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""Servono giovani prof". Concorso per 300 mila", di Raffaello Masci

Aprire la scuola ai giovani, varare subito un maxi-concorso al quale potrebbero essere interessati 300 mila aspiranti professori. Il neo-ministro dell’istruzione Francesco Profumo ha gettato il cuore oltre l’ostacolo e ha annunciato ciò che i suoi predecessori non si potevano neppure sognare: riaprire i concorsi nella scuola per fare spazio alle nuove generazioni di docenti, considerando che l’età media del personale insegnante è oggi di 47 anni. Dal 1999, infatti, i concorsi sono bloccati, le graduatorie piene, e le assunzioni fatte attraverso il mero riassorbimento di queste ultime. Lo slancio del neo ministro è stato generoso, ma i sindacati – pur apprezzando l’iniziativa – gli hanno ricordato che i tagli diventati legge (numero 133 del 2008, cioè la riforma Gelmini) e le graduatorie pregresse, non lasciano tante cattedre disponibili, tali da giustificare un concorso di grandi dimensioni. Quindi il ministro ci vada piano: questo il messaggio.

Francesco Profumo è stato profeta in patria, in quanto ha parlato nella sala consiliare della natia Savona, dove si era recato per premiare i quattro migliori allievi delle altrettante facoltà presenti nel Campus savonese (nella fattispecie 4 ragazze) e lì ha parlato di vari argomenti, tra cui l’opportunità di varare un piano per la messa in sicurezza degli edifici scolastici. Tra le sue esternazioni, però, l’uditorio è stato colpito da questa grande novità sul concorso venturo: «Dobbiamo farlo al più presto – ha detto il ministro – Da 13 anni non ci sono più concorsi pubblici, e questo è senz’altro un tema su cui bisogna lavorare». Dei 25 mila posti che si liberano ogni anno per effetto del pensionamento – ha chiarito poi il ministero – la metà vengono coperti attingendo dalle graduatorie permanenti ad esaurimento e l’altra metà, ovvero 12.500, potrebbero essere messi a concorso.

Mimmo Pantaleo, segretario della Flc-Cgil ha accolto l’annuncio come un regalo di Natale, ma – al tempo stesso – non si è potuto esimere dal ragionare sui numeri e sulla loro logica stringente: «è importante far ripartire i concorsi – ha detto – ma la questione vera è che bisognerebbe fare una ricognizione sui posti disponibili. Ho l’impressione che non ce ne siano né per i precari né per gli altri. Da un lato – spiega Pantaleo – il nuovo meccanismo sulle pensioni allontana le uscite dal lavoro, dall’altro ho l’impressione che i tagli previsti dalla legge 133 non siano stati realizzati ancora del tutto e dunque è forte il rischio che si proceda ancora a sforbiciare». Massimo Di Menna, il suo omologo della Uil, ha le stesse perplessità: «è del tutto evidente che per fare le cose bene occorre, sì fare presto ma non in solitudine: il governo ci ascolti prima di decidere».

La politica (Rocco Buttiglione per l’Udc, Antonio Rusconi per il Pd, ma anche altri) ha accolto l’annuncio come una ventata di aria nuova, ma le buone intenzioni potrebbero stridere con le esigenze numeriche. Salvo che per alcune materie (tecnicamente, «classi di insegnamento»): Francesca Puglisi responsabile scuola del pd, ha parlato da esperta della materia, per ricordare che «il concorso servirebbe semmai per le discipline scientifiche, dato che in ben 64 province le graduatorie sono in esaurimento ed entro tre anni non avremo più docenti di matematica, fisica e chimica da immettere nella scuola». Ma c’è un problema più generale: l’Italia non ha laureati in matematica, fisica e chimica in assoluto, né per la scuola né per altri settori. Potremmo invece esportare quelli in lettere, lingue e filosofia, il cui fabbisogno – secondo una stima recente – è coperto fino al 2035.

La Stampa 20.12.11

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«Un salto rispetto al passato: apriamo le porte ai giovani» Intervista a Marco Rossi Doria

Da maestro di strada Marco Rossi Doria, se ripensa al “suo” ingresso nella scuola, ancora oggi non trattiene l’entusiasmo: «È un mestiere bello, anzi direi esaltante, io ho iniziato a farlo che avevo ventun’anni…». Da neo-sottosegretario all’Istruzione però quando parla di ridare ai giovani la possibilità di diventare insegnati, misura parole e numeri. Sa cosa vuol dire, dopo tredici anni, tornare ad annunciare un concorso.

Quando sarà bandito? «Attenzione:non siamo ancora a questo. Ma c’è uno studio intenso negli uffici del ministero per capire come applicare finalmente le normative esistenti. Metà dei docenti di cui la scuola avrà bisogno, come prevede la legge124 del 1999, saranno reclutati attraverso le graduatorie permanenti, l’altrà metà, come prevede la legge del 244 del 2007, attraverso concorso. Così è stabilito dalle norme che già esistono. Da una parte ci sono le esigenze di fatto e di diritto di chi è già inserito in graduatoria, dall’altra però occorre anche rispondere all’esigenza di fare entrare nuove persone giovani nell’insegnamento».

Di quanti posti stiamo parlando? «Certo non abbiamo trecentomila cattedre da ricoprire come hanno scritto alcuni giornali. Ci sono quelle che si libereranno man mano che la gente andrà in pensione, tenendo conto che con le nuove norme anche gli insegnanti andranno in pensione più lentamente. Io, per esempio, ci dovevo andare nel 2013 e ci andrò invece nel 2019. Comunque dei posti si libereranno e si faranno ripartire i concorsi perché metà di quelle cattedre saranno assegnate per concorso. Questa è l’ipotesi di studio».

Si può fare almeno una stima? «I numeri di quanti posti si libereranno nella scuola nei prossimi tre anni sono allo studio dei nostri tecnici. È un computo complesso. Dobbiamo recepire le nuove normative per la pensione, vedere quante sono le cattedre nelle diverse discipline e nei diversi segmenti del sistema scolastico. È un lavoro già in atto. Ma finché non sarà terminato non possiamo parlare di numeri. Tanto meno di 300mila cattedre a disposizione. Purtroppo saranno molte di meno».

Oggi il ministro parlava di 25mila l’anno. I sindacati temono che possano essere anche meno con le norme sulla pensione. «Il lavoro che stiamo facendo è proprio di controllare quel numero. Posso però dire che se fosse 25mila, 12.500 insegnanti sarebbero presi dalle graduatorie permanenti e l’altra metà da nuovi concorsi. La modalità di questi concorsi e la loro durata non sono ancora stati decisi. Certamente c’è un problema e questo governo ha deciso di affrontarlo.

