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"Ecco il nuovo Isee: servizi sociali e agevolazioni fiscali commisurati su patrimonio e figli", di Eugenio Bruno

L’erogazione dei servizi sociali sarà parametrata non più solo sul reddito dichiarato ma anche sul patrimonio disponibile e sul numero di figli a carico. Con un occhio di riguardo dal terzogenito in su. A prevederlo è il maxiemendamento alla manovra del governo Monti che riscrive le regole per la determinazione dell’Indicatore della situazione economica equivalente (Isee). Con un’altra novità non di poco conto: oltre che ad accedere ad alcune prestazioni di Welfare (asili nido, tasse universitarie, assegno di maternità) questo strumento servirà anche a fruire delle agevolazioni fiscali.

Il testo depositato nella notte dai relatori al decreto «salva-Italia», Pier Paolo Baretta (Pd) e Maurizio Leo (Pdl), riscrive l’articolo 5 della manovra. Confermando lo strumento con cui andrà modificato l’Isee (un decreto non regolamentare del Presidente del Consiglio) e la dead line per intervenire (31 maggio 2012), il maxiemendamento precisa che si dovrà arrivare a una «definizione di reddito disponibile che includa la percezione di somme anche se esenti da imposizione fiscale e che tenga conto delle quote di patrimonio e di reddito dei diversi componenti della famiglia nonché dei pesi dei carichi familiari, in particolare dei figli successivi al secondo».

Per consentire all’indicatore di lavorare meglio, prosegue la nuova formulazione dell’articolo 5, occorrerà migliorarne la «capacità selettiva», «valorizzando in misura maggiore la componente patrimoniale» e differenziandole «per le diverse tipologie di prestazioni». Al tempo stesso viene confermata la previsione che le agevolazioni fiscali e tariffarie siano riservate solo a chi non ha un Isee superiore a una soglia individuata dal medesimo Dpcm.

Per evitare il paradosso che prestazioni sociali e sconti tributari vadano a beneficio di “finti poveri” il maxiemendamento affida a un successivo decreto di Economia e Lavoro il compito di rafforzare i controlli anti-abuso. Fermo restando che da tutta la risistemazione non potranno arrivare nuovi oneri per lo Stato e che ogni risparmio andrà reinvestito in servizi di Welfare.

Il Sole 24 Ore 12.12.11

"Editoria, il governo: «Non ci sono risorse» Condannate 100 testate", di Roberto Monteforte

Non ci sono le risorse. Non lascia varchi il ministro per i rapporti con il Parlamento, Pietro Giarda, che in queste ore ha fatto da guardiano alla manovra «salva Italia» di Mario Monti. Non sarà modificato il comma 3 dell’articolo 29 che stabilisce la chiusura del Fondo per l’editoria per l’esercizio del 2013 e un suo dimezzamento per il 2012. Così la stretta all’editoria non profit, di idee, cooperative e politica rischia di essere mortale. L’esecutivo ipotizza «riforme». La manovra, infatti, prevede la «revisione del regolamento di semplificazione e il riordino dell’erogazione dei contributi all’editoria» con effetti a decorrere dal primo gennaio 2012. Le finalità sono «il risanamento della contribuzione pubblica» con una «più rigorosa selezione dell’accesso alle risorse». Lo ha confermato il sottosegretario con delega all’Editoria, Carlo Malinconico dopo un lungo incontro avuto alla Camera con il ministro Giarda. «C’è un problema di risorse ha affermato non penso che il Governo modificherà l’articolo della manovra sull’ editoria». «So che ci sono giornali ha riconosciuto che avranno seri problemi a partire dal 2012. Ci sono più di cento testate che ricevono contributi. Dovremo avviare una riclassificazione, tenendo conto che ci sono sicuramente testate che esprimono istanze politiche e culturali, garantendo il pluralismo. Non così per altre». Troppo tardi, se questo vuole dire che il tetto delle risorse resta quello indicato dall’articolo 29 e se le risorse necessarie ai giornali «veri» saranno recuperati dalla «bonifica»: dall’esclusione dall’accesso ai contributi diretti di chi resterà escluso dai nuovi criteri.
Nessuna riforma avrà senso con «una situazione cimiteriale» ha commentato il Pd. Tanto più che l’emergenza come hanno denunciato i direttori dei giornali interessati, la Fnsi, Mediacoop e Fedecultura, la federazione dei giornali diocesani è già drammaticamente presente per l’esercizio in corso, per il 2011. È una gara contro il tempo. Oggi la commissione Bilancio voterà anche gli emendamenti all’articolo 29 della manovra. Vi sono quelli del Pd, del Pdl ed anche della Lega Nord. Alle richieste di aumento del Fondo per l’editoria sono aggiunte anche indicazioni precise su dove reperire le risorse necessarie per la copertura. Viene rispettato quel vincolo al saldo dei conti richiamato dal governo. Sono meno di cento milioni di euro.
Come hanno sottolineato nella loro lettera al premier Monti i direttori dei giornali politici e di idee, allo Stato costerà molto di più affrontare la chiusura dell testate e sostenere gli oltre quattromila lavoratori che rischiano il posto di lavoro.
«Il ministro Giarda non ha letto le parole del presidente Napolitano che chiedeva sì una bonifica, ma anche sostegno del pluralismo» commenta preoccupato il presidente della Fnsi, Roberto Natale. «Qui c’è solo rigore senza equità e senza sviluppo. Non ci rassegnamo conclude a lasciar morire 100 testate».
Dopo la lettera dei direttori era parso aprirsi qualche spiraglio. Sembrava fosse cresciuta la consapevolezza di quanto, in un quadro di forte rigore, fosse importante sostenere questo settore dell’editoria. Di quanto il pluralismo delle voci autonome e legate ai territori più che un costo rappresentasse una ricchezza per la democrazia. Ora siamo ben oltre le «leggi bavaglio» del governo Berlusconi. Siamo alla chiusura dei giornali che non hanno alle spalle i poteri forti.

