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"Che faccia tosta il Paese abusivo", di Lorenzo Mondo

A remare contro il governo Monti ci si mette, nel suo piccolo, anche Bacoli, la città che sorge sul litorale flegreo. Qui non è questione di rifiuti ma di un altrettanto maleodorante abusivismo edilizio. A Bacoli è scoppiata una rivolta, non per dire basta allo scempio, ma per impedire la demolizione di due case costruite in violazione del vincolo paesaggistico. Si trattava, pensate, di eseguire una sentenza della magistratura emessa nel 2008. Ci sono stati scontri violenti con la polizia che voleva aprire il passo alle ruspe, alcuni feriti, macchine distrutte, fino a quando il prefetto ha rinviato il provvedimento al 10 gennaio, sperando di stemperarne l’impatto dopo le Feste.

Se ne sono viste di tutti i colori. Uno dei proprietari ha minacciato di darsi fuoco, salvo traccheggiare poi con la polizia chiedendo di provvedere lui stesso, se costretto, a una meno costosa demolizione. Dio mi guardi dal non compatire le disgrazie altrui, ma trovo crudele esibire una figlia disabile per alimentare la protesta. Le infermità meritano una solidale attenzione ma non valgono di per sé a redimere un indebito possesso. E lasciamo stare l’altarino con la statuetta del Sacro Cuore davanti al quale radunarsi in preghiera. Un abuso anche nei confronti di Gesù Cristo, in un fumo di superstizione se non di camorra.

Il Consiglio comunale aveva emesso nei giorni scorsi un comunicato che brillava per la sua ipocrisia venata di comicità. Prometteva di riunirsi in seduta permanente per monitorare gli abusi non dettati da necessità, ma pretendeva la sospensione degli abbattimenti fino al 31 dicembre del 2012: non per dare eventualmente agli occupanti il tempo di trovare una diversa sistemazione, ma in attesa che si aprisse un altro condono. Una faccia tosta seguita successivamente dalle dimissioni del sindaco.

Si calcola che in Campania siano 70.000 gli edifici costruiti nel dispregio di ogni norma ed è ovviamente impossibile che tutti vengano rasi al suolo. Nei Campi Flegrei i tribunali hanno stabilito che ne vengano abbattuti 1300 (compresi quelli di Bacoli). E’ presumibile che, fra tanti, non siano stati scelti a caso ma che gridino davvero vendetta. In una situazione così pregiudicata sarebbe già importante dare il senso di una svolta, con un taglio che, oltre a riparare danni vistosi, assumerebbe un valore educativo e dissuasivo. Le responsabilità dei singoli, costretti in molti casi a pagare di persona, ed i connessi traffici della malavita, chiamano però in causa un’intera classe politica. Dov’erano parlamentari, governatori, sindaci, assessori mentre una popolazione di trafelate, insolenti formiche deturpava una terra così bella con 70.000 escrescenze cementizie?

La Stampa 18.12.11

"Cinque punti controversi lungo la rotta del governo Monti", di Michele Salvati

Per valutare gli eventi economici dei prossimi mesi, i comportamenti che i politici terranno e le misure che il governo ha preso e prenderà, credo sia utile tenere a mente le poche considerazioni che elenco di seguito. 1) Le misure prese (insufficienti quelle di Berlusconi, necessarie quelle di Monti) erano inevitabili. E l’ aspetto inevitabile è proprio il rigore, il tentativo di una forte riduzione del disavanzo: data l’ incoscienza dimostrata dal nostro Paese negli ultimi dieci anni, dovevamo convincere i mercati e l’ Europa che questa volta facevamo sul serio, che i governi avrebbero sfidato l’ impopolarità per raggiungere il pareggio di bilancio cui ci eravamo impegnati per il 2014. 2) Delle altre due voci della famosa triade (rigore, equità e sviluppo) la seconda, l’ equità, riguarda solo noi: ai mercati o alla signora Merkel interessa assai poco. Ma se si fa una manovra fiscale di queste proporzioni e in condizioni già recessive, l’ iniquità è insita nello stesso aggravamento della recessione e nelle sofferenze che provocherà tra i ceti più deboli del nostro Paese. Gli ammortizzatori sociali di cui disponiamo sono molto imperfetti, per usare un eufemismo. E coll’ evasione fiscale che ci ritroviamo, in condizioni di grande fretta e in assenza di anagrafi tributarie e catastali aggiornate e affidabili, misure fiscali redistributive difficilmente possono essere eque; al massimo si può aspirare a che non siano grossolanamente inique. Se il governo Monti, o governi politici di competenza e autorevolezza comparabili, potessero durare in carica parecchi anni, uno dei compiti cui dovrebbero dedicarsi sarebbe proprio quello di costruire un miglior sistema di ammortizzatori e le basi informative e amministrative di cui dicevo, un compito che Vincenzo Visco aveva cominciato a svolgere e che poi era stato abbandonato. 3) Alla crescita della nostra economia mercati e istituzioni europee sono certamente più interessati che all’ equità, perché il peso del debito si attenua e la possibilità di ripagarlo aumenta in una economia che cresce. Nella manovra ci sono misure che alleviano le difficoltà in cui verranno a trovarsi imprese, lavoratori, famiglie nei prossimi anni: nulla però che le possa spingere al grande aumento di investimenti e consumi di cui avremmo bisogno per crescere. E ce ne sono altre, o sono state annunciate, dirette a migliorare l’ efficienza e la produttività di molti segmenti del nostro sistema, pubblici e privati. Anche qui dobbiamo augurarci che governi di qualità simile a quello che abbiamo ora restino in carica parecchi anni, perché si tratta di misure indispensabili per assicurarci una crescita adeguata nel lungo periodo. Esse però richiedono tempo per essere attuate e i loro effetti sulla competitività della nostra economia, e dunque sulla crescita, sono anch’ essi lenti a maturare. 4) Insomma, rigore e recessione ci sono. Equità e crescita, di necessità, sono in buona misura rinviate. Se è così, una domanda sorge spontanea: questa iniziale cura da cavallo era proprio necessaria? Sì, purtroppo lo era. Lo era per avviare un processo di riforma troppo a lungo rimandato. E soprattutto lo era per mettere l’ Unione Europea (leggi: la Germania) di fronte alle proprie responsabilità. Il sistema monetario e istituzionale europeo ci ha illuso quando l’ economia andava bene, ma mostra appieno i suoi difetti di costruzione in condizioni internazionali più difficili. Dal settembre 2008, dall’ apice della grande crisi americana, si sono svolte ventuno riunioni del Consiglio europeo, senza che queste siano riuscite a creare un’ architettura istituzionale in grado di reggere alle turbolente condizioni in cui ci troviamo. Certo, i singoli Paesi devono «comportarsi bene», e il nostro sta dimostrando di farlo. Ma se così avviene, la Bce dovrebbe fornire garanzie illimitate ai Paesi potenzialmente solvibili affinché questi possano uscire da crisi di liquidità provocate da attacchi speculativi. E le istituzioni europee dovrebbero impegnarsi in una strategia mirante a suscitare domanda, a stimolare crescita economica, soprattutto nei Paesi cui giustamente si impone una cura di rigore. 5) L’ ultimo vertice europeo non ha risposto a questi due obblighi, al secondo in particolare, e i mercati se ne sono accorti, spuntando un rendimento del 6% in un’ asta di Bot a un anno tenutasi il lunedì successivo. Non possiamo reggere a lungo a questi oneri e saremmo costretti a misure sempre più pesanti, recessive e socialmente insostenibili, per mantenere l’ impegno del pareggio di bilancio, fino a una inevitabile insolvenza. La Germania è il Paese che ha tratto il maggiore vantaggio dalla moneta unica: fare capire ai suoi dirigenti politici – una parte delle sue élite imprenditoriali ne è già convinta – che un crollo della moneta unica dovuto all’ insolvenza di grandi Paesi dell’ area mediterranea sarebbe un disastro anche per lei, e che dunque deve venire in fretta a più miti consigli, credo sia il più grande compito che aspetta Mario Monti. E nessuno è più adatto di lui per affrontarlo.

