Latest Posts

"Dal 2012 tutta la Fiat «modello Pomigliano». Soldi (forse) senza diritti", di Massimo Franchi

Tutto parte e riporta a Pomigliano. Alla vigilia della presentazione in pompa magna della nuova Panda nella cittadina campana, i lavoratori del gruppo Fiat in Italia da ieri sanno che dal primo gennaio avranno un contratto per buona parte uguale a quello dei loro antesignani alla Fabbrica Italia Pomigliano. Dopo una trattativa è stato sottoscritto a Torino il contratto di gruppo Fiat. Digerita l’uscita da Confindustria, i circa 86 mila lavoratori delle varie controllate escono dal contratto nazionale metalmeccanico utilizzando un accordo molto simile a quello adottato a Pomigliano. Afirmare il testo tutti i sindacati (Fim, Uilm, Ugl metalmeccanici, Fismic e Unione Quadri) tranne la Fiom. Già la scorsa settimana, dopo aver ribadito che non avrebbero mai sottoscritto «l’estensione del modello Pomigliano», i metallurgici della Cgil sono stati invitati a lasciare il tavolo dagli altri sindacati. La nuova intesa, che avrà durata di un anno, recepisce il testo dell’accordo di Pomigliano del 29 dicembre scorso, con nuove regole in materia di organizzazione del lavoro, straordinari, assenteismo, pause, diritto di sciopero e per quanto riguarda la rappresentanza dei lavoratori con l’introduzione delle Rsa. Proprio per non aver sottoscritto l’accordo, la Fiom non avrà rappresentanti sindacali ed è al momento fuori dalle fabbriche Fiat. «Una svolta storica» per Sergio Marchionne, «un attacco ai diritti e alla democrazia», per Maurizio Landini.
LE NOVITÀ Tra le principali novità dell’intesa un premio straordinario per il 2012 di 600 euro che sarà erogato (a luglio) anche ai lavoratori in cassa integrazione e la maggiorazione dal 50%al60%dello straordinario al sabato. Il nuovo contratto prevede anche premi per l’organizzazione del lavoro dei singoli stabilimenti (200 euro l’anno per i “silver” e 500 per i “gold”). Secondo i sindacati firmatari le retribuzioni avranno un aumento del 5,2% in media. È prevista poi l’aggiunta dun sesto scatto di anzianità quadriennale. Mail punto più controverso è sicuramente il passaggio dalle Rsu (rappresentanze sindacali unitarie, votate dai lavoratori) alle Rsa, indicate dai sindacati in modo non proporzionale alla rappresentanza. Per ovviare alle critiche della Fiom, i sindacati firmatari hanno deciso di far votare comunque i lavoratori per indicare i loro rappresentanti in modo proporzionale,ma la Fiom (che non ne avrà) sostiene che la scelta «è una foglia di fico e viola l’accordo del 28 giugno che prevede il voto delle Rsu solo per gli accordi aziendali ». Il passaggio è stato scelto dalla Fiat sfruttando l’articolo 19 dello Statuto dei lavoratori, modificato da un referendum (ironia della sorte voluto da Rifondazione comunista). Ieri Susanna Camusso ne ha subito chiesto la modifica: «L’accordo impone il tema della modifica dell’ Articolo 19 dello Statuto dei lavoratori ». Una modifica che dovrebbe prevedere una rappresentanza dei sindacati maggiori anche in caso di non ratifica dei contratti. Maa stretto giro di posta è arrivato il “No” di Cisl e Uil. «Mi dispiace tantissimo che non ci sia la Fiom, manon è possibile che ognuno chieda modifiche per se stesso», ha spiegato il leader Cisl Raffaele Bonanni. «Una trattativa dura con la casa torinese che ha confermato tutti gli investimenti per “Fabbrica Italia”: accordo, quindi, positivo»,commenta Rocco Palombella, segretario generale della Uilm. Di tutt’altro avviso Maurizio Landini: «L’accordo sancisce la cancellazione del Contratto nazionale, senza aver ricevuto alcun mandato dai lavoratori. Pensiamo che il governo non possa stare a guardare perché l’accordo separato non dice nulla degli investimenti nel più grande gruppo industriale del Paese e mette in discussione le libertà sindacali garantite dalla Costituzione». «Il contratto è una sintesi evoluta ed equilibrata delle specificità della galassia Fiat», specifica Antonio D’Anolfo, segretario dell’Ugl metalmeccanici. Trionfante, invece, Sergio Marchionne che spiega che «il nuovo contratto è uno strumento moderno che rispecchia la realtà dell’industria a livello internazionale e che permetterà a Fiat di diventare più efficiente e creare le condizioni essenziali per continuare ad investire nel Paese». A partire, si spera, da oggi a Pomigliano con la nuova Panda.