L’Unità 12.12.11

"Casta, se si spara nel mucchio e per decreto", di Vittorio Emiliani

In Italia è già successo. Si parte dalla Virtù e si arriva a demonizzare tutto ciò che è Stato, struttura pubblica di governo, forme e modi della politica, ecc. È già successo con la Prima Repubblica di buttare, assieme alla non poca acqua sporca, anche il bambino (o il vecchione) e di rimpiangere poi la capacità di governo dei partiti d’antan. Da mesi e mesi si parla soltanto di “casta”. Sembra che non vi sia altro problema in Italia. Pagine su pagine, libri su libri, con molte critiche giuste, anzi doverose: itroppi parlamentari, le loro remunerazioni cresciute nell’ultimo quindicennio quasi del 100 %, (mi sono permesso di calcolare che, se, da allora, avessero seguito l’incremento del costo della vita, sarebbero al livello di quelle tedesche), la proliferazione di società partecipate, di scranni e relative prebende.
Temo però due o tre cose: 1) che sparare ogni giorno a raffica equivalga a sparare nel mucchio, incidendo piuttosto poco, alla fine, sui tagli strategici; 2) che così si concorra a re/suscitare
l’idea che tutto sia da buttare, politica, partecipazione, Parlamento, autonomie, e a suggerire che una bella tecnocrazia di “competenti” è la soluzione ideale; 3) che quest’ultima possa procedere passando sopra le regole costituzionali. Per decreto.
Per decreto legge non si possono abolire, oplà, le Province. Si può ritenerle inutili, ma non cancellarle con un tratto di penna. Né si possono tagliare le remunerazioni dei parlamentari che hanno loro
organismi di autogoverno. È la Costituzione che fissa questi limiti. Si possono, giustamente, ritenerle troppo alte, ma non decurtarle per decreto. Procedendo nella incessante demonizzazione della Casta, delle Camere (dipendenti inclusi), dello Stato, si finisce magari per dimenticare che la radice malata del nostro Paese sta anzitutto nell’antica e ostinata renitenza alle leggi, a cominciare da quelle fiscali. Ci si scorda bellamente che, nella manovra promossa del governo “tecnico”, mancano alcune cosette come la patrimoniale (invocata da tutti, dalla stessa Confindustria, e avversata da Berlusconi) e come una severa lotta all’evasione. Eppure, dal “Sole 24 Ore” di sabato 10 si
apprende che il 42,4 % delle barche di lusso è intestato a contribuenti “che a malapena arrivano a guadagnare in un anno 20.000 euro” e che 188.171 veicoli di potenza superiore ai 185 Kw sono di contribuenti “che dichiarano al Fisco una vera miseria”. E così via. Sono dati del Fisco. Non potrebbe incrociarli questi
benedetti dati? Non potrebbe puntare sul redditometro e sulla capacità di spesa? Chissà perché, non è incitato a farlo. Neppure dal governo “tecnico”. Il quale, in compenso, sulla scia del “dalli allo Stato” e di una antica invettiva di Ugo La Malfa, se la prende con le Province, dimenticando (come qualche giornalista) che, essendo enti previsti dalla Costituzione, non è che si possano cassare per decreto. Ora, è solare che quasi tutte le Province istituite negli ultimi decenni sono inutili. E’ non meno solare però che le Regioni hanno cercato di sterilizzare le Province instaurando un neo-centralismo regionale (già ampiamente in atto, negativamente). Le funzioni ora esercitate dalle Province
dovranno esercitarle le Regioni e/o i Comuni, magari con maggiori costi. Le prime hanno già subdelegato direttamente ai secondi materie anche strategiche – come il paesaggio – consentendo dei veri massacri. L’ente intermedio di governo è davvero inutile ovunque, anche in Lombardia e in Piemonte che hanno centinaia di micro-Comuni? Personalmente credo che tutta la struttura pubblica vada “asciugata”. A partire però dalle Regioni. E comunque sulla base di un ri-disegno strategico complessivo che onestamente non vedo. Infine, sui Municipi, sui Consigli di Zona, ecc. la scure del decreto poteva calare ed è calata non lasciando neppure 1 euro di remunerazione ai loro amministratori. Il che, in città come Roma o Milano, ma anche Bologna (dove sono nati), Brescia o Padova, vuol dire cancellare il decentramento amministrativo. O affidarlo ai soli “benestanti” cari a Berlusconi. Quindi, in attesa della Città Metropolitana, Roma sarà di nuovo amministrata, in modo accentrato, dal Campidoglio e Milano da Palazzo Marino, e stop. Una decisione “competente”? A me pare, per ora, un’idea di Stato molto sommaria e comunque piuttosto diversa da quella della Costituzione. Al pari dell’inserimento in essa del pareggio di bilancio. Sul quale pochi in Italia dicono che stravolge struttura e spirito della Magna Charta. Ma così è. Purtroppo.

L’Unità 12.12.11

Nuovi orari invernali dei treni sulla linea ferroviaria: la critica dell’on. Ghizzoni del PD

“Sugli orari non ci siamo: di fronte alle inadempienze di Trenitalia ciascuno deve fare la propria parte, incluse Regione e Fer, affinché gli utenti della tratta Carpi-Modena non siano più figli di un Dio minore”. “Ci aspettavamo un segno di attenzione per la linea ferroviaria Mantova – Modena. Purtroppo questo segnale non c’è stato e si continua a trascurare in modo ingiustificato una linea intensamente utilizzata e che serve, per quanto riguarda il territorio carpigiano, un bacino che conta oltre 70 mila abitanti”.

