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La premialità paga se c'è consenso", di Giovanni Scancarello

La premialità paga solo se condivisa e fatta a regola d’arte. Parola di Barbara Ischinger direttore education dell’Ocse, intervenuta al convegno sulla valutazione dei docenti svoltosi al CNR di Roma lo scorso 7 dicembre, alla presenza del neo ministro dell’istruzione Francesco Profumo. Tutti d’accordo sulla necessità di valutare i docenti.

Ma quando si entra nel vivo della premialità, non sembrano tutte rose e fiori. Il nodo è quello della premialità dei docenti calcolata sulla base della loro reputazione, come previsto dal progetto Valorizza dell’associazione Treellle. Il nostro, va ricordato, è un sistema scolastico che deve fare i conti con uno stato giuridico dei docenti pensato a garanzia delle finalità democratiche perseguite dalla Costituzione. I docenti sono intestatari di potestà autoritative che si esprimono attraverso l’adozione di comportamenti e atti che vanno dalla didattica alla valutazione degli studenti, la quale, in ultima istanza, risulta espressa collegialmente negli scrutini come previsto dal Regio decreto 653 del 1925. Ma come si concilia l’idea oligarchica dell’eccellenza con quella dell’esercizio di funzioni pubbliche a garanzia del buon andamento e dell’imparzialità dell’azione amministrativa, alcune delle quali addirittura collegialmente adottate? In ultima istanza, infatti, la scuola eroga titoli di studio aventi valore legale (e la querelle sulla validità dei titoli degli Its per l’accesso agli albi professionali dimostra quanto sia delicata la questione). Il valore dei docenti va calcolato, allora, sulla base dell’ineccepibilità dei procedimenti attuati nell’esercizio delle loro pubbliche funzioni, che resta non a caso reclutato attraverso pubblici concorsi. Ma «i docenti eccellenti sono pochi per definizione», afferma Luisa Ribolzi dell’Anvur, per cui è possibile riconoscerli sulla base della loro reputazione. A questo punto viene spontaneo chiedersi se non sia rischioso trasmettere l’idea che in un collegio dei docenti quelli meritevoli siano solo una minoranza, ratificata dal gradimento espresso da colleghi, alunni e genitori. Di questo passo chissà se interpretando altrettanto estensivamente il principio della corresponsabilità educativa, sancita dal dpr 235 del 2007, a qualcuno non venga in mente di valutare anche i genitori. E poi, si chiedono nelle scuole, perché non si è deciso di lavorare sugli strumenti di carriera organizzativa già a disposizione? Giusto per fare un esempio, le funzioni strumentali al piano dell’offerta formativa. Se lo chiede la stessa Banca d’Italia, con Paolo Sestito: è proprio indispensabile puntare al merito attraverso la reputazione e rischiare così la tenuta cooperativa delle scuole? «O non sarà il caso di puntare alla condivisione di un’unità di misura del valore aggiunto», che la scuola deve invece garantire all’utente? Essa incide infatti sul 20% delle conoscenze degli studenti, è lo stesso ministro Profumo a sottolinearlo: «É in quel 20% che dobbiamo fare la differenza». Forse sarà allora più utile ragionare, come fanno ad esempio negli Stati Uniti, sugli indicatori di performance organizzativa della scuola nel suo complesso. Giovanni Biondi, capodipartimento dell’istruzione, annuncia il varo di un osservatorio sulla tenuta di asset come l’inclusione, l’orientamento, il recupero, il potenziamento, la valutazione. Le scuole che non chiuderanno in positivo su queste dimensioni saranno messe sotto osservazione e se non correggeranno il tiro, entro due anni, verrebbero accorpate alle migliori. Questo allora il modo per affrontare la sfida della valutazione dei docenti? In ogni caso, che il dado sia tratto è fuori discussione. Ma è altrettanto indubbio che non possiamo permetterci errori, come accaduto già in passato. Il concorsaccio dei tempi di Berlinguer insegna.

da ItaliaOggi 13.12.11

"Ultima notte di ritocchi, arrivano alla Camera le modifiche su pensioni, Imu e liberalizzazioni", da corriere.it

