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"Prigioni disumane, chi esce è condannato a delinquere ancora", di Giacomo Galeazzi

A«Regina Coeli» non esistono più biblioteche, aule scolastiche, «ambienti di socializzazione». Ovunque materassi a terra e brande ammassate ad inventare celle per quattrocento detenuti «oltre il limite». Ieri, nel carcere sovraffollato della capitale (1200 carcerati rispetto a una capienza di 800), il pranzo della comunità Sant’Egidio è diventato grido d’allarme. Nella rotonda centrale gli agenti penitenziari hanno l’ordine di sciogliere i capannelli ma «radio carcere» svela una realtà da incubo. Franco, 50 anni, per «reati contro il patrimonio» è da due anni «in questo inferno». Appena inizia a raccontare ai cronisti una storia di traumi in cella e diritti calpestati viene allontanato da un funzionario in borghese. Neppure al conduttore Flavio Insinna è consentito molto altro che qualche stretta di mano. Poche ore prima del pranzo dell’«Onu di Trastevere» era toccato alla delegazione radicale guidata da Marco Pannella visitare l’istituto e denunciare: «In Italia la democrazia è negata, nemmeno le bestie vivono così, è una bomba che può esplodere in ogni momento».

Per più della metà «Regina Coeli» parla straniero e, senza i mediatori culturali tagliati dal budget, neppure si riesce ad avvisare consolati e famiglie. La frase-simbolo della «giornata oltre le sbarre» è la definizione di Giorgio Napolitano del sovraffollamento carcerario: «Una questione di prepotente urgenza sul piano costituzionale e civile». I detenuti dovrebbero ricevere recupero e rieducazione e invece la formazione professionale è bloccata: sono costretti in celle sovraffollate per 20-22 ore al giorno tra malattie che si diffondono, suicidi, violenza, operatori penitenziari abbandonati a loro stessi. «Una buona notizia per gli italiani: se si esce prima dal carcere non si commettono più reati, ma di meno – spiega il portavoce di Sant’Egidio, Mario Marazziti -. La cattiva notizia invece è che se si resta di più in carcere, fino alla fine della pena, e in condizioni sempre più invivibili, una volta liberi si commettono più reati e si ritorna in cella. Un circolo vizioso disperante e da spezzare». Il carcere italiano produce recidive pari al 69%. Al contrario, quanti hanno usufruito dell’indulto sono tornati a delinquere nel 33% dei casi, cioè meno della metà. «A guardare in profondità il dato è ancora più eclatante – continua Marazziti -. Chi ha usufruito dell’indulto provenendo da misure alternative (comunità terapeutiche, arresti domiciliari e altro) è caduto in recidive nel 22%, tre volte meno dei normali detenuti che hanno scontato tutta la pena».

Per non incorrere nella condanna di Strasburgo in molti istituti penitenziari, a causa del sovraffollamento, vengono lasciate aperte le porte delle celle per includere i corridoi e gli spazi comuni nella superficie procapite che altrimenti sarebbe sotto gli standard minimi e porterebbe a sanzioni. Il decreto «svuota-carceri» del guardasigilli Paola Severino è un primo passo ma, alle commissioni Giustizia di Camera e Senato, Sant’Egidio propone un pacchetto di misure urgenti e bipartisan «per un cambiamento immediato, non di facciata». Anche le condizioni di lavoro del personale carcerario sono a livelli allarmanti per sottodimensionamento e assenza di mezzi. «In soli tre o quattro anni, con l’aggiunta della crisi economica, si è creata un’accelerazione nel numero dei carcerati che non ha precedenti nella storia d’Italia e che non ha nessuna corrispondenza con il tasso di criminalità – denuncia Marazziti -.Eppure quasi tutti i reati sono in diminuzione da circa due decenni, salvo poche eccezioni. Una situazione dannosa al Paese, che aumenta e non riduce la sicurezza e che umilia la dignità umana dei detenuti e degli operatori. Inadeguata a un Paese di grande civiltà e cultura giuridica come l’Italia». Sant’Egidio e Radicali convergono nelle soluzioni allo choccarceri: amnistia per i reati meno gravi e uscita anticipata per che si trova a fine pena, misure alternative per malati e anziani.

