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"Perché i ricchi e scemi non fanno più ridere", di Curzio Maltese

Il crollo di incassi del cinepattone di Natale, un genere che per quasi trent´anni aveva collezionato record su record al botteghino, è forse il primo e più clamoroso segno della fine dell´epoca berlusconiana. Di colpo lo specchio di una certa Italia maggioritaria, felicemente anomala e volgare, è andato in frantumi. Quello dei film sulle vacanze di Natale con De Sica e/o Boldi. Il loro non è stato soltanto un fatto commerciale, ma un fenomeno unico nella storia del cinema e quindi del costume mondiale. Non c´era mai stato in nessun paese un genere capace di infilare tanti incassi consecutivi, a scadenza fissa. Non gli 007 e neppure le commedie di Alberto Sordi, le epopee di maghetti o i film di Totò, le saghe di vampiri o gli horror di serie.
Per questa ragione un paio d´anni fa le più prestigiose università californiane invitarono il produttore Aurelio De Laurentiis a illustrare in una serie di conferenze i segreti del mestiere. Senza grande esito, peraltro, perché un´altra caratteristica dei cinepattoni è l´assoluta autarchica intraducibilità. I film per i quali gli italiani hanno fatto la fila per 28 anni erano invendibili e invedibili oltre le fatidiche soglie di Chiasso o Mentone. I timidi tentativi d´imitazione americana, compreso l´ultimo sugli schermi adesso, si sono rivelati fallimentari.
Il primo film della serie è del 1983, Vacanze di Natale, girato a Cortina, con Massimo Boldi e Christian De Sica, la regia dei fratelli Vanzina. Ma è con Vacanze di Natale 90 del 1990 che comincia la sequenza vera e propria, durata fino a oggi, anzi a ieri. È il trionfo di un´Italietta riccastra e volgarissima, in perenne vacanza da qualsiasi responsabilità, cinica e scorreggiona, molto familista ed enormemente amorale, fiera della propria ignoranza e superficialità, confortata dal ritrovarsi ogni anno, alla vigilia di un anno nuovo, sempre uguale a se stessa, in giro per il mondo che invece cambiava tanto, troppo. Presi tutti insieme i cinepattoni, sostenuti dal lavoro di ottimi mestieranti come i fratelli Vanzina, gli stessi Boldi e De Sica, disegnavano qualcosa di più vasto di un evento commerciale. Dipingevano un´autobiografia grottesca della nazione, offrendo lo specchio fedele della neo borghesia cialtrona.
Il cinepattone è stato al ventennio berlusconiano così come i “telefoni bianchi” stavano al ventennio fascista, con la differenza che i secondi erano molto più comprensibili agli altri. All´estero i film di Natale all´italiana sono sempre sembrati più storie di mostri che commedie. Gli stranieri, che trovavano esilarante il personaggio reale di Berlusconi, non riuscivano a divertirsi con i berluschini delle trame vanziniane. Al contrario gli italiani che per vent´anni non hanno riso del Cavaliere, si sbellicavano per le triviali imprese di Boldi e De Sica, probabilmente per gli stessi meccanismi psicologici.
Le anomalie, politica e cinematografica, hanno viaggiato in parallelo dall´inizio degli anni ´90 fino a ieri, per crollare di schianto insieme. I pessimisti ragionevoli diranno che i cinepanettoni sono morti, come capita, anche per eccesso di fortuna. La fragorosa trivialità che ne costituiva l´essenza di finta trasgressione è ormai diventata la cifra comune della vita pubblica, della giornata televisiva e di tutto il cinema comico italiano. Il rispecchiamento delle classi dirigenti risulta attenuato dal confronto con l´attualità. I verbali delle “cene eleganti” di Arcore, per dire, fanno impallidire le peggiori sceneggiature. I volenterosi ottimisti possono credere al riemergere di un gusto popolare sepolto da decenni di pessima offerta. Non sarà un caso se la frana del cinepanettone arriva subito dopo lo straordinario successo ai botteghini italiani di una delle più colte e intelligenti commedie di Woody Allen, Midnight in Paris. Sarebbero insomma i primi segnali della ricomparsa dell´elemento maggiormente assente nella storia recente d´Italia, l´ironia. Comunque la si veda, una stagione è finita anche al cinema. Ed è finita soprattutto per i più giovani, che hanno disertato in massa l´appello di Natale di De Sica e compagni. Forse sono meno bamboccioni dei genitori.

La Repubblica 27.12.11

"Meno posti per i vecchi precari", di Alessandra Ricciardi

Potrebbe salire la percentuale del 50% destinata ai concorsi. Tra annunci a mezzo stampa e incontri con i sindacati (in verità finora uno solo, un altro è previsto per questa settimana), il ministro dell’istruzione, Francesco Profumo, ha nei fatti riscritto la direttiva sulle priorità dell’azione amministrativa per il 2012 fissate dal suo predecessore, Mariastella Gelmini. Anche se l’atto non è stato cassato, è stato però scalzato dalle indicazioni che Profumo sta dando in queste settimane alle strutture. Su alcuni fronti, c’è certamente continuità. É il caso del recupero degli scatti di anzianità per il personale della scuola: c’è un ammanco di circa 100 milioni di euro per coprire gli scatti del 2012. Il ministero dell’economia ha riscontrato che a causa delle maggiori supplenze per il sostegno non sono stati raggiunti tutti i risparmi di spesa previsti dal decreto legge 112/2008. Ministero dell’istruzione e Tesoro stanno ora provando a rimediare per garantire il pagamento integrale degli aumenti a tutti. Intanto viale Trastevere ha scucito il via libera dell’Economia per l’aumento del 54% rispetto al 2011 (da 130 a 200 milioni) dei fondi per il funzionamento delle scuole.

Nel vertice con le sigle sindacali della scorsa settimana, si è discusso anche di trasparenza dei dati, di mobilità del personale Ata, del capitolo scuola nel piano per il Sud e soprattutto del nuovo concorso per insegnanti che Profumo ha annunciato nei giorni scorsi. Il ministro aveva parlato di 12.500 nuovi assunti, poi si è corretto: riguardano solo gli assunti attraverso il concorso. Ma le stime si basano su dati vecchi circa i pensionamenti attesi per il 2012, prima che entrassero in vigore le norme della riforma Fornero (si veda l’altro articolo in pagina). I dati sull’esatto flusso di uscita si avranno solo a fine febbraio, intanto però c’è da definire il nuovo sistema del reclutamento per il quale Profumo può utilizzare una delega aperta. É stata costituita una commissione ad hoc per rivedere il dossier preparato dalla Gelmini: quello che è certo è che il nuovo ministro spinge per avere nuovi criteri di selezione da subito, sin dal 2012, che valorizzi anche il saper fare in classe dei candidati. «Abbiamo più di 200mila persone in graduatoria. Dall’altra dobbiamo dare un segnale ai giovani. Bisogna pensare a due canali per assumere», ha detto Profumo, «il 10 gennaio andrò a discuterne in commissione alla Camera, l’11 al Senato. Una volta capito il turn over, una volta elaborati i numeri, potremmo dividerli in modo percentuale su uno e sull’altro canale». Affermazioni che confermano l’intenzione del ministro di modificare la percentuale con cui oggi si assumeva: per metà dal concorso e per metà dalle graduatorie. Il che risponderebbe all’esigenza di fare più spazio ai nuovi docenti.

