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"Arriva il turn over differenziato: favoriti i precari storici", da La Tecnica della Scuola

Importante precisazione del ministro Profumo: d’ora in poi quando si parla di assunzioni faremmo bene a pensare a due “scatole”, una più grande contenente gli attuali 200mila abilitati delle Gae e una più piccola con i giovani. Altra novità: i neo-laureati verranno valutati anche per la capacità di stare coi ragazzi. Non è durata che pochi giorni l’equa suddivisione, delle auspicabili 25mila assunzioni annue, tra precari storici e neo-laureati annunciata dal ministro dell’Istruzione Francesco Profumo. Intervenendo in una video chat di un quotidiano nazionale, il responsabile del Miur ha detto che c’è una sproporzioni tra gli aspiranti docenti e quelli che hanno già accumulato servizio e abilitazioni.
Quindi d’ora in poi quando si parla di assunzioni faremmo bene a “pensare a due ‘scatole’: una più grande dove ci sono le graduatorie e una più piccola dove ci sono i giovani. Una volta che avremmo capito quanti saranno i posti a turn over – ha detto il Ministro – potremmo dividerli in percentuale sull’una e sulla altra e forse troveremmo il modo di dare una risposta alle persone che sono in graduatoria e altrettanto a quelle più giovani”. Nella scatola più grande, ha specificato Profumo, confluirebbero “più di 200mila persone”; nel contenitore “molto più piccolo del primo” andrebbero a finire i neo-laureati.

Al Miur stanno anche progettando un meccanismo per comprendere se il candidato è effettivamente in grado di tenere la classe e di coinvolgere i bambini o i ragazzi che la compongono: Profumo ha infatti annunciato che si sta pensando “a forme di valutazione (test psico-attitudinali mirati? ndr) non solo basate sulle competenze e sulle conoscenze, ma anche sulla capacità di stare con i ragazzi. Il bravo docente ha questo equilibrio, del sapere e del sapersi rapportare con i giovani. Probabilmente – ha poi aggiunto il Ministro – quello dell’insegnante è il mestiere più bello del mondo”.
Durante la video chat Profumo ha toccato anche un altro argomento di stretta attualità: quello dell’elevazione dei requisiti per accedere alla pensione: Profumo ha spiegato che “ci sono due elementi” da considerare: “si sposterà nel tempo il picco delle uscite dei professori per effetto dell’allungamento dell’età pensionabile, ma ci sono ora alcuni che stanno anticipando. Quindi – ha concluso il Ministro – per il 2012 c’è una compensazione, per il 2013 la situazione andrà monitorata”. Per il futuro, però, non ci saranno più differenze: tutti lasceranno tra i 65 ed i 68 anni. L’unico modo per abbandonare il lavoro, per evitare la pensione di “vecchiaia”, sarà quello presentare 40-41 anni di contributi.

La Tecnica della scuola 24.12.11

"2012, dato per morto potrebbe stupirci", di Mario Calabresi

Il 2012 è un anno che nasce con lo strano destino di essere già stato giudicato: sarà nero. Nessuno sembra disposto a dargli un minimo di fiducia, una possibilità e nemmeno a sperare in un momento di luce. Tutti, anche quelli che in passato si professavano ottimisti, hanno già preso le distanze dai prossimi dodici mesi e mettono le mani avanti: «Meglio non aspettarsi niente» e passano direttamente a parlare del 2013. Come tutti quelli che non hanno niente da perdere perché sono già stati dati per persi, il 2012 potrebbe riservarci invece delle sorprese e stupirci. Prima di tutto perché in un anno che parte dichiaratamente all’insegna delle difficoltà saremo costretti a prendere delle decisioni, personali e collettive. Lo dovrà fare l’Europa, spinta dai debiti, dalle pressioni dei mercati e dalla concorrenza asfissiante dei giganti che le stanno crescendo intorno. Lo dovrà fare l’Italia, a partire dalla sua classe dirigente e politica a cui nessuno sembra più disposto a perdonare i vizi storici dell’eterno rinvio, del privilegio e dello spreco. Lo dovremo fare noi cittadini che, messi di fronte all’impossibilità di continuare a vivere e a consumare come abbiamo fatto negli ultimi trent’anni, dovremo finalmente scegliere. Quando ci si trova di fronte ad un muro o si pensa di aver toccato il fondo è quello il momento di mettere da parte la paura e scegliere una strada per provare a uscire. Sapendo con chiarezza che stare fermi e mettersi in difesa non significherà conservare la posizione ma scivolare irrimediabilmente ancora più in basso.

