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«L'orgoglio ritrovato di un grande Paese», di Marzio Breda

In una pagina de La provincia dell’uomo , Elias Canetti sosteneva che «quando tutto va in pezzi, il calendario con i suoi giorni particolari resta l’unica e l’ultima sicurezza». Vale a dire che cercar riparo nel calendario per rivivere certi anniversari (e ciò vale per le paranoie di un singolo individuo come di un intero popolo) serve ad «assorbire la paura». E oggi di paura e incertezza ce n’è molta, nell’Italia che ha appena festeggiato i suoi 150 anni di unità. Non a caso i sociologi la fotografano come depressa, esausta e, appunto, impaurita. Una descrizione che si fonda su buone ragioni. Basta pensare a quanto ci hanno messo sotto stress le esasperate prove di forza in Parlamento, i collassi dell’economia, le ferite all’immagine internazionale del Paese, la caduta di Berlusconi e la nascita del governo Monti come soluzione d’emergenza per una politica in affanno. E, infine, i duri sacrifici imposti dalla manovra per dissipare lo spettro del default.

Giorgio NapolitanoGiorgio Napolitano
È dunque un Natale carico di inquietudini, quello che arriva. Ma, nonostante tutto, Giorgio Napolitano non si arrende alla sfiducia. Le sfide e i rischi che ci stanno davanti sono superabili, dice, «con l’arma vincente della coesione sociale e nazionale». Un’arma che, nei momenti difficili, gli italiani hanno sempre dimostrato di saper ritrovare. Quindi, «ce la faremo, usciremo dal tunnel». Ne è tanto più convinto, il capo dello Stato, dopo che nel suo viaggio dentro la memoria del Paese ha riconosciuto nella risposta della gente vaste e salde tracce di quel «cemento unitario» in grado di offrire speranza. A lui e a noi.

Ne parla mettendo da parte gli appunti per il prossimo messaggio di fine anno dal Quirinale, la camera di compensazione della crisi. E tracciando un bilancio di questa esperienza (più culturale che politica) che un po’ lo ha stupito. Spiegando come – da Quarto a Marsala, da Reggio Emilia a Napoli, da Bergamo a Palermo, a molti altri luoghi – sia riuscito a costruire un «racconto nazionale» in grado di convincere gli italiani a essere fedeli a se stessi. Italiani che, a suo avviso, erano comunque «già pronti a reagire positivamente», unendo le forze e ripartendo dal passato per guardare a un nuovo orizzonte.
Eppure, gli chiediamo, alla vigilia delle celebrazioni qualche segnale fece temere che la guerriglia politica di cui siamo ostaggi contagiasse l’anniversario, facendo prevalere diserzioni e polemiche. Si recriminò perfino sulla proclamazione del 17 marzo «festa della Nazione». Insomma: c’era chi profetizzava il fallimento tout court di quanto era stato messo in cantiere. Ora, a un anno di distanza, le cose sono andate inaspettatamente bene anche grazie a una miriade di iniziative spontanee. E, come lei ha detto, ciò rappresenta «una lezione secca per gli scettici». Come è stato possibile, Presidente? Che cosa ha prodotto questo scatto di coesione, «dignità e orgoglio nazionale» in un popolo sempre in deficit di autostima e diviso? A quali riserve di sentimenti, cultura, capitoli storici e valori simbolici (evidentemente interiorizzati in profondità, nonostante tutto) abbiamo attinto a dispetto di tanta sfiducia?

«Il successo di partecipazione diffusa, la più variegata e popolare, in tutte le regioni, e fin nei più piccoli centri, delle celebrazioni del 150° è stato superiore a ogni previsione. Non direi che le cose sono andate “inaspettatamente bene”: per quel che mi riguarda, nutrivo aspettative consistenti, ero sicuro che l’impresa potesse riscuotere ampio consenso, ero fiducioso. Direi che le cose sono andate bene al di là delle più positive previsioni. Ma la domanda che lei pone è, allora: “Com’è stato possibile?”. Credo che lei colga un aspetto essenziale della spiegazione da dare: e cioè la riserva a cui si poteva attingere “di sentimenti, cultura, capitoli storici e valori simbolici” che evidentemente – lei dice bene – erano stati “interiorizzati in profondità, nonostante tutto”. Ebbene, li abbiamo, per così dire, fatti emergere, li abbiamo – con i nostri appelli, le nostre iniziative, le nostre sollecitazioni – portati in superficie. Ed è stato molto importante, è stato decisivo. Se fossero mancate quelle basi, ogni perorazione sarebbe risultata inefficace o assai limitatamente efficace».
Ma naturalmente non si riduce tutto a questo, per Napolitano. C’è un sottosuolo di sentimenti, e di mortificazioni, che ha sbloccato anche i cittadini più disincantati e prodotto uno scatto di «passione» per la Patria-Italia.

L’intervento per la cerimonia celebrativa dei 150 anni dell’Unità d’Italia a Montecitorio (Ansa)L’intervento per la cerimonia celebrativa dei 150 anni dell’Unità d’Italia a Montecitorio (Ansa)
«Sì, c’è un altro aspetto, io ritengo, della spiegazione da dare del successo delle celebrazioni. E cioè che, in effetti, si era via via accresciuto tra gli italiani, tra larghe masse di italiani – uomini e donne di ogni generazione – un bisogno di riaffermazione di quel che siamo, come grande nazione e come moderno Stato europeo. Un bisogno di recupero dell’orgoglio nazionale, in reazione a stati d’animo di disagio, di incertezza e anche di frustrazione. Si avvertiva che in qualche modo, anche (ma non solo) nel confronto internazionale, l’Italia aveva perduto terreno, aveva visto offuscarsi la propria immagine, il proprio prestigio, la propria dignità. Ed ecco quindi che questi stati d’animo, questi sentimenti nuovi, recenti, si sono incanalati nel solco delle celebrazioni del 150°. Queste sono state viste come l’occasione per far nuovamente sentire più forte il patrimonio storico dell’Italia, il nostro ruolo in Europa e nel mondo. E questa occasione è stata colta da milioni di italiani, da quanti mettevano la bandiera al balcone o agitavano il tricolore nelle piazze, nelle strade, e partecipavano alle assemblee, a iniziative di ogni sorta e di ogni dimensione. Credo che questo secondo elemento di spiegazione sia essenziale almeno quanto il primo, che già nella sua domanda veniva chiaramente suggerito».