Ci sono nel frattempo i Tfa, i tirocini formativi attivi da avviare: il ministero non ne vuole autorizzare 23 mila come chiesto da Comunione e liberazione ma molti meno, per rispettare il fabbisogno reale ed evitare che ci siano nuovi precari.

C’è poi il piano per il Sud, certamente un’innovazione rispetto al precedente ministro. Ma anche in questo caso si attendono dettagli sul come verranno ripartiti i 900 milioni di euro destinati alla scuola delle regioni meridionali. Positive le prime reazioni dei sindacati, Cgil, Cisl e Uil scuola. Tutti però invocano grande cautela.

da ItaliaOggi 27.12.11

"L´indignazione degli onesti nel Paese dei corrotti", di Giorgio Bocca

Due Italie separate e non comunicanti. L´Italia delle caste e delle cricche e quella che si guadagna onestamente la vita. Lontane l´una dall´altra anni luce, nel modo di vivere, di pensare, nei modelli di morale e di estetica. Come sia possibile la loro convivenza senza una dura resa dei conti resta un mistero. Forse è l´istinto di sopravvivenza, lo stare comunque sulla stessa barca, nello stesso mare infido.
Ogni mattina giornali, radio e televisioni informano gli italiani onesti, rispettosi delle leggi, attenti alla morale corrente e al giudizio del prossimo che nell´altra Italia centinaia, migliaia di concittadini hanno sfidato la prigione, il disonore, i carabinieri e i poliziotti per arricchirsi a mezzo della politica e ai danni dello Stato, e lo hanno fatto senza provare vergogna o rimorso, anzi con il compiacimento di chi si sente parte della classe ladrona che finge di essere classe dirigente. Il paese Italia vive in stato di schizofrenia, anche se i mezzi di informazione si affannano ogni mattina a informare gli onesti che i loro vicini di casa appena possono rubano o malversano.
La coesistenza delle due Italie è permessa dalla naturale ritrosia degli onesti a frequentare i ladri, una scelta spesso a fiuto, a istinto, e viceversa la diffidenza e più ancora il fastidio dei ladri per le persone oneste. Fatto sta che spesso accade che un onesto alla notizia di una nuova ennesima retata di ladri si chieda: ma è possibile che io non ne conosca e riconosca mai uno, che incontri per il mio lavoro capiufficio, direttori, pubblici ufficiali, imprenditori e mai una volta mi renda conto che sono dei ladri? O forse accade proprio il contrario, che a fiuto, a istinto lo riconoscono subito il ladro, ma si accontentano di girare alla larga.
Quando si è giovani con figli piccoli, la presenza della razza ladrona la vedi facilmente, perché i tuoi figli vanno a scuola e hanno molti amici, devi andare alle feste con i parenti dei loro compagni e non puoi non riconoscerli, i ladroni e i cortigiani. Ma avanti negli anni il rischio di incontrarli diminuisce o si annulla, la cerchia dei tuoi amici si riduce ai pochi e fidati, sicché poi, ogni mattina quando arriva l´informazione, ti sorprendi a chiederti: ma è possibile che sia questa la società in cui vivo, questa in cui si è perso non solo il più elementare rispetto della pubblica opinione, ma di ogni tipo di vergogna, di pentimento, di disagio?
L´Italia dei ladri non solo è priva di vergogna, ma proterva e protetta. Il noto impresario costruttore dichiara a muso duro che si avvarrà della facoltà di non rispondere a quei menagramo filocomunisti dei magistrati, e quasi tutti, non appena colti con le mani nel sacco, minacciano agli incauti giornalisti querele miliardarie. Su tutti i media padronali s´impartiscono lezioni a misura dei ladri. Non esistono più datori di lavoro che si giovano del lavoro e dei talenti dei loro dipendenti, ma benefattori che accusano i loro dipendenti di “sputare nel piatto in cui mangiano”. Ragion per cui uno scrittore che ha fatto guadagnare una fortuna al suo editore viene accusato di tradimento e fellonia: che vergogna! Ha scritto un libro da un milione di copie, ha fatto guadagnare al suo editore miliardi e osa criticarlo o essere di diversa opinione.
Spesso gli italiani dell´Italia onesta vivono nel loro paese come in un paese straniero, cercando di passare inosservati, di non incorrere nelle ire e nelle vendette dei padroni, che al minimo dissenso li accusano di essere dei sovversivi, iscritti al partito dell´odio.
Quando arriva la vecchiaia ti accorgi subito di essere al mercato dell´usato, per dire il distacco, il mutamento, l´incomprensione di tutto ciò, di molto di ciò che fino a ieri pareva far parte integrante della tua vita. Ciò che ieri ti faceva felice ti dà solo un momento di sollievo, ciò che ti indignava sembra sopportabile o indifferente. Ma questa volta qualcosa di concreto e di non rimediabile mi pare ci sia nel cambiamento di epoca.
L´Italia e il mondo sono pieni di scandali legati a corruzione e a furti, e i colpevoli vengono perdonati subito, dimenticati e giustificati. Il furto non è più una vergogna e un disonore, è un affare che rientra nella normalità se va bene e che si dimentica se fallisce. E così l´uso del sesso a fini spudorati di potere politico o di buoni affari, l´uso del sesso in qualsiasi opera politica o imprenditoriale.
Cosa fanno le televisioni di tutti i canali, di tutte le aziende? Arruolano un congruo numero di donne procaci senza particolari doti artistiche perché è evidente che il loro unico scopo è di permettere alle telecamere di arrivare alla loro intimità sotto le gonne. Quello che solo ieri era considerato scandaloso, vergognoso, disonorante è diventato la normalità, e chi è cresciuto in altri tempi, con altre idee dello scandalo e del peccato si sente non solo sorpassato ma estraneo al modo di vivere in società.
© Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano

La Repubblica 27.12.11

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“Gli italiani danno il meglio solo nei momenti peggiori”, di Maria Pace Ottieri

