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"E se l’ Europa …ricominciasse dalla scuola" di Pippo Frisone

Sembrano passati anni luce dal Trattato di Lisbona. La spinta propulsiva dell’euro, la caduta del muro , l’allargamento da 15 a 27 Stati sembrano svanire con la crisi finanziaria, schiacciati dallo spread e dalla recessione, in un’ Europa senz’anima, senz’inno e senza bandiera. Non basta più un ‘Europa pacificata e senza guerre, non basta più il mercato comune e non basta più nemmeno la moneta unica, l’euro.
Il Parlamento europeo e le sue istituzioni sono ancora troppo deboli di fronte agli Stati, soprattutto di fronte a quelli più forti economicamente.

Le resistenze a cedere quote sempre più crescenti di sovranità sono ancora forti, come insegna il caso inglese sul sistema fiscale.

27 Stati, 27 lingue, 27 sistemi politici, 27 economie , 27 sistemi scolastici…son troppi, è un lusso che l’Europa non può più permettersi.

Da dove ricominciare allora? Dopo il mercato comune e la moneta unica, dopo l’Europa bisogna fare gli europei.

Per fare gli europei e ridare nuovo slancio all’Europa occorre ripartire dalla scuola, investire nell’istruzione, nella ricerca e sulla conoscenza comunitarie.

E’ necessario superare la frammentazione attuale, la babele dei 27 sistemi scolastici vigenti.

Occorre portare in tutti gli Stati dell’Unione l’obbligo all’istruzione e alla formazione a 18 anni.

Oggi l’obbligo arriva a 15 anni in Italia, Grecia, Austria,Cipro,Portogallo ,Slovenia,Slovacchia, Rep.Ceca, non a caso l’area più debole economicamente e più esposta alla crisi attuale.

A 16 anni ci sono Estonia,Francia,Irlanda,Danimarca,Olanda,Regno Unito,Spagna e Svezia.

A 17 anni Finlandia e Lituania. A 18 anni Ungheria, Polonia, Belgio e Germania.

La frammentazione nella durata dei percorsi di studio è molto accentuata nel primo ciclo della primaria e scuola media.

La secondaria superiore si articola sostanzialmente su tre indirizzi: liceo, tecnico e professionale.

Ci si diploma quasi ovunque a 18 anni ma anche a 19 anni nel sistema dei licei ( Danimarca, Finlandia, Germania,Irlanda, Estonia..).

Nell’era della globalizzazione occorre formare il cittadino cosmopolita e non più delle piccole patrie o magari delle macroregioni come qualcuno vorrebbe fare nel nostro Paese.

Un cittadino europeo che si muova liberamente, all’interno d’uno spazio europeo dell’istruzione, parlando tutti la stessa lingua comunitaria dell’unione, studiando tutti la stessa cultura europea, in quella che dovrebbe essere una vera e propria scuola unitaria europea.

Solo così, gettando le basi d’una vera integrazione formativa e culturale, si creerebbero le condizioni per dare identità, prospettive e fiducia nel futuro ai giovani europei di domani.

Un sistema unitario d’istruzione e formazione europeo per costruire la nuova Europa oltre il mercato e al di là dell’euro.

La Commissione a Bruxelles cominci a lavorare sull’obbligo scolastico, riducendo l’attuale frammentazione e costringendo gli Stati ad avere una normativa comune sull’istruzione e formazione dei giovani prima del loro ingresso sul mercato del lavoro.

Sarebbe già un buon inizio, una buona idea in tempo di crisi, per tornare a credere e a sperare nell’Europa del domani.

da ScuolaOggi 20.12.11

"L’imbarazzo lumbard sul federalismo fiscale", di Marco Alfieri

Imposta municipale unica (Imu). Doveva essere la parolina magica del Carroccio, la quintessenza del federalismo fiscale capace di restituire ai comuni padani vessati da «Roma ladrona» soldi freschi da spendere «per la nostra gente». «Pazientate…», si sbracciava Roberto Calderoli che ne è l’inventore, per calmare i bollori dei sindaci leghisti (gli stessi che oggi sparano addosso a Monti) contro i tagli lineari dell’amico Giulio (Tremonti). «Quando ci sarà l’Imu avrete finalmente leva fiscale e risorse per servizi e investimenti».

Poi il governo Berlusconi è caduto e oggi l’Imu da agognato miraggio si è trasformato nel grande nemico da abbattere, riecheggiando i falò anti tasse minacciati dal Carroccio nei mitici anni 90. Peggio. L’ipotesi di non pagare l’Imu lanciata dal sindaco di Vittorio Veneto e subito strumentalizzata ai piani alti della Lega, rischia di certificare il divorzio tra gli ex amici di Lega e Pdl. Maroni contro Berlusconi (e Alfano).

