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"Le leve di comando", di Stefano Lepri

Ci vorrebbe più lotta all’evasione fiscale, ci vorrebbero più tagli alle spese: restano queste le due principali critiche alla manovra Monti. Benché contro l’evasione ci sia una novità importante nelle prime ore sottovalutata, la trasparenza al fisco dei conti correnti bancari, molti altri provvedimenti vengono suggeriti. Meno chiare invece appaiono le controproposte sulla spesa pubblica.

Come ha detto ieri il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, per avanzare proposte valide sulla spesa occorrono «meccanismi idonei a formulare analisi dettagliate delle singole voci» e «indicatori accurati di efficienza delle diverse strutture pubbliche». Già: e perché non si è mai riusciti a farlo finora, quando è da vent’anni che i governi si impegnano a tagliare le spese?
I limiti rivelati dai primi provvedimenti del governo Monti tornano utili a riflettere su quanto in profondità siano radicati i problemi da affrontare. Verifichiamo nella pratica che il male non può essere attribuito soltanto alla «casta» dei politici. Per l’appunto diversi esponenti di un altro governo tecnico, quello guidato da Carlo Azeglio Ciampi nel 1993, ebbero l’impressione che l’alta burocrazia non gli obbedisse appieno. Di episodi simili si ha notizia in queste ore.

Un governo tecnico, che non deve essere rieletto, presenta in sostanza due vantaggi. Primo, è meno condizionato dall’impopolarità di massa delle misure più severe (come l’aumento di imposte sulla casa). Secondo, è meno condizionato da gruppi di interesse ristretti che spesso riescono a bloccare riforme gradite a una maggioranza di cittadini (la tracciabilità dei pagamenti, o certe liberalizzazioni). Purtroppo questo non basta, perché le leve di comando restano le stesse: la pubblica amministrazione, i cui alti gradi spesso sono parte dello stesso sistema in cui prosperano sia l’inefficienza sia la corruzione della politica. Per giunta gli stessi tecnici in qualche caso sono solo la migliore espressione, ad elevati livelli di competenza, di un Paese frammentato in corporazioni e gruppi di interesse.

Quasi tutti gli economisti sono convinti che nella spesa pubblica ci sia molto che può essere tagliato senza danno. Ma l’insieme è così poco trasparente che risulta difficile capire come. Forse alcune cose nemmeno i ministri riescono a saperle. Ad esempio, può essere un fatto obiettivo che a un certo punto le Volanti della Polizia si trovino a corto di benzina per svolgere il loro indispensabile lavoro; ma sarà difficilissimo stabilire se davvero prima di arrivare a questo esito si sia tagliata ogni altra spesa meno utile.
Una delle voci più dubbie della spesa totale è quella dei «trasferimenti a imprese»; la stessa Confindustria riconosce che lì molto potrebbe essere eliminato. Eppure una lista completa e dettagliata sembra non sia disponibile. Chi in Parlamento ha provato a indagare ha incontrato muri di gomma innalzati dai burocrati. La ragioneria generale dello Stato fa i conti e insieme li controlla; le proposte per distanziare questi due ruoli vengono regolarmente insabbiate. Quando il burocrate oppone il «non si può fare» coraggio e astuzia sono necessari. Altrettanto serve per affrontare l’evasione fiscale, tanto radicata nel corpo della nostra economia. Lì il vizio tenace delle burocrazie sta nel vantare successi inesistenti, «stiamo già facendo», quando poi la Corte dei Conti periodicamente rivela che alle altisonanti cifre degli accertamenti corrispondono solo in minima parte incassi veri di imposte in più. In più, le lobby interessate a che il fisco resti facile da ingannare possiedono forse una potenza sufficiente anche a intimidire un governo tecnico.

Con questa manovra l’Italia diventerà, con una pressione fiscale del 45%, uno dei Paesi più tassati del mondo. Senza più ampi tagli alle spese e senza recupero massiccio di evasione, come ci dicono le analisi della Banca d’Italia, la competitività perduta non la recupereremo mai.

La Stampa 10.12.11

"Il coraggio della disperazione", di Andrea Bonanni

La differenza di stile tradisce, a volte, la diversità di stati d´animo. Alle cinque di mattina, dopo dieci ore di negoziato al veleno a Bruxelles, il premier britannico David Cameron, isolato e sconfitto, si avvicina al presidente francese Nicolas Sarkozy e gli tende sorridente la mano.
Sarkozy, che pure ha appena ottenuto con l´emarginazione di Londra un risultato a lungo perseguito, non sorride per nulla, ignora platealmente il gesto di fair play, e tira dritto. La spiegazione di questo sgarbo inutile è che l´Europa che ieri ha rotto in modo probabilmente definitivo con trent´anni di ambiguità britannica nell´Ue, è una comunità esasperata e preoccupata. Solo il fatto di trovarsi con l´acqua alla gola le ha dato il coraggio di respingere l´ennesimo ricatto inglese. Ma questo coraggio lo ha finalmente trovato, sia pure per disperazione. E da domani nulla sarà più come prima.
Il vertice europeo che doveva salvare l´Europa si conclude con uno storico accordo che porterà, entro marzo, ad un trattato intergovernativo sull´Unione di bilancio che sarà firmato da almeno ventitré Paesi, e probabilmente da ventisei con l´unica esclusione della Gran Bretagna. Il Trattato è un monumento al rigore finanziario in salsa tedesca. Che dovrebbe essere compensato da un rafforzamento della solidarietà comunitaria per far fronte alla crisi dei debiti sovrani. Su quest´ultimo fronte, però, nelle conclusioni del vertice di ieri c´è ben poco. Il grosso delle decisioni in materia viene infatti rinviato al Consiglio europeo di marzo, quando si discuterà di euro-bond e quando si deciderà un eventuale rafforzamento del nuovo fondo salva stati.
Questo è il risultato di un tacito accordo raggiunto nella notte tra la Merkel da una parte, Sarkozy, Van Rompuy e Barroso dall´altra. