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"Il meglio di Bocca", di Oreste Pivetta

A inseguire Berlusconi c’è sempre il rischio di rimanere indietro, ma ha ragione Giorgio Bocca quando scrive che «il Cavaliere è davvero un uomo pubblico, interamente esposto al pubblico» e che ormai «non ci sono misteri sulla sua psicologia, sui suoi punti di forza e sulle sue debolezze, e nel caso qualcuno le avesse dimenticate è pronto lui a ricordargliele…». I misteri riguardano i suoi soldi, i suoi affari, che astuzie varie, omertà, corruzioni, leggi ad personam hanno finora e forse per l’eternità coperto. Per il resto è vero: si sa tutto, ormai anche come si «stende» (cito il brillante eufemismo del parlamentare Italo Bocchino).

Bocca ci concede un altro ritratto di Berlusconi «fisicamente e mentalmente il contrario dei dittatori del secolo scorso». Continua: «Paragonarlo ai Mussolini, Hitler, Stalin non reggerebbe neppure nella bassezza dell’avanspettacolo». Per giungere a una definizione del «regime» che Berlusconi e i suoi hanno messo in piedi: «Si tratta di quella che noi chiamiamo la democrazia autoritaria: una dittatura della maggioranza o l’assolutismo elettorale per cui chi ha più voti, chi ha maggior consenso popolare può far tutto ciò che gli comoda, anche violare le leggi della Costituzione». Già vi potete immaginare Bossi che apre la bocca in nome del «popolo». Una barbarie, invece, in nome della «democrazia».

Oltretutto in una repubblica parlamentare. Ma «tra Berlusconi e la democrazia parlamentare nata dalla guerra di liberazione c’è incompatibilità di carattere». E con questo saremmo giunti alla fine del libro di Giorgio Bocca, Fratelli coltelli. 1943-2010. L’Italia che ho conosciuto , pubblicato da Feltrinelli. Chiediamo scusa, se urtati dall’attualità siamo andati all’ultimo capitolo, malgrado il senso di questo che non è un pamphlet sul berlusconismo o sulle malefatte italiane, ma è un romanzo-saggio di storia italiana, ricostruita per quasi settant’anni, dalla caduta del fascismo in avanti. Sarebbe stato meglio leggere dall’inizio, dal 24 luglio 1943, di mattina, quando Mussolini al tavolo di lavoro rilegge le relazioni che presenterà al Gran Consiglio e gli Alleati avanzano in Sicilia.

Sarebbe stato meglio per capire che cosa è accaduto in questo paese, che cosa dopo aver intrapreso e percorso la strada della democrazia lo ha riportato indietro, a riaffacciarsi là da dove, quel 24 luglio, era ripartito. Tra Palazzo Venezia e Palazzo Grazioli sono solo poche decine di metri. Quasi un cerchio. Che non si è chiuso, per fortuna, anche se il paesaggio umano non conforta, nell’era delle «escort di professione». Il libro, come sta scritto anche nel risvolto di copertina, è una antologia: raccoglie le pagine migliori di Bocca, dai giornali e dai libri precedenti, e più o meno brevi testi connettono una storia all’altra.

Mi sembra uno dei più bei libri di Bocca, in ragione un po’ della selezione, un po’ della riscoperta di alcuni articoli, magari dimenticati nel cassetto, in particolare quei reportage in cui scopre o si riscopre il cronista che consuma le suole delle scarpe, quando «il Bocca» percorreva da un capo all’altro la penisola, raccontando un mondo che stava cambiando, allora pareva in meglio. Va a Mondovì, ad esempio, che si prepara ad ospitare una puntata di Campanile Sera , in palio «un milione», quando dal teleschermo ci intrattenevano Mike Bongiorno, Renato Tagliani, Enzo Tortora e nelle piazze dei «campanili» in gara si raccoglievano pubblico e comparse ammaestrate che applaudivano o tacevano a comando e sul palcoscenico si adunavano, vigilati dal sindaco, i «cervelloni», maestri, notai, farmacisti, solidali in nome delle comune fortune di fronte al quiz. Il quadro è esilarante: «Per carità – si ritrae il sindaco – ora non posso. Lei mi capisce ho una riunione plenaria degli esperti»; «Vede – ammonisce il segretario comunale accompagnando il cronista alle scale – cadere è una questione di un attimo, di un istante. Per esempio, come si chiama la famosa poesia di Leopardi? Silvia o A Silvia …».

Conclusione, il giorno dopo, vinto il milione del premio: «Ieri la nostra città è andata immensamente lontano,su tutti i video d’Italia». Si domanda Bocca: ma prender la televisione tanto sul serio non vi sembra esagerato? Siamo nel 1959 (l’articolo apparve sull’«Europeo») nel paese che s’è lasciato alle spalle le macerie della guerra e sta costruendo il nuovo benessere, nella stagione del «miracolo all’italiana», quando conquistano la scena vecchi e nuovi padroni. A Carpi il giornalista incontra i magliai e le loro aziendine che si chiamano Clorinda, Lucy, Giba, Noemi, Effegi, Globus, Marilin, Magic e che sono nate e magari sono rimaste un telaio nella stalla o in cantina.

