autonoma di Barcellona) e Philippe Vendrix (direttore del Centre d’Etudes Supérieures de la Renaissance di Tours).
La centralità della nostra lingua e la presenza di studiosi italiani nei gruppi di ricerca sono due condizioni che ritornano con insistenza nei discorsi dei nostri quattro interlocutori. «Nell’Istituto Warburg — esordisce Peter Mack — chi vuole studiare il Rinascimento deve conoscere bene l’italiano e il latino. Abbiamo molti studenti, dottori di ricerca e professori italiani che frequentano la nostra biblioteca, ma chi si iscrive ai nostri corsi deve essere padrone della lingua. La cultura italiana e le sue espressioni artistiche occupano un posto centrale nei nostri programmi scientifici, sin dai tempi di Aby Warburg. Non a caso dei quattro professori che insegnano da noi, due sono italiani: Guido Giglioni e Alessandro Scafi».
«Dopo il tedesco e l’inglese — aggiunge Jürgen Renn — l’italiano è la lingua più parlata. Il nostro Istituto, nato nel 1994, si occupa di storia della scienza dall’antichità alla contemporaneità. All’interno di un arco cronologico così vasto, il Rinascimento occupa una posizione di grande rilievo: è un periodo chiave per capire l’evoluzione della scienza verso la modernità. E, naturalmente, in questo contesto l’Italia assume un ruolo importantissimo. Per questo abbiamo intrecciato rapporti scientifici con il Museo Galileo di Firenze, diretto da Paolo Galluzzi, e con l’Università di Bergamo, il cui rettore Stefano Paleari è venuto più volte a Berlino. Tra i tanti ricercatori stranieri che lavorano da noi, il gruppo italiano è certamente il più consistente: penso, tra gli altri, a Matteo Valleriani (che si occupa di idrodinamica) e a Pietro Omodeo (che indaga il dibattito astronomico tra Cinque e Seicento)».
«Nel nostro seminario sulle poetiche rinascimentali — sottolinea Maria José Vega — l’italiano è la prima lingua dopo il castigliano e il catalano. Tutti i nostri collaboratori lo leggono e lo parlano. E tra i ricercatori di cinque Paesi europei che ne fanno parte, quasi un quarto sono italiani. Per noi, che studiamo con particolare attenzione la letteratura spagnola e la sua diffusione, è fondamentale misurarsi con il dibattito teorico sulla poetica e sui commenti ad Aristotele: abbiamo tradotto Robortello, Bonciani e altri trattatisti e, recentemente, abbiamo scoperto una traduzione spagnola perduta della Circe di Gelli, pubblicata nel 1551, l’unico esemplare rimasto. Con il sostegno dell’Istituto Catalano di Ricerca Avanzata e del governo spagnolo, il nostro gruppo lavora su testi latini, italiani e spagnoli dell’Europa controriformista, per cercare di capire le condizioni di scrittura e di lettura dei libri…».
«Anche a Tours — aggiunge Philippe Vendrix — la cultura italiana è stata sempre essenziale nelle nostre linee di ricerca. Basti pensare al fatto che nel 1956, al momento della nascita del centro, il quadro cronologico tracciato dai fondatori prevedeva un itinerario segnato da due grandi autori, Petrarca e Cartesio: quasi a sottolineare il legame tra i nostri due Paesi e l’Europa. Un legame che investe anche il territorio: nella regione di Tours, per esempio, è fortissima la presenza di Leonardo da Vinci. Nel corso degli anni la collaborazione con centri e ricercatori italiani è stata importante. Non a caso ci sono gruppi che lavorano su Leonardo (su cui stiamo preparando una mostra straordinaria che andrà anche a Tokyo e a New York), su Gesualdo da Venosa (vogliamo mettere in rete la sua produzione musicale) o sulla diffusione dei libri italiani in Europa (con particolare attenzione agli spostamenti dei tipografi)».
