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Firenze, Bersani: "Razzismo e violenza un pericolo reale"

Impegnamoci tutti ad alzare la soglia della vigilanza, della repressione e della battaglia culturale. “Il sangue sparso oggi a Firenze, dopo l’episodio del campo Rom a Torino, dimostra che questa deriva va fermata. Il dovere di tutti è oggi di impegnarsi per alzare la soglia della vigilanza, della repressione e della battaglia culturale, nella consapevolezza che in una crisi così pesante come quella che stiamo vivendo non si deve abbassare la guardia rispetto alla tenuta della convivenza civile. Impegnamoci tutti ad alzare la soglia della vigilanza, della repressione e della battaglia culturale”, ha concluso Bersani.

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"Classi sovraffollate, disabili penalizzati ecco i numeri della gestione Gelmini", di Salvo Intravaia

Il criterio della trasparenza reintrodotto dal ministro Profumo fa emergere le proporzioni di quanto accaduto negli ultimi tre anni. Nel 2008/2009 le classi con oltre 25 alunni erano l’11,6% oggi sono il 17,3%. Quelle in cui c’è più di un portatore d’handicap sono passate dal 6 al 7%. Classi-pollaio, disabili stipati in aule superaffollate e anche in più d’uno per classe. Ecco i numeri che inchiodano la Gelmini. Dal 2008 le proteste di insegnanti e genitori contro le misure del governo Berlusconi contro la “scuola” sono state un crescendo – classi stracolme di alunni e disabili penalizzati – ma dopo ogni “caso” scoperto dalla stampa, puntualmente, arrivava la smentita del ministero che recitava sempre lo stesso copione e parlava di accuse “destituite di ogni fondamento”.

Nel frattempo, però, i numeri venivano meticolosamente occultati: niente più “sintesi dei dati” sulla scuola e niente più pubblicazioni con numeri, grafici e tabelle che potessero svelare il reale impatto della cosiddetta riforma Gelmini sulla scuola italiana. Si andava avanti solo con dichiarazioni dell’ufficio stampa. “Non è prevista l’abrogazione del tetto per il numero degli alunni nelle classi con studenti disabili. Il limite era, e resta, di 20 alunni per classe”, recita la Gelmini lo scorso 30 giugno.

Ma le denunce di aule strapiene, disabili in classi troppo numerose e spesso in compagnia di altri portatori di handicap nella stessa aula continuavano. Situazioni che in teoria la normativa vigente non ammette. Ma che per racimolare qualche posto in organico tutti tolleravano: il ministero, i direttori regionali e i provveditori. Gli unici che pativano erano gli stessi alunni e gli insegnanti, costretti a gestire situazioni molto complesse. Ma senza i numeri nessuno poteva parlare. La recente glasnost avviata dal ministro Francesco Profumo svela le reali proporzioni dell’intervento gelminiano sulla scuola nostrana.

Quest’anno, le classi sono mediamente più affollate di tre anni fa e quelle fuorilegge sono in rapida ascesa. Una norma del 1992 stabilisce che per assicurare una adeguata sicurezza in caso di incendio l’affollamento massimo delle classi deve essere di 26 persone: 25 alunni e un insegnante. Nell’anno scolastico 2008/2009 le classi con più di 25 alunni erano l’11,6 per cento. Tre anni dopo, nel 2011/2012, le classi sovraffollate ammontano al 17,3 per cento: quasi sei punti in più. Nella scuola dell’infanzia una classe su tre è over 25, al superiore si scende a una su quattro.

E i disabili? La normativa stabilisce, come del resto ha recentemente chiarito l’ex ministra, che nelle classi con un portatore di handicap il numero degli alunni dovrebbe al massimo essere pari a 20. Il motivo è semplice: in classi sovraffollate l’inserimento degli alunni disabili diventa più complicato. Tre anni fa, le classi con un disabile e con più di 20 alunni erano poco meno di 11 su cento: il 10,8 per cento. Tre anni dopo, il tasso sale al 13,4 per cento con record alla scuola media, che fa segnare un 23 per cento abbondante.

La normativa appena citata non contempla neppure l’ipotesi di infilare in una classe più di un disabile. E non c’è bisogno di spiegarne il motivo. Eppure le situazioni che vedono due e tre portatori di handicap nella stessa classe sono più frequenti di quanto si pensi, specialmente da quando in viale Trastevere è passata la ministra di Leno. Dal 6 per cento dell’anno 2008/2009 si è passati al 7 per cento: qualcosa come 25 mila classi in cui un solo insegnante di sostegno spesso non basta.

