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"Una scuola per la pace", di Franco Lorenzoni

Insegnare la non violenza nel mezzo di una guerra. Così a Betlemme si prepara il futuro

Tornato dalle trincee della Prima guerra mondiale, Celestin Freinet divenne socialista e dedicò ogni sforzo a costruire la pace, a partire da pratiche concrete capaci di dare dignità all’infanzia. Fu dunque dalla visione di un maestro di campagna che nacque la prima e unica Internazionale di educatori (Fimem), che ancora oggi si riunisce ogni due anni in un Paese diverso, sopravvivendo a una globalizzazione che spesso separa più che unire. A Reggio Emilia, a fine luglio, il Movimento di Cooperazione Educativa ha riunito 532 insegnanti da 38 Paesi di 4 continenti, che per dieci giorni hanno partecipato a laboratori e discusso intorno al tema del bambino e la città.
È in questa occasione che, nei giorni dell’invasione di Gaza da parte dell’esercito israeliano e dei missili lanciati da Hamas, incontro il biologo palestinese Abdelfattah Abusrour, iniziatore della «Beautiful Non-Violent Resistance». «C’è chi afferma che non ci può essere al tempo stesso bellezza e resistenza ma io affermo il contrario. Da 16 anni a Betlemme, nel campo di Aida, organizziamo i giovani nel Centro non-violento Aleowwad (Pioneers for life), offrendo la possibilità di fare teatro, fotografia, danza, video, per creare ponti con il resto del mondo, promuovere imprenditorialità sociale e mostrare un’altra immagine del popolo palestinese e della nostra cultura. Cerchiamo di offrire un ambiente “sicuro” per stimolare la creatività nei bambini e dare alle donne la possibilità di uscire dallo stress delle condizioni di guerra. L’80% dei palestinesi non ha mai impugnato un’arma e allora perché non puntare sulla non-violenza, nella lotta per i nostri diritti. La guerra finora non ha fatto altro che peggiorare la situazione e dunque il compito educativo principale, per noi, consiste nel separare la lotta contro l’ingiusta occupazione dei nostri territori dalla violenza, che avvelena ogni cosa, lavorando per il rispetto dei diritti umani». Il suo gruppo ha animato la manifestazione che ha fermato l’auto di Papa Francesco di fronte al muro eretto dal governo israeliano e, «quando abbiamo visto il Papa scendere e pregare vicino a quel muro, che è un monumento all’impossibilità della convivenza, abbiamo pensato che lavorare sui simboli forse può dare più risultati che impugnare un’arma».
«È difficile proporre la non-violenza a ragazzi che vedono ogni giorno i propri genitori umiliati e assistono a scene come quella di giovani soldati israeliani che costringono padre o madre a spogliarsi in pubblico a un checkpoint. Solo l’arte e la bellezza ci possono salvare dal vicolo cieco in cui siamo ingabbiati, perché ci trasportano in altri mondi ed è proprio questo di cui abbiamo estrema necessità: allargare la nostra visione delle cose». Da alcuni anni il Centro organizza tournée in giro per l’Europa, in cui le ragazze e i ragazzi, che apprendono danze e canti tradizionali negli spazi ricavati tra le strette strade di Betlemme, portano la loro arte e la loro vitalità lontano da un territorio sovrappopolato, dove «ogni simbolo rimanda a un’idea di oppressione, perché a Betlemme ormai oltre il 90% del territorio è stato occupato dai coloni». «In questi anni siamo cresciuti, ora abbiamo 19 operatori pagati oltre a 25 volontari, che vengono anche da altri Paesi a insegnarci teatro di strada, documentazione video e altri linguaggi per la nostra resistenza all’ingiustizia». Può apparire illusorio sostenere che la bellezza sia in grado di orientare in senso non-violento la resistenza, ma osservando i video con ragazzi pieni di gioia per aver fatto qualcosa per sé e non solo contro chi offende la loro dignità, si avverte che questa impresa, per certi versi temeraria, è piena di senso e prova ad aprire un varco verso un futuro diverso di convivenza.
La scuola, in luoghi d’oppressione e di guerra, spesso sembra non farcela a offrire una prospettiva capace di visioni radicalmente alternative, perché ci vuole il coraggio di rovesciare ogni cosa.
«Questo accade anche in alcune favelas del Brasile», ci dice Vilson Groh, un prete della teologia della liberazione straordinariamente attivo, che a Florianopolis, in 35 anni di lavoro, è riuscito a mettere su un’imponente rete di strutture educative per l’alternativa alla violenza, che accoglie ogni pomeriggio e fino a notte quasi 5mila giovani dai 6 ai 24 anni. «Il nostro compito principale è strappare i giovani al narcotraffico e a una cultura di morte. Un ragazzo che gira per una favela con un’arma in mano sperimenta l’onnipotenza. Noi dobbiamo raccogliere quella tensione alla sfida e convertirla in qualcosa di vitale e «ti sembrerà strano, ma il più grande sostegno in questa impresa educativa l’abbiamo trovato nell’acqua dell’oceano, che non si può domare. Se hai di fronte un’onda alta metri e stai imparando il surf, sai che se sbagli puoi annegare. Lì sperimenti i tuoi limiti e hai l’occasione di metterti in gioco lontano da uno scenario di guerra. Poi, naturalmente, organizziamo in parallelo corsi di educazione al lavoro e di formazione per l’ingresso all’Università là dove loro vivono, perché un ragazzo che ha sempre abitato in una favela non immagina neppure di avere il diritto a una borsa di studio e invece, ora, in tanti ce la fanno a mutare un destino che sembrava segnato».
Ascoltando chi osa educare in territori dove sembra non esserci alcuna speranza di cambiamento, si ha l’impressione che questa sorta di pedagogia per luoghi di guerra riesca ad andare oltre l’orizzonte di stagnazione e di morte, che imprigiona nella violenza troppi ragazzi in troppi luoghi del mondo.
Celestin Freinet, radicalmente laico come sanno esserlo i francesi, forse si stupirebbe che il suo messaggio sia stato raccolto anche da un gruppo di musulmani praticanti in Palestina e da un prete in Sud America, ma credo condividerebbe gli sforzi di chi inventa strategie completamente nuove per affrontare i danni della discriminazione che genera violenza, con la radicalità e l’audacia che lui ebbe a suo tempo. A Reggio Emilia per la Ridef sono arrivati dal Togo e dal Senegal, dal Benin e da Haiti, perché le delegazioni più numerose, che provenivano dall’Europa latina, si sono fatte carico delle spese di viaggio e di soggiorno dei colleghi dei Paesi più poveri. Questa forma di cooperazione educativa completamente autorganizzata dimostra la vitalità di una minoranza di insegnanti che si assumono in pieno la responsabilità del loro operare, oltre i confini della scuola e della nazione in cui lavorano.

