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"La manovra necessaria all`Italia", di Stefano Fassina

I rischi per l`euro non derivano dagli squilibri di finanza pubblica dei Pigs. A parte la Grecia, caso eccezionale, le condizioni di fmanza pubblica erano solide nell`area euro fino alla “crisi”.I dati di Spagna ed Irlanda erano migliori di quelli della Germania. Anche il nostro avanzo primario nel 2007 superava quello della Germania. Per noi, pesava la zavorra del debito pubblico, ma era in alleggerimento, dopo il peso messo su nellalegislatura2o01-2006.Irischiper reuro derivano dai divergenti andamenti della produttività tra le aree della moneta unica. La variabile chiave da considerare è il deficit della bilancia commerciale, non il deficit dei conti pubblici. In tale quadro, il decreto “salva Italia” non è spiegato da ragioni economiche.

L`Italia pre-decreto Monti, in condizioni di tenuta dell`economia, avrebbe di gran lunga la migliore performance dei conti pubblici nell`area euro nel prossimo biennio. Il recente Economie Outlook dell`Ocse indica per noi un deficit strutturale di -0,3% nel 2012 e un surplus dell`1,4% del Pil nel 2013; per l`area euro, i corrispondenti valori sarebbero -1,3% e -0,3%; per la Germania -0,8% e -04 per cento. Data la scia di recessione-stagnazione-recessione alle nostre spalle, il decreto alimenta i rischi di depressione e, conseguentemente, l`ulteriore innalzamento del nostro debito pubblico. La sequenza delle nostre manovre descrive il circolo vizioso in atto: nell`estate 2008, il Mef prevedeva una correzione di circa 31 miliardi all`anno per arrivare nel 2012 al pareggio del conto delle pubbliche amministrazioni, nonostante una prospettiva piuttosto modesta per il Pil (poco sopra l`i%). Nella primavera del 2009, di fronte alla pesante caduta dell`economia, il traguardo venivaposti-

La crescita risulta impossibile con la linea dí politica di bilancio imposta dai conservatori tedeschi all`Eurozona posticipato e per i1 20131`obiettivo di indebitamento diventava il 2,7% del Pil. La manovra dell`estate 2009, pertanto, veniva presentata come “di mantenimento”. Ma un anno dopo, per raggiungere l`obiettivo ridimensionato (deficit al 2,7% del PII nel 2013), la manutenzione non basta. Serve una correzione di 25 miliardi all`anno. Infme, ad aprile scorso, lo scatto rigorista: prima, si riporta l`obiettivo del pareggio al 2014; poi, la pressione politica e finanziaria tra luglio e agosto, lo anticipa al 2013. Per conquistare l`ambiziosa meta s`imbastisce una manovra di 60 miliardi all`anno a partire dal 2014. Da notare che la netta prevalenza di aumenti di tasse (2/3) rispetto alla diminuzione delle spese (1/3) è “merito” del Pdl e della Lega.

Eppure, II mostro dell`indebitamento e del debito pubblico non piega la testa. Arriva, così, il turno del governo Monti che riempie il buco ricevuto in eredità dal governo Berlusconi (i 20 miliardi di euro all`anno a partire dal 2014 dovuti dalla delega fisco-assistenza) e, per il piano di saldo zero al 2013, interviene per altri 21 miliardi all`anno (aggiuntivi ai 20 utilizzati per coprire il buco ereditato),In sintesi, l`obiettivo del pareggio dibilancio, raggiungibile con misure per 31 miliardi all`anno secondo le prudenti previsioni di crescita del 2008, richiede, nel quadro recessivo, oltre 100 miliardi di euro all`anno (la spesa per interessi non incide sulla differenza, dato l`andamento dei tassi rispetto alleprevisioni elaborate nel 2008). È evidente che neanche i 100 e più miliardi all`anno bastano a cogliere la meta.

Il Pil va sempre più giù, colpito dalle mazzate indirizzate al mostro del debito pubblico, ma ricevute dall`economia reale, in un quadro europeo dominato da scelte analoghe. All`Fmi discutono per l`Italia di una previsione di Pil 2012 a meno 2,5 per cento. Cosicché, persistere sulla rotta della deflazione con ulteriori manovre correttive e ulteriore compressione dei costi e delle condizioni del lavoro, è autolesionismo. Invocare o promettere crescita attraverso “riforme strutturali” non è credibile, poiché le riforme strutturali sono carburante per una macchina con il motore ingrippato.

La verità amara, data la linea di politica di bilancio imposta all`area euro dai conservatori tedeschi, è che la crescita è impossibile: l`alternativa per l`area euro è tra “rottura finanziaria” a breve della moneta unica e una “rottura politica” a medio termine, a valle di una stagione di depressione, elevata disoccupazione, impoverimento delle classi medie. Nonostante le valutazioni economiche, il decreto “salvaItalia” è necessario.

È necessario per rispondere alle ineludibili domande ideologiche (utilizzo il termine senza alcuna sfumatura negativa) e politiche oggi presenti nel Paese leader. È necessario al governo Monti, ossia all`Italia, per riconquistare un qualche potere negoziale a Bruxelles, inparticolare verso il governo conservatore di Angela Merkel dopo la verticale caduta di credibilità del governo Berlusconi. È necessario per tentare di riorientare di 180 gradi la rotta della politica economica dell`area euro: Bce prestatore o garante di ultima istanza; Agenzia europea per il debito; investimenti alimentati da euro-project bonds e dalla tassa sulle transazioni finanziarie; coordinamento delle politiche retributive e della tassazione; legittimazione democratica delle sedi di sovranità condivisa.

Insomma, il decreto “salva Italia” è necessario, certo non sufficiente, per provare a rivitalizzare nel “secolo asiatico” la civiltà del lavoro e la democrazia delle classi medie nel vecchio continente.

