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"Scuola, tutti i dubbi sul concorsone", di Paola Fabi

Sulle nuove assunzioni qualche perplessità è fondata: quanti insegnanti andranno in pensione? La scuola riapre le porte agli insegnanti più giovani. Questo l’intento dichiarato dal neo ministro dell’istruzione, Francesco Profumo, che ha annunciato, qualche giorno fa, l’intenzione di bandire un concorso nella scuola pubblica per il reclutamento dei nuovi insegnanti. Un annuncio, confermato anche dal sottosegretario Rossi Doria, e che è stato accolto da consensi ma anche da riserve. Prima fra tutti quelle dei sindacati che chiedono al titolare di viale Trastevere chiarezza e condivisione.
Le preoccupazioni delle sigle confederali sono soprattutto quelle di non deludere le aspettative di coloro che sono ancora nelle graduatorie a esaurimento (circa 237mila precari) e le giuste aspettative dei più giovani (oggi l’età media dei docenti in cattedra è di 49 anni). Speranze che, secondo Mimmo Pantaleo della Flic-Cgil rischiano di essere «frustrate». «Il punto vero – spiega – è che prima bisogna fare un monitoraggio preciso dei posti disponibili perché tra tagli pregressi, tagli futuri e pensionamenti rischiamo di non averne».
Quello che è certo è che il concorsone (l’ultimo è del 1999) è appeso a parecchi nodi da sciogliere, oltre ai posti realmente disponibili. Con la manovra di luglio, infatti (e la stabilizzazione di oltre30mila precari avvenuta i primi di settembre) le nuove assunzioni sono legate al turn over con i pensionamenti.
Secondo i dati del Miur, circa 25mila docenti dovrebbero andare in pensione nel 2012 e essere sostituti (circa il 50 per cento) – secondo la normativa in vigore – dai precari iscritti nelle graduatorie a esaurimento e l’altra metà dai concorsi. La cifra esatta dei posti disponibili, però, non è del tutto chiara, soprattutto perché l’allungamento dell’età pensionabile potrebbe incidere sul numero delle cattedre libere.
Altri nodi da sciogliere sono le classi di concorso delle scuole superiori che non sono state ancora definite e anche individuare le procedure e le modalità per le selezioni. Ma forse è la stessa modalità di reclutamento a suscitare qualche perplessità. Certo – dice Francesca Puglisi, responsabile scuola del Pd – del concorso c’è necessità, ma per dare più opportunità ai giovani sarebbe necessario «passare all’organico funzionale e legare formazione iniziale e nuovo reclutamento».
Nei rapporti Ocse-Pisa, dove l’Italia non figura mai ai primi posti nei risultati scolastici degli studenti, emerge chiaramente che nei paesi più alti in classifica le scuole godono di una maggiore autonomia nella gestione degli insegnanti. Paesi con risultati scolastici eccellenti come la Finlandia, dove le assunzioni vengono decise dalle singole scuole e dai comuni che le governano, l’abilitazione è obbligatoria e la disponibilità dei posti liberi viene pubblicata sui giornali.
Anche in Olanda è la scuola a bandire i posti ma è il consiglio scolastico a decidere le assunzioni e l’aggiornamento dei docenti con fondi specifici. In Svizzera le cattedre disponibili sono gestite dalle scuole, dai comuni o dai cantoni. In Estonia, invece, sono i consigli scolastici a organizzare concorsi per i posti vacanti.
La Germania lascia ai singoli länder la gestione dei sistemi educativi, anche se le assunzioni vengono gestite dall’autorità a cui fanno riferimento le scuole pubbliche. In Belgio le scuole dipendono dalle tre diverse comunità fiamminga, francese e tedesca. In Polonia il personale docente è governato direttamente dalla scuola.
La Norvegia divide la gestione tra i comuni le contee, ma sono le scuole a preparare le graduatorie e possono aumentare i salari per attirare insegnanti particolarmente qualificati. Nel Regno Unito sono le scuole a pubblicizzare su siti, sia pubblici che privati, i posti vacanti e gestiscono la selezione e la nomina del personale.

da Europa Quotidiano 21.12.11

"Attenti a non cadere nel finto giovanilismo", di Mimmo Pantaleo*

Se non è uno spot pubblicitario è un’ottima intenzione. L’annuncio del ministro Profumo di un maxi concorso per 300mila candidati a un posto da docente nella scuola italiana è un’ottima notizia, perché reintrodurrebbe dopo 12 anni lo strumento del concorso pubblico come forma legittima di reclutamento, riconoscendone la valenza legislativa che gli conferisce la normativa vigente. Ma l’annuncio va declinato nel contesto attuale: una scuola deprivata di parti sostanziali di organico; una definizione dell’organico desueta, che alimenta il precariato senza dare continuità alle esperienze didattiche; la mancanza di ordinamenti che abbiano come fine il miglioramento del sistema dell’istruzione pubblica e non i tagli lineari del duo Gelmini-Tremonti. Su tutto campeggiano i numeri del precariato della scuola che ha nelle graduatorie a esaurimento il suo emblema, ma che si alimenta anche degli apporti di coloro che sono abilitati all’insegnamento e non iscritti nelle graduatorie e di coloro che pur non essendo abilitati, vantano un percorso professionale di interi anni scolastici. La Gelmini, tramite apposito regolamento del dicembre 2010, ha licenziato i percorsi abilitanti, i cosiddetti Tfa, che ancora devono decollare ma che intanto alimentano la speranza di tutti coloro che, laureati da tempo o neo laureati, aspirano a un posto di docente nella scuola. Di che cosa ha bisogno la scuola italiana, che si ringiovanisca il corpo docente? Sicuramente, ma anche di continuare ad avvalersi delle professionalità sperimentate in anni di esperienza dei docenti che ambiscono al riconoscimento della stabilizzazione. La normativa vigente assegna al concorso il50%dei posti disponibili e l’altro 50% alle graduatorie a esaurimento ed è questa la strada da continuare a percorrere se non si vuole cadere in un finto giovanilismo, teso a innescare una nuova forma di reclutamento che faccia dimenticare i tagli operati dalla Gelmini, sigillando col cemento i centomila licenziamenti determinati da quei tagli. Come già detto, l’annuncio del concorso è una notizia positiva, ma deve accompagnarsi ad alcuni atti propedeutici fondamentali: una ricognizione di tutti i posti disponibili, a vario titolo, per le immissioni in ruolo; una ricognizione dei posti necessari a restituire alla scuola la dignità calpestata dai tagli della Gelmini; una presa in carico del piano di stabilizzazioni triennali promesso dal patto di stabilità dello scorso anno e compromesso dalle vicende della riforma Fornero del sistema previdenziale, che non manda in pensione più nessuno, impedendo quel ricambio generazionale tanto invocato. Solo partendo da un obiettivo ben definito che coniughi la qualità della scuola italiana col problema occupazionale si potrà parlare di concorsi per l’accesso all’insegnamento.

