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"Pressing sul governo: editoria, cambiare l’art.29", di Roberto Monteforte

Si mobilitano Fnsi e direttori dei giornali di idee, di partito e di cooperative: «Senza immediati correttivi oltre 100 testate chiuderanno sicuramente». È una certezza la chiusura immediata di oltre cento testate della stampa di partito, cooperativa e di idee con «riflessi gravissimi sul pluralismo dell’informazione e sulla stessa democrazia». Questo sarà l’effetto, senza immediati correttivi, della «manovra» del governo Monti che taglia ulteriormente i già scarsi e incerti «finanziamenti diretti» destinati all’editoria no profit. Lo denunciano con drammatica chiarezza i direttori delle testate coinvolte: Claudio Sardo de l’Unità, Stefano Menichini di Europa, Marco Tarquinio di Avvenire, quello della Padania, Leonardo Boriani, di Liberazione Dino Greco, quindi Norma Rangeri de il Manifesto, Marcello De Angelis del Secolo d’Italia, Emanuele Macaluso direttore de Il Riformista e il presidente della Fisc ( la federazione dei settimanali diocesani), Francesco Zanotti. Si muove lo schieramento trasversale che nei mesi scorsi nella battaglia per la difesa del pluralismo delle voci politiche e culturali nel rigore, nella «bonifica» del settore dalle false testate a favore dei giornali «veri», ha ottenuto l’autorevole appoggio del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.
Questa volta scrivono al presidente del Consiglio, Mario Monti, ai presidenti di Camera e Senato, Gianfranco Fini e Renato Schifani e ai segretari dei partiti presenti in Parlamento Alfano (Pdl), Pier Luigi Bersani (Pd) Lorenzo Cesa (Udc) Italo Bocchino (vicepresidente Fli), Antonio Di Pietro (Idv) e Umberto Bossi,(Lega Nord). I tempi sono strettissimi. Alla Camera si lavora agli ementamenti alla «manovra Salva Italia». I direttori dei giornali chiedono verà equità e sviluppo. Per questo auspicano una vera «bonifica» del settore, ma al tempo stesso che siano stanziate risorse adeguate a quel Fondo per l’Editoria che il comma 3 dell’articolo 29 della «manovra» vorrebbe, invece, cancellare a partire dal 2013. E che siano stanziate subito, perché questo settore, già in crisi,non può attendere oltre.
Al presidente Monti fanno presente una ragione in più, economica, oltre a quella della tutela del pluralismo, per correggere la manovra. I costi sociali che peserebbero sullo Stato per le «molte centinaia di posti di lavoro» tra giornalisti e poligrafici che andrebbero persi. Sarebbe «un volume di spesa persino superiore a quello che sarebbe necessario per reintegrare il Fondo per l’editoria». Chiedono un incontro urgente. Lo chiedono anche ai presidenti delle due Camere, ricordando loro l’appello rivolto dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano al precedente governo affinché venisse «scongiurato il rischio imminente della cessazione di attività per centinaia di testate, messe a repentaglio dal drastico abbattimento del Fondo per lì’editoria». Un appello ancora drammaticamente attualissimo.
Si confida in un rapido cambio di passo. Alla commissione Bilancio della Camera sono stati presentati emendamenti «trasversali». I deputati del Pd e della Lega Nord chiedono che sia mantenuto il Fondo. Che sia adeguatamente finanziato. Si avanzano proposte precise: l’utilizzo dei ricavi da una vera asta sulle frequenze del digitale terrestre. Che sul Fondo per l’editoria non pesino più quei 50 milioni di euro che lo Stato deve all’Ente Poste. Di aumentare dello 0,50 sul fatturato il costo delle concessioni per le emittenti nazionali. Le risorse possono essere trovate.
Che per il governo il Fondo debba essere mantenuto lo ha chiarito ad una delagazione della Fnsi il neo sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega per l’Editoria, Carlo Malinconico. Al segretario di Federstampa Franco Siddi, al presidente Roberto Natale e al direttore generale Giancarlo Tartaglia, il sottosegretario ha assicurato che l’azione dell’esecutivo «sarà attenta alle preoccupazioni sulla salvaguardia del pluralismo» espresse dal capo dello Stato. Che presterà la massima attenzione alla tutela dell’occupazione in questo comparto dell’editoria. Malinconico è tornato a chiarire che con il comma 3 dell’articolo 29 della manovra non si intende abolire dal 2014 il Fondo per l’editoria, ma modificarne le logiche.
Quell’articolo, però, al momento resta, come pure le preoccupazioni per gli effetti devastanti per il settore. Contro questa parte della «manovra» e per l’equità lunedì 12 dicembre sciopereranno e in modo unitario i poligrafici aderenti a Cgil, Cisl e Uil. La Fnsi ieri ha espresso «grande vicinanza» ai lavoratori poligrafici. Ha invitato i giornalisti ad essere loro concretamente solidali al loro sciopero, quindi «ad attenersi scrupolosamente alle regole contrattuali» evitando «commistione di funzioni e rifiutando qualsiasi prestazione che non abbia esclusivo carattere giornalistico».