Proprio di fronte all’attuale crisi politica dell’Europa (testimoniata in maniera lampante dai risultati delle ultime elezioni) e al diffondersi in diversi Paesi di rivendicazioni localistiche e regionalistiche, riflettere sulla «repubblica delle lettere» e sulla circolazione di scrittori, artisti, filosofi nei vari centri culturali europei durante il Rinascimento potrebbe essere un’utile base di partenza per ridiscutere un’identità sempre più frantumata: all’odierna Europa delle banche, della finanza e del commercio, potrebbe contrapporsi un’Europa della cultura, della libera circolazione delle idee e degli uomini, in cui la riscoperta del passato — e il dibattito sulla pluralità e la differenza, determinato dalle grandi rivoluzioni religiose, cosmologiche e geografiche — diventa uno strumento per comprendere il presente e prevedere il futuro.
«Nel Medioevo e nel Rinascimento — riprende Mack — c’era, in un certo senso, un’Europa unita sul piano intellettuale. Nel Medioevo, particolarmente, il latino era una lingua franca in cui si esprimevano i vari saperi (letteratura, scienza, filosofia, teologia) e che consentiva ai principi di comunicare tra loro. Nel Rinascimento la cultura classica (latino e greco assieme) occupa una centralità nei processi dell’identità europea. Ma non bisogna dimenticare che le varie letterature si esprimono anche attraverso le nascenti lingue nazionali, talvolta molto distanti tra loro, come appare nel Nord Europa. Ma è proprio qui la sfida: far convivere identità e differenza…».
«La nozione dell’identità — incalza Vendrix — è molto complessa. Nel Rinascimento gli storici ritrovano le radici di come una identità si possa costruire attraverso una serie di intrecci e di cambiamenti radicali. La Riforma religiosa rivoluzione le coscienze, il copernicanesimo rivoluziona il cosmo, la scoperta dell’America rivoluziona la geografia e l’antropologia. Si tratta di un’Europa che scopre la differenza e che sperimenta in maniera positiva coabitazioni tra saperi e popoli diversi, tra culti e culture differenti. Un confronto con l’«altro» che ci fa capire l’importanza di processi che si esprimono in maniera plurale: non esiste l’identità, ma esistono le identità…».
«Se pensiamo alla nascita della scienza moderna — specifica Renn — ci rendiamo conto che il Rinascimento esalta la combinazione di saperi scientifici e saperi umanistici. La scienza non è un’attività isolata dal contesto, ma interagisce con uomini e con esigenze vitali. Considerare oggi la ricerca scientifica come pura e unica espressione di esigenze economiche e militari sarebbe un errore gravissimo: i legami con la cultura umanistica, con l’arte, sono fondamentali per ritrovare un legame essenziale con l’umanità…».
«E non bisogna dimenticare — conclude Vega — che il Rinascimento è segnato anche dall’invenzione della stampa e dalla circolazione dei libri, di quei “maestri muti” che penetrano nella case e nelle coscienze non solo dei signori e dei ricchissimi, come accadeva con i manoscritti. E questa circolazione dei libri e delle idee — nonostante le guerre e le divisioni, nonostante l’intolleranza e l’Inquisizione — era un momento costitutivo della repubblica europea delle lettere…».