❖Segretario generale FLC CGIL

L’Unità 21.12.11

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“Modello aziendalista addio, è ora di cambiare”, di Benedetto Vertecchi – Docente di Pedagogia di RomaTre

Da troppo tempo l’accesso all’insegnamento è precluso a chi ha tutti i titoli. Ma niente tuffi nel passato: oggi servono profili professionali più adeguati. L’annuncio che presto sarà bandito un concorso per il reclutamento degli insegnanti non può che essere interpretato che come un segnale della gravità della crisi nella quale si dibatte il nostro sistema scolastico. Dopo anni di politica per il personale consistita solo in tagli, si prende atto dei guasti che in tal modo si sono operati e si corre ai ripari. Certamente c’è bisogno di procedere a un nuovo reclutamento, sia per ricostituire una condizione di funzionalità educativa oggi gravemente compromessa, sia per far fronte alla sostituzione degli insegnanti che saranno collocati a riposo, anche se con qualche ritardo rispetto a quanto si poteva ipotizzare prima delle modifiche recentemente proposte nella disciplina del pensionamento. Da troppi anni l’accesso all’insegnamento è precluso a quanti, pur avendo titolo a svolgere tale attività, si trovano respinti ai margini del lavoro nelle scuole per effetto di una riorganizzazione dell’attività didattica fondamentalmente rivolta a contenere i costi del personale. In questi anni il problema degli insegnanti è stato, per il governo, soprattutto una questione di riduzione degli organici. A tale riduzione ha corrisposto un’analoga riduzione del servizio prestato, in termini sia di contenuti (è diminuito l’orario di funzionamento delle scuole), sia dei modi in cui l’educazione è organizzata e praticata, con gruppi di allievi sempre più numerosi e con una progressiva attenuazione dell’attenzione posta al soddisfacimento di specifiche esigenze (ad esempio degli allievi con problemi di sviluppo mentale o difficoltà di socializzazione). La gestione del personale da parte dei governi di destra si è ispirata a un modello di educazione scolastica fondato su una nozione competitiva del merito, la cosiddetta meritocrazia. Ma si è trattato solo di una copertura ideologica. Gli interventi che hanno interessato gli ordinamenti sono stati, infatti, del tutto scoordinati, volti com’erano a conseguire un’astratta efficienza di sistema. È invece mancata una visione di sistema specificamente interpretata in chiave educativa. Alla gestione della scuola è stato malamente adattato un modello saturo di suggestioni aziendaliste, orientato ai tempi brevi e insensibile alle esigenze di un progetto di intervento, com’è necessariamente quello educativo, orientato al tempo lungo. Gli insegnanti sono stati spinti all’inseguimento di obiettivi da verificare rapidamente, senza che siano stati presi in considerazione i problemi posti dalla necessità di trasformare profili che dipendono dalla scuola quanto dalle interazioni culturali che si stabiliscono sul piano sociale. Sarebbe stato necessario approfondire, anche sul piano comparativo, i mutamenti in atto nella domanda di educazione scolastica: ciò avrebbe richiesto investimenti per la ricerca e per la formazione professionale degli insegnanti, ma avrebbe consentito di rivolgere il sistema al conseguimento di quella qualità educativa che oggi sembra tanto difficile conseguire. Ci troviamo ora di fronte ad un reclutamento per concorso che appare un tuffo nel passato, perché per troppi versi non può che richiamare profili professionali che apparivano inadeguati già in occasione della precedente tornata. È vero che nel frattempo molti aspiranti all’insegnamento hanno seguito nuovi percorsi di studio, ma è anche vero che preme ancora alle porte della scuola un gran numero d’insegnanti la cui preparazione (spesso culturalmente di buon livello) era avvenuta secondo le precedenti regole. Il fatto è che non si può separare la questione degli insegnanti da quella più generale della direzione che s’intende imprimere allo sviluppo del sistema. Oggi gli elementi d’incertezza riguardano questioni centrali, come la durata dell’istruzione obbligatoria o la distinzione al suo interno – ammesso che abbia ancora un senso – tra livello primario e secondario. E riguarda la stessa interpretazione della funzione educativa, a cominciare dall’idea di utilità, individuale e sociale, a essa sottostante. Si dovrebbe, quanto meno, nel procedere al reclutamento di nuovo personale, avviare iniziative per promuovere, dopo anni d’ignavia, l’elaborazione di una nuova cultura per l’educazione.