Non nasconde la sua delusione l’on. Manuela Ghizzoni per la totale assenza di novità nel nuovo orario ferroviario invernale, facendosi anche interprete del pensiero dei numerosi utenti e delle istituzioni cittadine, che anche recentemente sono scese al fianco del Comitato pendolari per sostenerne le rivendicazioni.

“Tutti attendevamo un gesto di disponibilità da Trenitalia, indirizzato a migliorare le coincidenza da/per Bologna e Piacenza e almeno ad anticipare il treno mattutino (il 20703) che “regolarmente” arriva a Modena in ritardo e così impedisce ai lavoratori e agli studenti il puntuale ingresso a scuola e nei luoghi di lavoro – spiega la deputata del PD – Sono stati invece totalmente disattesi gli appelli lanciati dagli studenti e le richieste circostanziate del Comitato utenti, che non possono sopportare oltre ritardi e disservizi. Tutti sono consapevoli della grave difficoltà in cui versa il trasporto pubblico locale, il cui fabbisogno – quantificabile in 1900 milioni di euro – purtroppo è stato in modo molto parziale coperto dal Governo precedente con la disponibilità di soli 400 milioni, mentre il decreto salva-Italia ha disposto che le regioni possano recuperare risorse da un’accisa sui carburanti – conclude Ghizzoni – ma così non ci siamo: perfino le minime richieste di spostamento di orario non sono state accolte da Trenitalia. Ciascuno deve fare la propria parte, incluse Regione e Fer, affinché gli utenti della tratta Carpi-Modena non siano più figli di un Dio minore”.

"I neoliberisti ci portano alla catastrofe", di Stefano Fassina

Perché, in Europa e negli Usa, non usciamo dal tunnel della recessione e, in Italia, andiamo verso la depressione? Perché si continua ad applicare, nonostante i disastri prodotti, la ricetta neo-liberista dominante nell’ultimo quarto di secolo: austerità senza se e senza ma e svalutazione reale del lavoro per recuperare in esportazioni la caduta della domanda interna
depressa dall’aumento delle diseguaglianze. In sintesi, siamo vittime del «trionfo delle idee fallite», come ripete Paul Krugman. Non a caso, per la presidenza degli Stati Uniti ritorna, come uno zombie, Newt Gingrich. Non a caso, da noi continuano ad imperversare gli Alesina e i Giavazzi, nonostante il Fmi qualche mese fa abbia radicalmente confutato le loro tesi. Il Fondo, in un’analisi di decine e decine di casi di aggiustamenti di bilancio pubblico, trova un risultato banale, ma negato nell’ultimo ventennio: le politiche restrittive sono recessive, non rileva se fatte dal lato delle entrate o dal lato delle spese. Ma gli Alesina e i Giavazzi, amplificati da interessi corporativi miopi, insistono. Per coprirsi le spalle rilanciano contro l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Stesso schema dell’editoriale di Orioli su Il Sole 24ore di giovedì scorso.Ovviamente, la giustificazione è l’equità verso i giovani, principio trendy, strumentalizzato senza imbarazzo da un classismo pesante e autolesionista.
Purtroppo ideologia fallita e interessi miopi dominano anche la discussione a Bruxelles. La crisi dell’euro non ha nulla a che vedere con la finanza pubblica (si legga Martin Wolf sul Financial Times di mercoledì scorso per l’ennesima, eccellente e divulgativa spiegazione). È dovuta alle differenze di competitività presenti nell’area della moneta unica. È dovuta alla caduta della domanda aggregata conseguente alla aumento della disuguaglianza a sua volta alimentata dalla regressione del lavoro. Non importa. L’ossessione dei conservatori tedeschi verso il deficit pubblico segna la rotta. Il vertice europeo di giovedì e venerdì scorso è l’ultimo esempio. Si progetta un trattato intergovernativo al solo fine di rendere più cogente una linea di austerità suicida, in larga misura già recepita nel “six pact” (il pacchetto pro-austerity approvato nei mesi scorsi dal Parlamento europeo), senza aprire alcuno spazio agli interventi per lo sviluppo sostenibile. Così, data la linea voluta dalla signora Merkel, L’unica speranza per attenuare i sempre più gravi danni sociali ed economici e democratici è affidata agli acquisti surrettizi della Bce dei titoli di debito pubblico dei Paesi in difficoltà.
Al punto in cui siamo, dovrebbe essere chiara la posta in gioco. Se le forze maggiori dell’impresa e della finanza continuano ad affermare i loro legittimi interessi di parte attraverso il paradigma della destra tecnocratica degli Alesina e dei Giavazzi arriviamo ad una lunga e drammatica depressione economica, ad insostenibili disuguaglianze, alla fine della civiltà del lavoro e allo svuotamento populista delle
democrazie delle classi medie.
Insomma, alla fine del modello sociale europeo, alla rottura dell’euro e della Ue e alla inevitabile irrilevanza degli Stati nazionali del vecchio continente nel secolo asiatico. La linea da seguire è opposta. La ripetono oramai da tempo sia i liberal statunitensi (Krugman, Stiglitz, Summers, Rodrik,…) sia i liberali pragmatici dalle colonne del Financial Times (oltre a Wolf, Munchau, Key ed altri). La sostengono i sindacati europei. La propongono i progressisti europei, Pd, Pse, Verdi, come indicato dagli emendamenti e dal voto contrario al “six pact”. La linea alternativa passa per la correzione degli squilibri
macroeconomici all’interno dell’area euro e per il riavvio della
domanda aggregata. Quindi, allentamento dell’austerità autolesionista. Sostegno agli investimenti, da alimentare attraverso euro-project bonds e Tassa sulle Transazioni Finanziarie. Bce autorizzata a fare da prestatore di ultima istanza.
Regolatori dei mercati finanziari meno ottusi. Agenzia europea per il debito. Coordinamento delle politiche retributive, in primis innalzamento delle retribuzioni tedesche in linea con la
produttività. Armonizzazione delle politiche di tassazione. E, soprattutto, costruzione di sedi democraticamente legittimate di sovranità condivisa nell’area euro. Soltanto un paradigma culturale autonomo può dare senso storico ai progressisti europei. Seguire i conservatori ed i tecnocrati rivolti all’indietro rende i progressisti inutili e corresponsabili del disastro annunciato di fronte a noi. Un disastro per la democrazia, prima che per l’economia.