L’Unità 14.12.11

"Uno scandalo risolto dentro la tv malata", di Giovanni Valentini

CON la rimozione di Augusto Minzolini si chiude finalmente lo scandalo più grave nella storia del Tg1. Con il suo trasferimento ad “altro incarico equivalente” non si risolve però certo il futuro prossimo della principale testata giornalistica del servizio pubblico. Né tantomeno quello della Rai post-berlusconiana.
Legge alla mano, dopo il rinvio a giudizio del “direttorissimo” per peculato, la sua sostituzione era diventata ormai una scelta obbligata. E tuttavia la decisione di affidare ad interim la guida del Tg1 a un “pensionando”, come lo definisce lo stesso sindacato interno con una punta di disprezzo generazionale, risponde a una logica di compromesso al ribasso condizionata dai precari equilibri su cui si regge la tv di Stato. Un direttore provvisorio, insomma, al posto di un ex direttore “equivalente”, al quale ben si attaglia l´etichetta di un farmaco generico.
Di fronte all´accusa di peculato, e alla conseguente necessità per l´azienda di costituirsi parte civile contro il suo dipendente, la responsabilità degli amministratori imponeva la destituzione di Minzolini. E con l´eccezione di Alessio Gorla, colpito non a caso a livello familiare dalla “macchina del fango” dei giornali filo-berlusconiani proprio alla vigilia del voto nel cda, i rappresentanti del centrodestra che hanno cercato fino all´ultimo di difendere il “direttorissimo” saranno chiamati verosimilmente a risponderne anche sul piano giudiziario. Tra questi, spicca il nome di Angelo Maria Petroni, indicato a suo tempo dal ministero dell´Economia, già condannato dalla Corte dei Conti al risarcimento di 11 milioni di euro – insieme ad altri quattro consiglieri – per la multa causata dalla nomina di Alfredo Meocci a direttore generale, nonostante la sua incompatibilità in quanto ex commissario dell´Autorità sulle Comunicazioni.
Toccherà alla magistratura giudicare anche il comportamento di Minzolini. Ma la sua linea difensiva, fondata sulla presunta legittimità delle spese sostenute con la carta di credito aziendale, è palesemente contraddetta dalla mossa con cui s´era affrettato a restituire all´azienda l´importo di circa 65 mila euro. In ogni caso, la sua responsabilità maggiore resta quella professionale di aver svilito l´autonomia e la credibilità del telegiornale, provocando un crollo degli ascolti e presumibilmente un danno nella raccolta pubblicitaria.
Nella difficile transizione avviata dal “governo di impegno nazionale”, l´assetto della televisione pubblica resta dunque in bilico fra una cronica subalternità al potere politico e l´aspirazione diffusa a un definitivo affrancamento aziendale. È assai improbabile che questo Parlamento, viziato dalla prassi della compravendita, sia in grado di approvare una riforma organica della Rai. Ma allora spetta all´esecutivo, e in particolare al ministro dello Sviluppo economico che sovrintende anche alle Comunicazioni, prendere l´iniziativa per assicurare intanto all´ente di Stato una condizione minima di funzionalità e rispettabilità.

La Repubblica 14.12.11

"Adesso la manovra è più equa", di Stefano Lepri

La manovra diventa più equa, e se ne eliminano alcuni errori. Conservando la normale scala mobile a una maggioranza dei pensionati almeno per il 2012, e con altri ritocchi, gli interventi sulla previdenza somigliano di più al disegno riformatore che il ministro Elsa Fornero ha in mente, e meno alle astratte ricerche di equilibri dei tecnici del Tesoro. Anche il peso delle nuove tasse sulla casa viene ridotto per chi ha meno. Eppure, chi aveva deciso di schierarsi contro resta, per il momento, ancora contro.

Colpisce nel Paese, almeno a giudicare dai sondaggi, il contrasto fra gli elevati consensi di cui gode il governo Monti e il diffuso rigetto della sua manovra di austerità. Non sembra esistere nessuna forza capace di convincere i cittadini che quello che gli viene richiesto è uno sforzo solidale.

Troppi, se colpiti, restano convinti che al contrario qualcun altro ci guadagna, si tratti di banchieri, caste, privilegiati vari, o chissà chi.

Si potrà discutere a lungo se questa diseducazione alla solidarietà sia colpa di chi ha governato fino al mese scorso o se piuttosto una caduta dello spirito civico fosse causa preesistente, non conseguenza degli eventi della politica. Sta di fatto che sia chi appoggiava Silvio Berlusconi, sia chi lo combatteva, si trova in difficoltà a spiegare che è il momento di stringere la cinghia, nell’interesse futuro di tutti. Mentre i due maggiori partiti appoggiano la manovra, due tra i più potenti dei rispettivi strumenti di consenso, la Cgil per il Pd, giornali e tv berlusconiani per il Pdl, continuano a remare contro.

Le modifiche presentate dal governo ieri sono utili a togliere alcuni alibi. Bloccare la scala mobile delle pensioni è un modo estremamente rozzo, e più pesante per chi ha meno, di intervenire su un problema che purtroppo esiste: molti tra coloro che sono in pensione oggi ricevono di più dei contributi che hanno pagato. Bene che venga corretto. Sarebbe stato meglio un intervento mirato sui trattamenti di anzianità recenti, specie i più alti. Il prelievo a carico delle pensioni oltre i 200.000 euro è comunque un segnale di equità, di richiamo alla solidarietà da parte dei privilegiati, pur se darà poco. Il più pronunciato aumento dei contributi a carico dei lavoratori autonomi, necessario a una maggiore solidità delle loro gestioni previdenziali, era stato sollecitato proprio dalla Cgil.

La nuova imposta sulla prima casa era già congegnata in modo da gravare meno su chi meno possiede; i ritocchi migliorano questa caratteristica. L’inedita detrazione aggiuntiva per i figli residenti potrà essere vantata come successo dai cattolici del Terzo Polo. Forse sarebbe equo anche reinserire le rendite catastali nella base imponibile Irpef, altro strumento per far pagare di più a chi più ha. E certo è un segnale importante aver aggravato la tassazione a carico dei capitali «scudati» (sperando di riuscire a rintracciarli tutti: una difficoltà di applicazione esiste). E’ bene ricordare a questo proposito che oltre la metà delle somme regolarizzate non è veramente rientrata in patria; la Banca d’Italia fu insultata per averlo rivelato.