Durante questo percorso lei è andato oltre una certa ortodossia risorgimentale, senza disconoscere «zone d’ombra» e «vizi d’origine» dell’unità e senza negare alcune letture problematiche che revisionano una «versione di Stato» pietrificata per anni. Riflessioni che lei ha spesso comparato con la ricostruzione di quanto avveniva nel contempo in Europa e corredate con una rivisitazione del ruolo giocato dai diversi protagonisti: Cavour, Mazzini, Garibaldi, Cattaneo.
«È vero che ho ben presto compreso come nel modo di concepire e promuovere le celebrazioni del 150° dovessi, più che “andare oltre una certa ortodossia risorgimentale”, evitare quel che poteva apparire rappresentazione convenzionale e acritica del processo unitario e ancor più dello sviluppo successivo della nostra storia nazionale. Mi sono ben presto reso conto che non bastava nemmeno la valorizzazione appassionata dei simboli della nostra unità nazionale, ma era indispensabile nutrire quella valorizzazione e sollecitazione con risposte a interrogativi non semplici, abbastanza largamente percepiti, che riguardavano criticità indubbiamente rilevabili nel lungo e complesso percorso del Risorgimento e anche della costruzione dello Stato unitario. Mi sono perciò anche personalmente impegnato – ma insieme con molti altri, a cominciare dalle personalità del Comitato dei Garanti, e in primo luogo del suo presidente, Giuliano Amato – in una rivisitazione il più possibile attenta, non elusiva e perciò convincente».

Su quali studi ha formato le proprie idee? Quali saggi e ricerche consiglierebbe alle generazioni di oggi? «Personalmente sono ripartito da libri che avevo letto e da molti anni – in qualche caso davvero molti – conservato negli scaffali della mia biblioteca. I libri di Giustino Fortunato e i testi del meridionalismo; le diverse Storie di Benedetto Croce, compreso quell’autentico gioiello costituito da Una famiglia di patrioti ; lettere e scritti di Silvio Spaventa; una voluminosa, poco ricordata, ricerca di Giuseppe Berti su I democratici e l’iniziativa meridionale nel Risorgimento ; La storia del Risorgimento e dell’Unità d’Italia del Candeloro; la Vita di Cavour di Rosario Romeo… E mi fermo qui. Ma su Cavour, in anni più recenti, un contributo stimolante e vivo avevo colto nell’agile libro di Luciano Cafagna. E utilissima è stata pochi anni orsono la pubblicazione di una raccolta molto accurata e ricca di testi sul Risorgimento, in 8 volumi, introdotta e curata da Lucio Villari. Poi, nel corso stesso del periodo di svolgimento delle celebrazioni, sono sopraggiunti nuovi apporti sul piano degli studi storici e delle interpretazioni del Risorgimento e della problematica dell’Unità d’Italia: di Massimo Salvadori, di Ernesto Galli della Loggia, di Emilio Gentile, di Alberto Mario Banti, di Adriano Viarengo, per non fare che qualche nome. E non posso trascurare anche apporti di studiosi stranieri, come quello di Lucy Riall su Garibaldi o di Gilles Pécout su Cavour. Infine, non avrei potuto, nei miei interventi e discorsi, seguire un filo coerente, e verificare o affinare dei giudizi storici, senza il dialogo con amici storici, con studiosi di alta qualità come Giuseppe Galasso, Massimo Salvadori, Rosario Villari. Ecco, credo che da questo quadro di riferimento da me sommariamente tracciato in chiave personale, possano trarre indicazioni di lettura utili per qualsiasi approfondimento coloro che siano interessati, specie se giovani, a compierlo». Lei ha sdrammatizzato alcune distorsioni delle dispute sul 150° rammentando che anche in qualche Paese di identità forte, come Francia e Stati Uniti, è in corso un dibattito pubblico sui temi identitari e della nazionalità. Citando Huntington, ha spiegato che «questi dibattiti sono una caratteristica pervasiva del nostro tempo» perché le crisi delle identità nazionali «sono divenute un fenomeno globale».

Napolitano a Torino durante la visita per le celebrazioni del 150esimo (Ansa)Napolitano a Torino durante la visita per le celebrazioni del 150esimo (Ansa)
Sarebbe come dire che la globalizzazione tende a estremizzare la ricerca delle radici locali, con relative spinte centrifughe? Quale potrebbe essere l’antidoto al revanscismo delle piccole – talvolta piccolissime – patrie, dove ci si sente espropriati di sovranità anche a causa del processo di costruzione dell’Europa? «Che la globalizzazione possa determinare fenomeni di “spaesamento”, se così li vogliamo chiamare, suscitare un’ansia di smarrimento della propria identità nazionale o locale, mi sembra indubbio. Ma non credo siano fatali le spinte centrifughe o che esse non risultino dominabili e superabili. Comunque, non ritengo che vi siano nel nostro continente “piccole patrie” in cui ci si possa “sentire espropriati di sovranità” per effetto del processo di costruzione dell’Europa unita. L’autolimitazione delle sovranità nazionali a favore delle istituzioni comunitarie, da parte dei Paesi impegnatisi sulla via dell’integrazione europea, è stata, a partire dagli anni cinquanta dello scorso secolo, una scelta volontaria e consapevole, essendosi compreso che non vi era altrimenti alternativa a una fatale perdita di rilevanza dell’Europa in un mondo che cambiava e anche a una crescente impossibilità di risolvere – nella pace – sul piano strettamente nazionale problemi che oramai stavano travalicando quella dimensione».