L’Unità 12.12.11

«Torino non può accettare questa violenza», intervista a Piero Fassino di Simone Collini

Per Piero Fassino quanto avvenuto sabato sera alle Vallette è «inaccettabile» e i responsabili dovranno essere chiamati a risponderne. Ma, aggiunge il sindaco di Torino – che già l’altra settimana e poi ancora ieri pomeriggio ha parlato con il ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri per pianificare «una strategia comune tra governo ed enti locali» sul fenomeno immigratorio – l’aggressione al campo rom della Continassa è anche la «spia di un malessere che va affrontato», oltre che essere «una vicenda inquietante per molti aspetti».

Perché dice “per molti aspetti”?
«Che una ragazza di 16 anni sia costretta a inventarsi uno stupro per giustificare davanti ai genitori la perduta illibatezza denuncia una situazione di oppressione familiare a dir poco arcaica. E questo è già un fatto su cui riflettere. Che poi questa triste vicenda si traduca in occasione per un linciaggio nei confronti di persone del tutto estranee non può che suscitare grande allarme e preoccupazione».

C’è un problema razzismo a Torino?
«No, Torino è una città che ha sempre mostrato una grande capacità di accogliere e di integrare i grandi flussi migratori. In passato, tra la fine dell’800 e l’inizio del 900, quando l’industrializzazione portò grandi masse contadine dalle campagne in città, e poi negli anni 50, 60 e 70, quando sono arrivate centinaia di migliaia di persone dal sud e dal nord-est del Paese perché sapevano che qui avrebbero trovato lavoro e la possibilità di costruire una vita sicura».
Dice che anche oggi è così?
«Anche oggi è così. A Torino, su un milione di abitanti, vivono 150 mila cittadini stranieri che sono parte della vita quotidiana della città. Siamo gli unici in tutta Italia ad utilizzare nel servizio civile volontario anche giovani stranieri, perché pensiamo favorisca l’integrazione, siamo gli unici che stanno costruendo una moschea con il consenso della città, una chiesa per copti, un cimitero, visto che ci sono 50mila romeni, per chi è di religione ortodossa. Stiamo lavorando perché ciascuno possa essere riconosciuto per la sua identità».

E come si colloca in questo quadro quanto avvenuto alle Vallette?
«Si tratta di un episodio inaccettabile, inammissibile, che va condannato. Vanno accertate le responsabilità e i colpevoli devono essere chiamati a rispondere».

Però al di là delle responsabilità individuali c’è o no un ragionamento più generale da fare?
«Sì, se si pensa che quanto avvenuto dà conto di pulsioni che corrono sotto la pelle della società e che possono far arretrare rispetto all’integrazione faticosamente costruita negli anni. Soprattutto in una fase di crisi economica e di insicurezza, c’è il rischio di guardare con crescente diffidenza lo straniero, il diverso, come a un competitore se non addirittura a un nemico. In più questa vicenda è la spia di un malessere particolare che si ha nei confronti dei rom, una popolazione straniera diversa, meno stanziale. A Torino ce ne sono duemila, una parte è ospitata in campi regolari, altri vivono in campi irregolari, dove accanto a tanta povera ci sono persone dedite ad attività illecite. Questo suscita paura e pregiudizio, e il problema deve essere affrontato e rapidamente risolto».

Come?
«Mettendo immediatamente in campo strategie adeguate che tengano insieme sicurezza e accoglienza. Bisogna anche tener conto del fatto che siamo all’indomani della sentenza del Consiglio di Stato che ha dichiarato illegittime alcune norme sugli immigrati assunte da Maroni e che quindi siamo in carenza di un quadro normativo adeguato. Ho parlato già la scorsa settimana con il ministro dell’Interno Cancellieri, perché sapevo e so che la situazione dei rom è critica, a Torino come a Milano, Napoli o Roma, e mi sono fatto carico di rappresentare al ministro la necessità di una strategia comune tra governo ed enti locali per dare una sistemazione ai rom che vogliono stabilizzarsi nella legalità e di allontanare chi non lo accetta».