Nella versione originale l’Imu era nella disposizione degli enti locali, anche se posticipata al 2014. Ora con la reintroduzione dell’Ici viene anticipata al 2012 ma la sua natura cambia. Sulla prima casa rimane interamente ai comuni, sugli altri immobili (18 miliardi sui 21,5) è invece divisa a metà tra lo stato e i comuni. La quota statale viene però calcolata applicando alla base imponibile complessiva l’aliquota del 7,6 per mille, al lordo di qualsiasi detrazione o sconto. Di conseguenza, spiegano gli esperti del Sole 24 Ore, «i comuni che abbassano l’aliquota sugli immobili diversi dalla prima casa dovranno girare a Roma fino all’80% dell’Imu del territorio». Con le entrate statali che cresceranno di 11-12 miliardi!

«L’aumento della pressione fiscale è deciso per esigenze di bilancio statale», riassume Angelo Rughetti, direttore generale di Anci. «In questo caso le scelte che i sindaci possono compiere non nascono per aumentare i servizi ma un’altra volta per pareggiare i conti e stare nel patto di stabilità». In effetti. «E’ paradossale che un governo così nordista, con il mio conterraneo Monti e Passera, rimetta l’Ici per spostarlo a Roma…», ironizzava l’altra sera da Treviso, Roberto Maroni.

In realtà nemmeno il Carroccio sull’Aventino ha titoli per smarcarsi. Il senso del federalismo fiscale consiste nella trasformazione delle risorse trasferite dallo Stato agli enti locali in una compartecipazione ai tributi e in autonomia impositiva. Peccato che i tagli dell’ultimo biennio (regolarmente votati dalla Lega) a valere sul 2011-2014, pari al 40% delle risorse 2010, abbiano di fatto prosciugato il «tesoretto» dei trasferimenti fiscalizzabili, tradendo al di là degli slogan l’essenza del federalismo: lasciare sul territorio una parte delle risorse, superando il monopolio della finanza derivata.

Secondoi calcoli dell’Anci, nell’ultimo decennio la spesa dello Stato è addirittura aumentata di 300 miliardi mentre se ne sono spostati 100 dai territori verso Roma. E’ su questa ri-centralizzazione (avallata dalla Lega) che si abbatte la manovra Monti. Il vero federalismo, purtroppo, era già un miraggio. E i primi a saperlo sono proprio i comuni.