Matematica, sostantivo femminile – Manuela Ghizzoni

Ha fatto notizia il riconoscimento (quasi un Nobel) assegnato dal Congresso dei Matematici per la prima volta dopo 78 anni ad una donna, l’iraniana Maryam Mirzakhani. Tanto scalpore la dice lunga sugli stereotipi ancora radicati nel mondo scientifico e non solo. L’articolo di due firme illustri del campo fa il punto sulle eccellenze femminili nella matematica, a dimostrazione che le donne non sono solo quelle che “danno i numeri”. Al di là delle considerazioni di genere, mi auguro che l’eco della notizia possa stimolare tante ragazze a superare i condizionamenti culturali che le frenano ad affrontare percorsi di studio in ambiti non tradizionalmente femminili. La matematica, l’informatica, l’ingegneria sono sfide che le donne, conti alla mano, possono affrontare con successo.

Il Sole 24 Ore 18.08.14
MATEMATICA ECCELLENZA
di Roberto Natalini e Stefano Pisani

«Fa piacere vedere che anche le donne hanno un cervello» diceva a una sua studentessa un beffardo Carlo Cecchi, impersonando il geniale e tragico Renato Caccioppoli nel film Morte di un matematico napoletano. La frase rifletteva pienamente il clima ingeneroso che circondava le (poche) donne che si occupavano di matematica nella prima metà del ‘900. Da allora, tanta acqua è passata sotto i ponti, delle cui equazioni, dell’acqua e dei ponti, si occupano ora con successo anche tante matematiche di valore.
Il 13 agosto scorso, il Congresso Internazionale dei Matematici che si sta svolgendo in questi giorni a Seoul ha incoronato i quattro matematici sotto i 40 anni più talentuosi del mondo, assegnando le medaglie Fields, il riconoscimento più prestigioso nel settore (spesso paragonato a un “Nobel” per la matematica): per la prima volta dopo 78 anni e 52 medaglie, questo premio è andato a una donna, l’iraniana Maryam Mirzakhani. Nel recente passato, la studiosa si era aggiudicata altri importanti premi, come il Clay Research Award 2014 e l’Ams Ruth Lyttle Satter Prize in Mathematics nel 2013, occupandosi di geometria iperbolica, teoria ergodica e geometria simplettica, campi all’intersezione tra settori diversi della matematica come la geometria, l’algebra e i sistemi dinamici.
Inutile dire quanto sia significativa questa vittoria nell’ambito della «questione di genere» che torna a galla ogni volta che si parla di donne e di matematica e quanto scalpore abbia suscitato la notizia in tutto il mondo anche se, come ha commentato Timothy Gowers, medaglia Fields 1998, «questa volta c’era un numero fuori dall’usuale di persone che avrebbero facilmente potuto averla, tra cui altre donne. Quest’ultimo punto è importante: si dovrebbe pensare alla medaglia a Mirzakhani come la nuova normalità, non come a un curioso evento singolare». Un commento che da solo basterebbe a sgombrare il campo da tutte quelle elucubrazioni neuro/bio/antropologiche che, per tentare di spiegare una presunta debolezza delle donne in matematica, invocano volta per volta la prevalenza dell’emisfero destro, il testosterone o la variabilità del Qi. Per esempio, una teoria del premio Nobel James Watson, richiamata proprio pochi giorni fa da Piergiorgio Odifreddi in un articolo su «La Repubblica», vorrebbe il cervello femminile con un Qi superiore a quello maschile ma privo di “punte” di genialità come quello dell’uomo.
Il miglior commento alla notizia è di Elisabetta Strickland, a Seoul come capo della delegazione italiana all’Assemblea generale dell’Unione Matematica Internazionale, e vicepresidente dell’Istituto Nazionale di Alta Matematica: «Trovo una sola parola adatta a commentare questa notizia: finalmente». Infatti, per chi conosce almeno un po’ il mondo matematico, la vittoria della Mirzakhani è solo arrivata con grande ritardo a sancire una situazione di fatto ben consolidata. Oltre alla Mirzakhani ci sono tante altre matematiche sotto i 40 anni, come Laure Saint-Raymond, Sophie Morel, Silvya Serfaty, Kathryn Bringmann o Maria Chudnovsky, che avrebbero meritato questo riconoscimento: insomma era ormai inevitabile che vincesse una donna. Questi nomi forse non dicono nulla al grande pubblico ma, solo per far capire di cosa parliamo, la Saint-Raymond è madre di sei figli (sic!) e a soli 39 anni è appena entrata a far parte dell’Accademia delle Scienze in Francia. I suoi risultati eccezionali sulla dinamica dei fluidi le hanno anche valso nel 2008 uno dei premi della European Mathematical Society come migliore matematica europea sotto i 35 anni. C’è da chiedersi se in campo maschile si siano mai viste punte di questo genere.
E non dimentichiamo la stessa presidentessa dell’Unione Matematica Internazionale, Ingrid Daubechies, grandissima matematica, capace di ottenere risultati straordinari nel settore della compressione delle immagini, con grandi ricadute a livello tecnologico per esempio nella definizione del popolare formato jpeg. Anche tra le italiane non mancano le matematiche di valore assoluto che non hanno nulla, ma proprio nulla, da invidiare ai loro colleghi maschi (piuttosto si direbbe il contrario). Pensiamo a Gigliola Staffilani, che ha una cattedra di matematica pura al Mit, a Matilde Marcolli, professoressa di fisica matematica a Caltech, ad Annalisa Buffa, 41 anni, che oggi dirige l’Istituto di Matematica Applicata e Tecnologie del Cnr e che nel 2007 ha vinto uno Starting Research Grant dello European Research Council. E questa lista potrebbe continuare a lungo.
Certo, come in tante altre discipline, la carriera accademica può non essere facile per le donne, con difficoltà che non nascono solo da problemi familiari, ma anche, e troppo spesso, da situazioni ambientali in cui è difficile anche solo immaginare che per una donna sia possibile farcela. Le ambizioni e le capacità vanno sostenute e nutrite adeguatamente, e molto è stato fatto in questi anni sia in Italia sia all’estero per ottenere questi risultati. Ora, finalmente, anche l’ultimo riconoscimento ufficiale di questa nuova realtà è arrivato. Insomma, se per il signor Maston di Jules Verne una donna, vedendo cadere una mela, non avrebbe potuto mai scoprire le leggi della gravitazione universale ma si sarebbe limitata a mangiarla secondo l’esempio di Eva, adesso, parafrasando Hilbert, potremmo dire che nessuno riuscirà più a cacciare le donne dal Paradiso che si sono conquistate.