L’Unità 12.12.11

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“Tra logica del pogrom e mito della verginità”, di MICHELA MURGIA
La notizia dello stupro di una sedicenne italiana ad opera di due rom sabato sera è bastata per trasformare il quartiere torinese delle Vallette nel set infuocato di “Mississippi Burning”. Solo dopo la ragazzina, terrorizzata dalla portata della reazione del quartiere, ha ammesso che non c´era nessun rom e nessuno stupro. Le cronache riferiscono che era stata invece con un ragazzo italiano, che era la sua prima volta e che era atterrita dalla possibile reazione dei familiari alla perdita della verginità.
La notizia grossa è quella del pogrom verso la comunità rom, ennesimo frutto di una cultura dove si cresce imparando a temere il diverso e lo straniero a prescindere dal fatto che sia colpevole di qualcosa. Immagino che si troverà senza difficoltà qualcuno pronto a dire che, se non era vero stavolta, lo sarebbe stato comunque la prossima. Il fatto che questa cultura negli ultimi vent´anni abbia trovato sponda politica e sia riuscita a generare sindaci, assessori, presidenti di provincia e di regione, europarlamentari e persino ministri ha aiutato molto a farla passare dal bancone del bar al sentire comune.
È anche grazie a questo se oggi in Italia c´è chi ha smesso di vergognarsi di essere razzista. La notizia che invece appare come secondaria è che una ragazzina di sedici anni ha creduto che fosse meno pericoloso e grave per lei dire che era stata violentata da due “stranieri” piuttosto che ammettere di aver fatto l´amore volontariamente con un ragazzo del posto. Non voglio pensare che una ragazza dica una calunnia simile per gioco. È assai più credibile che lo abbia fatto perché avvertiva che se avesse detto la verità, cioè se avesse dichiarato di aver fatto l´amore perché voleva farlo, sarebbe stata percepita e trattata come “colpevole” di qualcosa e sarebbe andata incontro a qualche tipo di sanzione, sociale o familiare, morale o fisica.
Qualche articolo ieri riportava l´abitudine della famiglia a farla periodicamente controllare da un ginecologo per verificarne l´illibatezza, un uso tribale che, se confermato, direbbe molte cose sul clima in cui la ragazzina deve aver concepito la sua irresponsabile e protettiva bugia. Ma è marginale. Resta comunque l´immagine di una ragazzina che nell´Italia del 2011 fatica di più ad ammettere di essere stata consenziente che a farsi passare per vittima di stupro indicando il primo colpevole credibile, magari quello la cui etnia è già in sé una sentenza: rom.
Quella ragazza non poteva prevedere che molti nel quartiere avrebbero strumentalizzato la sua falsa condizione di vittima come innesco della loro rabbia e dell´antica voglia razzista di dar fuoco ai campi rom di ogni latitudine. L´incendio dell´accampamento non è in nessun modo colpa sua. Ma è accaduto e i vigili del fuoco si sono trovati davanti non solo le fiamme, ma anche una folla decisa a impedire che l´incendio venisse spento prima di aver bruciato tutto.
Qualcuno, solidale con chi ha appiccato il fuoco a prescindere dalle responsabilità nello stupro, mi ha scritto su Facebook che era ora, che gli abitanti del quartiere sono spaventati e che se anche adesso non gli è passata la paura di uscire di casa in mezzo a tutti quegli zingari, almeno la rabbia si è sfogata.
Davanti alla cenere e alle bugie ora si parlerà di razzismo, ed è sacrosanto che avvenga. Ci si chiederà pure cosa sta succedendo nella civile e solidale Torino, ed è giusto che ce lo si chieda. Ma spero che qualcuno si faccia domande anche su quale tipo di italianissima cultura è quella che induce una giovane donna a credere che la condizione di stuprata sia per lei socialmente più vivibile di quella di chi fa l´amore perché lo ha scelto.

La Repubblica 12.12.11

«Patrimoniale, evasori, Ici: dal governo vogliamo segnali», intervista a Pier Luigi Bersani di Aldo Cazzullo