Il Corriere della Sera 17.12.11

"Comincia dopodomani la manovra del dragone", di Eugenio Scalfari

Siamo in recessione, lo dicono tutti, le proiezioni dei centri-studi, le Autorità economiche internazionali, i governi, i mercati. Lo dice l´esperienza quotidiana di ciascuno di noi, ricchi e poveri, occupati e disoccupati.
Il reddito in Europa non cresce, le esportazioni languono e languono investimenti, consumi, ricostituzione delle scorte. Il rigore è necessario ma altrettanto lo è la crescita.
Il governo promette che entro gennaio varerà provvedimenti importanti di crescita, affidati soprattutto alle liberalizzazioni; in parte sono già stati varati nel decreto approvato dalla Camera l´altro ieri; quelli sulle farmacie, sulle aste delle frequenze televisive, sugli ordini professionali, lo saranno entro un mese. Così si è impegnato a fare l´ex commissario europeo alla concorrenza Mario Monti, che merita d´esser creduto e merita un appoggio senza riserve dai partiti che lo sostengono; ma i risultati d´una più attiva concorrenza cominceranno a manifestarsi non prima d´un anno e saranno a regime tra due o tre.
Che cosa accadrà nel frattempo? Lasceremo che la recessione si trasformi in depressione? «Ah, padron, siam tutti morti» canta Leporello quando appare il Commendatore a fare le sue vendette su Don Giovanni. E questo ha detto Monti alla Camera mentre infuriavano i lazzi della Lega e le scriteriate rampogne di Di Pietro: senza il rigore saremmo già saltati in aria, ma senza un rilancio della crescita con effetti rapidi saremo morti egualmente tra poche settimane.
Questo è il punto sul quale occorre ora concentrarsi. Scrissi la settimana scorsa che ero ottimista e tuttora lo sono. A patto che l´eterogenea maggioranza parlamentare faccia fino in fondo il suo dovere e sostenga il governo collaborando ad affinare i suoi interventi e non invocando elezioni anticipate. Berlusconi prevede elezioni generali a maggio e Bossi borbotta lo stesso vaticinio. Significa che staccheranno la spina a marzo? Nel pieno della stagione di scadenza d´una mole enorme di titoli pubblici e di obbligazioni bancarie in Italia e in tutta Europa? Una strategia di questo genere porterebbe dritti all´uscita dell´Italia dall´euro e c´è perfino qualcuno che pensa d´un ritorno alla lira come ad una panacea perché «la lira si può svalutare». Ma sono matti?

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In Europa c´è una crisi finanziaria e una crisi dell´economia reale. La prima ha il suo nocciolo nel blocco del circuito bancario, la seconda nella caduta della domanda di consumi e di investimenti. L´una influisce sull´altra e i mercati registrano e influiscono a loro volta e questo è il gomitolo che occorre dipanare.
Capita spesso che sia i cosiddetti esperti sia la pubblica opinione non vedano quale sia il filo che serve a dipanare il gomitolo o vedano un filo sbagliato che invece di dipanarlo lo arruffa ancora di più. L´ottimismo di cui ho detto prima mi viene dal fatto che l´unica istituzione europea indipendente, cioè la Banca centrale guidata da Mario Draghi, ha individuato il filo giusto da tirare ed ha già predisposto le misure per effettuare la manovra necessaria. Ne ho scritto più volte nelle scorse settimane, ora ci siamo, quella manovra avrà inizio martedì prossimo 20 dicembre quando le banche dell´eurozona chiederanno alla Bce e alle Banche centrali dei rispettivi Paesi prestiti per cifre illimitate della durata di 36 mesi, eventualmente rinnovabili per quelle banche che avranno corrisposto alle aspettative della Bce, la quale ha messo a disposizione un plafond che può arrivare complessivamente fino al tetto di duemila miliardi.
Le banche dovranno offrire equivalenti garanzie che la Bce ha indicato in tre possibili “collaterali”: titoli dei debiti sovrani al loro valore di rating, obbligazioni emesse dalle banche che chiedono i prestiti, crediti cartolarizzati dalle medesime banche nei confronti della loro clientela. Il tasso per questa gigantesca operazione è fissato all´1 per cento.
La Bce si aspetta i seguenti risultati: lo sblocco del credito interbancario, la ripresa in grande stile del credito alle imprese, l´ampia presenza delle banche alle aste dei debiti sovrani in scadenza i cui titoli hanno rendimenti oscillanti – per quanto riguarda l´Italia – tra il 6,50 dei decennali e il 5 per cento dei biennali. Il differenziale a favore delle banche tra il costo del risconto (1 per cento) e il rendimento alle aste è tale che le banche avranno tutto l´interesse ad acquistare quei titoli provocando in tal modo una costante diminuzione dei rendimenti che equivale ad una rivalutazione dei titoli del debito sovrano e ad una diminuzione dello “spread”.
Ho già notato domenica scorsa che la maggior parte dei “media” ha quasi sottaciuto le dimensioni e l´importanza di quanto sta per accadere; la Bce dal canto suo ha mantenuto un basso profilo, probabilmente per non attizzare le critiche di quei Paesi che sono ossessionati dall´idea di dover aiutare Paesi “scialacquatori”. Ma la Bce con questa manovra sta perfettamente nei limiti del suo statuto: non finanzia gli Stati ma sblocca il “credit-crunch” del sistema bancario europeo e modera l´impennarsi degli “spread”. I mercati se ne sono già accorti: le emissioni di titoli a breve scadenza – da sei mesi fino a due anni – hanno già da una settimana rendimenti in diminuzione; i decennali non registrano ancora benefici e la ragione è evidente: scontano i rischi della recessione che i titoli a breve non considerano o considerano meno. I decennali cioè aspettano di vedere quali saranno gli effetti dello sblocco del credito sull´economia reale.
Segnalo un altro obiettivo della manovra di Francoforte: sblocca anche la segmentazione nazionalistica del mercato dei titoli pubblici. Rispetto al 2007 le banche dei paesi del nord-Europa hanno diminuito del 44 per cento i titoli pubblici del sud-Europa che avevano largamente acquistato, stimando che il rischio di averli in portafoglio era divenuto eccessivo.
L´operazione che la Bce metterà in atto tra tre giorni può indurre le banche tedesche, olandesi, austriache, francesi, a tranquillizzarsi per quanto riguarda i titoli italiani e spagnoli che hanno ancora in portafoglio e probabilmente a riprenderne l´acquisto, visto che possono usarli come graditi collaterali per accedere ai prestiti della Bce; un risultato molto importante per “europeizzare” la segmentazione del mercato dei debiti sovrani.