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"Effetto IMU", di Massimo Bordignon , Simone Pellegrino e Gilberto Turati

Aver introdotto l’Imu sull’abitazione di residenza rende immediatamente iniqua la manovra Monti? In realtà, l’Imu sulla prima casa ha effetti distributivi meno negativi dell’Ici 2007. Non è così invece per le seconde case, per la contemporanea eliminazione delle rendite catastali dall’Irpef. Una scelta forse da riconsiderare perché assieme alla cedolare secca sui canoni di locazione erode ancor di più la base imponibile dell’Irpef, rendendola sempre più simile a un’imposta sui soli redditi da lavoro e pensioni. E se poi una parte dei “poveri” fossero solo evasori?

Il dibattito politico sulla manovra correttiva varata dal governo Monti si è rapidamente concentrato sulle questioni distributive, soprattutto per quanto riguarda l’anticipo al 2012 dell’Imposta municipale propria (Imu), già prevista nei decreti attuativi sul federalismo fiscale, e la sua estensione all’abitazione di residenza. Per molti, questo la rende immediatamente iniqua; per altri, addirittura sono i ricchi a guadagnarci e i poveri a perderci. Ma è davvero così? Cominciamo ricordando qualche fatto.

LA CASA DEGLI ITALIANI

Il patrimonio delle famiglie italiane è molto ampio in un confronto internazionale. (1) Ma secondo stime recenti, ben l’85 per cento è investito in immobili, per i quattro quinti nella residenza principale (il 70 per cento delle famiglie italiane è proprietaria dell’immobile dove abita), ragione non secondaria della osservata maggior equità nella distribuzione della ricchezza in Italia rispetto a altri paesi. (2) In particolare, dei 32,5 milioni di immobili del gruppo catastale A (dove rientrano le abitazioni) censiti dall’Agenzia del territorio, ben 29,6 sono di proprietà delle famiglie.
Che succede quando questo ingente patrimonio familiare è sottoposto a tassazione? In particolare come si ripartisce il nuovo carico tributario tra le famiglie ricche e quelle povere? Per rispondere, utilizziamo qui un modello di microsimulazione costruito sull’Indagine sui bilanci delle famiglie della Banca d’Italia. (3) Questo ci consente di abbinare alle informazioni sulla ricchezza immobiliare, anche quelle sui redditi dichiarati e dunque di offrire qualche risposta all’interrogativo precedente.

LA NUOVA IMU

Prima di illustrare i risultati delle stime, ricordiamo gli aspetti più rilevanti della nuova imposta. Rispetto all’Ici che sostituisce, l’Imu presenta quattro principali novità: a) la base imponibile si ottiene moltiplicando per 160 (e non più per 100) la rendita catastale rivalutata; b) l’aliquota ordinaria sull’abitazione di residenza è del 4 per mille, più contenuta rispetto all’Ici 2007 (in media pari al 5,2 per mille); c) la detrazione concessa per l’abitazione di residenza è pari a 200 euro (circa il doppio della detrazione media prevista dall’Ici 2007, 117 euro); d) per gli immobili non locati (le seconde case non affittate) l’aliquota di riferimento sale al 7,6 per mille (rispetto al 6,1 attuale); tuttavia, per questi immobili, parallelamente all’introduzione dell’Imu, è prevista l’esclusione dall’Irpef delle loro rendite catastali.