da Il Sole 24 Ore

"È lo Stato che deve innovare", di Filippo Astone

Per uscire dalla crisi la ricetta è semplice: il settore pubblico deve trainare l’economia negli ambiti più all’avanguardia. Così è anche in Usa e Gran Bretagna, patrie del liberalismo

«Dio salvi gli Stati!». Sì, perché senza la mano pubblica sarebbero impossibili quasi tutte le grandi innovazioni tecnologiche. E quindi ci sarebbe solo declino.
A dimostrarci che le cose stanno davvero così è l’ultimo libro di Mariana Mazzucato, docente di Economia dell’innovazione all’Università del Sussex. Questo lavoro – a chi abbia orecchie per intendere – pone le fondamenta teoriche per politiche industriali assolutamente indispensabili. Il volume, originariamente The Entrepreneurial State. Debunking Public vs Private Sector Myths (2013, Arthem Press), è stato recentemente tradotto in Italia da Laterza con il titolo Lo Stato innovatore. Si tratta di uno dei libri più importanti pubblicati nel mondo, negli ultimi anni, in tema di politiche industriali. E certo non piacerà a chi strepita di Stati e di Unioni di Stati come se fossero solo ingombri e costosi intralci al libero dispiegarsi della impresa privata (che per definizione del mainstream andrebbe avanti da sola con le proprie gambe, senza bisogno di nulla).
In 350 pagine Mazzucato dimostra come, da sempre, il settore pubblico sia insostituibile nel promuovere l’innovazione perché si assume rischi in cui il settore privato farebbe fatica ad avventurarsi. Esso dispone infatti di “capitali pazienti”, che possono attendere la remunerazione del rischio non entro cinque anni, come i fondi di private equity e venture capital, ma anche in dieci-vent’anni.
Non siamo nel dibattito ideologico. Lo raccontano Internet, su cui ha investito l’ente pubblico americano di difesa, la Defense Advanced Research Projects Agency (Darpa); il Web o lo schermo tattile, entrambi nati nei laboratori del Cern grazie ai soldi di Stati europei (21, oggi); il sistema di scorrimento «multitouch» frutto della ricerca nell’Università del Delaware e sostenuto dalla National Science Foundation e dalla Central Intelligence Agency/Director of Central Agency (Cia/Dci). L’elenco è infinito.
E a Mazzucato serve per evidenziare un fatto: i protagonisti dell’innovazione sono sovvenzionati da sistemi-Paese, e ciò avviene anche in luoghi teoricamente dominati dal mercato e dal liberismo, a cominciare dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna.
Lo Stato, si dimostra nel libro, non è dunque solo un grande regolatore che corregge fallimenti ed esagerazioni dei mercati, ma il maggior creatore di nuovi mercati. In breve, è il più grande imprenditore esistente, da sempre.
Le pagine dello Stato innovatore prendono altresì di petto una questione decisiva: il dispiegarsi di «un marketing della verità» che restituisca agli Stati ciò che è degli Stati, con buona pace di certo mainstream liberista. «Se non metteremo in discussione i tanti “miti” dello sviluppo economico e non abbandoneremo le visioni convenzionali del ruolo dello Stato nello sviluppo, non potremo sperare di affrontare le sfide strutturali del 21esimo secolo e produrre quel progresso tecnico e organizzativo indispensabile per una crescita equa e sostenibile nel lungo periodo», scrive l’autrice. La quale mette in evidenzia come il Governo tedesco stia investendo significativamente su nucleare, energie eoliche e solari, tecnologie “verdi”. O come quello Usa destini alla ricerca farmaceutica – attraverso i suoi programmi statali Nih – collocamenti pari a 30,9 miliardi di dollari all’anno. Denaro che ha indotto la Pfizer a trasferire i propri quartier generali dal Kent inglese a Boston.
Dunque, è dal protagonismo innovatore dello Stato che riprenderà la crescita economica nel mondo occidentale. Soprattutto in Europa e in Italia. Pertanto, sono indispensabili politiche industriali basate sulla leva della conoscenza. Basti pensare a quanto c’è da fare nell’Eurozona: i Paesi più colpiti dalla crisi (Portogallo, Italia, Grecia, Spagna) sono quelli che hanno meno investito in Ricerca & Sviluppo, e non quelli con il maggior debito pubblico, come è stato fatto credere per giustificare politiche di austerità (molto e giustamente criticate nel libro) che hanno aggravato la crisi economica.
Sebbene i riferimenti puntuali all’Italia siano molto limitati, Lo Stato innovatore sembra scritto pensando al nostro Paese. L’Italia non ha una politica industriale credibile e strutturata da almeno 40 anni e il risultato è sotto gli occhi di tutti: nel 2014 siamo scivolati dal quinto al settimo posto tra le forze industriali del mondo. Da noi si preferiscono interventi di ultima istanza ai tavoli di crisi, tardivi, costosi se non disastrosi. L’Italia sembra aver rinunciato all’innovazione, nonostante la fase migliore della sua economia sia stata generata, nel dopoguerra, proprio da questa. Si deve per esempio alla politica industriale di Alcide De Gasperi, Amintore Fanfani e altri la nascita e la crescita dell’Eni, ancora oggi la maggiore azienda italiana. Mentre furono le ricerche sul polipropilene isotattico, condotte da Giulio Natta alla Montecatini in collaborazione con il Politecnico di Milano, a spianare la strada alla diffusione delle materie plastiche nel mondo. L’intero sviluppo industriale italiano tra fine Ottocento e inizio Novecento si deve alla tecnoscienza finanziata da capitali pubblici.
Tra perdita di memoria e ignavia collettiva, di politica industriale sembra non voler parlare nessuno. A parte la Confindustria degli ultimi due anni, che ne ha fatto uno dei suoi cavalli di battaglia, e alcuni settori avanzati della Cgil, che però non ne ha una visione strutturata. La politica industriale fa paura. Perché comporta scelte precise: privilegiare qualcosa e non qualcos’altro. Non scegliere è più facile: non si scontenta nessuno, tanto per affondare c’è tempo. Non tutti però si rassegnano. Mariana Mazzucato è tra questi.
(Mariana Mazzucato, Lo Stato innovatore, Laterza, Roma-Bari, pagg. 378, € 18,00)