La Stampa 27.12.11

"Tre pilastri per ricostruire la scuola", di Gian Carlo Sacchi

La situazione che ci è stata consegnata dall’amministrazione Tremonti-Gelmini è di un sistema scolastico impoverito, dove anche qualche interessante innovazione viene svilita dai tagli di risorse e dalla loro rovinosa ricaduta sull’organizzazione del servizio, soprattutto perché i vari risparmi hanno indebolito i pilastri che reggevano la scuola italiana senza mutarne la strategia di governo.
È stato ridotto il personale a partire dagli ordinamenti nazionali quando sarebbe stato necessario confrontarsi con l’offerta formativa delle scuole e costituire gli “organici di istituto”, sono calate le classi applicando rigide modalità quantitative anziché riferirsi alle situazioni territoriali, dovranno essere accorpate le istituzioni scolastiche autonome, soprattutto del primo ciclo (istituti comprensivi), in assenza di motivazioni educative e sociali che vedano la scuola esercitare un ruolo nello sviluppo della comunità locale. Il tutto senza prevedere un’efficace azione di programmazione e di riorganizzazione della spesa.
Le prime tre cose che il nuovo ministro deve affrontare riguardano dunque i fondamentali se vogliamo ridare stabilità al sistema del quale poi valutarne anche la produttività.
Non è dunque prioritario ogni ulteriore intervento sugli ordinamenti, bensì prima di tutto va assicurata la governance all’intero sistema. L’applicazione del nuovo titolo quinto della Costituzione di cui è pronta da tempo una bozza di accordo statoregioni dovrebbe mettere finalmente fine alle interferenze nelle competenze programmatiche e gestionali; occorre concludere il lungo e travagliato iter dell’autonomia scolastica, assurta a dignità costituzionale, completando il decentramento delle attribuzioni e delle risorse umane e finanziarie dal ministero centrale ed aggiornare il decreto n. 275 del 1999 che deve regolamentare l’autonomia didattica e organizzativa, di ricerca, sperimentazione e sviluppo. La riforma degli organi collegiali interni agli istituti autonomi attende da troppo tempo. Potrebbe essere utile riprendere il disegno di legge di iniziativa parlamentare presente alla camera che ha già visto il consenso di diverse parti politiche.
La seconda gamma di interventi riguarda i finanziamenti: vanno riportate risorse finanziarie alla scuola, non più attraverso la cosiddetta finanza derivata dal centro alla periferia, bensì è necessario attivare la compartecipazione di regioni, enti locali e scuole alle entrate prevista dai recenti provvedimenti sul federalismo fiscale, togliendo i servizi educativi dai vincoli del “patto di stabilità”, nell’ottica del “multi governo”. Ogni livello territoriale deve poter intervenire finanziariamente per far fronte alle esigenze locali ed alla qualità dell’offerta formativa, secondo un sistema di concertazione e di sussidiarietà.
Una legge sui Livelli essenziali delle prestazioni potrebbe essere approvata anche in tempi brevi dal parlamento. Alle scuole stesse va riconosciuta pienamente l’autonomia finanziaria, sia sul piano della gestione che del reperimento delle risorse, attraverso la costituzione di reti, di “fondazioni”, nonché sul fronte degli sgravi fiscali per l’utenza e negli interventi per il diritto allo studio.
Infine la questione del personale: c’è bisogno in prima istanza di dare certezze e stabilità se si vuole arrivare ad apprezzarne ed a valorizzarne la produttività. Formazione iniziale più professionalizzante, e in servizio: non si diventa insegnanti una volta per sempre; sistemazione del precariato senza mortificare l’ingresso di giovani docenti; organici di istituto e permanenza per almeno un ciclo di studi nella stessa scuola, “dipendenza funzionale” dell’organico stesso dalle regioni, pur rimanendo lo status definito a livello nazionale. Sono questi i tre pilastri sui quali si può far compiere una svolta di autentica modernizzazione all’intero sistema, che non richiedono immediati e ingenti impegni di bilancio e per i quali sono già presenti numerosi provvedimenti: occorre un’azione appunto sistematica e la volontà politica di dare un taglio con il passato, aderendo alle direttive previste dalla modifica costituzionale.
Ad esempio l’occasione del monitoraggio delle “indicazioni nazionali” sul primo ciclo ed il completamento delle linee guida sull’istruzione tecnica e professionale potrebbero essere proiettate nell’ottica dell’autonomia, liberalizzando la gestione e spostando l’attenzione anziché sull’adempimento sul risultato, favorendo così un più stretto legame con il territorio anche per quanto riguarda l’organizzazione del personale.
I tempi sembrano maturi e questo potrebbe proprio essere il compito di un governo tecnico.