Scegliere significa alzare lo sguardo dalle polemiche quotidiane e ricominciare a immaginare un futuro, significa capire che per investire su qualcosa che vale bisogna saper rinunciare a qualcos’altro che sembrava scontato. Scegliere significa smettere di tenere i propri figli protetti e al caldo ma insegnargli a avere di nuovo fame, a guardare lontano. Anche il resto del mondo sarà chiamato a scegliere, come vi raccontiamo in questo inserto che propone le migliori analisi del settimanale The Economist. Lo faranno gli americani, i francesi e i russi che dovranno decidere se cambiare gli inquilini di Casa Bianca, Eliseo e Cremlino, e lo faranno i cittadini di un Egitto che non sappiamo in che direzione andrà, come tutto ciò che resta delle primavere arabe.

La premio Nobel birmana Aung San Suu Kyi ci racconta che questo sarà l’anno della ricerca di un nuovo equilibrio, in un mondo che – lo potete leggere nelle pagine dei commenti – è spinto verso modelli economici più consapevoli e rivaluta concetti come rispetto e frugalità. Ma sarà anche un anno di sfide olimpiche e di scoperte scientifiche, di matrimoni e di neonati soprattutto nel Paese più popoloso del mondo, la Cina, che considera l’anno del Drago il più fortunato per ricchezza e potere, quello in cui è ideale mettere al mondo un figlio. La citazione migliore per un anno delle scelte è di Albert Einstein: «Non possiamo pretendere che le cose cambino se continuiamo a fare le stesse cose».

La Stampa 24.12.11

"Record della distanza tra salari e prezzi mai così lontani da quindici anni", di Valentina Conte