L´ultima intervista. Noi eravamo il nuovo, il partito della rivoluzione democratica. Ma la gente non ci capiva, eravamo fuori dal Paese. Le forze dominanti erano quelle che avevano grandi poteri alle spalle: la Chiesa e la Russia. La vittoria nella guerra partigiana, la sconfitta nelle successive elezioni, i vizi del Paese e le sue insospettabili virtù: bilancio di una vita tra storia e autobiografia. C´era una forte carica vitale. Ma l´espansione è stata disordinata: si badava solo al guadagno immediato. Se guardo indietro mi pare di averle indovinate tutte, mi pare di essere soddisfatto di quasi tutto
Hai scritto: passato qualche mese dopo la fine della guerra, incominciai a capire che le cose dopo vent´anni di fascismo tornavano al punto di prima, che dopo venti mesi di Resistenza eravamo di nuovo su per giù al ‘21, al rapporto di lotta nella coesistenza che c´era stato fra il senatore Agnelli e la direzione Fiat e quelli dell´”Ordine Nuovo”…
«Avevamo dominato la guerra partigiana, specialmente nel Cuneese, in Piemonte. Giustizia e Libertà e il Partito d´Azione erano insieme ai garibaldini comunisti le forze preponderanti della Resistenza. Il Partito comunista e quello socialista, soprattutto il Partito socialista che nella guerra partigiana era stato quasi assente, avevano inventato all´ultimo momento delle formazioni Matteotti che, però, praticamente non esistevano. Ma alle elezioni noi siamo stati eliminati completamente, fuori dalla lotta politica. Noi rappresentavamo il nuovo, il nostro partito era il partito della rivoluzione democratica. Non eravamo comunisti, non eravamo socialisti però pensavamo che l´Italia avesse bisogno di una rivoluzione democratica, di diventare un paese democratico, e siamo stati completamente rifiutati dagli italiani. Ho capito lì che c´era poco da fare. Alcuni, anzi quasi tutti i miei compagni, si sono iscritti al Partito socialista. Ma era un´illusione, tant´è vero che poi il Partito socialista, con Craxi, è finito nel peggio come alleato della destra».
Ti è stato proposto di entrare in politica dopo la fine della guerra?
«Pochi giorni dopo la Liberazione, ci avevano detto: beh, fate un po´ di politica e propaganda per le elezioni. Io sono andato a fare un comizio in un paese che si chiama Busca, vicino a Cuneo. Ero lì che parlavo, raccontavo il programma del Partito d´Azione che era nazionalizzazione per la grande industria e libertà invece per la piccola e media. Avevo di fronte i mercanti di legno che mi guardavano stupefatti: ma cosa racconta questo qui? Non ci capivano, eravamo completamente fuori dal paese. Invece andavano avanti quelli che avevano certe tradizioni, certe leggende alle spalle: comunisti e socialisti, ah, loro sì che sono per il popolo e allora sono stati votati. Insomma, un seguito politico non lo inventi in pochi giorni».
Parlavi in italiano o in dialetto al comizio?
«In italiano, ma i temi erano fuori dagli interessi reali della gente».
Leggendo i tuoi libri si scopre che l´Italia di oggi è il frutto del prevalere nella nostra storia di alcune tendenze forti che erano presenti fin dagli inizi della repubblica. Quali sono secondo te queste principali tendenze cicliche, che si ripetono?
«Alla fine del fascismo c´era la corrente cattolica. La presenza della Democrazia cristiana era un mistero: qualunque fesso della mia generazione si candidasse con la Democrazia cristiana veniva eletto matematicamente, mentre tutti gli amici miei del Partito d´Azione venivano bocciati. Quella era una forza preponderante; l´altra era quella dei comunisti. Le forze dominanti erano quelle che avevano dei grandi poteri alle spalle: la Chiesa o la Russia. L´idea riformista in Italia non è mai penetrata veramente. I partiti che contavano per la gente erano quelli che davano la garanzia che o comandava il papa o comandava Stalin: le scelte erano quelle. I comunisti puntavano specialmente su regioni come la Toscana. L´Italia centrale puntava sui comunisti, non so se per una furbizia atavica. Dicevano: intanto quelli lì sono lontani, facciamo finta di essere per Stalin che tanto Stalin non verrà mai. Altri, invece, erano apertamente per la Chiesa, come tutto il Nord. L´Italia del Nord era democristiana. La presenza della Chiesa – che consideriamo sempre per comodo, perché sappiamo che è un potere con cui è meglio andar d´accordo – è dominante e ha per capo uno che parla ex cathedra, infallibile: una potenza che non tollera opposizione. Più antidemocratico di così cosa c´è?».
Credi che nello stesso miracolo economico fosse già contenuto il fallimento della politica o invece c´erano delle idee che sono state tradite dopo?
«Nel miracolo economico c´erano già tutti i vantaggi e i difetti della società italiana. Era un fatto positivo che ci fosse questa carica d´energia per cui si riaprivano e si creavano ovunque delle fabbrichette. Poi c´erano quelli che mi dicevano: me ne frego se chiudono il Siam o l´India, io vado a esportare in Giappone. C´era questa carica vitale, questa espansione economica molto forte. Ma è stata un´espansione disordinata: si badava (allora come adesso) solo al guadagno immediato. Veniva trascurato tutto quello che era il gioco per il futuro, cioè la ricerca economica, la ricerca scientifica. Veniva potenziato solo il fatto di fare subito degli affari: vendere subito e fare guadagni».
Quindi è mancato da subito un piano di riforme?
«Una cosa che si è vista subito è l´attacco al territorio, in maniera selvaggia. Già all´inizio, ricordo uno dei primi servizi che feci per il giornale sull´alluvione del Polesine. Fu chiaro che, sul corso del Po, invece di fare le opere per evitare l´inondazione, avevano occupato tutte le zone di esondazione: erano state riempite di case e di campi e il fiume, naturalmente, la prima volta che è uscito, ha creato delle tragedie enormi».
A un certo punto in Partigiani della montagna dici: la vita diventava impossibile ai disonesti, ai vili e ai deboli, questi se ne andavano senza essere cacciati. È come se dicessi che la forza delle cose scremava e setacciava gli uomini migliori. È pericoloso pensarlo, ma sembra quasi che gli italiani riescano a dimostrare una serietà morale solo in questi momenti.
«Certo, sono convinto che gli italiani danno il meglio di sé solo nelle situazioni peggiori, più difficili».
Ma allora questa guerra definitiva, che eliminava tutte le altre guerre, forse per l´Italia non è la ricetta giusta, ci vorrebbe una guerra ogni dieci anni…
«Le guerre non risolvono, risolve la scuola, la crescita democratica e culturale del paese. Se invece in tutte le famiglie italiane si continua a trasmettere una cultura della furbizia e dell´egoismo, le cose non cambiano. Infatti, la guerra partigiana – aveva ragione Dante Livio Bianco – è stata una vacanza. In vacanza tutti diventano belli e buoni, si immaginano diversi da quel che sono. Basta leggere le lettere dei condannati a morte della Resistenza, sembrano lettere di santi, di personaggi fuori dalla norma, sono contenti di morire, raccomandano ai figli: non preoccupatevi, muoio per la patria. Robe tipo i martiri di Belfiore, insomma. Come nel Risorgimento: minoranze estreme che immaginano che tutto il paese sia come loro. E invece non è così».
Come avete preso voi di Cuneo la battuta di Totò: “Ho fatto per tre anni il militare a Cuneo”?
«Quella era una presa in giro, una presa per il culo. Invece molti: ah, hai visto Totò? Ha parlato di noi!».
Pare che ci sia una piazza Totò a Cuneo.
«Noo, ma no. Lo raccontano. Molti non avevano neanche capito che era uno sfottò. È uno sfottò che sotto sotto capisco perché ai cuneesi piaceva. Totò, infatti, continua a dire: ho fatto il militare a Cuneo, ho avuto una parte della mia vita importante, perché fare il militare a Cuneo non è uno scherzo».
Hai fatto il militare a Cuneo…
«Ho fatto il militare a Cuneo».
Quando riguardi la tua vita che cosa pensi, ti sembra di avere avuto una vita soddisfacente?
«Molto. Infatti, ieri mi ha telefonato mia sorella che ha cinque anni più di me: ah sai, sono triste e sola, e se rivedo la mia vita mi pare che le abbia sbagliate tutte».
E tu?
«A me pare di averle indovinate tutte, mi pare di essere soddisfatto di quasi tutto!».
© Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano

La Repubblica 27.12.11

"Cambiano le frontiere del benessere", di Gianni Riotta

Il primo a segnalarlo, di buon mattino a Santo Stefano, è un tweet, messaggino online dell’economista venezuelano Moises Naim @moisesnaim: «Nel 2011 l’economia del Brasile ha superato quella inglese e il tasso di omicidi in Colombia è sceso del 26%». Solo in apparenza una bizzarria, perché l’ex ministro di Caracas segnala non solo il boom ormai impetuoso di Rio de Janeiro, +7% l’anno, ma un nuovo possibile partner nel club del benessere, la Colombia che sembrava ostaggio del narcotraffico e cresce invece del 4%.

Il 2011 manda sui libri di storia – che si occuperanno di realtà, e non dei miraggi che incantano noi contemporanei – con il sorpasso Brasile-Regno Unito anche quello della Cina sul Giappone, staffetta asiatica incredibile solo qualche stagione fa. Noi italiani restiamo, ma attenti ormai le classifiche economiche cambiano più in fretta di quelle del football, all’ottavo posto. Abbiamo dietro la Russia (nona) e l’India (decima) e il Centre for Economics and Business Research, che ha annunciato ieri Rio avanti Londra, prevede abbiano già messo la freccia per superarci.

A Capodanno 2020 la Cina sarà seconda dietro gli Stati Uniti, la Russia quarta (finalmente democratica sperano i tanti ragazzi in piazza a Mosca in queste ore), l’India sarà quinta e il Brasile sesto. Il vecchio mondo del XX secolo sarà rappresentato solo dagli Stati Uniti, almeno così auspica il presidente Obama, primi intorno alla fragile bandiera del dollaro e all’innovazione delle tecnologie, e dal Giappone, terzo.

Negli Anni 60 il Nordeste del Brasile era considerata «una zona esplosiva» dallo studioso De Castro, il regista Glauber Rocha rappresentava nei suoi tragici film la povertà del «sertao» , nel film «Il Dio nero e il diavolo biondo» l’eroe mitico Antonio das Mortes guardava impotente i contadini consumati dalla siccità. Contemporaneamente l’Inghilterra dei Beatles lanciava cinque dischi ai primi cinque posti delle classifiche. Due culture, due economie, due mondi.

E certo il Portogallo coloniale, che ha dato la propria lingua al Brasile, non avrebbe mai immaginato nei sogni dell’esploratore Cabral e di Re Giovanni III che nel 2011 l’emigrazione sarebbe andata da Est a Ovest nell’Atlantico. Mentre il Brasile prepara le infrastrutture per il campionato del mondo di calcio 2014 e per le Olimpiadi 2016, tecnici, laureati, operai portoghesi arrivano dal proprio Paese in crisi cercando il benessere perduto. I permessi di lavoro timbrati sui passaporti di Lisbona in Brasile sono triplicati quest’anno, e altri cittadini europei cercano di sfuggire alla crisi nel boom carioca: 51.000 nuovi emigrati, +33%. Lavorano nell’industria, nei progetti pubblici, nei laboratori tecnologici dove ancora il Brasile ha un gap di manodopera specializzata. Sono la nuova emigrazione colta, e, osserva Paulo Sérgio de Almeida del ministero del Lavoro «sono motore del nostro boom». E anche dall’onnipotente Germania si bussa in Brasile, le richieste di lavoro sono aumentate da Berlino dell’86% per i permessi trimestrali e del 31% per i permanenti, concessi raramente e preludio di un’emigrazione con tanto di famiglia al seguito al sole di Rio. Arrivano avvocati, calcola il Financial Times, e docenti universitari, attratti dagli alti stipendi e dall’energia di un Paese che cresce, non declina. Più di tutti arrivano statunitensi e cinesi ma ancora mancano ingegneri e impiegati di banca, elettricisti, donne delle pulizie. I campi petroliferi, oggi meglio sfruttati grazie alle tecnologie, sono a corto di tecnici specializzati.

Quando guarda a questi dati, e alle malinconiche cronache economiche europee del 2011, il premio Nobel indiano Amartya Sen trae una doppia morale, preoccupato per l’eccesso di rigore senza misure sulla crescita nell’Unione Europea e per i possibili stop alla rincorsa, oggi senza freni, dei Paesi emergenti che Jim O’Neill di Goldman Sachs mai avrebbe immaginato, coniando nel 2011 la sigla Bric (Brasile, Russia, India, Cina) per i nuovi Paesi ricchi. Ora O’Neill punta l’attenzione ai «mercati in crescita», quelli che producono almeno l’1% del prodotto interno lordo del Pianeta Terra. Là arriva la ricchezza del 2012, là presto, come oggi in Brasile, si metteranno in coda cercando uno stipendio, orgogliosi americani, europei e cinesi. Parliamo di Indonesia (un quinto del bilancio investito in scuola e ricerca), Sud Corea, Turchia e il Messico di cui ci occupiamo solo per le stragi del narcotraffico.