L’Unità 10.12.11

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LETTERA APERTA AL PREMIER

Signor Presidente, come Lei certamente sa la manovra che il Suo governoha predisposto rischia di assestare un colpo mortale a un centinaio di giornali che attualmente usufruiscono dei contributi diretti all’editoria ex legge 7 agosto 1990, n. 250: un sostegno già erogato in misura modesta e incerta negli importi, oltre che pesantemente differito nel tempo. La cessazione dell’applicazione della legge n. 250, prevista all’articolo 29 del recente decreto, avrà riflessi gravissimi sul pluralismo dell’informazione e sulla stessa democrazia, considerato che causerà la fine delle pubblicazioni per l’intero settore della stampa di partito, cooperativa e di idee, notoriamente penalizzato da forti disparità nell’accesso al mercato pubblicitario. Le saranno altrettanto note le
conseguenze occupazionali dell’entrata in vigore dell’articolo 29 del decreto e il contraccolpo economico per l’erario, in relazione agli oneri assistenziali che lo Stato dovrebbe accollarsi in seguito alla chiusura di molte decine di testate e la conseguenza perdita di molte centinaia di posti di lavoro, per un volume di spesa persino superiore a quello che sarebbe necessario per reintegrare il Fondo per l’editoria. Quanto alla necessità, altresì prevista dall’articolo 29 del decreto, di stabilire diversi, più severi e oggettivamente verificabili criteri di accesso ai contributi, Le ribadiamo che un rigoroso riordino del settore e il disboscamento della giungla delle sovvenzioni è una rivendicazione che noi per primi abbiamo più volte avanzato, sempre inascoltati.
Se però i tempi di questo auspicabile intervento di riordino dovessero risultare lunghi, e si procedesse nel frattempo con i tagli di risorse previsti, la riforma arriverebbe a situazione ormai compromessa, quando i giornali in questione avranno gioco forza cessato di esistere. Nel rivolgerLe la richiesta di
un incontro urgentissimo, Le anticipiamo l’invito a un intervento che scongiuri l’apertura di una grave crisi occupazionale ed eviti in extremis un vulnus irreversibile alla libertà di stampa..

Con i migliori saluti,
Claudio Sardo l’Unità
Stefano Menichini Europa
Marco Tarquinio Avvenire
Leonardo Boriani la Padania
Dino Greco Liberazione
Norma Rangeri il Manifesto
Marcello De Angelis Secolo d’Italia
Emanuele Macaluso Il Riformista
Francesco Zanotti Presidente Fisc

L’Unità 10.12.11

"Più seri, chi sbaglia paga", di Franco Mosconi

Nell’Europa a due velocità nata l’altra notte a Bruxelles l’Italia c’è, come c’era nel maggio 1998 quando sempre a Bruxelles nacque l’euro e, prima ancora, quando fra il 1989 e il 1992 il Trattato di Maastricht venne prima concepito e poi firmato. Si dirà: è una ben magra consolazione, ora che l’Unione europea (Ue) si è spaccata in due blocchi.
Ma non saremmo così sicuri di questa interpretazione se teniamo nel debito conto gli accadimenti di questi ultimi mesi e il rischio, tutt’altro che teorico, di una disintegrazione dell’Unione europea e, in primis, dell’area dell’euro.
L’«unione di bilancio», il rafforzamento del «meccanismo europeo di stabilità» e il nuovo ruolo della Banca centrale europea (Bce) rappresentano, nel loro assieme, tre decisioni di non piccola portata.
D’altronde, se anche questa volta ci si fosse limitati alle pie intenzioni – come purtroppo molto spesso è accaduto nei summit degli ultimi anni con la crisi della Grecia già esplosa – o alla conservazione di fatto dello status quo anche la Gran Bretagna avrebbe probabilmente dato il suo assenso. Se non lo ha dato è perché qualcosa di profondo si è messo in moto, destinato a incidere sulle politiche fiscali e di bilancio dei singoli stati membri: in una parola, sulla loro sovranità. È questo un destino inevitabile per paesi che condividono la stessa moneta, come lo sono i tre grandi fondatori della Ue, Germania, Francia e Italia.
È positivo che nell’accordo intergovernativo che si è materializzato vi siano, con i tre grandi, tutti gli altri paesi di Eurolandia (17, come si sa) più, già nella notte, sei paesi che sono al di fuori della moneta comune (e siamo a quota 23), poi saliti a 26. In pratica, solo la Gran Bretagna rimarrebbe fuori.
Per amore di semplicità abbiamo riassunto le decisioni di Bruxelles nei tre punti sopra ricordati, ma naturalmente essi vanno visti come un insieme organico volto – per dirla con le parole dell’intesa – da un lato al «coordinamento rafforzato delle politiche economiche » e, dall’altro, allo «sviluppo degli strumenti di stabilizzazione per affrontare le sfide nel breve termine».
C’è un filo rosso che lega le varie prescrizioni dell’accordo per la nuova Europa, cioè l’introduzione del pareggio di bilancio nelle Costituzioni di tutti gli stati membri, le sanzioni automatiche in caso di sforamento dei tetti massimi fissati per il deficit (il famoso 3 per cento sul pil di Maastricht) e la fissazione di un sforamento strutturale massimo nella misura dello 0,5 per cento del Pil (aggiustabile per tenere conto del ciclo)?
Il fil rouge c’è ed è rappresentato da una più rigorosa disciplina fiscale comune, nei fatti e non a parole, rappresentata dalla necessità di governi e parlamenti nazionali di riconciliare mezzi e fini nella gestione della spesa pubblica, evitando di dare l’illusione che un paese possa vivere, all’infinito, al di sopra dei propri mezzi; è rappresentato dalla necessità di tenere conto, paese per paese così come a livello sopranazionale, degli interessi delle giovani generazioni che non possono ereditare solo la montagna indebitata. Se, come ci auguriamo, sarà la Commissione europea a poter svolgere il ruolo di guardiano delle nuove norme il disegno avrà una sua razionalità e funzionalità.
L’Italia, in un cammino repubblicano costellato di luci e ombre, ha saputo compiere veri e propri miracoli (pensiamo al 1992-’93 e al 1997-’98) quando il cosiddetto «vincolo esterno» ha operato con efficacia; ossia, si è trovata sotto la sorveglianza delle istituzioni comunitarie per il pieno rispetto dei trattati e, nel contempo, sotto il vaglio dei mercati finanziari.
Ebbene, le decisioni sull’unione di bilancio non fanno che rafforzare il vincolo esterno. Questo fatto, unito all’opera di un governo – quello di Mario Monti – che ha saputo in breve tempo varare una manovra di risanamento e riconquistare un posto a pieno titolo al tavolo dei grandi della Ue, è la migliore garanzia che la nostra marginalizzazione non è (era) un destino ineluttabile.
Altre decisioni assunte a Bruxelles meritano infine una menzione, come quella sull’anticipo dell’entrata in vigore (ora prevista per il luglio 2012) del fondo permanente salva- stati con una dotazione complessiva di 500 miliardi di euro che sarà gestito dalla Bce (fondo che tuttavia per l’opposizione tedesca non diventerà una banca); consistente anche il rifinanziamento che i paesi Ue hanno deciso per il Fondo monetario internazionale (200 miliardi).
Insomma, la munizioni per scongiurare una crisi sistemica sembrano esserci tutte, anche se la speculazione internazionale sa muovere masse di denaro gigantesche e sui mercati operano attori, come le agenzie di rating, che non rispondono a nessuno.
Guai ad abbassare la guardia. Nel complesso il segnale che giunge da Bruxelles è positivo e l’accordo – come ha osservato Mario Draghi – va visto come una «buona base per una disciplina nella politica economica dei paesi membri».
Di «eurobond», l’altro grande dossier aperto a livello Ue, si riparlerà fra sei mesi dopo un’ulteriore istruttoria. Sarà la volta buona? Il combinato disposto di un’efficace unione fiscale e di titoli di stato emessi a livello «federale » darebbe all’area dell’euro e, a ben vedere, a tutta la Ue quella forza per giocare il ruolo che le compete sullo scacchiere internazionale.