Presidente, la tesi di chi contestava l’anniversario si fondava su questo giudizio: «Una storia comune degli italiani non esiste più e forse non è mai esistita». È una vecchia idea, che passa attraverso la scomposizione della carta cronologica del Paese nella quale si pretenderebbe di vedere solo una somma di fratture e discontinuità, cause della pretesa «immaturità» dell’Italia come nazione. L’eredità del passato, perciò, sarebbe sempre controversa e su di essa cova ancora il peso della questione meridionale. Lei ha cercato di sterilizzare anche questo argomento, ragionando sulla nostra identità plurale. Ha puntualizzando da un lato che il Sud «non subì» il moto risorgimentale, ma vi ebbe anzi attivamente parte, e dall’altro ha esortato gli italiani del Sud a essere «maggiormente responsabili del proprio futuro».

Ma che cosa bisognerebbe cambiare – anche sul piano della cultura civica – per spegnere questo ambiguo conflitto e mettere in sicurezza l’unità comune? Che cosa andrebbe fatto, ad esempio, per evitare che il federalismo di cui tanto si discute sia pensato e attuato «contro» l’Italia? «Ho confutato sistematicamente argomenti scarsamente fondati su una fatale dissoluzione della nostra unità nazionale o su una sua antica e nuova immaturità o irrealizzabilità. Non solo non ho negato ma ho messo in evidenza la gravità della maggiore incompiutezza del nostro processo di unificazione indicandola nel persistere della questione meridionale. Si tratta, ovviamente, di un tema di riflessione e di ricerca centrale non solo per chi vive e opera nel Mezzogiorno, ma per chiunque abbia a cuore le sorti e le prospettive dello sviluppo complessivo dell’economia e della società italiana e del rafforzamento dello Stato nazionale. Uno Stato che – fin dagli anni di quella solenne riflessione e anticipazione di futuro che fu il dibattito in Assemblea Costituente, che fu il lavoro creativo dell’Assemblea Costituente – ci siamo impegnati a riformare, innanzitutto nel senso di correggerne il vizio originario: e cioè l’impronta – sia pur storicamente inevitabile negli anni immediatamente successivi al compimento dell’unità, ma senza dubbio distorsiva – di una forte centralizzazione, quasi di una forzosa riduzione all’uniformità. In questo senso c’è ancora molto da fare, anche se non posso improvvisare alcuna breve ricetta nella risposta su questo punto».

Accanto al busto di Cavour (Emblema)Accanto al busto di Cavour (Emblema)
Siamo alla vigilia di un Natale al quale quest’Italia, che a volte sembra ripiegarsi nelle sue croniche debolezze e incline all’autoflagellazione (quella che Gadda chiamava «la porca rogna del denigramento di noi stessi»), si accosta con angoscia. La crisi che sta attraversando il pianeta colpisce in particolare noi. C’è un’immagine, un episodio, una persona, un libro di questo anno di celebrazioni attraverso il Paese che ricorda in particolare per averne magari tratto una carica d’incoraggiamento?
«Se mi chiede di citare un libro-chiave per la comprensione del processo unitario, non posso che citare l’opera completa, Cavour e il suo tempo , dedicata da Rosario Romeo al massimo artefice politico del successo storico dell’impresa risorgimentale. Il capitolo conclusivo di quell’opera rimane una sintesi mirabile. E se vuole che ricordi un’immagine e un episodio che mi hanno particolarmente colpito e motivato nel corso delle celebrazioni, citerò l’incontro (l’11 maggio 2010) sull’altura di Calatafimi, teatro di una sanguinosa e decisiva battaglia, nel 1860. Su quell’altura che dominava il campo di battaglia, mi sono fermato dinanzi ai cippi con i nomi dei caduti garibaldini provenienti da varie parti d’Italia, e segnatamente da città del Nord. Lì, ho come toccato con mano la prova tangibile, in un’atmosfera di grande emozione, di quella coesione e unità tra gli italiani cui dobbiamo guardare di nuovo oggi come all’arma vincente per superare le sfide del presente e del prossimo futuro».

Il Corriere della Sera 24.12.11

"2012, a svegliarci saranno i sogni", di Massimo Gramellini

Il mio amico Joe Maya, esperto in profezie terrorizzanti, si è licenziato ieri da Wall Street per aprire un’agenzia di sopravvivenza, «Occupy Yourself». Occupa te stesso. A volte è più difficile che occupare una piazza. Mi ha mandato l’opuscolo pubblicitario. «Caro compagno d’avventura, sono orgoglioso di anticiparti che il 2012 ti romperà le scatole. Non potrai più fare quello che hai sempre fatto. Se vorrai sopravvivere, sarai costretto a cambiare. Ho preparato una griglia di incroci che la vita ti getterà fra i piedi nei prossimi mesi. Gli incroci non li hai decisi tu, e questo si chiama destino. Ma quale strada prendere a ogni svolta dipende solo da te. E questa si chiama libertà. Protesta o subisci. Non credo sia più tempo di scrollare le spalle. Se ti tirano uno schiaffo, passati pure una parola di perdono sulla ferita. Ma non avere paura di urlare il tuo dolore.

