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"Quei quattromila finti poveri che non pagano asili e atenei", di Fiorenza Sarzanini

Ricchi nella realtà, poveri per lo Stato. E proprio grazie a questa finta indigenza migliaia di italiani sono riusciti a ottenere benefici per i figli — dagli asili nido gratuiti alle agevolazioni sulle tasse universitarie — per i parenti anziani con i servizi sanitari a domicilio. Ma anche riduzioni sulle bollette di luce e gas. Su circa 14.000 famiglie controllate nei primi 10 mesi di quest’anno, quasi 4.000 avevano illecitamente dichiarato di essere sotto la soglia minima fissata dalla legge. Vuol dire, una su tre. È uno dei dati più eclatanti che emerge dal rapporto annuale della Guardia di Finanza sugli sprechi della spesa pubblica. Si tratta del bilancio di un’attività diventata strategica nel momento in cui si cerca di risanare i conti dello Stato. A leggere i resoconti appare evidente come tra i settori in sofferenza nei quali si deve intervenire con urgenza effettuando un monitoraggio costante anche da parte delle stesse autorità di controllo, c’è quello della Sanità. Ma la cifra più eclatante continua a rimanere quella legata al danno erariale provocato dai dipendenti statali che commettono abusi, falsi o accettano mazzette: da gennaio a ottobre 2011 ha abbondantemente superato un miliardo e 700mila, sono ben 3.736 persone denunciate alla Corte dei Conti.
Nel complesso, le azioni illecite e le verifiche inesistenti nella spesa pubblica causano ogni anno un mancato introito di circa tre miliardi di euro. In totale negli ultimi tre anni gli sprechi hanno superato la cifra record di dieci miliardi di euro. E infatti nella relazione si evidenzia come «il contrasto alle frodi, che da un punto di vista ragionieristico pesa quanto e forse più di quello delle entrate fiscali, oggi traspare in maniera ancor più evidente in ragione del perdurante momento di crisi e degli impegni politici assunti dall’Italia nei confronti della comunità internazionale, i quali impongono che le risorse disponibili siano spese sino all’ultimo euro per sostenere l’economia e le classi più deboli, eliminando sprechi, inefficienze e, nei casi più gravi, distrazioni di fondi pubblici che rappresentano un ostacolo alla crescita del Paese». Una considerazione che trova fondamento anche nelle sempre più frequenti frodi comunitarie che hanno causato, soltanto nel 2011, una perdita di oltre 120 milioni di euro che sale fino a 700 milioni di euro calcolando gli «aiuti indebitamente percepiti da privati e imprese» negli ultimi tre anni.
Finti ricoveri
e pazienti deceduti
«Il controllo della spesa sanitaria — sottolineano gli analisti delle Fiamme Gialle — stante la sua particolare importanza nell’ambito del bilancio pubblico e le sue dinamiche di crescita rappresenta una delle priorità inderogabili per il raggiungimento degli obiettivi di politica economica». La realtà appare però ben lontana dal raggiungimento di questo obiettivo se si calcola che nei primi dieci mesi di quest’anno sono stati effettuati 1.507 controlli e sono finite sotto inchiesta 1.866 persone. La perdita calcolata per lo Stato è pari a 274 milioni di euro, addirittura il triplo di quanto era stato accertato nel 2009. E proprio in questo settore si sbizzarrisce la fantasia dei pazienti, ma soprattutto quella degli operatori: medici, infermieri e responsabili delle strutture.