da Europa Quotidiano 10.12.11

«Abbiamo la pretesa di esserci e di contare dove si decide il futuro», intervista a Chiara Saraceno di Mariagrazia Gerina

Stavolta è più dura del 13 febbraio, quella era una
manifestazione contro Berlusconi, uno volgare che è chiaro cosa faceva di male, ora invece si tratta di combattere contro qualcosa di più insidioso, la marginalizzazione delle donne competenti e dei nostri interessi, caduti fuori dall’agenda politica ed economica», avverte Chiara Saraceno, sociologa, che domani parlerà dal palco di Se non ora quando, come studiosa e come militante. «Non sarei in quella piazza se non condividessi il bisogno di manifestare un dissenso e una domanda collettiva delle donne».
Cosa chiedono oggi le donne? Quale è la loro domanda?
«Posso dire come la interpreto io: è voglia, esigenza, pretesa di contare laddove si prendono le decisioni, dove si gestisce il potere, dove si definiscono le priorità, compreso quando si decide cosa si taglia e come. Ed è disagio rispetto a una agenda politica ed economica che certo in un momento di grande difficoltà sembra avere del tutto trascurato il fatto che le donne hanno pagato e pagheranno costi altissimi».
È una critica al governo Monti?
«Non sono tra coloro che si rallegrano che in questo esecutivo ci siano tre ministre donne: mi sembra il minimo sindacale a e ancora più vergognoso è che ci siano solo 3 donne su 25 sottosegretari. Trovo indecente che un governo di tecnici non ne abbia trovate di più. Di nomi ce ne sarebbero parecchi. Mi chiedo dei tecnici quasi tutti uomini che idea abbiano della organizzazione della vita quotidiana o anche della fatica che può aver fatto la stessa Fornero ad arrivare dove sono loro».
Le sue lacrime hanno un significato per la piazza di domani?
«La piazza ha altre lacrime e altro sangue di cui occuparsi. Però quel mancamento improvviso è stato qualcosa di autentico. Conosco il ministro Fornero da anni. So che della riforma delle pensioni era convinta, io stessa tutto ciò che so su questa materia l’ho imparato da lei, mentre la decisione che riguardava la non indicizzazione delle pensioni più basse credo che l’abbia vissuta come un problema di coscienza. Mi risulta che si sia battuta per modificarla e perché fossero invece ridotte le spese militari. Ma si è trovata contro i suoi colleghi».
Da studiosa quale è il primo dato che sottoporrebbe al governo?
«Il bassissimo tasso di occupazione delle donne nel mezzogiorno, in particolare di quelle con bassa istruzione: è il vero dramma italiano. Un problema che si riproduce, perché molte la maggior parte dei 2 milioni di giovani che non lavorano e non studiano sono donne».
Cosa c’è per le donne in questa manovra e cosa manca?
«Nella manovra non c’è neppure una parola sui servizi. Neppure come tema da affrontare nel futuro prossimo. E questa è la cosa che mi ha turbata di più. Sembra che il welfare per loro siano solo le pensioni e gli ammortizzatori sociali. E per le donne c’è solo che vengono detassati coloro che le assumono. Però la maggior parte di loro nel mercato di lavoro non ci sta o ci sta in modo marginale non perché le donne costano troppo ai datori di lavoro ma perché non ce la fanno a conciliare il lavoro con le altre cose di cui si devono fare carico e quando ce la fanno è a costo di salti mortali. Anche avere alzato l’età della pensione, cosa che in linea di principio mi trova d’accordo, magari non dall’oggi al domani, così non regge. Non puoi alzare l’età della pensione e poi contare comunque, come in passato, sul fatto che le nonne si occupino dei nipotini».
Perché queste misure non ci sono?
«Si considera sempre che i servizi siano un lusso più che un costo, mentre sono un investimento, che producendo lavoro e consentendo alla donna di lavorare, allarga la base imponibile e migliora anche la qualità della vita, riducendo le disuguaglianze sociali. Chi l’ha detto che crescita e sviluppo avvengano solo facendo treni ad alta velocità? Ci vuole anche una società coesa, in cui la gente non si ammazzi e i bambini non siano diseguali dalla nascita. Servizi di qualità fin dalla prima infanzia, asili nido e scuole a tempo pieno di qualità sono anche un investimento in capitale umano».
Si sarebbe aspettata di più su questi temi?
«Mi sarei aspettata di più e meglio da un esecutivo che nel discorso dell’insediamento ha detto, per bocca del presidente del consiglio, che vuole sostenere l’occupazione femminile. Mi chiedo come pensa di raggiungere l’obiettivo? A me sembra che questa manovra sovraccarichi le donne e il lavoro familiare. Mentre i tagli ai trasferimenti agli enti locali sono stati confermati e irrigiditi. Argomento che mi sembra stia passando sotto censura, anche da parte di chi protesta. I sindacati si occupano delle pensioni: va bene,ma che cosa facciamo per le giovani donne che pensano di avere un figlio e non ce la fanno a stare sul mercato del lavoro?».