Accetta o rifiuta. Il mondo è cambiato. Se non sei un cinese o un indiano, probabilmente in peggio. Per provare a cambiarlo daccapo, prima devi prenderlo com’è. Conosci la favola dei due topolini che un giorno non trovarono la fetta di formaggio al solito posto? Uno solo morì di fame: quello che restò ad aspettarla. Scappa o rimani. Puoi cercare altrove (ti suggerisco l’Australia per il clima e il Brasile per la compagnia) oppure cercarti dentro di te. A volte le scoperte più importanti si trovano a chilometro zero. Però ogni tanto alza le chiappe dal computer e azzarda una passeggiata fra gli umani. I sentimenti sono fatti di odori che neppure Jobs era riuscito a mettere in scatola. Delega o agisci. I politici non ti odiano e non ti vogliono bene: semplicemente se ne infischiano di te. Puoi provare a cambiarli, ma ricorda che non c’è limite al peggio, come disse un mio amico prima di conoscere Scilipoti. Oppure puoi provare a ricambiarli. Infischiandotene di loro. La nuova politica è il progetto che farai tu, associandoti con i tuoi simili per un obiettivo comune.

Diffida o credi. Puoi credere che tutto sia un complotto contro di te. Oppure credere in te. (Berlusconi riesce a fare entrambe le cose, ma è un caso unico). La prima strada è più sicura: troverai sempre qualcuno disposto a fornirti le prove della congiura. La seconda è piena di spifferi. Una via per eletti. Ti piacerebbe essere eletto, per una volta? Arretra o evolvi. Arretrare ha i suoi vantaggi, specie se ti trovi a un passo dal baratro. Evolvere ha il suo fascino: la perdita delle sicurezze può farti vincere un rischio, oltre il quale ci sei tu in un modo che adesso non puoi neanche immaginare. Scegli: avanti o indietro. Basta che ti muovi.

Rimpiangi o ricostruisci. Il torcicollo emotivo ha un effetto calmante sui pessimisti. Altri preferiscono guardare oltre le macerie. Il trucco è ripartire da un sogno piccolo. Aiuta a combattere la sensazione di non contare nulla e di non poter cambiare mai nulla, neanche se stessi». Sui deliri di Joe Maya non mi pronuncio. Ma l’ultima frase la sottoscrivo: non sono gli schiaffi a svegliarci, ma i sogni. E poiché il prossimo anno di schiaffi ne arriveranno parecchi, auguro a tutti un risveglio pieno di sogni.

La Stampa 24.12.11

"Grandi Opere, così politici e imprenditori 
fanno lievitare i costi del 40 per cento", di Carlo Bonini

G8, Italia 150, Mondiali nuoto: i numeri dell’assalto. Un caso emblematico di fondi pubblici deviati in tasche private. Con i soldi sperperati si sarebbe potuto mettere in sicurezza il patrimonio archeologico di Pompei. Nelle inchieste sul sistema Anemone-Balducci-Bertolaso radiografati trentatrè appalti. L’onere per lo Stato aumenta da 574 a 834 milioni:neanche a Tangentopoli “dazio” così pesante. Capita che di una storia di corruzione diventata insieme metafora e immagine del Paese, si finiscano con il ricordare solo le facce, i nomi, l’avidità dei protagonisti. O, piuttosto, i massaggi in un centro benessere 1, la spregiudicatezza di un frate missionario ridotto a bancomat 2, l’oscena risata di un costruttore sciacallo 3 che si compiace per il terremoto de l’Aquila, il patrimonio immobiliare di una potente congregazione vaticana 4, “Propaganda Fide”, usato come leva per comprare la compiacenza di funzionari pubblici.

Capita insomma che si elidano i numeri. E, dunque, si cancelli il danno e la sua macroscopica misura. E’ successo con il lavoro delle procure di Firenze, Perugia, Roma, con le indagini del Ros dei carabinieri sul “Sistema gelatinoso” Anemone-Balducci-Bertolaso, sul potere di spesa senza fondo di una Protezione Civile ridotta a spa del consenso, su un ministro “distratto” e il suo mezzanino al Colosseo.

Nelle carte di quelle inchieste – oggi a processo in tre città diverse – è documentato quale “ricarico” le prassi corrotte di quel sistema di relazioni hanno accollato alle nostre tasche. Su 33 Grandi Opere oggetto di indagine nel triennio 2007-2010 (mondiali di nuoto di Roma, G8 alla Maddalena, 150 anni dell’Unità d’Italia), il maggior costo sostenuto dalle casse pubbliche è stato di 259 milioni, 895 mila 849 euro. Oltre il 40 per cento dell’importo iniziale con cui i lavori furono aggiudicati.

Un salasso che ha fatto schizzare il costo complessivo di quelle opere da 574 a 834 milioni di euro. Per avere un’idea, con quel denaro succhiato dal “Sistema gelatinoso” (259 milioni) oggi – come documentano le richieste sin qui ritenute “irricevibili” da un bilancio pubblico allo stremo – sarebbe possibile realizzare la messa in sicurezza di un patrimonio archeologico dell’umanità come Pompei o la costruzione di ospedali nell’Abruzzo del dopo-terremoto.

I numeri che illustrano il dettaglio dei singoli appalti segnalano la scientificità nel calcolo del “ricarico” imposto dal “Sistema”, ma anche la crescita esponenziale di quella percentuale. Nell’Italia corrotta scoperchiata da Tangentopoli, il “dazio” sulle grandi opere oscillava tra il 10 e il 20 per cento. In quindici anni, è raddoppiato. Anche perché la “catena alimentare” che deve sfamare si è allungata. Politici, funzionari pubblici, professionisti.

LE PISCINE DI ROMA
Ribasso record per vincere l’asta
il trucco dello “sciacallo” dell’Aquila
Se il G8 della Maddalena è l’applicazione compiuta di uno “schema” corruttivo, i Mondiali di nuoto di Roma del 2009 ne sono la prova generale (è iniziato il processo di primo grado nell’aprile di quest’anno). Il ricorso alla procedure di urgenza non solo consentono di aggirare i vincoli urbanistici, ma trasformano l’Evento in un assalto alla diligenza della spesa pubblica.