Forza lavoro specializzata e capitali di investimento sono già con le antenne tese verso le nuove frontiere del benessere, come identificate dagli economisti Robert Barro, Roopa Purushothaman e Dominic Wilson, dove non solo il Pil cresce, ma la democrazia si radica, la giustizia funziona in modo decente, la corruzione non dilaga, le famiglie sono coese, la tecnologia, Internet e telefonia mobile si diffondono. La realtà ha superato l’ottimismo, O’Neill ha sì previsto il boom dei Bric ma sottovalutandolo di ben tre quarti. Malgrado le preoccupazioni presenti, il Brasile non dovrebbe ripetere nel 2012 il boom 2011, raffreddino certi facili entusiasmi, non solo noi italiani e gli inglesi retrocederemo, presto il sorpasso toccherà a Francia e Germania.

Dal boom brasiliano si possono trarre due opposte morali. Una, superficiale che mastica amaro sul «Declino dell’Occidente» già pronosticato dal filosofo Spengler. L’altra, più ambiziosa, sulle opportunità che il mondo nuovo apre a chi sappia faticare e sacrificarsi, vedi il Paese del Nordeste poverissimo oggi gigante economico. Se il «sertao» miserabile dei capolavori di Rocha attrae emigranti da Lisbona, Washington, Pechino e Bonn, perché dare per perdute Spagna, Portogallo, Grecia e Italia?

La Stampa 27.12.11

"Domande procedure previdenziali immutate", di Franco Bastianini

Attesa per il decreto ministeriale che fissa le modalità e i termini per presentare le domande. Le nuove disposizioni in materia di trattamenti pensionistici contenute nell’art. 24 del decreto legge 201/2011, come convertito dalla legge approvata definitivamente giovedì scorso, non hanno apportato modifiche alle procedure richieste ai dirigenti scolastici, ai docenti e al personale amministrativo, tecnico ed ausiliario per cessare dal servizio e per chiedere all’Inpdap l’accesso al trattamento pensionistico con decorrenza, in entrambi i casi, dal 1° settembre 2012.Termini e modalità di presentazione delle domande continueranno, pertanto, ad essere quelli fissati e stabiliti dall’annuale decreto del ministro dell’istruzione ed illustrate da una apposita circolare. Decreto e circolare la cui emanazione potrebbe avvenire entro la prima quindicina del prossimo mese di gennaio.

Nel frattempogli interessati possono comunque predisporre le due domande e trasmetterle, la prima alla scuola di servizio e la seconda alla sede provinciale dell’Inpdap, unitamente alla documentazione richiesta.

Alla luce delle disposizioni contenute nel comma 20 del citato art. 24 , i due documenti ministeriali assumono invece un’ importanza particolare dovendo chiarirne gli effetti pratici nei confronti del personale che compie i 40 anni di servizio e/o contribuzione entro il 31 dicembre 2011.

Il comma 20 dispone, con riferimento ai soggetti che maturano i requisiti per il pensionamento a decorrere dal 1° gennaio 2012, che resta ferma l’attuazione delle disposizioni di cui all’art. 72 – nello specifico che in questa sede interessa, i commi 7 e 11 – del decreto legge 112/2008 (cessazione dal servizio di autorità con preavviso entro il 28 febbraio e discrezionalità nell’accoglimento della domanda di permanenza in servizio per un massimo di un biennio oltre i limiti di età), tenendo tuttavia conto della rideterminazione dei nuovi requisiti di accesso al pensionamento( 42 anni di contribuzione per gli uomini e 41 per le donne per la pensione anticipata e 66 anni per quella per limiti di età). Dispone inoltre che restano salvi i provvedimenti di collocamento a riposo per raggiunti limiti di età già adottati, prima della data di entrata in vigore dell’art. 24, anche se aventi effetto successivamente al 1° gennaio 2012.

Nulla si precisa, invece, nei confronti del personale che alla data del 31 dicembre 2011 potrà fare valere 40 anni di servizio e/o di contribuzione o il 65° anno di età. Due in particolare gli interrogativi ai quali l’amministrazione dovrà dare una risposta: nei confronti dei primi dovrà disporre la cessazione di autorità a decorrere dal 1° settembre 2012? Nei confronti dei secondi potrà negare la richiesta di permanenza in servizio o si dovrà intendere ripristinato l’originario art. 16 del decreto legislativo 503/1995 che riconosceva al dipendente il diritto alla permanenza in servizio per un ulteriore biennio? Un altro interrogativo al quale il ministero dovrà fornire una risposta chiara e immediata riguardo alla validità a meno – sempre alla luce delle nuove disposizione in materia pensionistica – della disciplina relativa all’accesso alla pensione anticipata congiuntamente alla permanenza in servizio in regime di part-time. A decorrere dal 1° gennaio 2012 la pensione del personale del comparto scuola sarà calcolata in base alla posizione contributiva posseduta dai singoli dipendenti. Nei confronti del personale che alla data del 31 dicembre 1995 poteva fare valere non meno di 18 anni di servizio e/o di contribuzione, ivi compresi, ad esempio, il riscatto del corso di laurea e i periodi di supervalutazione per i servizi prestati nelle scuole italiane all’estero, la pensione sarà calcolata con il sistema retributivo per i servizi prestati fino al 31 dicembre 2011, con il sistema contributivo per i servizi prestati successivamente e fino all’atto della cessazione dal servizio. Nei confronti del personale che alla data del 31 dicembre 1995 poteva fare valere meno di 18 anni di servizio e/o di contribuzione, la pensione sarà invece calcolata con il sistema retributivo per i servizi prestati e/o i contributi versati fino al 31 dicembre 1995. Con il sistema contributivo per i servizi prestati successivamente e fino all’atto della cessazione. Nei confronti del personale docente ed ATA che può fare valere solo periodi di servizio e/o di contribuzione prestati e/o versati a decorrere dal 1° gennaio 1996, il calcolo della pensione sarà disposto esclusivamente con il sistema di calcolo contributivo.