da Europa Quotidiano 27.12.11

"Nel paese dell'eolico servono regole", di Vittorio Emiliani

«L’incentivazione agli impianti eolici in Italia è stata fino ad oggi la più alta del mondo. Soltanto per questa ragione è stato
conveniente impiantare oltre 5.000 torri per una potenza complessiva di 6.000 megawatt, non certo per la loro produttività. Infatti la ventosità in Italia si attesta in media sulle 1.500 ore/anno, ben al di sotto delle 2.000 ore/anno ritenute utili per una produzione competitiva». È soltanto un passo della lunga e argomentata lettera indirizzata in questi giorni ai ministri competenti (Clini, Ornaghi, Passera, ecc.) da associazioni come Italia Nostra, Lipu, Mountain Wilderness, VAS, Comitato per la Bellezza. Comitato Nazionale del Paesaggio, Amici della Terra, Altura, Movimento Azzurro, Terra Celeste e da decine e decine di Comitati nati nelle zone appenniniche. Iniziativa che si deve soprattutto alla passione di Carlo Alberto Pinelli, regista di storici documentari per la Rai, alpinista e ambientalista. Il documento, giustamente critico nei confronti della politica di incentivi, caotica e costosa, del governo Berlusconi, cerca di inquadrare il problema delle fonti energetiche rinnovabili con un approccio «freddo»: per razionalizzare una materia complessa e arginare «il proliferare di giganteschi impianti eolici nei luoghi più belli e integri d’Italia». In tal senso fanno ben sperare le parole pronunciate dal ministro dell’Ambiente, Corrado Clini sul «rispetto degli usi bilanciati del territorio» e sulla necessità di «paragonare il valore economico e ambientale della generazione dell’elettricità da eolico con quello della protezione del paesaggio, prezioso per la nostra economia».
Rappresenta un delitto anche in termini di turismo culturale scempiare il paesaggio della mirabile città romana di Saepinum (Campobasso) o quello di zone vicine a grandi e affascinanti parchi, quali le Foreste Casentinesi, o ai monti solenni sopra Urbania e Urbino.
Poiché la situazione economico-finanziaria del Paese è drammatica – come più volte sottolineato dal presidente Napolitano – bisogna riflettere attentamente sull’uso migliore delle risorse. Anche i maxi-impianti fotovoltaici pongono seri problemi se installati in zone coltivate, di elevato pregio agricolo. «Impianti che noi vorremmo vedere collocati – propone il documento – esclusivamente nelle aree industriali e sopra i tetti degli edifici recenti». Pensate quanto sarebbe oggi più favorevole la situazione nel «Paese del sole», se si fossero dotati per tempo di impianti fotovoltaici tutti i quartieri costruiti negli ultimi decenni, a cominciare da Roma e dal Sud. E se si fosse utilizzata, in modo accorto, anche la geotermia. È assolutamente indispensabile riportare in onore un’idea di fondo che in questi anni di deregulation berlusconiana è stata invece affossata: cioè pianificare e quindi selezionare tutte le (limitate) risorse sia finanziarie che territoriali e paesaggistiche in un Paese la cui bellezza è stata brutalmente intaccata da sviluppi abusivi o «drogati», pur rappresentando essa, se tutelata, anche un valore economico in termini di turismo culturale e naturalistico. Il documento propone queste linee di azione: a) andare ad una moratoria degli incentivi; b) ridurre la soglia dei certificati verdi emessi annualmente; c) detrarre le installazioni di fotovoltaico già eccedenti il valore obiettivo proposto dalla UE (8.000 megawatt, «mentre siamo già a quasi 12.000 esercizio») dalla quota prevista per l’eolico; d) ridefinire in sede governativa e non regionale, o, peggio, locale le quote dell’eolico per il quale hanno spinto e spingono con forza anche gruppi inquinati dalla criminalità. Un grido di dolore serio e motivato, questo delle associazioni e dei comitati, che, in un momento di vera emergenza, economica e paesaggistica, è bene che il governo Monti ascolti con molta attenzione.