In Parlamento nei giorni scorsi, dato che per «non toccare i saldi» ossia le grandi cifre, non si poteva dare ascolto alle proteste dei molti, il tempo era stato invece dedicato ad accogliere le proteste dei pochi. Si era data via libera a più di un tentativo di ritardare o circoscrivere le liberalizzazioni. Fortunatamente su questo sembra che il governo non abbia ceduto. Ma ancora molte cose erano in movimento, ieri sera, e potevano ancora essere cambiate nei maneggi notturni.

La Stampa 14.12.11

******

“IL PRESIDENTE E LA LINEA DEL PIAVE”, di ALESSANDRO DE NICOLA

D´accordo, al governo Monti non c´è alternativa. Ciò non vuol dire che ci si debba rassegnare ad accettare l´annacquamento dell´impostazione originale per il quale è nato. vale a dire il risanamento dei conti pubblici e la liberalizzazione del sistema economico secondo l´impostazione della famosa lettera della Bce.
Il risanamento dei conti sembra (provvisoriamente) raggiunto quantomeno nei saldi, anche se, come è stato più volte notato, la manovra si basa troppo su nuove tasse e troppo poco sul taglio della spesa pubblica. Anzi, persino gli emendamenti in discussione rendono più lievi le riduzioni di spese ripristinando l´indicizzazione delle pensioni e attenuando i disincentivi al pensionamento anticipato, cercando di reperire risorse con improbabili stangate sulle pensioni d´oro o sui capitali scudati: l´impopolarità dei tartassati non giustifica l´ulteriore aumento dell´imposizione fiscale. Speriamo di sbagliarci e che il governo trovi altrove le risorse per proteggere i pensionati più deboli.
Sul fronte della crescita la brutta sorpresa consiste nel rinvio delle misure di liberalizzazione presenti nella prima stesura del decreto.
Peraltro, già alcune delle sue norme non sembrano particolarmente ben meditate. Ad esempio, riguardo le professioni intellettuali, si abbassa giustamente il periodo massimo di tirocinio necessario per sostenere l´esame (da 3 anni a diciotto mesi) e poi si introduce una strana disposizione. La legge di stabilità approvata dal defunto esecutivo Berlusconi prevede infatti che entro il 13 agosto del 2012 si debbano approvare tramite decreto i regolamenti attuativi dei principi liberalizzatori (società di capitali, abolizione delle tariffe minime e massime, ammissione della pubblicità) ivi contenuti. Il decreto del 6 dicembre introduce una sorta di ghigliottina: se entro la data prevista i regolamenti non saranno entrati in vigore verranno abrogate le «norme vigenti sugli ordinamenti professionali». Cosa voglia dire questo, nessuno lo sa. Forse che vengono aboliti tutti gli ordini e gli albi professionali, lasciando la regolamentazione delle professioni alle sole norme del codice civile? Nemmeno il più mercatista dei critici dell´attuale ordinamento si è mai spinto a chiedere tanto, non per timidezza, figurarsi, ma perché bisogna evitare il caos normativo che si verrebbe certamente a creare. E allora, quando la sanzione è esagerata o assurda, come chiunque abbia letto il saggio del premio Nobel Gary Becker Crime and punishment ben sa, è improbabile se non impossibile che venga applicata e quindi è come se non ci fosse! In altre parole, se i giochi di interdizione delle lobby freneranno l´emanazione del decreto, il 13 agosto non succederà niente e verrà emanata una leggina per rinviare il tutto, tirando a campare fino alle elezioni. Su questo punto le cose sembrano rimanere ferme com´erano, peccato.
Sulle liberalizzazioni delle attività economiche il decreto Monti era certamente migliorativo rispetto alla precedente legge di stabilità che consentiva fin troppe eccezioni alle regole. La disposizione del 6 dicembre invece estende la liberalizzazione degli orari degli esercizi commerciali togliendo ogni precedente restrizione e stabilisce il fondamentale principio per il quale la libertà di apertura di nuovi esercizi commerciali non è soggetta a contingentamenti, limiti territoriali o altri vincoli di qualsiasi natura (esclusi quelli connessi alla tutela della salute, dei lavoratori, dell´ambiente e dei beni culturali) richiedendo alle regioni, in virtù delle loro competenze, di adeguare la propria legislazione a tale principio. Ben fatto, meglio essere chiari su questi argomenti. Peccato però, che in puro stile Prima e Seconda Repubblica, sia passato in commissione un emendamento che rinvia la liberalizzazione al 31 dicembre 2012. Non solo, si inserisce (da parte del governo!) un codicillo per cui i tassisti sono esentati dalla concorrenza di eventuali forestieri. I proponenti dell´emendamento hanno fornito sofisticate analisi econometriche per dimostrare che il benessere complessivo avrà un qualche vantaggio da questa misura? Non risulta. Risulta invece il tintinnar di sciabole delle corporazioni che si sentono minacciate da una misura che porterebbe benefici evidenti ai consumatori e all´economia.
Ora, il professor Monti può legittimamente affermare che essendo il Paese sull´orlo del baratro ed avendo poco tempo a disposizione, ha dovuto adottare misure che avrebbe altrimenti evitato o che non sono nei manuali di politica economica.
Ma sulle liberalizzazioni, no. Esse sono la sua cifra di uomo pubblico fin da quando diventò commissario europeo al mercato interno nel 1994. E in un governo in cui il sottosegretario alla presidenza del consiglio è l´ex presidente dell´Antitrust ed un ministro è un ex giudice europeo e collaboratore di Monti, non ci possono essere cedimenti. Il premier ha già detto che non arretrerà e vogliamo credergli. Questa è la sua Linea del Piave: se cederà alle armate nemiche (e con la fiducia egli può ottenere una facile vittoria), la sconfitta non sarà solo sua ma di tutta quell´Italia moderna, liberale, civile (si può dire?) che egli dovrebbe rappresentare.