Non c’è Comune della provincia di Roma che non reclami un posto al sole che lo trasformi in “Polo natatorio”. E non c’è piastrella di piscina o gettata di calcestruzzo che non costi al contribuente almeno un trenta per cento in più del costo di aggiudicazione.

Tra gli imprenditori imbarcati dal “Sistema”, c’è Francesco Maria De Vito Piscicelli. Si aggiudica la progettazione e realizzazione della piscina olimpionica di Valco San Paolo. Un appalto da 8 milioni e 800 mila euro che vince con un formidabile ribasso d’asta (16,5 per cento), da cui “rientra” a neppure un anno di distanza dalla gara con un “atto aggiuntivo” che fissa l’importo dell’opera in 12 milioni e 900 mila euro.

La piscina di Valco San Paolo rischierà di crollare per il modo con cui è stata realizzata. Piscicelli resterà saldo nel “Sistema”. La notte del terremoto dell’Aquila è lui lo “sciacallo” che ride con il cognato, sognando il banchetto della ricostruzione.

I CANTIERI DEI 150 ANNI
Gare vinte senza progetti esecutivi
dopo le “aggiunte” i prezzi salgono
La regola, da sempre, è una sola. La conosce chi l’appalto lo affida e chi l’appalto lo vince. E non importa dove si costruisce e chi costruisce. La regola vuole che lo scarto tra il valore di affidamento e il costo finale di realizzazione di una grande opera pubblica non scenda mai sotto il 40 per cento. E il trucco perché le carte stiano a posto è semplice, come dimostrano i numeri dei cantieri dei 150 anni dell’Unità d’Italia.

La gara viene affidata senza che dell’opera esista un progetto esecutivo. Un po’ come comprare dal concessionario una macchina di cui si conosce il bozzetto, il numero di posti e la cilindrata del motore, ma di cui si ignorano i costi industriali di produzione, destinati a variare. Non c’è appalto pubblico – come è evidente dalla tabella – che, a distanza di pochi mesi della sua aggiudicazione, non conosca un “atto aggiuntivo” in cui il committente (lo Stato) “scopre” che, alla luce del “progetto esecutivo” redatto da chi l’appalto lo ha vinto, il costo si deve “necessariamente” discostare dal valore dell’aggiudicazione.

E’ nella differenza di costo – come hanno documentato le indagini – che viene normalmente creata la “provvista” della corruzione. Un segreto di Pulcinella cui, ad oggi, nessun Parlamento ha ritenuto di dover mettere mano con una semplice norma. Aggiudicare le gare con progetto già esecutivo che sottragga al costruttore la libertà di aggiustare il valore della commessa.

IL VILLAGGIO DEL G8
Da 52 a 105 milioni in un anno
per il palazzo rimasto inutilizzato
L’isola della Maddalena e le sue opere per un G8 che non ha mai ospitato, sono e resteranno il monumento alla rapacità di un “Sistema” che si muoveva protetto dalle “procedure semplificate e di urgenza” che la legge riconosce agli interventi della Protezione Civile. Assimilato ad una “calamità naturale”, un Grande Evento di cui pure si conosceva la data da nove anni, diventa una corsa contro il tempo che divora oltre 125 milioni di euro in “costi aggiuntivi”.

I 284 milioni di opere messi a bilancio al momento dell’affidamento degli appalti si gonfiano fino a superare i 410 milioni. Nessuno, ad esempio, chiede cosa diavolo accada nel quarto lotto del cantiere in cui si lavora alla “realizzazione del palazzo conferenza e dell’area delegati”. L’appalto è stato aggiudicato l’11 luglio del 2008 con un ribasso d’asta del 5,9 per cento per 52 milioni di euro.

Una cifra che, a distanza di neppure un anno, tra il giugno e il settembre del 2009, raddoppia, passando a 105 milioni di euro. Tanta distrazione ha una risposta nel nome del costruttore che quell’appalto si è aggiudicato: Diego Anemone, la “tasca” del “Sistema”. L’imprenditore da cui prende ordini Angelo Balducci, la più alta autorità amministrativa in materia di appalti pubblici. Quello che compra “a insaputa” di chi lo andrà ad abitare, Claudio Scajola, il mezzanino del Colosseo.

La Repubblica 24.12.11

«Leale sostegno a Monti ma non è il nostro governo. E ora serve più equità», intervista a Rosy Bindi di Vladimiro Frulletti

