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"Se all’Europa manca la Francia", di Cesare Martinetti

C’era una volta un Paese che faceva l’Europa e quando il suo presidente prese per mano il cancelliere tedesco sui campi dove fino a qualche decina di anni prima i loro padri si erano sparati da trincee impastate di fango e di sangue (era il 1984) tutti capirono che la storia aveva davvero fatto un salto. Quel Paese appare oggi come il fantasma del suo passato.
La Francia è incerta, lacerata, indebolita, incapace di interpretare il suo ruolo. Ma se è vero che l’Europa non dipende più da Parigi, è anche vero che è impossibile fare l’Europa senza.
Wolfgang Schauble, ministro delle Finanze tedesco, l’ha detto chiaro e tondo in un’intervista di questi giorni a Les Echos e Handelsblatt con il collega francese Michel Sapin: «Noi sappiamo che riusciremo a far progredire l’Europa e soprattutto la zona euro solo se Francia e Germania esprimeranno soluzioni comuni… Dovremo trovare soluzioni comuni per 28 paesi, ma questo è possibile solo se Francia e Germania sono unite».
L’insistenza di Schauble sottolinea per l’appunto il soggetto che manca in questo momento di vita europea, mentre l’Unione galleggia in un tempo sospeso ed irreale nell’attesa che si depositi un difficile consenso a 28 sulla composizione della Commissione che da settembre prenderà in mano il governo del continente. L’Italia ha presentato la candidatura Mogherini al posto di Alto commissario per la politica estera e il destino di quest’avventura sembra di non facile soluzione. Ma il vero scontro è sulla poltrona di commissario agli affari economici e monetari, vale a dire del custode del fatidico patto di stabilità che governa l’euro e le nostre economie. I francesi vogliono quel posto per il socialista Pierre Moscovici, ministro delle Finanze di Hollande fino a quando il ciclone Le Pen ha imposto il rimpasto. Ma si può accordare quel posto al rappresentante di un paese in procedura di deficit? Parigi, in difficoltà con i conti, ha chiesto di derogare alla regola del 3 per cento fino al 2015 compreso e non sembra certo nelle condizioni di chiedere agli altri il rispetto delle regole.
I tedeschi, infatti, non ne vogliono sapere. Il cristiano democratico Schauble, irritato anche per la promessa di Juncker ai socialisti, ha detto: «Queste decisioni hanno una portata simbolica, non va dimenticato… Può essere un socialista o qualcun altro». Norbert Barthle, presidente della commissione finanze del Bundestag, è stato ancor meno diplomatico del suo ministro: «Moscovici a guardia del patto di stabilità è come pensare di cacciare il diavolo con Belzebù».
Dove si è persa la Francia? I giornali di questi giorni rappresentano in modo plastico lo smarrimento di un paese. A Saint-Nazaire, davanti ai cantieri navali dove si costruiscono i portaelicotteri classe Mistral (22 mila tonnellate, 450 uomini di equipaggio, sedici velivoli da guerra sul ponte) venduti alla Russia con un contratto firmato da Sarkozy, una piccola folla ha manifestato contro il governo: «Se vendete armi a uno stato terrorista siete complici degli assassini». Dopo l’abbattimento dell’aereo malese in Ucraina, per quanto noto a tutti, il business degli armamenti francesi nel mondo è diventato più che imbarazzante. Il governo non commenta, il contratto con Mosca non è messo in discussione. Eppure solo un anno fa Hollande voleva dichiarare una guerra umanitaria al siriano Assad alleato di Putin.
Ancora più scivoloso e simbolico il ritorno di un fantasma mai del tutto sconfitto, l’antisemitismo. È un vecchio sentimento sociale e culturale che fece del governo collaborazionista di Vichy il più solerte alleato di Hitler nell’inviare gli ebrei nei campi di sterminio. Un sentimento che riaffiora qua e là in ogni crisi israelo-palestinese e che si salda con un «nuovo» antisemitismo di banlieue, espresso in modo violento dai giovani immigrati e figli di immigrati ad ogni sussulto di intifada.
Anche in questo caso il governo si è mosso in modo maldestro vietando le manifestazioni pro-palestinesi con la giustificazione di voler impedire ogni espressione di antisemitismo. Il risultato è che le manifestazioni si sono fatte lo stesso trasformandosi ovviamente in guerriglia tra polizia e manifestanti. In città «sensibili» della cintura parigina come Sarcelles negozi e luoghi gestiti da ebrei sono stati assaltati, nei quartieri e nelle cité è pericolosissimo portare la kippà, abitualmente piuttosto diffusa in Francia dove vive la più grande comunità ebraica d’Europa. Mai tanti ebrei francesi come in questi ultimi mesi hanno chiesto di emigrare in Israele.
François Hollande è attaccato da destra e da sinistra. François Fillon, il primo ministro di Sarkozy, oggi insieme al «vecchio» Alain Juppé, la faccia più presentabile della destra repubblicana, in un’intervista a Le Monde, ha detto che il presidente socialista vive in una «bolla» staccata dalla realtà del paese. Molto più duro e urticante Edwy Plenel, direttore del quotidiano online Mediapart, che accusa il presidente di «mollettismo» e cioè di parlare la lingua della sinistra ma di condurre una politica di destra, di usare lo spauracchio dell’antisemitismo per negare l’abisso sociale delle banlieues.
Dov’è finita la Francia che servirebbe all’Europa? Il primo ministro Manuel Valls, messo da Hollande sulla poltrona di Matignon dopo lo choc Marine Le Pen, riconosce nell’intervista di ieri al Paìs che il paese è bloccato, che manca il coraggio di cambiare e non mantiene la promessa di rompere gli schemi come un Renzi francese. Se il motore era tedesco, la guida politica – come fu nel caso della decennale e lungimirante presidenza di Jacques Delors alla Commissione – era francese. Ora all’Europa manca la Francia, ma come si fa se la Francia manca a se stessa?