Il Sole 24 Ore 18.12.11

"Addio Vaclav Havel la storia si leva il cappello", di Paolo Soldini

Chi ha conosciuto e amato Praga fra il 21 agosto del 1968 e il 17 novembre del 1989 conosce e ama Vaclav Havel in un modo tutto speciale. Anche se magari non lo ha incontrato, non lo ha sentito parlare, forse non ha neppure letto le sue poesie o i suoi drammi.
Il fatto è che in quei ventuno anni, l’età di un ragazzo che arriva all’età adulta, Praga e Havel hanno vissuto la stessa storia con gli stessi dolori, le stesse inadeguatezze, le stesse irrequietudini e speranze. La città sembrava addormentata nelle cupezze del tardo comunismo di Gustav Husak e della nomenklatura che si vendicava della Primavera del ’68. Ma se appena appena si grattava la superficie, se si percorrevano, certe sere d’estate, i vicoli della città vecchia o le salite di Mala Strana, ci si accorgeva che sotto la morta bellezza dell’antica capitale brulicava la vita. Nei teatrini improvvisati e un po’ clandestini, nelle vinarne alla moda e nelle birrerie da vecchi ubriaconi, nelle sale da concerto, in tante case private dove si invitavano anche gli sconosciuti e gli stranieri, e se magari si intrufolava qualche spia, pazienza. Si incontravano poeti, ingegneri e rockettari. Scrittori pubblicati solo in Germania e in Austria, economisti che lavoravano in fabbrica, filosofi che coltivavano di nascosto i rapporti con la scuola di Francoforte, attori cui era proibito recitare roba “seria” e ragazzi che sapevano dei Rolling Stones e di Frank Zappa.
Il primo clamoroso episodio di dissidenza avvenne nel ’76, quando molti intellettuali Havel era fra loro protestarono in difesa di un gruppo rock, i Plastic People emuli dei Velvet Underground di Lou Reed. Praga non era morta: era una grande città europea tagliata fuori dall’Europa.
Questa separatezza, costretta a scivolare nella genialità per non diventare pazzia e disperazione, fu il ventre nel quale visse, in quegli anni, Havel. «Nemico del popolo» per il solo fatto di essere nato in una famiglia borghese e, forse, un poco tedeschizzante. Escluso dalle scuole superiori e dall’università che lui avrebbe voluto. Scrittore non pubblicabile, drammaturgo senza scena, costretto a fare il macchinista per frequentare un teatro, il Na Zabradlì (Alla Ringhiera) in perenne sospetto di eresia.
Dopo la breve illusione con Dubcek, quando avrebbe voluto fondare un partito da affiancare ai comunisti sul versante democratico, bollato come dissidente per così dire “ufficiale”, e in quanto tale arrestato più volte, costretto in una detenzione tanto dura da provocargli l’infezione respiratoria che si sarebbe portato fino alla morte. Insomma: un uomo represso e prigioniero, come la sua Cecoslovacchia “normalizzata” dalle truppe del Patto di Varsavia e dalle durezze brezneviane.
E però liberissimo. Neppure nei momenti peggiori, il regime riuscì a soffocarne la voce e la presenza. A metà degli anni 70, Havel, poco più che quarantenne, era conosciuto nella sua patria più di qualsiasi esponente della nomenklatura. Ed era famoso anche all’estero, dove il movimento di Charta ‘77, creatura di cui era stato il padre più famoso, diventò presto il referente di ogni speranza di riforma democratica nell’allora impero sovietico. Per la sua liberazione, dopo l’ennesimo arresto e una pericolosa condanna, si mobilitò, in Europa occidentale, un fronte di intellettuali e di politici ampio come non si era mai visto.
Era tanto popolare, Havel, e tanto rispettata e ammirata era Charta ‘77 perché si intuiva che l’obiettivo dell’uomo e del movimento era rompere la separatezza di Praga, della Cecoslovacchia, di tutti i Paesi centro-orientali da quell’insieme di storia, culture, tradizioni, lingue, abitudini, gusti, senso comune che fanno quello che chiamiamo Europa.
La vera “normalizzazione” non era l’oscena pretesa con cui era stata schiacciata in Cecoslovacchia la speranza del ’68, ma, per così dire, una normalizzazione senza virgolette: il ritorno alla normalità, il superamento della rottura provocata dagli orrori della guerra, la ricomposizione del continente in una verità nella quale non si dovesse più, come i popoli dell’est erano stati costretti a fare, «vivere nella menzogna». L’idea dell’unità europea, nell’ambito di una più ampia unità occidentale in cui un ruolo importante è riconosciuto agli Usa, è stato il vero fil rouge della sua politica, ha fatto tutt’uno con la resistenza all’arbitrio della dittatura, con la battaglia per la democrazia e il rispetto dei diritti civili e umani, in un ripudio non solo del comunismo, ma anche del nazionalismo e delle insidie delle pretese “radici” affondate in egoismi colorati di etnìa.
Il momento più triste, nella vita di Havel dopo la conquista della libertà, fu il 1993, l’anno della separazione tra la Repubblica cèca e la Slovacchia, separazione che lui, da presidente della Cecoslovacchia, non voleva e che giudicò un vile cedimento a ragioni della Storia che lui non condivideva: il sovvertimento di una unità voluta soprattutto, dopo la prima guerra mondiale, per tenere a bada le minoranze, tedesca in Boemia e ungherese in Slovacchia. Come se la storia dell’Europa non avesse insegnato, specie proprio da quelle parti, la ricchezza delle diversità.
Ebbe questo segno la ricomposizione, il «ritorno in Europa» oltre che la conquista delle libertà democratiche, il momento della liberazione dal regime, nell’autunno dell’89, pochi giorni dopo la caduta del Muro di Berlino.
Va detto che, come lui stesso ammise, Havel fu còlto di sorpresa dagli eventi. La grande manifestazione che il 17 novembre a Praga dette il via alla Rivoluzione di velluto rompeva un po’ lo schema, più “politico”, con cui gli uomini di Charta ‘77 avevano immaginato il percorso dalla dittatura alla democrazia. E però la saldatura fu immediata.
Gli slogan degli studenti che il 17 novembre partirono dall’Università Carlo e conquistarono la città coniugavano il ripudio del regime con la speranza che ci fosse già un’alternativa. «I dittatori sono al Castello» gridavano all’inizio, indicando la collina di Hradcany dove avevano sede le autorità dello stato e del partito e lo slogan presto diventò: «Havel al Castello».
Da quel momento la vicenda dell’uomo che nelle sue opere per il teatro aveva portato le ragioni della dignità individuale, è diventata la storia. Poco più di un mese dopo la rivoluzione Havel viene insediato alla presidenza, con l’assenso del partito comunista, dal governo provvisorio. L’anno successivo viene confermato dalle prime elezioni libere e resterà quasi ininterrottamente presidente della Cecoslovacchia e poi della Repubblica cèca fino al 2003.
Con il suo vezzo di non prendere troppo sul serio la sua propria vita così tremendamente seria, dalle durezze del carcere ai tormenti della malattia che lo ha tenuto per anni sul filo della morte, Havel negli ultimi anni si raccontava come una specie di dilettante della politica e della vita pubblica: «Metto il naso dappertutto diceva ma in realtà non so fare quasi nulla: talvolta mi occupo di filosofia ma non sono un filosofo; scrivo di letteratura ma non sono un critico e non parliamo del mio senso musicale, che fa ridere. In fondo non sono un vero esperto neppure in quello che considero il mio mestiere: scrivere per il teatro». Simpatica manifestazione di modestia tipica dell’uomo che però una cosa sicuramente l’ha fatta molto bene: la politica, nel senso più alto e profondo.