Dopo 13 anni è un fatto epocale «È una grande notizia. La terza in pochi giorni. La prima è che non si parla più di tagli per la scuola, per ora. La seconda è che sono stati dati dei soldi, 974milioni per l’edilizia scolastica, per le infrastrutture informatiche e per la lotta alla dispersione. La terza è questa del concorso per gli insegnanti».

Quanti saranno gli aspiranti? «Su questo si sono cimentati in tanti. Io mi sottraggo. Che faccio vado in giro a chiedere ai giovani: vuoi fare l’insegnante? Lo troverei bizzarro ».

I sindacati dicono che si rischia di dare loro false speranze. «Io penso che il mondo della scuola che attende notizie dal ministero sia adulto: sa quante sono le complessità, come e quanto questo mondo è stato fermo e quanto ci vuole per rimetterlo in moto. Trattiamo tutti da adulti. Diciamo cosa vogliamo fare e in che direzione ci si sta muovendo. False illusioni questo governo non ne vuole dare».

C’è il rischio che sei posti a disposizioni non saranno molti si generi un conflitto? «Ripeto: abbiamo due esigenze da contemperare, salvaguardare le legittime aspettative di chi è precario e salvaguardare il principio che dei giovani e giovanissimi devono poter accedere a questo mestiere. Dobbiamo fare le due cose insieme. Molto spesso nella vita bisogna tenere insieme due principi e noi proveremo a farlo. L’esperienze e le nuove energie servono entrambe».

Quelli che ce la faranno in che scuola si troveranno a insegnare? «Si troveranno a insegnare in una scuola in trasformazione che ha nuove funzioni di guida rispetto ai giovani, dal momento che siamo dentro una crisi che è anche crisi di modelli educativi. Guidare i giovani all’apprendimento e a misurarsi con se stessi e con il mondo in generale è un mestiere esaltante».

Quando lei ha iniziato a insegnare si pensava che la scuola potesse cambiare i disequilibri sociali è ancora così? «Certo che si può ancora pensare perché in tutto il mondo e anche in Italia l’istruzione, lo dicono i dati di Bankitalia, continua ad essere il principale fattore di contrasto delle diseguaglianze. Se riesci a scuola hai più possibilità di migliorare rispetto alla condizione di vita dei tuoi genitori».

Anche in questo Paese? «Anche in questo Paese, anche in questo tempo».

L’Unità 20.12.11

"Articolo 18 e ammortizzatori, si apre la partita ed è scontro", di Andrea carugati

La ministra del Welfare Fornero accelera sulla riforma della mercato del lavoro. Conferma la volontà di aprire all’inizio del prossimo anno un cantiere con le parti sociali per arrivare a un obiettivo ambizioso, e cioè eliminare i contratti precari. «Bisogna permettere ai giovani di entrare nel mercato del lavoro con un contratto unico, che includa le persone oggi escluse e che però forse non tuteli più al 100% il solito
segmento iperprotetto», spiega in un’intervista al Corriere.
Fornero cita una frase di Luciano Lama, «Non voglio vincere contro mia figlia», e rilancia la discussione sull’articolo 18: «Non c’è una ricetta precostituita,manonci sono neppure totem e quindi invito i sindacati a fare discussioni intellettualmente
oneste e aperte». Poi concede: «Ci vuole maggiore gradualità nell’introduzione delle nuove regole rispetto a quanto abbiamo fatto sulle pensioni». Tema su cui il ministro rivendica le scelte fatte: «Ci siamo trovati in emergenza, bisognava mandare un segnale deciso all’Europa». Quanto ai prepensionamenti, largamente utilizzati come ammortizzatori sociali, il ministro è netto: «Lo Stato copre questo patto implicito tra aziende e lavoratori anziani a scapito dei giovani. Ma non ce lo possiamo più permettere». Parole che scaldano la domenica prenatalizia delle forze politiche e sindacali, già provate dal varo della manovra alla Camera. Dalla Cgil arriva lo stop più netto: «L’articolo 18 era l’ossessione del precedente ministro del Lavoro che ha impedito qualsiasi vera riforma», attacca il segretario confederale FulvioFammoni. «È evidente che non abbiamo nessuna intenzione di rinunciare a una norma che consideriamo di assoluta modernità». E il contratto di lavoro unico? «Non serve», spiega Fammoni. «Il governo pensi piuttosto a cancellare le 40 forme di lavoro precario». E ancora: «Il governo tecnico, prima di disegnare un nuovo modello sociale, rifletta se questo è il suo vero compito visto che non è legittimato dal voto dei cittadini».
Il Terzo polo esulta. «Da Fornero un intervento coraggioso, onesto e leale», dice Casini. E Fini: «Se non si fa sì che la pletora di contratti a termine sia sostituita da un contratto unico, garantendo agli imprenditori più flessibilità in uscita, non si aiutano i giovani». Dal Pdl si leva solo la voce di Giuliano Cazzola che benedice le parole della ministra. Netta la contrarietà dell’Idv. «Ci auguriamo che il governo Monti eviti di buttare benzina sul fuoco, innescando uno scontro sociale proprio con la proposta di norme sui licenziamenti facili».
LA DISCUSSIONE NEL PD
Secco stop anche dal Pd. «Dopo un adeguato approfondimento, la prof. Fornero concluderà come noi che l’articolo 18 non c’entra nulla con la precarietà dei giovani e con la crescita
dell’economia», dice il responsabile economico Stefano Fassina (esprimendo una linea approvata in assemblea da oltre il 90% dei delegati Pd).
«Il governo si concentri piuttosto sulla riforma degli ammortizzatori sociali». Tra i democratici ci sono però anche sostenitori della linea Fornero. «Il governo spingerà il Pd sulle mie posizioni» sorride Pietro Ichino. Paolo Gentiloni su Twitter definisce «sicura e rassicurante» la ministra e aggiunge: «L’alternativa a Fornero è la difesa dello status quo di Sacconi.
È questa la linea piu di “sinistra”?». «Bisogna discutere senza totem anche di articolo 18, la priorità è dare garanzie ai giovani», ragiona Valter Verini, braccio destro di Veltroni. Più
prudente il lettiano Francesco Boccia: «Prima di affrontare il mercato del lavoro, il governo deve abbattere tutti gli oligopoli e i monopoli, a partire da trasporti, energia e ordini professionali». Pierpaolo Baretta, relatore della manovra alla Camera, cerca una mediazione: «Se si uniformano i contributi previdenziali per i vari tipi di contratto tra il 28 e il 30%, si vara una riforma degli ammortizzatori alla danese, si allunga il periodo di prova e si prevede il processo per direttissima anche per le cause di licenziamento, a quel punto il tema dell’articolo 18 si svuota di significato, e si può lasciare così com’è». Avverte Baretta: «Fornero vuole fare in fretta, il Pd deve farsi trovare pronto con le sue proposte. Non possiamo più rincorrere il governo».