La Stampa 20.12.11

"Se l'art. 18 diventa un lusso", di Stefano Rodotà

Gli effetti del decreto “Salva Italia” dureranno a lungo, perché redistribuiscono poteri e risorse. Per questo non è possibile far tacere lo spirito critico, né pretendere una sorta di acquiescenza sociale, alla quale giustamente i sindacati hanno detto di no. Il decreto, infatti, tocca profondamente vita e diritti delle persone.
I diritti sono diventati un lusso? L´”età dei diritti” è al tramonto? Di questo discutiamo in questi tempi difficili, e non solo in Italia. E´ tornata l´insincera tesi dei due tempi: prima risolviamo i problemi dell´economia, poi torneranno i bei tempi dei diritti. “Prima la pancia, poi vien la morale” – fa dire Bertolt Brecht a Mackie Messer nel finale del primo atto dell´Opera da tre soldi. Ma l´esperienza di questi anni ci dice che di quel film viene sempre proiettato solo il primo tempo.
Vi è una ricerca francese sui diritti sociali intitolata “Droits des pauvres, pauvres droits”. Dunque, “diritti dei poveri, poveri diritti”: diritti sempre più deboli per i più deboli, e che non si sa che fine faranno. Oggi siamo di fronte ad interventi caratterizzati da una forte asimmetria sociale, che fanno crescere ancora di più la diseguaglianza. Ma qual è la soglia di diseguaglianza superata la quale è a rischio la stessa democrazia? Siamo consapevoli che stiamo passando per un numero crescente di persone dall´”esistenza libera e dignitosa”, di cui parla l´articolo 36 della Costituzione, ad una situazione che spinge verso la pura sopravvivenza biologica?
Proprio nei tempi difficili bisogna parlare dei diritti. Senza conservatorismi, si dice. E allora, poiché il Governo annuncia interventi nella materia del lavoro, usciamo da schemi inutili e aggressivi come quelli che mettono al centro la modifica dell´articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Uno sguardo sull´immediato futuro, realistico e lungimirante, esige che si affronti una revisione dei regimi di sicurezza sociale nella prospettiva del riconoscimento di un diritto ad un reddito universale di base. Di questo si discute da tempo, come mostra un libro appena pubblicato da Giuseppe Bronzini. Si potrebbe così cominciare ad invertire la rotta: dalla sopravvivenza di nuovo verso l´esistenza, ricongiungendosi anche ad una precisa indicazione dell´articolo 34 della Carta dei diritti fondamentali dell´Unione europea: “al fine di lottare contro l´esclusione e la povertà, l´Unione riconosce e rispetta il diritto all´assistenza sociale e all´assistenza abitativa volte a garantire un´esistenza dignitosa a tutti coloro che non dispongano di risorse sufficienti”.
Si è detto che l´Italia deve riguadagnare la dimensione europea, rifiutata nei tempi del berlusconismo. Ma, se si vuole che i cittadini non guardino all´Europa solo come fonte di imposizioni e di sacrifici, bisogna ricordare quel che disse il Consiglio europeo nel 1999: «”La tutela dei diritti fondamentali costituisce un principio fondatore dell´Unione europea e il presupposto indispensabile della sua legittimità». L´Europa dei mercati non può essere disgiunta dall´Europa dei diritti, pena una delegittimazione che può contribuire alla sua dissoluzione. I governanti devono rendersi conto che la Carta dei diritti fondamentali non è un documento al quale dedicare qualche distratta citazione, ma uno strumento che, adoperato con continuità e sincerità, può mostrare il «valore aggiunto» dell´Europa, nel quale diventa conveniente riconoscersi per tutti.
Ma l´Europa è anche quella dei trattati, di cui ora si propongono modifiche per rendere possibile un più diretto governo dell´economia. Di nuovo una questione di legittimità democratica. Si può rafforzare il potere europeo in questa materia sottraendolo a controlli che non siano solo quelli esercitati dalla forza degli interessi di governi nazionali? Se si vuol mettere mano al Trattato di Lisbona, allora, è necessario che una riforma includa un rafforzamento dei poteri del Parlamento europeo. Qui l´antica vocazione europeistica dell´Italia potrebbe essere rinverdita. Vorrà farlo l´attuale Governo, guadagnando così meriti presso tutti quelli che credono ancora in una ripresa della costruzione democratica dell´Unione?
Questa linea di riforma istituzionale, attenta a democrazia e diritti, dovrebbe essere seguita anche per le riforme costituzionali di cui si torna a parlare in casa nostra. Queste non possono essere considerate solo dal punto di vista di un nuovo assetto per Parlamento e Governo. E l´insistenza sulla giusta necessità di restituire ai cittadini poteri confiscati dall´indegna attuale legge elettorale non può limitarsi a questa soltanto. Le nuove forme di partecipazione politica, dei cui effetti abbiamo avuto prove concrete in occasione dei referendum e delle elezioni amministrative, esigono forme istituzionali che diano corpo e legittimazione a quella “democrazia continua” che ormai caratterizza la sfera pubblica e che non può essere affidata soltanto alla dimensione mediatica o alla logica dei sondaggi. Ricordate la critica di Rousseau alla democrazia rappresentativa inglese? “Il popolo inglese crede d´essere libero; s´inganna, non lo è che durante l´elezione dei membri del Parlamento; non appena questi sono stati eletti, esso diventa schiavo, non è più nulla”. A questa schiavitù politica, al silenzio tra una elezione e l´altra, i cittadini si ribellano sempre di più, grazie soprattutto alle opportunità loro offerte da Internet. Sono lontanissimo dalle semplificazioni di chi continua a pensare ad una democrazia salvata dalla tecnologia, e ritengo che si debba sempre riflettere sui rischi di una “democrazia elettronica” come forma del populismo dei nostri tempi. Ma è suicida continuare a guardare alle istituzioni e alle loro possibili riforme senza prendere seriamente in considerazione la necessità di integrazioni nuove tra democrazia rappresentativa e presenza più diretta dei cittadini.
Nella prospettiva di riforme, volte però alla buona “manutenzione” e non allo stravolgimento della Costituzione, mi limito ad indicare una sola ipotesi, di cui già ho parlato in passato, ma che il successo dei referendum rende attuale. Mi riferisco all´iniziativa legislativa popolare, prevista dall´articolo 71 della Costituzione e che, finora, ha avuto come effetto solo la frustrazione dei proponenti, visto che il Parlamento ignora del tutto le proposte firmate dai cittadini. Credo che sia venuto il momento di rinvigorire questo istituto, prevedendo procedure che riguardino le modalità in base alle quali il Parlamento deve prendere in considerazione quelle proposte e dando al comitato promotore il diritto di seguirne l´iter parlamentare in commissione, secondo il modello che ha già portato a considerare i promotori di un referendum addirittura come «potere dello Stato». Un passo così impegnativo dovrebbe essere accompagnato da un aumento delle firme necessarie, ben oltre le attuali cinquantamila. Ma avrebbe l´effetto positivo di avviare una integrazione tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta (che può e deve trovare ulteriori forme), di aprire un canale tra eletti ed elettori, di insidiare l´autoreferenzialità della politica e di avviare così un suo riscatto nel tempo del massimo suo discredito.
Anche così potremo ricongiungerci all´Europa. L´articolo 11 del Trattato di Lisbona affianca alla democrazia rappresentativa uno strumento di democrazia diretta: il nuovo diritto di iniziativa dei cittadini europei che, in numero di almeno un milione, possono chiedere alla Commissione europea di prendere iniziative in determinate materie. Non è un caso che di questo strumento si prepari a servirsi la rete europea dei movimenti per l´acqua bene comune, dunque proprio i soggetti ai quali si deve la più forte iniziativa referendaria.
L´uscita dalla regressione culturale e politica, nella quale siamo piombati, sta proprio nella capacità di ricominciare a frequentare il futuro senza condizionamenti, primo tra tutti quello che vuole ricondurre tutto alla logica del mercato.