La spiegazione è lasciata al magliaio Ovidio Gualdi: «Qui l’è un vulcano che esplode, cinquanta campionari nuovi ogni tre mesi e gli stranieri il nostro gusto non ce l’avranno mai, l’è propri acsè, perché o la va o la spacca, capita la prassi?». Bocca intuisce il problema per il futuro: i più intelligenti tra i produttori hanno capito che il passaggio alla fase industriale vera e propria è inevitabile. Con le parole d’oggi, si direbbe che siamo già di fronte a un’urgenza di innovazione, quella che lascia a terra i più deboli. Bocca, che viene da Cuneo, conosce il mondo contadino e a quel mondo ama tornare. Anche in questo caso, tra stalle e cantine, è un andirivieni tra passato e presente arretratezze, resistenze e cambiamenti, che possono diventare tradimenti, quando si gonfiano mucche e maiali perché diano più latte e più carne, pazienza se il latte e la carne siano di mediocre qualità, e il grana non sia più quello di una volta e il carissimo culatello sia scadente e i salami invecchino dentro forni, che sembrano uguali a quelli nei quali si cuociono le carrozzerie delle automobili a Mirafiori.

Molti altri sono i momenti salienti della narrazione: la caduta del fascismo, la Resistenza (con testimonianze memorabili di chi, come l’alpino Bocca, la Resistenza l’ha combattuta davvero), la ricostruzione e poi il boom (vedi lo sferzante ritratto di Carlo Pesenti, il bergamasco re del cemento, in piena speculazione edilizia, o l’acuta rappresentazione del neo-italiano medio, che nasce e ha subito negli occhi il paesaggio industriale, ama i cattivi odori e la cattiva cucina, in un luogo come Milano dove si consumano le memorie, scompaiono gli idiomi, «anche le cose poetiche dell’Italia povera contadina», come avrebbe scrupolosamente annotato Pasolini), poi Sessantotto, il terrorismo, la mafia, il tracollo dei partiti e della politica, il leghismo (al quale toccò l’attenzione e pure un voto di Bocca), infine il Sultano cioè il Cavaliere, in una storia che ripropone individualismi, egoismi, rivalità, per un interesse particolare (cioè familiare, di clan, di mafie), che prevale dopo due «unità nazionali» raggiunte, la prima 150 anni fa, la seconda nella lotta partigiana, lotta di liberazione.

A proposito del mestiere di giornalista, pensando magari a chi vuole imparare, vorrei segnalare il reportage che va sotto un titolo duro, «Il linciaggio», che apparve sull’«Europeo» nel marzo del 1960, dove si racconta di un povero vagabondo, definito «mezzo scemo», ubriaco tra un’osteria e l’altra in un paese della Bassa mantovana, massacrato di botte, colpevole di un complimento a una ragazza. Muore il vagabondo e Bocca ne ricostruisce le ultime ore, attraverso le reticenze dei compaesani, tutti colpevoli di violenza o di indifferenza, e le informazioni dei parroci, componendo davanti ai nostri occhi quell’ambiente rurale di fatiche, stalle, ignoranza, vino e crudeltà, con l’amarezza di chi ha combattuto per un altro mondo, anche per quella gente, e la pietà che dovrebbe appartenere ad ogni essere umano, giornalista sì, ma vicino al povero Renzo, così si chiamava il vagabondo, che prima dell’ultimo pugno ha la forza di gridare: «Non vedete che mi uccidete?».

L’Unità 25.12.11

Addio a Giorgio Bocca Napolitano: "Sempre coerente con la scelta per la libertà e la democrazia", da lastampa.it

La Giangiacomo Feltrinelli Editore ha diffuso la notizia nel pomeriggio: «Domenica 25 dicembre è morto Giorgio Bocca, grande giornalista, grande combattente, grande amico. Dalla guerra partigiana fino a questi ultimi giorni della crisi italiana e mondiale, ha vissuto, osservato e raccontato sette decenni di storia del nostro Paese. Le inchieste, i corsivi, i libri di Giorgio Bocca hanno accompagnato e nutrito la formazione civile di molte generazioni di italiani».

Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, «appresa con commozione la triste notizia», ha inviato un messaggio alla famiglia nel quale ricorda la «figura di spicco del movimento partigiano rimasto sempre coerente con quella sua fondamentale scelta di campo per la libertà e la democrazia». «Dedicatosi subito al giornalismo di inchiesta e di battaglia civile – prosegue Napolitano – Giorgio Bocca ha scandagliato nel tempo la realtà del nostro Paese e le sue trasformazioni sociali con straordinaria intransigenza e combattività». «Con sentimenti di riconoscenza per il suo vigoroso impegno – conclude – partecipo al cordoglio della famiglia e del mondo dell’informazione».

Ezio Mauro: «Giorgio Bocca era un grande amico, un uomo di Repubblica ma anche un personaggio appassionato della storia repubblicana incompiuta del nostro Paese. E proprio le vicende di questi giorni ci fanno dire quanto ancora ce ne sarebbe bisogno. La telefonata di Silvia, la moglie, per una delle circostanze straordinarie della vita, mi ha raggiunto a Dronero, nel suo posto da partigiano, con tutte le montagne attorno, in una giornata di freddo e di sole. Pensavo a lui quando sono arrivato, sapevo che non riusciva a difendersi dal male e voleva interrompere questa lunga sofferenza. E in questi giorni a Repubblica abbiamo ricapitolato il significato del suo lavoro nella storia del giornalismo e dell’impegno civile del nostro Paese».

Carlo De Benedetti (editore di Repubblica e de L’Espresso): «Giorgio, oltre ad essere da più di trent’anni un caro amico, è una persona che ho molto ammirato, soprattutto per la sua coerenza e per la cocciutaggine piemontese con cui da grande giornalista è sempre stato dalla parte di chi, per una ragione o per l’altra, godeva di meno privilegi e soprattutto di meno libertà. Penso che i lettori ne sentiranno la mancanza; l’impegno civile che lui ci ha insegnato rimarrà una delle più profonde caratteristiche dei nostri giornali».