L’Unità 10.12.11

Le donne si riprendono le piazze "Più potere per uscire dalla crisi", di Anna Bandettini

“Caro Monti, siamo stanche di pagare il prezzo più alto”. L´ambasciatore Usa: solidali con voi. Contro il governo Berlusconi furono un milione: madri, figlie, ragazze, lavoratrici, professioniste italiane che il 13 febbraio scorso a Roma, e in oltre cento piazze italiane e straniere, chiedevano dignità e rispetto a una classe politica che ogni giorno le offendeva e offendeva il paese. Non è finita: oggi davanti alle politiche restrittive del welfare imposte dalla crisi, a tagli draconiani che pesano sopprattuto sulle loro spalle, le donne italiane scendono nuovamente in piazza per reclamare un ruolo da protagoniste nell´agenda politica, nella certezza che non c´è crescita senza le donne. “Noi sappiamo come si fa – dicono – Se non le donne chi?”.
Con questo slogan domani le donne chiamano a una nuova mobilitazione dopo quella del 13 febbraio, data simbolica per l´orgoglio femminile in Italia. A Roma in piazza del Popolo, dalle 14, con una manifestazione-concerto e in altre venti piazze italiane, da Torino dove il concentramento è previsto in piazza Castello, a Sassari, da Venezia a Perugia: ci saranno le stesse donne, a partire da quelle del comitato “Se non ora quando” (Snoq), la rete nazionale di associazioni e gruppi femminili che organizzò il pomeriggio di dieci mesi fa. Stavolta non tutte le associazioni territoriali di Snoq hanno voluto aderire all´iniziativa con una manifestazione, ma ciascuna città ha scelto una sua modalità di intervento. L´obiettivo della manifestazione: recapitare al governo Monti il punto di vista delle donne sul Paese, sull´economia e sulla crescita, per ribadire che non si esce dalla crisi se non si riportano le donne al centro del dibattito politico italiano. «Mai più contro di noi, mai più senza di noi», come recita lo slogan della manifestazione.
«Vogliamo segnare questa stagione politica con la nostra forza, contare sulla scena pubblica – dicono le donne di Snoq – Vogliamo far capire che l´uscita dalla crisi passa attraverso il lavoro e il welfare per le donne, e che ci vuole democrazia paritaria e un ruolo più centrale delle donne nella vita politica e sociale». Si dicono pronte a non votare più i partiti che non daranno risposte concrete su questi temi. Ci sarà un ricordo commosso delle operaie di Barletta morte nell´incendio della loro fabbrica, e poi proposte e riflessioni: per i temi del welfare e dell´economia Chiara Saraceno e Francesca Bettio, per la rappresentazione della donna nei mass media la pubblicitaria Anna Maria Testa, e Alessandra Mancuso a nome della neonata associazione Giulia che raccoglie oltre 400 giornaliste italiane, e ancora donne che nella vita di tutti i giorni sopportano il peso della crisi e della discriminazione, e eccellenze femminili che porteranno la loro esperienza. E poi molta musica e molte artiste: Lunetta Savino, l´orchestra sinfonica di Europa Musica, Paola Turci, Marina Rei, Emma Marrone e Erica Mou.
Sono già arrivati messaggi di sostegno dalla rete delle donne Nobel, da Shirin Neshat a Jody Williams e, curiosità, dal rappresentante in Italia di Obama, l´ambasciatore americano David Thorne: «Offrire alle donne maggiori possibilità di accedere al mercato del lavoro e alle opportunità economiche, promuovere la loro efficienza e produttività, avrà un notevole impatto sulla competitività e la crescita delle nostre economie – ha scritto nel messaggio-. Tutti noi, uomini e donne, abbiamo il compito di promuovere l´eguaglianza di genere e combattere le discriminazioni. Così vi chiedo anche: Se non ora quando? E se non noi, chi?». Molti gli italiani all´estero che stanno inviando donazioni. Le organizzatrici, finanziariamente autogestite, chiedono a tutti un sostegno e per questo hanno attivato una raccolta fondi sul conto IT13Y0501803200000000155055 della Banca Etica, sede di Roma.

La Repubblica 10.12.11

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“La manovra non è abbastanza. Le donne tornano in piazza”, di Laura Preite

Domenica la manifestazione del movimento “Se non ora quando” Cristina Comencini: «Bene la defiscalizzazione del lavoro femminile, ma servono servizi di cura per bambini e anziani». «C’è molto poco per le donne nella manovra, ancora una volta non vengono messe al centro. Questa manifestazione è fondamentale per dire che le donne vogliono di più, al termine di quest’anno di cambiamento. Siamo d’accordo sulla defiscalizzazione del lavoro femminile decisa dall’esecutivo Monti, ma non c’è altro, si alza l’età pensionabile ma non si offrono misure per sostenere questo passaggio come servizi di cura per bambini e anziani» così Cristina Comencini, regista e tra le animatrici del movimento Se non ora quando, definisce i contorni del nuovo appuntamento di piazza che il movimento si è dato per domenica prossima, 11 dicembre. Dalle 14 alle 16, in piazza del Popolo a Roma e in contemporanea in altre città, Se non ora quando, chiama a raccolta le donne e non solo, sotto lo slogan “Se non le donne, chi?” e detta l’agenda: welfare, lavoro, maternità, rappresentazione e rappresentanza. Sono cinque temi che sono stati elaborati in poco meno di un anno di vita, da quel 13 febbraio che riempì le piazze d’Italia e del mondo di donne e uomini per dire “basta” allo scandalo “bunga bunga” che coinvolgeva l’allora presidente del Consiglio Berlusconi e sua rappresentazione sui media italiani e di tutto il mondo.