La violazione più frequente riguarda l’autocertificazione di cittadini che attestano un falso Isee (l’indicatore della situazione economica equivalente) e ottengono prestazioni mediche totalmente esenti da ticket. Ma la «voce» che provoca il maggior danno al bilancio dello Stato riguarda i ricoveri: perché ci sono alcuni medici e paramedici che certificano di aver effettuato prestazioni in day hospital anziché in ambulatorio e altri — in servizio presso le cliniche convenzionate — che attestano di essere arrivati attraverso il pronto soccorso in modo da ottenere il rimborso delle spese dal servizio sanitario nazionale che altrimenti non sarebbe previsto. E poi ci sono i dottori «di base» che fanno risultare in cura pazienti che in realtà sono morti o si sono trasferiti all’estero e in questo modo continuano a percepire il compenso. Per avere un’idea dell’incidenza basta calcolare che le ispezioni condotte nel 2008 e nel 2009 hanno consentito di scoprire 67.000 «fantasmi» e denunciare 347 medici che avevano percepito illegalmente 22 milioni e mezzo di euro. «La necessità di pervenire al risanamento dei conti pubblici — evidenziano gli analisti delle Fiamme Gialle — impone un’oculata attività di contenimento e razionalizzazione della spesa, accompagnata da una mirata azione di controllo finalizzata all’individuazione delle condotte negligenti o illecite che, consentendo sprechi, diseconomie o inefficienze possono rappresentare una variabile sensibile nelle funzioni di crescita delle uscite di bilancio».
Asili nido
e assegni sociali
Assegno per chi ha almeno tre figli minori, assegno di maternità, asilo nido, mensa scolastica, libri, borse di studio, sconti sulle tasse universitarie e una serie di servizi di assistenza agli anziani o ai malati come le cure a domicilio: sono le agevolazioni previste per i nuclei familiari a basso reddito. Peccato che ad usufruirne siano spesso ricchi professionisti che presentano dichiarazioni poco superiori allo zero. I numeri contenuti nel dossier della Finanza forniscono il quadro della situazione. Si scopre così che «nel triennio 2007/2009 ci sono stati 41.000 interventi che hanno portato alla denuncia di 12.256 soggetti per falso ideologico commesso dal privato in atto pubblico e truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche». L’esborso per lo Stato è stato di ben quattro milioni di euro. Boom di richieste anche per gli ultimi due anni con un totale di circa 9.000 persone scoperte e un danno che supera i tre milioni di euro. Il record di denunce è stato in Toscana con 683 segnalazioni alla magistratura, poi il Lazio con 567 illeciti accertati.
Truffe e raggiri sono stati scoperti in tutta Italia pure per il cosiddetto «assegno sociale» destinato a chi ha più di 65 anni e un reddito inferiore ai 6.000 euro annui. «È stato riscontrato — sottolineano i finanzieri — che molti cittadini extracomunitari hanno perfezionato la pratica di erogazione e poi sono rientrati nel Paese di origine facendo così venir meno il requisito della residenza nello Stato italiano necessario per continuare a ottenere il sostegno che, in tal modo, si tramutava in una “pensione d’oro” considerato il differente costo della vita rispetto all’Italia». Anche molti nostri connazionali hanno il sussidio: «Emigrati in Argentina che hanno fatto rientro in Italia e vi hanno soggiornato il tempo necessario a vedersi riconoscere l’assegno, poi sono nuovamente espatriati. I controlli sono appena iniziati, il risultato è sorprendente: 571 illeciti scoperti con un esborso di ben 11 milioni di euro, vuol dire un guadagno illecito che per ogni abusivo è stato di 20mila euro.