Roberto Saviano: « Da lui ho capito che non bisognava mai lasciarsi ferire, né abbassare gli occhi: gli insulti sono spinte ad andare oltre, a entrare più in profondità nei problemi. La mia strada per l’inferno l’ha indicata lui, “Gomorra” si è nutrito della sua lezione: guardare le cose in faccia, respirarle, sbatterci contro fino a farsele entrare dentro e poi scrivere senza reticenze, smussature, compiacenze».

Franco Siddi (segretario della Fnsi): «Con Giorgio Bocca scompare uno degli ultimi grandi protagonisti del giornalismo dell’epoca repubblicana del nostro paese. Un giornalista e un cittadino libero, coerente sino in fondo, che per denunciare le storture e le deviazioni e il decadimento della democrazia italiana non ha mai avuto bisogno di rinnegare la Resistenza e quanto essa ha costituito per la rinascita del paese liberandolo dal fascismo».

Giuseppe Giulietti (Articolo 21 ): «Giorgio Bocca è stato un grande giornalista, un uomo libero, uno che non si è mai piegato alle mode del momento nè ai facili revisionismi. Di lui avremo ancora modo di parlare, ma ora vogliamo ricordare anche e soprattutto il partigiano che non si è mai pentito e che, per tutta la vita, ha contrastato le dittature, le censure, i bavagli di ogni colore e di ogni natura. Lo accusavano di essere troppo aspro e ruvido, in realtà lo era solo con gli opportunisti, con i voltagabbana, con quelli che erano pronti a tutto pur di conquistare un posto al sole, o meglio uno spazio in video. A differenza di altri Bocca non ha mai smesso di amare la Costituzione repubblicana, di difenderla da ogni oltraggio, di contrastare i facili revisionismi di chi avrebbe voluto cancellare la memoria del passato per meglio dominare il presente».

Paolo Garimberti (presidente della Rai): «Giorgio Bocca è stato un interprete magistrale del mestiere di cronista. Dalle cronache dalla provincia italiana agli esordi, alle grandi inchieste sulla società negli anni del boom, dalle cronache dal Vietnam alle vicende del terrorismo fino ai libri di storia e di denuncia, passando attraverso due grandi laboratori del giornalismo come Il Giorno di Pietra e La Repubblica di Scalfari, Bocca è sempre stato fedele a se stesso: a un rigoroso, a volte ostinato spirito di cronista. Tanti suoi “lead” resteranno impareggiabili, e andranno consegnati alle scuole di giornalismo. Così come impareggiabili resteranno le convinzioni alle quali si sono sempre ispirate le sue rubriche, i suoi commenti: l’antifascismo e il rispetto della costituzione».

Gianni Riotta: «Leggete la cronaca di Giorgio Bocca su Vigevano Fare soldi x fare soldi x fare soldi. Scompare oggi un grande reporter»

Emilio Fede: «Ci ha lasciato un grande giornalista, un grande scrittore. Un grande amico, con il quale ho vissuto l’inizio della mia avventura giornalistica alla Gazzetta del Popolo di Torino. Ci facevamo compagnia, la notte, dopo la chiusura del giornale. Con Ugo Ronfani, Adalberto Minucci, Diego e Pierino Novelli, andavamo alla stazione di Porta Nuova, a Torino, per mangiare pane e mortadella alle bancarelle dove approdavano i nottambuli. Poi, insieme al mio inizio con le reti Mediaset. Insieme quella notte della Guerra del golfo. Lo leggevo nei suoi editoriali su L’Espresso. Non importa quello che era da condividere e quello no. Ciao Giorgio. Molti ti ricordano e ti ricorderanno. Anche Berlusconi – ne sono certo – che qui ti aveva chiamato come voce libera».

Gianfranco Fini: «La scomparsa di Giorgio Bocca è una grande perdita per il giornalismo e per la cultura nazionale. Le sue posizioni e le sue idee, espresse con passione e intelligenza, sono state lo specchio più evidente di una consapevolezza civile intensa, partecipata ed autorevole.Fiero della sua storia partigiana e profondamente ispirato al valore dell’etica pubblica, Bocca si è confermato un analista brillante delle vicende politiche italiane rappresentando sempre una significativa indipendenza di giudizio. Il suo insegnamento rimarrà nel mondo del giornalismo e della cultura dell’Italia come grande fonte di ispirazione di valori civili».

Walter Veltroni: «Giorgio Bocca ha fatto la Resistenza. Sempre».

Massimo D’Alema: «Con Giorgio Bocca scompare un grande protagonista della nostra vita civile, un uomo che ha fatto la storia del giornalismo italiano. Di lui ho sempre ammirato non solo la qualità professionale, ma anche la coerenza e la forza con cui ha difeso i valori fondamentali a cui ha legato la sua esistenza, a partire dall’antifascismo».

Piero Fassino: «Un uomo che ha creduto profondamente nei valori di libertà, democrazia, giustizia legalità e ha speso le migliori energie della sua lunga esistenza per affermarli, ispirando ogni giorno la sua straordinaria passione di giornalista e di scrittore a rigore etico, senso dello Stato, spirito repubblicano».

Renata Polverini: «La morte di Giorgio Bocca lascia un grande vuoto nell’informazione e nella cultura italiana. Un giornalista e scrittore che ha raccontato la storia del nostro Paese, analizzando e approfondendo il contesto sociale e politico nelle sue complesse sfaccettature. Alla sua famiglia rivolgo le più sentite condoglianze, mie personali e dell’amministrazione regionale del Lazio».