La Repubblica 20.12.11

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“Realismo e rifiuti pregiudiziali”, di LUIGI LA SPINA

Una delle conseguenze più apprezzate della nuova stagione inaugurata dal governo Monti è la ritrovata civiltà e concretezza della discussione e anche della polemica politica. Confronti di idee sul merito delle proposte hanno scacciato dibattiti a suon di insulti, insinuazioni, dietrologie, sospetti, promesse irrealizzabili.

Così, quando si ritorna alla demagogia, allo schiamazzo, all’aggressività e all’arroganza verbale, come è avvenuto recentemente in Parlamento per colpa della Lega, la reazione prevalente è quella della sorpresa, dello sconcerto, del fastidio, più che quella dell’indignazione. Come se quei toni esagitati fossero ignari della gravità della situazione italiana e come se i protagonisti di quelle gazzarre fossero inconsapevolmente sopravvissuti alla fine di un’epoca.

Colpisce perciò, al di là e prima delle opinioni, il linguaggio usato dalla segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso, per ribattere alle proposte della ministra Elsa Fornero sulla riforma del mercato del lavoro. Toni particolarmente sbagliati perché non esasperati dalla foga di un comizio, ma distillati freddamente in una intervista sul «Corriere della Sera». A parte la sorprendente osservazione su un presunto «livello di aggressione nei confronti dei lavoratori e delle lavoratrici che, fatto da una donna, stupisce molto», una discriminazione di genere che in politica suona davvero fuori luogo, la Camusso insinua che ci siano personali interessi per favorire le assicurazioni private, solleva accuse di «autoritarismo» e di «brutalità», rimprovera falsità e, dulcis in fundo, sostiene che le idee della Fornero compromettano addirittura «norme di civiltà».

In un momento di pesante crisi economica che indubbiamente provoca e provocherà forti tensioni sociali, la responsabilità delle parole che vengono usate dai protagonisti della vita pubblica è particolarmente acuta. Tanto più quella della leader del più grande sindacato italiano, la quale dovrebbe farsi carico dell’impegno di non chiudersi, proprio in una fase così difficile, nella difesa degli interessi strettamente legati alla rappresentanza della sua organizzazione, ma preoccuparsi anche di quelli più generali. Soprattutto in difesa della categoria oggi più debole in Italia, quella dei non garantiti da nessuno, i giovani.

Se davvero è giusto il suo invito a guardare la realtà del mondo del lavoro, com’è davvero e non come fa comodo dipingerlo, allora la Camusso sa bene che la questione più grave è la precarietà dell’occupazione giovanile. L’idea di assicurare per tutti un’assunzione dignitosa, con un contratto a tempo indeterminato che possa dare un po’ di sicurezza nel futuro, in cambio di una maggiore flessibilità in uscita dall’azienda, con garanzie di ammortizzatori sociali estesi a tutti, in modo che la renda sopportabile per il lavoratore, non merita davvero un rifiuto pregiudiziale e apodittico.

In un mondo di mercati globalizzati, dove la competizione non ha confini né protezioni, non si tratta di difendere «totem e tabù», anche questi termini suonano vecchi e sbagliati, ma di confrontarsi sul modo di contemperare due esigenze: quella di favorire l’occupazione, specie giovanile, e quella di impedire una incontrollata «licenza di licenziare». Una discussione, però, che deve assolutamente evitare toni apocalittici e ricattatori, appelli ai «principi inalienabili», come controproposte irrealizzabili e controproducenti. A quest’ultimo proposito, davvero la segretaria della Cgil pensa che aggravare i costi per le assunzioni a tempo dei giovani aiuterebbe costoro a trovare più facilmente un’occupazione?

Tra il profluvio di commenti, a favore e contro la proposta della Fornero, ieri, si è distinto il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni che, ostile alla manovra del governo, ha fatto un’affermazione del tutto condivisibile: «Chi ha ragione, non deve avere paura del confronto». La collega leader della Cgil dovrebbe far tesoro di queste parole e, invece di opporre, con toni così esagerati e insultanti, rifiuti pregiudiziali, dovrebbe avere il coraggio di affrontare la questione con realismo e buon senso. Un esempio che avrebbe, tra l’altro, un grande valore per evitare la subordinazione all’egemonia culturale, politica e sindacale delle frange radicali ed estremiste che adoperano, irresponsabilmente, parole incendiarie e allarmanti.

Se alle barricate conservatrici delle corporazioni, quelle dei tassisti, dei farmacisti, dei notai e degli avvocati, dei commercialisti come degli architetti e, magari, anche quelle dei giornalisti, si uniscono anche quelle dei sindacati maggiori, sarà davvero impossibile, per il nostro Paese, raggiungere una crescita economica che impedisca un irreversibile declino. I danni saranno gravi per tutti, anche per coloro che credono di salvarsi nel recinto, ormai illusorio, delle vecchie protezioni. Ma saranno gravissime per le nuove generazioni che, per tutta la vita attiva saranno costrette a una precarietà continua e, quando saranno anziane, si troveranno con pensioni da fame. Forse non ci rendiamo conto di quale «bomba sociale» stiamo innescando per uno scoppio terribile tra trenta-quarant’anni. C’è ancora poco tempo perché la nostra memoria non sia maledetta.