Il 2012 comincia all´insegna dei rincari su carburanti e alimentari, pesano le tasse e le buste paga bloccate
Crescono dell´1,5% le retribuzioni, mentre l´inflazione è al 3,3%, il potere d´acquisto torna quello del 2001. «I salari sono bassi», ammetteva il ministro Fornero un paio di giorni fa. Molto bassi, certifica ora l´Istat, anche perché il loro potere d´acquisto viene eroso dall´inflazione a un livello record. Il divario tra crescita di salari e prezzi – fotografato dall´Istituto di statistica con riferimento al mese di novembre – non è mai stato così ampio dal 1997. Quindici anni in cui la corsa dei cartellini di cibo, affitti, benzina, vestiario ha più che doppiato quella delle buste paga. Non meraviglia affatto, in un contesto economico generale definito recessivo dalla stessa Istat, che il clima di fiducia dei consumatori – personale, sul presente, sul futuro, sul Paese – subisca un crollo. In cima alle ansie degli italiani per il 2012, la sicurezza del posto di lavoro, la capacità di risparmiare e acquistare beni durevoli.
La sempre più ampia forbice tra retribuzioni e livello dell´inflazione induce, in effetti, qualche preoccupazione in più. Con le prime che avanzano su base annua dell´1,5 per cento (tra novembre 2011 e stesso mese del 2010), mentre i prezzi del 3,3 per cento. In questo divario, il più alto da tre lustri, ben 1,8 punti percentuali, c´è chi sta peggio, chi meglio. Tutti i comparti della pubblica amministrazione, ad eccezione dei vigili del fuoco (+3,1%), registrano variazioni nulle in busta paga. Zero. Al top degli aumenti nel privato, il settore gomma e plastica (+3,1%) che sfiora un pari con l´inflazione. A seguire tessile, chimica, telecomunicazioni (+2,7%). Sotto la media, agricoltura e informazione (+1,4%), credito e assicurazioni (+0,6%). Rispetto ad ottobre, poi, i salari sono ovunque fermi. E rispetto ad un anno fa, l´incremento dell´1,5 per cento è comunque il più basso dall´ottobre del 2010, quando si registrò lo stesso dato (il minimo da marzo 1999).
Insomma, il salario netto degli italiani è sempre più scarno e vessato dalle tasse, come certifica anche l´Ocse che colloca il nostro Paese al ventiduesimo posto per le retribuzioni (4 mila euro sotto la media Ue), ma al quinto su 34 come pressione fiscale (46,9% della retribuzione media). Secondo Federconsumatori, l´erosione di potere d´acquisto costa 324 euro l´anno a chi guadagna 1.500 euro al mese, 432 euro se la busta paga è di 2 mila. «Un mese di spesa alimentare di una famiglia. Una situazione allarmante», per l´associazione dei consumatori. Allarme registrato sempre dall´Istat e dal suo Indice sul clima di fiducia, sceso a dicembre da 96 a 92. Il dato peggiore dal 1996, quando iniziarono le rilevazioni, soprattutto nel Nord Ovest e al Sud.
Italiani sfiduciati anche per le pessime previsioni sul 2012. Anno di recessione in cui, come stima Unioncamere, l´inflazione continuerà a mordere (+2,4%) e soprattutto sarà ancora sopra i salari. La prima manovra Monti, sommata alle due estive di Tremonti, giocheranno un ruolo determinante nella fiammata dei prezzi, con i rincari di benzina, Iva, Ici (anche sulla prima casa), bollo titoli, addizionali regionali Irpef, tariffe pubbliche (per il taglio dei trasferimenti). Il caro spesa – che già oggi penalizza persino l´espresso, visto che zucchero e caffè segnalano incrementi sopra il 16 per cento – non potrà che peggiorare il bilancio delle famiglie, con un potere d´acquisto tornato ai livelli del 2001. Alimentari e non cresceranno del 2 per cento il prossimo anno, gli energetici del 4,4, i servizi di quasi il 3, le tariffe del 2,2, gli affitti dell´1,6 per cento. Si tirerà ancora la cinghia. Meno carne e formaggio. Meno regali sotto l´albero, per un Natale più austero del solito. In attesa che riparta il lavoro. E il Paese.