Slittano dal 2012 al 2013 alcune norme sulle liberalizzazioni, tranne quella sulle farmacie. Questa è una delle novità contenute nel pacchetto degli emendamenti già presentato dal relatore. Ma l’attenzione è rivolta a questa mattina, con l’arrivo alla Camera dei nuovi emendamenti, che contengono le modifiche sulla perequazione delle pensioni, l’Imu «ammorbidita» in relazione a redditi e carichi familiari, le Province e forse i tagli ai parlamentari. I relatori nelle Commissioni Bilancio e Finanze e il governo, dopo una giornata d’attesa, rinfocolata anche dalle dichiarazioni del ministro del Lavoro Elsa Fornero («Le novità sulle pensioni stanno arrivando») si sono presi una nottata di riflessione e di lavoro per mettere a punto le proposte e depositarle entro le 8,30 alle Commissioni.

LIBERALIZZAZIONI RINVIATE – Ma intanto, tra gli emendamenti del relatore, spunta il rinvio al 2013 di alcune liberalizzazioni: esclusa quella tanto discussa delle farmacie, slittano di un anno quelle relative, ad esempio, alle licenze (fra cui quella dei taxi); l’imposizione di distanze minime per l’apertura di esercizi e il divieto di aprirli in più sedi; la limitazione dell’esercizio di una attività economica ad alcune categorie o il divieto, nei confronti di alcune categorie, di commercializzazione di alcuni prodotti. Un aiuto arriva però per le aziende in crisi: via libera ad un emendamento che allunga di 72 mesi la possibilità di pagare le rate a Equitalia.

L’ITER IN AULA – Il calendario è serrato: esame dei provvedimenti accantonati e dei sub-emendamenti fino alle 14, ora intorno alla quale è atteso in aula il premier, Mario Monti. Poi l’ok arriverebbe per le 16 per consegnare la manovra e le modifiche all’aula di Montecitorio per mercoledì alle 10. Il via libera della Camera arriverebbe così in settimana (con probabile fiducia) per consegnare poi la manovra al Senato da lunedì prossimo per la conversione definitiva a ridosso di Natale.

LA PEREQUAZIONE DELLE PENSIONI – Sulle pensioni, al di là delle diverse ipotesi circolate, non è ancora noto quale è l’orientamento del governo: si parla di un intervento di perequazione dell’assegno al 70% per le pensioni tra 1.200 e 1.400 euro e lo stop alla rivalutazione per quello oltre i 1.400. Ma l’intervento sarebbe oneroso e sarebbe assai complicato coprire la novità con un raddoppio dell’una tantum dell’1,5% sui capitali scudati. Nè si ricorrerebbe alle aste tv. Il governo starebbe così ipotizzando una copertura multipla recuperando piccole cifra da diversi interventi. Anche per questo si starebbero allungando i tempi per la presentazione della misura.

LE ALTRE MODIFICHE – Intanto alcune modifiche, molte di natura fiscale, passano il vaglio: un emendamento della Lega porta a 1.000 euro il limite per il pagamento cash risolvendo così il problema dei pensionati che viceversa sarebbero stati costretti a dotarsi di carta elettronica. E sempre sui pagamenti un altro emendamento, sempre del Carroccio, porta ad un massimo dell’1,5% la commissione che le banche possono chiedere ai commercianti in caso di pagamento elettronico. Si modifica la norma sul massimo scoperto e si affida direttamente al proprietario (e non ad Equitalia) la vendita degli immobili su cui grava un’ipoteca. L’incasso va ad Equitalia che storna la parte maggiore rispetto al debito allo stesso proprietario. Aiuti arrivano anche per le aziende in crisi di liquidità che potranno contare su un’ulteriore proroga di 72 mesi per i pagamenti a Equitalia. Infine non passa la dicitura «quoziente familiare» nella definizione della nuova Isee previsto nella manovra, ma l’indicatore terrà comunque conto dei figli, specie dal terzo in poi e delle persone disabili presenti in famiglia.
LE PARTI SOCIALI – I sindacati per ora si mostrano cauti: il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, apprezza le dichiarazioni del ministro del Lavoro, Elsa Fornero, sulle possibili modifiche del blocco delle indicizzazioni delle pensioni oltre due volte il minimo. «Quando avremo le modifiche, le apprezzeremo. Speriamo siano congrue. Chiediamo però ci sia anche la modifica sull’Ici sulla prima casa». Il leader della Cgil, Susanna Camusso, torna a puntualizzare che sui patrimoni non c’è stata certo la stessa attenzione che sulle pensioni e l’Ici, e il numero uno della Uil, Luigi Angeletti, sottolinea più genericamente: «oltre all’Italia bisogna salvare gli italiani». La presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, non entra nel merito, incita a fare presto, ma sottolinea ai sindacati in sciopero: «bisogna tener conto che qui o ci salviamo tutti o non si salva nessuno». (con fonte Ansa)