da La Stampa

"Ma ora è tempo di valori comuni", di Michele Ciliberto

Come ci ha spiegato alcuni secoli fa un signore nato a Firenze, in politica sono necessarie sia la fortuna che la virtù. E non è detto che la virtù funzioni allo stesso modo in situazioni differenti: un uomo apparso virtuoso in una determinata situazione può rivelarsi inetto se viene meno il “riscontro” con il tempo. Sono insegna- menti, anzi principi, validi ieri come oggi.

Il nostro presidente del Consiglio ne è un esempio. Ha saputo cogliere l’occasione offertagli dalla fortuna e l’ha rivolta a suo vantaggio. L’Italia, in uno dei momenti più tragici della sua storia do- po la costituzione dello Stato nazionale, cercava una parola e una prospettiva di speranza, sia a destra che a sinistra; e l’attuale presidente del Consiglio è apparso in grado di dirgliela, ottenendo così una straordinario credito da parte degli italiani, come hanno mostrato le ultime elezioni europee.

Non è stato un risultato improvvisato o casuale, anzi. La virtù del presidente del Consiglio è consistita nell’aver percepito prima di altri l’esaurimento di una intera stagione della storia della Repubblica e nell’essersi preparato, per bene e per tempo, ad afferrare l’occasione. Oggi sono visibili le tappe con cui ha preparato la sua “presa del pote- re”: elezioni a sindaco di Firenze, segretario del Pd attraverso le primarie, presidente del Consiglio. Quando gli storici del futuro scriveranno la storia di questo periodo non potranno che apprezza- re le capacità di Matteo Renzi nel sape- re cogliere i segni del tempo e la sua capacità di “riscontrarsi” con essi.

Ma il “riscontro” con il tempo non è eterno. Come si è detto, la virtù – cioè la capacità – che funziona in una determinata situazione, appare inadeguata o sterile quando le cose – e i tempi – cambiano. Per riprendere un esempio fatto dal signore sopra citato, Fabio Massi- mo fu assai utile alla Repubblica romana in un momento determinato, ma per battere Annibale furono necessarie la virtù – e la capacità – di Scipione l’Africa- no: fu cioè necessario passare dalla “guerra di posizione” alla “guerra di movimento”.

Il problema che si pone oggi al presi- dente del Consiglio è precisamente questo: come continuare a “riscontrarsi” con il tempo passando dalla “guerra di movimento” a quella di “posizione”. La prima l’ha già vinta distruggendo i suoi avversari dentro e fuori il Pd; ora deve vincere la seconda, avviando una politi- ca di riforme strutturali necessarie alla Nazione. Se non vi riuscirà, il “riscontro” con il tempo verrà progressivamente meno: perché il Paese oggi vuole riforme effettive e trasformazioni strutturali e non si contenta più di dichiarazioni di principio, di affermazioni programmatiche, di retorica. Il presi- dente del Consiglio ne è consapevole e si preoccupa di dare alla Nazione un messaggio in grado di intercettare queste preoccupazioni: si sforza di essere al tempo stesso, sia pure in forma rovesciata, tanto Fabio Massimo che Scipione l’Africano.