L’Unità 19.12.11

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“Non si può star fermi e la proposta Ichino è una buona soluzione”, Paolo Giaretta

Prima premessa. La questione del lavoro deve essere al centro di una profonda azione riformatrice. «La malattia dell’occidente» l’ha definita in un bel saggio Marco Panara. Il fatto che il lavoro valga sempre meno e sia sempre più incerto. Negli ultimi 25 anni la quota di ricchezza che è andata a remunerarlo nei Paesi industrializzati è calata di 5 punti. Sono crescitute le diseguaglianze. E non è solo una questione economica. Seconda premessa. C’è nel programma del governo, come conseguenza degli impegni assunti con l’Europa, il completamento della riforma del mercato del lavoro. Lo si puòfare però dentro una più complessiva azione di riforma: lavoro sì, se insieme e prima si intaccano i monopoli, le chiusure alla concorrenza, le aree protette che appesantiscono la dinamicità del sistema Italia. Lo si può fare con una coraggiosa iniziativa concertativa.
È un punto delicato per il Pd, perché tocca valori fondativi della sua missione politica, perché si riflette una grave frattura nel sindacato, perché un conto è agire in un periodo di crescita, un altro è farlo in un momento di grave debolezza economica.Come impostare il confronto con il governo?
Partendo da un dato: l’attuale sistema non funziona, e il malfunzionamento è reso drammatico dalla crisi. Un mercato del lavoro segmentato, che sempre più a fatica mantiene le tutele esistenti per una parte di lavoratori e una larga platea di lavoratori abbandonati a un precariato crescente, senza garanzie minime di stabilità, con un destino previdenziale ai minimi. La realtà è questa. Non facendo nulla la forbice è destinata ad allargarsi, in un arretramento dei diritti che sempre si realizza in un quadro che vede la competitività del sistema Italia a linea piatta, con l’incremento di 15/20 punti dei nostri più diretti concorrenti. La proposta Ichino offre una soluzione. D’ora in poi contratto a tempo indeterminato per tutti. Possibilità di licenziamento ma con unt rattamento complementare di disoccupazione, a favore dei lavoratori licenziati per motivi economici od organizzativi tale da garantire al lavoratore per il primo anno il 90% dell’ultima retribuzione, in caso di necessità l’80% il secondo anno e il
70% il terzo; gli oneri sono a carico in parte dell’Inps, in parte delle imprese, con un evidente disincentivo al licenziamento e comunque un incentivo ad usare i migliori servizi di riqualificazione professionale e outplacement per realizzare un effettivo reinserimento del lavoratore licenziato nelle attività produttive. Un sistema a regime per tutte le imprese, indipendentemente dalla dimensione, con le distorsioni che comporta una diversità di tutele legate alle dimensioni aziendali. Per i lavoratori diversità di diritti a parità di lavoro e
di mansioni, per le imprese un ostacolo alla crescita dimensionale. Anche perché la fascia di lavoratori occupati nelle imprese con meno di 15 dipendenti non è affatto residuale. Se venisse approvato il progetto Ichino sarebbe un passo indietro? Io penso di no, penso che sarebbe un consistente passo in avanti. Soprattutto per chi entra oggi nel mercato del lavoro senza alcuna tutela. Si può fare di meglio? Chi ha idee concrete le proponga. E ne dimostri l’attuabilità, dal punto di vista del consenso e dal punto di vista della sostenibilità economica. La cosa peggiore è lasciare le cose come stanno,

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“Priorità alle tutele: assurdo pensare a come licenziare” di Cesare Damiano

Il Paese si troverà di fronte ad un vero e proprio shock occupazionale a partire dal prossimo anno. Questa previsione la stiamo formulando dal tempo del governo Berlusconi, inascoltati, e adesso la tocchiamo con mano. Anche il 2011 si chiuderà con la richiesta, da parte delle aziende, di un miliardo di ore di cassa integrazione.
Purtroppo, la tanto agognata inversione di tendenza non ci sarà. Al contrario, stiamo entrando in recessione. Ai dati di oltre 2 milioni di disoccupati, di 2 milioni e 700mila «scoraggiati»( per lo più persone molto giovani o over 50 ), di lavoratori al nero che hanno tagliato il traguardo dei 3milioni di persone si aggiungeranno, secondo Confindustria, altri 800mila disoccupati nel 2012. Purtroppo, la recente manovra del governo sulle pensioni ha aggravato la situazione e le risorse destinate alla crescita appaiono insufficienti. Non è un caso se, come Pd, abbiamo fatto condividere da Pdl e Terzo Polo un ordine del giorno, che il governo ha accolto, che riguarda chi ha perso l’occupazione. Si tratta di lavoratori non tutelati dalla manovra perché non hanno sottoscritto accordi di mobilità entro il 4 dicembre scorso. Sono i cosiddetti «esodati» delle Poste, i «sovranumerari» colpiti dai processi di fusione degli enti, o coloro che, in previsione di una pensione a portata di mano nel 2012 o nel 2013, si sono licenziati. Adesso, con l’abolizione delle cosiddette quote «96 e 97», si vedono allontanare il traguardo pensionistico anche di 3 o 4 anni. Come vivranno nel frattempo senza stipendio, indennità di mobilità e senza pensione? A questa situazione di grave in-
giustizia sociale va posto rimedio. La soluzione? È semplice: occorre mantenere a questi lavoratori le vecchie regole pensionistiche. Da qui il governo deve ripartire, con la necessaria concertazione, se si vuole aprire un discorso di ammortizzatori sociali nel tempo della recessione. Noi siamo favorevoli all’obiettivo di dotare il Paese di tutele sociali inclusive, soprattutto per le giovani generazioni che conoscono prevalentemente il lavoro precario. Il governo è andato nella giusta direzione scontando l’Irap alle imprese che assumono giovani e donne a tempo indeterminato. È questa la strada sulla quale abbiamo sempre insistito: far costare di meno il lavoro stabile per battere la precarietà. Il problema, a nostro avviso,non è cancellare o indebolire l’articolo 18. Infatti non si
spiega come mai nelle aziende al di sotto dei 16 dipendenti, nelle quali il 18 non si applica, si continua ad assumere prevalentemente con contratti flessibili. La risposta è semplice: perché costano di meno. Qualche suggerimento lo possiamo fornire: esiste una delega, figlia del Protocollo del 2007 e già condivisa dalle parti sociali, che è rimasta nel cassetto del precedente governo. In essa si ipotizza l’unificazione della cassa integrazione ordinaria e straordinaria e, dall’altra, della mobilitò e della disoccupazione. Infine, alla Camera è depositata da tempo una proposta di legge: il Contratto Unico di Inserimento Formativo, prima firmata- ria l’onorevole Madia. Prevede un iniziale periodo di prova e ilmante- nimento dell’articolo 18 per padri e figli.❖