La Repubblica 24.12.11

"No, il Pd non è Monti", di Franco Monaco

Provo a mettere le cose in ordine. Per me stesso, intendiamoci, senza la presunzione di farlo per altri. Ci siamo affannati a spiegare che il governo Monti risponde a tutti i crismi della legittimità costituzionale. Che esso ha seguito le regole e le procedure della nostra democrazia parlamentare, a cominciare dalla fiducia delle camere. Che perciò non ha alcun fondamento la tesi della sospensione della democrazia.
Così pure abbiamo confutato il refrain della sospensione della politica. Partiti e gruppi hanno liberamente scelto di sostenere o di avversare il nuovo governo, il quale, a sua volta, ancorchè composto in prevalenza da tecnici non ascrivibili agli attuali schieramenti, fanno politica, cioè operano scelte, prendono decisioni tutt’altro che indifferenti a un sistema di valori e di interessi.
Monti li ha condensati nella triade rigoreequità- crescita, che pure possono essere diversamente interpretati e modulati. Nel caso del Pd, senza iattanza, ma in punto di verità, la decisione politica di sostenere il nuovo governo ha rappresentato un atto di responsabilità e persino di generosità. E, in ogni caso, come si è visto nell’esame e nella correzione della manovra nel senso di un di più di equità, il Pd ci ha messo del suo, non ha affatto rinunciato alla sua iniziativa politica.
Dunque, sospesa non è la democrazia, sospesa non è la politica – chiamata a dare alta prova di sé –, semmai sospesa è la ordinaria competizione tra parti politiche naturalmente avverse. Non a caso si è parlato di governo di tregua, di transizione, di decantazione, del presidente. Di questa sua peculiarità-eccezionalità non va smarrita la consapevolezza. Sia per una ragione di principio, direi di modello e di sistema: tutte le democrazie sane si imperniano su una sana, trasparente competizione-confronto tra parti politiche alternative. Sia per non schiacciare le visioni, di cui si deve nutrire la buona politica, sulla logica per definizione altra di chi deve fronteggiare l’emergenza.
Ogni forza politica, nel nostro caso il Pd, dispone appunto di una sua visione, di un suo programma, di suoi uomini e donne che, di necessità, per evidenti ragioni, non possono dispiegarsi a pieno dentro i vincoli temporali e politici di un governo che si regge su un dichiarato compromesso. Ecco perché, a mio avviso, abbiamo il dovere di smarcarci rispetto alla tesi di Casini, il quale prefigura il “partito di Monti”, inscrivendolo dentro la sua strategia, intestandoselo politicamente.
Un “partito” dichiaratamente (da Casini) destinato a spaccare verticalmente Pd e Pdl e a restaurare una democrazia consociativa imperniata su un grande centro. Una strategia diversa e, per certi versi, alternativa alla nostra, ispirata a un bipolarismo nel quale il Pd rappresenti il “ major party ” di un centrosinistra con vocazione e cultura di governo. È insidiosa anche la teoria, adombrata da dirigenti del Pd, secondo la quale il Pd nascerebbe ora, attraverso e grazie al suo sostegno al governo Monti, sostegno che si vorrebbe organico e ancor più politicamente impegnativo.
Senza distinguo oggi e magari domani. Teoria mortificante, a ben riflettere. Come se il Pd avesse alle spalle quattro anni di ricreazione e potesse essere se stesso, inverare il proprio progetto grazie ad altri (Monti e i suoi tecnici) e dentro l’emergenza.
Quanti nel Pd, da destra o da sinistra, non tematizzano tale stato di eccezione e invece teorizzano (o si comportano come se) il Pd giocasse tutta intera oggi la partita della sua ragione sociale, sono indotti a esasperare le differenze interne, a mettere bandierine.
Non sorprende che il tema del mercato del lavoro – cruciale per lo statuto ideale del Pd – assurga a campo di battaglia di chi pratica quello sport. Sarebbe tuttavia auspicabile che si sospendesse, tra noi, non la politica, ma un certo pierinismo, la ricerca di distinzioni, di protagonismo, di visibilità. Non solo e non tanto perché ci si fa del male, né perché non si può rilasciare al solo Bersani il compito di fare sintesi tra opinioni di cui si esaspera l’unilateralità.
Ma appunto per ragioni concettuali: non è l’emergenza il contesto propizio al naturale dipanarsi delle legittime e persino feconde differenze di sensibilità e di cultura interne al Pd. Parlo per me: la sensibilità sociale inscritta nella mia formazione culturale mi instilla diffidenza verso una certa subalternità al dogma liberista che pure ha fatto breccia anche a sinistra. E tuttavia, a fronte dello stato di eccezione, convengo sull’esigenza di misure inevitabili e dolorose. Ma trovo giusto che il mio partito ne senta anche emotivamente il peso, che le inscriva dentro una prospettiva di lunga lena la cui bussola sia la giustizia e la lotta alle disuguaglianze.
Comprese quelle tra le generazioni, sia chiaro. Mi farebbe invece problema un Pd che definisse se stesso e la propria identità nella gestione dell’emergenza. Non abbiamo fondato un partito per ridurci a pretoriani di un governo di tecnici, ma per cambiare l’Italia nella direzione di un di più di giustizia. Questa è l’accezione di riformismo – parola abusata – che mi convince.