Il Corriere della Sera 18.12.11

"Cervelli in fuga e fondi bloccati. Così il crac del San Raffaele rischia di affossare la ricerca", di Elena Dusi

Il crac del San Raffaele non si abbatte su un´istituzione qualsiasi. Nella tempesta giudiziaria rischia oggi di smarrirsi il più importante istituto di ricerca e cura a carattere scientifico in Italia: primo per pubblicazioni (quasi tre ogni giorno) e pioniere di sperimentazioni di frontiera, dalla terapia genica alle cellule staminali.
«Non abbiamo responsabilità per quanto sta accadendo e sarebbe ridicolo pensare che abbiamo goduto di privilegi» precisa Michele De Palma, uno dei giovani più brillanti, che si occupa di ricerca sui tumori e da gennaio lavorerà al Politecnico di Losanna. Le attività scientifiche infatti (55 milioni all´anno) vanno avanti con fondi ministeriali, europei o provenienti da fondazioni. Ma anche se i soldi sono distinti dalle casse del San Raffaele, la gestione spetta alla Fondazione. Ecco perché il crac sta facendo vivere momenti difficili a un pilastro della ricerca in Italia.
Per tre mesi in estate e autunno i fornitori hanno bloccato le consegne di reagenti e altro materiale essenziale per i laboratori. I milioni del 5 X mille difficilmente affluiranno nelle casse di un ente che per mesi ha fatto parlare di sé a causa dei fondi neri. Due ricercatori fra i più prestigiosi da gennaio lasceranno Milano. E anche se Giulio Cossu (direttore della divisione di medicina rigenerativa, cellule staminali e terapia genica, arruolato a Londra dall´University College) e Michele De Palma hanno preso la loro decisione più di un anno fa, è chiaro che nessuno oggi è disposto a rimpiazzarli. «Conosco il caso di un ragazzo molto promettente pronto a venire a Milano» racconta Cossu. «Ora ha congelato la sua decisione. Per un giovane sbagliare scelta vuol dire compromettere il futuro».
Matteo Iannacone ha deciso di lasciare il suo laboratorio di Harvard per lavorare al San Raffaele nella divisione di immunologia giusto a novembre del 2010. «A Milano ho trovato strutture che nemmeno negli Usa avevo a disposizione» racconta. «Ma dopo è arrivata la tempesta. Ho avuto un paio di proposte all´estero e ho deciso di esplorarle. Così hanno fatto altri miei colleghi». La preoccupazione infatti è endemica nella magnificente struttura costruita da don Luigi Verzè. Ma prima di alzare le vele, tutti aspettano di capire la natura della new company che prenderà le redini del San Raffaele. L´attesa dovrebbe limitarsi a qualche settimana. Poi verrà il tempo delle decisioni. «Non possiamo permetterci che lo stallo duri mesi o anni» dice Iannacone.
«Le forniture dei materiali oggi sono tornate regolari» racconta Luigi Naldini, a capo della divisione di terapia genica. «E non mi preoccupa nemmeno la partenza dei colleghi. Fare nuove esperienze fa parte del nostro mestiere. Quel che è grave è che nessuno in questo momento abbia voglia di venire a lavorare da noi. L´istituto ha perso potere negoziale e credibilità. La nuova gestione, qualunque essa sia, deve subito far ripartire i motori». La storia di Luca Guidotti, a capo del centro dello studio per il fegato, dimostra quale fosse il potere di attrazione del San Raffaele fino a pochi mesi fa. Arrivato a Milano a primavera del 2010, dopo 21 anni in uno Scripps Institute che lui stesso definisce «cattivissimo e competitivo», Guidotti è abituato alle parole chiare: «Per noi fermare un laboratorio per 4-5 mesi significa perdere 2 o 3 anni di competitività rispetto agli altri gruppi di ricerca. Semplicemente non ce lo possiamo permettere. Se domani la California piuttosto che Shanghai ci offriranno condizioni migliori, partiremmo senza esitazioni».
Anche se sub judice, la fiducia dei ricercatori nei confronti del San Raffaele non è comunque scomparsa. «L´istituto resta una preda ambita» prosegue Guidotti. «Fra qualche settimana capiremo se varrà la pena restare o fare le valigie». Lo scienziato non dimentica che il San Raffaele gli ha permesso di portare apparecchiature «che nemmeno gli Usa erano disposti ad accogliere». Si tratta di microscopi ultra-potenti che riescono a osservare il funzionamento delle cellule in vivo: «Ogni apparecchio costa 600-700 mila euro (provenienti dall´European Research Council) e va montato sottoterra su tavoli pesanti 5 tonnellate per evitare vibrazioni. In tutto, le infrastrutture del nostro laboratorio sono costate circa 2 milioni. Provengo da uno dei poli della ricerca mondiale, ma finora non avevo mai trovato il San Raffaele inferiore a nessuno».