Giuliano Pisapia: «Giorgio Bocca è stato un testimone attento e appassionato di tutta la storia repubblicana, dalla Resistenza, a cui partecipò aderendo a Giustizia e Libertà, fino ai nostri giorni. Ha raccontato la politica, la cronaca, i vizi e le virtù degli italiani, ha raccontato l’Italia. I suoi libri e i suoi articoli, anche recenti, sono la dimostrazione di un impegno civile che non è mai venuto meno e che ci mancherà. Giorgio Bocca aveva scelto Milano per vivere e lavorare e Milano saprà onorare la sua memoria».

Oliviero Diliberto: «Giorgio Bocca è stato un giornalista acuto, prezioso studioso ed un combattente antifascista per tutta la sua vita. Spietato commentatore della nostra Italia, coerente fino all’ostinazione è stato un autentico e rigoroso interprete dei valori costituzionali. Negli ultimi 20 anni è stato uno dei protagonisti delle battaglie contro il degrado culturale nel quale il nostro Paese è sprofondato».

Vannino Chiti (vice presidente del Senato e parlamentare del Pd): «Perdiamo una parte della nostra storia. Una lunga carriera la sua al servizio della verità. Resterà un punto di riferimento per le giovani generazioni».

Enzo Carra(Udc): «Scompare il miglior cronista italiano dei nostri anni. Fu sempre di parte senza mancare di obiettività».

Fabio Volo: «Un abbraccio affettuoso alla famiglia e a i cari di Giorgio bocca. Sei stato un grande Giorgio».

Daniele Silvestri: «”Sono certo che morirò avendo fallito il mio programma di vita: non vedrò l’emancipazione civile dell’Italia… ” Giorgio Bocca».

www.lastampa.it

"1100 morti sul lavoro nel 2011" di Marco Bazzoni

Oltre 1100 morti su lavoro nel 2011, il 15% di questi lavoratori erano “in nero” o già in pensione, questi sono i dati che ci fornisce Osservatorio Indipendente di Bologna: http://cadutisullavoro.blogspot.com/ diretto da Carlo Soricelli, un operaio in pensione, che fa un lavoro enorme con il suo blog, aggiornando ogni giorno, le morti sul lavoro che ci sono in ogni parte d’Italia. Voglio ricordarVi quello che ci aveva detto l’Inail, cioè, che per l’anno 2010, le morti sul lavoro erano scese per la prima volta dal dopoguerra, sotto quota 1000, per l’esattezza 980. Evidentemente c’è qualcosa che non va nei dati Inail, e viene da se, che sono dati fortemente sottostimati, perché non tengono conto di tutti i lavoratori che muoiono “in nero”. Però sono ancora in tanti, troppi (politici, giornalisti, sindacati, Istituzioni), che prendono questi dati come “oro colato”. Ma i dati dell”Osservatorio ci dimostrano, che ancora tanto resta da fare sul tema della sicurezza sul lavoro. Siamo di fronte ad una vera e propria ecatombe dei morti sul lavoro.

E badate bene, 1100 morti sul lavoro, come ci dice l’Osservatorio Indipendente di Bologna, è la stima minima: sono molti di più!!! Come si può definire civile un paese che ancora ha tutti questi morti sul lavoro, ancora non riesco a spiegarmelo, quando l’art 1 della Costituzione dice che “l’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro” e non sulle morti sul lavoro!!! Nel 1994, a 20 anni, mi sono diplomato in tecnico elettronico, e dato che non riuscivo a trovare il lavoro per cui avevo studiato, mi sono adattato e sono andato a lavorare in fabbrica a fare l’operaio metalmeccanico. Il lavoro che sto facendo da quasi 18 anni.

Adesso grazie al Governo Monti e alla riforma della pensioni del Ministro del Lavoro Fornero, non andro più in pensione a 60anni con 40 anni di contributi, ma a 65 anni, con 45 anni di contributi. Il ministro del Lavoro Fornero ha definito la riforma delle pensioni, equa, anche se mi deve spiegare cosa c’è di equità a fare lavorare un operaio in fabbrica 5 anni in più. Sono partito da questo esempio, per dirVi, che lo Stato oltre a chiederci di lavorare così tanto tempo, ci dovrebbe anche garantire di tornare a casa vivi la sera, dopo una dura giornata di lavoro. Mi rivolgo al Ministro dell’Istruzione Profumo: faccia un decreto, perché la sicurezza sul lavoro, sia inserita come materia di insegnamento fin dal prossimo anno scolastico, a partire dalle scuole elementari come si fa in Francia, perché qui si parla tanto di mancanza di cultura della sicurezza sul lavoro, ma se non viene insegnata fin da piccoli, come pensiamo possa essere trasmessa da grandi. Inoltre, non dimentichiamocelo mai, gli studenti di oggi, saranno i lavoratori e gli imprenditori di domani.

Mi rivolgo al Ministro del Lavoro Fornero, ripristini le norme per la sicurezza sul lavoro, volute dall’allora Governo Prodi con il testo unico per la sicurezza sul lavoro (Dlgs 81/08) e stravolte dall’ex Ministro del Lavoro Sacconi, con il Dlgs 106/09 (decreto correttivo), che tra le tante cose negative ha dimezzato le sanzioni ai datori di lavoro, ai dirigenti, ai preposti, in alcuni casi ha sostituito l’arresto con l’ammenda, ha introdotto la “salva-manager”.

Mi rivolgo al Ministro dell’Interno Cancellieri, per cortesia, aumenti le pene per i responsabili delle morti sul lavoro. Se non sbaglio, per il reato di omicidio colposo, la pena varia da 2 a 7 anni, ma molto spesso i datori di lavoro se la cavano con pene molto più basse o peggio con la prescrizione. Quando ciò accade, per i familiari è come se il loro caro fosse morto una seconda volta.