L’Unità 21.12.11

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“Profumo: Il concorso per docenti a metà 2012 e poi ogni due anni”, da La Tecnica della Scuola

L’annuncio è stato fatto durante la trasmissione de La7 “Otto e mezzo”: servirà a dare equilibrio tra esperienze e aspettative per i giovani, che non possiamo sempre tenere indietro. E sugli aumenti degli stipendi dei prof dice: si potrà parlarne nel momento in cui ci sarà una ripresa, serve la serenità di capire qual è la situazione. Il ministro dell’Istruzione, Francesco Profumo, fa sul serio: dopo aver a sorpresa annunciato la volontà di organizzare, dopo 13 anni, un maxi concorso per docenti ha detto anche che le prove si svolgeranno nella seconda metà del 2012. Profumo ha rivelato l’intenzione durante la trasmissione de La7 ‘Otto e mezzo’ del 20 dicembre.

Davanti alla presentatrice Lilli Gruber e agli altri ospiti, il Ministro ha colto l’occasione per correggere il “tiro” sui numeri sui potenziali interessati alla selezione dichiarati poche ore prima (aveva parlato di ben 300mila docenti): Profumo ha specificato che oggi ci sono circa 200mila persone in graduatoria, a cui aggiungere altri 20mila giovani, che sono nelle condizioni di affrontare il concorso. Sottolineando poi che, a fronte di un’età media degli insegnati di 47 anni, “la scuola italiana ha bisogno di un’iniezione di giovani. Dobbiamo trovare un equilibrio tra esperienze e aspettative delle persone e le opportunità per i giovani, che non possiamo sempre tenere indietro. Un’ipotesi potrebbe essere la ripartizione proporzionale tra posti recuperati con le graduatorie e posti che potrebbero essere messi in concorso”.

Il responsabile del Miur ha aggiunto che “c’è bisogno di creatività e gioventù ma anche di esperienza”. Facendo intendere di volere tenere sempre aperta la porta ai precari. Non a caso, Profumo ha ricordato che “la legge attuale prevede che il 50% posti siano assegnati sulla base di graduatorie e il 50% attraverso un concorso pubblico”.

Il Ministro ha anche fatto una scaletta del programma in via di attuazione:”la prima cosa sarà individuare i posti disponibili”, anche a fronte dei pensionamenti di quest’anno e di quelli a venire. A tal proposito “abbiamo fatto una stima sulla base dei pensionamenti pre manovra, che adesso stiamo aggiornando”.
Quella di Profumo non vuole essere un’idea estemporanea. Anzi. L’applicazione della legge in vigore, sulla suddivisione del contingente da immettere in ruolo, riguarderebbe anche la cadenza delle selezioni pubbliche. “Vorrei che i concorsi fossero periodici – ha ammesso il ministro – magari ogni due anni”. Confermando che ne parlerà anche ai sindacati giovedì prossimo nell’incontro fissato al Miur.

Alla domanda se il tipo di concorso dovesse essere di carattere nazionale o regionale (questa seconda ipotesi è stata sposata dal presidente dell’Anp Giorgio Rembado), Profumo ha detto che “è un problema di secondo livello. Stiamo cercando di valutare la domanda: su questa base concorsi in tempi brevi, nel miglior modo possibile e in assoluta trasparenza. Il Paese ha bisogno di rimettere in moto un meccanismo di regolarità, il meccanismo di un Paese normale”.

Durante la trasmissione si è parlato anche dei compensi mensili davvero “magri” che percepisce il corpo insegnante della scuola italiana. Il ministro dell’Istruzione ha messo però subito le mani avanti: “Difficile ora parlare di aumentare gli stipendi degli insegnanti si potrà farlo nel momento in cui ci sarà una ripresa. Ci vuole la serenità di capire qual è la situazione: è difficile oggi parlare di aumento di stipendi degli insegnati – ha aggiunto il ministro – : penso che ora si debba lavorare sull’autotistima, crearsi una reputazione, nel momento in cui ci sarà una ripresa, potremmo parlare anche di un aumento degli stipendi”. Una risposta da contenuti che piaceranno poco ai docenti, ma sicuramente sincera. Oltre che ovvia, alla luce della situazione economica in cui versa il Paese come tutta l’economia internazionale.