La Repubblica 18.12.11

«Fermiamo il razzismo ora», di Vladimiro Frulletti

Ha il sorriso aperto e sfrontato di una ragazzina di 13 anni. Le brillano gli occhi. Chissà quante volte avrà guardato quella foto, Samb Modou. Lui sua figlia non l’aveva mai conosciuta. Era partito dal Senegal quando la moglie era incinta di tre mesi. E non era ancora riuscito a tornare a casa. Presto però avrebbe avuto i documenti e allora sì che l’avrebbe potuta abbracciare. Invece martedì, al mercato di Piazza Dalmazia, un assassino razzista ha messo fine al suo sogno. E a quello di Diop Mor. Ieri, dietro la foto della bimba e della moglie di Modou, a Firenze c’erano tantissime persone.
CORTEO
Da piazza Dalmazia al centro di Firenze, a piazza santa Maria Novella ci sono poco più di 3 chilometri. In ventimila ieri pomeriggio li hanno percorsi a piedi, in un lungo corteo, triste e colorato. Anche bello, a patto che si possa usare questo aggettivo per una manifestazione funebre. Tutta quella gente s’era data appuntamento per ricordare Modou e Diop Mor, uccisi dal criminale razzista Gianluca Casseri.
Più di un’ora di marcia silenziosa: solo slogan contro il razzismo. E qualche insulto al sindaco di Firenze, Matteo Renzi, da parte degli antagonisti. Un silenzio che davanti alla stazione di Santa Maria Novella si è fatto canto. Il canto degli amici e dei compagni dei due cittadini del Senegal. «C’è un solo Dio» intonavano a mezza voce dietro la bandiera del loro Paese. «Nessuno è straniero» gridava lo striscione che reggevano insieme. E in effetti dire che dentro a quel lungo serpentone ci fosse qualcuno di “estraneo” è davvero difficile. I cittadini senegalesi erano tantissimi, arrivati da tutta Italia. C’erano anche l’ambasciatore itinerante per gli immigrati senegalesi e la rappresentante (Aisotou Tall) del partito Socialista del Senegal. Ma al loro fianco sfilavano anche migliaia di italiani. Famiglie con i bambini al seguito e ragazze e ragazzi con in spalla gli zaini della scuola.
IN MARCIA
E poi le bandiere listate a lutto del Pd, di Sel, di Rifondazione comunista, della Cgil, dell’Arci. I gonfaloni dei Comuni toscani (ma non quello di Firenze), della Regione Toscana e delle province di Firenze e Prato. I sindaci con la fascia tricolore. Il presidente della Toscana Enrico Rossi, il sindaco Renzi, la vicepresidente della Camera Rosi Bindi e molti parlamentari come Michele Ventura, Gianni Cuperlo, Vittoria Franco e Tea Albini del Pd e Fabio Evangelisti dell’Idv.
E i leader del centrosinistra: il segretario del Pd Pierluigi Bersani, quello di Sel Nichi Vendola e del Psi Riccardo Nencini. Il segretario di Rifondazione Paolo Ferrero e Maurizio Landini della Fiom. Ma pure l’ex ministro Gianfranco Rotondi (già Dc) e Marco Ferrando (già ex Prc) del partito comunista dei lavoratori. E anche Adriano Sofri («sono per strada, ma non libero» dice rifiutando di fare dichiarazioni) e Sergio Staino. Tutti insieme per tirare su un argine al sentimento razzista che sta avvelenando l’Italia perché, come denuncia dal palco il presidente Rossi «non ci sono isole felici». Per chiedere alla politica e alle istituzioni «di fare la loro parte reprimendo con severità fenomeni di terrorismo razzista». Perché per il segretario del Pd non ci si può consolare dietro alla presunta follia dell’assassino.
«Bisogna avere una reazione innanzitutto sul piano civile e culturale spiega Bersani mentre sfila a fianco del segretario regionale Andrea Manciulli perché siano bloccati immediatamente rigurgiti di tipo razzista». Il problema è quando questa propaganda xenofoba, denuncia Vendola, è alimentata da una classe dirigente che «per 15 anni ha fatto del razzismo di Stato» con leggi, come la Bossi-Fini che il leader di Sel chiede siano cancellate. Tanto che Ferrero dice che il razzismo e la xenofobia sono stati sdoganati dall’alto, «da certi ministri». «Guai ad abbassare la guardia di fronte al pericolo razzista invita Bindi È un problema anche culturale, ma è un fatto che da quando ci sono le leggi leghiste tutto è peggiorato».
Adesso ci sarebbe da “invertire la rotta” come chiede un lenzuolo-quadro che portano quelli di Sel e che raffigura le traversate della speranza. Il come lo indica Rossi (che chiede al presidente della Repubblica di dare la cittadinanza italiana ai tre cittadini senegalesi feriti): punire chi fa propaganda razzista e fascista, riconoscere come italiani i figli degli immigrati e diritto di voto ai loro genitori. Perché, per i tanti immigrati che escono da Santa Maria Novella mentre il buio fa risplendere le luminarie natalizie, la speranza è che la manifestazione non sia stata, come spiega il loro rappresentante Papa Diaw, «la solidarietà di un giorno e poi si ricominci come se niente fosse stato».