da Europa Quotidiano 23.12.11

"Pompei, l’anno orribile", di Vittorio Emiliani

Un anno orribile per l’antica Pompei, che si chiude con un nuovo crollo: nella domus di Loreio Tiburtino, una delle più visitate perché posta all’ingresso delle scolaresche. Un dramma della manutenzione ordinaria e straordinaria, che non sembra finire mai. E qui, caso raro, non sono stati i fondi a mancare quanto le competenze dopo il pensionamento dell’ottimo soprintendente Piero Guzzo, anni or sono. Pompei è una delle Soprintendenze “speciali” (accorpata, assurdamente, con quella, importantissima, di Napoli). Non le mancano i fondi, visto che incassa circa 20 milioni l’anno (per un 30% dirottati altrove). Ma, dopo Guzzo, si sono succeduti, a velocità grottesca, ben tre soprintendenti (ad interim) e due commissari: un prefetto in pensione e un funzionario della Protezione Civile. Che hanno delegittimato nei fatti il soprintendente, cioè l’esperto vero. Dei 79 milioni disponibili, il commissario Fiori ne ha investiti pochi, un po’ più della metà, nella indilazionabile messa in sicurezza di una città esposta al consumo di massa, alle intemperie, al dissesto idrogeologico. Il resto? Finito in “valorizzazioni” discutibili, a partire dal Teatro Grande, rifatto in tufo contemporaneo.

Mi par di sentirli i lai di chi invoca la creazione di una Fondazione Pompei e l’intervento salvifico, soprattutto gestionale, dei privati. Sciocchezze. Ignoranti o maliziose. Bisogna invece rafforzare i poteri, anche gestionali, certo, dei soprintendenti, formarli meglio a tali compiti, dotarli di uffici amministrativi e tecnici efficienti, ricostituire la rete, lasciata sfibrare, dei presidii della tutela. A Pompei i soldi non mancano. Altrove ci vogliono anche quelli. Disperatamente.

L’Unità 23.12.11

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“Pompei. Crollo nella Domus da restaurare”, di Alessandra Arachi

Questa volta è toccato alla Domus di Loreio Tiburtino. Ad un pilastro del pergolato esterno, per la precisione, quello che si affaccia sul giardino maestoso e imperiale, nel pieno centro della città antica di Pompei, ad un passo dall’Anfiteatro. E venuto giù ieri, il pilastro, ed era mattina, e non è un dettaglio per una Domus che, tra le altre, è aperta alle visite del pubblico. La Domus di Octavius Quartio, detta di Loreio Tiburtino, è tra le più belle e importanti degli scavi di Pompei. Conserva un impianto originario e anche quello splendido giardino immerso tra verde e specchi d’acqua. L’area del crollo ieri è stata sequestrata, i carabinieri stanno indagando le cause. Ma questa volta sarà difficile trovare spiegazioni a quello che appare come un crollo annunciato. Sono anni, infatti, che la Domus di Loreio Tiburtino è stata inserita nella lista delle case che avevano bisogno di restauri e di supporti. Da quando è cominciata la gestione commissariale negli scavi, perlomeno. Era il 2008 quando l’allora commissario Renato Profili stanziò quasi 460 mila euro per il restauro degli apparati decorativi. Non ci fu mai il bando per quella gara. Nel luglio 2010, però, la soprintendenza si lanciò in un annuncio ben più decisivo: 3 milioni e mezzo di euro per il restauro di sette Domus importanti, quella di Loreio Tiburtino in prima linea, deciso dall’altro commissario, Marcello Fiori. A fine luglio sarebbero dovute partire le gare. A settembre i lavori.

Ieri mattina il crollo. E la soprintendente Teresa Elena Cinquantaquattro che si affannava a dire che «il pilastro non era portante né decorativo», che «l’area è stata scavata negli anni Cinquanta da Amedeo Maiuri, poi ha avuto restauri negli anni Ottanta e da allora più nulla, i lavori del commissariamento non hanno interessato questa parte». Non l’hanno interessata, ma era stato deciso di sì. E anche con urgenza. Ma nulla di fatto. E Pompei continua a sbriciolarsi. E il terzo crollo di quest’anno. E il più importante dopo quello della Schola Armaturarum, del 6 novembre 2010.