www.corriere.it

"Continua il pressing sindacale", di Giuseppe Cordasco

Dopo sei anni i sindacati confederali ieri hanno convocato insieme uno sciopero generale ritrovando unità d’intenti per chiedere con forza a Monti e alle forze politiche di cambiare una manovra considerata iniqua.
C’è soddisfazione, controllata, ma soddisfazione negli ambienti sindacali circa la riuscita dello sciopero generale di tre ore indetto ieri nel settore privato.
In realtà nessuno ha ancora in mano i dati ufficiali sulle adesioni e al momento della chiusura di questo articolo nessun dirigente se la sente di fare qualche previsione. «Sennò poi dicono che spariamo numeri, meglio aspettare» chiosa Vincenzo Scudiere, segretario confederale della Cgil, parlando al Riformista.
L’impressione diffusa è che i lavoratori abbiano deciso di aderire compattamente alla protesta e questo nonostante il duro periodo che stiamo vivendo. «È il segno che non stiamo scherzando – dice Scudiere -, visto che tre ore di sciopero in un momento di crisi come quello attuale sono un grande sacrificio per tanti nostri iscritti».
Tante le iniziative che si sono svolte sul territorio con manifestazioni davanti alle prefetture e in altre zone simboliche delle città. A Roma è continuato il presidio davanti a Montecitorio di Cgil, Cisl e Uil che dura ormai da qualche giorno e che proseguirà fino all’approvazione della manovra. Ieri a parlare in occasione dello sciopero sono venuti tutti e tre i leader confederali, Susanna Camusso, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti, che hanno ribadito l’intenzione di continuare con la protesta fino a quando non si otterranno significativi cambiamenti alla manovra. È stata quella di ieri una giornata di mobilitazione a cui ne seguiranno altre già concordate, a cominciare da quella di lunedì 19 dicembre quando a fermarsi per otto ore saranno tutti i dipendenti della pubblica amministrazione. «La protesta – spiega al Riformista Paolo Pirani, segretario confederale della Uil – continuerà ad essere adeguata alla gravità della situazione, che ci presenta una manovra palesemente iniqua. Oltre allo sciopero generale dei dipendenti pubblici, in programma c’è anche un incontro con tutti i capigruppo dei partiti presenti in Parlamento. In questo senso abbiamo inviato una richiesta scritta e attendiamo risposte». E intanto un primo segnale di dialogo dal fronte politico è già arrivato, con il leader del Pd Pierluigi Bersani che ha annunciato di voler incontrare oggi le forze sindacali. «Noi contiamo infatti molto sul fatto che la nostra protesta – afferma Vincenzo Scudiere della Cgil – possa scuotere non solo il governo, ma anche i parlamentari che dovranno poi materialmente votare la manovra. I partiti non possono non sentire il messaggio di condanna che arriva dal fronte sociale su determinate misure ritenute inaccettabili. I tecnici vanno bene, ma in certi momenti ci vuole la mediazione politica».
Mediazione che in questi giorni pare sia decisamente mancata, portando il sindacato unito alla scelta dello sciopero, un evento che si ripete dopo sei anni. «L’ultimo, se ricordo bene – fa notare Scudiere – fu in occasione di una finanziaria del governo Berlusconi». Una scelta considerata estrema, dopo la quale è difficile immaginare cosa accadrà nel caso il governo dovesse proseguire per la propria strada. «Intanto continueremo le proteste davanti al Parlamento – dice ancora Scudiere – poi si vedrà. Noi contiamo sul fatto di essere ascoltati, anche perché non stiamo solo dicendo dei no, ma stiamo chiedendo delle modifiche ragionate, che potrebbero avvenire a saldo invariato». Sulla stessa lunghezza d’onda è Paolo Pirani. «Io credo che alcune nostre richieste possano essere accettate. D’altronde le prossime ore saranno decisive, e siamo fiduciosi che qualcosa di positivo possa emergere. In caso contrario valuteremo. Di certo però – annuncia il segretario confederale della Uil – non faremo come il sindacato greco, che ha decretato scioperi generali a ripetizione senza ottenere nessun risultato». Parole che appaiono già come un avvertimento a chi volesse imboccare la via di una protesta puramente di piazza. E sono parole su cui riflettere soprattutto in un momento di ritrovata unità, sulla quale però lo stesso Pirani non si fa grandi illusioni per il futuro. «Non mi pare che ci sia una strategia unitaria del sindacato – sottolinea il sindacalista della Uil – e le divisioni sui modelli contrattuali sono lì a dimostrarlo, a cominciare dalla vicenda Fiat. L’unità di queste ore si determina sull’emergenza, ma non vedo un disegno comune per il futuro, anche perché non ne abbiamo mai discusso. E diciamo pure – conclude Pirani – che è stato perlomeno un gesto di buon senso aver evitato la pantomima di scioperi diversificati, perché onestamente sarebbe stato abbastanza ridicolo».