da ItaliaOggi 27.12.11

"L'amicizia di una vita", di Eugenio Scalfari

È stata l´ultima volta che l´ho visto, era il 6 dicembre scorso, le 11 del mattino e lui stava seduto alla sua scrivania, pallidissimo, il volto scavato con le ossa della fronte, degli zigomi e delle mascelle coperte dalla pelle e gli occhi fissi davanti a sé che guardavano il vuoto. Gli chiesi se avesse dolore in qualche parte del corpo, rispose «No, nessun dolore». «Questo è un buon segno – gli dissi mentendo – ma come ti senti?», mi guardava senza alcuna espressione, poi la bocca accennò un sorriso. La risposta fu «non ci sono». La moglie Silvia si era seduta accanto a lui, gli carezzò lievemente la guancia e quasi per cambiar discorso disse: «Per pranzo gli ho preparato la luganiga, gli piacciono quelle salsicce cotte nel vino». «Ma le può mangiare?», «Le assaggia».
Gli domandai se leggeva i giornali. Rispose: «Non c´è niente da leggere». Insistei: «La politica ti interessa sempre?». Rispose: «Non c´è politica».
Poi fu lui a chiedermi: «Tu come fai a scrivere ancora?». Risposi che il mestiere, se lo hai imparato fin da ragazzo, è lui che ti porta sulle spalle e tu vai avanti senza fatica. Lui commentò «per me il mestiere non c´è più, se n´è andato prima di me ma l´attesa ormai sarà breve». Poi si voltò verso Silvia e lei mi disse che era stanco. Mi alzai, andai verso di lui e ci baciammo. «Tornerò presto». «Non mi troverai, non venire, sarebbe inutile».
Sono uscito con una grande tristezza in cuore. Ora l´amica del destino è arrivata all´appuntamento e ha portato via la sua spoglia ma l´anima se n´era già andata e lui me l´aveva detto: non ci sono più. Per quanto mi riguarda continuerà a vivere finché vivrò. La memoria serve anche a questo: tiene vive le persone che ci sono state compagne di vita, di pensiero, di progetti e con le quali abbiamo discusso, litigato, gioito, sperato.
* * *
Giorgio è stato un grande giornalista, un grande cronista e un grande scrittore. Non era un letterato ma uno scrittore sì, dei vezzi letterari non aveva bisogno, era la fantasia a muovergli la mano e la penna. Vedeva i fatti, i luoghi, i personaggi e li raccontava, ma la fantasia li associava ad altri personaggi, ad altri luoghi e ad altri fatti. Passava da un tempo ad un altro e da un luogo ad un altro luogo senza separarli neppure con un “a capo”, neppure con un punto, al massimo una virgola. La fantasia fa di questi miracoli e lui, sotto la maschera del contadino e del provinciale, sentiva e raccontava l´avventura delle persone, poi all´improvviso alzava gli occhi verso il cielo e descriveva le stelle come intermezzo e poi tornava a raccontare la storia d´un bandito o d´un corruttore, d´un mondo dove i leoni avevano lasciato il posto alle volpi e alle faine.
Io gli ho voluto molto bene. Lui non so, era burbero nei modi e anche chiuso in sé quanto io ero aperto. «Tu vuoi sedurre la gente – mi diceva – e capisco che questo è il tuo mestiere». Un giorno mi disse che ero un cinico. Un altro giorno che la mia presenza gli dava sicurezza. Era insicuro e timido, Giorgio Bocca, ma puro come il diamante. A vederlo da fuori tutto avresti pensato fuorché fosse impastato di fantasia, che avesse un mondo fantastico dentro di sé e invece era proprio così e basta leggere le prime pagine del “Provinciale” – forse il più bello dei suoi libri – per capirlo.

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Tra le mille inchieste, interviste, cronache di guerra e di dolorosa pace, ricordi di vita partigiana che Giorgio ha pubblicato in libri e giornali, dall´Europeo al Giorno, e poi su Repubblica, è difficile scegliere.
Da noi venne fin dal primo giorno della fondazione e c´è rimasto fino a ieri, è durato 36 anni questo sodalizio. È incredibile la sua scrittura. Per la professione che faccio ho letto migliaia di articoli e le firme di chi vi scriveva sono state tra le più pregiate. I confronti sarebbero impropri, ognuno aveva la sua cifra, il suo stile, ognuno la sua visione della vita e del Paese. Ma quello di Bocca è stato unico. Pensava, vedeva, raccontava, si indignava, si innamorava dei personaggi, li faceva rivivere e vivere sulla pagina.
Tra i tanti luoghi che ha visto il Sud è stato una passione. Aveva in testa racconti di banditi, liturgie di iniziazione alla mafia e alle “´ndrine”, violenze, soprusi, corruzione, ma anche gli antichi insediamenti della Magna Grecia, Sibari, Crotone, Agrigento, Locri e Ulisse, il mare azzurro di Scilla e Cariddi, le coste ioniche, Pitagora, il ratto di Proserpina, gli aranceti, le spiagge a perdita d´occhio. E il cielo. Un cielo blu da Croce del Sud che invece era quello dell´Orsa Maggiore e delle costellazioni di questa parte del pianeta, le Pleiadi, Orione, Andromeda.
Quel cielo blu sopra di lui gli ispirava il ricordo di Omero e di Odisseo che naviga tra l´isola di Circe e quella di Calipso. Ma poi lasciava all´improvviso quel mondo di fantasia, s´arrampicava per i sentieri dell´Aspromonte e raccontava i mafiosi, le donne matriarcali, i pastori, la cosca di Mommo Piromalli e infine i bronzi di Riace, apollinei nelle loro posture guerriere.
Ho riletto, proprio dopo il nostro ultimo incontro di Milano, alcune delle sue inchieste tra le quali quelle che intitolammo “Aspra Calabria”, scritta oltre vent´anni fa. L´inizio è sbalorditivo. È in Calabria e deve raccontare per i nostri lettori che cosa è l´Aspromonte, i suoi borghi arrampicati, le tane dove sono imprigionati per mesi e anni i rapiti. E invece comincia così: «Nel 1968 a Saigon, Vietnam, alloggiavo all´hotel Metropole, in una stanza liberty color avorio, solo il geco incollato sul muro mi ricordava che ero nel lontano sudest asiatico. Nella sala da pranzo camerieri in giacca bianca servivano “tournedos” alla Rossini e volendo lo chef ci faceva le “crepes” alla fiamma. Poi uscivo e a duecento metri passavo lungo la caserma dei rangers vietnamiti, con le porte e le finestre murate perché non si vedessero e non si sentissero i prigionieri vietcong chiusi nelle gabbie di bambù, corpi martoriati dalle torture sotto i pigiami neri».
Ma che cosa scrive? È matto? È andato a raccontare l´Aspromonte e descrive l´hotel Metropole e le gabbie dei vietcong.
Ah, non conoscete Giorgio Bocca. Va a capo e scrive: «Oggi, 1992, sono in un hotel della Locride e posso vedere di qui l´Aspromonte» e continua «in questi boschi c´è un uomo, il giovane Celadon, che da due anni sta in una tana alta mezzo metro e quando lo fanno uscire deve star lì, sulla buca della tana, legato a una gamba con una catena come un maiale».
E da lettore ormai sei avvinto da quel racconto, ci sei entrato dentro fino al collo, ti sembra di leggere un romanzo di uomini d´avventura, guardie e ladri, corrotti e corruttori, un Hemingway, ma no, un Conrad che scrive sul cuore di tenebra. E invece stai leggendo il “reportage” d´un giornalista che s´è arrampicato fino a Platì, poi scenderà a Taurianova, a Gioia Tauro, poi risalirà di nuovo sulla montagna e intanto fruga nella memoria e rivede Saigon e una guerra spaventosa, ma quella guerra è finita e Saigon è ora una città moderna e ricca, ma qui questa guerra primitiva non finisce mai. Ieri leggevate Bocca, oggi leggete Saviano. Mafia, ‘ndangheta, camorra sono sempre là da un secolo e mezzo. Solo che oggi da Platì e dagli altri borghi-rifugio gli ordini e gli affari arrivano a Milano, a Marsiglia, ad Amburgo, a Bogotà, a Tokyo, in Kosovo, in Montenegro, a Mosca. Si commercia la droga, si comprano i casinò di Las Vegas, fabbriche in Brianza, ristoranti a Roma, aree fabbricabili a Firenze e a Brescia. Il volume degli affari supera i 200 miliardi l´anno. Ma i capi vivono ancora nei tuguri sulla montagna o scontano il carcere duro e continuano a mandare ordini, a comandare, a governare il commercio insieme a tutte le mafie del mondo, mentre i figli e i nipoti parlano le lingue, sono seguiti da uno stuolo di avvocati e discutono di fidi e di prestiti con le banche e le fondazioni nei Caraibi, nel Liechtenstein, a Zurigo e a Miami.
Dopo due anni da quella sua inchiesta arrivò un altro tsunami, sembrava un intermezzo da cabaret, Berlusconi, Dell´Utri, Previti, il partito dell´amore, il contratto con gli italiani, le televisioni, le paillettes e le escort.
I Piromalli e i Macrì sono sempre lì e il cabaret è gestito da una cricca “money money money”, un vecchio satiro nel Palazzo e una certa Italia che recita la giaculatoria “meno male che Silvio c´è”. Ma noi continuiamo a pensare che alla fine la brava gente vincerà e il mistero doloroso diventerà un mistero gaudioso.
Così è stato e finalmente quella cricca ha fatto le valigie, cacciata dagli italiani di buona volontà ma anche da una tempesta che minaccia di travolgere un Paese impreparato ad affrontarla.
Giorgio Bocca s´è battuto per tutti questi anni affinché l´Italia si rialzasse dal letamaio ed ha anche visto il finale di quella drammatica farsa. Poi se n´è andato anche lui che si considerava un anti-italiano perché detestava l´Italia che aveva sotto gli occhi.
Io ti ricorderò sempre, caro amico e compagno, tu la tua guerra partigiana non hai cessato mai di combatterla e ora hai il diritto di riposare in pace.