L’Unità 19.12.11

Scuola, concorso per 300mila "Servono professori giovani", di Corrado Zunino

Tornano i concorsi a scuola, dopo 13 anni. Concorsi per maestri delle scuole elementari, per professori di medie e superiori. Concorsi per le aree letterarie e quelle matematiche. Il ministro dell´Istruzione Francesco Profumo, in carica da poco più di un mese, sta per mettere le mani anche su questo tabù della moderna Pubblica funzione: il reclutamento dei docenti.
In questi giorni Profumo ha chiesto ai suoi funzionari di impegnarsi a realizzare nell´arco del 2012 una serie di concorsi. «Voglio riaprire la scuola ai docenti giovani ed evitare di bloccare una generazione di neolaureati che oggi non ha alcuna possibilità di ottenere una cattedra». Lo ha detto nell´ultima riunione tecnica convocata in viale Trastevere.
I diversi bandi che saranno ufficializzati nel 2012 saranno appendici di un unico maxi-concorso dai numeri impressionanti: sono 300 mila i potenziali candidati a un posto da insegnante. I numeri si fanno in fretta. Nelle graduatorie ministeriali (chiuse e a esaurimento) nel 2011 si sono accumulati 244 mila abilitati all´insegnamento, un esercito. Ed è da qui che negli ultimi tredici anni si è unicamente pescato per soddisfare un fabbisogno di insegnanti che si è stabilizzato sui 20 mila ogni anno. Poi ci sono 30 mila “laureati abilitati” fuori da ogni graduatoria, e questi sono gli aspiranti docenti bloccati dall´attuale prassi di reclutamento. Ancora, i rinnovati Tirocini formativi attivi (Tfa) produrranno nel 2012 altri 20 mila “aventi diritto” a una cattedra. La prima stima del ministero è di un concorsone aperto, appunto, almeno a 300 mila persone. «Per esperienza sappiamo che a ridosso delle prove i numeri crescono». Il ministro vuole rendere pubblici i bandi nel 2012 e, se possibile, entro il prossimo anno iniziare anche il percorso attuativo: pre-test, quiz, poi scritti e orali.
La novità è fresca, e quindi si stanno studiando gradualmente tutte le possibilità di realizzazione. Il lavoro titanico è quello di conoscere nel dettaglio le esigenze (cicli scolastici, aree di insegnamento, singoli provveditorati provinciali). Ancora, si dovrà capire se il neoministro intende raccordare il nuovo concorso alle scelte dell´ex Mariastella Gelmini, che nell´ultima fase di governo aveva avanzato “disegni” su formazione e reclutamento mai diventati legge per la caduta dell´esecutivo. E poi il recente intervento del ministero del Lavoro sull´innalzamento dell´età pensionabile renderà davvero complesso il lavoro dei funzionari del ministero dell´Istruzione: il rischio è che nella scuola i posti di lavoro disponibili con l´allungamento dell´età pensionabile si riducano ulteriormente, come ha più volte denunciato il sindacato.
Profumo è comunque intenzionato a procedere nella riapertura dei concorsi. Ha detto il ministro: «Oggi l´età media degli insegnanti è intorno ai 40 anni». Va abbassata per venire incontro alle esigenze delle nuove leve laureate e degli stessi studenti. Con un “concorso 2012” si tornerà a rispettare una legge di Stato che da sempre prevede che i nuovi insegnanti siano scelti per metà dalle graduatorie e per metà attraverso bandi pubblici. E c´è un altro motivo per riaprire i bandi per l´insegnamento. Con il ministero Gelmini sono stati avviati, appunto, i Tirocini formativi attivi per i laureati. I tecnici del ministero ora spiegano: «Sarebbe incongruo oltreché inutilmente dispendioso non dare a questi tirocinanti la possibilità di uno sbocco lavorativo». Possibile, viste le graduatorie infinite, solo attraverso un bando pubblico.
Già. Oggi l´accesso al lavoro di docente presenta diverse strozzature. Una di queste è diventato un dramma generazionale: la legge Gelmini ha escluso dalle graduatorie a esaurimento (Gae) ventimila persone che si sono laureate in Scienze della formazione tra il 2008 e il 2011. Il bando potrebbe essere una risposta anche per loro. E un problema più volte avanzato sul sistema vigente, anche in sede parlamentare, è che l´assunzione per graduatoria spinge a un esodo di professori meridionali verso Roma e verso il Nord: spesso riescono a scavalcare, in grazia di legge, i docenti locali.
Nei tre anni abbondanti di governo la Gelmini è riuscita a riaprire il concorso per presidi, 42 mila richiedenti per 2.386 posti: la prova è in viaggio (si sono appena fatti gli scritti) dopo un mare di polemiche sui pre-test sbagliati e i modi in cui il quizzone è stato gestito. Con il governo Monti tornano i concorsi per maestri e prof. Gli ultimi furono del 1999, questi dovranno essere organizzati in modo da sciogliere i “vuoti” che le troppe leggi sul reclutamento scolastico hanno finito per creare.