da Il Sole 24 Ore

"Eterologa, la politica che diserta: decreto mancato e i rischi del fai da te", di Isabella Bossi Fedrigotti

Il ministero della Sanità ha sospeso il decreto che avrebbe autorizzato la fecondazione eterologa. Tutto rimandato al Parlamento che dovrà legiferare, ma chissà quando

Sarà colpa dell’agosto e del desiderio di chiudere per ferie o della materia complessa e delicata? Probabilmente un po’ di tutte e due. Fatto sta che il decreto del ministro della Sanità concernente l’autorizzazione della tanto discussa fecondazione eterologa è stato sospeso, perché, come ha scritto Beatrice Lorenzin ai gruppi parlamentari, siano le Camere ad affrontare gli «evidenti profili etici che attingono la materia», oltre che, come sembra, per la richiesta di compatibilità di colori e gruppo sanguigno tra genitori e figlio avanzata dai medici e dalle associazioni di aspiranti padri e madri tramite inseminazione. Richiesta sulla quale la stessa Lorenzin, e non soltanto lei, si è pronunciata in disaccordo.

Sul tema, è perciò stato deciso all’unanimità, dovrà legiferare il Parlamento, chissà quando, però. Giusto che si discuta, ancora e ancora, e che, eventualmente, non si proceda per decreti, poiché l’argomento – se così si può dire – del contendere è tra quelli che toccano l’umanità nel suo più profondo, maternità e paternità, che stanno alla base del nostro essere e che non si possono sistemare, regolamentare con un frettoloso provvedimento d’urgenza. Giusto, dunque, che sia una legge a disciplinare la materia. Tuttavia sappiamo bene che, in verità, se ne discute da anni, dal tempo della controversa legge 40, risalente al lontano 2004, che escludeva la possibilità di ricorrere all’eterologa.
E sappiamo anche che una recente sentenza della Corte costituzionale ne ha cancellato il divieto, dando così il via, nel sostanziale vuoto di regole, a una probabile, disordinata corsa al fai da te: chi si rivolgerà a strutture private (a pagamento), chi continuerà ad andare all’estero e chi si metterà in coda in Toscana, il cui governatore ha già dichiarato che, decreto o non decreto, si atterrà alla delibera della Consulta.