Il Riformista 13.12.11

San Felice sul Panaro (mo) – Elezione del segreario del PD

presso Polisportiva Unione 90 – Sala 1° Piano

ASSEMBLEA ISCRITTI
del Partito Democratico

• Elezione del segretario e degli organi dirigenti del Circolo di San Felice s/P
• Discussione su situazione Politica Nazionale

Interverranno
On. Manuela Ghizzoni – parlamentare Pd
Davide Baruffi – segretario Provinciale Pd

gli iscritti al Partito Democratico possono:

– candidarsi a segretario del circolo
– dare la propria disponibilità ad entrare a far parte del comitato direttivo del circolo
entro venerdì 16 dicembre 2011

"La città dei morti d'amianto divida dai soldi di mister eternit", di Marco Imarisio

I soldi non hanno odore, come l’amianto. «Cerchiamo di essere realisti: rigettare l’offerta senza valutarla sarebbe un atto ingiustificato e irresponsabile da parte del Comune». Il sindaco Giorgio Demezzi parla come un uomo che ha già deciso. Entro Natale la proposta indecente, aggettivo che rappresenta l’unico punto d’intesa tra favorevoli e contrari, verrà accettata. Casale Monferrato, la città dei morti d’amianto diventata simbolo in tutto il mondo di una tragedia industriale e irreversibile, accetterà la bozza d’intesa spedita poche settimane fa dai legali di Stephan Schmidheiny. Il miliardario svizzero con residenza in Costarica, principale imputato del processo Eternit, offre una cifra compresa tra i 18 e i 20 milioni di euro in cambio della revoca della costituzione di parte civile del Comune.

POLVERINO MICIDIALE – L’oscillazione della cifra dipende dal testo finale del documento. La prima bozza prevedeva la definizione di «filantropo» accanto al nome dell’imprenditore proprietario dell’azienda che per quasi un secolo ha diffuso il micidiale polverino d’amianto, unica causa del mesotelioma, l’incurabile tumore della pleura che a Casale ha causato 1.700 morti e andrà avanti ancora per vent’anni almeno. Perché l’amianto non smette mai di uccidere, nel 2011 solo a Casale sono stati diagnosticati altri 47 mesoteliomi. I legali del Comune monferrino stanno studiando una via d’uscita a questo bacio della pantofola. Cercano l’intesa su un nuovo documento che salvi l’apparenza facendo pervenire l’offerta del denaro non da una persona fisica, ma dalla Becon AG, una delle tante società della famiglia Schmidheiny.