L’Unità 19.12.11

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“Un padre europeo”, di Sandro Viola

Difficile dire quanti sono, se pochi o molti, gli europei che sentiranno il vuoto lasciato dalla morte di Vaclav Havel. Di certo, l´Europa laica e liberale ha perduto un personaggio che negli ultimi vent´anni aveva rappresentato un costante punto di riferimento. Non era restato che lui, infatti, a incarnare un modello nuovo di statista.
Lo statista che va al potere portandosi dietro non soltanto gli interessi di parte, l´ambizione personale, la capacità di galleggiare tra le miserie della politica, ma anche una visione dell´uomo e del mondo più ampia, più alta, di quelle che cogliamo nei governanti europei. Era rimasto solo lui a ribadire nei suoi discorsi e scritti che la congiunzione tra morale e politica, tra politica e verità, non è la pia illusione di qualche intellettuale con fiato e tempo da sprecare, o addirittura un controsenso. Bensì un legame che dovrebbe e potrebbe realizzarsi in ogni paese civile.
Erano queste le idee con cui s´era presentata sulla scena all´inizio degli Ottanta, nella fase pre-agonica del comunismo, la pattuglia dei “filosofi” che dall´89 in poi guidò il ritorno dell´Europa Centrale in seno all´Occidente. Gli intellettuali di Varsavia, Budapest e Praga – Mazowiecki, Geremek, Kis, Konràd, Havel – cui toccò di dare l´ultima spinta al fatiscente edificio del potere comunista. Riuscendo a rianimare l´appartenenza delle loro nazioni, dopo i quarant´anni della dominazione sovietica, alla civiltà occidentale, così da riportarle – come scrisse poi Havel – «a casa, in Europa».
Di tutto quel gruppo, Havel sarebbe divenuto, una volta insediatosi al Castello di Praga come presidente della Cecoslovacchia, la figura più emblematica. Intanto perché restò al vertice dello Stato (della Federazione cecoslovacca sino al ‘93,e poi – dopo la scissione – della Repubblica Ceca) per ben tredici anni. E poi perché non smise mai di riaffermare i principi, i valori, le speranze con cui gli intellettuali centro-europei dell´´89 s´erano levati contro la putrefazione della politica avvenuta nel quarantennio comunista. Senza mutare d´una virgola, da capo dello Stato, i discorsi che aveva fatto da intellettuale dissidente nei periodi bui della repressione e del carcere.
Né avrebbe mai potuto mutare linguaggio, perché Havel era un moralista. Un intellettuale che s´era levato contro il comunismo non con un progetto politico alternativo, non con una critica radicale del sistema leninista, ma col rifiuto morale di quel sistema. Il rigetto della menzogna, della violenza, della stupidità di cui era fatto in parti uguali il comunismo. Il rifiuto che Havel aveva formulato (con una forza e uno spessore di pensiero paragonabili all´opera di Solgenytsin) nei suoi testi più importanti: “Il potere dei senza potere”, l´”Anatomia della reticenza”, e le stupende “Lettere a Olga” scritte dal carcere alla prima moglie. Pagine di cui si può prevedere una vita ben più lunga di quella che avranno invece i suoi testi teatrali.
Dei giorni dell´autunno 1989 in cui Havel prese la testa del movimento popolare che fece cadere a Praga il regime comunista, ho nella memoria molte e straordinarie immagini. A cominciare da quelle della sua prima conferenza stampa, nella sua bella casa sul lungofiume (l´unico bene del cospicuo patrimonio familiare che il regime non gli avesse espropriato),la mattina del 18 novembre. L´aspetto timido, una leggera balbuzie, la nuvola di fumo che si sprigionava dalle sue innumerevoli sigarette, e la vaghezza delle sue dichiarazioni politiche. Per me che in quella stessa casa l´avevo incontrato due anni prima, in uno dei suoi molti va e vieni dal carcere, non fu una sorpresa. Ma lo fu per la trentina d´altri giornalisti stranieri che erano accorsi per ascoltare uno dei principali esponenti dell´opposizione anticomunista, e uscirono dall´incontro delusi dalla sua mancanza di chiarezza, di mordente.
D´altronde erano i suoi stessi amici ad escludere che Havel fosse adatto a capeggiare quella che più tardi venne chiamata la “rivoluzione di velluto”. Il giudizio era tanto affettuoso quanto negativo. No: Havel era un intellettuale che poteva scrivere appelli e manifesti, ma in quei giorni di scontri con un regime che tentava disperatamente di mantenersi in piedi, un uomo come lui, così inadatto, con le sue esitazioni, sottigliezze e sfumature al dialogo con la folla, serviva a poco.
Non era vero, e lo si vide nei giorni successivi quando Havel cominciò a tenere i suoi comizi da un balcone della piazza San Venceslao. La balbuzie svanita, il gesto fattosi sicuro, la folla che sotto il nevischio impazziva quando lui lanciava l´antico grido hussita: Prava vitezi, la verità vince. Era la stessa frase pronunciata da Tomàs Masaryk il giorno della proclamazione della Prima Repubblica, nel 1918. Ed era anche per questo che nel gelo di quei pomeriggi, i praghesi esultanti, le speranze che prorompevano, tutto sembrava evocare la Cecoslovacchia emersa dai Trattati del Trianon. La “piccola nazione” che sarebbe stata per vent´anni, sino al suo strangolamento per mano di Adolf Hitler, uno dei lembi d´Europa più prosperi, colti e civili. Grazie alla democrazia, al ruolo insostituibile della cultura nella società, alle virtù borghesi: la tolleranza, l´individualismo, la dignità, l´humour.
Salito poi al Castello come presidente della Federazione, la impoliticità di Havel riaffiorò. Il modo in cui gestì la spaccatura della Cecoslovacchia, che nelle sue memorie avrebbe descritto come la prova più tormentosa della sua vita, gli venne rimproverato dalla classe politica praghese in quanto troppo arrendevole, remissivo. E poi cominciarono i malintesi, le incomprensioni con i partiti politici e i loro leader, la fatica di districarsi nei gineprai dell´attività parlamentare. Le stesse difficoltà di rapporti che aveva avuto, ai suoi tempi, Masaryk.
Continuava a stare molto bene sulla scena, su quella internazionale soprattutto, quasi – dicevano gli amici – come il protagonista d´una delle sue piéce teatrali. Ma la sua popolarità in patria s´andava man mano erodendo. Cominciò il lungo, logorante scontro col primo ministro Vaclav Klaus, che negli anni si sarebbe rivelato come qualcosa di più d´un confronto politico. L´economista Klaus (che lo avrebbe sostituito nel 2003 alla presidenza della Repubblica Cèca) vedeva Havel come un artista, un dilettante della politica, sempre circondato – e consigliato – da gente di teatro invece che da politici, e gli invidiava l´enorme prestigio internazionale. Mentre Havel considerava il primo ministro un parvenu, grossolano nei modi, piuttosto incolto e irrimediabilmente noioso. Un disprezzo reciproco, quindi, una serie infinita di sgarbi e contestazioni (da parte di Klaus innanzitutto),che rese gli ultimi anni della presidenza Havel sempre più amari.
Qui conviene fermarsi, attenersi al titolo delle memorie di Havel: “Per favore, sia breve”. E ricordare soltanto che il sogno di Havel d´una Praga infine restituita all´Occidente, questo riuscì a realizzarlo. Prima l´ingresso nella Nato, poi quello nell´Unione Europea. Perché non c´è dubbio che sia stato lui, l´intellettuale che nei gelidi pomeriggi del novembre ‘89,provvisto della sua sola forza morale, parlava dal balcone della piazza San Venceslao ancora circondata dalla polizia comunista, ad aver traghettato il suo paese dalla notte del totalitarismo sino “a casa, in Europa”.