Il punto è che per poter governare e ottenere risultati è necessario il consenso e questo, a sua volta, per poter essere profondo e strutturato, richiede che la Nazione ritrovi dentro se stessa elementi di solidarietà, di condivisione, di fiducia in un comune destino. È in altre parole necessario che dopo la disgregazione di quelli vecchi, si creino nuovi “legami” sociali, etici, culturali, perfino religiosi. È questo, a mio giudizio, il problema centrale del nostro Paese ed è qui che si fondano le possibilità di successo dell’attuale presidente del Consiglio. Se non si genera questo nuovo vin- colo culturale e politico, l’Italia non uscirà dalla crisi in cui si dibatte da decenni. Si creano solo illusioni, con il rischio di gravi contraccolpi su tutti i piani, anche su quello della tenuta democratica del- la Nazione. Siamo a un passaggio delicatissimo per l’attuale governo – e per la Nazione – anche se non tutti se ne rendo- no ancora conto.

Di qui l’esigenza di un consenso saldo, forte, organizzato. Vorrei però esse- re chiaro: quando sottolineo questo punto non mi riferisco a una generica tendenza al compromesso. Credo anzi che il rifiuto di quello che nella politica italiana era diventato il (pur nobile) principio della “mediazione”, riducendosi a un puro equilibrismo di tipo trasformistico, sia uno dei meriti maggiori dell’attuale presidente del Consiglio: guai se si tornasse indietro. In Italia ab- biamo bisogno di costruire una salda de- mocrazia su basi bipolari, evitando derive di tipo “centrista”.

Proprio per questo ritengo sbagliato, per fare un esempio, affrontare il delicatissimo problema della riforma del Senato in termini di pura contrapposizione verso tutti coloro che hanno opinioni differenti dal governo. Non sto qui a distribuire responsabilità. Mi interessa invece sottolineare un punto di or- dine generale: il conflitto è essenziale per la democrazia, ma se vuole essere efficace e positivo va organizzato, regolato, ancorato a principi di comune con- divisione politica e culturale, altrimenti si rischia di andare in direzione opposta a quella oggi necessaria. Mi sembra che questa sfera comune, su cui si innesta la dialettica tra governo e opposizione, in Parlamento in questi giorni stia venendo meno con danni per tutti. Né ritengo che nell’azione del governo vi siano, co- me alcuni sostengono, impulsi autoritari o, addirittura, pericoli per la democrazia. Mi pare che le forzature, che ci so- no, abbiano altre e serie radici: una esigenza di governabilità, che si sente salire dal Paese e che è effettivamente larga, diffusa. Penso tuttavia che proprio qui appaiono evidenti i limiti, e le insufficienze, del “riformismo dall’alto”, al quale si ispira l’attuale presidente del Consiglio, con il rischio di rinfocolare atteggiamenti di critica e di rigetto del- la stessa democrazia parlamentare.

E con ciò torno al problema che considero centrale. Nel pieno di una crisi che ormai tocca la vita quotidiana degli italiani, riducendone valore e significato, è necessario andare in direzione opposta, creando nuovi “legami”, nuovi “vincoli” che facciano sentire gli italiani parte di una comunità, impegnata sì in uno sforzo eccezionale, ma solidale e partecipe a tutti i livelli.

Oggi il governo – e anche la Nazione – stanno passando dalla “guerra di movimento” alla “guerra di posizione” e la seconda è più aspra e difficile della prima. È su questo mutamento di fase che il presidente del Consiglio, e anche le opposizioni, dovrebbero riflettere. Il nostro tempo si è disgregato spezzando antiche appartenenze e rendendo ardua la costituzione di nuove forme di solidarietà. Camminiamo tutti su sabbie mobili, misurando giorno dopo giorno la potenza delle forze distruttive e la debolezza delle posizioni che si propongono di ricostruire una trama comune che, nelle forme antiche, non potrà certo più esistere. È una tendenza che viene da lontano e che ha ormai invaso, frantumandola, la nostra stessa quotidianità: cioè la dimensione più importante della nostra vita. Lo stesso concetto di “potere”, giorno dopo giorno, è ormai cambiato. Tutto ciò non ha che fare direttamente con la politica, tanto meno con le azioni di un governo. Ma anche la politica, e il governo, devono fare i conti con queste trasformazioni strutturali, se vogliono davvero “riscontrarsi” con il tempo e ricostruire la Nazione.