La Repubblica 14.12.11

"Non chiamiamo pazzi i nostri Breivik", di Adriano Sofri

Avevamo qui, per strada, nella città bella in cui camminiamo, uno che, fino a mezzogiorno di ieri, era come noi. Uno che aveva avvertito, scrivendo sui Protocolli di Sion: “Quanto esporrò non è banale e semplicistico, e richiede la conoscenza di dati ben fondati, nonché lo sviluppo di ragionamenti logici”. Poi ha aperto il fuoco. Quando una squadra di bravi psichiatri norvegesi ha dichiarato Anders Breivik totalmente incapace di intendere, ha pronunciato un´ovvietà. Chi chiameremo pazzo se non l´uomo che va a sterminare scrupolosamente il maggior numero di suoi simili, inermi e innocenti? E non è un pazzo l´uomo che va ad ammazzare dei suoi simili sconosciuti e inermi, badando al colore della pelle, da una piazza all´altra di Firenze? Sono altrettanti casi di follia, e di follia isolata, come si affrettano a rassicurare le autorità. Ma bisogna pur dire che la diagnosi sull´infermità mentale, anche la più fondata giuridicamente, è umanamente insostenibile, perché toglie ai giustizieri la responsabilità che spetta loro, ed esonera gli altri dall´interrogarsi su se stessi. Gli altri sono i sani, cioè quelli che non hanno (ancora) varcato la soglia che li trattiene dal massacro. Il ragioniere della montagna pistoiese – posto aspro e splendido, il posto di Maramaldo e Ferrucci – aveva qualcosa in comune con Breivik, forse ha immaginato di emularlo. Vanesio e vile, Breivik aveva scelto i suoi connazionali per l´olocausto con cui si figurava di scuotere una comunità infiacchita e pronta a farsi espugnare. Casseri ha invece mirato ai senegalesi, gli espugnatori. I senegalesi sono specialmente detestabili perché sono alti e belli e parlano le lingue, anche quando scappano alla rinfusa raccogliendo i loro borsoni per sfuggire alla caccia. Non so se questo abbia contato per Casseri. Il quale un anno fa, scrivendo del nuovo romanzo di Eco sui Protocolli di Sion (e insinuando di passaggio che Eco avesse copiato dal romanzo scritto da lui, Casseri, e un suo coautore) citava la domanda del protagonista del Cimitero di Praga: “Ma perché mirate in particolare agli ebrei?”. E la risposta: “Perché in Russia ci sono gli ebrei. Se fossi in Turchia mirerei agli armeni”. Ecco, il lucido e delirante Casseri, cultore di quei Protocolli, deve aver risposto allo stesso modo. Dopotutto, la bella sinagoga fiorentina è a due passi da lì, ma gli sarà sembrato che “a Firenze ci sono i senegalesi”. Un pazzo isolato, dunque, anzi due pazzi isolati, un ragioniere a Firenze e un saldatore a Liegi, hanno fatto strage nello stesso giorno e allo stesso mezzogiorno. Ma anche a questa formidabile coincidenza si può rassegnarsi, e anche al fattaccio torinese del giorno prima – “a Torino ci sono gli zingari”, no? Però sentite: nel primo pomeriggio di ieri, quando ancora non si conosceva l´identità dello sparatore, e la notizia sui siti dei giornali locali diceva: “Piazza Dalmazia, due senegalesi uccisi e molti feriti”, i lettori più svelti già commentavano. Nel sito della Nazione (che, sia detto recisamente, non ne ha alcuna responsabilità, e ha presto aggiornato il titolo: “Omicidi razzisti”) la maggioranza dei primi commenti avevano questo tenore: “Meno due”; “Grazie alla politica del buonismo è stata aperta la porta alla criminalità camorristica e extracomunitaria NAPOLI è già qua”; “Un grazie ai buonisti newage che non hanno MAI avuto rispetto prima di tutto per gli Italiani lasciando proliferare mescolanze senza criterio… siamo solo all´inizio amici mia … ma come si dice, mal voluto non è mai troppo…”; “Solo due?”; “Due neri e un bianco: multiculturalità”; “MA QUANDO CI LEVEREMO DALL´ ITALIA QUESTO SUDICIUME? CI DEVE PENSARE IL POPOLO ??”. E anche dopo, la gran maggioranza dei commenti ha tenuto questo tono. Non prendetelo per un paradosso, ma righe come queste non sono solo commenti a un fatto: lo precedono anche, e lo preparano, sono un antefatto. Le persone che così commentano sono ben lungi dal varcare la soglia fra le parole e il massacro, dunque non sono folli, e peraltro, basta contarle, non sono isolate. Ma anche lo sciagurato che ha fatto il suo passo, e si è guadagnato il certificato di follia, non è dunque così isolato.
Casseri era lucido, ho detto: nello scritto che un anno fa dedicava ai Protocolli e alla “falsificazione sionista”, si era ingegnato di giustapporre i paragrafi di quel testo famigerato a brani di autori di sinistra e di estrema sinistra no-global dei nostri giorni, per farne risaltare l´assonanza, e segnalare come i piani dei supposti cospiratori giudaici si vadano compiendo. Nella coincidenza di episodi che infittisce le cronache dei nostri giorni come per una precipitazione chimica, la bufera finanziaria e la sensazione paranoica che l´accompagna, il manipolo segreto di gnomi della finanza che decidono le sorti della terra, giocano una parte importante. Accostare stralci di parole radicali di estrema destra e di estrema sinistra è un gioco troppo facile e spesso infame, ma occorre badare alla miscela esplosiva che sfrenatezza finanziaria e paura dello straniero vanno accumulando. La nostra estrema destra che si vuole sociale, e cui il ragioniere adepto di Lovecraft e Tolkien e Conan aveva aderito (e anche lei non può esser fatta responsabile della sua spregevole bravata) si chiama Casa Pound, e Pound era un grande poeta, ma il suo culto e la sua attualità hanno a che fare assai meno con la poesia e assai più con l´ossessione dell´usura e dell´antisemitismo. Quella miscela spiega anche le digressioni mentali che portano Breivik, nella crociata contro i pervertitori della razza, a fare strage di ragazzi norvegesi, e Casseri a passare dal fantasma ebraico ai corpi dei senegalesi.
Immagino che in molti diranno, ora, che “Firenze non merita questo”. Certo. Il mondo non merita questo. Ma dopo aver pronunciato convintamente e compuntamente questo scongiuro, mordiamoci la lingua. Diciamo che quei nostri fratelli senegalesi non meritano questa Firenze e questo mondo. E ricominciamo a pensare.