La Tecnica della Scuola 21.12.11

"L'egosimo delle corporazioni", di Nadia Urbinati

Il Governo Monti è come altri governi in passato condannato a fare i conti con la più profonda anomalia italiana: uno stato di diritto moderno appoggiato su una società civile composita, in parte liberale e in parte strutturata per gilde di tipo feudale. La contraddizione è stridente ma diventa palese e pesante quando il Paese si trova a fronteggiare crisi di sistema, siano esse di tipo economico o politico; quando, in altre parole, la radicalità dei problemi richiede interventi che, se attuati, eroderebbero aggregazioni corporative e i privilegi di chi ne è parte.
Nell´emergenza del primo dopoguerra il liberalismo perse insieme allo stato di diritto, di fronte a una società civile che non riuscì ad assorbire la liberalizzazione economica e a uno stato refrattario rispetto alla democratizzazione. In quegli anni furono pensatori “radicali” come Piero Gobetti, Antonio Gramsci, Gaetano Salvemini e Luigi Einaudi a schierarsi contro il protezionismo e lo stato degli interessi corporativi, allora quelli agrari al Sud e al Centro, e quelli industriali al Nord: nel mezzo, una classe media che si assottigliava e che, prevedibilmente, si scagliò con i vicini di casa, gli operai sindacalizzati, i più vulnerabili e meno corporativi. A risolvere la contesa tra liberalismo e corporativismo fu, come sappiamo, il fascismo che ufficializzò la sconfitta del primo. Oggi, la storia sembra ripetersi (e c´è perfino chi vede nel duce un modello legittimato come “democrazia minore”).
Le corporazioni rappresentano una parcellizzazione egoistica della società e sono l´ostacolo peggiore alla solidarietà di cittadinanza, della quale c´è soprattutto bisogno nei casi di crisi come questo. Sono anche una palla al piede per una società che è strutturalmente volta al passato.
Sono state paragonate alle lobby americane. Ma il paragone non è in tutto appropriato. Certo, si tratta di gruppi di pressione che cercano appoggio nelle istituzioni e in chi fa le leggi. Ma le lobby sono, nonostante tutto, figlie della società di mercato, nate con il capitalismo. Si tratta di interessi economici prominenti che impiegano parte del loro budget per finanziare campagne elettorali di candidati amici, per spingere il Congresso a perseguire o a osteggiare determinate leggi: interessi che non sono protetti a priori e che per questo cercano sostegno politico. Sia quando chiedono allo Stato di non regolamentare (produttori di tabacco o di armi da fuoco) sia quando ne chiedono l´intervento protettivo con politiche doganali (industria automobilistica e agricoltura). Ma queste politiche pilotate, che piaccia o no a chi le vuole, si devono arrendere se l´opinione pubblica le osteggia.
Le corporazioni italiane sono altra cosa, non solo perché operano prevalentemente nel settore dei servizi e delle professioni, ma anche perché sono vere e proprie gilde, con il blasone di licenze pubbliche o di norme che le riconoscono. Sono figlie cioè di uno Stato che, spesso lo si dimentica, si è incardinato nel corso dei decenni (e a prescindere dai regimi politici) su una società corporativa e spesso ostile al liberalismo. Ecco l´anomalia: uno Stato di diritto liberale che si appoggia su una società di stampo antico nella quale il liberalismo fa comunque fatica ad essere di casa; spesso confuso con l´arbitrio di fare il proprio interesse contro quello di tutti gli altri e con l´idea che per cavarsela si deve fare cartello, conquistare la protezione di una licenza, di una patente, di un balzello. Stare al riparo dalla competizione. Le lobby sono funzionali a una società di mercato che tratta la politica come un affare. Le corporazioni non figlie di una società che teme il mercato, strutturate come una confederazione di staterelli automi, ciascuno con i loro affiliati, vincoli di ingresso, privilegi e riconoscimenti. Se le lobby sono espressioni di una società dove tutto è contrattabile, le corporazioni rivendicano la prerogativa di non stare alla contrattazione, di avere i loro interessi al riparo di uno scudo impenetrabile (meno farmacie più lucro per le farmacie esistenti; meno taxi in circolazione più introiti per chi è già dentro). Le corporazioni rendono la società una coesistenza poco pacifica di interessi non-contrattabili, rispetto ai quali lo stato di diritto è un ostacolo da aggirare, anche con il ricatto della destabilizzazione.
Da questa situazione di stallo che ingessa il Paese, che rompe la solidarietà e rende il governo (ogni governo) impotente e sotto ricatto, non si è ancora trovato il modo di uscire. I commentatori scrivono che il governo Monti è forte perché non c´è alternativa ad esso. Ma questa forza può diventare la sua debolezza, poiché esso non può permettersi il lusso di semplicemente persistere nel tempo. È stato creato per fare in poco tempo quel che un governo di partiti non ha trovato nel suo interesse fare. Proprio perché libero da quegli interessi il governo ha forza. La sua forza è di non dovere andare davanti agli elettori – la forza dello strappo alla democrazia elettorale. Ma se non la sa sfruttare, se non fa propria la massima machiavelliana di fare il da farsi subito, allora l´essere lì perché non c´è alternativa diventerà la ragione di una irrimediabile debolezza. E i partiti della vecchia maggioranza, che non hanno osato fare quel che dovevano, troveranno conveniente approfittare dello scontento delle corporazioni e invocare una “democrazia minore”.