L’Unità 27.12.11

"Binario morto", di Mario Lavia

La lunga stagione di Mauro Moretti alla guida delle Ferrovie dello stato è arrivata ad uno snodo cruciale. I treni sono una grande metafora della vicenda italiana: il loro arrivo puntuale fu il simbolo di una dittatura che per queste cose funzionava, e pazienza per il resto – cioè tutto. La caoticità del sistema divenne poi il simbolo di una crescita disordinata ma impetuosa, seppure fra cattive gestioni e tecnologie balbettanti. Il mandato di Moretti era quello della modernizzazione, dell’apertura al mercato, della velocità. Cosa resta oggi di quelle evocazioni? Una realtà dura, d’altri tempi.
La scena dei viaggiatori infreddoliti che salgono a Bologna e si stipano come deportati in carrozze stracolme, pagano pure un sovrapprezzo e se ne stanno schiacciati col naso sul finestrino per ore verso una lontanissima Lecce, è una scena pietosa. Sui nuovi Frecciarossa chi sceglie la classe Standard (la più economica) sappia che, per quasi tutta la durata del viaggio (Milano-Roma, Roma-Napoli), dal suo vagone potrà accedere solo agli altri tre riservati a chi ha pagato la tariffa più bassa: niente «passeggiatine» per sgranchire le gambe se non all’interno dei quattro suddetti vagoni. Le porte? Bloccate.
Ogni giorno le cronache ci dicono di treni soppressi, o fatiscenti (ovviamente quelli del Sud) e insieme di tariffe che salgono, di personale “in esubero”. Poi c’è la vicenda dei lavoratori della ex Wagon lits che dal 9 dicembre si trovano su una torre ad alcune decine di metri di altezza, nella stazione Centrale di Milano, per protestare contro la soppressione dei treni notturni che costerà il lavoro a 800 di loro.
Un quadro molto negativo. E allora, in questo Natale angosciato, la metafora dei treni assume ancora una volta un valore reale: che non solo non contraddice l’angoscia generale ma ci mette del suo, come nei momenti peggiori.

da Europa Quotidiano 27.12.11

"Evasione fiscale caccia al tesoro da 150 miliardi", di Alessandro Penati

Il risanamento delle finanze pubbliche italiane è un problema non solo di numeri, di saldi tra entrate e uscite, ma anche di credibilità. Un Btp è una promessa di pagamento dello Stato fra 10, 15, perfino 30 anni: se la promessa non è credibile, gli investitori non comprano. Ed è credibile solo se lo Stato si dimostra capace di far rispettare le proprie regole. Per questo, oltre che per questioni di equità, indispensabile nel momento in cui si chiedono sacrifici al Paese, oggi, abbattere l´evasione fiscale è una priorità assoluta. L´elevato tasso di evasione è l´indice di quanto in basso sia caduto il livello di legalità in Italia. Ancora più preoccupante che venga quasi percepito, soprattutto all´estero, come un tratto endemico della nostra società, con un senso di indignata rassegnazione per uno Stato incapace di far rispettare le regole che sforna a getto continuo. Abbattere l´evasione è quindi la strada per elevare il senso di legalità, perché è anche il modo più efficace di combattere criminalità organizzata, corruzione, reati finanziari, affarismo, abusi. E ricostruire quindi la credibilità dello Stato.
Negli ultimi anni, e soprattutto con l´ultima manovra, lo Stato si è dotato di tutti gli strumenti necessari a combattere efficacemente l´evasione. Lo Stato può ormai controllare ogni pagamento, transazione finanziaria o investimento dei cittadini; e ha limitato l´uso del contante per avere sempre una traccia di come utilizziamo i nostri soldi. Può analizzare le nostre abitudini di spesa col redditometro, e verificare l´attendibilità dei redditi di professionisti e piccole realtà economiche con studi di settore sempre più analitici. Può sapere come e dove investiamo all´estero grazie ai trattati sullo scambio di informazioni; e se lo facciamo in un paese della black list del fisco, scatta l´inversione dell´onere della prova: si presume l´evasione, salvo prova contraria. Lo Stato si può avvalere di criteri molto ampi per contestare residenze estere di comodo: per pagare le tasse in Italia basta che qui risieda il suo “centro degli affetti”. Si è dotato di norme contro le società di comodo; contro l´uso elusivo del debito; contro l´”abuso di diritto” (un´operazione o una transazione finanziaria evade le imposte se, in assenza di vantaggi fiscali, non sarebbe stata effettuata); contro l´evasione dell´Iva intra-comunitaria, facendola pagare a chi compra un servizio da un altro paese; contro le transazioni di comodo con l´estero, imponendo la segnalazione di tutti i pagamenti verso I paesi privi di trattati. E ha a disposizione un apparato imponente, formato, caso unico al mondo, da ben tre istituzioni, Agenzia delle Entrate, Guardia di Finanza ed Equitalia.
Gli strumenti e i mezzi per incidere significativamente sull´evasione ci sono. Adesso, ci vogliono i risultati. Altrimenti, la perdita di credibilità dello Stato sarà irreversibile. Ma un paese molto indebitato e poco credibile, prima o poi è destinato al default. Poiché la posta in gioco è talmente alta, è stato giusto concedere allo Stato un potere così intrusivo nel privato dei cittadini; ma se, a fronte di tanto potere, lesivo delle libertà individuali, i cittadini non potranno presto godere dei benefici concreti di una minore evasione e maggiore legalità, l´unico risultato sarà la percezione di uno Stato ancora più iniquo e meno credibile.
Perché non accada, è importante utilizzare meglio e diversamente gli strumenti disponibili. Alcune proposte le presenterò in un articolo successivo. Ma due mi sembrano particolarmente importanti. La prima, è una maggiore trasparenza. Per comprendere e giudicare l´efficacia dell´azione dello Stato, agli italiani deve essere fornito un dato ufficiale, verificabile, analitico e indipendente sull´ammontare dell´evasione. In ottobre, in concomitanza con la pubblicazione definitiva della contabilità nazionale, e contestualmente alla discussione sulla legge finanziaria, l´Istat (di concerto con Banca d´Italia, Agenzia del territorio, Agenzia delle Entrate ed Equitalia) dovrebbe comunicare quello che altrove si chiama tax-gap: la differenza, per ciascuna imposta e complessiva, tra il gettito fiscale effettivo e quello teorico, calcolato sulla base di aliquote nominali e stime ufficiali di reddito, consumi, investimenti, profitti e ricchezza degli italiani (gli stessi dati che sono anche l´input per le politiche fiscali del Governo). Agenzia delle Entrate e Guardia di Finanza già riferiscono il numero di accertamenti effettuati e le imposte evase recuperate. Ma non dicono nulla sul livello di evasione: per quel che ne sappiamo, potrebbe crescere più rapidamente di quanto recuperato. Né sul livello di compliance: una riduzione delle imposte evase potrebbe essere anche indice di una maggiore legalità diffusa. Solo grazie al tax-gap, l´opinione pubblica può avere una corretta percezione dell´efficacia nella lotta all´evasione, e magari convincersi a cambiare i propri comportamenti; e lo Stato rendere conto del proprio operato. I dati non verificabili, le congetture, le indiscrezioni creano solo confusione, e possono essere socialmente dannosi.
La seconda è aggiungere un obiettivo ufficiale per la pressione fiscale, a quelli per deficit, debito e saldo primario. Lo scopo della lotta all´evasione, infatti, non dovrebbe essere quello di aumentare il carico impositivo; ma, prima, di redistribuirlo, a favore di chi lavora, investe e produce; e poi ridurlo. Perché sviluppo economico significa voler investire di più e poter consumare di più. Per farlo, meglio ridurre la pressione fiscale, che in Italia è già elevata. A settembre, prima della manovra Monti e delle previsioni di recessione, il Fondo Monetario (FMI) aveva stimato che la pressione fiscale nel 2012 in Italia sarebbe arrivata al 47% del Pil: un dato ormai sottostimato, ma già superiore di 3 punti alla Germania; vicino ai paesi dalla fiscalità più elevata come Olanda e Svezia (46,6% e 48,5%), ma che offrono servizi pubblici molto migliori; e che eccede di ben 10 e 15 punti il dato medio dei paesi, rispettivamente, del G7 e G20, coi quali dobbiamo competere. Ci batte solo la Francia, che non è esattamente un modello da seguire.

Stabilendo un tetto alla pressione fiscale e, auspicabilmente, un obiettivo di discesa nel tempo, il Governo chiarirebbe che l´obiettivo della lotta all´evasione è ridurre le tasse, e renderle meno inique, promuovendo così lo sviluppo. E dissiperebbe la sgradevole sensazione che l´evasione sia un´utile paravento al non voler, o non saper, ridurre la spese pubblica, gonfiata dalla giungla di agevolazioni, sussidi, inefficienze, mala gestione, contributi, assunzioni clientelari, enti e opere inutili che ogni cittadino conosce per esperienza. Se per esempio il dato di 150 miliardi l´anno di imposte evase, che è stato riportato da più parti, fosse realistico, una volta sconfitta l´evasione la pressione fiscale salirebbe al 56%, la più alta tra tutti 60 paesi monitorati dal FMI (oggi è la Finlandia col 53%). Un record poco invidiabile che ci condannerebbe al declino secolare. Quindi, se il Governo è veramente convinto che l´evasione sia pervasiva e che lo Stato sia in grado di ridurla, bene farebbe a stabilire subito un tetto agli introiti fiscali per gli anni a venire.

La Repubblica 27.12.11

"Le facce di questo 25 dicembre", di Pierluigi Castagnetti

Gli attentati islamici contro i cristiani in Nigeria nel giorno di Natale lasciano veramente senza parole. Alla violenza fondamentalista siamo preparati e, in particolare, a quella contro i cristiani, in Pakistan, India, Iraq, Somalia, Nigeria. Ma questi ultimi colpiscono per la scelta del giorno, importante per i cristiani ma privo di significato ostile per i musulmani.
Oramai i cristiani, nel mondo globalizzato che li ha resi relativamente più minoranza, rappresentano un bersaglio prevedibile e facile. Prevedibile perché evocano simbolicamente la fede maggioritaria in un passato che si vorrebbe cancellare, facile perché trattasi di un bersaglio indifeso ed inerme.
Per loro il sacrificio e il martirio tornano a essere il prezzo e lo stigma di una scelta sicuramente esigente. La domanda che allora si pone per i cristiani che abitano nei paesi tutto sommato tranquilli dell’occidente attiene la loro responsabilità, i loro comportamenti, le scelte, le iniziative che anche non intenzionalmente possono aggravare o alleviare la condizione dei loro fratelli più esposti nel “nuovo mondo”. E, per chi non lo è, si pone la necessità anche in Italia di osservare in modo oggettivo e storicizzato il cristianesimo non come la religione del potere e del privilegio, ma come la fede oggi più perseguitata nel mondo.
La chiesa cattolica è per definizione universale, e i due ultimi pontificati l’hanno sicuramente aiutata a dilatare il suo orizzonte. Tuttavia tentare, come pretenderebbero taluni, anche uomini politici, di rattrappire la prospettiva del magistero a una geografia domestica è un grave errore ancor più se ciò comportasse una certa disattenzione verso quella parte del mondo in cui il cristianesimo è chiamato a giocare un nuovo costoso protagonismo.
Un secondo ordine di pensieri mi è venuto, nello stesso giorno di Natale, davanti al presepio. Il presepio da secoli ci racconta il senso del cristianesimo con quel linguaggio delle immagini che tanto coinvolge i bambini e interpella gli adulti. Il senso e la “differenza” della fede cristiana rispetto ad altre – pur rispettabili s’intende – fedi nell’unico Dio. Il cristiano infatti crede in un Dio che per amore dell’uomo si fa anch’Egli uomo. Anzi bambino. L’uomo-Dio infatti avrebbe potuto materializzarsi sulla terra apparendo improvvisamente tra gli uomini, da uomo adulto. Invece ha scelto di nascere come tutti gli uomini bambino, chiedendo il permesso ad una donna.