La Repubblica 14.12.11

"Con la crisi tornano i veleni peggiori", di Gianni Riotta

Esiste un nesso tra la crisi del debito europeo, l’impotenza dei summit malinconici e la strage dei due senegalesi a Firenze, Samb Modou e Diop Mor, con il killer Gianluca Casseri? No a prima vista, un continente opulento e la sua leadership che non sanno ripartire dopo mezzo secolo di successi e un estremista neofascista, razzista, armato. Se però guardate a fondo, oltre i grafici eleganti degli economisti e i volantini rancorosi di Casa Pound cari all’assassino, vedrete come i veleni peggiori della nostra storia stiano tornando in superficie, rimossi dal fondo delle coscienze dall’aria di recessione.

Quando è tornato a Londra, dopo l’avventato divorzio con l’Europa, il premier inglese David Cameron è stato sì criticato dagli analisti della City che, a parole, diceva di voler difendere, ma i deputati conservatori a Westminster lo hanno osannato al grido di «Bulldog Spirit!», anima da bulldog sacra a Churchill. E se la reazione vi sembra un rituffo di sciovinismo inglese, tanfo provinciale dei Club da ufficiali in pensione irrisi da George Orwell in «Giorni in Birmania», leggete invece sul più nuovo dei media, Twitter, la reazione di una firma di punta del leggendario magazine Rolling Stone, “L’Europa contro Cameron? Ecchisenefrega!”.

In pochi mesi di dibattito sull’euro abbiamo visto i più squallidi cliché riemergere dall’album dei ricordi cattivi che credevamo chiuso per sempre. In Grecia si sono chiesti i «danni di guerra per l’occupazione tedesca della seconda guerra mondiale» in riparazione del debito di Atene. I giornali tedeschi, Bild Zeitung in testa, hanno descritto i greci come infingardi e noi italiani come orgiastici spendaccioni. In contraccambio alle critiche degli economisti di Berlino sui nostri conti, i siti italiani registrano commenti anonimi «Tedeschi=SS». L’uscita di Cameron ci rimanda online «alla perfida Albione», al «popolo dai cinque pasti» che Mussolini faceva caricaturare dal giornalista Mario Appelius: quei toni li trovate nella Storia del giornalismo italiano, dal 1901 al 1939, che Franco Contorbia ha raccolto per i Meridiani Mondadori, odio, livore, razzismo, disprezzo per gli altri, intolleranza, il dna profondo che riemerge in tempi di crisi, come ieri a Firenze.

Nel 2003, alla vigilia della guerra in Iraq, Stati Uniti ed Europa, gli alleati che solo 15 anni prima avevano vinto, senza sparare una cartuccia, la Guerra Fredda, si divisero insultandosi con rabbia inaspettata, vetri dei McDonald’s infranti in Francia, bottiglie di vino francese svuotate nelle fogne in America, il menù della Camera dei deputati Usa che eliminava i piatti parigini, il ministro degli Esteri francese de Villepin che invocava «la violetta», fiore sacro a Napoleone. Ricordate? Americani da Marte, europei da Venere, sciocchezze che guastarono un clima, rilevarono un disagio e segnarono una distanza che non s’è colmata. Nella primavera del 2003, il Congresso Usa invitò quattro testimoni europei a un’audizione parlamentare per colmare il gap tra Washington e Bruxelles. Con me parlò Radek Sikorski, che oggi è ministro degli Esteri in Polonia. Provammo a dire che, nel difficile clima economico di inizio secolo, scherzare con il fuoco del populismo, del nazionalismo, è pericoloso. E oggi seri analisti europei, Gideon Rachman, Martin Wolf e il premio Nobel americano Paul Krugman, dichiarano di vedere nell’odio crescente online, e nella recessione che le mancate scelte della cancelliera Merkel e del presidente Sarkozy stanno innescando, l’incubatore di una stagione tragica come gli anni Trenta in Europa, con il totalitarismo fascista in Italia, Spagna e Germania e lo stalinismo delle purghe a Mosca. Krugman scrive «La recessione… sta creando un’immensa rabbia… contro quella che sembra a tanti europei solo una dura punizione tedesca. Chiunque conosca la storia d’Europa non può che rabbrividire davanti a questo ritorno di ostilità». Il premio Nobel scriveva prima della strage di Firenze, ma già citava i neonazisti vicini al Partito della Libertà in Austria, la xenofobia dei Veri Finlandesi a Helsinki, il gruppo antirom e antisemita Jobik e le tentazioni autoritarie del governo guidato dal partito Fidesz in Ungheria. Noi potremmo aggiungere i neofascisti in Inghilterra e Francia e le nostre voci razziste, fino al sangue della civilissima Firenze, la capitale della cultura europea da mezzo millennio.