La Repubblica 19.12.11

"Proroga di un mese per i piani di dimensionamento", da La Tecnica della Scuola

Lo stabilisce il Miur con una nota del 13 dicembre scorso. Soddisfatta in parte la Flc-Cgil che chiede una proroga di un anno per l’intera operazione. Slitta di un mese il termine per la predisposizione dei piani di dimensionamento delle istituzioni scolastiche da parte delle Regioni.
Lo ha disposto nei giorni scorsi il Ministero dell’Istruzione anche per venire incontro ad una richiesta avanzata dalla Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome.
Il Miur ha anche precisato che il valore limite di 1.000 alunni previsto per gli istituti comprensivi può essere inteso con media regionale di riferimento.
“Conseguentemente – spiega il Miur – laddove l’organizzazione razionale della rete lo richieda, evidentemente per casi che non possono essere che sporadici, nel piano di dimensionamento potranno figurare istituti comprensivi con valori inferiori a quelli previsti dalla legge sopra richiamata, purché nell’ambito regionale vi siano istituzioni scolastiche che presentino valori che compensino adeguatamente i predetti valori inferiori salvaguardando la media di riferimento”.
Il Ministero chiarisce anche che in fase di prima applicazione della norma si possa procedere nella costituzione degli istituti comprensivi con gradualità tenendo conto “di particolari esigenze geografiche, socioeconomiche e legate alla storia del territorio”.
Parzialmente soddisfatta la Flc-Cgil che così commenta: “Il rinvio della scadenza al 31 gennaio 2012 per la predisposizione dei piani se da una parte consente di aver più di tempo per coinvolgere maggiormente i diversi soggetti finora lasciati ai margini come scuole e organizzazioni sindacali e per intervenire con più oculatezza sulle proposte di dimensionamento, dall’altra lo slittamento dei tempi rischia di comportare gravi ritardi nella predisposizione delle iscrizioni degli alunni, degli organici del personale e di conseguenza su tutte le operazioni relative all’avvio del prossimo anno scolastico”.
Per questo motivo la Flc-Cgil continua a sostenere la proposta di rinviare di un anno tutte le operazioni di dimensionamento in corso in modo da “evitare al sistema scolastico nazionale un ulteriore intervento distruttivo, che comporterà la disarticolazione della rete scolastica territoriale con conseguente impoverimento della qualità dell’offerta formativa già fortemente pregiudicata dagli interventi del precedente governo”.

La Tecnica della Scuola 19.12.11

«Voto agli immigrati». Dopo Firenze parte la raccolta delle firme, di Jolanda Bufalini