da L’Unità

"Il footing dell’ostruzionismo", di Francesco Merlo

Che nel museo della rottamazione vada a finire anche l’ostruzionismo parlamentare non è un colpo di stato ma una festa di liberazione. Dopo sessant’anni infatti la scienza del perdere tempo, dell’imbrigliare per imbrogliare, dell’emendare per impantanare non è più un’arma in difesa dello Stato di diritto e delle istituzioni.
L’OSTRUZIONISMO non è più la reazione estrema ma nobile alle violazioni delle libertà personali, alle leggi-truffa, ai soprusi della polizia di classe, a tutte le mille diavolerie antidemocratiche della Prima repubblica.
E che non sia in gioco la democrazia, che la decisione di contingentare i tempi per votare al più presto la riforma del Senato non sia né un attentato alla Costituzione né un anticipo di autoritarismo lo si capisce dal tono scanzonato e irreale di quel corteo di protesta che al grido grillesco rilanciato via Facebook “dittatura dittatura, così uccidono la democrazia”, ieri si è incamminato dal Senato verso il Quirinale. Più che una marcia, sembrava un footing dietetico, ovviamente legittimo come protesta pacifica, ma certo era paradossale vedere i fanti della democrazia liquida difendere la democrazia pesante, la pratica più antica e meno trasparente della vecchia Italia, l’ostruzionismo come catenaccio, l’opposto del referendum lampo inventato dalla Casaleggio associati.
Dunque ieri sera i giovani recitavano il ruolo dei vecchi, gli innovatori si degradavano a conservatori, i partigiani di Grillo, i girondini arrabbiati, indossavano le giacche e le cravatte dei professionisti della politica, intonavano slogan feroci ma con l’aria impiegatizia, senza crederci, “tanto pe’ cantà”, concetti inadatti alla difesa dei colletti bianchi del parlamentarismo, dei tecnici dell’emendamento, specialisti del cavillo, acrobati del comma opaco, professori di quel rinvio che fu l’antropologia della partitocrazia italiana, la bonaccia delle Antille, il guardarsi a distanza per non risolvere mai nulla… In quel corteo, che è stato subito rabbonito e incartato dalla sapienza e dall’esperienza di Donato Marra — «assicuro piena attenzione» è stato il suo salamelecco — non c’erano né i vecchi democristiani né i vecchi comunisti e neppure i radicali che ancora sono i custodi del daimon dell’ostruzionismo, del suo soffio vitale, ma c’erano i cinque stelle Di Stefano, Di Battista, Giarrusso, Taverna, con un nastro tricolore al braccio, e la compagna De Petris di Sel, e il secessionista Centinaio della Lega Nord… insomma una simpatica “armata brancaleone” dell’eloquio-sproloquio: «Ora lo scontro si sposta nella piazza», «questa riforma è un crimine», «Renzi pensa che il Senato sia come Gaza», «fermiamo il golpe», «non era mai accaduto nella storia», «cosa manca per dire dittatura? », «osserviamo un minuto di silenzio contro la ferita inferta alla democrazia».
E tutta questa retorica è stata sventagliata in nome dell’ostruzionismo parlamentare, non per un progetto di Senato diverso, per una riforma migliore legge contro legge, ma per la libertà di bloccare l’orologio della democrazia, rallentare la velocità del diritto, “ghigliottinare” l’istituzione, catturare il Parlamento nella tagliola del vaniloquio, della parola come espediente, per annegare le riforme nella logorrea.
Oggi i tempi contingentai non sono più offese alla libertà, ma sono quelli essenziali della Leopolda, quattro minuti a testa per non trasformare la democrazia in chiacchiera. Alla stessa maniera è stata regolata la Convention della Rai. E limitano i tempi gli accademici della Crusca e i congressi della Cgil; persino nelle riunioni di condominio il cronometro è un’igiene del pensiero. Non ci riescono solo i talk show televisivi che sono infatti chiamati pollai perché anziché chiarire confondono, invece di spiegare complicano.
Non rifarò qui la lunga storia italiana del filibustering inglese, dei cappuccini di Pannella che una volta quasi svenne alla dodicesima ora e del record di Boato che andò avanti per diciotto ore e cinque minuti. Quell’ostruzionismo che in passato era una valvola di sicurezza, l’eccesso come sfiatatoio, oggi è diventato il suo opposto: l’eloquenza in apnea è intossicazione, l’antico virtuosismo parlamentare è ormai il peggiore vizio parlamentarista.

da La Repubblica

"Il grande gioco delle parti", di Stefano Folli

La versione più rassicurante (forse, chissà, anche la più vera) vuole che il premier Renzi sia alquanto compiaciuto per l’ostruzionismo dei Cinque Stelle, arricchito ieri sera dalla breve marcia sul Quirinale insieme ad altri esponenti dell’opposizione. Il premier ritiene infatti di ricavarne un considerevole aumento di popolarità.