Né la «Grande Coalizione», né lo smantellamento del Nuovo Ulivo. Ma «il rilancio del centrosinistra e la collaborazione
con il Terzo Polo». Per la presidente del Pde vicepresidente della Camera, Rosy Bindi, il Governo Monti è un governo d’emergenza, che il Pd sostiene con convinzione e lealtà, ma non può dettare il sistema politico del futuro. E anzi per la fase due,dopo i sacrifici, per il Pd sarà indispensabile che emergano scelte in direzione della crescita e dell’equità. Onorevole, la manovra del governo è legge, ora per la fase due il Pd che proporrà?
«Intanto sarà necessario monitorare l’impatto della manovra sulla vita delle famiglie, perché temo che inciderà sulla carne viva delle persone. L’abbiamo votata con un grande con un grande senso di responsabilità apportando correzioni importanti, ma le nostre proposte soprattutto per le donne e i lavoratori precoci non sono state accolte. Vanno recuperate».
Serviranno altre risorse. «Anche se nella manovra c’è un inizio
di patrimoniale soprattutto sulla casa, noi avevamo chiesto maggiore equità, perché non c’è proporzione fra quello che paga il cetomedio-basso e ciò che sono chiamati a dare i ricchi del Paese. Siccome ci è stato detto che per fare una vera patrimoniale era necessario avere strumenti di conoscenza più approfonditi, ora ci auguriamo che questo lavoro venga fatto. Così come vogliamo che si insista sulla lotta all’evasione fiscale e chiediamo l’accordo con la Svizzera per i capitali esportati. E poi misure per la crescita e quindi liberalizzazioni, infrastrutture, sostegno alle imprese, ma soprattutto lavoro. La priorità devono essere i posti di lavoro».
Però anche nel Pd c’è malessere: la deputata Pd, l’ex operaia Lucia Codurelli, ha dato le dimissioni dal Parlamento.
«Le ho parlato, la capisco. Quello che prova lo proviamo tutti. La tentazione di sottrarsi a queste pesanti responsabilità viene a tutti, ma visto come è messo il Paese non credo che possiamo permettercelo. Il suo gesto le fa onore, ma deve rimanere a lottare con noi per difendere i diritti dei lavoratori».
Il 2012 ci porterà la recessione…
«Per questo l’Europa deve fare un salto di qualità. Se fino adesso era mancata l’autorevolezza del nostro Paese, ora con questa manovra l’Italia ha le carte in regola e Monti deve
assolutamente spingere affinché l’Ue rafforzi la propria dimensione politica e governi la crisi. L’Europa deve interrogarsi se le manovre imposte ai Paesi sono servite o se invece rischiano di spingere verso la recessione.
È davvero questa la strada maestra per uscire dalla crisi? O piuttosto c’è da rilanciare la crescita e quindi rilanciare la domanda interna e sostenere la competitività. Occorre che la Bce sia una vera banca, servono regole sulle transazioni finanziarie e una Tobin tax. Non a caso i mercati non si calmano nonostante che noi stiamo facendo il nostro dovere. L’Europa assieme agli Usa di Obama deve essere capace di guidare questi processi».
Il Pd ha bloccato il governo sull’articolo 18, ma la riforma del mercato del lavoro andrà fatta o no?
«Il nostro altolà è stato molto fermo, come quello dei sindacati, perché non siamo disposti a iniziare con norme che hanno tutto il sapore della precarizzazione del lavoro. Oggi c’è da dare sicurezza ai lavoratori e creare posti di lavoro. Le riforme vanno fatte, ma vanno concertate col sindacato e condivise con le forze politiche che sostengono il governo».
Il Pd,come sostiene il senatore Morando su l’Unità, deve dire che il governo Monti è il suo governo?
«È una vittoria del Pd che il governo Berlusconi non ci sia più. Abbiamo voluto, votato e stiamo sostenendo il governo Monti. Ma non è il nostro governo. Tanto è vero che votiamo misure assieme a partiti coi quali ci presenteremo alternativi alle elezioni. Se fossimo noi al governo non avremmo fatto tutto quello che ha atto Monti e avremmo fatto cose che il governo non ha fatto. Siamo in una fase di emergenza e ci siamo assunti questa responsabilità per salvare il Paese che, va ricordato, è stato portato in questa situazione non da noi. Questo non vuol dire che siamo timidi o tiepidi nel sostegno a Monti o che non saremo leali o che non lavoreremo affinché governi fino a fine legislatura e faccia le riforme che servono al Paese. Ma l’identificazione fra Pd e governo Monti non ci può essere. Abbiamo un programma e un progetto politico diverso».
La foto di Vasto, l’alleanza Pd-Sel-Idv, esiste ancora ?
«Il Pd mentre sostiene il governo Monti, deve lavorare in Parlamento per fare riforme come la legge elettorale, la diminuzione dei parlamentari, il superamento del bicameralismo, ma deve anche contribuire a tenere aperto il cantiere dell’alleanza con cui ci presenteremo alle elezioni».
L’Idv col no a Monti s’è chiamata fuori?
«L’ atteggiamento assunto da Di Pietro rischia di pregiudicare tutto il percorso, ma noi non intendiamo compromettere l’alleanza del Nuovo Ulivo. Il governo Monti non può dettare anche l’agenda del futuro sistema politico italiano. All’orizzonte
non c’è la Grande Coalizione ma il rilancio del centrosinistra e la collaborazione con il Terzo Polo».
Il leader di Sel Vendola dice di temere proprio questo.
«Vendola ha assunto un atteggiamento più responsabile di Di Pietro, ma voglio dire a lui e a tutti noi che se vogliamo tenere aperto il cantiere dell’alleanza non possiamo dividerci ora fra di noi. Perché come non vogliamo che il governo Monti plasmi
il nuovo sistema politico, nessunopuòpensare che chi si chiama fuori in questa fase può poi far parte dell’alleanza alle elezioni. Dobbiamo assumerci tutte le nostre responsabilità,
perché è vero che il Paese in queste condizioni non ce lo abbiamo portato noi, ma in queste condizioni c’è e noi dobbiamo cavarlo fuori. E dobbiamo farlo tutti assieme»