«Siamo state le prime a dire che l’Italia doveva recuperare la dignità perduta e che la dignità delle donne era la dignità dell’Italia tutta, adesso vogliamo cominciare a contare economicamente – continua Comencini – a essere sgravate dal lavoro di cura e famigliare che impedisce di esprimere a pieno il proprio potenziale nel lavoro e nella carriera. Nessuna donna rinuncia agli affetti o a un figlio per la carriera, ecco perché siamo state così poco presenti nella storia del nostro paese, nella politica e nelle istituzioni. È una mia opinione personale, ma per arrivare ai livelli apicali delle società, devi avere la possibilità di conciliare lavoro e famiglia (il reportage). Semplicemente, le italiane non ne hanno il tempo, lavorano 80 ore a settimana, di più che nel resto d’Europa». Come dimostra anche la recente indagine dell’Istat sul tempo delle famiglie, aumenta per tutti l’orario di lavoro, ma solo per le donne il tempo libero scompare, schiacciato da faccende domestiche e obblighi di cura. Agli uomini, ciò non capita, il loro tempo libero negli ultimi venti anni è rimasto invariato.

Le donne sono il termometro della società per Comencini:«La vita delle italiane non è da paese moderno: tre milioni e mezzo non possono lavorare perché non ci sono servizi, in media solo il 18% dei bambini hanno accesso ad asili nidi pubblici. Le donne vanno in pensione con assegni più bassi, perché sono obbligate a lunghi periodi di pausa dal lavoro. È tutto da riformare e crediamo che investire sul welfare sia necessario, perché è un incentivo alla produttività femminile, libera energie per il mercato, non è una spesa quindi». A chi ha registrato in questi mesi una frammentarietà nel movimento e la difficoltà di scegliere soluzioni chiare, la regista controbatte: «le ricette possono anche essere diverse, ma le priorità le abbiamo individuate e siamo tutte d’accordo».

La scelta per questo secondo appuntamento di piazza è di non coinvolgere nessun politico. A Roma si alterneranno dal palco testimonianze di donne comuni, italiane e immigrate, economiste, giornaliste e cantanti. Si apre con l’orchestra sinfonica Europa Musica e si continua con Emma, Paola Turci, Marina Rei. Tra gli interventi di punta quelli della sociologa Chiara Saraceno e dell’economista Francesca Bettio, della rivista Ingenere. Sul tema della rappresentazione invece, dirà la sua, la pubblicitaria Annamaria Testa. Ci sarà anche un momento di commemorazione delle donne morte a Barletta, a ottobre, per il crollo di una palazzina dove lavoravano in nero e per finanziare la manifestazione è stata aperta una sottoscrizione (c.c. intestato all’APS Se non ora quando, IBAN IT13Y0501803200000000155055 presso Banca Etica sede di Roma). Mentre hanno deciso di non scendere in piazza alcuni comitati territoriali, come quello di Milano e quello toscano, non d’accordo su “tempi e modalità della manifestazione”, considerata prematura e dalla proposta politica poco chiara.

“Se non ora quando” guarda anche alle prossime elezioni e chiede che questa volta, la presenza femminile in lista sia consistente, 50 e 50, per favorire l‘elezione, su modello delle ultime comunali milanesi: «è una questione di uguaglianza all’interno dei partiti, dobbiamo finalmente avere una democrazia paritaria».

da lastampa.it

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“Domani insieme per dire che il Paese deve cambiare”, di Nicoletta Dentico

Nella prima conferenza mondiale sui determinanti sociali della salute tenutasi a Rio lo scorso ottobre, Maria Guzenina-Richardson, 40 anni, ministra della salute e degli affari sociali della Finlandia esordisce con la sua storia di bambina, figlia di una famiglia monoparentale di condizioni economiche molto disagiate. Parla con disarmante sincerità, spezzando il registro formale del vertice, con una incursione autobiografica del tutto femminile. Racconta che la sua esistenza è legata a doppio filo a due condizioni acquisite da tempo in Finlandia: un solido sistema di welfare, in grado di fornirle assistenza sociale e pasti gratuiti fino alla sua maggiore età;una democrazia paritaria reale, per cui sua madre non è mai stata discriminata in quanto donna straniera, migrante e madre sola. La possibilità di un lavoro non le è mai stata negata. La raggiungo alla fine del suo intervento, per congratularmi e condividere con lei l’esperienza delle donne italiane di Se Non Ora Quando. La ministra ribadisce l’importanza cruciale della democrazia paritaria e della giustizia di genere per una società moderna. Una società in grado di affrontare le sfide di un tempo di crisi globale. «Finalmente ci siete – incalza – il vostro impegno è fondamentale per l’Europa; la questione di genere in Italia riguarda tutte noi . In un Paese sempre più abitato da esperienze di vita multiculturali, ritengo in effetti che uno degli orizzonti forse meno tratteggiati ma non meno decisivi per Se Non Ora Quando, alla vigilia della mobilitazione di domenica 11 dicembre, sia duplice ed allargato, per così dire. Da una parte, la partita per i diritti di cittadinanza delle nuove italiane che vivono e alimentano il tessuto economico, culturale e sociale del nostro Paese, con un contributo quotidiano sotterraneo spesso dimenticato ma assolutamente innovativo. Dall’altra, il recupero di una prospettiva europea per le donne italiane. Proprio perché il ruolo delle donne in Italia è una questione da affrontare subito per uscire dalla crisi, che è crisi multiforme ed insinuata nelle viscere del Paese, strategia prioritaria è quella di rilanciare il dibattito sulle donne in una prospettiva europea. Occorre insomma che le donne italiane spingano lo sguardo oltre confine e diffondano l’indispensabile conoscenza sulle buone pratiche di reciproco riconoscimento che le democrazie di altri Paesi europei hanno consolidato. Le donne italiane devono fare riferimento ai parametri europei per rivendicare equità di genere, accesso al welfare e ai servizi. Un tasso di occupazione femminile al 60%- obiettivo del trattato di Lisbona – si tradurrebbe in un incremento del prodotto interno lordo dell’Italia del 7% – ciò che permetterebbe al nostro Paese di presentarsi sulla scena internazionale con ben altro profilo. Se oggi l’Italia vede l’occupazione femminile ferma al 47%, è facile prevedere che le misure introdotte dalla manovra abbiano un ulteriore impatto negativo sulle donne e il loro impiego. Non si riesce a capire per quale motivo si parli tanto di lavoro alle donne e non si faccia nulla di realistico per intervenire a cambiare rotta. Se non ora quando si è assunta una responsabilità formidabile nel tradurre i numeri e le statistiche in proposte operative e politiche coerenti. Vuole esserci domenica prossima, con le donne e con gli uomini di questo Paese, per esercitarla questa responsabilità. Non intende mendicare l’ascolto della politica. Piuttosto, vuole affermare con forza la richiesta di una non negoziabile discontinuità. Nel nome di un’Europa che non è solo finanza e moneta unica,ma anche diritti di equità sanciti e condivisi. Non è possibile chiedere alle donne di lavorare sempre di più, senza che sia messa in campo nel contempo una politica di welfare, un sistema di servizi che permetta alle donne di dare appieno il contributo professionale ed economico di cui sono capaci. Solo in un’ottica autenticamente internazionale riusciremo a rimettere al mondo l’Italia. D’altronde, la presenza delle donne nella ridefinizione delle politiche di questo paese interessa molto all’Europa. Moltissimo.