Ipotesi Toscana a parte, la fecondazione eterologa resterà dunque cosa per chi può permettersela, ingiustizia che una sollecita regolamentazione della materia avrebbe voluto e potuto evitare. Non è, dunque, soltanto una sensazione che la politica abbia fatto una sorta di passo indietro, che si sia mostrata in ritardo se non assente, evanescente di fronte a un compito urgente che le spettava: dare, cioè, risposte concrete a domande pressanti poste da quei molti cittadini che, desiderosi di maternità e paternità, vedono passare gli anni nell’attesa e con essi tramontare l’illusione di realizzare un giorno, quando avranno ancora i requisiti di giovinezza richiesti, la loro aspirazione.
In settembre, una volta passate le vacanze, il Parlamento dovrebbe avviare la discussione; nella speranza che non la voglia trasformare in battaglia tra parti dove si perda di vista l’essenza della questione che non ha a che vedere con tagli, tasse, economia, lavoro, produttività, tutti temi tremendamente brucianti, bensì con una delle pochissime – forse l’unica e a volte anche breve – gioie pure concesse all’uomo.

da www.corriere.it

"Le conseguenze per l’America del nuovo intervento militare", di Roberto Toscano

Per due volte, giovedì sera e nella giornata di ieri, il presidente Obama si è rivolto alla nazione americana prima per annunciare la decisione di autorizzare l’impiego in Iraq dell’aviazione americana, e poi per chiarire finalità e limiti dell’intervento.

Lo ha fatto insistendo sulla duplice natura della missione: proteggere gli americani presenti in Iraq sia come diplomatici (il riferimento alla tragedia di Bengasi è apparso evidente) che come consiglieri militari, nonché i civili iracheni minacciati dall’offensiva dello Stato Islamico e fare loro arrivare urgentemente cibo e acqua per poi poterne garantire l’evacuazione sottraendoli alla minaccia dei jihadisti che ora li circondano.

Il momento è per Obama particolarmente difficile, ed è risultato evidente il suo sforzo di calibrare attentamente ogni parola, consapevole com’è di quanto sia problematica questa decisione di tornare a coinvolgersi militarmente nella sempre più inquietante vicenda irachena. Non è certo facile, infatti, spiegare agli americani che non si tratta di un «ritorno in Iraq» dopo che il Presidente aveva fatto della chiusura della disgraziata avventura militare di George W. Bush un elemento essenziale della sua prima campagna elettorale e poi della sua presidenza. E soprattutto non è facile affrontare politicamente una contraddizione di fondo che, anche non volendo considerare l’ostilità sistematica e spesso pretestuosa dell’opposizione repubblicana, caratterizza il sentire maggioritario dell’opinione pubblica americana, riluttante ad approvare nuove spese militari e nuove perdite di «American boys», ma anche critica di un Presidente visto come incapace di mantenere la centralità degli Stati Uniti sulla scena internazionale.

Obama si dibatte non da oggi in questa contraddizione, ma è l’Iraq, prima origine dell’attuale crisi regionale, che lo obbliga comunque ad agire, a «fare qualcosa», come gli viene richiesto da più parti.

Ma fare qualcosa, a questo punto della drammatica vicenda irachena, non può consistere – come sarebbe nelle sue preferenze – in iniziative in campo diplomatico o economico, e quindi Obama, che pochi giorni fa, nel suo discorso di West Point, aveva detto che «non tutti i problemi si possono risolvere con un martello» (l’impiego della forza militare) è oggi costretto a sua volta a brandirlo. Lo fa definendo in modo restrittivo la missione affidata alle forze armate, ma non c’è da sorprendersi se i suoi critici fanno notare che gli interventi militari cominciano sempre con un mandato ristretto, ma spesso finiscono per scivolare in un impegno più ampio, con l’impiego di forze di terra (boots on the ground), che in questo caso sono già presenti sul territorio iracheno, e che potrebbero essere coinvolte nell’offensiva dei jihadisti innescando inevitabilmente un’escalation.

Ma dalle stesse parole del Presidente – quando ha detto che stabilizzare la situazione in Iraq «non sarà questione di settimane» – emerge in modo inequivocabile il fatto che, anche se l’intervento viene giustificato da un’emergenza, per prevenire il precipitare degli eventi verso uno sbocco catastrofico, non si può certo pensare che le cose si concludano rapidamente.

In altri termini, sembra difficile negare che gli Stati Uniti siano «tornati in Iraq».

Obama si è certamente deciso ad intervenire dopo che si è rivelato illusorio sperare che per fermare l’offensiva dello Stato Islamico potessero bastare – a compensare la disastrosa inconsistenza dell’esercito iracheno – da un lato i combattenti curdi, i peshmerga, e dall’altro i volontari sciiti. Invece i peshmerga, pur essendo una forza combattente credibile e motivata, non sembrano in grado di arrestare l’avanzata jihadista, mentre i volontari sciiti non hanno la necessaria professionalità per far fronte a combattenti che ormai è assurdo definire «terroristi» quando sono in realtà una vera e propria forza armata. Ed è anche interessante, per capire a pieno la natura dell’impegno americano, sottolineare che il Presidente ha spostato il discorso dal piano militare a quello politico, affermando che dietro la debolezza militare dell’esercito iracheno vi è una debolezza politica che andrà superata con una svolta del governo verso maggiore coesione e credibilità.