La Repubblica 27.12.11

"Il tablet, i quaderni e i ragazzi" di Mila Spicola

Si fa un gran parlare di nuove tecnologie a scuola, di ritardi nella digitalizzazione, del fatto che è necessaria una scuola che tenga i costi a zero per le famiglie e offra agli studenti il sapere e le informazioni attraverso gli strumenti più innovativi. Internet, libri digitali sul modello wiki e tablet. Se ne parla ancor di più in questi giorni visto che il ministro Profumo vorrebbe dotare ciascun ragazzo di un tablet e fargli buttar via i libri.

Si ripete che il gap tra quello che è il mondo digitale e la scuola è ancora molto ampio. Infatti nonostante i tanti buoni esperimenti e casi di studio che vedono protagonisti molti istituti italiani, il ruolo della scuola all’interno del cerchio delle nuove tecnologie è ancora residuale.

Uno si aspetterebbe che là dove i contesti sono più indietro, dal punto di vista socioeconomico e geografico, le periferie, il sud, le scuole a rischio, maggiore sia questo gap. E invece in alcuni casi accade il contrario. Quello che il ministro Profumo ha auspicato, l’utilizzo delle tecnologie digitali, per me è stata una necessità. Cioè il wiklibro o book digitale o come lo si voglia definire.

Premessa: il mio discorso è applicato a un segmento particolare, l’alunno delle medie. O Scuola Secondaria di Primo Grado che dir si voglia. L’anello debole del sistema d’istruzione italiano. E un motivo ci sarà..anzi, diversi.

Dato: da me i ragazzi il libro della mia disciplina non lo comprano. Insegno arte, non italiano o matematica. All’inizio me ne dannavo, poi li ho fregati. Oggi dico: potete anche non comprarlo il libro. E lo dico sorridendo.

“Il libro lo farete voi”. Ho trascorso e trascorro anni a dettare le lezioni, oppure a fargliele cercare on line, copiarle e incollarle e poi stamparle. Riscriverle coi colori diversi e in formati diversi. I miei alunni hanno trascorso anni e li trascorrono ancora a scrivere e a “illustrare” con il loro disegni, il loro libro personale. Dall’Acropoli di Atene a Modigliani. Hanno ridisegnato tutto.

Alla fine dell’anno non sono libri quelli che sfoglio, sono opere d’arte. Tutte diverse nell’aspetto e simili nei contenuti. C’è molto del wiki, del digi, del web, c’è molto di lezione e appunti inviati via mail (non è così vero che molti il pc non lo hanno…persino a Brancaccio…sottovalutate le mamme giovani: volete che non siano su facebook?) ma c’è molto delle mani del genio italiano. Inimitabile, stupefacente e miracoloso. E state sicuri che non se ne dimenticheranno mai.

Ho sempre trattato in modo “laico” le nuove tecnologie, non le magnifico più di quanto possa io farlo con il martello o lo scalpello di uno scultore. L’idea che sta alla base di un’opera , di una scultura non è merito dello scalpello; influisce, certo, come tanti altri fattori, se poi uso il trapano elettrico cambia molto, ma è la testa che fa la differenza e mi pare che si faccia un gran parlare di mezzi digitali e pochissimo del loro effetto sulle menti. Come sia cambiata la sinapsi di un nativo digitale non è dato sapere, o meglio: non interessa. Lo possiamo supporre osservandoli, i nativi digitali: intuitivi, veloci, ma disattenti, distratti e incapaci di riflessione. E allora bisogna potenziare i pregi ma obbligarci a fare una seria riflessione sugli effetti delle tecnologie digitali nelle capacità di riflessione e approfondimento. Voglio dire: che bello che bello..ma attenzione. Houston, abbiamo anche un problema.

Tutti ci lamentiamo del fatto che sono distratti e con la testa in aria. Un motivo c’è. Lo studiamo e diamo strumenti metodologici e professionali ai docenti per affrontare questi effetti? Specie per le discipline che riflessione e attenzione la esigono: italiano e matematica. Vedicaso gli ambiti in cui i nostri ragazzi hanno maggiori problemi.