Il ragionamento ha una sua logica. Come dire: più si scatena la protesta disordinata contro la riforma, più rifulge il dinamismo innovatore del presidente del Consiglio. Peraltro il merito del disegno di legge costituzionale è già quasi dimenticato, seppellito sotto gli ottomila emendamenti e ucciso nello scontro delle opposte propagande. Per cui anche la ghigliottina che ora calerà sugli ostruzionisti sembra un po’ la scena di una commedia in cui ciascuno recita la sua parte e incarna un certo ruolo.
Renzi veste i panni del decisore che non guarda in faccia a nessuno. L’uomo forte che non esita quando si tratta di rimuovere i sassi lungo il proprio cammino, fossero pure i dati del Fondo monetario: «Che la crescita sia dello 0,3 o dello 0,8 o dell’1,5 per cento non fa alcuna differenza per le persone» ha detto ieri con bella sicurezza. In ogni caso, quella del Senato è una riforma a portata di mano e serve proprio a consolidare il profilo del super-riformatore nemico delle “caste” e delle burocrazie.
A loro volta, i grillini e altri gruppi d’opposizione hanno ottenuto d’essere individuati dall’opinione pubblica come gli intransigenti nemici del “renzismo”. La ghigliottina che in via di metafora taglia loro la testa, in realtà li rimette al mondo, offre loro una visibilità che negli ultimi tempi era parecchio appannata.
Renzi pensa che il caos del Senato finisca per regalargli tanti voti e un accresciuto gradimento presso la gente che non capisce più la linea dei Cinque Stelle. Quanto alle accuse di “golpe”, la risposta è già pronta: si farà in ogni caso il referendum confermativo finale, il che vuol dire che ci si prepara ad approvare la riforma al di sotto della soglia dei due terzi.
Grillo a sua volta è diventato il primo difensore della Costituzione perché lì è lo spazio che si è trovato ad occupare, date le circostanze. Lo ha fatto con la solita spregiudicatezza, prima favorendo l’ostruzionismo politico, poi autorizzando il corteo al Quirinale. Non tutto è chiaro in questa strategia, visto che Napolitano è stato oggetto per mesi degli insulti più vergognosi da parte dei Cinque Stelle; adesso invece viene riconosciuto all’improvviso come il garante della Costituzione. L’uomo che, se solo volesse, potrebbe fermare la deriva verso la dittatura.
Ognuno tira l’acqua al suo mulino, in una logica che diventa sempre più elettorale, protesa alla ricerca e al consolidamento del consenso. Ovviamente Napolitano non si è prestato a questo gioco e non ha ricevuto il fronte della protesta, complice un piccolo e opportuno malessere. Del resto, quello che aveva da dire il presidente lo aveva già detto nel discorso di martedì 22 e nei colloqui riservati del giorno dopo. La ghigliottina è un rimedio sgradevole e non fa bene all’istituto parlamentare, ma l’ostruzionismo senza limiti rischia di provocare un danno maggiore.
Adesso il vero rischio è che nella guerra in cui ciascun contendente cura soprattutto la propria immagine, si perda di vista la sostanza della riforma e i possibili correttivi da apportare al testo. È un tema del tutto estraneo alla questione degli ottomila emendamenti. Ci sono punti su cui accordi e convergenze sono possibili, in vista di migliorare ancora riforma. E forse è il caso che su questo aspetti ci si fermi un momento a riflettere.

da Il Sole 24 Ore

Sisma Emilia, Pd “I Comuni esentati dalla Centrale unica di committenza”

I deputati Pd Davide Baruffi e Manuela Ghizzoni elencano le novità introdotte nel dl PA

Le aree del cratere sismico sono esentate dall’obbligo della Centrale unica di committenza: grazie all’accoglimento in Commissione alla Camera di un emendamento Pd, si è finalmente sbloccata una situazione che rischiava di frenare il complesso lavoro della ricostruzione. “Il Governo ha finalmente fatto chiarezza su una questione che molto preoccupava nelle nostre terre”  – spiegano i deputati modenesi Pd Davide Baruffi e Manuela Ghizzoni. E’ stato, inoltre, accolto in Commissione anche l’emendamento che sblocca il turn over del personale per i Comuni dell’area terremotata. 