Ma perché Obama si decide ora ad autorizzare un intervento militare, mentre ha resistito, nonostante le pesanti critiche che gli sono state rivolte, alle pressioni a favore di un intervento militare nel conflitto siriano?

L’America ha preso posizioni non ambigue nei confronti della spietata repressione prima dei dissidenti e poi dei ribelli, ma non era certo il regime siriano ad essere considerato una fonte di preoccupazione, tanto è vero che Assad, prima della crisi iniziata nel 2011, era considerato un elemento di stabilità regionale, in primo luogo per la garanzia che dava ad Israele la lunga quiete sulla frontiera del Golan.

Se mai è la prospettiva di una vittoria dei ribelli – nelle cui file prevalgono i jihadisti, mentre si fa molta fatica a credere seriamente all’esistenza di una credibile «opposizione moderata» – ad aprire scenari inquietanti per tutta la regione. L’Isis, oggi Stato Islamico, costituisce invece una sfida palese, anzi clamorosa nella sua combinazione di islamismo retrogrado e feroce, capacità di costruire alleanze (in particolare con i residui del baathismo) ed efficienza militare.

E anche se la dimensione umanitaria forse non è più così sentita in un’America stanca dei costi umani e finanziari sostenuti a fronte di evidenti sconfitte, dall’Afghanistan alla Libia, quello che sta avvenendo in Iraq è così disumano da giustificare probabilmente, agli occhi dell’opinione pubblica, un’azione americana.

Nel Nord dell’Iraq, infatti, si sta sviluppando un dramma umano ancora più estremo, nella sostanza, di quello che caratterizza uno scontro fra combattenti, con le atroci conseguenze di perdite più o meno collaterali (in realtà spesso mirate) di civili. Nei confronti degli Yazidi, un’antica setta religiosa, i jihadisti, che li considerano «adoratori di Satana», stanno infatti applicando un vero e proprio, ed esplicito, programma di genocidio – termine spesso abusato ma in questo caso effettivamente applicabile – con uccisione degli uomini e riduzione in schiavitù delle donne. Per i cristiani, nello stesso tempo, è in corso una spietata campagna di pulizia etnica, che sta rapidamente portando alla scomparsa di antiche comunità che fino ad oggi avevano mantenuto la propria fede e la propria coesione attraverso le complesse vicende storiche della regione.

In altri termini, non vi è niente di falso o di strumentale nel discorso di Obama: vera la minaccia costituita dallo Stato Islamico, autentica la motivazione umanitaria.

Eppure è inevitabile chiedersi, alla luce delle disastrose esperienze di questi ultimi anni, dove possa portare il piano inclinato di un intervento militare «limitato».

Forse verso altre sconfitte, verso un’ulteriore perdita di credibilità di un’America di cui spesso critichiamo la pretesa di eccezionalità e i troppi «due pesi/due misure», ma la cui eclissi ci preoccupa, dato che non si vede chi e come possa svolgere al suo posto una funzione di leadership in un sistema internazionale sempre più in decomposizione.

Ed inoltre, forse quest’ultima sfida irachena, qualora dovesse concludersi con un’ennesima sconfitta, potrebbe finire per rafforzare, negli Stati Uniti, tendenze all’isolazionismo, o quanto meno al ripiegamento dal Medio Oriente. Stephen M. Walt, docente di Relazioni Internazionali all’Università di Harvard, è intervenuto con un articolo duro e volutamente provocatorio, ma difficilmente contestabile nella premessa, i fallimenti americani dalla Siria alla Palestina alla Libia all’Afghanistan. Il titolo: «Non facciamo (più) danni. Ogni volta che gli Stati Uniti toccano il Medio Oriente, peggiorano le cose. E’ venuto il momento di ritirarci, senza voltarci indietro».