La Repubblica 21.12.11

"Operazione Serpico", di Ettore Livini

L´Italia mette in campo l´arma letale nella lotta all´evasione. Il primo gennaio 2012 è il D-Day della guerra contro i furbetti del fisco. Il giorno – così si augura il governo Monti – della svolta. Il segreto bancario non esisterà più. Archiviati i botti di San Silvestro (o quando saranno raggiunti gli accordi con le banche e gli intermediari finanziari) i nostri conti correnti, i titoli che abbiamo in banca e tutte le nostre operazioni sopra i mille euro saranno un libro aperto per l´Erario. E a rastrellare questi dati per mettere nel mirino chi muove milioni senza dichiarare un centesimo sarà Serpico. Non Frank, l´inflessibile super-poliziotto newyorchese reso immortale da Al Pacino, ma il maxi-cervellone da un milione di miliardi di byte di memoria che ronza 24 ore su 24 nei sotterranei romani della Sogei.
È lui – il Grande fratello dell´Agenzia delle entrate – il jolly del Belpaese per far fare il salto di qualità alla lotta ai furbetti del fisco. Duemila server stipati in meno di duemila metri quadri che conoscono al centesimo tutti i nostri segreti finanziari. Un super-eroe con il cervello di silicio cui è affidata un missione fondamentale per salvare le casse tricolori: quella d´acchiappa-evasori. Obiettivo: utilizzare le 22.200 informazioni al secondo che transitano dai suoi processori per stanare gli italiani che ogni anno sottraggono all´erario qualcosa come 120 miliardi (3mila euro a contribuente), una cifra che da sola basterebbe a pagare gli interessi su tutto il nostro debito pubblico.
Il curriculum vitae di Serpico – acronimo di Servizi per i contribuenti – è già più che onorevole: da cinque anni a questa parte ha dato un contributo sostanziale per raddoppiare da 5 a 11 miliardi le cifre recuperate dall´Erario e smascherare 350mila evasori totali. Ecco come funzionerà l´acchiappa-evasori della Laurentina quando da Capodanno avrà a disposizione il suo nuovo arsenale di dati.
Un tesoro in byte. Visto così, alla prima schermata, Serpico pare una creatura innocua. Qualche campo da riempire, sfondo turchese e due caselle chiave: codice fiscale o partita Iva. Basta digitare uno dei due valori però, e il Grande Fratello del fisco mostra subito i muscoli. La seconda videata è solo l´antipasto. Nome e cognome del contribuente, più le sue ultime cinque dichiarazioni dei redditi. Un “invio” e si va oltre. Scavando in pochi millesimi di secondo tra tutte le banche dati collegate online con l´Einstein della Sogei (catasto, demanio, motorizzazione, Inps, Inail, dogane, registri) il pc alza il tiro: sul megaschermo appaiono le auto intestate, le case, i terreni, eventuali aerei e barche. Un altro invio, la schermata vira in blu, e il servizio è completo. Serpico ha scovato tutte le nostre utenze (luce, gas, acqua) le spese voluttuarie più alte e significative, le polizze assicurative, le operazioni per cui ci è stato chiesto il codice fiscale, persino le iscrizioni in palestra o allo Yacht club Costa Smeralda. La quinta schermata, il bazooka come lo chiamano in Sogei, è figlia del Salva Italia ed è in fase di preparazione. Fotografati i redditi dalla dichiarazione, censiti i principali beni immobiliari, l´occhio del cervellone fotograferà i soldi che teniamo in banca, i movimenti dei nostri conti correnti e le operazioni sopra i mille euro. Le banche e gli intermediari finanziari manderanno una nota periodica e lui elaborerà per segnalare le eventuali anomalie. Una rivoluzione visto che il controllo dei conti correnti era consentito fino ad oggi solo se sul singolo contribuente era già in corso un controllo.
Il faro sui sospetti. Nessun essere umano, naturalmente, è in grado di gestire la valanga di dati che piove ogni giorno nel sotterraneo a due passi dalla Laurentina. Serpico macina quasi 31 milioni di dichiarazioni dei redditi, poco meno di 5 di comunicazioni Iva e quasi un centinaio di migliaia di pagamenti telematici all´anno. L´Agenzia delle Entrate imposta gli algoritmi applicativi per concentrare la ricerca sulle categorie più a rischio. L´anno scorso è toccato alle finte Onlus e al redditometro, la spia che segnala la disponibilità di beni sproporzionati al reddito percepito. Il lavoro sporco lo fanno i duemila server (che hanno un po´ di gemelli in Abruzzo per salvare il data-base in caso di problemi): incrociano i dati, verificano le anomalie. E quando individuano il sospetto mandano in automatico un “alert” informatico alla direzione dell´agenzia delle entrate e alla sede provinciale del caso individuato. Con un “bip” del computer il super-ispettore ha già scovato 518 proprietari di aerei e 42mila titolari di barche più lunghe di 10 metri che dichiarano meno di 20mila euro. Tutti finiti ora sotto accertamento. Il Salva-Italia, ovviamente, moltiplica la sua efficacia. Non tanto sul fronte del numero dei contribuenti passati ai raggi X, quanto rendendo più semplice isolare i casi a rischio evasione grazie alla fotografia in tempo reale dei loro conti correnti, delle loro spese e del loro patrimonio mobiliare.
La palla agli ispettori. La verà novità della manovra, dicono in camera caritatis tutti i super-esperti di fisco, è proprio qui. Nessuno andrà a ficcare il naso nelle tasche dei contribuenti fedeli, ma gli algoritmi di analisi di rischio di Serpico selezioneranno un elenco di presunti colpevoli (si spera) a basso tasso d´errore. Le vecchie lettere del redditometro di qualche anno fa, per dire, avevano incastrato solo 12mila evasori su 75mila cartelle erariali inviate. Le cose già ora sono migliorate (su 30mila accertamenti con il redditometro nel 2010 ben 12mila si sono conclusi con un patteggiamento dell´interessato). Gli “alert” informatici usciti dai sotterranei della Sogei, dopo l´era delle cartelle pazze, dovrebbero partorire quella delle cartelle intelligenti. E il lavoro dei 15mila ispettori delle Entrate e della Finanza – che nel 2010 ha scovato un evasore all´ora contro uno ogni 71 minuti del 2009 – dovrebbe essere molto più semplice. mirato ed efficace.
Lo stesso discorso vale per Gerico, il software con cui autonomi e partite Iva calcolano la congruità dei loro redditi con gli studi di settore (la media per la loro categoria d´attività). Il timore che l´occhio lungo del fisco possa scoprire dai sotterranei della capitale i capitali evasi potrebbe convincere molti ad aumentare il tasso di fedeltà al fisco. Anche perchè il Salva-Italia ha introdotto norme che premiano le dichiarazioni più realiste inasprendo le pene (indagini finanziarie più sanzioni penali) per chi dichiara il falso. E con sul collo il fiato di Serpico – così spera Monti e tutto il paese – non saranno in molti quelli che oseranno sfidare la sorte.