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Lo sblocco del credito e l´eventuale discesa degli “spread” e dei tassi di rendimento costituiscono obiettivi necessari anche se non sufficienti al rilancio della domanda di consumi e di investimenti. Per rendere positivamente influente questo risultato preliminare occorre utilizzare le diseguaglianze come da tempo suggerisce Stiglitz ed altri autorevoli economisti. Utilizzare le disuguaglianze, che sono estremamente aumentate negli ultimi dieci anni in Italia ma anche in Europa e in America, significa tentare di farle diminuire tra ricchi e poveri, tra Nord e Sud ma anche all´interno delle regioni ricche, non meno diseguali di quelle povere.
Il ministro dello Sviluppo e quello della Coesione territoriale, Passera e Barca, sono gli attori principali di questa strategia che dev´essere messa in campo mobilitando in parte risorse esistenti (lo hanno già fatto sbloccando tre miliardi e mezzo già accantonati ma non utilizzati dal precedente governo e destinati a finanziare infrastrutture in ferrovie, porti, scuole, carceri), ma in gran parte cercandone di nuove. Non si rilancia la crescita a costo zero, salvo le liberalizzazioni che operano a tempo medio-lungo.
Il governo ha avviato la mappatura della “spending review”, cioè dei tagli di spesa mirati nei settori dei trasferimenti. Una parte di questi tagli è già contenuta nel decreto e riguarda la sanità. Un´altra fonte, verrà (a tempo medio-lungo) dalla riforma della giurisdizione civile e dall´accorpamento delle strutture giudiziarie inutilmente disseminate sul territorio. Un altro analogo accorpamento riguarda i piccoli Comuni. Ma il grosso concerne l´acquisto di beni e servizi della pubblica amministrazione e la selva dei trasferimenti a sostegno di categorie di imprese, privi di utilità, veri e propri sprechi e regalie elettoralistiche.
Ci sono varie stime su questi possibili tagli di spesa, la più prudente delle quali fissa intorno ai 10-15 miliardi l´ammontare di questi risparmi. In attesa d´una mappatura più attenta e più estesa – che va avviata subito – un taglio limitato agli sprechi più evidenti che frutti nel 2012 la cifra di 10 miliardi sarebbe un passo avanti notevole. Senza dubbio un´altra fonte dovrebbe venire dalla lotta all´evasione che però non si può limitare al tetto del contante spendibile fissato a mille euro. Vincenzo Visco prese provvedimenti molto efficaci a questo proposito e sarebbe oltremodo opportuno che Monti e il suo viceministro del Tesoro, Grilli, lo consultassero e lo imitassero. L´evasione e i tagli alle spese di spreco potrebbero fornire le risorse necessarie a finanziare due obiettivi: il rilancio della domanda e i provvedimenti per rinnovare il welfare con l´occhio ai giovani e ai precari.
I partiti collaborino e sostengano senza se e senza ma perché questo governo non ha alternative.

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Non ha alternative per questa legislatura ma, in quanto governo istituzionale, non ha a mio avviso neppure alternative per il futuro nel senso che, al di là dell´emergenza che lo ha reso necessario, la sua nascita corrisponde ai principi e alla normativa prescritta dalla Costituzione, soverchiata per mezzo secolo dalla partitocrazia.
Questo avevo scritto in precedenti articoli e questo mi è stato rimproverato, con molto garbo, in un articolo di fondo sul Corriere della Sera, di domenica scorsa da Galli della Loggia che vede un errore grave in ciò che avevo scritto sulla natura istituzionale dei governi e sui poteri del Capo dello Stato a questo riguardo.
Della Loggia si è rammaricato che i costituzionalisti non siano finora intervenuti in proposito lasciando il dibattito nelle mani dei giornalisti. Ma ora molti costituzionalisti di notevole prestigio hanno detto la loro: Gustavo Zagrebelsky su questo giornale il giorno stesso in cui della Loggia scriveva la rampogna a me diretta e quindi senza ancora averlo letto; più tardi Capotosti, Onida, De Siervo.
Tutti senza eccezione hanno ritenuto infondati i rilievi mossi dall´editorialista del Corriere nei confronti di Napolitano (e diretti a me che ne sostenevo l´assoluta correttezza costituzionale).
Alcuni di loro tuttavia (e De Siervo in particolare) hanno criticato anche me; la titolarità esclusiva del presidente della Repubblica nella nomina del presidente del Consiglio ignorando i partiti, sarebbe giustificata dall´emergenza ma non lo sarebbe quando si tornasse alla normalità.
Che senso ha questo distinguo? Con tutto il rispetto: nessun senso. Se la procedura di Napolitano è riconosciuta corretta è perché conforme alla Costituzione laddove attribuisce in via esclusiva al capo dello Stato la «nomina del presidente del Consiglio e su sua proposta dei ministri».
I partiti, secondo l´articolo 49, «concorrono con metodo democratico a determinare la politica nazionale». Cioè – come spiegano i lavori della Costituente – raccolgono il consenso popolare e determinano l´indirizzo politico attraverso i membri del Parlamento che aderiscono a quei partiti. Il governo deve avere la fiducia del Parlamento per nascere e sussistere; il Capo dello Stato, quando nomina il presidente del Consiglio, dovrà dunque preventivamente esser consapevole che la sua scelta dev´essere soddisfacente per la maggioranza parlamentare e quindi interpellerà i gruppi parlamentari per conoscere quale sia il loro «indirizzo politico» il loro programma di legislatura, ricavandone l´identikit del nuovo «premier».
Lo sceglierà lui e il prescelto gli farà le sue proposte in un rapporto fiduciario che passa tra capo dello Stato – presidente del Consiglio-ministri.
Questo percorso esclude le famigerate “delegazioni” dei partiti all´interno del governo e impedisce che la partitocrazia deformi gli stessi partiti e la democrazia parlamentare.
Queste sono le procedure corrette, non lo dico io ma lo dice la Costituzione. Si può obiettare che i partiti di maggioranza definiranno «governo amico» e non «loro governo» quello così formato. E´ probabile, ma questo sarebbe un ottimo risultato. I governi hanno una maggioranza di riferimento ma sono indipendenti in quanto istituzione così come la maggioranza parlamentare è autonoma nelle sue determinazioni se non altro perché ha il compito di legiferare ma anche di controllare, insieme all´opposizione, il governo e la pubblica amministrazione.
Governo amico: va benissimo così.