La Stampa 20.12.11

"Presidi: più che un concorso, il gioco delle porte girevoli", di Mario D'Adamo

Il 14 e il 15 dicembre in tutti i capoluoghi di regione si sono svolti gli scritti del concorso di dirigente scolastico, al quale hanno partecipato non solo i candidati che avevano superato la preselezione del 12 ottobre ma anche quelli che non l’avevano superata. È il caso dei candidati della Campania, bocciati ai quiz e ammessi con riserva dal Tar di Napoli, al quale hanno presentato ricorso, contestando l’erroneità di alcuni quesiti.

E sarebbe stato il caso di 68 candidati della Puglia, in un primo tempo ammessi a partecipare dal presidente del tribunale amministrativo di quella regione (decreto n. 919 del 24 novembre 2011) ma subito dopo estromessi dallo stesso presidente che ci ha ripensato, dietro domanda del ministero dell’istruzione e dell’Associazione nazionale presidi (decreto n. 984 del 9 dicembre 2011).

I Tar delle regioni diverse dal Lazio, questa la motivazione, sarebbero incompetenti a decidere su una procedura di carattere nazionale. Non ce l’hanno fatta ad affrontare gli scritti nemmeno altri candidati, che pure avevano contestato l’erroneità dei quiz, dei quali il Tar del Lazio cui si erano rivolti non ha riconosciuto legittima e ragionevole la pretesa di presentarsi lo stesso alle prove (ordinanze nn. 4623 e 4654 del 7 dicembre). I candidati, invece, già ammessi con riserva alla preselezione e che l’hanno superata hanno potuto affrontare anche gli scritti, non essendo ancora intervenuta la decisione di merito. Il loro requisito di anzianità per partecipare, che ai sensi del bando doveva essere di almeno cinque anni di ruolo, si completava invece con servizi di insegnamento prestati prima dell’immissione in ruolo o era costituito solo da questi ultimi. L’amministrazione li perciò aveva esclusi ma il Tar del Lazio li ha riammessi. Tra le decisioni cautelari a loro favore c’è la n. 3636 del 29 settembre 2011, che il Consiglio di Stato ha confermato con ordinanza n. 5358 del 7 dicembre, respingendo l’appello del ministero dell’istruzione. Probabilmente per non prolungare troppo l’attesa dei candidati per sapere se hanno affrontato invano o meno gli scritti, i giudici di palazzo Spada hanno ordinato la trasmissione dell’ordinanza al Tar, invitandoli a fissare l’udienza di merito «con priorità ai sensi dell’art. 55, comma 11, del codice del processo amministrativo».

Nell’inestricabile groviglio di decisioni e ordinanze a favore e contro i ricorrenti, tutte cautelari e quindi rivedibili, non ha avuto esito la diffida di rinviare le prove, rivolta il 9 dicembre al nuovo ministro dell’istruzione Profumo da Anief, Associazione professionale e sindacale. Non è detto che il rinvio sarebbe servito.

C’è ancora il rischio che l’intera procedura possa venire travolta, quando i vari giudici amministrativi affronteranno le diverse questioni nel merito o ancora in sede cautelare. Se accoglieranno le richieste di annullamento del bando e quelle di partecipazione agli scritti, si dovrà rifare il concorso e indirne un altro. Prima però il legislatore dovrà correggere la disposizione che individua la qualità dei requisiti di servizio necessari per partecipare, l’art. 1, comma 618, della legge 27 dicembre 2006, n. 296, finanziaria del 2007. Requisiti che ora vengono contestati perché in contrasto con la direttiva europea n. 1999/70/CE, che equipara i servizi pre-ruolo a quelli di ruolo. Almeno secondo la sentenza dell’8 settembre 2011 della Corte di giustizia europea con sede nella città del Lussemburgo.

Si fa strada allora la prospettiva, se le argomentate critiche all’organizzazione del concorso non riceveranno risposte adeguate e definitive dalla magistratura e dalla stessa amministrazione, di un allargamento del contenzioso, destinato a raggiungere la Corte costituzionale e uscire anche dai confini d’Italia. Qui nel frattempo gli istituti saranno retti da uno sparuto manipolo di dirigenti scolastici con una titolarità e numerose reggenze. A meno che dal dimensionamento il numero delle presidenze non risulti ridotto così significativamente da rendere inutile un altro concorso e siano mandati a casa tutti gli aspiranti.