«OSSESSIONATO DA SE STESSO» – «Non è la prima volta che ci prova» racconta Bruno Pesce, il fondatore del Comitato vittime dell’amianto. «Nel 2007 ci aveva convocato nello studio di un legale milanese. Sul tavolo c’erano due enormi vassoi di brioches, e 70 milioni per rinunciare a ogni rivendicazione giudiziaria nei suoi confronti. Non assaggiammo neanche le brioches. Lo svizzero è ossessionato da se stesso. Ma se davvero è un filantropo, perché non propone trattative dopo la sentenza? Capisco che per il Comune la proposta sia allettante. Ma così si buttano via vent’anni di lotta che hanno fatto di questo città un esempio in tutto il mondo». Accanto a lui c’è Romana Blasotti Pavesi, la presidente, carica della quale avrebbe fatto volentieri a meno. L’amianto le ha portato via un marito, una figlia, una sorella, una cugina e un nipote. «Il sindaco è venuto a casa mia – racconta -. Io l’ho guardato e gli ho detto una sola cosa: prima la giustizia, poi i soldi».

PRO E CONTRO – Il dilemma di Casale Monferrato è tutto in queste ultime parole della donna che più di tutti ha sofferto per la polvere che uccide in silenzio. Riccardo Coppo, l’ex sindaco democristiano che nel 1987 mise al bando l’amianto con cinque anni di anticipo sulla legge nazionale, non ha dubbi. «La proposta non è accettabile, perché si configura come merce di scambio. Io ti pago, tu rinunci a rappresentare la tua città e le sue vittime nei gradi successivi del processo. Accettare significa diventare complici». Demezzi, ingegnere elettronico, sindaco Pdl dal 2009, non ci sta a passare per un assetato di denaro. «I familiari e le associazioni delle vittime si fanno sentire di più, ma c’è tanta gente che mi incita a prendere quei soldi. Verranno spesi per il completamento delle bonifiche, per la ricerca sul mesotelioma. Come casalese, padre di tre figli con svariati nipoti, devo pensare anche a questo, senza lasciarmi sommergere dall’enfasi».

REFERENDUM? – Una città lacerata, incerta tra l’uovo di oggi, i soldi dello «svizzero», e la gallina di domani, i risarcimenti che forse arriveranno solo al termine dei tre gradi di giudizio. Divisa tra il rispetto della propria storia e la voglia di mettersela alle spalle, tra il timore del futuro e l’assuefazione data da una strage a bassa intensità che ancora continua. Il consigliere comunale Vincenzo Lumello è una settimana che non dorme, e guardandolo in faccia viene da credergli. «Come uomo non avrei dubbi. Da amministratore, cerco di pensare al bene futuro di Casale». È uno dei principali collaboratori del sindaco, eletto anche lui nelle liste del Pdl. Ma è anche il marito di Graziella, madre dei suoi figli, uccisa dal mesotelioma nel 1993. «Decidere è dura in ogni caso. Credo che sarebbe giusto fare un referendum, sentire tutta la popolazione».

ATTENUANTI – La proposta, indecente o meno che sia, ha una data di scadenza. Il processo che vede imputati il quasi centenario magnate belga Jean Louis De Cartier de Marchienne e Schimidheiny, ultimi proprietari dell’Eternit, è finito. Il pubblico ministero Raffaele Guariniello ha chiesto vent’anni per disastro doloso e continuato. L’ultima udienza si è tenuta lo scorso 21 novembre. La prossima è prevista per il 13 febbraio, il giorno della sentenza. In mezzo a queste due date è arrivata l’offerta.
Gli avvocati dello «svizzero» sono stati chiari, è valida solo se accettata prima del verdetto, perché oltre a una indubbia vittoria d’immagine potrebbe produrre effetti immediati già in primo grado, sulla concessione delle attenuanti generiche e sugli altri risarcimenti. E quindi: tanti, maledetti e subito. Lunedì 12 dicembre il sindaco incontrerà i Comitati per comunicare la sua decisione. «Dirò che bisogna avere il coraggio di andare oltre il dato emotivo e morale». Pecunia non olet , come l’amianto. Come la dignità.