La Repubblica 18.12.11

"Politiche di buon senso sull'immigrazione", di Maurizio Ambrosini

L’immigrazione resta uno dei temi più incandescenti e più difficili da affrontare della politica italiana. Ma la semplificazione dei percorsi di cittadinanza è indispensabile per consentire una effettiva integrazione sociale. A partire dall’introduzione dello jus soli e del voto alle amministrative ai residenti stranieri. Anche perché i lavoratori stranieri in Italia pagano tasse e contributi alle casse dell’Inps. Il governo Monti ha già dato segnali di svolta rispetto al recente passato. Otterrà risultati adottando un approccio pragmatico.

Tra le scelte qualificanti del governo Monti compare la delega sull’integrazione ad Andrea Riccardi. Qui certamente si coglie una svolta, di linguaggio e di approccio culturale, rispetto al governo precedente. Più volte, poi, il presidente Napolitano ha incitato governo e parlamento a riformare le norme sulla cittadinanza, in favore dei minori nati in Italia da genitori immigrati. Vorremmo quindi provare a suggerire qualche pista di lavoro al nuovo esecutivo, pur sapendo che il tema resta tra i più incandescenti e dunque difficili da maneggiare.

SEGUIRE UN APPROCCIO PRAGMATICO

Per questa ragione, il primo suggerimento è quello di adottare un approccio minimalista, pragmatico, scevro di quelle ambizioni di grande riforma che hanno condotto alla sconfitta il ministro Ferrero all’epoca del secondo governo Prodi. Più il nuovo governo riuscirà a depoliticizzare le questioni, a porle sul piano del buon senso, della soluzione di nodi pratici, maggiori saranno le possibilità di coagulare una maggioranza sufficiente nei delicati passaggi parlamentari.
Partiamo allora dalla questione sollevata dal presidente Napolitano, che sarà prevedibilmente al centro del dibattito nei prossimi mesi. Il problema è serio: le norme italiane sono le più restrittive dell’Europa a 15, dopo che la Grecia ha riformato la propria legislazione. Pensare di formare dei buoni cittadini lasciandoli fuori dalla comunità non appare una politica sensata. Ma i minori nati qui sono quelli relativamente avvantaggiati, a patto che non si muovano dall’Italia per più di tre mesi: a 18 anni, fino al compimento dei 19, possono chiedere e ottenere la cittadinanza. I problemi maggiori riguardano i ragazzi ricongiunti, fosse pure all’età di un anno, e quelli che per un certo tempo si allontanano dal territorio nazionale, tipicamente per essere accuditi dai nonni: ricadono nella norma generale dei dieci anni di residenza, più i tempi di esame della pratica. Dunque, l’intervento di riforma dovrebbe puntare soprattutto a concedere la cittadinanza a coloro che hanno frequentato almeno cinque anni di scuola in Italia, eventualmente tra i 13 e i 18 anni.
Un altro grande nodo è quello di una riforma dell’attuale disciplina degli ingressi. Sappiamo che i decreti flussi, nella versione attuale, servono ad altro: a sanare rapporti di lavoro già instaurati, o a favorire l’arrivo di parenti e amici. Meglio allora ripristinare l’istituto dello sponsor (legge Turco-Napolitano), con quote annuali di ingressi per ricerca di lavoro coperti da congrue fidejussioni e dalla mediazione di un garante. Volendo, si potrebbe aggiungere: con l’aggiunta di una sponda istituzionale (sindacati, enti locali, ong, organizzazioni ecclesiali, eccetera), disponibile a farsi carico dell’insegnamento della lingua italiana, dell’orientamento e del sostegno nella ricerca del lavoro.
Per il settore domestico-assistenziale, si potrebbe anche pensare a sperimentare un sistema di conversione dei permessi di soggiorno, che già esiste per gli studenti che conseguono un titolo di studio in Italia: persone che entrano con un visto turistico e trovano un datore di lavoro disposto ad assumerle regolarmente, potrebbero evitare di passare attraverso la via crucis del lavoro nero e delle sanatorie.
Le politiche migratorie denunciano poi un evidente deficit sul piano dell’attrazione di lavoratori qualificati e della valorizzazione delle competenze dei migranti, più volte posto in rilievo da Tito Boeri. Si potrebbe obiettare: la nostra economia purtroppo non richiede laureati. Noi importiamo braccia ed esportiamo cervelli. Tuttavia, un’esplicita politica di attrazione di immigrati di alto livello, concordata con imprese e centri di ricerca, oltre a metterci in linea con i paesi del primo mondo, avrebbe effetti positivi sulla promozione di un’immagine diversa e diversificata del lavoratore immigrato: non solo manodopera, ma anche capitale umano di pregio. Per farlo, occorre sciogliere però alcuni nodi, come quello di corsie privilegiate per consentire loro di farsi accompagnare dalle famiglie. Oggi gli immigrati qualificati sono sottoposti agli stessi vincoli e alle stesse estenuanti procedure degli altri.
Ma anche tra quanti sono arrivati per le vie normali (ossia perlopiù i faticosi percorsi di emersione: visto turistico-soggiorno irregolare-sanatorie), le persone istruite non mancano. Incontrano però difficoltà spesso insormontabili nel far riconoscere diplomi e competenze. Tra le chiusure attuali e un’assoluta liberalizzazione, dovrebbe essere possibile individuare modalità agili e praticabili di accertamento delle competenze effettive e di convalida almeno di alcuni tipi di titoli.
A questo nodo, se ne accompagna un altro: l’esclusione dal pubblico impiego, a causa di una vecchia norma mai abrogata, ma dichiarata invalida e discriminatoria da molti tribunali quando gli immigrati hanno la forza e le risorse per appellarsi. Anche su questo punto, fatto salvo il caso di funzioni pubbliche in senso proprio, ci si dovrebbe chiedere che senso ha tener fuori gli immigrati dalle aziende di trasporto, dagli ospedali o dai cimiteri.
La politica del buon senso potrebbe prevedere poi un intervento molto semplice: prolungare di un anno i permessi di soggiorno. Oggi molti migranti e i loro datori di lavoro perdono ore e giornate di produzione per queste procedure, gravando nello stesso tempo le questure di scartoffie e sottraendo personale alla lotta alla criminalità. In tempi di crisi economica, c’è poi il rischio concreto che parecchi immigrati non riescano a rinnovare il permesso, senza che questo si traduca in un effettivo allontanamento dal territorio nazionale. Specialmente se hanno qui moglie e figli.
Un problema analogo si pone per gli sbarcati dal Nord-Africa: il governo uscente ha prolungato i loro permessi di soggiorno per ragioni umanitarie. Ma se non si passa a un permesso che consenta loro di guadagnarsi da vivere in maniera onesta e regolare, fabbricheremo degli sbandati, senza però riuscire ad espellerne che una minima parte.