L’ABITAZIONE PRINCIPALE

La tabella 1 evidenzia le differenze tra Ici e Imu sull’abitazione principale, considerando rendite catastali rivalutate del 5 per cento da un minimo di 250 euro a un massimo di 1.500 euro. Rispetto all’Ici, aumenta il valore catastale esente dall’imposta: con l’Ici sono esenti le abitazioni di residenza con valore catastale pari a 22.500 euro (applicando l’aliquota media del 5,2 per mille e la detrazione media di 117 euro), con l’Imu si sale fino a 50mila euro (corrispondenti a 31.250 euro con il coefficiente pari a 100 come nell’Ici e l’aliquota del 4 per mille). Per rendite fino a 750 euro si pagherà meno con la nuova Imu, per rendite superiori si pagherà di più. La tabella riporta anche l’effetto qualora i comuni usino la possibilità concessa di aumentare l’aliquota a un valore pari a quella dell’Ici nel 2007 (5,2 per mille).
Consideriamo ora più nel dettaglio gli effetti redistributivi. Il nostro modello stima all’aliquota del 4 per mille un gettito complessivo sulle abitazioni di residenza di 3 miliardi di euro, un po’ più basso rispetto alle previsioni della Relazione tecnica (3,8 miliardi di euro), probabilmente perché nel nostro modello non possiamo tener conto delle “pertinenze” associate alla abitazione principale. La tabella 2 riporta la quota di famiglie che in ogni decile di reddito equivalente detengono la proprietà o l’usufrutto dell’immobile di residenza, la quota di famiglie che pagano l’Imu sull’abitazione di residenza e la composizione del gettito Imu. (4) Le ultime due colonne si riferiscono invece all’Ici del 2007. Come si osserva, la percentuale di famiglie proprietarie dell’abitazione di residenza in ogni decile cresce all’aumentare del reddito: è il 60,2 per cento nel primo decile e arriva all’85,8 per cento nell’ultimo. Un risultato atteso naturalmente, perché ci aspettiamo che famiglie più ricche posseggano con maggior probabilità l’abitazione dove risiedono. Ma non del tutto scontato, perché si tratta qui del reddito “dichiarato”; data l’ampia evasione esistente in Italia, è possibile che alcuni dei redditi bassi facciano riferimento a “finti poveri”, cioè a evasori che dichiarano un reddito inferiore a quello effettivo. (5) Comunque, come si vede dalla tabella, grazie alla detrazione concessa su tutte le abitazioni di residenza, le famiglie che presentano una Imu positiva (cioè che devono pagare l’imposta) meno del 30 per cento nei primi due decili; questo significa che circa un quarto delle famiglie proprietarie non deve nulla all’erario, o se si preferisce, visto che non tutte le famiglie sono proprietarie, che solo la metà circa di tutte le famiglie italiane deve pagare la nuova Imu.
Non solo, ma come anche si osserva, più della metà del gettito complessivo è pagato dagli ultimi tre decili. La conclusione è che la nuova imposta, pur naturalmente penalizzando chi possiede l’abitazione di residenza rispetto agli altri, è più “progressiva” rispetto all’Ici 2007; si riduce il numero delle famiglie povere che pagano l’imposta e la composizione del gettito si sposta a favore dei primi decili e a sfavore degli ultimi.

LE SECONDE CASE

La situazione cambia per le seconde case. Il sistema attuale prevede l’Ici con un’aliquota media del 6,1 per mille e l’imposizione in sede Irpef delle rendite catastali degli immobili non locati (per quelli locati, il reddito è dato dall’affitto). Il nuovo sistema prevede invece solo l’Imu, alle aliquote e basi imponibili maggiorate ricordate in precedenza. Ne segue che per gli immobili diversi dall’abitazione principale, il carico fiscale dell’Imu è circa il doppio dell’attuale Ici. Tuttavia, se si combina l’aumento dell’Imu con l’esenzione dall’Irpef, è facile mostrare che rispetto alla normativa attuale, dal 2012 l’imposta complessiva aumenta di più per un contribuente con reddito basso e di meno per un contribuente con reddito elevato. Il risultato è dovuto tutto all’impatto della riforma in sede Irpef: le rendite scontano un’aliquota marginale elevata per un contribuente ricco e una più contenuta per un contribuente con reddito basso (si veda la tabella 3).
Dal nostro modello, risulta anche che circa un quarto delle famiglie italiane siano proprietarie di almeno un immobile a uso abitativo diverso dall’abitazione principale. Come ci si può attendere, sono i decili più alti a possedere più seconde case (si veda la tabella 4); circa la metà delle famiglie più ricche sono proprietarie di almeno una seconda casa. Comunque, anche il 16,5 per cento delle famiglie più povere (al decile più basso) possiede una seconda casa, non è chiaro se per qualche ragione storica dovuta a comportamenti passati (per esempio, una famiglia di pensionati con bassi redditi attuali, ma con ampi risparmi passati investiti in immobili) oppure di nuovo per la presenza di sottodichiarazione dei redditi (compresi i redditi in “nero” degli affitti). L’incremento dell’imposizione sulle seconde case non locate dovuta al passaggio da Ici a Imu, circa 2,2 miliardi di euro nelle nostre stime, cade dunque in misura più che proporzionale sui decili di reddito più elevati; gli ultimi due decili pagano infatti quasi metà della variazione di gettito. Tuttavia, questi sono anche i decili per cui lo sconto Irpef è più elevato.