La Repubblica 19.12.11

"C'era una volta Bologna a misura di donna", di Elisabetta Gualmini

Serve una cocciutaggine non comune alle donne italiane per riuscire a lavorare, a crescere i figli e a occuparsi delle innumerevoli attività di cura sia dentro che fuori casa. E così le donne si incamminano rassegnate in due in opposte direzioni, entrambe senza via d’uscita. O si entra nel mondo della produzione e ci si barcamena malamente tra lavoro dentro e fuori casa, lavorando 36 minuti al giorno in più degli uomini, ricevendo una remunerazione spesso inferiore e con scarse possibilità di carriera, ma in compenso con una esposizione record allo stress-lavoro correlato, oppure il lavoro non lo si cerca nemmeno e si rimane a casa con annessa riprovazione sociale per essere “regine del focolare” che per loro comodo non fanno girare l’economia.
Tra questi due fuochi si trovano anche le donne, giovani e meno giovani, di Bologna. Città un tempo ambita da ogni “working girl” o aspirante tale. I dati snocciolati ieri dall’Osservatorio provinciale del mercato del lavoro fanno rabbrividire. L’emorragia di disoccupatiè incontenibile e non risparmia nessuno (+13% tra il 2010e il 2011): giovani, donne e uomini nella fase centrale del ciclo lavorativo (tra i 35 e i 45 anni). Circa 75.000 persone senza occupazione di cui la maggioranza donne (il 55%).

ANCORA più allarmante tuttavia il fenomeno dello scoraggiamento. Le donne hanno ormai deciso di non cercarselo nemmeno più un lavoro perché le aspettative di trovarlo sono quasi nulle. Il tasso di partecipazione al mercato del lavoro scende ancora più rapidamente di quello di occupazione, un segnale inequivocabile di una recessione ancora molto dura. D’altro canto, se il Ministro dello Sviluppo economico afferma che “la situazione è anche peggio di quanto ci si aspettava” e le stime per il 2012 prevedono una decrescita del Pil pari all’1,6%, è difficile scorgere all’orizzonte segnali positivi.

Tornando a casa nostra, forse proprio in una città a forte vocazione terziaria e dove è massiccia la diffusione dei servizi alla persona, è arrivato il tempo di non parlare più e solamente di crescita (che pure è un obiettivo imprescindibile), ma di includere anche le attività di cura nel mondo della “produzione”, rovesciando completamente il paradigma con cui si guarda al lavoro e al lavoro delle donne. Già nel 1972 economisti come Tobin e Nordhaus si chiedevano se la crescita fosse un indicatore insufficiente e obsoleto. Provare a riconoscere e remunerare il lavoro di cura delle donne, in tempi di crescita nulla e di forte invecchiamento demografico,è direzione da percorrere. Con investimenti non particolarmente onerosi Regione, Provincia e Comune potrebbero finanziare le mille occupazioni di assistenza intensificandoi voucher e i buoni lavoro, così come in Francia, utili per acquistare altri servizi o beni di consumo.

Si è già detto che la deducibilità dell’Irap per le imprese che assumono donne (e giovani), varata con la manovra Salva Italia, è un primo passo. Ma serve ancora altro. Bisogna rendere le politiche di conciliazione, part-time e congedi di genitorialità, più “genderneutral”. Servono cioè politiche o interventi che sostengano le scelte di lavoro e di famiglia di uomini e donne. Nei paesi scandinavi e in Francia, le politiche pubbliche sono indirizzate sia agli uomini che alle donne che lavorano: i congedi non troppo lunghi sono fruibili da ambedue i genitori, anche part time, sono stati introdotti servizi di vario generee tipologia per i genitori, è previsto il telelavoro da casa, sempre per ambedue i genitori. E in quei paesi, la partecipazione femminile al mercato del lavoro e la fertilità sono più alte che nel resto d’Europa. Anche in questo caso, dopo gli interventi finanziari ai margini, dopo il risanamento, servirà che il governo e la sua composita maggioranza mettano mano alle riforme. Questa è la letterina che le donne di Bologna potrebbero depositare sotto l’albero natalizio di Montecitorio. O almeno è la mia.

Repubblica/Bologna 18.12.11

"Niente mutuo, affitti e rate «impossibili» La vita (a ostacoli) dei precari", di Sergio Rizzo