Giovani e migranti, noi e gli altri, noi come gli altri. L’Italia che fronteggia la scoperta di un sé razzista, nella follia omicida di Firenze, nel rogo di Torino, che si è stretta a Firenze attorno al dolore e ai colori dell’Africa, scopre anche che nella crisi a pagare di più sono i più deboli: i giovani del lavoro precario, i giovani che arrivano dal Maghreb o da la Romania, i giovani qualificati che dall’Italia emigrano in cerca di opportunità che il Paese non è capace di offrire. Ieri si celebrava nel mondo la giornata internazionale del migrante e non si è trattato, per l’Italia, di una occasione formale. A comincia re dal messaggio del presidente del la Repubblica Giorgio Napolitano che si è rivolto «ai lavoratori stranieri immigrati nel nostro Paese» ma anche «agli italiani che emigrano oggi» e «ai discendenti di coloro che emigrarono affrontando dure difficoltà e iniziali ostilità». Nelle parole del capo dello Stato c’è il rifiuto da parte della «comunità nazionale di ogni forma di discriminazione e violenza». Ma c’è anche la riflessione sugli effetti della «pesante crisi economica sui fenomeni migratori». Fra i migranti sono nominati «i tanti giovani capaci e preparati che lascia no il nostro Paese», risorse umane «preziose» e arricchite dalle «esperienze di lavoro e di ricerca all’estero» che «non dobbiamo perdere, creando per loro nuove opportunità». Ma c’è anche l’invito a riflettere sulla condizione dei lavoratori stranieri in Italia, spesso impegnati in set tori «particolarmente aggrediti dalla crisi». Per loro la disoccupazione significa essere «esposti al rischio di forme più pesanti di sfruttamento, esse re privati del permesso di soggiorno, della possibilità di restare in Italia legalmente e dell’opportunità di offrirsi sul mercato del lavoro regolare quando si presentino rinnovate necessità produttive, con danni per la stessa economia del nostro Paese». Non ci sono solo le fragilità perché «nell’esperienza migratoria c’è la speranza in un futuro migliore e i sacrifici necessari a realizzarlo». «Uno spiri to conclude il Presidente di cuiil paese ha estremo bisogno». LA RICERCA Giovani e migranti sono protagonisti anche in una ricerca di Ires Cgil commissionata dalla Fillea, il sindacato dei lavoratori delle costruzioni. Sono infatti gli immigrati e gli under 35 le due fasce “deboli” che più subiscono nel mercato del lavoro: precarietà, falso part time, dequalificazione professionale, partite Iva che mascherano il lavoro dipendente, disoccupazione. Ma per gli immigrati, che sono tantissimi nell’edilizia (350.000 i regolari e circa 400.000 gli irregolari), al bisogno si aggiunge la particolare «ricattabilità». «Se denunciano le irregolarità spiega il segretario Fillea Walter Schiavella rischiano di perdere il lavoro e di finire in un Cie». Il combinato della legge 30 e della «aberrazione razzista della BossiFini», sostiene Schiavella, generano un «sistema malato» dove «in pericolo sono le imprese sane, circondate da quelle irregolari o illegali». E così, se già a parità di qualifica, gli immigrati guadagnano almeno 100 euro in meno degli italiani, le retribuzioni degli stranieri subiscono al tre decurtazioni: fra i lavoratori stranieri la qualifica più bassa è del 60% mentre riguarda il 30% degli italiani. Nel triennio della crisi prosegue la ricerca realizzata da Emanuele Galos si e Kurosh Danesh il part time è aumentato del 160 per cento (e si sa che nell’edilizia il part time è spesso una finzione), gli irregolari sono aumenta ti del 50%, le partite Iva del 13%. Ma quando il lavoratore autonomo non ha dipendenti e un solo datore di lavo ro è molto probabile che si tratta di un dipendente che ha perso tutele e garanzie. Sfruttamento e ricatti aumentano il rischio di infortuni, l’edilizia, dice Schiavella «è un settore killer». Ma con 87.000 lavoratori stranieri iscritti alla Fillea e numerosi dirigenti sindacali, anche il sindacato sta cambiando, e sono soprattutto i giovani sotto i 35 anni, particolarmente i maghrebini, a iscriversi per far rispettare i diritti di tutti. Insieme alla Cgil Fillea combina la contrattazione nazionale e territoriale con la battaglia per la legalità e per i diritti. Ieri in tutta Italia si raccoglie vano le firme per la legge di iniziativa popolare «italiano sono anch’io» pro posta dalla Cgil insieme a 19 organizzazioni che vanno dall’Arci alla Croce rossa, dal centro Astalli, alle comuni tà di accoglienza alla Caritas. La pro posta di legge promuove: la cittadinanza per i ragazzi nati in Italia e il diritto di voto alle amministrative per chi ha il permesso di soggiorno. La legislazione italiana, la politica dei respingimenti adottata dal governo Berlusconi, preoccupano anche per altri motivi, oltre a quello dell’accentuarsi dello sfruttamento dimostrato dalla ricerca Ires. Medici senza frontiere segnala che per chi è rinchiuso nei centri di identificazione e espulsione (fino a 18 mesi) «aumentano i rischi per la salute anche mentale». Msf denuncia gli effetti nefasti che ha avuto in Libia la politica dei respingimenti e chiede che i lavoratori stagionali nel Sud Italia abbiano accesso all’assistenza sanitaria.