Continua il lavoro di cesello dei parlamentari Pd sul testo del decreto legge Madia, il provvedimento contenente misure di riforma della Pubblica Amministrazione. Due risultati attesi nelle zone del cratere sismico sono stati conseguiti grazie ad altrettanti emendamenti Pd. “Innanzitutto – spiegano i deputati modenesi Davide Baruffi e Manuela Ghizzoni – è stato accolto l’emendamento che concede l’esenzione per i Comuni delle aree colpite dal sisma in Emilia e in Abruzzo dall’applicazione dell’obbligo di ricorrere alla Centrale unica di committenza. In questo modo il Governo ha, finalmente, fatto chiarezza su una questione che rischiava di fermare il complesso lavoro di ricostruzione post-sisma, anche se, in effetti, i Comuni subiranno uno stop ancora per tre settimane circa, fino alla pubblicazione in Gazzetta ufficiale del nuovo provvedimento”. La norma generale, infatti, stabiliva che dal luglio di quest’anno tutti i Comuni non capoluogo di provincia avevano l’obbligo di procedere all’acquisizione di lavori, beni e servizi attraverso una Centrale unica di committenza: grazie all’emendamento Pd, la scadenza è stata rinviata per tutti i Comuni interessati al 2015, mentre le zone terremotate ne sono state interamente esentate. Altra norma molto attesa è quella, accolta in Commissione Affari Costituzionali alla Camera, che consente l’allentamento del blocco del turn over del personale per i Comuni del cratere sismico: “Vigileremo – concludono gli on. Baruffi e Ghizzoni – affinché quest’ultimo provvedimento riesca a passare anche il vaglio della Commissione Bilancio. Così come manteniamo inalterata l’attenzione sul complesso di norme, sempre legate al dl Pubblica Amministrazione, che avranno importanti ricadute sul nostro territorio, come, ad esempio, quella relativa agli insegnanti di “Quota 96” e quella che introduce una maggiore gradualità nel dimezzamento dei fondi che le imprese versano alla Camera di commercio”.