L’Unità 18.12.11

"ISTAT, sale il numero di studenti. Ma non alle superiori", da La Tecnica della Scuola

Pubblicato l’Annuario statistico italiano 2011: nel 2010 rilevati 15mila iscritti in più rispetto all’anno precedente. Nella secondaria di secondo grado gli allievi si sono ridotti dello 0,4%. In assoluto un italiano su tre ha il diploma, solo l’11% ha la laurea. E gli iscritti all’Università sono in calo. A dispetto dei tagli generalizzati nella scuola, con l’entità delle risorse ed il numero di istituti e docenti nell’ultimo quinquennio fortemente ridimensionati, continua ad aumentare il numero di alunni e studenti iscritti ai corsi scolastici: il dato è contenuto nell’Annuario statistico italiano 2011 dell’Istat, presentato il 16 dicembre. Ufficialmente sono 8.968.063 gli studenti iscritti all’anno scolastico 2009/2010, un numero che corrisponde a circa 15mila allievi in più rispetto all’anno precedente. Grazie principalmente all’incremento di iscritti provenienti da famiglie straniere, il tasso di scolarità si attesta ormai da qualche anno intorno al 100% per la scuola primaria e secondaria di primo grado, mentre subisce una modesta flessione (dello 0,4%) per la secondaria di secondo grado, dove gli iscritti sono passati dal 92,7% del 2008/2009 al 92,3% del 2009/2010.
Il trend che l’istituto nazionale ha realizzato sulla scolarizzazione nel corso degli anni è comunque positivi: in Italia negli ultimi anni si è assistito ad un costante innalzamento del livello di istruzione della popolazione, con la quota di persone con qualifica o diploma di scuola secondaria superiore che si è attestata al 33,9%, mentre l’11,1% possiede un titolo di studio universitario.
La selezione scolastica è più forte nelle scuole superiori dove, nel passaggio dal primo al secondo anno, la percentuale di alunni respinti è pari al 20,3%. Gli esami di terza media sono invece superati dalla quasi totalità degli studenti (99,5%), ma non si può parlare di forte apprendimento se uno studente su tre nella votazione finale non ottiene più della sufficienza.
L’Istat ha anche esaminato il numero di giovani iscritti che per la prima volta all’università nell’anno accademico 2009/2010: sono circa 295.000, circa 1.200 in meno rispetto all’anno precedente (-0,4%), a conferma della flessione delle immatricolazioni iniziata nel 2004/2005 che ha riportato il numero delle nuove iscrizioni a un livello prossimo a quello rilevato alla fine degli anni Novanta.
La diminuzione riguarda i corsi di laurea del vecchio ordinamento (-25,9%) e quelli di durata triennale (-1,3%), mentre i corsi di laurea specialistica/magistrale a ciclo unico registrano un buon incremento (6,5%).
Nel complesso, la popolazione universitaria è composta da 1.799.395 studenti – valore sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente – con una mobilità territoriale piuttosto elevata. La partecipazione agli studi universitari risulta particolarmente alta in Molise, Abruzzo, Basilicata: in queste regioni più di un residente di 19-25 anni su due è iscritto a un corso accademico.
Dall’annuario dell’Istat risulta poi che le donne sono più propense degli uomini a proseguire gli studi oltre la scuola secondaria – le diplomate che si iscrivono a un corso universitario sono circa 68 su 100, i diplomati solo 58 – , ma anche a portare a termine il percorso accademico: le laureate sono circa 22 ogni 100 venticinquenni, contro i 15 laureati ogni 100 maschi della stessa età. A livello occupazione, soprattutto in corrispondenza della maternità, le percentuali però si invertono.