L’Unità 19.12.11

La rabbia di Berlusconi " Nuove regole per colpirmi", di Goffredo De Marchis

Adesso Berlusconi è disperato. Più di Monti. «Questa sì che è una legge ad personam, una ritorsione contro di me. Voglio vedere come si attirano gli investimenti stranieri in uno Stato che cambia le regole in corsa». Furibondo, il Cavaliere si sente messo all´angolo sulla materia che gli preme davvero: Mediaset, quindi il patrimonio. Ma da venerdì ha perso la golden share sul governo proprio nella sfera degli interessi personali. Il voto degli ordini del giorno contro il beauty contest che regalava le frequenze del digitale a Cologno Monzese, Rai e Telecom, ha dimostrato che esiste un´altra maggioranza: Pd, Idv, Lega e Udc.
Non servono i voti del Pdl per cambiare gli equilibri nel mercato televisivo. E le dichiarazioni di Corrado Passera fanno capire che l´esecutivo si prepara a lavorare con questi nuovi numeri per organizzare un´asta.
La principale vittima di una vera competizione per le frequenze, dicono a Palazzo Grazioli, è Mediaset. La Rai infatti non parteciperà all´asta. Troppo negativi i conti di Viale Mazzini. Semmai la tv pubblica ha canali in eccesso, una struttura composta da 11 canali tematici e 3 generalisti che appare sovradimensionata. Prima di comprare potrebbe decidere di vendere. «Siamo entrati nel beauty contest non per una ragione strategica, ma perché c´erano tutti i nostri competitori», spiega Giancarlo Leone, vicedirettore generale della Rai con delega all´intrattenimento ma fino a pochi mesi fa responsabile del digitale. Di fronte a un´offerta gratuita la Rai non poteva tirarsi indietro. Ma sembra difficile che possa partecipare a una gara investendo risorse che non ha. Telecom può rinunciare perché il suo core business è la telefonia. A questo punto anche Mediaset sembra destinata al passo indietro. I suoi bilanci non permettono voli pindarici, la partecipazione a gare reali non fittizie. Con le frequenze gratis invece l´azienda di Berlusconi avrebbe avuto i vantaggi maggiori.
Sfuma infatti la possibilità, con un colpo solo, di bloccare l´ingresso di altri concorrenti, di sviluppare l´alta definizione con il multiplex di frequenze e soprattutto di avere in regalo un valore che tra cinque anni, un tempo breve per una grande azienda, si può rivendere a prezzi di mercato. È un salasso per il Cavaliere. Paolo Romani, l´ex ministro dello Sviluppo economico che aveva costruito il beauty contest, fa trapelare l´aria che tira ad Arcore. «Sono sconcertato per la parole di Passera – dice -. Come si fa a parlare di procedura intollerabile? Il governo fa un´analisi superficiale della situazione. E si ricordi che è sostenuto da un partito che ha un´idea precisa sul tema». Minacce? Maurizio Gasparri pronostica il fallimento dell´esecutivo: «Monti pensa di fare cassa con le frequenze? Auguri. Sarà sommerso dai ricorsi, che bloccheranno tutto per anni». Sicuramente, farà ricorso Mediaset cercando di mettere i bastoni fra le ruote dell´asta.
Se Berlusconi pensava di aver ottenuto garanzie per le sue aziende, adesso si deve ricredere. «Ma non servono garanzie – insiste Gasparri -. Si sono infilati in un ginepraio da cui non usciranno mai. E lo sanno». Sono questi gli umori della pancia berlusconiana, il loro modo per esprimere l´ira dell´ex premier. «Grande soddisfazione», esulta invece Paolo Gentiloni del Pd, uno dei firmatari degli ordini del giorno alla Camera: «Ora il mercato si apre a una vera competizione e il governo recupera piena autonomia sulle frequenze». Non è detto che tutti i sei multiplex vengano assegnati nel tradizionale campo televisivo. La tv classica è in crisi, il gettito potrebbe essere davvero minimo. Ma le frequenze possono essere utilizzate anche dalla televisione per telefonino e da Internet, settori in crescita. Allora il recupero di miliardi di euro è possibile.
Romani spera che il governo ci ripensi, che si conceda una pausa di riflessione. «Non credo che il ministro abbia approfondito bene l´argomento», dice. «In altri Paesi dell´Occidente le frequenze sono state assegnate gratuitamente», insiste Gasparri preannunciando battaglia. Ma è una certa concezione del mercato tv che viene messa in discussione dalla scelta di Passera. Potrebbe esserci un dopo Berlusconi anche nel mondo dell´impresa, non solo in politica. È la fine di un´epoca, la prima incrinatura del conflitto d´interessi. Per questo il Cavaliere è furioso. E un pò disperato.

La Repubblica 19.12.11

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“Il ministro vuole una pausa di un anno e coinvolgere gli operatori telefonici”, di Giovanni Pons

Rai e Mediaset compensate con la trasformazione di spazi di telefonia in televisivi. Corrado Passera si accinge a mettere le mani nell´intricata materia televisiva. Da quel che si è potuto apprendere, a breve proporrà al governo uno stop all´attuale procedura di “Beauty Contest”, cioè quella che era stata impostata dal suo predecessore Paolo Romani. Una prima mossa volta a prendere un pò di tempo e capire come valorizzare al meglio una risorsa scarsa come le frequenze Tv senza regalare niente a nessuno. In ogni caso Passera si sta formando un´idea che va in qualche modo controcorrente al pensiero dominante, come è anche un pò nella sua natura. Secondo questa sua idea, infatti, non ha molto senso destinare altre frequenze al mercato televisivo, già sufficientemente affollato, ma sarebbe più interessante riconvertirle e assegnarle magari tra un anno agli operatori telefonici che stanno conoscendo un forte sviluppo della tecnologia in mobilità bisognosa di frequenze. Tra l´altro i “nuovi entranti” televisivi, se ve ne sono effettivamente, non sembra possano investire cifre grandiose, mentre è dimostrato che gli operatori telefonici possono mettere sul piatto ingenti risorse. «Dovremo trovare il modo giusto per usare al meglio queste cose che non è detto possano essere solo frequenze televisive ma potrebbero anche essere nuove tecnologie», ha detto ieri sera il ministro dello Sviluppo.
E dunque Passera, se il governo Monti lo seguirà, si accinge a uscire dall´impasse e dalle polemiche che hanno dominato la scena negli ultimi giorni, con un percorso che se portato a termine potrebbe accontentare tutti. Il primo passaggio, come detto, è lo stop all´attuale Beauty Contest che favoriva Berlusconi con un ripensamento dell´intera materia in modo da privilegiare lo sviluppo delle nuove tecnologie. I passaggi successivi, secondo alcuni esperti del settore, potrebbero essere i seguenti. Dare la possibilità sia a Rai sia a Mediaset di trasformare le proprie frequenze Dvb-h (quelle destinate alla telefonia mobile) in Dvb-t (televisive) sulla scia di ciò che il precedente governo si era già impegnato a fare per i cinesi di H3g, i quali hanno già appostato a bilancio il valore della frequenza trasformata. Con questa possibilità Rai e Mediaset arriverebbero così al tetto dei 5 multiplex a testa (ne hanno già quattro e ognuno dà diritto a trasmettere sei canali in digitale) e verrebbero così escluse da nuove aggiudicazioni. Quindi il ministero potrebbe fissare un prezzo di base d´asta minimo per eventuali nuovi entranti nel settore televisivo a cui assegnare quelle frequenze che oggi vengono congelate. In questo modo si verrebbe incontro alle richieste degli operatori più piccoli che desiderano entrare nel mercato del digitale in nome del pluralismo dell´informazione. Con questo passaggio, forse, si riuscirebbe anche a sanare la procedura d´infrazione con la Ue che era stata aperta nel lontano 2004 al momento del varo della Legge Gasparri che, nel passaggio dal sistema analogico a quello digitale, aveva favorito eccessivamente gli operatori “incumbent” rispetto ai nuovi entranti. Infine se queste frequenze non venissero assegnate in toto o perché non vi sono nuovi entranti o perché quelli che si presentano pagano troppo poco, le stesse potrebbero essere riconvertite per essere vendute in un momento successivo, tramite asta, agli operatori telefonici.
Certo, il sentiero è stretto e la materia scivolosa, Passera lo sa bene. Se da una parte la rinuncia al Beauty Contest fa contenti coloro che si sono sempre opposti a un nuovo regalo per le televisioni dell´ex presidente del Consiglio, dall´altro la trasformazione del Dvb-h in Dvb-t avrebbe comunque l´effetto di accrescere la capacità trasmissiva degli operatori più forti presenti sul mercato. E poi bisognerà vedere a quale livello sarà posta l´asticella per l´accesso alle frequenze dei nuovi entranti: Sandro Parenzo e Michele Santoro si sono detti disponibili a partecipare, e così potrebbero farlo altri gruppi stranieri diversi da Sky, ma è chiaro che l´impiego di risorse in un mercato già molto concentrato come quello televisivo rischia di essere antieconomico. Lo dimostra il caso di Dhalia Tv, liquidata con forti perdite perchè stritolata dalla dura concorrenza tra Mediaset e Sky.