da www.lastampa.it

"Più vicini all'Europa, il nodo delle Regioni", di Roberto D'Alimonte

I festeggiamenti sono ancora prematuri. L’approvazione del disegno di legge di riforma costituzionale in prima lettura al Senato è solo la prima tappa di un percorso ancora lungo.
Ma da ieri si può dire che l’Italia ha fatto un primo importante passo verso l’Europa.
Le polemiche – spesso pretestuose – che hanno accompagnato l’iniziativa del governo non hanno permesso di valutare con serenità la portata delle innovazioni introdotte. L’opinione pubblica è ancora confusa. Le accuse di autoritarismo hanno seminato dubbi e impedito una attenta valutazione dei fatti. In realtà, la riforma proposta razionalizza molti aspetti del nostro assetto costituzionale in tema di rapporti tra esecutivo e legislativo, tra cittadini e istituzioni rappresentative, tra Stato e Regioni. Il Senato perderà i poteri che ha oggi e non sarà più eletto direttamente dai cittadini. Non darà la fiducia e non avrà un potere di veto su gran parte della legislazione. Ma questo è quello che avviene nella grande maggioranza dei Paesi europei in cui da anni il processo legislativo è imperniato sulla supremazia della camera bassa. Ma il nuovo Senato non sarà del tutto ininfluente. Conserva competenze importanti su alcune materie mentre su altre potrà costringere la Camera a decidere a maggioranza assoluta e non a maggioranza semplice. La ripartizione delle competenze avrebbe potuto essere diversa, ma non è questo il punto veramente importante. Ciò che conta è il superamento del bicameralismo paritario e la conseguente razionalizzazione del processo legislativo. In questa direzione si muovono anche una serie di norme che da una parte limitano drasticamente l’uso dei decreti legge e dei decreti omnibus e dall’altra garantiscono al governo una corsia preferenziale per l’approvazione dei provvedimenti prioritari del suo programma. Sarebbe questa la deriva autoritaria? Oppure lo è il fatto che i senatori siano eletti indirettamente? Ma non è forse vero che nei Paesi della Unione Europea il Senato o non esiste del tutto o – se esiste- è nella stragrande maggioranza dei casi eletto indirettamente? Sono solo 5 su 28 i Paesi in cui i cittadini scelgono i senatori.

E che dire del referendum ? Si è parlato anche in questo caso di attentato alla democrazia. Eppure la riforma introduce per la prima volta il referendum propositivo dando ai cittadini uno strumento in più di democrazia diretta. E quanto al referendum abrogativo è vero che sono state alzate a 800.000 le firme richieste per proporlo ma è stato abbassato drasticamente il quorum per la sua validità. Non più il 50% degli aventi diritto, ma il 50% dei votanti alle elezioni politiche precedenti. In base ai dati delle ultime politiche vuol dire meno del 38%. Con questo quorum uno strumento di democrazia diretta che era diventato inservibile torna ad essere un’arma utile nelle mani dei cittadini. In più resta in piedi anche il vecchio referendum abrogativo, con le sue 500.000 firme e il suo quorum al 50%.
Molto ci sarebbe da dire anche sulla razionalizzazione del rapporto Stato-Regioni. Anche in questo campo ci sono parecchie innovazioni positive accanto ad altre che suscitano qualche interrogativo. Ma il tema è troppo complesso per una trattazione sbrigativa. Chiudiamo con un rilievo su un punto critico. Si tratta dell’elezione del capo dello Stato che deve essere rimodulata alla luce del nuovo sistema elettorale. Una minoranza non deve poter eleggere da sola sia il presidente del Consiglio che il presidente della Repubblica. Pare che su questo il governo sia disposto a modifiche. Sarebbe cosa buona e giusta.

da il Sole 24 Ore

"Radiografia di un declino", di Federico Fubini

FORSE il problema non è tanto l’ennesima recessione, ma il fatto che tutto ritorni così simile a se stesso in questo Paese. Nel giugno del ‘44, già pensando al dopoguerra, Luigi Einaudi scrisse al direttore dell’ Economist una supplica agli alleati di non forzare l’Italia a diventare un’economia moderna. Non perché le riforme non fossero necessarie, spiegò, ma per non creare una reazione di rigetto in un’Italia dove il fascismo era morto, ma lo sciovinismo restava vivo e vegeto.