Esagera Krugman? Spero di sì. E anche dalla sua parte dell’Oceano la violenza populista anima i talk-show della radio, sul web e si infiltra nel dibattito repubblicano delle primarie, anche contro il presidente Obama. La legge antiemigranti in Arizona viola, con le sue perquisizioni abusive, se non la lettera certo lo spirito della Costituzione americana.

E da noi? Le reazioni online alla bomba che ha mutilato un innocente funzionario di Equitalia spaventano. Su Twitter ho parlato di «anonimi vili», e parecchi gradassi si sono fatti sotto rivendicando la «giustizia sociale» dell’attentato con nome, cognome e mail. Altrettanto può succedere con lo sciagurato attacco di Firenze e anche col rogo dei rom di Torino. Io non credo, al contrario dei colleghi anglosassoni e di Krugman, che gli anni Trenta si ripeteranno e vedremo di nuovo camicie nere in strada, la Storia non procede in modo meccanico, il Male ha fantasia e capacità di metamorfosi. Credo però che, nei duri tempi economici che ci aspettano, prendersela con gli ultimi, invocare la propria identità nascosta, accusare gli europei a Londra e gli inglesi in Europa, prendersela sempre con gli «Altri» in difesa di «Noi», sarà male diffuso. I leader politici che cercassero di sfruttare questa epidemia per un voto in più, i giornalisti che spargono odio e populismo per una copia o un click in più, preparano una bevanda da streghe che può fare molto male. Non è il temuto ritorno di un passato autoritario che deve spingerci a difendere benessere, crescita, dialogo e tolleranza. E’ la paura dei demoni futuri che l’intolleranza evoca: non vestono in orbace, ma dalla strage degli studenti a Oslo a quella dei senegalesi a Firenze, mostrano già il loro volto orrendo.