Sono 3 milioni e 700 mila gli italiani senza un lavoro a tempo indeterminato. Pochi numeri servono a spiegare l’enormità della missione che attende nel secondo tempo di governo il ministro del Lavoro Elsa Fornero. Alberto Alesina e Francesco Giavazzi hanno scritto sul «Corriere» che un giovane italiano affronta mediamente per trovare il primo impiego un Calvario di 33 mesi. Quasi tre anni. Oltre sei volte più che negli Stati Uniti, dove di mesi ne bastano cinque.
Ma poi, che impiego… «Tempo indeterminato» è la password per una vita normale. Ma sono due parole sempre più rare sui contratti di lavoro. Difficilissimo, per un precario, ottenere dalla banca il mutuo per comprare la casa. Arduo anche acquistare a rate una macchina. Oppure affittare un appartamento: sempre più spesso serve la garanzia dello stipendio fisso o della fideiussione bancaria. Si finisce così per vivere una vita alle dipendenze di chi può garantire per te: genitori, nonni…
Pochissimi fortunati potranno mettere su famiglia, in un’Italia dove la famiglia è sacra solo a parole: con quel che costano, i figli dovranno aspettare. Come pure cose più banali come le vacanze, previste solo nelle vite normali. E non parliamo delle prospettive. Volete un assaggio? C’è uno studio del Cerp di Torino condotto dalle ricercatrici Margherita Borella e Giovanna Segre che delinea per i precari una vecchiaia di indigenza. Dopo quarant’anni di contributi chi non ha mai avuto un posto fisso avrà una pensione media di 7.303 euro lordi l’anno. Ovvero, 608 euro al mese. Siamo 191 euro al di sotto della pensione media pagata dall’Inps, dato che però comprende anche i trattamenti sociali.
Per la Nidil-Cgil, invece, a un «parasubordinato» (questa la definizione tecnica di chi è senza posto fisso) che ha cominciato a lavorare nel 1996 i quarant’anni di contributi frutteranno una pensione di appena 508 euro al mese. Ovvero, il 41% della retribuzione. Che potrà salire a 601 euro se il precario in questione avrà iniziato l’attività lavorativa nel 2010. Roba da leccarsi i baffi. E questo grazie al fatto che il contributo, stabilito inizialmente al 10% dello stipendio, è salito ora a un più civile 26,72%. Con un paradosso incredibile: con i contributi dei parasubordinati si tappano i buchi di categorie che pagano pensioni d’oro ma che non ce la farebbero soltanto con i loro versamenti: dirigenti d’azienda, telefonici, elettrici. Una assurda solidarietà al contrario. I poveri precari che mantengono i ricchi pensionati ipergarantiti.
Sono dati che si traducono in un problema nazionale enorme e potenzialmente drammatico, perché mette in crisi alcuni aspetti sui quali si è finora fondata la tenuta sociale del nostro Paese. Per esempio, la capacità di risparmiare. Quel cuscinetto di grasso che le famiglie hanno accumulato in decenni di relativa prosperità si sta ora pericolosamente intaccando, anche a causa del sostegno che i padri e i nonni sono costretti a fornire a figli e nipoti che iniziano più tardi a lavorare e hanno occupazioni non garantite. Mentre nel 1995 una famiglia italiana poteva ancora mettere da parte il 22% delle proprie entrate, nel 2011 quella fetta di reddito accantonato si è ridotto all’11,5%.
In compenso la platea del lavoro precario si è ingigantita a dismisura. Se poi a chi ha una occupazione saltuaria sommiamo i disoccupati e gli inoccupati, cioè quelli che non lavorano né studiano, ecco che l’area del «rischio sociale» è diventata immensa. Giusto un anno fa, su questo giornale Enrico Marro ha fatto i conti riportando fra l’altro alcune stime agghiaccianti della Cgia di Mestre. I lavoratori che non hanno un contratto a tempo indeterminato sono 3 milioni 700 mila, che significa il 16% della forza lavoro. E’ il totale dei lavoratori con contratto a termine e a part time (ma non per loro scelta), i collaboratori e le partite Iva con un solo committente: dipendenti precari mascherati. Se a questi aggiungiamo i circa due milioni che appartengono alla categoria dei Neet (Not in education, employment or training), persone che non studiano, non sono occupate né seguono percorsi formativi, siamo prossimi a 6 milioni. Ci sono poi 2,1 milioni di disoccupati e lo «zoccolo duro» della cassa integrazione: un altro mezzo milione di persone che è appesa al filo, sempre più impercettibile di ora in ora, dell’uscita dal tunnel della crisi. Il totale è impressionante. Si tratta di un numero di italiani forse più vicino ai 9 che agli 8 milioni. Paragonabile, per capirci, alla popolazione dell’intera Svezia. Certo, non è facile dire quanti di questi vivano in realtà con il lavoro nero. Come è altrettanto difficile stabilire il vero perimetro della disoccupazione: è l’Istat, in un report concordato con Eurostat, a valutare che oltre ai 2,1 milioni di persone ufficialmente senza lavoro, ci sono in Italia 2,7 milioni di individui disponibili a svolgere un’attività che però non ricercano. Il motivo? Sono «scoraggiati». E «scoraggiati» il triplo della media europea.
La questione è serissima, anche perché riguarda le giovani generazioni: in un Paese sempre più refrattario a investire nel futuro, archiviando privilegi e rendite di posizione. Sono sempre Alesina e Giavazzi a sottolineare come in Italia ci sia un adulto disoccupato ogni quattro giovani senza lavoro, contro 2,4 in Europa e 1,4 in Germania. «Questo rapporto», argomentano i due, «è una misura di quanto il mercato del lavoro protegga chi un lavoro ce l’ha, cioè gli adulti. Più il rapporto è elevato, più i giovani sono esclusi». Nel 2010 l’ex vicedirettore generale della Banca d’Italia Vincenzo Visco, ora governatore, denunciava che «solo un quarto circa dei giovani tra 25 e 34 anni occupati nel 2008 con un contratto a tempo determinato o di collaborazione aveva trovato dopo 12 mesi un lavoro a tempo indeterminato o era lavoratore autonomo. Mentre oltre un quinto era transitato verso la disoccupazione». La frustrazione è grande. Secondo l’ultimo osservatorio sulla crisi Confesercenti-Ispo, per l’84% dei giovani con meno di 24 anni il lavoro non è altro che una speranza. Però irrealizzabile

Il Corriere della Sera 19.12.11

"Per i sindaci il vero esame di maturità", di Alberto Zanardi

Cosa cambia nella finanza locale dopo la manovra Monti? I Comuni avranno più risorse su cui contare? Va ricordato che l’intervento del Governo sui bilanci dei Comuni non si esaurisce nell’attivazione dell’Imu ma comprende anche la riforma della Tarsu e i provvedimenti sul fondo perequativo. Questi diversi blocchi della manovra interagiscono tra loro in modo complesso. Innanzitutto, la tassazione immobiliare. Oggi i Comuni tassano gli immobili con l’Ici, che esclude la prima casa e che, dalla nella relazione tecnica del governo, vale per l’insieme dei Comuni 9,2 miliardi. Prima ancora della manovra Monti, era prevista la sostituzione dell’Ici con l’Imu, dal 2014. L’Imu, in quella versione, altro non era che l’Ici con aliquote-base maggiorate per compensare l’assorbimento dell’Irpef sui redditi fondiari nell’Imu. Questa prima versione dell’Imu (che vale 10,8 miliardi) è stata integrata e modificata dalla manovra Monti che sottopone a prelievo la prima casa (al 4 per mille) e gonfia la base imponibile attraverso l’aumento dei moltiplicatori da applicare alle rendite catastali. La nuova Imu dovrebbe dare un gettito di ben 21,4 miliardi, cioè 10,6 miliardi in più della Imu prima versione, e 12,2 miliardi rispetto all’Ici attuale.
Tuttavia, di queste risorse non un euro resterà ai Comuni: infatti lo Stato da un lato chiede ai sindaci di arretragli 9 miliardi (pari alla metà del gettito a esclusione delle prime case), e dall’altro taglia i trasferimenti erariali erogati ai singoli Comuni a titolo di fondo perequativo per la restante differenza di 1,6 miliardi. Analoga operazione di sterilizzazione è prevista per il miliardo in più previsto dalla riforma della Tarsu.
Il risultato sarà dunque che dalla revisione dei tributi comunali prevista dalla manovra nulla cambierà in termini di risorse disponibili.