L’Unità 10.12.11

"Cambiare ancora per rendere equa la previdenza", di Cesare Damiano

Il Partito democratico ha sostenuto la formazione di un governo di emergenza formato da soli tecnici. Si tratta di un
passaggio necessario perché la casa brucia: le incertezze dell’Europa, che abbiamo registrato in queste ore, non aiutano a migliorare la situazione. Noi adesso, come Paese, dobbiamo fare la nostra parte ma senza rinunciare a quel principio di equità sociale e di spinta verso la crescita che il presidente Monti ha giustamente accompagnato al tema del rigore e del pareggio del bilancio. Per questo, il Partito democratico è impegnato a fondo in un’opera di correzione e di miglioramento della manovra.
Si va verso un «mini emendamento» capace di comprendere le posizioni essenziali dei partiti che sostengono il governo, al fine di raggiungere un compromesso con l’esecutivo che faccia comprendere al Paese che non si colpisce dalla solita parte, cioè prevalentemente i ceti medio-bassi. Tra i temi sociali spicca quello della previdenza che riguarda milioni di persone, per il quale in commissione lavoro della Camera si sono raggiunti alcuni punti di intesa tra Pd, Pdl e Terzo Polo.
Il primo riguarda l’adeguamento al costo della vita delle pensioni che va elevato fino a tre volte il minimo, cioè a 1.440 euro lordi mensili. Si tratta di una misura di equità che interessa le pensioni medio-basse che non possono essere penalizzate nel loro potere d’acquisto, in un momento di crisi economica così acuta e di difficoltà ad arrivare a fine mese. Le
alternative di prelievo ci sono: ad esempio sulle pensioni d’oro e sui capitali scudati, il cui previsto prelievo dell’1,5% potrebbe essere significativamente più elevato. Il secondo punto riguarda il tema della prevista abolizione delle quote per l’anzianità, che consentivano nel 2012 ai lavoratori di andare in
pensione con 60 anni di età e 36 di contributi (quota 96). La cancellazione di questa possibilità potrebbe costringere molti cittadini ad un rinvio anche di 6 anni del momento di uscita verso la pensione. Per questo motivo va inserito un correttivo di gradualità che impedisca tale salto che equivale a due volte l’ormai noto «scalone Maroni» di tre anni. Il terzo problema è
rappresentato dalla necessità di cancellare la penalizzazione del 2% per ogni anno prevista per quei lavoratori che vanno in
pensione di anzianità con i 42 anni di contributi, ma che non hanno raggiunto i 62 anni di età. Si tratta di una misura iniqua che riguarda persone che hanno iniziato a lavorare tra i 15 e i 19, circa 100mila, che ogni anno usufruiscono di questa possibilità. Eliminare questa penalizzazione costerebbe, conti alla mano, circa 100 milioni annui: risorsa facilmente recuperabile, anmeno che non ci sia una forma di particolare accanimento verso chi, avendo prevalentemente svolto lavori
manuali, debba non solo veder portata l’età di pensionamento ai 42 anni di contributi, ma anche pagare dazio per poter avere l’assegno pensionistico. Ricordo sempre che i lavoratori manuali hanno, dal momento della pensione, un’aspettativa di vita mediamente di 6 ani inferiore a quella di un professore universitario. Nella giornata di ieri, a conclusione della discussione generale delle commissioni Bilancio e Finanze della Camera, il ministro Giarda ha parlato di «spazi finanziari assai limitati»: vorrei che il governo comprendesse che con queste correzioni cerchiamo di produrre uno sforzo per portare al Paese una manovra nella quale la parola equità costituisca un elemento portante e non un’appendice. Infine, vorremmo
sottolineare come nel corso della discussione sui temi dello
Stato sociale il governo abbia parlato di un secondo tempo,
quello dedicato agli ammortizzatori sociali. Abbiamo sempre diffidato della politica dei due tempi, ma ci auguriamo che in questa situazione l’esecutivo abbia già provveduto a mettere da parte le risorse, assai ingenti, che saranno necessarie per le giuste tutele sociali per chi non ha il lavoro nei momenti di crisi. Non vorrei trovarmi di fronte ad un secondo tempo con una riforma debole e, magari, con la clausola della licenziabilità
per motivi economici

L’Unità 10.12.11

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Bersani, simpatia per lo sciopero «Migliorare le misure, di Maria Zegarelli