La Stampa 14.12.11

"Se l'Europa si scopre mortale", di Barbara Spinelli

Sono due anni che gli Stati europei vivono una crisi che somiglia a una guerra, di quelle che cambiano il mondo. La guerra non è conclusa e quel che imparammo nel ´45, oggi l´apprendiamo con terribile lentezza. Allora tutti si gettarono in una grande corsa: per ricostruire, e anche ricostruirsi interiormente. Oggi si procede a fatica, e per anni è prevalsa l´inerzia o perfino la denegazione. Siamo vissuti come immersi nelle acque dell´ottimismo: avevamo l´Unione europea, avevamo la moneta unica come apogeo. Il disastro, ritenuto impossibile, non era calcolato.
Invece il disastro era non solo possibile ma dietro l´angolo, e per questo urge un risveglio analogo a quello postbellico degli europei e dei loro leader (Monnet, Adenauer, De Gasperi). Alcuni, come Paul Valéry, si svegliarono già prima, dopo il ´14-‘18: «Noialtri, civilizzazioni, sappiamo ora che siamo mortali. Il tempo del mondo finito comincia». Non dimentichiamo mai che da tale presa di coscienza nacquero due cose, non una: l´Europa, e il Welfare. La prima era un no ai nazionalismi, la seconda alle recessioni punitive che scaraventavano genti disperate nelle dittature. Oggi siamo a un bivio simile, e un primo parziale risveglio è iniziato al vertice dell‘8-9 dicembre a Bruxelles.
Il tempo del mondo finito comincia con la consapevolezza che la moneta è davvero in pericolo, se non s´accompagna a un´unione economica-politica che leghi più strettamente i paesi dell´Euro. Se i governi non osano, finalmente, dire la verità ai confusi, spaventati cittadini: le nostre sovranità nazionali sono troppo fatiscenti, per fronteggiare una mutazione mondiale che si manifesta con il caos dei mercati. Non possiamo più permetterci finti sovrani. Neanche possiamo permetterci di dire, come tanti cittadini mossi da giusta rabbia verso i sacrifici richiesti, che la colpa dei debiti eccessivi è imputabile all´1 per cento dei popoli. Da trent´anni l´elettore ha legittimato, votandoli, governi sperperatori, custodi di caste privilegiate.
Anche i politici tedeschi hanno mentito ai cittadini: un atavico impasto di ordine e paura ha abituato all´autodisciplina la nazione, ma anch´essa ha creduto nell´Euro inattaccabile. La Sueddeutsche Zeitung è severa con le sue élite: «Non si può salvare l´Euro tedesco, dando all´Euro europeo solo garanzie limitate». La cultura della stabilità è un bene (tutt´altro che imperiale) che Berlino ha disseminato in Europa; ma è mancata la coscienza che anche il suo piccolo mondo finiva, se cadeva l´Unione. Che anche la solidarietà sociale è un bene pubblico europeo, come la stabilità. Non si può fare l´Euro senza unione economico-politica, dicevano gli scettici tedeschi. Ora che l´unione si può fare s´imbronciano, e fanno come se l´Euro fosse un punto d´arrivo, non di partenza.
Il vertice di Bruxelles è stato giudicato negativamente da molti europeisti, ma potrebbe essere un ricominciamento. Non per la prima volta, i governi più consapevoli hanno deciso di isolare Londra, di tentare un´unione fiscale più compatta partendo da un gruppo ristretto di paesi: quelli dell´Euro, cui s´aggiungerà chi vorrà. La loro sovranità diminuisce, visto che compiti cruciali, di controllo preventivo e sanzione, sono delegati a organi sovranazionali come la Commissione, la Corte di giustizia, la Banca centrale che agirà come agente del Fondo salva-stati operativo nel luglio 2012, prima del previsto. Alcuni denunciano l´accordo intergovernativo: l´Europa comunitaria dei 27 sarebbe scavalcata, i conflitti col Trattato di Lisbona sicuri. Ma anche questo dobbiamo ricordare: l´Europa si è sempre perfezionata a scaglioni (Schengen, moneta unica). I cavilli giuridici si superano, se si vuole.
Un altro progresso è l´abbandono, sia pur stentato, del voto all´unanimità (il liberum veto che già una volta, nella Polonia del ´700, fece morire una nazione). Il Fondo salva-Stati abbandonerà, in emergenza, il diritto di veto. E certo ci sono parole aspre, come l´automatismo delle sanzioni. Ma l´automatismo è benefico, non fosse altro perché mette fine a quella che Monti chiamò, tempo fa, «l´eccessiva deferenza fra stati dell´Unione». In un regime di deferenza i controllori giudicano i controllati, omertosamente si proteggono l´un l´altro. Nel trattato dell´eurozona, solo una maggioranza qualificata di stati potrà opporsi a sanzioni automatiche.
Un´ondata di sdegno si è levata ultimamente contro Berlino: per l´arroganza di certe condotte (Volker Kauder, deputato democristiano e uomo di fiducia della Merkel, ha detto: «L´Europa ora parla tedesco!»). Lo sdegno è stato utile, e soprattutto è servita l´insurrezione socialdemocratica. L´europeismo sta rimettendo radici nella sinistra tedesca, e il Pd farà bene a sostenerla in ogni modo. Il risultato è stato che la Merkel ha dovuto scuotersi dal sonno dogmatico che prescriveva di metter prima «la casa in ordine» e poi fare l´Europa: nei giorni precedenti il summit, sembra aver capito che nessuno stato da solo può salvare l´Europa. Che dare autorità alla Commissione, alla Corte di giustizia, alla Bce è infinitamente più efficace del grido accentratore di un solo Stato. Non a caso la Bce ha annunciato, forte dell´unione fiscale voluta dall´eurozona, che da ora in poi sosterrà le banche per periodi prolungati (tre anni), accettando come garanzie i titoli di Stato di scarsa qualità. Di fatto la Bce già è prestatore di ultima istanza, senza dirlo, assicurando liquidità alle banche, e quindi respiro a Stati e cittadini.
Nel suo discorso al congresso socialdemocratico, il 4 dicembre, Helmut Schmidt ha puntato il dito su contraddizioni europee non più sopportabili: non solo fra sovranità statali e moneta unica, ma anche fra regole del Trattato. Quest´ultimo vieta, ad esempio, il salvataggio europeo degli Stati. Ma è in conflitto con il principio di sussidiarietà che Schmidt riassume così: «Quando uno Stato da solo non riesce a regolare i propri problemi, l´Unione deve farsene carico». La stessa costituzione tedesca è tra le più ardite su questo punto: nell´Articolo Europeo aggiunto dopo la moneta unica (nr 23), è scritto che la Germania, «per realizzare l´Europa unita, può delegarle sovranità».
Val dunque la pena essere prudenti, quando si accusa la Germania. Chi si è opposto alla diminuzione del diritto di veto e difende prerogative degli Stati non è Berlino, ma Parigi. È a Parigi che occorre una rivoluzione europea, più che in Germania. Molte rigidità tedesche sono state inasprite, lungo un ventennio, dall´Eliseo. E i socialisti non sono meglio di Sarkozy. Hollande, candidato all´Eliseo, fonda la propria campagna sul diniego d´ogni ingerenza europea. Quanto all´attuale Presidente, l´intervista che pubblichiamo su Repubblica è pura ipocrisia: l´unione fiscale va bene perché il potere «torna ormai agli Stati (…) non s´organizza più attorno alla Bce e alla Commissione». Bugie siffatte confondono i cittadini, e pure i mercati.
Il nuovo ordine europeo è duro per i popoli. Il mondo cambia; ricchezze e speranze traslocano da Ovest a Est. Di fronte non abbiamo 1-2 anni, ma molti anni di bassa crescita. Tanto più duro è l´ordine se non si salva l´idea del Welfare, oltre che l´Euro. Se i mali scatenatori della crisi (diseguaglianze, privilegi, corruzione, agenzie di rating asservite alle lobby) ci vengono ripresentati addirittura come farmaci. Se l´Europa non comincia a pensare una nuova crescita, ecologica, e a darsi i mezzi (non l´odierno avaro bilancio) per scommettere tutti insieme sullo sviluppo oltre che sulla stabilità. Lo chiedeva il socialista Papandreou: mai fu ascoltato.
Le elezioni del Parlamento europeo, nel 2014, saranno una prova decisiva. Se la Commissione avrà più peso, è essenziale che il suo Presidente sia eletto dai popoli. È indispensabile che anche i deputati dell´Unione si sveglino: reclamando tasse sulle transazioni finanziarie, e una severa sorveglianza di banche, borse. Martin Schulz, futuro Presidente, è stato chiamato da Schmidt a una «rivolta del Parlamento europeo». È essenziale che nasca una vera agorà europea, che vinca l´ignoranza dei più e le ipocrisie dei pochi.