La Repubblica 20.12.11

"Maxi-tagli anche per i militari", di Francesco Grignetti

Maxi-tagli anche per i militari
Altro che sforbiciare, alla Difesa è con la scure che il nuovo ministro sarà costretto a intervenire. Forse non si giungerà ai livelli britannici dove si taglieranno 700 posti di altissimi ufficiali, ma intanto dai 14,3 miliardi di euro che le tre forze armate avevano a disposizione nel 2011 (senza considerare i 5,7 miliardi destinati ai carabinieri) Tremonti aveva stabilito un taglio brusco di quasi 2 miliardi. E quindi il ministro-ammiraglio Giampaolo Di Paola da settimane avverte: «Sarà un ridimensionamento molto significativo e consistente, in uomini e in prospettive. Toccheremo tutte le componenti dello strumento militare». Verranno ridotte le spese per nuovi armamenti, saranno chiuse caserme, sciolti reparti, razionalizzate le spese, rafforzate le strutture interforze.

Negli ultimi anni a pagare le ristrettezze economiche della Difesa erano stati solo i più giovani, così sono sempre meno i ventenni arruolati con la ferma a tempo e i trentenni nel servizio permanente. Il risultato è che il corpaccione della Difesa – dove c’è una pianta organica di 190 mila persone – in proporzione si è appesantito di ufficiali e sottufficiali, per di più in età matura, ed è diventato patologico il numero dei generali: 425 quelli italiani a fronte di 900 americani (che però guidano un esercito da 1 milione e 400 mila soldati).

I ranghi militari sono zeppi anche di sottufficiali, antica eredità di quando le forze armate erano costruite sulla leva e su una massa di 400 mila soldati di truppa. Si calcola che ce ne siano almeno ventimila in più rispetto alle esigenze. Per questi ultimi, ufficiali e sottufficiali in esubero, Di Paola accarezza il progetto della mobilità nell’ambito dello Stato. «La componente uomini va trattata con rispetto», premette il ministro, che però conferma di pensare a «esodi del personale verso altre strutture» oltre naturalmente al «deflusso naturale legato all’età».

Di Paola intende procedere nonostante le prevedibili resistenze. Se non lo facesse, la spesa della Difesa sarebbe assorbita in misura grottesca dagli stipendi. E sembra di risentire le intemerate dell’ex ministro Maria Stella Gelmini, quando afferma: «Quello che ci sarà dopo le riduzioni, dovrà essere efficace per la sicurezza dell’Italia. Se non si troverà questo nuovo equilibrio, le tasse pagate dagli italiani sarebbero inutili. Diventeremmo un ammortizzatore sociale».

Lo sforzo di Di Paola sarà un ridisegno complessivo delle forze armate: «Occorre un bilanciamento delle risorse tra il personale, gli impegni operativi e il necessario rinnovamento». Ciò significa che da un modello a 190 mila soldati si potrebbe attestare a un altro da 150 mila. Ovviamente anche gli investimenti in armamenti andranno attagliati al nuovo livello. E così le spese in infrastrutture. Una sola priorità non potrà essere intaccata: le forze operative, specie quelle in grado di essere proiettate all’estero. «Continueremo con l’operatività negli impegni internazionali che il Paese ha assunto: Afghanistan, Libano, dove a fine gennaio l’Italia su richiesta dell’Onu assumerà il comando di Unifil, ed il Kosovo, dove la situazione è meno brillante di quanto si pensava». Dall’Iraq, invece, gli ultimi 70 italiani vanno via oggi. «Siamo lì con la Nato – dice ancora Di Paola – e l’Alleanza ha deciso la conclusione della missione il 31 dicembre prossimo: vale quindi anche per l’Italia».