L’Unità 24.12.11

"Sangue a piazza Tahrir, il futuro di una rivoluzione" di Tahar Ben Jelloun

Gli avvenimenti in atto a piazza Tahrir, in Egitto, ci obbligano a rettificare alcuni dati divulgati da tutti noi, che però sono errati. Ciò che è accaduto un anno fa in Egitto non era una rivoluzione, bensì un colpo di stato militare. Mubarak non ha lasciato il Paese sotto la spinta dei manifestanti, per quanto numerosi e decisi, ma per volontà di una giunta militare che non gli ha lasciato altra scelta.
Questo punto è essenziale per comprendere la violenza della repressione scatenata dall´ottobre scorso contro gli egiziani e le egiziane. L´esercito ha preso il potere, facendo credere che sarà il popolo a governare il Paese. Grave errore. Il popolo è rimasto per le vie e sulle piazze, e ha creduto di essersi sbarazzato dalla dittatura di un capo corrotto. Ma purtroppo la verità è un´altra: l´esercito ha mantenuto lo stato d´emergenza decretato 50 anni fa. Il 9 ottobre scorso, alcune auto blindate hanno investito 27 manifestanti che si ribellavano contro le aggressioni ai danni dei copti; e il 19 novembre lo stesso esercito ha ucciso 50 manifestanti e tradotto davanti a tribunali speciali migliaia di insorti, condannati a pene pesanti. L´esercito non intende cedere neppure un grammo del suo potere, e soprattutto dei suoi privilegi. Come già Sadat, Mubarak aveva colmato i militari di favori: sapeva che in questo modo li avrebbe placati, evitando un colpo di stato. Ma nel gennaio scorso, quando tra il clamore popolare milioni di persone hanno occupato piazza Tahrir, così come i rivoluzionari francesi avevano preso Place de la Bastille, i militari non potevano contrapporsi a quella forza popolare, quando già si contavano centinaia di morti e di dispersi. Hanno dunque giocato il gioco della rivolta, mentre in segreto si preparavano a prendere il potere.
Il 20 dicembre migliaia di donne hanno manifestato specificamente contro le violenze dei soldati ai danni delle manifestanti arrestate. Ieri una di loro ha dichiarato davanti alle telecamere: «Mi hanno pestata, mi hanno strappato i vestiti di dosso. Ero nuda, ma nei miei occhi non c´era paura». Un´altra manifestante brandiva un giornale con la fotografia di tre soldati mentre trascinano a terra, come un animale, una donna a metà denudata, gridando: «L´Egitto senza dignità è un Egitto senza vita!».
I militari invitano le donne a restarsene a casa. Ma il 25 gennaio scorso queste donne hanno dato il via alla rivolta. Come chiedere loro di tornare in silenzio a fare le casalinghe? In ogni epoca, l´Egitto ha avuto le sue combattenti: non sono donne sottomesse né rassegnate. Se oggi Hillary Clinton dichiara che quanto avviene in Egitto è una vergogna per lo Stato, dimentica però di dire che il governo americano era stato messo al corrente del modo in cui i militari hanno destituito Mubarak per prendere il potere. Nessuno lo rimpiange, ma tutti esigono che sia giudicato, e soprattutto che riporti nel Paese i miliardi di dollari da lui rubati e depositati presso banche straniere. I militari non seguono questa via. Stanno rubando la rivoluzione del popolo, mentre le elezioni danno favoriti i fratelli musulmani.
Ora queste elezioni non sono democratiche, nella misura in cui si intende la democrazia come una cultura, una tradizione radicata nelle mentalità. In Egitto, come in Marocco e in Tunisia, la democrazia ha funzionato in quanto tecnica. Ma votare non basta per essere democratici: occorre difendere i valori fondamentali che sono alla base di un sistema democratico. Ora, la religione è incompatibile con la democrazia (si è ben visto ciò che ha dato la democrazia cristiana in Italia).
Quella che aveva preso il nome di “primavera araba” sta perdendo i suoi colori, e trascolora oramai verso il rosso: rosso sangue.
(Traduzione di Elisabetta Horvat)

la Repubblica 24.12.11

"Mettiamo all'asta la TV del futuro", di Giovanni Valentini

Prima parliamo di sistema, poi della peculiarità del servizio pubblico, e infine dell´azienda Rai. Se fosse vero che l´asta sulle nuove frequenze tv «andrebbe deserta», come ha sentenziato Silvio Berlusconi con la sua abituale sicumera, perché mai l´ex premier-tycoon se ne occuperebbe e preoccuperebbe tanto? A suo parere, «non sono un bene che ha mercato». Eppure, le frequenze assegnate in precedenza agli operatori telefonici hanno fruttato allo Stato 3,5 miliardi di euro. E anche se ora dovessero rendere soltanto i cento milioni già offerti da Michele Santoro, invece di essere benignamente “regalate” a Rai e Mediaset, l´incasso permetterebbe comunque di alleviare il peso dei sacrifici richiesti ai cittadini dalla manovra “salva Italia”.
Bisogna dare atto al governo Monti, in particolare al ministro Passera, di aver corretto in corsa un atteggiamento iniziale di disinteresse su una questione così delicata. Al di là dello stesso valore economico, si tratta di una partita rilevante per la difesa della libera concorrenza in questo settore nevralgico e ancor più per la tutela del pluralismo dell´informazione. Dall´assegnazione delle frequenze digitali residue dipende l´eventuale ingresso di nuovi operatori nel mercato televisivo tuttora dominato dal vecchio duopolio analogico e quindi la possibilità di una sua maggiore articolazione, in funzione di salvaguardia democratica.
È stata proprio questa l´origine di tutta la vicenda. Sotto la minaccia di una procedura d´infrazione da parte della Commissione europea contro l´abnorme concentrazione della nostra tv, il governo Berlusconi aveva deciso di assegnare gratuitamente le frequenze per simulare un allargamento del mercato. Solo che la controversa procedura del “beauty contest” avrebbe finito per favorire di fatto gli “incumbent”: i soggetti più “belli” e più forti. E invece occorre fare il contrario, per privilegiare semmai i “nuovi entranti”.
Molto dipenderà da come verranno predisposti il bando e il disciplinare di gara. Ma, prima di prendere in considerazione l´ipotesi di aprire l´asta anche agli operatori telefonici, sarà bene tener presente che nell´era della “tv fai-da-te”, in cui ognuno può costruirsi il suo palinsesto attingendo a diverse fonti, tenderà sempre più a consolidarsi la distinzione fra gestori di reti e produttori di contenuti. E allora sarà opportuno che la gara sulle frequenze venga allargata ai cosiddetti “operatori non verticalmente integrati”, quelli che sono in grado di fare televisione anche senza gestire reti in proprio: da Santoro o chi per lui, fino a Walt Disney. La tv del futuro passa per questa cruna dell´ago. La stessa asta può funzionare, perciò, come un antidoto contro il “totalitarismo televisivo”. Una misura anti-trust, insomma, in difesa della concorrenza.
In questo quadro, si colloca la crisi della Rai su cui il governo Monti ha puntato la sua attenzione, dal bilancio alla governance. In passato, a parere degli esperti più autorevoli, l´azienda è stata “spolpata” di frequenze a favore delle tv locali e di altri soggetti: tant´è che in diverse regioni si sono verificati problemi di interferenza nelle trasmissioni. Se si vuole difendere lo spazio della tv di Stato, come nel resto d´Europa, bisognerà preoccuparsi di garantire la sua sopravvivenza anche sul piano strutturale. Il sistema, il servizio pubblico, la Rai. Ecco l´ordine di priorità per affrontare e risolvere la “questione televisiva”.