La Tecnica della Scuola 18.12.11

"Frequenze TV asta avanti tutta", di Stefano Balassone

A tutti è chiaro che le frequenze dovevano essere assegnate al monopolio bicipite di Rai e Mediaset per consolidare gli assetti del mercato della pubblicità televisiva e arricchire il valore patrimoniale dell’azienda di proprietà del leader del centrodestra italiano. In questa fortezza del conflitto di interessi si è aperta una falla venti giorni dopo che la destra si è spaccata in malo modo fra ala populista (la Lega) e federazione delle corporazioni (il Pdl). A questo punto è naturale chiedersi se il varco che si è aperto in Parlamento sia abbastanza largo e duraturo per mettere in discussione l’intero sistema di protezione degli interessi di Mediaset. A favore del sì pende il sospetto che la Lega, nella versione Roberto Maroni, abbia interesse a ereditare per davvero il grosso dell’elettorato del Pdl e diventare definitivamenteuna specie di Csu (il partito cattolico bavarese federato ai cristiano democratici tedeschi) in dimensione padana. Per il no, cioè per tirare avanti con il duopolio anche rabberciato, milita la consapevolezza che il socio pubblico, la Rai, non sembra avere la minima idea e neppure, siamo onesti, la minima possibilità – con l’attuale sistema di governance – di elaborare un piano B (e cioè che senso strategico dare alla propria presenza in Italia e nel mondo).
Toccherebbe quindi alle forze politiche sbloccare la situazione, sbloccando innanzi tutto la Rai dalla loro molesta influenza. Ma ovviamente qualsiasi mossa in questa direzione metterebbe a rischio mortale il governo Monti (e noi speriamo che ciò non accada). Che fare allora in una situazione che si è comunque messa in movimento, anche se i margini di manovra
sono davvero pochi? Bene, potrebbe essere la volta buona perché le forze politiche, che nelle circostanze attuali sono libere da vincoli di alleanza, anche quelle che sostengono il governo, dichiarassero all’elettorato che cosa farebbero per liberalizzare il settore della comunicazione e dargli un vero avvenire industriale, visto che anche qui si gioca il tema dello sviluppo e della occupazione. Nella stretta del duopolio, in venti anni questo settore della nostra industria ha perso addetti, per non parlare delle quote del mercato mondiale, prossime allo zero (uno zero seguito,dopo la virgola, da ulteriori zeri). Eppure è proprio in questo settore, in cui la nostra occupazione è precipitata, che gli altri Paesi hanno fatto giganteschi passi avanti. Se esistesse lo spread della industria audiovisiva, quello dei titoli di Stato, che tanto ci fa soffrire, sembrerebbe un problema minore.
Attenzione, come piace al metodo Monti, lo sblocco dell’industria audiovisiva è la classica questione dove la ripartizione del dolore sarebbe equidistribuita, perché davanti
alla prospettiva di una liberalizzazione vera molti declamatori anti Mediaset si scoprirebbero più cautelosi e reticenti dei farmacisti di fronte alla perdita dell’esclusiva dei farmaci di fascia C. E quindi se oggi, forse, Berlusconi perde il regalo delle frequenze, domani tanti avrebbero a dolersi per la perdita di sovvenzioni o per la perdita della funzione di collateralismo
partitico in cui prospera l’interpretazione più becera della funzione del servizio pubblico. Provate a indovinare come andrà, se vi va.