La Repubblica 19.12.11

"Il partito degli smemorati", di Michele Brambilla

È ricomparso ieri il più importante dei ministri del governo Berlusconi, Giulio Tremonti. Intervistato su Rai Tre da Lucia Annunziata, ha criticato la manovra del governo Monti: «Troppe tasse, pochi tagli alla spesa pubblica e niente per la crescita», ha detto in sintesi. È probabile che, sentendolo, molti suoi colleghi di partito (o forse «ex» colleghi, visto che Tremonti ha cominciato la trasmissione dicendo che ormai «lavora in proprio», e l’ha finita non smentendo un suo passaggio alla Lega) si siano stropicciati gli occhi, credendo di sognare. Sono quei molti esponenti del Pdl che in questi anni hanno accusato proprio Tremonti di essere il «signor no» che ha bloccato ogni iniziativa volta alle liberalizzazioni, alla crescita, al taglio delle tasse. È vero che in questo Paese si dimentica tutto in fretta: ma ci vorrebbe un clamoroso deficit di fosforo per scordare che proprio all’interno del Pdl Tremonti è stato contestato da tutta un’ala (Brunetta, Crosetto e molti altri, per non dire di Martino che ormai da molto tempo è fuori dai giochi) che l’ha accusato di essere un ministro più statalista che liberista.

E non è un mistero che lo stesso Berlusconi abbia più volte considerato Tremonti un ostacolo alla linea che avrebbe voluto seguire.

Sempre facendo un piccolo sforzo di memoria, ci si ricorderebbe che nella manovra proposta in agosto da Tremonti era addirittura previsto un aumento dell’Irpef chiamato «contributo di solidarietà», nome un po’ beffardo perché di solito si solidarizza con i terremotati e con gli alluvionati, non con il debito pubblico. Furono due quotidiani di centrodestra come «il Giornale» e «Libero» a fare una campagna contro quell’aumento delle tasse, che alla fine fu ritirato dal governo.

Ma d’altra parte proprio lo stesso Tremonti ieri da Lucia Annunziata ha ricordato quanta ostilità abbia ricevuto, all’interno del Pdl, per le sue scelte considerate «poco coraggiose», tutte rivolte al contenimento dei conti e non allo sviluppo. «Dopo le sconfitte elettorali di maggio – ha detto – ci sono stati interventi estemporanei nella nostra coalizione da parte di personaggi che volevano più coraggio, non comprendendo che interventi di quel tipo si sarebbero potuti fare solo in Paesi senza debito pubblico». Più avanti ha aggiunto che la maggioranza è andata in crisi proprio perché «da maggio in poi è emersa una classe politica che non voleva seguire il rigore».

E dunque come può Tremonti oggi criticare una manovra che è certo criticabile, ma che va in gran parte nella direzione di quelle che ha fatto lui, e che è perfino stata scritta da molti uomini che erano con lui al ministero dell’Economia? Ieri Tremonti, poi, ha detto pure che uno dei gravi problemi dell’economia italiana è la mancanza di libertà, visto che «un imprenditore non può neanche tirare su un muretto». Giustissimo: però da chi è stata governata, l’economia italiana e non solo l’economia, negli ultimi dieci anni?

Ma sarebbe sbagliato accusare di incoerenza solo Tremonti. Il suo è un atteggiamento molto diffuso. Lo stiamo vedendo in queste quattro settimane di governo Monti: da Berlusconi che dà del disperato al nuovo premier alla Gelmini che si lamenta per la manovra e per le tasse; dai deputati del Pdl che disertano l’Aula perché hanno il mal di pancia alla Lega che urla contro Roma e contro la crisi. Tutte cose comprensibili e a volte condivisibili. Ma a tutti costoro viene spontaneo rivolgere la stessa domanda di prima: scusate, non c’eravate voi, al governo, fino a un mese fa? E non ci siete stati per otto anni negli ultimi dieci?

La smemoratezza di questi giorni è in realtà un qualcosa di già visto, un vizio che colpisce tutti, destra e sinistra e in fondo ognuno di noi, che appena passiamo da un ruolo di governo (di qualsiasi genere) a un ruolo di opposizione (di qualsiasi genere) ci dimentichiamo quanto sia difficile fare e quanto sia facile criticare.