La Stampa 20.12.11

"Bersani: si lasci stare l’articolo18", di Ronny Mazzocchi

Negli ultimi quindici anni il mondo del lavoro italiano ha conosciuto un profondo mutamento dal punto di vista legislativo, strutturale e sociale. A partire dalla seconda metà degli anni Novanta, infatti, l’Italia ha adottato una serie di riforme per rendere il mercato del lavoro meno rigido.
Il tutto con l’idea che una maggiore flessibilità sia dei salari sia delle norme che regolano assunzioni e licenziamenti avrebbe favorito la crescita dell’occupazione, ridotto la disoccupazione e incoraggiato la crescita economica.
Si tratta di un tema su cui si è tornati prepotentemente nelle ultime settimane, con varie proposte che si sono spinte fino ad auspicare una maggiore flessibilità in uscita attraverso la modifica o addirittura l’abrogazione dell’art.18 dello Statuto dei lavoratori. La tesi di fondo è che l’introduzione dei contratti flessibili, ottenuta attraverso il pacchetto Treu del 1997 e la legge Biagi del 2003, avrebbe favorito l’ingresso nell’area dell’occupazione di moltissimi giovani, ma che il permanere di un basso livello di occupazione e l’esplosione del fenomeno della precarietà siano dovuti alla diffidenza delle imprese ad assumere i lavoratori in un contesto istituzionale con forti protezioni per gli occupati a tempo indeterminato. Solo facilitando la licenziabilità dei lavoratori sarà quindi possibile garantire maggiori posti di lavoro e un miglioramento delle condizioni lavorative per i giovani.
La linearità del ragionamento, unita all’indubbia efficacia retorica del termine “apartheid”, sembra però contrastare con alcune indicazioni che vengono da recenti pubblicazioni economiche. Innanzitutto l’affermazione secondo cui l’ampliamento delle norme che hanno esteso la gamma dei contratti di lavoro atipici abbia contribuito a migliorare la posizione dei giovani agevolando il loro ingresso nel mondo del lavoro e riducendo la loro situazione di svantaggio nei confronti dei lavoratori adulti andrebbe valutata con maggiore cautela. Sebbene le statistiche ufficiali evidenzino come l’introduzione dei contratti a termine abbia effettivamente determinato almeno fino allo scoppio della crisi la riduzione dei tassi di disoccupazione giovanili, lo svantaggio sia assoluto che relativo dei giovani rispetto agli adulti non solo non si è ridotto, ma è addirittura aumentato.
Una recente indagine Ocse ha infatti evidenziato come il rapporto fra il tasso di disoccupazione dei giovani e quello degli adulti sia aumentato, in Italia e nella Ue, in tutto il decennio che precede la crisi del 2008. Se nel 2000 per un giovane italiano il rischio di restare disoccupato era 3,2 volte quello di un adulto, nel 2008 tale valore era già salito a 3,7. La riduzione osservata nella disoccupazione giovanile in Italia fino al periodo pre-crisi, quindi, non sembra tanto da attribuire all’allargamento dei contratti atipici, ma ad altre forze. Risultati poco incoraggianti arrivano anche dall’integrazione dei giovani nel mondo del lavoro. Non solo i tassi di occupazione giovanile sono rimasti molto bassi, ma il differenziale rispetto al resto della Ue è aumentato in modo preoccupante per tutte le categorie di età e di sesso considerate, con l’unica eccezione delle donne sopra i 30 anni. Anche il vecchio adagio secondo cui un lavoro precario è comunque meglio di nessun lavoro, perché una volta dentro il mercato sarebbe più facile trovare altri lavori, non sembra trovare conferme nei dati.
Il Rapporto sul mercato del lavoro elaborato dal Cnel evidenzia infatti che la probabilità per un lavoratore a termine di essere occupato a distanza di un anno, non solo è più bassa di chi è occupato con un contratto a tempo indeterminato, ma è addirittura diminuita nel corso dell’ultimo decennio. Questa conclusione sembra confermata da un altro dato: non vi sono effetti positivi sull’addestramento e sulla formazione generale delle persone occupate con contratti a termine. Questi ultimi svolgono un ruolo di porta d’accesso al lavoro permanente quando il rapporto di lavoro interessa lo stesso datore di lavoro, mentre questo non sembra vero fra le imprese. E in ogni caso il tempo richiesto per la trasformazione di una relazione contrattuale da temporanea a permanente è piuttosto lungo e questo lascia supporre che le imprese tendano ad utilizzare una sequenza di contratti a termine come strategia per ridurre il costo del lavoro, piuttosto che come uno strumento per selezionare la manodopera. Da ultimo, molti dubbi permangono sugli effetti che una minore tutela del lavoro dovrebbe avere sui livelli di occupazione e sulla crescita economica. Le indagini economiche condotte negli ultimi anni non evidenziano alcun legame fra regimi di protezione dell’impiego e tassi di occupazione. Al contrario, se da un lato le istituzioni possono rendere difficile licenziare, dall’altro la certezza di un rapporto di lavoro duraturo sembrerebbe aumentare l’efficienza e l’impegno del lavoratore e, per questa via, la produttività. Un elemento importante da tenere in considerazione in vista della cosiddetta “fase due” del governo.

L’Unità 20.12.11

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«Abolire il precariato. Lavoro, questa la prima riforma», di Luigina Venturelli

Sociologi ed ex sindacalisti d’accordo: non si crea occupazione rendendo più facile il licenziamento, le cifre parlano chiaro L’ex leader Cgil Cofferati: il vero problema è la crescita. Qualcuno osserva: «Come minimo non va al nocciolo del problema». I più benevoli commentano: «Pecca di cattivo tempismo». Mentre quelli abituati a diffidare tagliano corto: «La dice lunga sulle reali intenzioni politiche di questo governo». La scelta del ministro Fornero di sollevare adesso, e per l’ennesima volta in questi ultimi anni, la questione dell’articolo 18 non ha certo entusiasmato gli addetti ai lavori. Sociologi e giuslavoristi, semmai, la ritengono una strada pericolosa sulla quale l’esecutivo potrebbe inciampare in malo modo.
«Quella dell’articolo 18 si presenta come una sfida irragionevole, neppure politica ma esclusivamente ideologica, che non affronta minimamente i problemi quotidiani del lavoro. Mentre quel che ci va di mezzo è il destino del governo Monti: non invidio Susanna Camusso, e neppure Elsa Fornero», si limita a puntualizzare Aris Accornero, che nel 1999 sull’argomento ha pure pubblicato un libro profeticamente intitolato L’ultimo tabù. Perché affrontare «uno scontro inevitabile con il sindacato», è la domanda retorica che si pone l’esperto di sociologia industriale, quando ci sono ben altre questioni da affrontare, meno spinose e più urgenti?
«Per esempio, si potrebbe partire dalla proposta di riforma delle assicurazioni sociali presentata dal centrosinistra all’allora ministro Cesare Damiano. L’attuale sistema di ammortizzatori non può reggere ad una crisi come questa ed esiste un disordine pazzesco tra i diversi strumenti, spesso usati per finalità diverse da quelle originarie. Una riforma organica potrebbe portare anche risparmi, non solo costi».
Sugli stessi toni anche la collega Chiara Saraceno, benché convinta della «necessità di parlare prima o poi di una maggiore omogeneità di trattamento tra le diverse categorie e generazioni di lavoratori». Ma non è questo il momento: «Non si può parlare di articolo 18 senza aver fatto prima la riforma degli ammortizzatori sociali. E non è certo una questione urgente in questa congiuntura economica, visto che la maggioranza dei lavoratori è esclusa dall’applicazione della norma, perché impiegata in piccole imprese o con contratti atipici, mentre la maggioranza dei licenziamenti non avviene per giusta o ingiusta causa, ma perché le aziende chiudono a causa della crisi».
Oltretutto, a differenza del capitolo pensioni che può vantare un effetto immediato sul bilancio statale, quello aperto sulla norma più famosa dello Statuto dei lavoratori «ha più una funzione simbolica che effettiva». Dunque, conclude la sociologa, non produrrebbe nemmeno risultati apprezzabili per le finanze pubbliche.
Ancora più netto il giudizio di Luciano Gallino: «Affrontare ora la riforma dell’articolo 18 è una scelta totalmente sbagliata. Le cifre che parlano di disoccupazione, di chiusura di fabbriche, e di precari espulsi dal mercato del lavoro sono sempre più preoccupanti: ci si dovrebbe occupare di creare nuova occupazione, anche con metodi diretti d’intervento legislativo». I dati del ministero dello Sviluppo economico, secondo cui sono a rischio 90-100mila posti di lavoro nei settori industriali tradizionalemtne più forti, come quelli della cantieristica e degli elettrodomestici, stanno a dimostrare che «parlare oggi di iperprotetti nel mercato del lavoro non ha più alcun senso». Senza considerare «la leggenda metropolitana da sfatare secondo cui licenziamenti più facili porterebbero a nuove assunzioni».
La priorità è un’altra: «Il conto più pesante è stato finora pagato da un’intera generazione di giovani, e ormai di non più giovani, che hanno conosciuto solo tipologie di lavoro precario. Da lì bisogna iniziare, dall’abolizione del decreto attuativo della legge 30: a tal fine va bene anche il contratto unico di lavoro, ma senza veleno nella coda perché, per come è concepito adesso con possibilità di licenziamento, porterebbe solo nuova precarietà dove oggi ce n’è un po’ meno», prosegue Gallino. «Adesso i tre quarti delle assunzioni avvengono con contratti atipici, sfoltire quella giungla di precarietà sarebbe già un bel passo avanti».
L’ex segretario generale della Cgil Sergio Cofferati, protagonista di una storica battaglia a difesa dell’articolo 18, nemmeno si fa illusioni sul pessimo tempismo o sulla scarsa prudenza del governo Monti: «Non esistono in natura i governi tecnici, le scelte sono sempre politiche. Anche in questo caso l’esecutivo dà voce ad un’ossesione diffusa contro un diritto che garantisce la dignità dei lavoratori. il che la dice lunga sulle sue intenzioni sottotraccia». Oggi «il vero problema è la crescita, come creare posti di lavoro, non come licenziare, soprattutto dopo questa manovra recessiva».