E PENSARE ALL’INTEGRAZIONE

Due suggerimenti infine sulle politiche per l’integrazione. La prima riguarda i ricongiungimenti familiari, resi più difficili dal passato governo. Comportano alcuni costi (più servizi scolastici, per esempio), ma promuovono integrazione sociale. Producono radicamento e responsabilità. Prevengono devianza e comportamenti antisociali. Trasformano gli immigrati sconosciuti in vicini di casa. Sono un investimento per la coesione sociale.
L’altra questione, difficile ma ormai matura, concerne la definizione di un’intesa con le minoranze islamiche. Oggi la mancanza di un accordo e la diffusa ostilità contro l’apertura di luoghi di culto si traducono nella realtà di centinaia di sale di preghiera semi-clandestine. Difficile impedire agli esseri umani di incontrarsi per pregare. Occorre invece guardare all’esempio dei nostri vicini, prima fra tutte la laica Francia, per costituire un interlocutore sufficientemente rappresentativo e definire un quadro di regole condivise, consentendo l’esercizio della libertà religiosa con modalità trasparenti e controllabili.
Sappiamo che su argomenti come questi, ad alta sensibilità simbolica ed emotiva, la ricerca del consenso rischia costantemente di prevalere sulle soluzioni ragionevoli. La vicenda delle elezioni milanesi, tra zingaropoli e allarme-moschee, insegna però che non sempre gli elettori sono disposti a seguire gli imprenditori politici della paura.

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L’IMMIGRATO VA, I CONTRIBUTI RESTANO
di Pietro Vertova e Matteo Cisarri

Vuoi per la crisi, vuoi per una legge sull’immigrazione restrittiva, non sono pochi i lavoratori stranieri che abbandonano l’Italia per tornare nel loro paese natale. Ma che succede ai contributi versati all’Inps? Se esistono accordi bilaterali tra il nostro e lo Stato di origine, il lavoratore non li perde e a sessantacinque anni ha diritto a richiedere il trattamento dovuto. Un diritto di cui non è sempre a conoscenza. Se poi le intese non ci sono, lo straniero perde tutti i contributi versati, che rimangono nelle casse Inps. Per essere redistribuiti tra i lavoratori italiani.

Negli ultimi tempi è iniziato un nuovo fenomeno che riguarda gli stranieri che da anni vivono in Italia: per motivi legati alla crisi economica e a una legge sull’immigrazione restrittiva, molti di loro cominciano a tornare nei loro paesi d’origine. Si tratta di migliaia di persone che lavoravano in Italia e erano iscritte regolarmente all’Inps. Viene quindi spontaneo chiedersi: ora che queste persone fanno ritorno nel proprio Paese, che fine faranno i contributi da loro versati nelle casse dell’ente statale?

PENSIONI ITALIANE CON IL CONTRIBUTO DEGLI IMMIGRATI

Forse conviene fare pochi passi alla volta, partendo innanzitutto dalla situazione pensionistica italiana con dati relativi al 2009.
Nonostante la spesa pensionistica sia aumentata, la gestione finanziaria di competenza ha comunque evidenziato un saldo attivo di 7.961 milioni di euro, quale differenza tra 276.643 milioni di entrate I e 268.682 milioni di euro di uscite. (1) Questo è dovuto soprattutto a determinati elementi che hanno influito sulle entrate, portando a un loro consistente aumento: sicuramente una più dura lotta all’evasione ha dato i suoi frutti, ma la maggior parte dei nuovi introiti è riconducibile ai flussi di lavoratori immigrati, che versano contributi nelle casse dell’Inps e diventano così una nuova risorsa per il nostro paese.
Nonostante la crisi economica del 2008, l’immigrazione non è rallentata: alla fine dello stesso anno i residenti di origine straniera erano 3.891.295 e, contando anche le presenze regolari non ancora registrate, si arriva a circa 4.330.000 persone, cioè il 7,2 per cento dell’intera popolazione italiana.
All’inizio del 2009 i lavoratori extracomunitari assicurati all’Inps, con almeno un versamento contributivo entro l’anno, erano 1.569.396, che complessivamente hanno versato contributi per un importo totale di 6.260,8 milioni di euro, pari a circa il 4,2 per cento delle entrate contributive totali versate nelle casse dell’Istituto, a cui andranno poi aggiunti i contributi versati dai prestatori di lavoro domestico come badanti e colf, regolarizzati nell’estate del 2009.
Sul lato delle spese troviamo invece il pagamento di 294.025 trattamenti pensionistici erogati a persone nate all’estero, per un totale di circa 2.500 milioni di cui 212 pagati all’estero. Già da queste cifre notiamo il notevole apporto portato dall’immigrazione rispetto all’equilibrio finanziario del sistema previdenziale.
Il punto centrale della discussione, però, è capire cosa succede quando una persona straniera, dopo anni di lavoro e di relativi contributi pagati in Italia, decide o si trova costretto a tornare nel proprio paese.
Nel caso in cui il paese natale in cui l’immigrato fa ritorno abbia stipulato accordi bilaterali con l’Italia, la persona non perde i contributi versati, ma, all’età di sessantacinque anni, ha diritto a richiedere il trattamento dovuto; questa è la norma generale, ma spesso l’immigrato non è a conoscenza dei propri diritti riguardo alla pensione e di conseguenza non ne fa richiesta. Invece, nel caso in cui non siano presenti accordi tra i due Stati, lo straniero perderebbe tutti i contributi versati che rimarrebbero nelle casse Inps e che verranno poi redistribuiti sotto forma di trattamenti pensionistici ai cittadini italiani.
Questo favorisce la sostenibilità di lungo periodo, generando però un’inedita redistribuzione delle risorse che occorre mettere in luce.