Inoltre non dimentichiamoci anche di tutti i lavoratori che muoiono ogni anno per malattie professionali e di tutti i lavoratori che rimangano invalidi, senza un braccio, senza una mano, senza una gamba, senza un piede o paralizzati. Ed infine, un invito voglio rivolgerlo alle associazioni, ai sindacati, ai partiti politici, alle Istituzioni e ai mezzi d’informazione: la si smetta di chiamare queste morti, con il termine “morti bianche” e “tragiche fatalità” Queste morti non hanno nulla di bianco, e non sono mai delle tragiche fatalità, ma sono dovute al non rispetto delle minime norme di sicurezza sul lavoro

da art.21.org

"Che forza la lobby dei cocchieri", di Michele Serra

Anche i conduttori di carrozzelle a cavallo hanno messo Monti spalle al muro: tariffa protetta a cento euro a corsa. I farmacisti rilanciano: «Vogliamo l’esclusiva della vendita di mele cotte». Durissimi i taxisti: «No a nuove licenze, tanto er traffico è sempre bloccato». Davvero il governo Monti dovrà arrendersi, come tutti i governi precedenti, alle lobby professionali contrarie alle liberalizzazioni? Davvero in Italia il dinamismo sociale è impedito dalle resistenze corporative?

Farmacisti Indossando il caratteristico costume trecentesco della gilda dei farmacisti, e impugnando il pestello d’oro che è simbolo del loro ordine professionale, il portavoce dei farmacisti italiani ha spiegato ai giornalisti che le accuse di corporativismo sono destituite di ogni fondamento. Al termine della conferenza stampa ha consegnato il pestello d’oro a suo figlio, nominandolo Gran Maestro Galenico e suo successore alla carica di portavoce. Tra le richieste presentate al governo Monti dai farmacisti italiani, l’inserimento delle mele cotte tra i prodotti da vendere solo in farmacia. “Un dosaggio eccessivo di mele cotte”, spiega un comunicato dell’Ordine, “può provocare una spiacevole dissenteria. Solo la professionalità di un farmacista può indicare la corretta somministrazione di mele cotte e prodotti apparentati, come le prugne secche”.

Tassisti I tassisti romani, riuniti nel sindacato autonomo Occupy Muro Torto, sostengono che la concessione di nuove licenze sarebbe del tutto inutile. “I 5 mila taxi circolanti a Roma”, spiega uno studio del sindacato, “sono del tutto sufficienti a trasportare i 5 mila tassisti”. Vengono giudicate strumentali anche le polemiche sul parco macchine, costituito in larga parte da vecchie Fiat degli anni Ottanta, alcune con sole tre ruote a causa dell’usura. “Vanno ancora benissimo”, dice il leader storico dei tassinari, Ercole Scartaroli, “e cambiarle, specie in tempi di crisi, sarebbe uno spreco assurdo: il traffico è sempre bloccato, anche se ci hai la macchina nuova di pacca, ma ‘ndo vai?”. I tassinari romani possono comunque contare sull’appoggio del loro sostenitore di sempre, il sindaco Gianni Alemanno, che anche sabato scorso li ha accompagnati in un corteo di protesta, tenuto per le orecchie fuori dal finestrino del taxi che apriva il carosello.

Carrozzelle Anche le popolari carrozzelle a cavalli, che fanno la gioia dei turisti a Roma, sono contrarie alla liberalizzazione del settore, che ancora oggi è governato da una concessione papale del 1634. L’ordine dei Cocchieri, dei Fiaccherai e dei Palafrenieri, che in Parlamento è in grado di condizionare una ventina di deputati di tutti i partiti, chiede di togliere dalla manovra del governo l’imposizione di un tassametro da applicare al cavallo. La tariffa fissa di 100 euro per ogni minuto di corsa verrà mantenuta. In cambio, i cocchieri romani si sono impegnati a lasciare liberi i turisti di decidere se salire o no sulla carrozzella, rinunciando al tradizionale rapimento forzato del turista, con pasto obbligatorio nella trattoria del cognato per ottenere il rilascio.

Professori universitari Il settore è in una fase molto delicata. Con l’apertura, quasi in ogni quartiere italiano, di università cinesi che a tariffe molto modeste rilasciano la laurea in un paio di mesi, per giunta con messa in piega in omaggio, l’università italiana si trova costretta a ripensare se stessa. Attualmente, si diventa docente attraverso un concorso pubblico aperto a tutti i figli dei docenti già in carica. Il governo chiede di allargare l’ammissione ai concorsi universitari almeno fino ai parenti di secondo grado, in direzione di un nepotismo più democratico e dinamico. Da riformare, secondo il governo, anche il sistema delle pubblicazioni: molti docenti in carica, per rafforzare il loro curriculum, confezionano un book fotografico molto imponente, al cui interno i due brevi articoli pubblicati su riviste accademiche figurano come un modesto dettaglio. Il ministero, intenzionato a fare la voce grossa, chiede che almeno uno dei due articoli sia autentico, e possibilmente riguardi la materia insegnata dal docente.

da repubblica.it

Natale: una questione di giustizia per popoli e individui. Due storie.