L’idea che Dio chieda il permesso ad una donna di venire tra noi, a me pare straordinaria: non un Dio potente e prepotente, ma un Dio che chiede l’autorizzazione ad essere accolto come uomo tra gli uomini. Trovo che si tratti di un atto di riconoscimento della libertà dell’uomo che non ha eguali. Diceva Don Primo Mazzolari: «Se il mondo vorrà avere ancora uomini liberi, uomini giusti, uomini che sentono la fraternità, bisognerà che mai dimentichiamo la strada del presepio». Per questo penso che il presepio non sia uno spettacolo (solo) per bambini e che parli agli adulti anche non credenti, uomini politici compresi.
Ne ho avuto personalmente conferma in questo Natale in due occasioni. La sera della vigilia sono andato a messa nella mia città, Reggio Emilia, in una parrocchia in cui un vecchio sacerdote, un gigante di sapienza cristiana, aveva preparato un presepe “sconvolgente”: una enorme carta geografica disegnata sul pavimento in cui sono dipinte senza nome tutte le nazioni, tranne l’Italia, con un bambino sospeso a due metri di altezza sulla geografia del mondo. Ma, mancava l’Italia. All’ingresso della chiesa un cartello che ne riassumeva il significato: «O mia patria, sì bella e perduta”.
L’Italia si è perduta, inabissata appunto. Un pugno nello stomaco. Soprattutto per chi a vario titolo ne porta la responsabilità. Mi sono sentito colpito come uomo politico, oltreché come uomo tra gli altri uomini. Descrizione più forte della crisi che ci sta investendo non è possibile, e insieme dello sforzo che ci è richiesto per fare riemergere dall’abisso dei mari questa “patria, sì bella…”.
Il giorno di Natale poi ho assistito alla messa in carcere, come sempre bella e commovente. C’erano tutti i detenuti, credenti, diversamente credenti, non credenti. Ognuno a recitare il Padre nostro nella propria lingua e a cantare le canzoni della propria tradizione. Di tanto in tanto un detenuto dell’ultima fila che, approfittando della distrazione più o meno complice delle guardie, si avvicina a un amico della prima fila (e viceversa) per abbracciarlo. I ritmi del gruppo dei detenuti africani che creano l’atmosfera di un Natale che non ha bisogno di essere spiegato. Poi, in una stanza accanto, il presepe, apparentemente simile a quello delle nostre case, muschio, angeli, pastori, e la capanna isolata da un muro sottile e alto che deve essere rimosso per poter vedere quella famiglia lì ospitata, come sappiamo, in quell’alloggio di fortuna oggi separato dal resto del paesaggio dal muro.
Di nuovo mi sono sentito interpellato come politico, come rappresentante di quella politica che ormai ha fatto l’abitudine a quel muro, a quella divisione che, nonostante Erode e il resto, duemila anni fa non c’era. Ecco perché penso che il presepe non sia roba (solo) da bambini.
E che quel Bambino continui a scuotere e a scandalizzare chi ha occhi per vedere e orecchie per ascoltare. Io mi sono sentito gratificato e colpito. E quel “groppo in gola” mi auguro continui a tormentarmi a lungo, ogni giorno sui banchi della mia responsabilità personale, in primo luogo quella politica.