Segretario Bersani, domani, oggi per chi ci legge, metà del suo partito manifesta con la Cgil contro la manovra che sostenete in Parlamento. Questo non le crea qualche disagio?
«No. Noi siamo un grande partito, un partito che discute. Leggere la nostra discussione come una battuta di questo o di quello sarebbe riduttivo. Noi siamo a nostro agio, innanzitutto perché questa mobilitazione ricompone l’unità del sindacato; il che è un bene per la Repubblica».
Ma divide il Pd.
«La piattaforma dello sciopero non parla di bocciatura della manovra. Parla di modifiche. Diverse vanno nel senso in cui andiamo anche noi. Non vedo difficoltà se la nostra gente partecipa ai presìdi dei sindacati e noi si sta nel nostro, tentando di migliorare la manovra in Parlamento».
Monti ha avvertito che lo spazio per le modifiche è stretto.
«Noi non chiediamo al governo di fare al cento per cento quel che faremmo noi. Saremo responsabili: il nostro sostegno non è in discussione. Questa manovra è un messaggio all’Europa, è il segno di un Paese che si mette all’opera dopo anni di paralisi. Però cercheremo di convincere il governo ad accettare alcune correzioni. Sul fronte delle entrate, e su quello delle spese».
Quali correzioni?
«Su un’imposizione sui patrimoni c’è qualche segnale, non c’è una decisione organica: noi però teniamo fermo il punto, se non è questa l’occasione ne deve venire un’altra. Lo sforzo per far pagare gli evasori si vede, ma solo in parte: la tracciabilità a mille euro non è sufficiente; e non basta il 4% sui capitali scudati. Visto che il principio avanzato mesi fa dal Pd di chiedergli un contributo è finalmente passato. Ci aspettiamo poi un segnale nuovo sulle frequenze tv».
Non crede che il governo sia costretto a tenere conto del veto di Berlusconi?
«Il governo non deve accettare veti, neppure da Berlusconi, sulle frequenze tv come sulla Rai. Su questo punto non si può arretrare. Non è tempo di concorsi di bellezza. Il governo dica la sua, proponga una soluzione equa».
Non vi va bene neppure la riforma delle pensioni?
«Io non critico la riforma sul piano concettuale, anzi penso che introduca meccanismi di unificazione significativi. Bisogna però introdurre anche elementi di gradualità. Su alcuni punti il salto è troppo alto. Non si possono penalizzare i lavoratori precoci. La soglia sopra cui si sospende l’indicizzazione va portata a 1400-1500 euro. Chiediamo anche una fascia più ampia di esenzione dall’Ici, anche in rapporto al carico familiare».
Sull’Ici va chiesto qualcosa in più alla Chiesa?
«Sì. Il governo deve fare chiarezza su una norma, quella che distingue gli immobili adibiti al culto da quelli a fini commerciali, applicata sinora in modo confuso. Poi servono misure per la crescita. Ad esempio, deroghe al patto di stabilità per consentire investimenti rapidi ai Comuni».
Il vertice europeo è andato però nella direzione del rigore assoluto, e di controlli più severi sui bilanci.
«In Europa le destre e i populismi hanno rinsecchito una prospettiva solidale. Anche quando fai un passo avanti, e lo si è fatto, si cade nei barocchismi, nei “si fa ma non si dice”, come nel caso pur positivo di una maggiore facoltà di azione della Bce. Quanto alle necessarie decisioni sulla stabilità, non si può inseguire la recessione, non si può continuare a fare manovre su manovre: la recessione dev’essere messa a sconto negli equilibri di bilancio. L’Europa ha gli strumenti per farcela. Tra sei mesi si vota in Francia — e Hollande verrà alla nostra assemblea, venerdì prossimo —, nel 2013 si vota in Germania e in Italia. Serve una grande piattaforma progressista europea».
In Italia però l’unità della sinistra appare compromessa. Il Pd va verso un’alleanza con Casini?
«Leggo un’ampia letteratura sulla “foto di Vasto”. Ma a quella foto manca il sonoro. Io ripetei allora quel che ho sempre detto: alla fase dell’emergenza segue la ricostruzione; per la ricostruzione serve un’alleanza tra progressisti e moderati. Il Pd si è preso le sue responsabilità. Altri se ne prenderanno di meno: pazienza. Ma un conto è la critica, un conto sono la deformazione e la denigrazione. Vendola mi pare attento a evitarle. Di Pietro, quando parla di inciucio, no. È chiaro che argomenti come questo, se ribaditi, portano a rotture difficilmente componibili. Perché la pietra di paragone è l’Italia; non un punto percentuale in più o in meno».
Pisanu vede Monti candidato a Palazzo Chigi anche nel 2013.
«Io invece non credo che il bipolarismo sia finito. E non credo che Monti voglia essere il demiurgo anche della fase2, della ricostruzione. Per quella occorre un grande confronto elettorale tra le forze politiche».
È sicuro che la vostra gente vi verrà dietro? Questo è davvero un governo di destra, come si sente ripetere?
«Questo non è un governo di destra. È un governo di impegno nazionale, come lo chiama Monti. Se fossimo andati a votare, avremmo vinto noi; ma non ho rimpianti. Abbiamo fatto un investimento sul futuro. E i miei l’hanno capito. La gente è più matura di quel che si crede».
La gente è anche molto arrabbiata con voi politici, che non vi siete tagliati lo stipendio.
«Guardi, ho ricevuto diversi messaggi di parlamentari che sono stati insultati per strada da passanti che avevano letto i titoli dei giornali. Ora, io dico basta. Due volte basta: ai privilegi, ma anche ai linciaggi. Di questo passo non so dove arriveremo».
Non è stato un errore non dare subito un segnale forte sui costi della politica?
«L’errore è stato rendere credibile che si stesse lavorando a dei rinvii. I vitalizi non sono stati tagliati dal governo, ma dai presidenti delle Camere. Lo stesso si farà sugli stipendi, che saranno equiparati alla media europea. Ricordo che “la Maastricht dei costi della politica” è una proposta del Pd. Vigileremo perché sia tradotta in pratica, anche in periferia. Ma non cadiamo nel populismo. Quando avremo fatto questo, verrà il momento di smascherare coloro che nascondono, dietro i privilegi della politica, i privilegi propri».

Il Corriere della Sera 12.12.11

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“I calcoli dell’evasione: negli ultimi trent’anni è cresciuta di 5 volte”, di Sergio Rizzo