«Un crollo che non stupisce, anzi. Mi stupisco che non sia successo di peggio», commenta Andrea Carandini, presidente del Consiglio superiore Beni culturali. E annuncia: «L’allarme non è affatto concluso, ci saranno altri crolli». Il neoministro dei Beni Culturali, Lorenzo Ornaghi, ha fatto sapere che per attivare i 105 milioni di euro stanziati per i restauri degli scavi di Pompei dall’Unione Europea bisognerà aspettare l’autunno prossimo. Ci sono gare d’appalto da fare, di tipo europeo, appunto. E nel frattempo? «Il degrado va fermato subito impegnando squadre per la manutenzione ordinaria», implora Antonio Irlando, responsabile dell’Osservatorio patrimonio culturale. E aggiunge: «Gli interventi straordinari sono molto spesso tardivi. E la domanda che in tanti si fanno è: di chi è la responsabilità del vergognoso stato di conservazione di Pompei?». Anche l’Associazione nazionale archeologi lancia un grido di allarme per gli scavi che tutto il mondo ci invidia e che sono patrimonio dell’Umanità per l’Unesco: «Continueremo ancora per molto a pagare gli errori prodotti dal lungo commissariamento degli scavi. L’unica possibile cura per salvare la città romana sono assunzioni subito».

I precedenti
1 La Schola
Il 6 novembre 2010 nella città antica di Pompei, sulla via dell’Abbondanza, crolla la Schola Armaturarum, la scuola dei gladiatori, restaurata nel 1947

2 Il Moralista
Il 30 novembre del 2010 cede il muro perimetrale che circonda la Casa del Moralista, situata a una ventina di metri dalla Casa dei gladiatori.

3Il lupanare
Il primo dicembre 2010, in via Stabiana, crolla una parete di accesso a un ambiente della vicina casa del «lupanare piccolo», chiusa al pubblico.

Il Corriere della Sera 23.12.11

"Dare ossigeno all'economia", di Massimo Riva

Salvata l´Italia di oggi con il decreto d´emergenza, ora si tratta di salvare quella di domani con provvedimenti che prendano di petto la malattia più insidiosa del Paese. Quella bassa o nulla crescita che rischia di vanificare i pesanti sacrifici richiesti dal governo. Sacrifici indispensabili per riportare il Paese a testa alta in Europa e nel concerto internazionale. Questo, in estrema sintesi, il succo dell´intervento che Mario Monti ha fatto ieri in Senato a conclusione dell´iter parlamentare della sua prima manovra. Con il suo discorso, insomma, il presidente del Consiglio s´è assunto in prima persona l´impegno a compiere presto l´esercizio, fra tutti, più difficile: quello di ridare ossigeno e vitalità a un sistema economico da troppi anni languente e adagiato su se stesso. Monti non ha indicato dettagli su come intenda operare in proposito, ma ha richiamato obiettivi che fanno intuire le possibili linee d´intervento. Ha parlato di «agevolazioni fiscali per famiglie ed imprese» ed ha richiamato l´esigenza di recuperi di «produttività e competitività».