Fare un articolo natalizio non è mai facile. Si deve ricercare l’originalità, l’aspetto più profondo, la notizia meno gettonata. Eppure, alla fine, la questione è sempre la medesima, quella che riguarda la giustizia. Da un lato essa richiama scenari globali, coinvolgendo interi popoli e regioni, e si concretizza nello stridente contrasto tra la povertà e il consumo che, a livello globale, è fonte e conseguenza di gran parte degli squilibri economici, politici e sociali del pianeta. Il significato dirompente del Natale, che travalica qualsiasi confine confessionale e religioso, sta tutto in un nuovo modo di cogliere la realtà: la povertà, l’insignificanza e la debolezza possono essere rovesciate in un modello di vita capace di cambiare il mondo. Non si tratta di una esaltazione della miseria, paravento utile per il capitalismo “compassionevole” e sfruttatore, ma di una sete di giustizia che obbliga lo sguardo ad immergersi nelle situazioni più tragiche e degradate sapendo che là si può celare la scintilla del riscatto. Da un altro lato l’immagine delle ingiustizie si può trovare in vicende individuali in cui si ritrovano condensati i drammi che affliggono l’umanità: l’intolleranza, la mancanza di libertà, l’odio nei confronti del diverso, l’incapacità di pensare a un futuro migliore. Centinaia di migliaia sono i detenuti “politici” nelle prigioni dei vari regimi autoritari del mondo, centinaia di migliaia sono però le persone condannate all’indigenza da un sistema economico che chiama in causa la responsabilità del nostro Occidente ricco. Ecco allora due storie, una di popolo, l’altra di una donna qualunque. Natale ci potrebbe portare in moltissime zone del mondo dove imperversano carestia, violenza, miseria. Il Sudan è una di queste mete della sofferenza. La Campagna italiana per il Sudan riporta che: “Le agenzie internazionali lanciano nuovamente l’allarme sulla drammatica situazione umanitaria delle popolazioni in fuga dagli stati del Nilo Azzurro e del Sud Kordofan dove da mesi sono in corso violenti scontri tra l’esercito sudanese, il SAF, e le forze del SPLM-N”. Dall’UNHCR arrivano conferme allarmanti: “Il continuo blocco degli aiuti umanitari peggiora le condizioni alimentari delle persone costrette alla fuga e aumenta la generale situazione di insicurezza…” ha dichiarato, il 6 dicembre scorso, Valerie Amos, sotto segretaria generale per gli affari umanitari e coordinatrice dei programmi di emergenza delle Nazioni Unite. Mireille Girard, rappresentante dell’Agenzia per i rifugiati in Sud Sudan parla di 50 mila persone fuggite dalle zone del conflitto e rifugiatesi in territorio sudsudanese dallo scorso luglio. Nel campo profughi Yida, nello stato sudsudanese di Unity a ridosso del confine con il Sudan, l’UNCHR registra 60-100 nuovi arrivi al giorno ma le condizioni di insicurezza del campo, già preso di mira dal SAF, hanno spinto parte dei profughi a rifugiarsi in zone più sicure. Nello stato dell’Upper Nile, nelle ultime due settimane si contavano fino a 650 nuovi arrivi al giorno. “Non ci sono segnali della fine dei conflitti in corso nel breve periodo, ha aggiunto la Amos, e questo significa che avremmo bisogno di maggiori risorse per far fronte ai bisogni della popolazione vittima degli scontri”. Ancora il sito italiano dell’UNHCR riporta in data 20 dicembre la notizia dell’inizio di un grande ponte aereo per il soccorso dei profughi sudanesi: “Il primo dei 18 voli dell’Hercules C-130 è partito questa mattina da Nairobi con a bordo 12 tonnellate di aiuti, tra cui teli di plastica, materassi, coperte, zanzariere, secchi, taniche per l’acqua e kit di utensili per cucinare. Il velivolo è atterrato intorno alle 11 ora locale all’aeroporto di Malakal, in Sud Sudan, un’importante pista d’atterraggio vicino alle località dove sono insediati i rifugiati. Sui successivi 17 voli viaggeranno altre 272 tonnellate di aiuti prelevati dai depositi dell’UNHCR a Nairobi. Una volta a Malakal, la merce sarà trasportata via terra nella contea di Maban – nello stato di Upper Nile – circa 300 km a nord-est. Oppure a ovest, nello stato di Unity. Il costo dei 18 voli è stimato in 1,5 milioni di dollari, mentre il valore degli aiuti è di 2,5 milioni di dollari”. Secondo l’OCHA (l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento delle questioni umanitarie) “più di quattro milioni di persone avranno bisogno di aiuto dato che il conflitto e lo spostamento dei profughi continueranno nel 2012”. Così viene descritta la situazione: “Nuovi conflitti in sud Kordofan e nello Stato del Nilo Azzurro hanno determinato un alto livello di insicurezza alimentare e significative preoccupazioni per la salute, anche a causa di un’acuta malnutrizione nei bambini. Circa 300 mila persone in sud Kordofan e 66 mila nello Stato del Nilo Azzurro sono fuggite o colpite gravemente dai combattimenti”. L’ONU ha adottato un Piano di lavoro per il Sudan (un approfondito e ponderoso documento si può trovare in inglese in versione .pdf), mentre molte associazioni, tra cui Mani Tese, hanno da tempo lanciato progetti di cooperazione proprio nel campo alimentare. Ci spostiamo in Pakistan. Asia News riporta i riflettori su una storia che non vogliamo dimenticare. “Sarà un altro Natale in carcere, lontana dagli affetti più cari, quello che si appresta a vivere la cristiana Asia Bibi, madre di cinque figli, rinchiusa nella sezione femminile del carcere di Sheikpura (nel Punjab), condannata a morte in base alla “legge nera” e in attesa di appello, tuttora pendente presso l’Alta corte di Lahore”. Vari siti informativi riportano le ultime notizie sul caso. Una delegazione della Masihi Foundation, l’associazione per i diritti umani che si occupa più da vicino del caso, è andata in carcere, il 19 dicembre scorso, a visitare la donna. “A causa del suo confino solitario, Asia Bibi, 46 anni”, afferma un comunicato della Fondazione, “appare notevolmente invecchiata, ha un colorito pallido, sembra molto fragile, perfino incapace di stare da sola”. Asia era scortata da due donne del personale di guardia. “Al momento dell’incontro, il suo sguardo vagava nel vuoto, non riusciva a capire cosa stesse accadendo, era completamente confusa e stupita. Per tutto il tempo della conversazione – oltre 2 ore e 20 minuti – i suoi pensieri erano alla deriva” nota con preoccupazione la Masihi Foundation. “Ha reagito agli stimoli con emozioni contrastanti, ridendo, piangendo e restando in silenzio per lunghi periodi di tempo”. “Per i primi 10 minuti – prosegue il comunicato – Asia non è stata in grado di reagire e non riusciva a capire se eravamo amici o nemici. Ha detto che nessuno si stava seriamente occupando di lei, aveva paura e sembrava molto fredda e nervosa. Non riusciva a tenere gli occhi fissi in un punto o verso un interlocutore. Le abbiamo offerto acqua e sembrava perfino spaventata dall’acqua”. Asia, con tono di voce basso e dimesso, ha ripetuto ai membri dell’organizzazione che “desidera solo tornare dalla sua famiglia” e che continua a pregare e digiunare. La donna chiede ai cristiani nel mondo “di continuare a pregare per lei”. Alla domanda su come passa il tempo, Asia ha risposto: “Ho perso il senso del tempo. Non ho l’idea di un’ora, un mese, una stagione. L’unico giorno che ricordo è il 9 giugno, il giorno più buio della mia vita, quando sono stata arrestata”.