da ItaliaOggi 20.12.11

"Tre donne per una riforma", di Chiara Saraceno

Tre donne hanno nelle proprie mani una delle questioni più calde della politica italiana, la riforma del mercato del lavoro e il futuro dell´articolo 18 dello statuto dei lavoratori: la ministra del welfare, la presidente di Confindustria, la segretaria generale del massimo sindacato italiano.
Per la cultura e pratica politica italiana è certo una rottura radicale, innanzitutto sul piano simbolico. Non siamo abituati a vedere fisicamente donne monopolizzare lo spazio visivo e comunicativo di processi decisionali importanti giocando tutte le parti disponibili. Ciò è sicuramente un bene in sé, perché rompe il monopolio maschile sui ruoli decisionali che contano.
Allo stesso tempo, la diversità non solo di ruoli, ma di interessi e di modi di interpretarli che ciascuna di queste tre donne porta al tavolo della negoziazione è l´esempio più chiaro che l´essere donne, così come l´essere uomini, non produce automaticamente una comunanza di posizioni e interessi. Salvo che per la pretesa di partecipare alla pari degli uomini alle decisioni importanti per la collettività, non vi sono automaticamente posizioni, definizioni di priorità, comuni. Pretenderlo, anche da parte delle altre donne, sarebbe sbagliato. Ciò che si può pretendere è che le accomuni il rispetto reciproco e la voglia non solo di difendere gli interessi di cui ciascuna di loro è legittimamente portatrice, ma di ascoltare e valutare le ragioni dell´altra, riconoscendole non solo integrità personale, ma competenza. Senza ricorrere all´abusata accusa – troppe volte utilizzata come delegittimazione reciproca o entro il femminismo – “di non essere una vera donna”, o di “non rappresentare le donne”. E´ vero che due almeno delle tre protagoniste, hanno per ruoli istituzionali e per storia personale anche un ruolo di rappresentanza degli “interessi delle donne”. La ministra Fornero è anche ministra per le Pari Opportunità. E Susanna Camusso, per ruolo sindacale, ma non solo, si è assunta la responsabilità di advocacy di quelli che lei e molte altre definiscono gli interessi delle donne. Ma è su questo, sul modo di concepire e lavorare per questi interessi che eventualmente devono discutere, anche duramente, tra loro e con la società civile femminile.
Sarebbe un errore presentare il conflitto che va aprendosi sulla riforma del mercato del lavoro e che vede come protagoniste tre donne competenti e responsabili come una sorta di messa alla prova. Non solo perché questa prova è già stata molte volte fallita da uomini, senza che nessuno lo addebitasse al loro essere tali. E neppure solo perché questo conflitto è giocato anche su altri piani che non quello su cui si incontrano e scontrano Camusso, Fornero e Marcegaglia – piani molto abitati da uomini influenti, oltre che da uomini e donne che fronteggiano ogni giorno le difficoltà del mercato del lavoro. Sarebbe un errore perché le questioni in gioco sono troppo grandi e delicate, i nodi da sciogliere molteplici, molti i sospetti maturati nella Cgil in anni di dialoghi mancati. Occorre un lavoro paziente di sminamento dei territori e la dichiarazione di una tregua che consenta di riprendere diversamente il discorso. Il fatto che ad affrontare questa responsabilità siano non genericamente tre donne, ma queste particolari tre donne, può essere una risorsa. Ma i miracoli sono difficili.

La Repubblica 20.12.11

"Quei dubbi sul ruolo dell'Europa", di Lucia Annunziata

Quanto pronta è la classe dirigente del Paese ad accettare l’attuale governo Monti? Pronta, ma non senza qualche seria riserva. Con un po’ di immaginazione, e una certa forzatura, potrebbe essere letta così l’indagine sull’Europa presentata ieri a Roma nella sede della Rappresentanza Italiana della Commissione Ue, – stanze di solito vuote, riempite ieri, nel giusto segno dei tempi, da giornalisti e osservatori.

Il lavoro si intitola «L’Europa e l’agenda delle Riforme», è stato voluto dal Forum internazionale economia e società aperta, figlio della Bocconi e dal Corriere della Sera , cioè dei due luoghi seminali del governo tecnico, e si rivolge a una fascia sociale ben precisa – con un campione di cittadini fra i 18 e i 60 anni, che usano internet, cui si aggiungono i dirigenti di un centinaio di aziende. Insomma parliamo qui sicuramente di una élite ben informata e molto attiva nel mercato del lavoro.

L’arco di tempo in cui questo gruppo viene contattato è cruciale: fra il 2 e il 9 novembre, cioè dopo la lettera a Bruxelles di Berlusconi (26 ottobre) e dopo la riunione del G20 a Cannes (quel 3 e 4 novembre del risolino fra Sarkozy e Merkel) ma prima delle dimissioni di Silvio Berlusconi (11 novembre) e dell’incarico a Monti (13 novembre). La ricerca, dunque pur non essendo direttamente sull’attuale premier fornisce un quadro di cosa passava nella testa di un po’ di italiani proprio nelle ore delle scelte che hanno portato al governo dei tecnici. Le risposte, pur ampiamente a favore dell’Europa, risultano più sfumate di quel che ci si potesse aspettare.