N el 1981 l’ex ministro delle Finanze Franco Reviglio rivelò in una intervista al Mondo che l’evasione fiscale si poteva valutare «in circa 28 mila miliardi».
Oggi il presidente dell’Istat Enrico Giovannini spiega che siamo fra il 16,3% e il 17,5% del Prodotto interno lordo. Ossia fra 255 e 275 miliardi di euro. E siccome i 28 mila miliardi di lire del 1981 equivalgono a 54 miliardi di euro attuali, significa che trent’anni dopo l’infedeltà fiscale si è in valore assoluto moltiplicata per cinque.
Per giunta, con la crisi, la fuga dei capitali è ripresa alla grande.
«Non ho mai pagato le tasse e me ne vanto. Le tasse sono come la droga, le paghi una volta e poi entri nel tunnel». Cetto La Qualunque può stare sereno: l’Italia è da almeno tre decenni sulla strada della disintossicazione. Se nell’agosto 1981 l’ex ministro delle Finanze Franco Reviglio, che in quell’incarico aveva al proprio fianco il giovane Giulio Tremonti, rivelò in una intervista al Mondo che l’evasione fiscale si poteva valutare «in circa 28 mila miliardi, pari a sette-otto punti del reddito nazionale», oggi il presidente dell’Istat Enrico Giovannini ci solleva: trent’anni dopo siamo fra il 16,3% e il 17,5% del Prodotto interno lordo. Ossia fra 255 e 275 miliardi di euro. Più del doppio in rapporto al reddito del Paese. E siccome i 28 mila miliardi di lire del 1981 equivalgono a 54 miliardi di euro attuali, significa che trent’anni dopo la denuncia di Reviglio l’infedeltà fiscale si è in valore assoluto moltiplicata per cinque. Un risultato che farebbe esultare lo straordinario personaggio creato dal comico Antonio Albanese per mettere il dito nell’occhio a una certa politica ingorda e affaristica. Conseguito, peraltro, in seguito a ben tre condoni tombali che hanno coperto con la loro efficacia ben 25 di quei trent’anni. Senza parlare dei tre diversi scudi fiscali che hanno consentito di regolarizzare con un pezzo di pane miliardi di euro esportati illegalmente.
Redditometro e cavalli
Non servì la legge sulle «manette agli evasori», arrivata nel 1982, che fece una sola vittima illustre: Sofia Loren. Non servì l’invenzione del redditometro, una specie di questionario spedito dal fisco ai presunti contribuenti facoltosi autori però di dichiarazioni modeste, che in Parlamento subì per anni un bombardamento a tappeto. I diportisti ricorsero al Tar costringendo il governo a fare una parziale marcia indietro, la Lega pretese centri di assistenza comunale per aiutare i cittadini a compilarlo. Poi un bel giorno del 1998 si scoprì che non si trattava, come speravano i suoi ideatori, di uno strumento perfetto. Su 76.025 cartelle spedite ad altrettanti contribuenti sulla base delle incongruenze rilevate con il redditometro, in ben 32.081 casi i destinatari erano riusciti a dare spiegazioni plausibili mentre gli evasori conclamati erano «soltanto» 12.247. Quasi tutti (10.271) salvi grazie al meccanismo dell’«accertamento con adesione», una specie di accordo con il Fisco grazie al quale si paga quel che si può. E il redditometro subì un colpo, se non mortale, comunque letale. Si passò allora al «riccometro», che venne bersagliato ancor più pesantemente. Il presidente della Confcommercio Sergio Billé lo qualificò come uno «strumento da epoca staliniana». Al cattolico Pier Ferdinando Casini faceva invece venire in mente «l’Inquisizione». Mentre per l’aennino Adolfo Urso si trattava semplicemente di una cosa «barbara». Aggettivo che fu riservato anche a un’altra iniziativa: la «delazione» alla Guardia di finanza. Bastava telefonare al 117, il numero del centralino delle Fiamme Gialle. Autore: l’ex ministro Vincenzo Visco, che per questo si attirò critiche di ogni genere. Perfino dalla Chiesa. Il teologo dell’Osservatore Romano Gino Concetti tuonò: «Nessuno Stato democratico può autorizzare i propri cittadini allo spionaggio fiscale». Ma all’inizio fu un successone. Nei primi dieci giorni arrivarono 12 mila telefonate. Poi, lentamente, la «delazione» scemò. Nel 2007 la Cgia di Mestre calcolò che non arrivavano più di 25 chiamate al giorno.
Quell’anno fu la volta dell’Isee, ovvero «Indicatore di situazione economica equivalente»: serviva a verificare se chi accedeva per ragioni di basso reddito ai servizi sociali gratuiti e magari girava con una Mercedes da 100 mila euro ne avesse effettivamente diritto. Risultati, pochini. Tanto che, scoppiata la crisi, non si è deciso di ridare vita a una nuova versione del redditometro. Ovviamente fra i mugugni dei politici. «Non credo che sia opportuno inserire tra le voci per accertare il reddito le spese per le scuole private, anche se costose», ha eccepito il senatore del Pdl Stefano de Lillo. Mentre il suo collega di partito Antonio Tomassini, presidente della commissione Sanità, ha chiesto di escludere anche gli equini: «Il cavallo dev’essere riconosciuto come animale d’affezione e non come bene di lusso». Già, e chi non è affezionato alla sua Ferrari?
Ha raccontato Nunzia Penelope nel suo libro «Soldi rubati», recentemente pubblicato da Ponte alle Grazie: «Nel 2010 la Guardia di finanza ha scoperto un evasore ogni ora, mentre nel 2009 erano solo uno ogni 71 minuti. In cifre, stiamo parlando di 8.850 imprenditori che hanno operato esclusivamente nel sommerso, responsabili di oltre 20 miliardi di ricavi non dichiarati, di 19 mila lavoratori in nero e di un’evasione contributiva per 600 milioni».
Yacht per nullatenenti