«I NOSTRI rappresentanti verrebbero banditi come traditori e agenti dei poteri finanziari plutocratici stranieri», scrisse Einaudi.
Questa sembra di averla già sentita, più di recente. Altrettanto familiare suona anche la previsione formulata allora dal futuro presidente e i successivi esiti. Einaudi promise agli angloamericani che gli italiani sarebbero stati felici di fare le riforme da sé, se solo fosse stata lasciata loro la sovranità (oggi diremmo: niente troika). Non successe. Lo Stato corporativo cambiò nome o bandiere ma non la sua struttura, che ancora oggi si perpetua. L’Iri sopravvisse e oggi il virus dell’invadenza della politica nelle banche e nelle imprese infuria con oltre diecimila società partecipate dallo Stato: per lo più costose per il cittadino, monopoliste e inefficienti. E la burocrazia dell’Italia democratica rimane più votata al controllo e allo scarico di responsabilità che all’efficienza e al servizio. Così l’Italia ha attraversato il dopoguerra avendo cambiato le istituzioni politiche, ma non quelle dell’economia fascista.
Avanti veloce di settant’anni ed è difficile non accorgersi di cosa sta succedendo. Puntualmente il governo di turno annuncia la ripresa, che poi non arriva. Nell’ultimo decennio il Tesoro ha sempre sbagliato per eccesso le stime di crescita dell’anno in corso. Dall’avvio dell’euro l’Italia è il solo Paese, Grecia inclusa, nel quale il reddito per abitante è calato. Negli ultimi venti anni non c’è stata quasi crescita economica, il risultato peggiore fra le 34 democrazie avanzate dell’Ocse. In questo secolo la produttività – la capacità di generare reddito in un’ora di lavoro – è rimasta ferma mentre è salita in Germania, Francia, Gran Bretegna, Stati Uniti, Spagna, Svezia e una quantità di altri concorrenti. Eurostat stima che l’export di alta tecnologia è il 6% del totale per l’Italia, ma il 16% nella media europea.
Le istituzioni economiche ereditate dal fascismo, sopravvissute con molte metamorfosi, si stanno dimostrando incompatibili con il ventunesimo secolo. Non si può più vivere di protezionismo e autarchia (oggi diremmo: tutela degli insider e «decrescita felice»). Ciò che fa vivere è la capacità di innovare e sostenere imprese pensate per stare su mercati globali, invece la struttura dell’economia italiana ha prodotto l’opposto. Il tempo medio per una causa civile o commerciale è di 2992 giorni (900 in Germania) perché gli avvocati continuano a prendere parcelle basate sulla durata di un caso, mentre i magistrati sono pochi e non vengono valutati sul loro rendimento. Normale poi che in queste condizioni gli investimenti diretti esteri in Italia fra il 2009 e il 2013 siano stati di 80 miliardi, contro i 126 della Francia, 143 della Spagna, 187 della Germania e 261 della Gran Bretagna.
Quanto alle aziende, ormai la loro dimensione media è di appena quattro addetti e solo una su cento ne ha più di 50. Gli imprenditori vengono incoraggiati a restare piccoli, con tanto di retorica sul loro eroismo, quando invece è ormai ovvio che per stare sul mercato hanno bisogno di una taglia più grande. Rafael Domenech del Bbva stima che un’azienda di 250 addetti crea in un’ora di lavoro tre volte più prodotto e più reddito (anche per gli operai) rispetto a un’azienda di soli dieci. Eppure in Italia si incentivano ancora le imprese a restare nane offrendo contratti di lavoro meno blindati solo a chi assume non oltre 15 persone: così il lavoro diventa meno efficace, i prodotti poco competitivi e vendibili solo a prezzi bassi, dunque il fatturato cala, i compensi anche, crolla la domanda interna e non basteranno certo 80 euro a rianimarla.
Quanto alle tasse e il rapporto con la burocrazia, non c’è solo un’imposizione fiscale sulle imprese che arriva al 65,8% del fatturato: il 23% in più della media europea. C’è anche l’incredibile, addirittura offensiva complessità. Confartigianato stima che fra aprile 2008 e marzo 2014 sono state introdotte in Italia 629 nuove leggi tributarie, due alla settimana negli ultimi sei anni. Per ognuna che semplificava, oltre cinque hanno introdotto una nuova complicazione. Gli adempimenti impongono quasi due mesi di lavoro di un mini-imprenditore l’anno: tutto tempo negato all’innovazione, alla cura del prodotto, ai viaggi per ricavarsi nuovi mercati esteri.
La lista delle assurdità potrebbe continuare. Ma vista così, questa non è solo una nuova recessione: la storia è piena di Paesi che a un certo punto entrano in fasi di declino di lungo periodo. L’economia argentina era davanti a Francia, Germania e Italia nel 1914, con un reddito medio per abitante fra i più alti al mondo. Un secolo dopo l’Argentina è quasi un paria internazionale, il reddito sceso al 43% dei più ricchi. Fra il 1945 e il 1976 anche la Gran Bretagna è cresciuta di meno di metà del resto d’Europa. La Germania è stata il malato d’Europa negli anni ’90 e il Giappone ha già vissuto due «decenni perduti» (crescendo il doppio dell’Italia però).
Alcuni di questi Paesi si sono ribellati alle loro stesse contraddizioni, e ne sono usciti: Gran Bretagna o Germania insegnano. Il Giappone sta lottando per scrollarsi il declino di dosso, assumendosene i rischi e la fatica. Altri infine preferiscono abbaiare ai capri espiatori, i plutocrati, George Soros, la Merkel o la Bce, e restare in trappola. L’Argentina è un monito anche per noi. Ora più che mai, dobbiamo decidere dove vogliamo andare.

Da La Repubblica

"Dalla Siria all'Italia cercando la libertà", di Alessandra Ziniti

Asma, la migrante numero centomila. È arrivata in Sicilia su un barcone col marito, la figlia piccolissima e bimbo in grembo. Con lei gli stranieri sbarcati dall’inizio di Mare nostrum toccano la cifra simbolo dell’emergenza La storia.