"Il caos calmo del digitale che rivoluziona la lettura", di Maurizio Ferraris

In La musa impara a scrivere ( 1986) Eric Havelock aveva analizzato, con lo sguardo del filologo classico, i cambiamenti epocali comportati dal passaggio dall’oralità alla scrittura: trasformazioni nei fruitori (che non avevano più bisogno di ricordare a memoria i propri testi preferiti) e nei produttori, che dovevano immaginarsi un pubblico insieme più distratto (si può leggere senza troppa attenzione, si possono saltare le pagine più noiose) e più severo (il lettore potrà tornare sul testo, e criticarlo). Pochissimi anni dopo l’uscita di quel libro, ci si è trovati di fronte a una svolta non meno radicale.
Caratterizzata dall’esplosione e diffusione capillare della scrittura (e delle registrazioni in generale) nel web. È la cosiddetta “quarta rivoluzione” — dopo il passaggio dalla oralità alla scrittura, poi dal rotolo al volume, e infine dai manoscritti alla stampa — che dà il titolo sia a un illuminante libro di Gino Roncaglia ( La quarta rivoluzione. Sei lezioni sul futuro del libro , Laterza 2010), sia, recentissimamente, a un libro di Luciano Floridi, The Fourth Revolution. How the Infosphere is Reshaping Human Reality (Oxford University Press 2014).
In brevissimo tempo i nostri computer, tablet e smartphone hanno avuto accesso alla più grande biblioteca di tutti i tempi. Se nel passaggio dall’oralità alla scrittura il fruitore era diventato necessariamente un lettore colto, cioè alfabetizzato, nel passaggio dalla scrittura su carta al digitale il fruitore è diventato un potenziale autore. E un autore esigente, che se si annoia può aprire tutti i libri che vuole, visto che ovunque sia nella realtà fisica, in quella web dispone di una biblioteca sconfinata.
Non è vero, dunque, come sosteneva un po’ catastroficamente Nicholas Carr in Internet ci rende stupidi? ( Raffaello Cortina 2011) che il passaggio al digitale è fonte di degrado culturale, anzi, un costituisce potenziale pericolo per l’intelligenza (era del resto la stessa obiezione di Platone contro la scrittura, e il capovolgimento della tesi, decisamente troppo ottimistica, di Pierre Lévy in L’intelligenza collettiva , Feltrinelli 1996). Anche se è certo vero, come ha sostenuto Roberto Casati in Contro il colonialismo digitale (Laterza 2013) che è la lettura cartacea è concepita come un momento di concentrazione, mentre quella digitale ha luogo su un supporto in cui convergono mille altre sollecitazioni. Nessuno, mentre leggiamo un libro cartaceo, ci chiede di rispondere a una lettera, mentre quando leggiamo sul nostro tablet avviene in continuazione.
Questa trasformazione della lettura (e correlativamente della scrittura) è al centro di un articolo di Maria Konnikova sul New Yorker . La lettura online è diversa da quella su carta e la letteratura non può non fare i conti con questa circostanza. Se leggendo silenziosamente l’ Iliade su carta è bene presupporre che era un’opera originariamente orale e comunque destinata a una lettura ad alta voce, leggendo la Recherche su Kindle è bene non dimenticare che si tratta di un testo uscito in sette volumi tra il 1909 e il 1922. E chi oggi si mette a scrivere un romanzo deve essere consapevole del fatto che potrebbe essere letto in un modo molto diverso da come erano letti i romanzi tradizionali. Ad esempio, dati sperimentali citati dalla Konnikova dimostrano che leggere un romanzo su Kindle rende molto meno attenti alla trama, che dunque dovrà essere o semplificata, o resa meno rilevante rispetto ad altri effetti di scrittura.
Proprio la consapevolezza della centralità del medium nella produzione e nella ricezione delle forme narrative sta al centro
anche del convegno dello Igel (International Society for the Empirical Study of Literature and Media) che si tiene in questi giorni all’Università di Torino (il programma e l’abstract delle relazioni si può trovare a questo indirizzo: http:// www.igel2014.unito.it/). Richiamandosi a Bourdieu, il principale organizzatore del convegno, Aldo Nemesio, ha osservato che quei filosofi e studiosi di letteratura che insistono nel considerarla come una forma espressiva ineffabile si rendono giustizia da soli
(perché se è inesplicabile non c’è bisogno di loro), e soprattutto non tengono conto del fatto che, invece, moltissime caratteristiche del fatto letterario si possono spiegare proprio a partire dal medium di cui si serve. Insomma, come la comparsa della fotografia ha decretato la fine del realismo pittorico, così la comparsa di wikipedia e ha generato una letteratura tendenzialmente più precisa e prolissa (non ci vuol niente ad accumulare dettagli e informazioni).
Queste trasformazioni, ovviamente, non riguardano solo la produzione e fruizione di testi letterari. Andare in biblioteca ormai non risponde più, in molti casi, all’esigenza di accumulare informazione ma, semmai, alla speranza di trovare un luogo in cui si possa stare tranquilli. Una speranza che, del resto, il più delle volte è illusoria, visto che oggi in biblioteca ci si va con il computer e le biblioteche sono generalmente ben connesse.
I libri restano sugli scaffali, e buona parte della lettura avviene online, il che, di nuovo, non è la stessa cosa. A parità di contenuto, la lettura digitale è più veloce, perché sfogliare le pagine è una operazione che richiede più tempo che far scorrere verticalmente lo schermo, e soprattutto più faticosa, non tanto per le caratteristiche dello schermo, quanto piuttosto per il continuo navigare fra link che è ormai tipico della lettura digitale.
Questo procedimento si trasforma nella creazione di un nuovo testo: c’è chi leggendo una pagina web aprirà certi link, e chi ne aprirà degli altri. Alla fine del processo, di lettura cursoria e insieme di continuo ampliamento del campo, i due avranno letto, di fatto, due testi diversi. Con un’impresa che nel peggiore dei casi potrebbe ondeggiare tra l’apprendistato di Bouvard e Pécuchet e quello di Rousseau, tra la volontà di sapere ottusa e pedante e la disperazione nervosa, come quando Jean-Jacques scopre che a pagina 3 di un libro si trova un passo oscuro, cerca di chiarirlo con un altro libro, che risulta però indecifrabile a pagina 2, rinviando a un terzo libro, che a pagina 4 contiene un enigma, e alla fine si trova sconfortato in una stanza piena di libri aperti.
Ma la rivoluzione in atto nelle modalità di lettura ha conseguenze forti anche sull’apprendimento. Come testimonia la scienziata americana Maryanne Wolfe, la specialista delle tematiche cognitive e linguistiche citata nell’articolo del New Yorker : dalle centinaia di segnalazioni che le giungono da insegnanti e docenti universitari, si ricava che gli studenti che si formano solo su computer, tablet, Kindle e dispositivi analoghi hanno attitudini diverse. A volte lacunose. Architetti che giunti sul luogo fisico su cui agire sembrano non orientarsi. O specializzandi in neurochirurgia con una tendenza eccessiva al copiae- incolla mentale. O ancora i tanti liceali incapaci di apprezzare i classici della letteratura. Di fronte a queste sfide, e a questi problemi aperti, la questione non è tanto demonizzare le novità. Quanto imparare a essere lettori (e scrittori) digitali migliori.  