La più importante domanda, che costituisce l’architrave del lavoro, si riferisce alla famosa lettera della Bce: «La gran parte degli italiani ha fiducia nell’Europa e nelle sue indicazioni sulle cose da fare per uscire dalla crisi attuale?». La risposta è da maggioranza assoluta: un sì dal 72 per cento dei cittadini, che cresce all’88 per cento, come c’era da aspettarsi, fra gli imprenditori. Ma se si va nello specifico le opinioni si dividono nettamente. Così il 41 per cento pensa che l’Europa ci sta aiutando concretamente a risolvere i problemi, mentre un altro 41 per cento dice che non ci sta dando alcun aiuto, e il 18 per cento dice addirittura che l’Europa è la causa stessa dei nostri problemi. Sotto la fiducia si profila così una maggioranza molto più scettica se non addirittura contrariata dalla sudditanza all’Europa.

Lo stesso accade sul tema delle riforme. La maggior parte delle proposte (che poi sono quelle fatte proprie da questo governo) trovano enorme consenso – soprattutto quelle che «liberano» la società da «lacci e lacciuoli». Per cui c’è consenso alla flessibilità del lavoro (63%), al salario legato alla produttività (69%), alla riduzione delle imposte sui redditi da lavoro delle donne, a rendere più selettivi gli accessi all’università (75%).

Ma questa generale spinta alla meritocrazia e alla trasparenza frena davanti ai due maggiori interventi di cambiamento – la riforma delle pensioni, e la patrimoniale. La prima raccoglie una netta maggioranza contraria, e la seconda trova consenso solo se inquadrata in un contesto più ampio di misure. Come definire queste risposte? Come tenere insieme affidamento e sfiducia? Timori e sospetti che le sottendono?

Nella riunione di presentazione della ricerca ieri, tutta nel segno dell’«andiamo avanti», pure i segnali di dubbio non sono stati trascurati. Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, ha preso atto ma ha rilanciato: «Nessun tabù sull’articolo 18. La riforma del mercato del lavoro va affrontata con molta serietà, pragmatismo e senza ideologia». Il curatore, professore Carlo Altomonte, ha segnalato che anche in Italia c’è una crescita della sfiducia nei confronti dell’Europa. Il ministro per gli Affari Europei Enzo Moavero Milanesi, si è dichiarato assolutamente convinto che l’Europa ha in sé la capacità di recuperare, «reinventandosi continuamente». Ragion per cui «l’euro non corre rischi».

Ma forse la migliore annotazione sulla complessità dei sentimenti proEuropa in Italia è stata fatta dal direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli che ha ricordato un dubbio del defunto PadoaSchioppa, ex ministro del Tesoro, uno dei padri dell’Europa: «Forse non abbiamo dato sufficiente peso a chi aveva sensibilità diverse». Un ricordo che dovrebbe avere molta eco nei difficili tempi attuali.