L’Unità 18-12-11

Nei labirinti del «decreto salva Italia», di Michele Ainis

Cambiano i governi, le maggioranze, le stagioni; ma Roma è l’eterna succursale di Bisanzio. Il governo tecnico sta ripetendo i riti levantini dei governi politici che l’hanno preceduto. Quest’ultima manovra sarà forse diversa dalle altre per i suoi contenuti, non già per le sue forme, non per le modalità del suo battesimo. Tre soprattutto: maxicommi, maxiemendamenti, e in conclusione un bel voto di fiducia. Con qualche danno alla legalità costituzionale, oltre che al decoro delle nostre istituzioni; ma tanto ormai ci abbiamo fatto il callo. Succede quindi, in primo luogo, che il decreto salva Italia sia vergato dalla penna d’oca del burocrate, sottraendosi alla comprensione dei comuni mortali. Provateci un po’ voi a decifrare per esempio questo brano: «Per tutto quanto non previsto dai commi da 24 a 26, si applicano in quanto compatibili le disposizioni relative al tributo annuale, compresa la maggiorazione di cui al comma 13». Tuttavia la vera sfida non è nemmeno quella d’interpretare i nuovi confetti normativi: è ancora più difficile scovarli. Servirebbe un minatore, quando l’articolo 14 declina per 47 commi (compreso il comma sui commi, quello appena citato) l’aureo tema delle tasse sulla spazzatura. O quando l’occhio inciampa sul comma 13-terdecies dell’articolo 10, a sua volta costruito per aggiungere il comma 2-bis a un articolo tris.
Per la verità, quest’ultima zeppa normativa non figurava nel testo originario del decreto: ce l’hanno aggiunta le commissioni della Camera. Però è esattamente qui la nostra sciagura nazionale, dato che a ogni giro di valzer cresce la commite. I commi si moltiplicano, si rincorrono l’un l’altro, infine trasformano le leggi italiane in altrettanti labirinti, come quelli descritti da Borges. E la labirintite uccide i cittadini, o meglio uccide il diritto di conoscere le norme che abbiamo sul groppone.
È a queste liturgie infernali che dobbiamo il record del mondo guadagnato nel 2007 dal governo Prodi: 1365 commi, tutti stipati dentro un articolo di legge. Nessun altro Parlamento lavora in questo modo. In Germania, in Francia, in vari altri Paesi ogni emendamento deve riferirsi a un solo articolo, non può aggredire l’intero progetto in discussione. In Austria nessun articolo può ospitare più di 3.500 battute, né allungarsi oltre 8 commi. In Italia, invece, il malcostume ha contagiato pure le Regioni, tanto che l’anno scorso l’Assemblea legislativa della Toscana ha corretto il proprio regolamento interno, per cercare di mettervi riparo.
Eppure Jeremy Bentham, già nel 1848, esprimeva una condanna contro gli articoli a due teste, perché violentano la libertà dei parlamentari, imponendo un voto in blocco su norme eterogenee. Figuriamoci se le teste sono centinaia, come succede alle nostre latitudini. In questo caso la commite, blindata dalla questione di fiducia, strangola la discussione, sequestra i diritti delle minoranze, si traduce in un fattore d’oscurità legislativa. Non a caso il presidente Napolitano, al pari dei suoi predecessori, vi ha puntato l’indice in molteplici occasioni (per esempio nel messaggio del 15 luglio 2009). Niente da fare, c’è sempre un’emergenza che giustifica l’abuso. Anche se l’emergenza permanente suona come un ossimoro, una contraddizione in termini.
Ma in realtà il primo voto di fiducia chiesto dal gabinetto Monti è ben diverso dalle 51 fiducie del gabinetto Berlusconi. Perché in questa circostanza è stato il Parlamento, non il governo, a pretendere un bavaglio. Lo ha preteso Berlusconi, poi Casini, mentre gli altri annuivano in silenzio. Che faine: così potranno raccontare agli elettori d’esserci stati costretti, a votare la manovra. Sicché stavolta non c’è nessun omicidio delle Camere da parte del governo. È un caso di suicidio.

Da Il Corriere della Sera del 17/12/2011.