Un atteggiamento di simpatia verso l’iniziativa dei sindacati di lunedì prossimo». Questa la posizione del segretario Pd Pier Luigi Bersani anche alla luce delle polemiche che stanno attraversando il partito rispetto all’atteggiamento da avere nei confronti dello sciopero generale unitario di Cgil, Cisl e Uil. Se Enrico Letta, Beppe Fioroni, Francesco Boccia – ma anche Franco Marini e Massimo D’Alema – ritengono che in questo momento il Pd si debba concentrare per migliorare la manovra in Parlamento. Per molti sarebbe come tenere il piede in due scarpe: votare la manovra e protestare con i sindacati in piazza. Bersani cerca la sintesi: «Di fronte all’unità dei sindacati – è il suo ragionamento – e alla piattaforma dello sciopero che va più o meno nella direzione auspicata anche dal Pd su pensioni, ici e indicizzazione, il nostro non può che essere un atteggiamento di simpatia, anche perché qui nessuno chiede di stravolgere la manovra ma di migliorarla».
Posizione che, è di facile previsione, troverà più di qualcuno in disaccordo, soprattutto tra chi in questi ultimi giorni è tornato a prendere le distanze da quei dirigenti – come Stefano Fassina e Cesare Damiano – che hanno annunciato di andare al presidio del sindacati. «Non possiamo essere il partito di lotta e di governo», le argomentazioni di quanti, come Letta, vorrebbero lasciarsi «alle spalle, e definitivamente, il ricordo dei ministri e dei sottosegretari militanti che partecipavano alle manifestazioni organizzate contro quel governo Prodi
di cui essi stessi facevano parte». Ma non è solo lo sciopero ad agitare il partito. Sono ben altri i movimenti che in questi giorni si registrano tra i democratici. Alessandro Maran, vicecapogruppo alla Camera, area Modem ma già iscritto al partito dei «montiani», parla apertamente di eventuale scissione se non si arriva ad una definizione della linea politica
e chiede un congresso anticipato. Il governo ha cambiato la geografia politica, argomenta, «e non prendernen atto, per i vertici del Pd, sarebbe un errore molto grave». Come? «Con un congresso anticipato», altrimenti, «potrebbe accadere qualcosa.
Persino una scissione». Enrico Morando parla «di due modi diversi di relazionarsi» dentro il Pd rispetto al governo Monti: chi non vuole allontanarsi dalla linea uscita dal congresso e chi vorrebbe cogliere l’occasione «per diventare quel genere di partito riformista che noi tutti abbiamo sempre sognato». Beppe Fioroni lancia, invece, una doppia provocazione. La prima alla sua stessa corrente, «I modem – dice- ormai sono diventati una categoria filosofica», poi al partito stesso: ma non è che si sta andando verso una grande coalizione alle prossime elezioni con il tripartito che oggi appoggia Monti? «Quando anche Franceschini apre al proporzionale per la nuova legge elettorale è evidente che si pensa ad altro.
«In quel caso sarebbe bene dirlo», aggiunge, spiegando che secondo lui il Pd dovrebbe archiviare Vasto e lavorare ad una coalizione con il terzo Polo. Ma a parlare apertamente di grande coalizione e del progetto a cui si lavora per costruire un grande partito di centro con pezzi di Pd e Pdl è Rocco Buttiglione: «Solo se ci fosse ancora Monti in campo si potrebbe pensare di andare al voto con il Pdl, il Pd e il Terzo Polo insieme. Casini, invece, potrebbe essere il leader di una coalizione che nasca dopo il voto». E aggiunge:
«Non c’è nessun progetto di grande partito cattolico: esiste l’idea di costituire un partito laico di ispirazione cristiana formato da parte del Pd, noi e una parte o di tutto del Pdl».

L’Unità 10.12.11

Rosarno due anni dopo. "Tornano gli schiavi che lo Stato non vede", di Gianluca Ursini