da Europa QUotidiano 27.12.11

"Le maniche corte di una bimba agitano Israele", di Elisabetta Rosaspina

Nemmeno le critiche di Hillary Clinton, segretario di Stato americano, poco più di tre settimane fa a Washington, sulla condizione femminile in Israele, avevano suscitato un tale putiferio: a poco più di 7 anni, Na’ama Margolese ha messo in questi giorni israeliani contro israeliani. Zeloti ortodossi contro laici, ma anche religiosi contro religiosi, polizia e troupe televisive contro integerrimi tutori della Torah, la legge ebraica.
Non c’era riuscita dieci giorni fa nemmeno la 28enne Tanya Rosenblit, subito soprannominata la Rosa Parks israeliana e promossa a paladina dei diritti civili per aver rifiutato di sedersi in fondo a un autobus «mehadrin», quelli dove tuttora gli uomini viaggiano seduti nella metà anteriore e le donne in quella posteriore. Sebbene il 6 gennaio scorso l’Alta Corte israeliana abbia stabilito che la segregazione è illegale, dando un anno di tempo alle società di trasporti per mescolare i passeggeri.
Il posto delle donne, non solamente sui mezzi pubblici, ma nella società israeliana più tradizionale e osservante, è una questione ricorrente e non troppo stuzzicata dal governo conservatore di Benjamin Netanyahu, che, però, domenica scorsa non ha potuto ignorare l’ondata di polemiche sollevata dalla questione: può l’abbigliamento di una bambina di nemmeno 8 anni rappresentare un oltraggio al pudore?
Può, come ha documentato un servizio del secondo canale televisivo israeliano nella cittadina di Beit Shemesh, 80 mila anime, delle quali il 35% rigorosamente ortodosse, a nord ovest di Gerusalemme. Può, come ha urlato nel microfono dell’esterrefatto reporter, un automobilista sinceramente convinto che sia giusto e addirittura «sano» punire una femmina abbigliata in modo «immodesto», a 7 come a 70 anni. E Na’ama era stata punita con sputi, spintoni, insulti e qualche sassata, lungo il tragitto di 300 metri fra casa e scuola. Scuola religiosa, fra l’altro, come la famiglia di immigrati americani in cui è nata, come il guardaroba materno e come il suo, che in Europa sarebbe molto probabilmente giudicato da educanda.
Una maglietta dalle maniche troppo corte, una gonna colorata che non ha coperto a sufficienza le ginocchia, un errore nello scegliere il marciapiede (la strada principale di Beit Shemesh è riservata su un lato agli uomini e sull’altro alle donne), hanno trasformato una scolaretta in una provocante «scostumata», agli occhi di alcuni zeloti, che hanno deciso di rimetterla al suo posto. Tanto che Na’ama ora non vuole più tornare a scuola, nemmeno scortata dalla mamma.
Netanyahu ha alzato la voce, domenica: «Israele è uno Stato democratico, occidentale e liberale. La sfera pubblica è aperta e sicura per tutti, uomini e donne. Non c’è spazio per persecuzioni o discriminazioni». Il ministro dell’Interno, Eli Yishai, a una riunione del suo partito, Shas, il partito dei religiosi ultraortodossi, si è dichiarato «nauseato e disgustato»: «Aggredire una bambina è un atto contrario alla Torah» ha stabilito. Senza poter impedire che ieri, a Beit Shemesh, fossero accolti con lanci di pietre anche i poliziotti inviati a togliere la segnaletica stradale discriminatoria.
Per l’amministrazione israeliana, già provata dallo scandalo di un presidente, Moshe Katsav, costretto alle dimissioni e condannato a 7 anni per violenza sessuale, le barricate misogine degli integralisti sono la risposta meno appropriata ai dubbi di Hillary Clinton. Inquietata dalle direttive dei rabbini più estremisti, che aborriscono perfino il canto femminile nelle cerimonie militari, il segretario di Stato americano aveva commentato: «Sembra di stare a Teheran». Ma le sue parole non avevano fatto breccia quanto le lacrime di Na’ama.

Il Corriere della Sera 27.12.11