Al tablet e al pc (perchè io lo faccio usare sempre ) associo sempre un normale e antico quaderno, una penna e i colori. E nel silenzio dell’anima, mentre disegnano, o studiano o riflettono i miei alunni, i vostri figli, diventano quello che sono: dei geni. Aggiungo: spesso incompresi. Dall’istituzione come anche dai genitori. Da grafie, disegni, abilità, velocità, lentezze un docente di arte capisce altro. Tutto quello che il livello delle “competenze” non misura. E cioè le potenzialità.

Lo dico senza esagerare. Proprio in quell’età – dagli 11 ai 14 anni, che poi sono “l’anello debole della scuola italiana”, le medie- in cui tutti si affannano a valutare le “competenze” e le “conoscenze indispensabili” alla vita del paese, nessuno ne valuta invece le potenzialità maggiori e peculiari per quell’età e cioè le “abilità”. Michelangelo, Leonardo, Raffaello, come anche Verdi sarebbero degli stupidi idioti con tablet (il copia e incolla è la cosa più meccanica e semplice da fare, spesso nemmeno leggono attentamente quello che incollano) e prove INVALSI. Mentre con una matita e un foglio tornano quelli che sono e siamo: dei geni italiani. Un ragazzino a 12 anni è poco di competenza e tutto di abilità. E’ ingiusto e stupido valutarne solo i difetti.

Sono proprio le “abilità”, oggi trascuratissime da ogni tipo di valutazione di sistema, che creano le identità, specialmente nelle piccole personalità di italiani. Non sono sottovalutabili le cosiddette educazioni: artistica, tecnica, musicale, sportiva determinano le inclinazioni degli individui e sono quelle che dovrebbero valutarsi in quel segmento di età.

Cosa voglio dire? Bene per il tablet, bene per buttar via molta carta inutile di libri costosi e pesanti. Ma non esauriamo l’universo infinito che sono i cervelli e le potenzialità creative migliori dei nostri ragazzi nello scalpello. La digitalizzazione va benissimo, ma non pensiamo a meccanismi automatici di miglioramento dei livelli cognitivi perché rischiamo di confondere fini e mezzi e rimanere mezzi piuttosto che divenir doppi.

Quello che si deve adeguare ai tempi sono l’approccio e il modello valutativo. Adeguare ai tempi ma anche ai contesti e alle nazioni. Molti citano la Corea del Sud come esempio di eccellenza scolastica, tra l’altro se ne cita anche l’altissima digitalizzazione. Ma, scusate , lo dico con orgoglio, volete paragonare la creatività italiana (un pensiero creativo riguarda non solo le arti ma anche la scienza, l’economia, le leggi) quando è coltivata al meglio con quella della Corea?

E dunque cosa può fare un ministro, “in parole povere, lei professoressa che consiglia?”.

Consiglio di salire un po’ più su dalle dita digitanti dei ragazzi , su sù, fino agli occhi e alla testa, e rendersi conto che il “tablet di flessibilità e apertura mentale” dovrebbe fornirlo al 90% degli adulti italiani. Prima di dare il tablet bisogna dare il “libretto delle istruzioni” a docenti e genitori, come anche ai ministeri, non sul tablet in sè, ma su come governi e guidi la conoscenza acquisita anche in modo autonomo di un ragazzino col tablet in mano. Lavorare sui meccanismi metodologici bloccati proprio dei docenti di italiano e matematica: non funzionano più con questi ragazzi. Il problema non è che il 70% delle conoscenze acquisite da un ragazzo non provenga dalla scuola, ma che le acquisisca da solo e senza guida. Senza l’analisi degli strumenti adatti a governare le informazioni. Senza cioè quello che chiamiamo “approfondimento”. Sanno molto dunque, ma sanno male e in modo superficiale. Da soli apprendono in modo bulimico ma non metabolizzano. E allora agiamo sugli strumenti e sui tempi. Torniamo a guidare il processo di apprendimento. E dunque non è tanto il tablet, cosa semplicissima da acquistare, ma il ripensamento profondo dei metodi di trasferimento e di guida dei processi di apprendimento. Molti docenti non ne hanno proprio idea: sia per resistenza personale al cambio di metodo (specialmente i docenti di lettere, competenti nella disciplina ma carenti di formazione pedadogico-didattica), sia per assenza totale di domanda in tal senso da parte delle istituzione, come anche di offerta in termini di aggiornamento.

Non basta dotare le scuole di tablet se poi “nell’ora di italiano non usiamo mai il pc”, oppure “ma se perdo tempo col pc la matematica quando gliela spiego? E le prove INVALSI come le superano?”. Non sento altro.

Sono mondi complessi. Il rischio è che col tablet in mano non si dia là alla creatività dell’intelletto ma alla trasformazione dei nostri geni in guardiani di una macchina. Come nelle più funeree previsioni di un Bacone. E qua ti voglio.

Non possono esaurirsi in queste poche righe le riflessioni collegate: dico solo, attenzione. Serve più l’uomo che individua e risolve problemi o l’uomo che guarda la macchina? Che l’accende e la spegne? I nativi digitali sono più creativi o meno creativi? Le INVALSI, cioè i test di italiano e matematica, servono a testare “le competenze necessarie per stare al mondo”?

Un genio matematico o un grande scrittore ha coltivato a 12 anni le sue “inclinazioni”, le sua “abilità”, la sua “creatività”, non soltanto le competenze. Spesso, tristemente solo. Ancora non sappiamo quali sono i “geni” che stiamo coltivando.

Non so perché ma molti dei migliori miei talenti (ma talenti veri) arrancano in italiano e matematica. Qualcuno se ne preoccupa? Io lo potenzio al massimo quel talento, ma la scuola italiana lo fa? Il suo “sei finale complessivo” rende giustizia ai piccoli Leonardo e ai Raffaello e ai Fermi che poi tengono alta la nostra bandiera nel mondo? Non quella coreana, bensì la nostra? Non so..ditemi voi. La scuola deve crescere cittadini, è vero. Deve recuperare i ritardi, è vero. Deve potenziare le eccellenze. E deve valutare tutto ciò. Sono dell’idea che il mondo digitale può essere un valido supporto solo se ci mettiamo in testa la globalità delle personalità dei ragazzi e il loro mondo emotivo. Ma a monte deve farsi una riflessione approfondita e aggiornata in ogni ambito dei doveri di cui sopra. E aggiornarla a queste nuove globalità che non sono solo “la globalizzazione” nel mondo, ma la “globalizzazione” delle menti.

da unita.it