La Repubblica 24.12.11

"L'antipolitica dei ricchi contro partiti e art.18", di Michele Prospero

Che brutta aria tira sulla politica. La campagna contro la casta ha affondato il colpo e in giro si incontrano solo macerie. La dignità della politica è stata saccheggiata. Ormai mancano solo le liste di epurazione per chiunque osi difendere la politica, intesa – perché no? – anche come professione. Distrutto culturalmente (si fa per dire) il prestigio della politica, per il lavoro sporco che resta ancora da compiere non mancherà in giro la bassa manovalanza, merce sempre abbondante in Italia. E così entra in scena Marco Travaglio che, da par suo (cioè con un supponente tono spregiativo), se la prende con lo scrittore Francesco Piccolo. La colpa? Aver difeso la politica, proprio su queste colonne (cioè sul giornale fondato da un politico di professione, Antonio Gramsci), dagli attacchi furibondi condotti da lunghi mesi a media unificati. Chiunque osi mettere in guardia dalla ricaduta nefasta della dominante ideologia odierna che fa della politica il nemico da strapazzare è solo un fiancheggiatore della casta, quindi un poco di buono da denigrare. Sacerdote ufficiale del nuovo conformismo che, va da sé, rivendica vittime sacrificali, Travaglio non prende Piccolo, e chiunque altro gli capiti a tiro, come un interlocutore con cui discutere, cercando magari di estrarre argomenti di un qualche peso. No, chi non si unisce all’assordante coro del Fatto o di Libero, del Giornale o del Corriere della sera contro la classe politica non scrive un articolo ma una «articolessa» in prosa pallosa, non esplicita una opinione ma sforna un sospetto «peana », pistolotto reverenziale in onore di una qualche potente divinità. Travaglio ambirebbe a possedere un linguaggio performativo, che solo pronunciando una frase ne realizza all’istante il contenuto. E così definisce Piccolo «sceneggiatore degli ultimi film di Nanni Moretti, ma non del prossimo». Accidenti: non del prossimo (dà una notizia, lancia un desiderio? Chissà). Il messaggio è però chiaro. Se ti azzardi a coprire la casta sei solo un reprobo e rischi grosso sulla tua ruvida pelle. Se non è un invito a dare il benservito a una penna venduta, poco ci manca. La descrizione caricaturale di Travaglio, che parla di partiti con casse luccicanti in cui affluiscono «soldi pubblici a palate», è solo un modo triviale per fiaccare per sempre il proibitivo compito di ricostruire i soggetti della politica, di farli riemergere dopo la catastrofe del potere conquistato per vent’anni dall’antipolitica dei ricchi. I partiti sono uno degli strumenti storici più significativi per abbattere il dominio della ricchezza e per consentire a chi non ha risorse economiche di difendersi, di contare, di crescere con gli altri nello spazio pubblico. È evidente che, prendendo spunto da privilegi più o meno rivoltanti da eliminare, i dorati professionisti dell’anticasta cercano soprattutto di colpire al cuore la funzione politica. Tolta la politica come cultura del conflitto per il bene pubblico, screditate le istituzioni, azzoppati i partiti, altri poteri troveranno comunque il modo di mostrare il loro volto vorace. Il potere non è mai uno spazio vuoto. Buttati i partiti (malati e da rigenerare), non restano affatto i magnifici cittadini incamminati in una splendida agorà ritrovata. Emergono potenze arcane, persuasori occulti o fortezze palesi. Il loro inquietante volto affiora, ad esempio, nella penna di una estasiata Milena Gabanelli che sul Corriere della sera di ieri tesse le lodi dei nuovi profeti del tempo, gli amministratori delegati, e invoca uno sforzo di intelligenza (sic) per la «costruzione di un sistema che permetta alle aziende (tutte e non solo quelle con meno di 15dipendenti) di poter assumere e licenziare». Questo mondo antico di imprenditori intrepidi che innovano e guardano lontano e di lavoratori che rifiutano di farsi merce e si rivoltano all’indietro perché vivono come un dramma perdere il posto era stato smantellato proprio dai grandi partiti di massa. I media unificati dal verbo dell’antipolitica vorrebbero restaurare quel brutto mondo antico in cui si dileguano i partiti, si disperdono i sindacati e ognuno è lasciato solo come un atomo rassegnato al dominio dei mercati. La libertà di lasciarsi sfruttare viene celebrata dai campioni dell’anticasta come la bella nuova frontiera. No,non sono innocenti le battaglie contro la casta. Chi si azzarda appena a sussurrare che la politica è una bella cosa (come accadeva nel film di Giuseppe Tornatore), o che il partito è il principale strumento con il quale i senza potere possono organizzarsi e lottare, è sbeffeggiato come il servile megafono di qualche «capataz del Pd». Capataz, dice Travaglio, cioè «capo, sorvegliante di operai». No, per rintracciare capataz e sorveglianti di operai si rivolga altrove, Travaglio. I partiti della sinistra hanno costruito la soggettività politica degli operai, hanno assicurato l’autonomia culturale del lavoro, non capataz.

L’Unità 24.12.11