Sul primo punto si deve dedurre che il governo voglia affrontare il nodo cruciale della più ingiusta fra le iniquità del nostro sistema tributario: il sovraccarico di pressione fiscale sui redditi da lavoro e da imprese. Uno squilibrio responsabile di quella caduta dei consumi che da qualche anno sta facendo mancare al sistema produttivo il sostegno fondamentale della domanda interna. Non che in Italia non circolino abbastanza soldi, ma se questi si concentrano in poche tasche a scapito di quelle dei più – un´economista come Mario Monti lo sa di suo – si finisce per cadere nel classico ingorgo malthusiano. Gli eccessi di ricchezza promuovono le speculazioni finanziarie, mentre gli eccessi di penuria mortificano gli acquisti di beni e così deprimono gli investimenti e di conseguenza l´occupazione creando le condizioni tipiche di una spirale recessiva inesorabile.
Come uscire da questo avvitamento pericoloso senza compromettere la ferrea disciplina di bilancio? La strada maestra non può essere che quella di un riequilibrio dei carichi fiscali. Il gettito di un´imposta patrimoniale ordinaria si offre come la migliore soluzione per trovare – a saldi invariati – le risorse necessarie a spesare quei tagli di prelievo sui redditi più bassi che altro non chiedono se non di avere più denaro da impiegare prontamente in consumi. È probabile che il premier sia del tutto consapevole dell´opportunità di seguire questa strada. Ma è anche certo che le resistenze del fronte berlusconiano sul tema della tassa patrimoniale gli possano rendere assai impervio un simile cammino.
D´altro canto, terze vie in materia non esistono: o si riequilibra il prelievo tributario oppure sarà vano sperare in una rianimazione diffusa della domanda interna e quindi degli investimenti.
Quanto all´esigenza di far recuperare al sistema produttività e competitività, il governo potrà certamente aiutare migliori intese sul mercato del lavoro tra le forze sociali, ma il compito più importante ricade sul mondo delle imprese. Se i lavoratori italiani hanno salari ben più bassi dei loro colleghi europei – come ha riconosciuto il ministro Fornero – ciò dipende in minima parte dal fatto che i loro tempi alla catena di montaggio sono magari più lenti. L´economia di oggi ha assai poco da spartire con le parodie di Charlot in “Tempi moderni”. Produttività e competitività dipendono sempre più dalla qualità dei prodotti e dagli investimenti in innovazione tecnologica. Un metalmeccanico tedesco riceve una paga a volte doppia rispetto a quella del suo omologo italiano perché la sua impresa produce molte vetture a elevato valore aggiunto. Se in Italia si insiste nel progettare e fabbricare Panda – il prodotto meno ricco di tutta la gamma automobilistica – i margini per aumentare i salari risultano inevitabilmente minimi.
C´è, insomma, una responsabilità primaria della classe industriale sul fronte dei recuperi di competitività. E, purtroppo, se il cavallo imprenditoriale non vuole bere la medicina degli investimenti innovativi magari perché più allettato dal brivido delle speculazioni finanziarie, non è che il governo possa fare granché. Da un economista di vaglia quale Mario Monti è però lecito attendersi che almeno faccia uscire il dibattito in materia dall´ottusa e fin troppo interessata visione di chi trova comodo nascondere le proprie manchevolezze dietro la tuta del solito Cipputi. Già questo sarebbe un eccellente contributo per salvare l´Italia di oggi e di domani.