Il Corriere della Sera 12.12.11

"Per tagliare bisogna studiare", di Luca Ricolfi

Ogni volta che un governo prova a tagliare la spesa pubblica – un mostro che ogni anno costa qualcosa come 700 miliardi di euro, più o meno la metà dell’intero prodotto nazionale – le reazioni sono immancabilmente due: la (comprensibile) protesta da parte degli interessi colpiti, e il biasimo nei confronti del governo. Al governo si rimprovera di non essere capace di colpire i «veri» privilegiati, di non essere capace di individuare i «veri» sprechi, di non sapere intervenire sulle «vere» inefficienze. Parti sociali, gruppi di pressione e singoli cittadini più o meno indignati si uniscono in una sacra crociata contro i «tagli lineari», spesso dando ad intendere che, ove i tagli stessi non fossero lineari, coloro che protestano ne sarebbero esenti.

Tutto ciò, è importante sottolinearlo, succede indipendentemente dal colore politico del governo.

Di praticare tagli lineari, indiscriminati e quindi ingiusti, veniva accusato Padoa Schioppa, di tagli lineari veniva accusato Tremonti, di tagli lineari viene ora accusato Monti. I governi cambiano ma i tagli restano sempre lineari. Sembra proprio che nessun governo sia capace di procedere a tagli non lineari, ossia tagli mirati, selettivi, chirurgici. E anche per questo tutte le manovre, che le faccia la sinistra, che le faccia la destra, o che le faccia un governo tecnico, finiscono sempre per puntare più sugli aumenti delle tasse che sui tagli alla spesa.

È un fatto rilevante, perché una correzione di 20 miliardi fatta con 15, con 10, o con 5 miliardi di tasse in più ha effetti profondamente diversi sulla crescita, e quindi sul futuro di un paese. Se gli aumenti di tasse sono eccessivi e/o mal indirizzati, i rischi di recessione aumentano, e la correzione può non bastare. Si deve procedere a un’altra correzione, che a sua volta rischia di rendere ancora più difficile un ritorno alla crescita, in una spirale che può durare anni.

Ma perché è così difficile evitare tagli che sono o appaiono lineari, e quindi ingiusti?

Una ragione che spesso si dimentica è che, nella maggior parte degli ambiti di spesa, e in particolare nella sanità, nella scuola, nella giustizia, nei servizi pubblici locali, per disporre di un piano di tagli «non lineari» e ragionevoli, ci vogliono almeno un paio di anni di studi. Un partito, una forza politica, una coalizione che aspiri a governare un Paese, dovrebbe avere i cassetti pieni di decine e decine di piani operativi, frutto di studi accurati, analitici, dettagliati. Non basta sapere che nell’erogazione di un servizio ci sono 15-20 miliardi di sprechi (è il caso della sanità italiana) ma occorre sapere con estrema precisione dove gli sprechi si annidano: in quali regioni, in quali ospedali, in quali reparti, per quali prestazioni. Quel che occorrerebbe, in altre parole, non è solo una spending review, ossia una ricognizione generale delle inefficienze della Pubblica amministrazione come quella avviata a suo tempo dal governo Prodi (e colpevolmente congelata dal governo Berlusconi), ma una miriade di micro-analisi, una rete di piani di intervento, di progetti di trasformazione, supportati da anni di analisi particolari. Quando la politica «decide» qualcosa – riformare la sanità, dismettere parte del patrimonio pubblico, ridurre gli sprechi di un servizio – dovrebbe avere già i piani operativi pronti, come li hanno gli stati maggiori degli eserciti. Nessun Paese è privo di piani militari di difesa, nessun Paese rinuncia ad aggiornarli costantemente, perché in caso di attacco bisogna essere in grado di reagire subito, non c’è il tempo per riunirsi, studiare, discutere, dibattere, nominare commissioni. Invece le forze politiche, pur sapendo da almeno venti anni quali sono i problemi strutturali dell’Italia, sono del tutto prive di piani operativi (non hanno studiato!), tanto è vero che, quando decidono di intervenire su qualcosa, invariabilmente procedono nominando una commissione «per studiare il problema», come se il problema fosse sorto in quel momento. Ma quella commissione, di nuovo, non avrà tempo per studiare. E così la storia si ripete all’infinito.