La Stampa 20.12.11

"Siamo tutti senegalesi", di Adriano Sofri

Mi ero infilato – era facile, loro sono altissimi, io no – nel gruppo di senegalesi più arrabbiati. Scandivano i loro slogan sotto il palco, mentre dal palco li esortavano alla calma. C´erano delle donne, e una ha gridato in italiano: «Dobbiamo dire solo parole umane. Siamo qui per l´umanità. Siamo tutti uguali». Uno davanti a lei si è voltato: «Non siamo tutti uguali. Noi siamo migliori». Si sono messi a rimproverarlo, allora gli ho battuto sulla spalla e gli ho detto: «Hai ragione, siamo migliori». È rimasto un po´ interdetto, poi ha detto: «Io non sono razzista». Abbiamo concordato che potevamo dire: «Siamo tutti migliori».
La manifestazione non era, come distrattamente veniva da dire, «per» i senegalesi, ma «con» i senegalesi, e specialmente per noi. «Noi» abbiamo la tentazione di trattare questioni enormi come le migrazioni come se ne decidessimo. Io, per esempio, non saprei bene che cosa fare, se dipendesse da me, e tutt´al più mi par di sapere che cosa non farei: molte cose. (Farei bensì come Andrea Riccardi, la visita alla tomba di Jerry Masslo a Villa Literno, al campo rom incendiato a Torino, al Palazzo Vecchio di Firenze: che non è ancora una linea politica, ma la premessa, e quanto diversa dall´altra!). «Prima o poi qualcuno di noi verrà ammazzato, ed allora ci si accorgerà che esistiamo», aveva detto Masslo, e toccò a lui, «prima». Dev´essere arduo per chi governa fare un buon uso della parabola del samaritano. Per noi un po´ meno. Il nostro prossimo non sono «i migranti», o «i senegalesi»: sono persone, quelle in cui ci imbattiamo, che si imbattono in noi. Perché sia chiara la reciprocità (pensiamo infatti a quella parabola immaginando di trovarci nei panni di quello che può aiutare il malcapitato, e mai del malcapitato) copio qui la motivazione della medaglia d´oro conferita da Ciampi nel 2004 a Cheikh Sarr, 27 anni, senegalese, lavorava da muratore: «Mentre si trovava nella spiaggia di Marina di Castagneto Carducci, udite le invocazioni di aiuto di un bagnante, si gettava in mare per soccorrerlo. Compiuto il salvataggio veniva sopraffatto dalla violenza del mare… Fulgido esempio di eccezionale coraggio, nobile spirito di altruismo e preclara virtù civica». (Era ferragosto, l´italiano salvato se ne andò senza dire grazie: a proposito di clandestini). Sarr aveva una bambina di 10 mesi, non l´aveva mai vista. Diop Mor aveva una figlia di 13 anni, e non l´aveva ancora mai vista, se non nella foto che sabato stava in testa al corteo.
È stato grande, composto e commovente, il corteo. Gli africani erano tanti, parecchi latino-americani, e italiani tanti. Tuttavia non c´era “la città”, quella sua grandissima parte che non ha un impegno politico o associativo, che riempiva il centro natalizio e si chiedeva se ci sarebbero stati disordini – o non si chiedeva niente. C´è da tempo un abuso della nozione di zona grigia. Ma una tragedia come quella che si è consumata a Firenze, vittime innocenti e inermi scelte per il colore e la fisionomia, vale da rivelazione. Un´autopsia sul corpo vivo di una comunità, e si capisce che la comunità se ne ritragga e abbia voglia di ricucire alla svelta e tornare all´usato. Ma non si può. Traduco da un sito senegalese questo commento: «Gli italiani del nord non considerano nemmeno quelli del sud come concittadini, e invocano una secessione. E il partito che incita a questo ha ministri nel governo. Così i meridionali, umiliati, se ne rivalgono come possono sui poveri immigrati di colore, e questo costringe il migrante africano e senegalese a subire un doppio razzismo!».
Sapevo poco di senegalesi, in galera sono rari. C´era una bella ricerca torinese del 2005, o i libri e la rivista web di Pap Khouma sull´Italia raccontata dai migranti – i Modou modou, o, le donne, Fatou fatou – che tornano in patria. Sarebbe importante che un analogo lavoro di conoscenza reciproca venisse svolto da italiani e senegalesi, a partire dalla ferita di questi giorni, impegnasse l´università e la comunità e la gente. Sabato Enrico Rossi, presidente della Toscana, ha esortato i senegalesi a raccontare con confidenza le loro storie ai nostri concittadini più fragili, i vecchi, e ad ascoltare le loro. Quanti erano in quella piazza, e hanno sentito la fraternità di un abbraccio e la civiltà delle parole, non vorrebbero ridiventarsi invisibili e diffidenti. I luoghi di incontro sono quasi recintati: dove si presta un´assistenza volontaria, dove si stringono legami politici e umani, come nei centri sociali. Era evidente lungo la manifestazione un legame politico e umano fra giovani italiani “estremisti” e stranieri. Ne riconosco forza e debolezza, perché ricordo la comunità instaurata fra ragazzi e ragazze di Torino o Milano e giovani immigrati dal meridione alla fine degli anni ´60, la trasfusione umana che anticipava l´intesa politica. Qui si tratta di un sud più a sud, ma di una fusione altrettanto intensa. Quanto alla debolezza di allora e di oggi, sta nell´aderire all´altro, allo straniero rifiutato, fino a estraniarsi e ripudiare a propria volta la propria società, a sentirsene fieramente transfughi. Diventare senegalesi o rom o di qualunque sud del cuore, per non essere più italiani, disdettare questo mondo e sentire al microfono dell´altro che “Dio è grande”. Ma per obiettare all´equivoco che si annida nel ripudio di un´identità ereditata in nome di una prescelta, nel mettersi nei panni altrui fino a scoprirsi in maschera, bisogna pur meritarsi la simpatia per gli altri di cui gli “estremisti” e i loro bravi cagnolini sono capaci. Senza di che, non ci si stupirà che persone cui sono assassinati i fratelli per il colore della pelle, di cui sono bruciate le baracche per una vociferazione, scegliessero di rispondere altrimenti che con le parole magnanime di Pape Diaw. Non c´era “la città”, sabato. (Tanto meno “la politica” del centrodestra, esonerata dal testimoniare dolore e vergogna, magari col pretesto che “la sinistra” li strumentalizzi).
I senegalesi morti ammazzati raggiungono la necrologia all´ingrosso, la cifra senza nomi propri degli annegati. In Borsa, il differenziale fra la loro vita media e la nostra è di vent´anni, e per quelli che tentano la traversata del deserto e del mare di cinquant´anni e più. La zona grigia dice: “Ammazzarli no, però il buonismo…”. Il cattivismo è una semina che ha già raccolto tempesta. Negare il voto, negare la cittadinanza a chi nasce qui – negare perfino la registrazione all´anagrafe di chi nasce da una madre “irregolare”, come in una Betlemme: è pazzia. Lasciamo alle autorità gli scioglilingua sull´immigrazione regolare e irregolare, ma quelli incontriamo – in un ambulatorio, su un autobus, per strada – sono persone, e la gran parte dei regolari di oggi sono arrivati ieri da irregolari, e tanti irregolari di oggi saranno regolari domani. Le schiere non sono così spartite come negli affreschi toscani del Giudizio Universale, o somigliano tutt´al più alle contese fra diavoloni e angeli che tirano di su o di giù i corpi in bilico. Tiriamo, noi, dalla parte buona; e così sia di noi.

La Repubblica 20.12.11