"I privilegi della Chiesa le ambiguità della legge", di Miguel Gotor

Le polemiche sul pagamento dell´Ici da parte della Chiesa cattolica lasciano riaffiorare un fascio di atteggiamenti antichi. Da un lato c´è l´impuntatura anticlericale, carica di pregiudizi e di non poca disinformazione; dall´altro, la chiusura a riccio del fronte clericale che vede nella semplice sollevazione della questione un´aggressione alla Chiesa come istituzione.
Bisogna, invece, ragionare, a partire dal riconoscimento di alcuni dati di fatto. Il primo è la crisi economica che il Paese sta attraversando: l´attuale governo ha chiesto duri sacrifici, i cui effetti, sul terreno delle politiche sociali e assistenziali, sono oggi percepiti con preoccupazione dagli amministratori locali, ma non sono stati ancora compresi sino in fondo dalla cittadinanza e soprattutto dalle fasce più deboli della popolazione che pagheranno il prezzo più alto. In un simile contesto, se riconosciamo la criticità di questa fase storica, è giusto che qualunque istituzione presente in Italia si impegni più del normale e persino del dovuto per contribuire ad attutire le conseguenze dell´emergenza favorendo la raccolta delle risorse e il loro spostamento a protezione dei più deboli, avendo come stella polare il valore dell´equità.
Il secondo è il riconoscimento del ruolo sociale della Chiesa cattolica nel nostro Paese. Essa svolge una funzione di supplenza preziosa quanto silente, si pensi solo alle mense della Caritas, operando con delicatezza e amore laddove la mano pubblica non riesce ad arrivare. Il merito principale di questa azione è quello di considerare l´altro da sé anzitutto una persona, a prescindere dai diritti di cittadinanza che gli sono riconosciuti come individuo. Senza retorica: si tratta di un esercito disarmato di poveri, stranieri, deboli, malati che vive ai margini delle nostre consumistiche esistenze e riceve un pasto, un ascolto, uno sguardo.
Il terzo dato è la necessità, non solo per i politici, ma anche per gli uomini di Chiesa di far sì che le parole siano il più possibile coerenti ai fatti. Sotto questo profilo, le dichiarazioni del cardinale Bagnasco di ieri lasciano ben sperare perché riconoscono la necessità di “chiarire e di fare alcune precisazioni” sul tema della qualità delle esenzioni fiscali oggi previste e si dicono disponibili a “valutare la chiarezza delle formule normative vigenti”. Ammettono cioè l´esistenza di un problema che è bene mettere a fuoco, spazzando il campo dalle dispute ideologiche e mostrando un´effettiva volontà di collegare i pronunciamenti valoriali alla concretezza delle pratiche.
La Chiesa già oggi paga l´Ici per gli spazi commerciali, mentre invece è esentata dal farlo laddove si è in presenza di un uso dell´immobile legato alla fede, al culto o all´assistenza sociale. È giusto che sia così perché, come ha ricordato il cardinale Bagnasco, il mondo della solidarietà non può essere tassato al pari di quello del business. Quanti, invece, ritengono che ciò debba avvenire senza compiere distinzioni sbagliano perché attaccano un insieme di beni e di valori comuni, come il volontariato e la solidarietà, che costituiscono il cuore pulsante del tessuto civile italiano. Il problema, però, è nella zona grigia presente nell´attuale normativa che consente di trasformare la solidarietà in business. Sono infatti previsti luoghi di carattere “parzialmente” commerciale che godono dell´esenzione fiscale in modo legittimo, ma ingiusto. Di conseguenza, se il proprietario dichiara che l´uso sia solo in parte con finalità di profitto non ha l´obbligo di pagare l´Ici. Facciamo un esempio concreto: oggi può non versare l´imposta quell´albergo gestito da un ordine religioso o da un movimento ecclesiale, magari sorto accanto a un luogo di culto, che di fatto fornisce servizi in un regime di libera concorrenza a strutture private. E può non farlo perché gli viene riconosciuto un uso “parzialmente” commerciale che lo rende esente. Il secondo problema è legato all´inevitabile prossimità ambientale che, a livello comunale, può crearsi tra il sindaco che dovrebbe riscuotere la tassa e le autorità ecclesiastiche diocesane che possono eventualmente svolgere pressioni affinché ciò non avvenga. Si ha la viva impressione che alcune finalità commerciali si nascondano sotto il mantello dell´attività sociale o religiosa, un´impressione che, per fare un esempio, la recente parabola milanese di don Verzé rende particolarmente acuta.
Per risolvere questa situazione basterebbe svolgere un censimento degli immobili ecclesiastici che distinguesse con chiarezza le funzioni sociali e religiose da quelle meramente commerciali. In secondo luogo, sarebbe importante superare questa ambiguità interpretativa della legge, in cui si annida certamente il privilegio e, in alcuni casi, anche l´interessata contiguità tra amministrazione ecclesiastica e funzione pubblica. In questo modo si lancerebbe un messaggio costruttivo al corpo sociale che aiuterebbe a superare tante sterili polemiche che spesso nascono proprio con l´obiettivo di coprire i veri problemi e di evitare di risolverli, un atteggiamento che l´Italia di oggi non può più permettersi.

La Repubblica 18.12.11