Roberto Natalini è il direttore
dell’Istituto per le Applicazoni del Calcolo del Cnr
Stefano Pisani è giornalista scientifico
e dirige la redazione del sito MaddMaths

"Un selfie con Rembrandt ora alla National Gallery fotografare non è vietato", di Alessandra Baduel – La Repubblica 17.08.14

Da oggi farsi un selfie con l’autoritratto di Rembrandt come sfondo è permesso. Uno dei templi dell’arte, la National Gallery, ha cancellato il divieto di scattare foto alle opere della sua collezione permanente, della quale Rembrandt è una delle attrazioni, e in Gran Bretagna è partita la polemica. Davanti alla difficoltà di controllare l’uso di smartphone e tablet da parte dei visitatori — se per cercare notizie su un’opera o per scattare foto — già il Louvre e il Moma avevano ceduto, mentre nella sua riforma il ministro ai Beni Culturali Dario Franceschini propone la stessa cosa, anche lui suscitando polemiche.
Nel dibattito inglese, c’è chi difende il selfie, e lo scatto a un dettaglio di un quadro, magari per ristudiarselo a casa, come un vero passo avanti per l’arricchimento culturale. Dall’altro lato, c’è chi si preoccupa della dissacrazione. Uno per tutti, Michael Savage, autodefinitosi nel suo blog «storico dell’arte scontroso », che critica la «fine dell’ultimo bastione della quieta contemplazione». Ma anche il Guardian si è schierato, con un editoriale contro coloro che «preferiscono fotografare ed essere fotografati invece di guardare» allargando le critiche ai musei che altrove nel mondo già lo permettono, come il Louvre appunto. Il critico d’arte Barrie Garnham pensa più concretamente ai flash e fa l’esempio di un altro museo londinese, la Wallace Collection: «Lì c’è un’ampia selezione di acquerelli schermati perché anche la luce normale li danneggerebbe », spiega allarmato, mentre l’esperto Sam Cornish, dal sito Abstract Critical deplora: «La cosa più grave è la cultura del “non guardare” che le macchine fotografiche promuovono».
Ma come spiega il dettagliato comunicato della National Gallery, emesso nei giorni scorsi, «l’introduzione del wi-fi gratuito nelle aree pubbliche del museo è uno dei passi che stiamo facendo per migliorare l’accoglienza: permette di avere informazioni in più sulle opere ». E siccome così sono aumentati smartphone e tablet, gli assistenti, si spiega, trovano sempre più difficile «distinguere l’uso fotografico ». Ecco perché, pur continuando a proibire i flash e l’uso commerciale, le foto sono state permesse.
C’è però chi trova che tutto ciò sia solo un passo avanti e non un banale cedimento. Lo scrittore Sam Leith, sull’ Evening Standard, è categorico: «L’idea che il nostro incontro con un’opera d’arte in un museo sia un confronto diretto fra una coscienza riconoscente e una luminosa singolarità artistica è pura fantasia ». E oltre a ricordare che non a caso tutte quelle opere hanno anche un valore di mercato, elenca: cornice, posizione in cui il quadro è appeso, ambiente della sala, umore del visitatore in quel giorno, prezzo del biglietto, per non dire del contesto culturale in cui è nata l’opera, l’iconografia, e tutto il resto. Non contento, difende proprio il selfie: «Un’ampia parte del piacere che proviamo nel trovarci davanti a un capolavoro è proprio dovuta al fatto di essere lì». E poter poi dire: «Io ci sono stato ».
È quello che ha fatto, per sperimentare la novità, la giornalista e commentatrice del Guardian Zoe Williams, scattando nel bel mezzo della National Gallery tre selfie, uno con un ritratto di donna che suona la spinetta di Vermeer e due con autoritratti, il primo del seicentesco italiano Salvator Rosa e l’altro con un Rembrandt sessantenne. “Il selfie originale”, come lo chiama lei, che nell’esperienza ha raccolto qualche commento negativo di altri visitatori, un certo imbarazzo e una certezza: «Nessun timore, il museo non sarà travolto da una massa di gente che fa selfie».