Quando scende dalla passerella bianca della nave Dattilo della Guardia Costiera e si asciuga pudicamente con una mano le lacrime che le scivolano giù dagli occhi, Asma non fa neanche caso al funzionario che le mette attorno al polso un braccialetto di carta con un numero, il 255. È un numero che ne fa un simbolo di questa drammatica migrazione epocale che ha già portato in Italia 100.979 uomini, donne e bambini in fuga da guerre, povertà, violenza,
disperazione.
Asma è il migrante numero centomila salvato dagli uomini della Marina militare italiana dall’ottobre scorso, quando, dopo i due tragici naufragi di Lampedusa con centinaia di vittime, ha preso il via l’operazione Mare nostrum. Ha 23 anni e ce l’ha fatta con il bimbo che porta in grembo, con suo marito Yaman e con la piccola Tala, tre anni e mezzo, che scende prima di lei tenuta per mano da un marinaio della Dattilo tutta avvolta nel suo cappottino rosso. Già alle otto e mezza del mattino fa un caldo feroce sul molo di Pozzallo, la cittadina del ragusano che oggi fa fronte con una commovente gara di solidarietà al più grosso sbarco che si sia mai registrato: 958 persone, tra cui 145 donne e 204 minori, moltissimi dei quali non accompagnati. Il capo della Mobile di Ragusa Nino Ciavola guarda con occhio attento tutti i bambini tenuti in braccio da uomini perché spesso gli scafisti provano a farla franca cercando di spacciarsi per papà in fuga con i figli. Chi arriva porta addosso tutto quello che ha nonostante la temperatura. Anche Asma scende stretta nel suo lungo soprabito nero che non riesce a nasconderne la gravidanza. La giovane siriana, quasi un anno dopo la partenza, raggiunge il primo traguardo del suo viaggio e mette la parola fine a un incubo fatto di terrore, stenti, violenze, paura. Non sa cosa le riserverà il futuro, ma nel suo discreto inglese sussurra tra le lacrime «Thanks,
thanks, thanks Italian people», a chiunque tenda la mano a lei o alla sua bambina.
Asma è una delle venti donne incinte sbarcate e subito, insieme ai sei neonati, viene presa in consegna dalle volontarie della Croce rossa coordinate da Mirella Gridà Cucco Ganci e fatta salire sul bus che la porta all’ospedale Maggiore di Modica. Qui, dopo tutti i controlli che la tranquillizzano sullo stato di salute, racconta la sua storia. «Ho 23 anni, vengo da Erbin, periferia di Damasco. Siamo fuggiti il 27 agosto dell’anno scorso dopo l’attacco con le armi chimiche. Mio marito all’inizio non voleva: lui combatteva con i ribelli contro Assad, ma non potevamo mettere a rischio la vita di nostra figlia. Abbiamo visto morire troppi bambini in quei giorni. I nostri genitori, i nostri nonni hanno raccolto tutto quello che potevano, hanno venduto quello che sono riusciti a vendere, ci hanno messo i soldi in mano e ci hanno detto: “Andate, scappate almeno voi che siete giovani”».
Piange Asma, mentre le infermiere del reparto di ginecologia le tengono la mano e le fanno una carezza. Nel pacco di regali portato dai volontari per i piccoli ricoverati e per le giovani mamme in attesa c’è qualcosa anche per lei, un bavaglino per il bimbo o la bimba che dovrebbe nascere entro la fine dell’anno. «Non so quando, non so neanche se è maschio o femmina, non ho potuto fare nessun controllo. Ho saputo di essere rimasta incinta quando eravamo già in Libia in attesa di poterci imbarcare e non ho fatto altro che pregare, pregare, di riuscire a fare nascere questo bambino e di portare in salvo Tala. È stata bravissima, io e mio marito l’abbiamo portata in braccio per giorni nel deserto prima di poter salire sulla macchina che ci ha condotti in Li-
bano».
A Marmeltein, per mettere da parte i dollari necessari a pagare il resto del viaggio, Asma ha lavorato in un caffè malfamato per dieci ore al giorno a 150 dollari al mese. Nel frattempo Yaman cercava il contatto giusto per ripartire. «Quando siamo arrivati in Libia ci hanno portato in una specie di fattoria dove ci saranno state almeno 300 persone in condizioni bestiali: per quindici giorni siamo rimasti chiusi lì dentro. Ogni tanto entravano uomini armati di pistole e mitra e picchiavano a sangue qualcuno a caso. Le donne sole le portavano fuori e le violentavano, alcune le ho viste rientrare sanguinanti. Poi è venuta la sera della partenza, a noi hanno dato una bottiglia d’acqua e un cartone di latte per la bambina. Avevamo pagato mille euro a testa, ci avevano assicurato che saremmo stati non più di settanta, ma su quel barcone ci hanno fatto salire in 350. Siamo rimasti in acqua tre giorni, poi ci hanno salvato». Gli occhi verdi di Asma luccicano sotto il foulard nero con motivi turchesi che le avvolge il capo. Tutto quello che ha è nella borsa nera che tiene stretta accanto a sé: i documenti, due bracciali d’oro, un po’ di dollari, un portafotografie con le immagini dei suoi cari. «Il mio sogno era fare l’avvocato — dice ritrovando per un attimo il sorriso — mi ero iscritta in legge, studiavo anche mentre ero incinta e quando è nata Tala. Yaman era fotografo di cerimonie, avevamo la nostra casetta, vivevamo dignitosamente. Poi lui ha cominciato a dare una mano ai ribelli ed è finito nella lista nera della polizia di Assad, un giorno è stato colpito da un proiettile a una gamba. Ma se non fossimo stati costretti non avremmo lasciato la Siria. Noi amiamo il nostro Paese e io spero ancora un giorno di poterci tornare e farci crescere i miei figli. Adesso, però, il nostro futuro è in Europa. Non abbiamo nessuno, qui. Vorrei andare a Roma. Si può?».

Da La Repubblica