Mancano pochi giorni, poi carabinieri e polizia inizieranno gli sgomberi. E potrebbe riscoppiare la rivolta, il «terzo riot» di migranti a Rosarno, dopo dicembre 2008 e gennaio 2010. Prima verrà svuotata l’ex fabbrica «Pomona», dove250 tra burkinabè, maliani, nigerini, ghanesi e marocchini si raggruppano senza allaccio elettrico, senza docce né riscaldamento né cucine o bagni chimici, in due vecchi edifici colonici, sotto il ponte della ferrovia sulla strada per Nicotera, in mezzo ai giardini, come si chiamano qui gli aranceti, in una cappa di umidità che ghiaccia le ossa in nottate a 8 gradi. Qui al mattino i migranti cercano lavoro, ma da faticare non ce n’è, nemmeno per gli italiani, «con i prezzi al chilo crollati per le clementine, la realtà in Calabria è che non c’è futuro per l’agricoltura. Forse per tutto il territorio, calabresi inclusi: ieri sono finiti i fondi, in Regione il bilancio ha chiuso i battenti e così sulla Piana di Gioia Tauro ha chiuso il servizio 118; 180mila cittadini non hanno più autoambulanze», sentenzia secco Antonino Calogero dalla Cgil di Gioia, dove è segretario generale di zona. Con le arance che quest’anno non toccheranno nemmeno 5 cent al chilo, clementine e mandarine crollate dai 20 centesimi della stagione passata ai 10, anche 8, o sei al chilo, non ha senso per i padroncini procacciarsi stagionali per raccogliere. Anche i calabresi si tornano a vedere per strada alle sei del mattino: non c’è lavoro. E a Rosarno per ottobre, novembre gennaio febbraio e marzo si sono radunati da tutta Italia più del doppio dei migranti stagionali visti lo scorso anno, il primo dopo la grande rivolta del gennaio 2010. «Saranno 1.700 distribuiti tra Rosarno, un migliaio, forse 1500, nelle campagne tra le attigue Rizziconi e San Ferdinando, mentre l’anno scorso non arrivavano a 900, e l’anno della rivolta erano 2500, solo gli africani», è la stima di Renato Fida, delegato Flai, che si è inventato il «sindacato di strada» Cgil, senza richiesta di permessi di soggiorno, per sindacalizzare i migranti e contrastare il caporalato. Le stime conteggiano gli stagionali senza un alloggio stabile. Rimangono da aggiungere un migliaio di comunitari, europei che hanno domicilio stabile in Calabria. Ucraini tunisini, marocchini bulgari e rumeni, da anni. In tutto, 2mila migranti su 16mila rosarnesi: «Qui c’è la terza concentrazione di stranieri d’Italia dopo Brescia e Foggia», fa i conti il sindaco Elisabetta Tripodi, eletta nel dicembre 2010 in una coalizione di sinistra. E i mille che vivono a Rosarno, da quando sono stati abbattuti o murati i vecchi lager fatiscenti dove si radunavano negli anni passati, la ex fabbrica di succo d’arancia «Rognetta», l’ex oleificio «Silana» per l’olio lampante, dove i migranti dormivano in 15 dentro i silos, o la Cartiera di San Ferdinando, si trascinano in una esistenza che così grama non l’avrebbe immaginata John Steinbeck in «Furore », l’epopea dei poveri Usa accorsi in California per le raccolte stagionali durante la Grande Depressione. Cento fortunati troveranno un tetto nei container del campo organizzato dal Comune di concerto con la Regione, dal 15 dicembre, massimo entro Natale. «C’erano 200 richieste, da parte solo di chi poteva mostrare permesso di soggiorno,ma entreranno solo i più lesti a presentare domanda», spiega Calogero; chi prima arriva, meglio alloggia, il sistema escogitato dai burocrati regionali. L’anno scorso, con la nuova sindaco insediata in dicembre, il campo aprì da febbario ad aprile solo tre mesi. Ma servì a contenere la rabbia, ed evitare nuovi disordini. «Ci sono in paese alcuni vecchi alloggi sfitti, che stiamo cercando tramite le associazioni di procacciare a canone molto basso ai migranti africani, sull’esempio del “Modello Drosi”, paese a 15 km da qui dove la Caritas fa incontrare l’offerta di case a basso costo con la richiesta dei migranti, ma non abbiamo risorse, le case decenti se le procacciano bulgari e rumeni che pagano anche 200 euro. A meno di 100 euro, ci sono solo vecchie bicocche» ricorda la sindaco Elisabetta Tripodi, che ha riportato il rosso in voga in Comune dopo un commissariamento di 3 anni per ‘ndrangheta. In queste notti in 800, sono fuori. Come in questo campo sulla strada per Nicotera, oltre il ponte sul fiume Mesima, alla ex coop «Fabiana», fallita da decenni, una delle famigerate fabbriche di «arance di carta» con le quali truffare la Ue per le sovvenzioni all’agricoltura. Sono accampati in 150 in un edificio su due piani con nemmeno 9 vani. Le scene all’interno sono dantesche, tra materassi ammucchiati e corpi stretti vicini, per ripararsi. Questo non è un uomo, che in un freddo pungente, riscalda con due ceppi accesi sotto un bidone arrugginito del gasolio, un po’ d’acqua per potersi sciacquare alla fine della giornata nei campi. La tensione e la rabbia per una sensazione indegna dell’umano è il sentimento comune, e i decani di ogni comunità circondano una delegata del sindacato di strada con mille richieste «Le richieste di base sono due: un tetto asciutto dove dormire tranquilli, e la possibilità di una certificazione, per ottenere un nuovo permesso di soggiorno, e magari lasciare il nostro Paese», riassume Fida della Flai Cgil. Ma Davide, il decano dei ghanesi che hanno occupato un vecchio cine abbandonato in centro città e resistono alle richieste di sgombero dei carabinieri, avvicina i cronisti forestieri: «Dalle case occupate non ce ne andiamo. Qui se arriva la polizia a sgomberarci, finisce come al Bosco due anni fa. Già allora mi hanno messo un mese in carcere a Palmi; meglio che qui: almeno sto al caldo e mangio». In contrada Bosco in quell’8 gennaio 2010, iniziò la seconda rivolta dei migranti

L’Unità 10.12.11

"Com'è triste la scuola dei numeri", di Roberto Carnero

Anch’io,come altri 37mila insegnanti, ho partecipato nei giorni scorsi alle prove di accertamento linguistico indette dal Ministero degli Affari Esteri per la selezione dei docenti da inviare all’estero, nelle scuole e nelle università. Comegli altri colleghi che si erano iscritti, alla vigilia dell’inizio dei test, ho ricevuto dalla Farnesina una cortese lettera, in cui leggevo: «La Direzione Generale per la Promozione del Sistema Paese del Ministero degli Affari Esteri, malgrado la difficile congiuntura economica, nell’organizzare queste prove, ha voluto tener fede agli impegni che le norme contrattuali le impongono nella consapevolezza di dover rendere ai cittadini ed alle scuole italiane all’estero un servizio di primaria importanza». Peccato che queste buone intenzioni si siano infrante contro il caos che è scoppiato già dalla mattina del primo giorno. Alla prova di lingua frances eun docente ha protestato vivacemente per il sistema adottato: tutti i candidati convocati a Roma, in un’unica sede (un hotel che per la capienza dei suoi spazi viene spesso utilizzato per i concorsi pubblici), a batterie di migliaia per volta, per rispondere a 40 quesiti a risposta multipla in 45minuti. La protesta del candidato è stata sostenuta da altri, qualcuno è uscito portando con sé i test d’esame e così la prova è stata annullata. Quelle delle altre lingue sono slittate di ore e qualcuna addirittura di giorni. Mi ha fatto un’infinita tristezza vedere migliaia di docenti ammassati come capi di bestiame, professoresse svenute dopo ore di attesa e portate via in barella, le ambulanze, la polizia chiamata a sedare le proteste, attacchi di panico e crisi di pianto. La gestione dei test, tra l’altro, è stata affidata a un’agenzia esterna, la FormezItalia. Ciò vuol dire che la struttura scolastica non è capace di valorizzare dal proprio interno i migliori elementi. Mi chiedo: ma davvero non c’è altro modo di individuare le eccellenze delle scuole italiane da inviare all’estero come ambasciatori della nostra cultura? Eppure la scuola italiana possiede delle professionalità di altissimo livello: docenti specializzati ben oltre il titolo di studio richiesto, insegnanti che vantano master e dottorati di ricerca, pubblicazioni presso importanti editori o su riviste internazionali.O anche, più semplicemente, professori che da anni fanno molto bene il proprio lavoro, perché l’hanno scelto e perché lo amano. E che quindi continuano a studiare e ad aggiornarsi. Che brutta una scuola che tratta i suoi professionisti come dei numeri. Spero di dimenticarmi presto questa esperienza così deprimente. Un appello al nuovo governo: che ciò a cui abbiamo assistito sia davvero l’ultimo guasto della gestione Gelmini. E che da domani si volti pagina.

L’Unità 10.12.11