(1) Tutti i dati sono ripresi dal Rapporto annuale Inps – 2009

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CITTADINANZA E DIRITTO DI VOTO PER L’INTEGRAZIONE *
di Andrea Stuppini

C’è tempo fino ai primi di marzo per raccogliere le firme a favore di due leggi di iniziativa popolare per i diritti di cittadinanza e di voto degli stranieri, promossi dalle organizzazioni della campagna “L’Italia sono anch’io”. L’obiettivo è introdurre anche in Italia lo jus soli e concedere ai residenti stranieri il voto alle amministrative. Semplificare i percorsi di cittadinanza è indispensabile per consentire una effettiva integrazione sociale. Rimanere ancorati alla vecchia normativa significherebbe invece lasciar spazio all’esclusione e al risentimento.

In settembre sono stati depositati in Cassazione i testi delle due leggi di iniziativa popolare sottoscritti dalle organizzazioni che hanno promosso la campagna “L’Italia sono anch’io” per i diritti di cittadinanza e di voto delle persone di origine straniera. Primo firmatario è il sindaco di Reggio Emilia.
Con il deposito ha preso il via la raccolta delle firme necessarie per la consegna delle leggi in Parlamento. Ci sono sei mesi di tempo (fino ai primi di marzo) per raggiungere l’obiettivo richiesto delle 50mila firme in calce a ciascuna delle due proposte di legge.

PROPOSTE PER DIVENTARE CITTADINI ITALIANI

Le due proposte di legge assegnano un ruolo di primario rilievo allo jus soli, cioè il diritto di essere cittadini del nostro paese a partire dal luogo nel quale si nasce e non dalla discendenza di sangue,. La cittadinanza viene a definirsi come diritto soggettivo e legittima aspirazione delle persone a partecipare a pieno titolo alla vita della comunità, dopo un periodo di soggiorno legale sul territorio. Mentre attraverso il riconoscimento del diritto di voto amministrativo per chi risiede per un periodo congruo (cinque anni), si elimina una ingiustizia che rischia di minare sempre più il principio del suffragio universale a livello territoriale, impedendo a milioni di persone di partecipare pienamente alla vita della comunità nella quale risiedono.
L’attuale legge sulla cittadinanza (legge 5 febbraio 1992, n. 91) prevede tre possibilità per gli stranieri: la cittadinanza per nascita, per naturalizzazione, per matrimonio.
La proposta di legge della campagna “l’Italia sono anch’io” introduce, appunto, lo jus soli: sono cittadini italiani i nati in Italia che abbiano almeno un genitore legalmente soggiornante, il quale ne faccia richiesta. In secondo luogo, prevede che siano italiani i nati da genitori nati in Italia, a prescindere dalla condizione giuridica di questi ultimi: un principio che va a risolvere situazioni paradossali di bambini che nascono da adulti nati in Italia, ma non italiani, riproducendo una condizione di limbo. Si prevede inoltre che possano diventare italiani con la maggiore età, se ne fanno richiesta entro due anni, i bambini nati in Italia da genitori privi di titolo di soggiorno o entrati in Italia entro il decimo anno di età, che vi abbiano soggiornato legalmente. Inoltre, su richiesta dei genitori, diventano cittadini italiani i minori che hanno frequentato un corso di istruzione. Per gli adulti si propone di impegnare i sindaci, come vertici delle istituzioni più vicine ai cittadini, nella presentazione al Presidente della Repubblica della istanza di cittadinanza. La domanda inoltre può venire presentata da uno straniero legalmente soggiornante da cinque anni (anziché dieci).
Infine mettendo in atto un principio contenuto nella Convenzione di Strasburgo del 1992, che l’Italia non aveva ratificato alla lettera C, si propone che il diritto di elettorato attivo e passivo nelle elezioni comunali, provinciali, concernenti le città metropolitane e le Regioni è garantito anche a chi non sia cittadino italiano, quando abbia maturato cinque anni di regolare soggiorno in Italia.

I NUMERI DELLA CITTADINANZA

Il numero dei cittadini stranieri che ottiene ogni anno la cittadinanza italiana è ancora molto limitato e lontano dalla media europea, seppure in crescita.
Nell’ultimo decennio, confrontando il numero di acquisizioni di cittadinanza e il numero totale dei residenti stranieri, risulta che solo una persona straniera su 100 (per un totale di 260mila) ha acquisito la cittadinanza italiana.
Il rapporto Eurostat relativo al 2009 (uscito in questi giorni), ha evidenziato come nell’Europa dei 27 l’acquisizione di cittadinanza sia in aumento: nel 2009 sono state 776mila le persone che hanno acquisito la cittadinanza negli stati membri, contro le 699mila del 2008.
Confrontando il numero di cittadinanze assegnate con il numero dei residenti stranieri dei Paesi, le percentuali più alte sono state raggiunte in Portogallo (5,8 cittadinanze ogni cento stranieri), Svezia (5,3), Regno Unito (4,5). La media europea è del 2,4 e l’Italia è al di sotto, con l’1,5.
Nel rapporto con la popolazione residente, le percentuali più alte sono state raggiunte in Lussemburgo (8,1 cittadinanze ogni mille abitanti), Cipro, Regno Unito e Svezia. La media europea è di 2,4 cittadinanze ogni mille abitanti: per l’Italia il rapporto è di uno a mille.
Sulla situazione italiana possono essere utili tre osservazioni.
La legge 91 del 1992 è una delle più rigide in Europa, in particolare per i minori nati in Italia, che sono oggi circa 600mila: potranno fare domanda solo dopo il compimento del diciottesimo anno di età (entro un anno dal compimento) e dimostrare la continuità del soggiorno regolare in Italia, sin dalla nascita.
Con la legge 94/2009 (il “pacchetto sicurezza”) la richiesta di cittadinanza per matrimonio non è più possibile dopo sei mesi, ma dopo due anni dalle nozze; provvedimento giusto che tuttavia ha fatto sì che negli ultimi due anni per la prima volta le richieste per matrimonio fossero superate da quelle per cittadinanza, che prevedono dieci anni di residenza in Italia.
Non si può fare a meno di notare che le lentezze procedurali spesso segnalate da cittadini stranieri sono tutt’altro che superate: lo stesso sito del ministero dell’Interno comunica che al 31 dicembre 2010 erano oltre 146mila le istanze in itinere, cioè domande che attendono da due o tre anni di essere esaminate.
I testi di riforma giacenti in Parlamento sono peraltro numerosi e la legislazione europea tende verso i cinque anni di residenza per l’accesso alla cittadinanza.
Semplificare i percorsi di cittadinanza è uno degli elementi per consentire una effettiva integrazione sociale dei quasi cinque milioni di stranieri che oggi vivono e lavorano nel nostro paese.
Rimanere ancorati alla normativa di vent’anni fa significherebbe al contrario lasciar crescere i germi dell’esclusione e del risentimento.
Quale miglior occasione per comprendere nel modo migliore che le celebrazioni del centocinquantesimo dell’Unità d’Italia si devono nutrire di un nuovo concetto di coesione sociale?
Oppure la paura degli immigrati, così esageratamente alimentata in passato, serve semplicemente a nascondere la paura che un giorno possano votare?