da unimondo.org

"Piccoli, grandi valori in una manciata di noci", di Roberto Napoletano

Non so se siano state la letterina a Gesù Bambino di Ermanno Olmi o i buoni propositi di Francesco Cataluccio, storie di un gesto che smuove la zolla, e di alberi di oggi adulti, in certi casi decrepiti. Potrebbe essere stato anche Vincenzo Cerami con il suo Natale «profumo misto di abete e agrumi».

Forse, è solo il senso pieno delle inquietudini di questa stagione e la consapevolezza che siamo al giro di boa di un anno (davvero) difficile. Non so se sia colpa della mia testa, che da un po’ di tempo in qua gira all’indietro, e scava nei ricordi.

Certo è che mi viene prepotentemente in mente, in questi giorni, una storia di uomini e donne che si lanciano secchi e muovono le mani con gesti rituali e veloci tra un solco e l’altro pieno di noci e nocciole. Ad ‘abbacchiare’ le noci o a raccogliere le nocciole, le mani si spellano, si macchiano, diventano di una certa maniera. Un uomo sui cinquant’anni segue il gruppo con una specie di scopa in mano. Ammassa le foglie che gli altri lasciano indietro.

C’è chi rimuove i sacchi, si solleva una nuvola, poi scompare, poi ritorna, poi scompare. Un altro ancora, il più abile, sale su un albero, di ramo in ramo arriva in cima. Ha ben stretto nelle mani un bastone, batte le noci, cadono a pioggia e tutti guardano. A questa scena ho assistito da ragazzo, di prima mattina, dal terrazzo di casa mia, a Nola, in un settembre nuvoloso. Per terra era ancora bagnato, l’aria era nitida, io mi sentivo un intruso, cercavo di evitare gli sguardi di chi stava lavorando per non dare la sensazione di stare lì a osservare spinto da malsana curiosità.

A un certo punto, succede l’imprevisto: la più anziana del gruppo, una donna solida e determinata, raccoglie una manciata di noci, le pulisce dalla scorza verde, drizza la schiena e fa un balzo sulla strada asfaltata. Alza lo sguardo e dirige gli occhi dalla mia parte, dice che mi vuole fare un regalo e, incurante delle mie resistenze, lancia sul terrazzo un pugno di noci. Si spargono tutte tra una sedia e l’altra.

Le raccolgo e mi volto, vorrei ringraziare. Non c’è già più: è di nuovo in mezzo alla polvere, insieme agli altri, nei solchi. Non vuole essere ringraziata e il suo atteggiamento indica in modo inequivoco che non ce n’è bisogno. La mia ‘favola di Natale’ è questa piccola storia vera, di un settembre di tanti anni fa, che ci parla, attraverso le noci che stanno oggi sulle nostre tavole, di dignità del lavoro, della gioia del dono e di quella autenticità che sanno esprimere le persone e i gesti più semplici. Piccoli, grandi valori di cui abbiamo terribilmente bisogno.

da Domenica del Sole24Ore del 24.12.2011

"Letterina a Gesù Bambino", di Ermanno Olmi

Buon Natale, tanti auguri, felice anno nuovo! Cos’altro scrivere? In questa vigilia di Natale c’è in giro una gran brutta aria che neanche i cartoncini decorati degli auguri riescono a scongiurare. Nessuno può aiutarci a venirne fuori se non da noi stessi, tutti insieme, con le nostre forze. Ma anche confidando nell’aiuto dei sogni e delle belle favole. Come quella di Gesù Bambino a cui da piccolo anch’io scrivevo la mia letterina per confidargli i miei desideri.
Sono passati più di settantacinque anni. Una vita. E adesso che sono vecchio e le energie affievoliscono, ecco che torno ad aver ancora bisogno di sogni e belle favole. E allora, sommessamente, ma con un nuovo slancio, voglio scrivere a Gesù Bambino che non l’ho dimenticato. Certo: un po’ trascurato, questo sì.