TUTTE LE ABITAZIONI

La tabella 5 riassume gli effetti complessivi della manovra confrontando la distribuzione del gettito tra il sistema 2007 (Ici su prime e seconde case e Irpef sulle rendite degli immobili non locati), il sistema attuale, quello previsto dal decreto (l’Imu) e uno scenario ipotetico nel quale si elimina l’esenzione Irpef per le seconde case. Gli scenari non sono a parità di gettito: il gettito del 2007 è pari a 6,3 miliardi di euro, quello attuale a 3,3, quello futuro a 7,4, quello ipotetico a 8,5. Con l’attuale sistema (Ici solo sulle seconde case e Irpef sulle rendite catastali), il 36 per cento del gettito totale è pagato dall’ultimo decile; con quello previsto dal decreto, (Imu su entrambe le tipologie di abitazioni e esenzione Irpef), le cose peggiorano dal punto di vista distributivo, con l’ultimo decile che si fa carico “solo” del 32 per cento del gettito complessivo. Se infine le rendite catastali sulle seconde case fossero soggette di nuovo a tassazione Irpef, l’effetto distributivo migliorerebbe di nuovo, oltre ad aumentare il gettito.
Riassumendo, mentre l’Imu sull’abitazione di residenza ha effetti distributivi meno negativi rispetto all’Ici 2007, l’introduzione della nuova imposta sulle seconde case ha effetti negativi. Questo tuttavia è interamente dovuto all’eliminazione delle rendite catastali dall’Irpef. Bisognerebbe dunque chiedersi se la scelta del legislatore, dovuta al precedente governo, sia sensata e debba essere mantenuta. Eliminare le rendite catastali dall’Irpef, assieme alla cedolare secca sui canoni di locazione già introdotta, ha infatti l’effetto di erodere ancor di più la base imponibile dell’imposta sul reddito, rendendola sempre più simile a un’imposta sui soli redditi da lavoro e pensioni, un’evoluzione sulla cui desiderabilità, passata l’emergenza, si dovrebbe riflettere seriamente. Infine, la diffusa presenza di evasione rende difficile ogni confronto distributivo; in particolare, è ben possibile che per lo meno per certe tipologie di redditi, i “poveri” siano in realtà gli evasori e dunque che l’effetto perverso segnalato sopra abbia almeno la conseguenza di non far pagare i soliti noti, cioè i possessori di redditi da lavoro dipendente e assimilati.

(1) Il Global Wealth Report del Credit Suisse stima per l’Italia una ricchezza mediana pari nel 2010 a oltre 115mila dollari per adulto, contro i 78mila del Regno Unito e i 66mila della Francia o i 47mila degli Stati Uniti
(2) L’indice di Gini per la distribuzione della ricchezza è 0,61 in Italia, contro 0,66 nel Regno Unito e più di 0,80 in Svezia e negli Stati Uniti. Si veda Sierminska E., A. Brandolini and T. M. Smeeding (2008), “Comparing Wealth Distribution Across Rich Countries: First Results From the Luxembourg Wealth Study”, in Household wealth in Italy, Banca d’Italia.
(3) Si veda Pellegrino S., Piacenza M., Turati G. (2010), “Developing a static microsimulation model for the analysis of housing taxation in Italy”, International Journal of Microsimulation.
(4) I decili suddividono la popolazione in 10 gruppi di uguale numerosità, dopo che i redditi sono stati ordinati in ordine crescente; per individuare i decili si è usato il reddito lordo equivalente. Il reddito lordo è dato dalla somma del reddito complessivo ai fini Irpef, degli assegni familiari, dei redditi esenti, dei redditi soggetti a tassazione separata e i redditi provenienti da attività finanziarie. Il reddito lordo così ottenuto è stato diviso per la scala di equivalenza, al fine di rendere confrontabili famiglie con diversa numerosità e composizione. Considerando i valori monetari, il primo decile contiene le famiglie con reddito lordo minore di circa 12.500 euro, il secondo famiglie con reddito minore di 16.700, il terzo famiglie con reddito minore di 19.500, e così via; l’ultimo decile contiene famiglie con reddito superiore a 62 mila euro.
(5) È opportuno ricordare che il confronto tra i redditi dichiarati al fisco e i dati originali contenuti nell’indagine Banca d’Italia suggerisce che circa la metà dei redditi di professionisti e lavoratori autonomi sfugga al fisco.