da lavoce.info

Cancellati due Intercity, il Pd interroga il ministro Passera

Erano previsti dal contratto di servizio con lo Stato sulla linea Modena-Carpi-Mantova. Un’altra brutta sorpresa per i pendolari della linea Modena-Carpi-Mantova. Trenitalia ha cancellato dal nuovo orario invernale una coppia di Intercity nella tratta Bolzano-Modena-Bologna che rientravano nel contratto di servizio con lo Stato. “Un utile e veloce collegamento – sostengono i pendolari – confermato fino agli ultimi giorni da Trenitalia ma poi soppresso e comunicato a cose fatte”.

La protesta è stata raccolta dall’on. Manuela Ghizzoni che ieri sulla vicenda ha presentato un’interrogazione al ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Corrado Passera.

“Come è possibile – chiede la parlamentare del Pd – che siano stati cancellati collegamenti ferroviari compresi nel contratto di servizio tra lo Stato e la società ferroviaria?”. L’on. Ghizzoni chiede inoltre quali iniziative intenda assumere il governo “al fine di verificare il livello del servizio ferroviario nel territorio modenese, con particolare riferimento al rispetto delle clausole del contratto di servizio”.

Tra i tanti disservizi sulla linea Modena-Carpi-Mantova l’esponente democratica segnala “le mancate coincidenze con i treni per Bologna e Piacenza; il mantenimento in servizio di materiale rotabile vecchio e insufficiente per trasportare il gran numero di utenti; il mancato anticipo del treno mattutino 20703, che “regolarmente” arriva a destinazione in ritardo, impedendo così a lavoratori e studenti di accedere puntuali a scuola e nei luoghi di lavoro”.

"Torino, Riccardi "bloccato" dai leghisti salta la visita al quartiere degli immigrati", di Marco Ansaldo

«Visitando uno dei quartieri simbolo, in Italia, dell´integrazione riuscita mi sembrava giusto incontrare tutte le realtà che hanno contribuito a questo risultato. Ma, all´ultimo momento, qualcuno ha cambiato idea. Io non faccio polemiche, e non vado a disturbare chi non mi vuole».
Andrea Riccardi, nuovo ministro della Cooperazione internazionale e dell´Integrazione, va a Torino per vedere il campo rom incendiato una settimana fa, ma la Lega si defila, anzi è pronta a contestarlo e a chiudergli in faccia la sede del patronato che gestisce nel quartiere di San Salvario. Addirittura, il governatore della Regione Piemonte, Roberto Cota, prima gli fa sapere che la sua visita non è opportuna; poi non appare nemmeno per salutare il ministro della Repubblica in visita ufficiale nel capoluogo piemontese.
È l´ennesimo strappo della Lega nei confronti del governo Monti. Il gesto di attenzione fatto dal fondatore della Comunità di Sant´Egidio, ora ministro con un ruolo centrale nel nuovo esecutivo, viene rifiutato dal Carroccio. «La presenza del ministro Riccardi – annuncia il deputato torinese lumbard Stefano Allasia – non è assolutamente gradita in nessuna delle sedi della Lega Nord, in particolare in quella di San Salvario. Il ministro, che peraltro nessuno conosce, invece di portare la propria solidarietà in giro per il Paese a spese dei cittadini, può tornare a Roma, perché da noi non è persona bene accetta».
Riccardi è abile a smontare subito la polemica. Avrebbe voluto andare a parlare di immigrazione in un «quartiere che si è ricostruito, sia sotto il profilo urbano sia sotto quello sociale». Così la sua decisione di non visitare il patronato, ma invece la struttura dei salesiani che aiuta gli immigrati e un centro dove si insegna gratuitamente l´italiano ai bambini stranieri, rischia di trasformarsi in un autogol per chi, secondo le informative giunte alle autorità locali, si preparava a contestarlo non appena Riccardi sarebbe comparso.
È invece il sindaco Piero Fassino ad accompagnare il ministro dell´Integrazione. In mattinata Riccardi va a constatare i danni del raid razzista compiuto nel campo rom alla periferia di Torino. Percorre l´intera l´area parlando con tutti, stringe mani, si informa sui disagi, manifesta partecipazione. «Come siete riusciti a scappare?», chiede. Promette che farà il possibile per i documenti di identità bruciati. «I campi rom vanno superati – annuncia – c´è un problema reale di abitazione e di istruzione, c´è il problema del futuro di questo popolo formato in gran parte di giovani. Come si fa altrimenti?». L´obiettivo è di trovare case per coloro che ne hanno bisogno. Riccardi aveva prima visitato la sinagoga e incontrato tanti amici ebrei. Più tardi ascolterà le storie di molti ragazzi fuggiti dal Ghana, dal Senegal, dal Mali. «La gente – commenta – è spaventata dalla predicazione del disprezzo. Bisogna stare attenti alle parole. Dobbiamo puntare sui giovani, e costruire con loro un Paese più forte, più energico e pieno di speranza».