Tuttavia Lui sa bene come vanno queste cose. Si comincia che quasi non ce ne si accorge e poi ci facciamo prendere dentro dai cambiamenti del mondo e un po’ alla volta si finisce col cambiare anche noi. E così è stato. Appena siamo diventati ricchi abbiamo cominciato a praticare i modi e le mode dell’agiatezza che sono cose, queste, che s’imparano subito e senza bisogno che qualcuno ci spieghi che coi soldi è comunque un gran bel vivere.

E tu invece, caro Gesù Bambino, che sei venuto al mondo in una stalla come l’ultimo dei poverelli, francamente non eri intonato a comparire in mezzo a quel lusso sfavillante delle nostre vetrine sempre traboccanti d’ogni bendidio.

Molto meglio Babbo Natale, ben più rappresentativo del nostro improvviso benessere con quel suo sgargiante costume rosso cocacola, che dispensa doni favolosi come mai s’erano visti prima. Anche questo è stato un sogno. E noi dentro quel sogno.

Ma oggi, una nuova realtà ci sorprende. Dopo tanti anni di spensieratezza, quasi da un giorno all’altro, ci dicono che non siamo più ricchi e che in realtà non lo siamo mai stati per davvero. O se anche lo siamo stati per un po’, non poteva durare per sempre.

A ripensarci, adesso sembra quasi che sia stata tutta una messinscena e anche Babbo Natale è ormai un attore secondario e s’è ridotto ad arrampicarsi lungo le facciate delle case, tanto da somigliare più a un ladro che a un fantoccione che porta regali…

Triste Natale del 2011. Natale di sacrifici. Ma non bisogna perdersi d’animo.
Intanto con mia moglie Loredana ci prepariamo ad accogliere i nostri tre figli che sono oramai degli adulti e vivono la loro vita altrove. Ma tornano sempre per il giorno di Natale. Non hanno mai mancato.
E come sempre ci ritroviamo tutti insieme intorno alla tavola imbandita, ciascuno al proprio posto, lo stesso che hanno sempre occupato fin da quand’erano piccoli. E così, anche solo per un giorno torniamo a essere la ‘nostra famiglia’ e ogni anno che passa, questo sentimento, per me e Loredana, ci diventa sempre più caro.
E credo anche per loro.

Loredana ha cominciato per tempo a ornare la casa di luminarie, a incartare e infiocchettare i regali e a preparare il patè di fegatini che piace tanto ai bambini. Bambini? Per noi, nel giorno di Natale, sono sempre «i nostri bambini». E se anche la vedo un po’ affaticata, so che è felice. E anch’io lo sono. Eppure non dovrei, a causa di questi nostri giorni così carichi di incertezze per tutti, con tanta sofferenza nel mondo e disperazione, conflitti, odio e morte.

Caro Gesù Bambino, è forse per questo che dopo tanti anni ho sentito ancora il bisogno di scriverti questa mia letterina. Quante cose vorrei chiederti in regalo! Di quanto aiuto sentiamo ancora il bisogno di ricevere da te. E che tu solo puoi regalarci. Lo so bene che ascolti più volentieri i bambini perché hanno il cuore puro degli innocenti.

Ma se vorrai ascoltare anche noi che da troppo tempo abbiamo lasciato che il nostro cuore si chiudesse all’amore degli altri, lasciaci almeno la speranza di poterci mettere alla prova per diventare uomini di buona volontà e di pace.

Per questo ho deciso che da quest’anno riprenderò a fare il presepe ogni Natale. Loredana tirerà fuori dal ripostiglio lo scatolone con le statuine che tanto tempo fa avevamo modellato nella creta insieme ai bambini e quest’anno, inaspettatamente, se lo troveranno lì, sotto gli occhi e io, da poco distante, li spierò mentre loro, senza darlo a vedere, ne sono sicuro, tratterranno un brivido di commozione.

Poi, prima che faccia buio, quando i figli se ne saranno già andati, Loredana e io saremo nuovamente soli. Adesso lei comincia a sentire la stanchezza e si stende sul divano a vedere un po’ di televisione. Ma so bene che più della stanchezza deve scacciare la malinconia.

E io, per lasciarla sola, rimango in cucina a dare un’occhiata ai giornali, sempre più o meno con gli stessi titoli di ieri e l’altrieri, di domani e posdomani. Il mondo è sempre più a rischio di un inceppo totale e non si fa che ripetere l’inutile ammonimento: promuovere sviluppo, rilanciare la crescita, produrre nuova ricchezza.

Caro Bambinello Gesù, lo vedi? Tu li conosci bene gli uomini. Non impareranno mai. Siamo dentro a una situazione talmente disastrosa che chissà come andrà a finire e nonostante l’evidenza si pensa ancora di risolvere i problemi con gli stessi criteri, ripetendo i medesimi errori.

Non vogliono capire che la sola salvezza è nella povertà come tu ci hai mostrato. Povertà come virtù. Che non è la miseria, bensì la liberazione dal superfluo, una ritrovata misura del necessario. E se ricomiciassimo di nuovo dal gesto che smuove la zolla? Lascio la lettura del giornale e mi avvicino al presepio. Guardo il Bambinello e gli parlo.

«Quando il mondo era in attesa della tua venuta, l’annuncio proclamava il tuo arrivo alla testa di schiere di angeli come un esercito celeste. Sei arrivato fra noi in silenzio, in disparte, senza gli onori dei potenti. Ti sei mostrato agli umili e ci hai narrato la più bella delle favole: la favola dove l’amore è la realtà più vera e di tutti, con giustizia».

da Domenica del Sole24Ore, del 24.12.2011