per le tabelle clicca qui

www.lavoce.info

Manovra, Bersani incontra i sindacati Le sigle compatte: "Cambiare subito", da la stampa.it

Il no alla manovra correttiva compatta i sindacati che ieri sono scesi in piazza per la prima volta tutti insieme (Cgil, Cisl, Uil e Ugl) per chiedere al Governo cambiamenti in particolare sulle pensioni e sull’Ici. Lo sciopero di tre ore proclamato per oggi per il settore privato ha avuto secondo i sindacati buone adesioni, ma iniziative ancora più forti potrebbero essere messe in campo qualora il Governo decidesse di tirare dritto e di non fare modifiche a un provvedimento che, come ha sintetizzato il leader della Cgil, Susanna Camusso «fa male al Paese e ai lavoratori».

Questa mattina saranno presentati gli emendamenti dei relatori alla manovra mentre alle 14.00 è previsto un incontro dei sindacati con il segretario del Pd, Pierluigi Bersani. Ieri migliaia di lavoratori hanno manifestato davanti alle prefetture in 100 città e per lunedì prossimo è confermato lo sciopero di otto ore dei lavoratori del pubblico impiego e disagi potrebbero esserci soprattutto nel settore della sanità e della scuola.

Cgil, Cisl e Uil hanno ribadito al Governo la richiesta di rivedere le norme sul blocco della rivalutazione delle pensioni superiori ai 935 euro e sulla reintroduzione dell’Ici sulla prima casa. «La manovra fa male al lavoro, ma fa male anche al Paese – ha detto Camusso nel suo intervento al presidio a Roma di fronte a Montecitorio tra le bandiere di Cgil, Cisl, Uil e Ugl – non vediamo equità nè crescita. E anche il rigore non ci piace perchè è solo sui redditi più bassi e non su chi non ha mai pagato». «Non daremo tregua al Governo fino all’ultimo – ha incalzato il numero uno della Cisl, Raffaele Bonanni – e anche dopo. La manovra così come è strutturata è iniqua e squilibrata a danno di lavoratori e pensionati. Questo provvedimento istiga alla ribellione».

«La manovra correttiva dovrebbe salvare l’Italia – ha detto il leader Uil, Luigi Angeletti – ma anche gli italiani che invece hanno avuto qualche colpo dal provvedimento piuttosto che prospettive di salvezza. Rischia di aumentare la disoccupazione e questo rischia di condurci a una nuova manovra». «Se il Governo non ci ascolterà – ha avvertito il numero uno dell’Ugl, Giovanni Centrella – siamo pronti a uno sciopero generale di un’intera giornata e a una manifestazione a Roma».

da www.lastampa.it

Alleanze, Bossi "congela" Berlusconi "Sta coi comunisti, ognuno a casa sua", da repubblica.it

Ma in prospettiva il leader del Carroccio non chiude al Pdl: “Dipenderà da noi, ora è il momento di aspettare”. Duro il giudizio sul governo Monti: “E’ cattivo, tocca pensioni e vecchietti. E la manovra divide chi l’ha fatta”. Affondo del Senatùr anche sull’euro: “Quando finirà, la Padania si farà la sua moneta. Tornare alla lira? Per mantenere tutti questi farabutti?” Un asse Bossi-Berlusconi “adesso non c’è, ognuno sta a casa sua”, anche perché Berlusconi “sta con i comunisti, è con il governo”. Lo assicura il leader leghista a margine di un convegno sulla sanità alla sede della Regione Lombardia. Bossi spiega anche che il suo incontro con Berlusconi, annunciato dall’ex premier e poi sfumato, “è stato sospeso, perché non sono i tempi per farlo, sono tempi per aspettare”. A chi gli chiedeva se a questo punto Giulio Tremonti resterà nel Pdl o entrerà nella Lega, Bossi risponde: “Dipenderà da noi. Io ritengo che sia un uomo valido, oltre che mio amico”. E rivela che l’ex ministro dell’Economia “è in carrozzella, perché si è rotto una gamba”.

Quanto al futuro dell’alleanza, “dipenderà da noi – sostiene Bossi – adesso l’asse con Berlusconi non c’e, ognuno a casa sua. Berlusconi sta con i comunisti in questo governo, questi non sono tempi di alleanze ma è il momento di aspettare”. Un governo, l’esecutivo di Mario Monti, la cui manovra economica “porterà casini”, è ancora il giudizio del leader della Lega, soprattutto perché “chi l’ha fatta è cattivo, perché tocca le pensioni e i vecchietti”, una legge di bilancio che “divide già chi l’ha fatta”.