La Stampa 19.12.11

"L´aristocrazia democratica tra limiti e virtù", di Ilvo Diamanti

Questa manovra non piace agli italiani, ma la fiducia nel governo – e soprattutto nel premier – resta ancora alta. È ciò che emerge dai sondaggi condotti dai principali istituti demoscopici in questa fase. La manovra appare poco equa, per non dire iniqua, alla maggioranza della popolazione. Nell´insieme ma anche nel dettaglio: considerando i singoli provvedimenti. Soprattutto quelli che riguardano le pensioni, l´aumento dell´Iva e l´Irpef. Nel complesso: troppe tasse e pochi interventi che favoriscano la crescita. Le liberalizzazioni, la patrimoniale; anche gli interventi sui costi della politica e dei politici: rinviati a un secondo momento. Con il dubbio che il rinvio divenga permanente. Come altre volte – troppe volte – è già successo, in passato.
Nonostante tutto, però, la fiducia nel “governo dei tecnici”, fra i cittadini, è ancora molto elevata. Intorno al 50%, se si rilevano solo i giudizi più positivi (come fa l´Ispo di Mannheimer). Superiore al 60% se si calcolano anche le valutazioni comunque “sufficienti” (secondo le stime dell´Ipsos di Pagnoncelli). La fiducia “personale” nei confronti del presidente del Consiglio, peraltro, risulta ancora superiore, di quasi 10 punti percentuali. Certo: rispetto ai giorni della fiducia al governo l´indice di soddisfazione è sceso. Ma il sentimento sociale, allora, era condizionato dal timore – per certi versi, dal panico – suscitato dai mercati. Dall´impotenza dimostrata dal governo Berlusconi, che ne avevano accentuato ulteriormente l´impopolarità. Ora le paure persistono. E, in aggiunta, è stata varata una manovra “costosa”, sul piano sociale. Discutibile e discussa. Accolta dalle proteste del sindacato. Dall´opposizione della Lega e dell´Idv. Sostenuta dal Pd e ancor più dal Pdl con molte riserve. Senza che la credibilità del governo e di Monti sia stata compromessa. Anzi.
Provo a indicare alcuni motivi di questo contrasto.
1. C´è, anzitutto, la percezione del “male necessario”. La manovra non piace, ma i mercati – meglio: i Mercati – e i governi europei più influenti (Bce compresa) la chiedono. Anzi, la esigono. Va inghiottita come una medicina amara. Poi, prevale fra i cittadini il sentimento del “sacrificio finalizzato”. Come negli anni Novanta, quando gli italiani pagarono, senza lamentarsi troppo, finanziarie onerosissime. Per non essere esclusi dalla Ue. Per entrare nell´Unione monetaria. Amato e Ciampi, “responsabili” di quelle manovre, non vennero sfiduciati dai cittadini. Perché erano ritenuti “credibili”. Come Monti e i suoi “tecnici”, oggi.
2. È questo il secondo motivo. La “credibilità” riconosciuta a persone ritenute in grado di mettere gli interessi del Paese davanti ai propri e a quelli di partito. In grado, anche per questo, di riqualificare l´immagine dell´Italia – e degli italiani – in Europa (e non solo). Deteriorata fino alla caricatura dall´esperienza precedente.
3. La “credibilità” dei tecnici al governo è enfatizzata dal confronto con i soliti noti. Quelli che governavano prima. Quelli che stanno in Parlamento. I “politici”. Mai tanto impopolari come oggi. Il clima antipolitico che pervade il nostro tempo ha agito, cioè, da fattore favorevole per il governo Monti. Gli stessi limiti delle scelte effettuate da questo governo, le marce indietro, i compromessi: vengono imputati ai “politici”. Ai partiti e alle lobbies, che legano le mani ai professori. Le resistenze del Parlamento nei confronti del taglio dei vitalizi sono interpretate come un´ulteriore conferma del paradigma antipolitico. Hanno fatto della “casta” il capro espiatorio ideale della frustrazione sociale. Così, mentre la fiducia nel governo resta molto alta, la credibilità dei partiti è scesa ulteriormente. Ai minimi storici. Le stime elettorali, non a caso, premiano ancora il Pd, ritenuto il partito più “coerente” con l´esperienza del governo. Ma registrano anche la tenuta della Lega e dell´Idv: collettori del malumore sociale. A cui sarebbe difficile, però, affidare la missione “costruttiva” di guidare il Paese.
3. Il dibattito parlamentare sulla manovra ha allargato il contrasto fra tecnici e politici, agli occhi dei cittadini. L´immagine del ministro Giarda che legge la dichiarazione del governo, basito e attonito, di fronte a un Parlamento ridotto a una bolgia dalla plateale protesta leghista, è emblematica. Come la replica, pedante e puntigliosa, di Monti. Indisponibile a sentirsi definire “disperato”. E impotente, come chi lo ha preceduto. Questione di stile. Ma anche di sostanza. In tempi dominati dalla “politica pop”, dove per anni – e da anni – i politici hanno inseguito gli umori sociali, riproducendone vizi e debolezze, in modo iperbolico. Il governo “tecnico” appare, invece, un´icona della “normalità”. Dove governano persone grigie (anche quando vanno in tivù). Ma competenti. Più di noi. (Altrimenti perché ci dovrebbero governare?).
Da ciò il paradosso di un governo che, per ora, non paga il prezzo “politico” delle sue scelte “politiche”. Perché non sono considerate “politiche”. Ma “tecniche”. E dunque: ineluttabili. Semmai, condizionate dai “politici”. Un governo “premiato” dalla differenza rispetto agli uomini politici e di governo del passato recente. Reclutati in base alla fedeltà. Titolari, agli occhi dei cittadini, di privilegi immeritati. (Se non sono migliori di noi, perché mai dovrebbero godere di trattamenti particolari?)
Naturalmente, questo “stato di emergenza” non può durare all´infinito. Questo governo, composto da tecnici, non potrà “scaricare” a lungo sul Parlamento e sui partiti l´insoddisfazione sociale sollevata dalle conseguenze della crisi. Né la frustrazione prodotta dalle politiche economiche e fiscali. Inoltre, difficilmente potrà promuovere interventi a favore della crescita e delle liberalizzazioni, senza il sostegno del Parlamento e dei partiti. Particolarmente sensibili agli interessi e alle pressioni di categorie sociali grandi ma anche piccole. Per la stessa ragione, gli riuscirà difficile realizzare, se non riforme istituzionali, almeno quella elettorale. Necessaria per restituire ai cittadini un maggiore controllo sugli eletti. Questa sorta di “aristocrazia democratica”. Non può durare all´infinito. Ma può servire. Non solo ad affrontare l´emergenza economica. Ma a restituire fiducia e dignità alle istituzioni. A rivalutare la competenza, i comportamenti, la credibilità, lo stile come virtù democratiche. E non come meri accessori “tecnici”. Di secondaria importanza per la politica e il governo.

La Repubblica 19.12.11