La Repubblica 23.12.11

"Ricostruire la politica", di Guido Crainz

Appena l´emergenza più drammatica si è placata, i partiti hanno rimosso un paradosso inquietante: ancora una volta nel giro di pochi anni il nostro Paese sembra capace di esprimere governi di qualità, capaci di operare quando la politica viene travolta dalla crisi. Così fu fra il 1992 e il 1994 quando, in condizioni difficilissime, Amato e Ciampi avviarono il risanamento proseguito poi dal primo governo Prodi: cioè dal governo di centrosinistra della “seconda Repubblica” che è stato meno prigioniero dei partiti. Nel 1992 il sistema politico crollò all´improvviso, oggi è giunta alle estreme conseguenze una corrosione del centrodestra che ha lasciato solo macerie e che si è svolta nella sostanziale assenza di un´opposizione credibile, capace di idee e progetti alternativi. Oggi come allora nel momento della verità i partiti sono stati più un peso che una risorsa, più un intralcio che uno stimolo.
È un nodo centrale del dramma di oggi. Per questa via si è lacerato sempre più, lo ha sottolineato benissimo Gustavo Zagrebelski, quel rapporto essenziale fra società e stato che è compito dei partiti garantire. Siamo giunti cioè al punto estremo di crisi della democrazia: di questo si tratta, ed è inutile nasconderselo. È significativo il ruolo costituzionalmente ineccepibile e al tempo stesso provvidenziale svolto negli ultimi vent´anni da tre capi dello Stato – Scalfaro, Ciampi e Napolitano – che hanno partecipato alla fondazione della Repubblica e sono felicissima espressione di quel clima, di quello spirito. Sono poi dei “non politici” di assoluta qualità a dare prova di uno spirito di servizio che dovrebbe essere il segno distintivo più nobile della politica. Una politica che sta bruciando quel che rimaneva della propria credibilità continuando a ignorare l´urgenza di riformare radicalmente se stessa, il proprio modo di essere e le proprie regole. E difendendo invece nella maniera più assurda i propri privilegi, fino al colpo di mano alla Regione Lazio e a tutte le vicende che variamente ruotano attorno ai vitalizi.
Siamo di fronte alla necessità di ricostruire non solo un sistema politico ma anche un Paese che appare profondamente smarrito e che è chiamato a sacrifici pesantissimi. Anche per proprie colpe: in passato è stato troppo pronto a rimuovere le proprie responsabilità. A dimenticare il contributo direttamente o indirettamente dato all´aprirsi delle voragini, con pesanti spinte corporative e corpose inosservanze degli obblighi civici. Così fu negli anni Ottanta: di queste pessime stoffe era intessuto il sostegno al pentapartito che celebrava allora i suoi trionfi e che ci guidò poi con spensierato ottimismo sin sull´orlo dell´abisso. La barca va, si diceva: fino al naufragio. Così è stato anche nella stagione berlusconiana, e nessuno può rispolverare oggi il mito di una società civile interamente sana contrapposta a un sistema politico corrotto. Sembra semmai più adeguata una vignetta di Altan di qualche tempo fa: “Il Paese avrebbe bisogno di riforme… ma anche le riforme avrebbero bisogno di un Paese”.
Oggi siamo costretti di nuovo a “guardarci dentro”, ad interrogarci sul nostro passato e sul nostro futuro. Il centrosinistra deve spiegare in primo luogo a se stesso perché nel crollo della “prima repubblica” mancò l´occasione di proporre modelli e pratiche di buona politica. E perché affossò poi rapidamente il primo tentativo di Prodi di andare in quella direzione, lasciando così via libera al consolidarsi del populismo e dell´antipolitica. Perché, anche, è diventato progressivamente preda di una opaca afasia.
È altrettanto importante il ripensamento che può coinvolgere quell´area moderata – spesso al di fuori o ai margini delle organizzazioni politiche – che non ha seguito fino in fondo la deriva berlusconiana: perché è così difficile nel nostro Paese la nascita di una destra normale? Ce ne sono finalmente le condizioni? Questo sarebbe un importantissimo elemento di svolta.
Le riflessioni delle forze politiche di entrambi gli schieramenti possono oggi essere favorite dalla qualità stessa del governo che è stato messo in campo. Essa ha fatto rapidamente impallidire tutte le ipotesi sul “dopo Berlusconi” che erano state avanzate in precedenza: sia quelle che sapevano di “conservazione” sia quelle che si presentavano con il volto dell´innovazione. Oggi ci appaiono tutte obsolete, sanno di antico e di inadeguato. Ed è sempre la qualità di questo governo a rendere ancor più stridenti le insufficienze dei partiti e le loro più estreme manifestazioni di irresponsabilità. Su questo terreno la Lega ha sbaragliato ogni suo precedente record ma la demagogia e l´improntitudine, dopo anni e anni di governo, non sembrano più farle guadagnare consensi. Se così continuerà ad essere, sarà un ottimo segnale. Non andrebbero neppure commentate poi le sortite di Berlusconi, primo responsabile del disastro ma pronto a far cadere il governo appena i sondaggi gli tornassero favorevoli: eloquente conferma di un insanabile conflitto con il bene comune.
La rifondazione di una classe dirigente sulla base della competenza, del rigore e dello spirito di servizio è dunque obbligatoria ed è un processo da avviare subito: altrimenti al voto del 2013 si giungerà con inquietanti incognite. Senza quest´inversione di tendenza, senza il contributo attivo della politica sarà molto difficile ricostruire l´etica collettiva, il senso di una comunità. Sono straordinariamente importanti al tempo stesso i segnali che verranno dal governo: la difesa intransigente di equità sociale e diritti, merito e trasparenza sono il motore indispensabile e insostituibile di una Ricostruzione. In un Paese smarrito ma ancora capace di uscire dalle derive di questi anni le indicazioni di futuro sono essenziali: contribuiscono in modo decisivo alla capacità vitale di una nazione, alla sua possibilità di ritornare protagonista. Questo governo ha tutte le qualità per mandare i segnali giusti, ed è in realtà l´ultima occasione per invertire la rotta. Per questo è giusto chiederglielo con forza.

La Repubblica 23.12.11