Per Bossi, un governo simile, sostenuto da Berlusconi e dai “comunisti, “andrà a picco e va bene… Lo ha messo
in piedi il Presidente della Repubblica che dovrà prendersi la responsabilità di aver sciolto un governo legittimamente eletto. Questo commissario di origine europea e bancaria ha fatto un governo dei banchieri. Ha perso l’Italia e ha vinto la Padania”.

E se la Padania ha vinto, “la Padania si farà la sua moneta, mica può continuare a mantenere tutti questi farabutti” annuncia il Senatùr, commentando l’andamento dell’euro, oggi ai minimi storici. “La Padania non tornerà più alla lira. Tornare alla lira per cosa? Per continuare a mantenere questi furfanti? Ha vinto la Padania – rincara Bossi -, l’Italia ha perso e ora in Europa nessuno vuole mettere i soldi in un fondo salva stati. I tedeschi giustamente non vogliono pagare i debiti dell’Italia e della Grecia, quindi non se ne farà niente. Non esiste un fondo che possa salvare gli stati. Una volta finito l’euro, la Padania si farà la sua moneta”.

Infine, Bossi affronta il caso del momento: i tagli ai costi della politica. “Entro certi limiti si può fare” ammette il leader del Carroccio sull’ipotesi di procedere a un taglio dei vitalizi di deputati e senatori, ma poi aggiunge: “Tagliare i costi della politica va bene, ma bisogna fare le cose serie”.

www.repubblica.it

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Bossi: «Berlusconi sta con i comunisti», di Alessandro Sala

Il leader del Carroccio: «Non c’è alcun asse con il Pdl che sostiene questo governo, non sono tempi di alleanze».
L’idillio è finito, almeno per il momento. E riallacciare i rapporti di un tempo dipenderà esclusivamente dalla Lega. Anche perché Berlusconi ha deciso di sostenere il governo di unità nazionale. E, di conseguenza, «sta con i comunisti». A dirlo è colui che fino a poche settimane fa era considerato l’alleato numero uno del Cavaliere, il più fedele ed affidabile di tutti, Umberto Bossi, che a margine di un convegno a Milano si è espresso in termini fortemente critici sul futuro dell’alleanza tra il Carroccio e il Pdl. «Dipenderà da noi – ha puntualizzato il leader dei Lumbard -. Adesso l’asse con Berlusconi non c’e, ognuno a casa sua. Berlusconi sta con i comunisti in questo governo, questi non sono tempi di alleanze». E ha poi aggiunto che il suo incontro con il Cavaliere, annunciato dall’ex premier e poi sfumato, «è stato sospeso, perchè non sono i tempi per farlo, sono tempi per aspettare».

«GOVERNO DI CATTIVI» – La Lega è sempre stata contraria all’operazione Monti e di questi tempi ogni occasione è buona per ribadirlo. Anzi, Bossi ne fa una questione di merito e di orgoglio: «Il governo andrà a picco e va bene – ha profetizzato -. Lo ha messo in piedi il Presidente della Repubblica che dovrà prendersi la responsabilità di aver sciolto un governo legittimamente eletto. Questo commissario di origine europea e bancaria ha fatto un governo dei banchieri». Un governo, ha sottolineato il Senatùr, autore di una manovra che «divide già chi l’ha fatta e porterà casini. E comunque chi l’ha fatta è cattivo, perchè tocca le pensioni, i vecchietti».

LA MONETA PADANA - Bossi si è poi detto certo che l’euro è «kaputt» e che «la guerra l’ha persa l’Italia e l’ha vinta la Padania. Il resto sono tutte cazzate». «Adesso l’Europa c’è – ha commentato il capo leghista – perché sostengono che vogliono fare un fondo per sostenere gli Stati. Solo che nessuno vuole metterci i soldi. E quindi non se ne farà niente». Secondo Bossi, «non esiste un fondo che possa salvare gli Stati. I tedeschi giustamente non vogliono pagare i debiti degli italiani e dei greci. Cambia tutto». Ma senza l’euro che succede? Il fondatore della Lega non ha dubbi: non tornerà la vecchia lira, ma «la Padania si farà la sua moneta, mica può continuare a mantenere tutti questi farabutti».