Dunque, stesse risorse, ma a un costo politico ben più pesante: se oggi i Comuni impongono un’aliquota media del 5,2 per mille, e nulla chiedono per le prime case, domani pretenderanno il 4 per mille sull’abitazione principale e il 7,6 sul resto degli immobili. Insomma, i Comuni sono chiamati a far da esattori per lo Stato sul suo maggior prelievo.
C’è poi un altro blocco della manovra da considerare. In aggiunta agli inasprimenti del Patto decisi in estate, la manovra stringe ancora i cordoni della finanza locale con un’altra sforbiciata dei trasferimenti statali sul fondo perequativo, questa volta senza nessuna compensazione di maggiori gettiti. Si tratta di un taglio complessivo di 1,45 miliardi a partire dal 2012, ripartito tra i singoli Comuni in proporzione alla distribuzione territoriale della nuova Imu. Sotto a questa regola di riparto c’è l’idea che chi avrà con la nuova Imu basi imponibili più consistenti potrà più facilmente, attraverso l’aumento delle aliquote, recuperare le risorse tagliate.
In effetti, a partire dalle aliquote-base i sindaci avranno ampi margini di manovra sulle aliquote Imu (+/- 3 per mille sull’ordinaria; +/- 2 per mille sulla prima casa) e queste variazioni si applicheranno su basi imponibili gonfiate dalla rivalutazione. Ma si tratta una manovrabilità che i sindaci potranno sfruttare a caro prezzo: con livelli di pressione fiscale così alti e con la stangata che l’Imu dà agli immobili già alle aliquote-base, ci vuol coraggio per proporre ai propri cittadini aumenti ulteriori in cambio di eventuali servizi pubblici aggiuntivi.
Da ultimo, i meccanismi di perequazione comunale: da un lato, lo Stato opera un doppio taglio sui trasferimenti al fondo di riequilibrio ma, al contempo, per non indebolirne la portata perequativa, amplia la gamma dei tributi comunali che lo alimentano includendovi anche la compartecipazione Iva. Si tratta di un gran lavorio attorno a un meccanismo intricato che sempre più mostra la corda. Sarebbe tempo di mettere mano a un sistema di trasferimenti perequativi più trasparente, in cui la perequazione non si esaurisse all’interno del circuito dei trasferimenti soppressi dalla riforma del federalismo fiscale ma si applicasse con chiarezza alla riduzione delle disparità di capacità fiscale tra singoli Comuni.

Il Sole 24 Ore 19.12.11

"Caserta, il boom delle "paritarie" per ogni scuola pubblica due private", di Mario Reggio

Viaggio nella provincia che detiene il primato nazionale degli istituti paritari: quasi quattrocento contro i 217 statali. Ma dietro a questo successo c’è spesso un segreto inconfessabile: buste paga in ordine ma in realtà stipendi al nero di poche centinaia di euro. E i prof ci stanno un po’ per paura e un po’ perchè è l’unico modo di fare punti per i concorsi.
Caserta, Santa Maria Capua Vetere, Capua, Aversa. Un interminabile serpente di case e palazzi. Traffico caotico ma vivace. Lungo i chilometri d’asfalto decine di cartelloni pubblicitari: istituto paritario… scuola materna e primaria. Istituto paritario… recupero anni scolastici, dalla primaria al diploma. “La provincia di Caserta vanta il record nazionale delle scuole paritarie – spiega Enrico Grillo, segretario provinciale della Cgil Scuola, il nostro chaperon nel viaggio alla scoperta di questo mondo sommerso – qui da noi le scuole statali sono 217, mentre quelle paritarie sfiorano quota quattrocento. Su scala nazionale, il rapporto è 74 per cento di scuole statali e 24 per cento paritarie”.

Prima tappa del viaggio Santa Maria Capua Vetere. Il primo incontro con l’insegnante di una elementare paritaria è un flop. “Niente macchina da presa, niente registratore, non vi dico neanche il mio nome – taglia corto – non voglio passare guai, io sto lì solo per accumulare punteggio. Altro non vi dico”. Il secondo appuntamento va meglio. Dopo molte insistenze la maestra accetta di parlare. “La telecamera va bene, ma io mi metto di spalle e dobbiamo togliere tutto quello che potrebbe far capire in che posto ci troviamo”. La tensione si scioglie e le prime verità vengono a galla. “Alla fine del mese ti danno il foglio stipendio legale, ma in realtà la tua paga non supera i 250 euro al mese, non hai orari né ferie e, se ti va male, ti paghi anche i contributi. L’unico mio obiettivo è incassare alla fine dell’anno i dodici punti che, assieme agli altri accumulati negli anni, mi permetteranno di fare un concorso nella scuola pubblica”.

Marta, nome di fantasia come tutti quelli che seguiranno, saluta: “Mi raccomando non fatemi passare guai”.
Si risale in macchina, il traffico è meno caotico perchè è ora di pranzo, obiettivo una trattoria di Capua. Ad attenderci il signor Roberto, un uomo sulla cinquantina, giacca e cravatta, sguardo preoccupato. Lo chef consiglia minestrone, pasta e fagioli, gnocchi alla sorrentina, vino rosso della casa. Il signor Roberto non è insegnante, lavora come contabile da molti anni in una scuola paritaria che dalla materna ti porta al liceo.
“Il corpo docente è di buon livello, ma il meccanismo è sempre lo stesso: buste paga ufficiali e retribuzioni in nero. Da noi, però, si pagano i contributi. I docenti più esperti e fedeli arrivano a prendere anche 700 euro al mese. Il padrone è un imprenditore che ha capito come la scuola può essere fonte di lauti guadagni. Da noi c’è il tempo pieno alle elementari e si applica il modulo delle tre maestre. I bambini entrano alle otto del mattino e escono alle cinque del pomeriggio. La retta non è esosa: 300 euro al mese, più l’iscrizione e la mensa. Le domande di iscrizione sono in continuo aumento. Poi abbiamo il recupero degli anni scolastici”.

Come funziona? Il signor Roberto vuota il sacco: “Molti degli studenti delle superiori vengono da altri comuni e alcuni da fuori regione. Il primo passaggio è il certificato di residenza dell’allievo, che deve soggiornare nel comune dove sta la scuola – spiega – ma non è difficile, abbiamo ottimi rapporti sia con il Comune che con la Provincia, come dire che non si nega un favore ad un amico. Lo studente in realtà è presente solo alcuni giorni a settimana, segue i corsi, recupera gli anni e alla fine arriva alla maturità. I prezzi variano da duemila a tremila euro l’anno, poi la tassa per l’esame finale. Più tardi ci si iscrive e più sale il prezzo”.

Signor Roberto, nelle scuole paritarie c’è la camorra? “La gente vuole stare tranquilla, non vuole guai. D’altro canto, basta avere un prestanome e tutto si risolve. Nessuno le dirà se c’è e dove sta la camorra. Qui ci conviviamo da anni e conosciamo anche il loro codice. Se rompi le scatole, per prima cosa ti trovi sotto casa un uomo che ti dice buongiorno, volta le spalle e se ne va – racconta Roberto –. Se continui, arriva a casa una telefonata anonima. Se insisti, ti sparisce la macchina ma spesso te la fanno ritrovare sotto casa dopo un paio di giorni. L’ultimo avviso consiste nel darti fuoco all’automobile. La gente non vuole guai”. La lunga chiaccherata si conclude con due caffè forti, neri, fatti con la macchinetta napoletana. Il signor Roberto esce prima e sparisce.