L’Unità 20.12.11

Napolitano blinda Monti e avverte i partiti "Ogni sbandamento è segno di fragilità", di Umberto Rosso

Un richiamo forte alle forze politiche, dopo la sbandata che ha portato in particolare il Pdl a far mancare una sessantina di voti a Monti al momento della fiducia sulla manovra. Un energico appello ad evitare la tentazione di mettere tra parentesi il senso responsabilità per tornare ai vecchi calcoli di partito, un avviso a chi immagina di staccare la spina. Perché – è il ragionamento di Giorgio Napolitano – più che un avvertimento a Monti quel pattuglione di assenti dà prova piuttosto della «fragilità dei partiti» nel mantenere la rotta scelta, è «un sintomo di loro difficoltà», rischia insomma di trasformarsi in un pericoloso boomerang.
Nel tradizionale discorso alle alte cariche dello Stato, il presidente della Repubblica oggi darà anche una puntigliosa risposta a chi lo ha accusato di invasione di campo nella gestione della crisi di governo. Rivendicando di non aver deviato di un passo dallo spirito della Carta, come autorevoli studiosi del resto gli hanno riconosciuto, e lasciando da parte le critiche di chi «costituzionalista non è». Senza nascondere però di essere stato chiamato a prendere decisioni difficilissime in un «momento eccezionale» nella vita del nostro paese, per cui invocare normalità in una situazione straordinaria, con il Paese ad un passo dal disastro, magari non è il caso: «Ci penserà il mio successore al Quirinale alla normalità, vedremo quel che si troverà di fronte». Le tensioni, le manifestazioni di protesta, gli scioperi sindacali? Napolitano non li ignora affatto ma, nel discorso degli auguri di Natale agli uomini del governo e ai presidenti delle Camere, il filo conduttore resterà l´iniezione di fiducia a Palazzo Chigi: «Se l´Italia fa la sua parte, come sono sicuro, – ha detto ieri ricevendo il corpo diplomatico – ce la possiamo fare ad uscire dalla crisi. In un contesto che però deve essere europeo e sovranazionale».
Anche oggi il capo dello Stato si rivolgerà ai vertici dello Stato partendo da un´analisi della situazione europea ma il suo atteso intervento sarà poi quasi tutto centrato sull´operazione Monti e i suoi ultimi sviluppi. Confortato dalle dichiarazioni del presidente del Senato Schifani, del leader del Pdl Alfano, delle smentite di Berlusconi, pronti a assicurare lealtà e sostegno al governo e stoppare le voci sul voto anticipato. Ci sono ragioni dunque che bilanciano le preoccupazioni e inducono il Colle al rilancio sulla tenuta dell´esecutivo salva-Italia. La tempesta non è affatto alle nostre spalle. «La crisi finanziaria dell´area euro – ha ricordato Napolitano – ha una portata destabilizzante» ma «sulla irrinunciabilità dell´euro e la determinazione a difenderlo non vi devono essere dubbi». L´Europa ha reagito, e le misure del nostro governo «hanno dato un contributo non indifferente, col sacrificio di tutti». Abbattimento del debito pubblico e riforme strutturali, sottolinea, «potranno liberare nuove energie d´imprenditorialità, ridare impeto alla crescita e all´occupazione». In un quadro, appunto, europeo perché «ogni fantasia di scorciatoie nazionali è pura illusione».

La Repubblica 20.12.11