IL CASO TREMONTI – Bossi ha parlato anche dell’ex ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, da sempre considerato il più leghista tra gli esponenti del Pdl. «È una brava persona – ha detto il Senatùr – e verrà da noi». Quasi in contemporanea è arrivata la replica di Antonio Martino, ex ministro e berlusconiano della prima ora, dai microfoni di Radio 24: «L’unica cosa positiva in questa situazione di assenza di democrazia è che abbiamo solo un Monti. Ci siamo liberati di Tremonti, fuori dalle scatole. Potrebbe sempre tornare, certo. Però come ambasciatore di Bossi in Germania. Magari rappresentante della fantomatica e inesistente Padania».

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"Perché ero con i sindacati", di Cesare Damiano

Ho partecipato con un gruppo di parlamentari del Partito democratico al presidio in piazza Montecitorio indetto da Cgil, Cisl, Uil e Ugl per protestare contro la manovra. Ho ascoltato gli interventi dei segretari generali del sindacato che richiedevano maggiore equità.
Su questa traiettoria abbiamo sentito una forte convergenza con il tentativo che il Pd sta portando avanti nelle commissioni bilancio e finanze per correggere alcuni punti della manovra al fine di renderla socialmente più accettabile.
Siamo andati ad ascoltare e a portare le nostre opinioni, laddove ci sono state richieste dai lavoratori e dai pensionati, e per spiegare in che cosa consista il nostro tentativo, con gli emendamenti, di collegare il rigore alla crescita e all’equità.
Del resto, la scorsa settimana abbiamo raggiunto un’importante intesa tra Pd, Pdl e Terzo polo in commissione lavoro della camera, quando abbiamo sottoscritto un parere sulla manovra che richiedeva unitariamente alcuni interventi di cambiamento.
Il primo, con la richiesta di indicizzazione delle pensioni fino a tre volte il minimo, cioè 1.440 euro mensili lordi. Il secondo, con la richiesta di una graduale correzione della scelta del governo di eliminare in un solo colpo le cosiddette “quote” che consentivano l’accesso alla pensione.
In sostanza, con le vecchie norme, un lavoratore che nel 2012 compie 60 anni di età e ne ha totalizzato 36 di contributi (quota 96), sarebbe andato in pensione. Adesso dovrà aspettare altri 6 anni: il doppio di quanto previsto dal tanto vituperato “scalone Maroni”.
Il terzo punto è relativo alla richiesta di cancellazione delle penalizzazioni del 2% all’anno sull’assegno pensionistico a carico di quei lavoratori che vanno in pensione con i 42 anni di contributi, nel caso in cui non abbiano ancora compiuto i 62 anni di età. Un carico ingiusto sulle spalle di chi, avendo cominciato a lavorare in un’età compresa tra i 15 e i 19 anni, ha svolto prevalentemente lavori manuali e che, dal momento in cui andrà in pensione, avrà un’aspettativa di vita di 6 anni inferiore a quella di un professore universitario. Infine, abbiamo affrontato il tema dei lavoratori in mobilità.
A mio avviso, va abolito il tetto dei 50mila e inclusi coloro che hanno stipulato accordi di mobilità anche dopo la data del 31 ottobre scorso e coloro che, pur non avendo un accordo perché inseriti in un’azienda di piccola dimensione, si sono licenziati nella previsione di andare in pensione, con le vecchie regole, nell’arco di 1 o 2 anni. Costoro non possono rimanere in sospeso: senza stipendio, indennità o pensione per 5 o 6 anni. Come si vede si tratta di interventi di giustizia sociale, misurati e selezionati, che consentono l’invarianza dei saldi della manovra attraverso un semplice spostamento dei prelievi dalle pensioni verso i patrimoni.
Va rilevato il fatto che la manovra del governo Monti ha avuto come primo effetto quello del ricompattamento, a mio avviso positivo, del sindacato. Per la prima volta abbiamo visto manifestazioni, con la presenza dei leaders delle quattro principali confederazioni, muoversi su una piattaforma sostanzialmente unitaria. Quel che è chiaro è che il governo dovrà ascoltare con attenzione due voci autorevoli: quella dei partiti che sostengono l’esecutivo e quella delle parti sociali che reclamano un’azione di concertazione. Voci che all’unisono chiedono maggiore equità, senza disconoscere l’esigenza del rigore, perché tutti ci rendiamo perfettamente conto che la barca sta affondando.
Sarà importante verificare come questo primo atto si concluderà dal punto di vista dei contenuti e della capacità di raccogliere le richieste fondamentali di cambiamento.
Ad essa dovrà collegarsi il secondo tempo, quello dedicato al tema del mercato del lavoro. Il governo ha annunciato che su di esso si svolgerà un ampio confronto con le parti sociali, e questo è positivo. Bisogna però sapere che ammortizzatori sociali capaci di tutelare efficacemente i lavoratori nell’attuale momento di crisi richiedono risorse importanti che, ci auguriamo, il governo abbia già provveduto a mettere da parte. Del resto, la situazione italiana è sempre stata criticata per un eccessivo squilibrio del sistema a vantaggio delle pensioni e a scapito dello stato sociale.
Poiché la previdenza ha abbondantemente saldato i suoi conti con le scelte di questo governo e di quello precedente, si tratta ora di andare verso un riequilibrio a favore del welfare. Al contrario, una riforma debole e magari accompagnata dalla modifica in senso restrittivo dell’articolo 18, anche con l’introduzione della clausola della licenziabilità per motivi economici, sancirebbe una conclusione della manovra per il risanamento del bilancio tutta a carico del mondo del lavoro e dei pensionati. Una logica per noi difficile da accettare.