La Repubblica 13.12.11

"Bologna, giudice risarcisce insegnanti precari Il ministero dovrà pagare un milione di euro", di Davide Marceddu

Un maxi-risarcimento per i precari che potrebbe valere quasi un milione di euro. Il Tribunale del lavoro di Bologna ha condannato in primo grado il ministero dell’Istruzione al risarcimento di 31 insegnanti precari della provincia, che la scorsa primavera avevano presentato un ricorso patrocinato dal sindacato autonomo degli insegnanti, Gilda. Una decisione, quella delle toghe emiliane, che potrebbe costare al dicastero di Viale Trastevere tanti soldi, ma (e questa è la brutta notizia per i docenti) non lo costringerà a stabilizzare gli stessi precari.

A rendere nota la sentenza (le cui motivazioni verranno depositate nei prossimi giorni) è stato il segretario provinciale del Gilda, Giovanni Cadoni, che in un comunicato ha parlato anche delle prossime decisioni in arrivo da parte della magistratura. Altri cinque ricorsi sono infatti pendenti da parte di 206 insegnanti in totale. Se tutte queste azioni fossero accolte positivamente dal Tribunale del lavoro di Bologna i costi per il risarcimento da parte dello Stato potrebbero essere molto pesanti. A Genova, nella prima sentenza di questo genere del marzo 2011, a 15 insegnanti furono riconosciute 15 mensilità (proprio come oggi a Bologna), pari a circa 30 mila euro a testa. Se la cifra fosse la stessa nel capoluogo emiliano, i costi per il ministero arriverebbero a oltre 900 mila euro per tutte le 31 opersone.

La sentenza del giudice Carlo Sorgi ha dichiarato l’illegittimità del comportamento del ministero nel discriminare il lavoro a tempo determinato, non consentendo ai docenti né gli scatti di stipendio né – nella maggior parte dei casi – lo stipendio dei mesi di luglio e agosto. Ai 31 lavoratori verrà garantito oltre al risarcimento delle 15 mensilità con gli interessi (e comprensive di ogni voce della busta paga), anche la rivalutazione degli stipendi già ricevuti. In pratica, le paghe avute nel passato verranno compensate fino a raggiungere quelle dei colleghi a tempo indeterminato (come del resto prevede l’Europa).

Questi docenti hanno diverso tempo di precariato alle spalle. Alcuni hanno iniziato a lavorare addirittura nel 2002, sempre con la stessa litania ogni anno: “1 settembre assunto – 30 giugno licenziato”, non un giorno di più, non un giorno di meno. Così i precari vedevano i loro colleghi a tempo indeterminato ricevere gli aumenti della progressione salariale e gli stipendi estivi di luglio e agosto. Per loro invece, coi contratti a termine, c’era solo la speranza di essere richiamati l’anno scolastico successivo.

Su una cosa però il giudice bolognese non ha dato ragione agli insegnanti e al loro avvocato, Claudio Moscati: la stabilizzazione a tempo indeterminato. Una norma europea, recepita nel 2001 dalla legislazione italiana, imporrebbe l’assunzione a tempo indeterminato, nel momento in cui fosse evidente che quello occupato in maniera reiterata del precario è di fatto un posto di cui si ha una necessità non temporanea ma stabile, e quindi il datore di lavoro si troverebbe in una situazione di utilizzo illegale del contratto a termine. In Italia funziona così nel settore privato, ma non nel pubblico.

Il ministero dell’Istruzione e la magistratura (con una sentenza della Corte d’appello di Perugia dello scorso marzo) hanno sempre rifiutato questa interpretazione. Per i giudici umbri infatti, secondo Costituzione, nel pubblico si entra di ruolo solo “mediante concorso”. Stesso ragionamento ha fatto probabilmente il tribunale del lavoro di Bologna nei giorni scorsi, rigettando parte del ricorso dei 31 insegnanti, pur riconoscendo un rimborso.

Ad ogni modo il sindacato canta vittoria. Questa sentenza, scrive nel suo comunicato Cadoni “dovrebbe indurre il Ministero a prendere atto che le normative comunitarie impongono una politica” che “ponga termine a tutte quelle discriminazioni contrattuali che, finora, rendevano conveniente allo Stato assumere precari piuttosto che procedere alla loro stabilizzazione”. Ora dopo che sentenze simili sono state pronunciate a Milano, Genova, Livorno, Siena i soldi in ballo potrebbero far cambiare indurre il ministero guidato dal professor Francesco Profumo a ripensare la propria strategia.

Intanto, contro la sentenza emessa sotto le Due torri potrebbe esserci il ricorso in appello del Ministero. Il rischio potrebbe essere quello di pagare diversi miliardi di euro se sentenze simili si replicassero in tutta Italia.

Il Fatto Quotidiano 14.12.11