da La Repubblica

"Caso Stamina è ora di agire", di Pietro Greco

Finalmente, verrebbe da dire. Finalmente anche la politica si assume le sue responsabilità e decide di intervenire nella «vicenda Stamina», che da anni ormai versa in un insopportabile stato di confusione.
Stiamo parlando di Luigi Zanda e di Donata Lenzi, entrambi del Partito democratico. Il primo capogruppo al Senato, la seconda capogruppo presso la commissione Affari sociali della Camera, si stanno impegnando per spingere il governo a definire un decreto che impedisca ai magistrati «di disapplicare l’ordinanza dell’Aifa che vieta le infusioni» messe a punto dal gruppo che fa capo a Davide Vannoni.
Finora la partita è stata giocata in buona sostanza tra due sole comunità: la magistratura e quella medico-scientifica. Essendo entrambe divise al loro interno vi sono magistrati che accusano Vannoni e i suoi collaboratori di gravi reati e altri che impongono le infusioni dei loro preparati segreti; vi sono scienziati che hanno limpidamente dimostrato la mancanza di presupposti per considerare quei preparati uno strumento terapeutico e medici che invece li somministrano la confusione è grande e molte le sofferenze, attuali e potenziali, dei malati e delle loro famiglie.
Nella confusione, tre dati sono chiari. Il primo è che la comunità scientifica internazionale considera il «metodo Stamina» del tutto privo delle condizioni minime indispensabili per essere utilizzato, in qualsiasi modo anche come terapia compassionevole nella pratica clinica.
Il secondo dato è che la massima autorità sanitaria in materia, l’Agenzia italiana del farmaco, ha vietato l’uso del metodo proposto da Davide Vannoni. Molti magistrati si sono assunti la responsabilità di ignorare le indicazioni della comunità scientifica e delle autorità sanitarie e hanno, addirittura, ordinato l’infusione di un preparato che non solo non è di provata efficacia, ma è addirittura di composizione segreta.
A questo punto sarebbe dovuta intervenire la politica a mettere la parola fine all’imbarazzante (tutto il mondo ci guarda) situazione. E non lo ha fatto. Certo, non è esatto dire che se ne è tenuta fuori del tutto. Intanto perché il Parlamento ha autorizzato una sperimentazione tanto costosa quanto poco definita. Infatti, anche intorno alla sperimentazione, peraltro non ancora iniziata, regna un discreto caos. Certo, ci sono state prese di posizione, per lo più chiare e condivisibili, del ministro della Salute, Beatrice Lorenzin. Ma la giovane esponente di centrodestra si è trovata più volte con le mani legate in mancanza di norme inoppugnabili.
Ecco, dunque, dove è mancata la politica. Nel definire, con leggi sintetiche e chiare, valide (è persino ovvio ricordarlo) per tutti come si governa l’innovazione sanitaria in una moderna democrazia. Avremmo dovuto farlo da tempo. Almeno a valle del caso Di Bella. Ma neppure quella vicenda, evidentemente, non ci ha insegnato abbastanza. Avremmo dovuto certamente nel momento in cui è iniziati il caso Vannoni. Ma ancora una volta non siamo stati capaci.
Ben venga, dunque, l’iniziativa di Luigi Zanda e Donata Lenzi. Nella speranza che raggiunga due obiettivi: uno più importante dell’altro. In primo luogo, porre fine all’emergenza Stamina. Riconoscendo che il diritto, la politica e la scienza sono tre dimensioni autonome, che devono stabilire in continuazione i limiti di un delicato equilibrio, senza che mai l’una invada pesantemente il campo dell’altra.
Ma c’è un secondo obiettivo che il Parlamento deve raggiungere. Stabilire, appunto, come si governa l’innovazione medica in una società democratica. Se occorre difendere, in primo luogo, la salute dei cittadini conservando e, semmai, rafforzando le regole che sovrintendono oggi alla introduzione di nuovi farmaci e di nuove tecnologie. O se invece occorre garantire la libertà del mercato, con una pericolosa deregulation, che alcuni teorici del neoliberismo propongono ormai in maniera esplicita, considerando la salute non un diritto universale da tutelare, ma un bene da acquistare. Magari a proprio rischio e pericolo. È questa la posta in gioco del caso Stamina. Ed è per questo che il decreto di cui Luigi Zanda e Donata Lenzi avvertono giustamente la necessità non è e non sarà solo una faccenda italiana. Ma farà rumore e forse scuola nel mondo intero.

da L’Unità