da Europa Quotidiano 13.12.11

"Lavoro, la crisi pesa di più sui giovani italiani", di Alessandra Coppola

Aumenta la disoccupazione tra le nuove generazioni di casa nostra. E sempre più stranieri lasciano l’Italia. Contrordine: a pagare le conseguenze della crisi non sono i lavoratori immigrati, ma i giovani italiani. Si legge nelle pagine del nuovo rapporto della Fondazione Ismu: l’andamento dell’occupazione complessiva nel nostro Paese nel confronto tra il primo trimestre del 2010 e l’inizio del 2011 ha fatto registrare un aumento di 116 mila unità. «Un risultato positivo ottenuto solo grazie alla componente immigrata», scrivono i ricercatori, cresciuta in un anno del 14 per cento (275 mila in più). Una resistenza alla recessione che è merito soprattutto delle donne, «concentrate nei servizi domestici e di assistenza meno legati agli andamenti ciclici dell’economia».

ITALIANI SENZA LAVORO – Va male invece per gli italiani, soprattutto nelle fasce di età più basse: 160 mila posti in meno nello stesso arco di tempo preso in esame. Tra questi, annota Laura Zanfrini che per l’Ismu ha seguito la ricerca sul lavoro, «sono i giovani a rappresentare le principali vittime», e sono per la prima volta i giovani (due su tre) a considerare l’immigrazione un problema.

NUOVO EQUILIBRIO – I due fenomeni non sono legati: per esser chiari, gli stranieri (ancora soprattutto manodopera non qualificata) non occupano i posti dei ragazzi italiani (con aspettative più «alte» di impiego). Ma sono il risultato, certo, di un andamento complessivo: «In base ai dati del rapporto — scrive ancora la ricercatrice — trova credito l’ipotesi che il mercato del lavoro italiano stia cercando un nuovo equilibrio, ampliando il ricorso a una manodopera straniera a bassa retribuzione, rinunciando a investire sulle giovani generazioni, con effetti preoccupanti per le prospettive di fuoriuscita dalla crisi».

STRANIERI IN FUGA – Nel complesso, però, i nuovi conteggi ribadiscono e accentuano la caduta verticale nella crescita della presenza straniera in Italia: solo 70 mila in più rispetto al primo gennaio 2010 (il totale arriva a 5,4 milioni, irregolari inclusi). Significa che arrivano meno immigrati e sempre di più vanno altrove o rientrano in patria. E questo sì è effetto della crisi. Sulla base dei nuovi dati, il direttore generale dell’Immigrazione e delle Politiche d’integrazione del ministero del Lavoro, Natale Forlani, ha confermato (era già nell’aria e circolavano i primi studi) che il governo si sta orientando per non varare un nuovo decreto flussi nel 2012: «Potrebbe non essere necessario — dice — si possono soddisfare le esigenze del mondo del lavoro con i 300 mila stranieri disoccupati già presenti in Italia e i 40 mila figli di immigrati in cerca di prima occupazione». Il tasso di disoccupazione tra gli stranieri (12,1%) resta comunque più alto di quello che si registra tra gli italiani (8,2%).

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