Di nuovo in macchina, destinazione la Camera del Lavoro di Aversa. Il traffico è ripreso, caotico, eppure nessuno mostra nervosismo anche quando due giovani in moto e senza casco ti tagliano la strada all’improvviso. “Qui c’è rassegnazione, ed è un veleno che uccide la società civile – dice Enrico Grillo –. La gente non parla, tutti sanno ma sono in pochi quelli che denunciano, intanto l’imprenditoria intelligente sta approfittando dell’agonia della scuola pubblica per aumentare il numero di studenti e ci sta riuscendo. Nella statale si tagliano le cattedre, il tempo pieno non esiste più ed è scontato che i genitori che lavorano fanno uno sforzo per mandare i loro figli in una scuola paritaria dove si fa anche quello che un tempo si chiamava doposcuola. Molte delle scuole paritarie pagano i docenti poche centinaia di euro, quindi i costi di esercizio sono molto bassi, poi hanno anche i contributi statali. In Campania sono più di 35 milioni di euro”. L’Ufficio scolastico regionale esegue i controlli periodici che è tenuto a fare per legge? “L’Ufficio è in condizioni disastrose – commenta Grillo – dovrebbe avere in organico trenta ispettori invece ce ne sono solo quindici per tutto il territorio regionale e le poche volte che parte un ispettore da Napoli alla scuola arriva immancabilmente una telefonata che annuncia la visita”.

Imprigionati nel traffico di Aversa, c’è la possibilità di dare uno sguardo intorno. Sul corso s’innalza un palazzo di sei piani, color sabbia, tre terrazzi per piano, segno evidente che si tratta di una costruzione destinata alla “civile abitazione”. Invece no. All’entrata un cartellone: liceo statale G. Siani. La scuola è dedicata al cronista del Mattino ucciso dalla camorra. Seconda sorpresa, il palazzo è “fittato”, come si dice da queste parti, da un privato alla Provincia per quattro milioni di euro l’anno.

Dopo quattro traverse appare la Camera del Lavoro. Lì dovrebbero aspettarci cinque insegnanti. L’appuntamento è per le 17. Si fanno le cinque e mezza ma non si vede nessuno. Poi nella stanza fa capolino una giovane. Appena vede la telecamera mostra segni di nervosismo. “Non voglio essere ripresa. Posso dirvi solo che ho lavorato in una scuola primaria, mi davano 250 euro al mese e facevo di tutto: badavo ai bambini, pulivo le classi, facevo anche la spesa per la direttrice. Una volta arrivò un ispettore ma noi giovani eravamo già uscite in strada. Ora lavoro in una scuola di suore e tutto va bene”. Poi arriva Arianna che accetta di farsi riprendere, ma di spalle. La sua storia è uguale a tutte le altre. “Sono sei anni che lavoro in quella scuola, non vedo l’ora di andarmene e con il punteggio accumulato fare un concorso nella scuola pubblica”.

Il ritorno a Caserta è faticoso: decine di camion che sfrecciano a tutta velocità, auto che viaggiano a fari spenti, mentre due elicotteri dei carabinieri volteggiano nel cielo scuro. “A quelli ci siamo abituati e nessuno ci fa caso”, commenta Enrico Grillo. Nessuno poteva immaginare che si trattava dei preparativi per la cattura di Michele Zagaria. Finalmente Caserta. All’orizzonte fari e luci illuminano a giorno il “Centro Campania”. “E’ il centro commerciale più grande della Campania, sono riusciti a stravolgere il piano regolatore per costruire questi enormi viadotti che portano alla struttura. Qui ogni domenica si forma un ingorgo gigantesco, la gente viene anche dalle altre province”. Chi può aver investito tutti quei soldi? Tutti lo sanno ma nessuno pronuncia la parola che fa paura.

Inchiesta da repubblica.it

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Parlano solo due direttori “I controlli ci sono e funziona tutto”

Studenti al lavoro in un liceo scientifico
In tre occasioni la risposta è stata più o meno “si faccia gli affari suoi”. Per due volte, invece, i telefoni hanno squillato a lungo ma invano. Sembra impossibile parlare con il direttore di una delle 400 scuole paritarie della provincia di Caserta. Ma la fortuna aiuta gli audaci

“New school Kid’s Club di Aversa, desidera?”. “Parlare con il titolare”. “Attenda vediamo se c’è”. Miracolo. Il direttore parla. “La nostra è una scuola dell’infanzia e primaria, abbiamo 180 alunni”. Domenico Schiavone risponde a tutte le domande. Il personale? “Diciotto maestre, due non docenti e tre ausiliarie, compresa la cuoca. I vostri bilanci sono pubblici? “Certo, lo impone la legge, sono a disposizione anche dei genitori”. Il personale è in regola, cioè ha contratti uguali a quelli del servizio pubblico? “Assolutamente sì”.

A quanto ammonta la retta mensile? “Centoventi euro compresa la mensa, poi ci sono 400 euro l’anno per gli altri servizi, compreso il pullmino che va a prendere e riporta a casa i bambini”. Ci sono controlli periodici da parte dell’Ufficio scolastico regionale? “Sono previsti dalla legge sulla parità e avvengono con regolarità, come i controlli della Asl e dei vigili del fuoco. Due anni fa l’ispettore è venuto da Roma. Siamo contenti che ciò accada perché certifica il livello di qualità della scuola”.

La seconda persona disposta a parlare è Angelina Cuccaro, socia e segretaria del Centro Studi Sapientia di Santa Maria Capua Vetere. Quali sono i vostri corsi di studio? “Geometra, ragioneria e tecnico industriale”. Quanti sono gli iscritti? “Attualmente abbiamo 130 studenti”. Quanto pagano per frequentare i corsi? “Duecentocinquanta euro per il primo e secondo anno, in pratica solo l’iscrizione. Mille e 200 l’anno per il terzo, 1.500 euro nel quarto e duemila nel quinto anno”. Perché tanta differenza tra i primi due anni ed il resto? “Negli ultimi tre anni aumenta il materiale didattico e crescono le ore di lezione ed esercitazione”. Quanti sono i docenti? “Cinquanta in gran parte hanno un contratto part-time”. Pagate in base al contratto nazionale? “Certo”. Arrivano mai gli ispettori? “Regolarmente, ogni anno”.

Inchieste da repubblica.it