Insomma, solo l’emergenza muove la politica, ma proprio la mancanza di piani operativi la rende incapace di fronteggiare efficacemente le emergenze. Così non siamo mai pronti, e rischiamo di perdere la guerra.

La Stampa 12.12.11

"Chiesa e no profit, censire gli immobili", di Marco Causi

Monti anticipa di due anni la nuova imposta municipale (Imu), che i decreti di attuazione del federalismo fiscale avevano fissato nel 2014, e amplifica gli effetti della nuova imposta con l`adeguamento dei valori catastali e l`estensione alle prime case, al netto di una (abbondante) detrazione. L’Imu ingloba la vecchia Ici e l`Irpef sui fabbricati non locati, con un effetto di semplificazione del sistema. L’Imu rappresenta la gamba principale, immobiliare, della «patrimoniale a tre gambe» confezionata dal governo, che si completa con l`imposta di bollo sulle attività finanziarie e con la tassa sui beni di lusso. È una scelta condivisibile, che rimette la struttura del sistema fiscale italiano in linea con quelle dei paesi più avanzati: il peso delle imposte patrimoniali vede l`Italia penultima nelle classifiche Ocse, circa un punto di Pil in meno.
Questa scelta però costringe a ripensare molti meccanismi applicativi che già con la vecchia Ici erano emersi come aree problematiche. E forse il governo, incalzato dall’emergenza, non ha avuto il tempo sufficiente per soffermarsi su questi aspetti. Ad esempio, in che misura “assimilare” all’abitazione principale, con vantaggio di aliquota e detrazione, le abitazioni assegnate a componenti del nucleo familiare: sarebbe bene stringere il criterio ai soli parenti di primo grado e per non più di un`unità immobiliare nel Comune di residenza.
Oppure ancora la questione dei coniugi separati.
L`attenzione dell`opinione pubblica si è concentrata sulle esenzioni ai soggetti “no profit” che non abbiano per oggetto esclusivo o principale attività commerciali e che perseguano un ampio spettro di funzioni di utilità sociale (assistenza, sanità, istruzione, sport, culto, ecc.). Da nessuna parte la questione deve essere affrontata con furore ideologico, e bene ha fatto il cardinale Bagnasco a dire: discutiamone. Da un lato, infatti, il “no profit” è un settore essenziale per il presente e il futuro del nostro welfare. La riduzione della spesa pubblica e la diversificazione dei bisogni sociali rendono indispensabile un “no profit” ampio e variegato in grado di organizzare servizi a costi accessibili e di qualità certificabile. La leva del sussidio fiscale a queste attività è ineludibile.
D`altro lato, Imu e Ici sono imposte reali e il loro utilizzo a fini di sussidio fiscale del “no profit” stride con l`obiettivo stesso del sussidio (che va rivolto al soggetto che organizza servizi più che agli oggetti immobiliari da esso posseduti). Nel caso poi che gli immobili siano destinati ad attività di mercato, l`esenzione distorce la concorrenza e si potrebbe configurare come aiuto di Stato, ai sensi della legislazione comunitaria.
Occorre quindi verificare, anche in vista del prossimo pronunciamento europeo, la possibilità di eliminare questa distorsione, compensando con leve fiscali soggettive (ad esempio, benefici Iva per gli acquisti di prodotti intermedi, innalzamento delle soglie di deducibilità e detraibilità dei contributi versati, ecc.). Intanto c`è un primo passo da fare: censire il patrimonio nella disponibilità dei soggetti esenti.
I quali, appunto poiché esenti, non sempre hanno compilato le dichiarazioni ai fini Ici.
Approfittando del varo dell`Imu si potrebbe introdurre l`obbligo di dichiarazione anche per i soggetti esenti, dando poi sei mesi di tempo per redigere tali dichiarazioni e per costruire l`anagrafe di questo patrimonio.
Un`operazione di verità e di trasparenza che, fra l`altro, contribuirebbe a svelenire una discussione di cui nessuno conosce, in realtà, i dati fattuali.

L’Unità 12.12.11