Ma se nello sport dell’evasione fiscale l’Italia è seconda soltanto alla Grecia e se da trent’anni a questa parte il fenomeno non ha fatto che crescere, nonostante ogni governo, di destra e di sinistra, si sia impegnato a combatterla, ci devono essere ragioni profonde. Forse le stesse che hanno spinto l’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi a diramare, un giorno di febbraio del 2005 a Radio Anch’Io, questa specie di tanaliberatutti: «L’evasione di chi paga il 50% dei tributi non l’ho inventata io. È una verità che esiste. Un diritto naturale che è nel cuore degli uomini». E che si traduce, purtroppo per i nostri conti pubblici, in cifre raccapriccianti. I contribuenti italiani che dichiarano al Fisco oltre 200 mila euro sono 77.273, pari allo 0,18%. Come questo dato si possa conciliare con quello delle 206 mila auto di lusso (costo medio, 103 mila euro) vendute ogni anno nel nostro Paese, è francamente incredibile. Il bello è che il Fisco lo sa da decenni. Come sa, ha scritto nell’agosto del 2010 l’Ansa, che «il 64% degli yacht che circolano in Italia sono intestati a nullatenenti o ad arzilli prestanomi ultraottantenni o a società di comodo italiane o estere per evadere le tasse». Oppure che lungo gli 8 mila chilometri delle nostre coste sono disseminate 42 mila imbarcazioni di un certo valore i cui proprietari dichiarano, se va bene, 20 mila euro l’anno. Ecco perché i risultati ottenuti recentemente dall’Agenzia delle entrate di Attilio Befera, con un recupero di 10 miliardi di imposte evase nel 2010, per quanto importanti, non sono che una goccia nel mare. Tanto più perché è il sistema a essere profondamente marcio. Esclusivamente, va detto, per tornaconti elettorali e responsabilità di una classe politica miope e incapace.
Ispezioni (e scorte)
Prendete gli studi di settore. Sono un’invenzione di metà anni Novanta per evitare la minimum tax che voleva Giuliano Amato. Di fatto, è un patto scellerato fra l’amministrazione fiscale e i lavoratori autonomi, elettori considerati evidentemente molto preziosi. Ai quali il Fisco dice: puoi evadere fino a quel punto. Se lo superi, ti veniamo a controllare. Una scelta in qualche modo obbligata, visto anche la scarsità di mezzi per eseguire i controlli. Basta dire che la Guardia di finanza, forte di 65 mila effettivi, deve assicurare anche una quota dell’ordine pubblico (avete visto i finanzieri con i blindati alle manifestazioni) e delle scorte ai politici e agli alti burocrati statali. Carabinieri e poliziotti da soli non ce la fanno: nella sola città di Roma, ha raccontato il Messaggero, ci sono 2 mila persone sotto tutela. E per ognuna delle cinquanta volanti addette alla sicurezza dei cittadini, circolano nella capitale 400 (quattrocento) auto blu di scorta.
Va da sé che in un sistema del genere si annidano anche illegalità di ogni genere. Come quelle dei 100 mila lavoratori autonomi, ha rivelato Roberto Ippolito nel suo libro «Evasori» pubblicato tre anni fa da Bompiani, che scontano l’acquisto di beni strumentali senza però averli fisicamente. Si parla di 3.329 ristoranti senza cucina o tavoli, 480 farmacie senza scaffali, 555 lavanderie senza lavatrici e perfino 137 tassisti senza il taxi. Insomma, in un mondo perfetto gli studi di settore non dovrebbero esistere. Anche perché in qualche caso riescono a essere perfino vessatori. Il fatto è che il nostro è un mondo altamente imperfetto: diversamente non ci troveremmo in questa situazione.
Nel regno dell’ingiustizia fiscale ha poi un posto di rilievo una burocrazia assurda, che alimenta anche la corruzione. Basta pensare ai 68 adempimenti e 19 uffici in media da contattare per aprire un’attività in Italia: dove, dice la Confartigianato, sono appena 112 su 8.101 i Comuni in grado di consentire a un imprenditore lo svolgimento di tutte le pratiche online, senza doversi fisicamente recare allo sportello.
Per non dire dell’impunità. Nel Paese europeo a più elevato tasso di evasione non c’è neanche un detenuto in carcere con quell’accusa. Invece negli Stati Uniti, dove non pagare le tasse è considerato un reato molto serio, fra il 2000 e il 2007 hanno varcato la soglia di una galera federale 11.691 persone. Detenzione media: 30 mesi.
L’oro del Canton Ticino
Come stupirsi allora che oltre al record dell’evasione l’Italia detenga pure quello, altrettanto poco invidiabile, dell’esportazione illecita dei capitali? Ma se è vero, come sempre ripete la Corte dei conti, che i condoni sono il più grande incentivo per l’evasione, gli scudi fiscali non sono forse il miglior viatico per la fuga dei capitali? Dopo il primo «scudo» del 2001-2003 l’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti annunciò su questo giornale tolleranza zero verso gli spalloni. Prefigurando perfino l’installazione di telecamere alla frontiera con la Svizzera. Sei anni dopo, ecco invece un nuovo scudo fiscale, che ha consentito di regolarizzare una somma addirittura superiore a quella del 2001-2003, cioè 104 miliardi di euro contro una settantina. Denari di proprietà per il 66% di cittadini residenti in Lombardia e per il 58% depositati nei caveau delle banche svizzere. Delle due l’una: o quei soldi non erano rientrati con il primo «scudo», oppure le minacce non hanno affatto dissuaso gli esportatori. Né tanti quattrini, ripuliti quasi gratis, hanno alleviato le difficoltà dell’Italia. A dispetto di quello che aveva dichiarato Tremonti il 16 dicembre 2009: «È una colossale manovra di potenziamento della nostra economia, mai verificatosi per un Paese, dato dal fatto che capitali che erano fuori tornano in Italia e servono per tenere aperte le imprese, non licenziare, gestire i rapporti fra creditori e debitori». Per giunta, con la crisi la fuga dei capitali è ripresa alla grande. Se è vero, come dicono voci attendibili, che le cassette di sicurezza delle banche elvetiche hanno fatto il pieno di beni e valori provenienti dal Bel Paese. Nel solo mese di settembre hanno preso la strada del Ticino 13 tonnellate d’oro provenienti dall’Italia. Paolo Stefanato ha scritto sul Fatto Quotidiano che l’Associazione banche ticinesi «stima in 130 miliardi di euro i fondi neri depositati da soggetti italiani in Svizzera». Ma c’è pure chi parla di somme molto superiori: 300 miliardi, forse più. Che sono fuori dalle nostre frontiere e lì resteranno, a meno di qualche miracolo. Per esempio, un nuovo elenco di depositi made in Italy sul modello di quei 5.439 contenuti nella lista sottratta alla filiale ginevrina della Hsbc dall’ex dipendente Hervé Falciani. La Guardia di finanza ha accertato un’evasione di 180 milioni soltanto per 774 di quei patriottici correntisti: oltre metà lombardi. E poi dicono che gli italiani sono sempre più poveri…

Il Corriere della Sera 12.12.11