La Repubblica 17.12.11

"Il Pd e l’orgoglio di salvare l’Italia", di Alfredo Reichlin

I democratici stanno ridefinendo il loro profilo come partito della nazione e non basta più dire le cose di prima. Bisogna ridefinire il patto sociale e politico per dare forza a una nuova idea di Europa. Mi sembra importante ragionare sul ruolo politico che il Pd sta giocando e sul significato delle responsabilità che ci siamo assunti rispetto alle sorti incerte della democrazia italiana. Non voglio qui ripetere le cose dette sullo stato di straordinaria emergenza in cui ci muoviamo. Né tornare sulla semplice verità che il dovere di «salvare l’Italia» è la condizione per evitare il massacro del mondo del lavoro italiano. Qualcosa come in Grecia: drastico taglio dei salari, licenziamenti in massa, gli ospedali che non hanno più i soldi per comprare i medicinali stranieri. Spero che questo rischio per noi si stia allontanando. Voglio solo aggiungere qualcosa sul perché il Pd dovrebbe andare a questa prova con più orgoglio. L’orgoglio di una forza che sta ridefinendo il suo profilo come quel partito della nazione di cui un paese così diviso ha assolutamente bisogno e che comincia ad avere una visione più chiara delle nuove sfide che ci stanno di fronte.
Però qui è il nostro banco di prova. È adesso, è oggi. Dopo molti anni è nel fuoco di una drammatica emergenza che le forze politiche, le culture, gli assetti sociali e perfino le basi morali dell’Italia di domani sono costrette a ridefinirsi. Ma la condizione è che questo Paese non si dissolva. Esiste quindi è vero uno stato di necessità. Ma non è solo questo che muove il Pd. Tra tante difficoltà, tanta confusione anche a sinistra e tanti errori di un governo che non è il nostro, noi dobbiamo essere pienamente consapevoli del salto che sta avvenendo e in parte è già avvenuto nella lotta politica italiana. Non si ritornerà più al gioco di prima, così come era giocato dai partiti di prima. Anche noi potremmo perdere agli occhi della gente ogni significato, prestigio e capacità di guida se non scendessimo sul terreno nuovo e più avanzato che si è creato. Stiamo attenti. Che significa proporsi come una alternativa reale e chiedere la fiducia della gente? Non basta più dire le cose di prima. La lotta per l’egemonia (per un partito a vocazione maggioritaria, per dirla come Veltroni) comporta avere uno sguardo più lungo e la capacità di muoversi non solo sul terreno nazionale. Vin-
cerà chi penserà le alternative politiche nel quadro dei grandi spazi dell’Europa dove è in atto una guerra, la guerra per l’euro la quale non riguarda solo la moneta ma il chi comanda e quale ruolo assume il vecchio continente nel mondo nuovo. Bisognerebbe leggere il magnifico discorso di Helmut Schmidt sul ruolo storico della Germania al congresso della socialdemocrazia tedesca. Le «escort» di Berlusconi hanno nascosto per troppi anni la realtà vera, ed è anche questo che ha consentito alla destra di saccheggiare la nazione italiana. Ma la colpa non è solo degli altri. La verità è che abbiamo toccato con mano i limiti dei vecchi partiti. E anche quando il gioco tornerà in un Parlamento nuovo, eletto e non nominato, dovremo tener conto che è cambiato il rapporto tra la politica e le tecno-strutture. Dire «Salvare l’Italia» non è quindi retorica. È la condizione per muoversi sul terreno su cui oggi, non domani (quando vinceremo) si costruiscono le alternative.
A volte mi sembra di rivedere il vecchio Marx che torna a spiegarci il senso delle cose. Non voglio spaventare nessuno. Voglio solo notare che il premier britannico Cameron ha abbandonato la riunione di Bruxelles quando si è cominciato a discutere sul come difendere l’euro, finora moneta a rischio perché senza Stato e quando, quindi, si è posto il problema per come dare ad esso, finalmente, una sovrastruttura politica in grado di regolare i mercati finanziari. È a questo punto che il vero liberale ha sbattuto la porta con l’argomento (esplicito, non mascherato), che non poteva danneggiare la City, cioè il luogo dove l’alta finanza ha il potere di muovere, senza alcun controllo, i grandi capitali, anche quelli speculativi.
Dovremmo quindi cercare di uscire da dispute del tutto vane come quelle sulla famosa e terrificante «foto di Vasto». Tanto più vane perché sta nelle cose la ragione vera, di fondo, che dovrebbe spingere il Pd tutto il Pd ad allargare la sua base politica e culturale e dare un fondamento più forte alla alleanza della sinistra con i democratici moderati. Basterebbe allargare la visione delle cose e chiederci perché la crisi che stiamo vivendo è così devastante. Al fondo, la spiegazione sta nel fatto che il patto politico e sociale che è stato alla base della democrazia europea è in disfacimento. Di questo si tratta. Non è un problema tecnico da affidare ai tecnici. Il ruolo del riformismo è affrontare la grandezza e la drammaticità di questo passaggio per proporre un nuovo patto sociale, ed è capire meglio che cosa è in gioco, che tipi di assetti della vita sociale sono in discussione, quali compromessi storici stanno saltando. Non si fa grande politica senza un linguaggio, è questo non può ridursi alle banalità del giornalismo o all’economicismo dei tecnici.
Di quali mercati si va parlando? Si sono rovesciati i rapporti di forza tra i governi e le multinazionali, tra il capitale e il lavoro, tra la politica e l’oligarchia finanziaria. È diventata abissale la distanza tra chi produce la ricchezza reale e chi specula sui movimenti finanziari, creando così una enorme rendita che poi la povera gente deve pagare. Non pretendo di aggiungere nulla alle tante analisi. Mi chiedo se noi abbiamo misurato abbastanza gli effetti dell’enorme squilibrio che è in atto nella distribuzione della ricchezza e quindi nel mondo dei valori e dei significati dell’esistenza. Non mi sembra un piccolo problema. La ricerca senza limiti dei guadagni in conto capitale ha fatto sì che valori come lealtà, integrità, fiducia, significati della vita, venissero via via accantonati per fare spazio al risultato monetario a breve termine.
I tecnici sono importanti ma non è vero affatto che la politica ha perduto spazio. Non condivido certi ragionamenti che poi, alla fin fine, tendono tutti a squalificare la sinistra che c’è e che sta tenendo botta. È vero che governare significa arbitrare una crescente complessità e varietà di poteri (non solo economici). Bisogna tener conto della dimensione e del condizionamento internazionale dei problemi e ciò comporta l’uso di agenzie e di strumenti di conoscenza che i partiti non hanno. Ma non è vero affatto che non servono più i partiti. La vera, grande, novità che emerge dal modo come il super capitalismo finanziario ha sconvolto i legami sociali è che per garantire il «governo lungo» della società più che mai ci vogliono organismi ai quali spetta rendere chiara e mettere in campo un’agenda politica più vasta. Questo è il punto. Il partito come «padrone» del governo recede, ma come fattore guida della comunità avanza più di prima sulla scena. Un partito può anche apparire meno utile come strumento di potere, ma più che mai di c’è bisogno partiti che si pongono come guida etico-politica e come riformatori della società, in quanto capaci di mobilitare forze, intelligenze e passioni. Io credo che questo è il compito del Pd, che qui sta il suo grande spazio, e che questo è ciò che rende necessario questo strano miscuglio di culture socialiste e cattoliche.

L’Unità 17.12.11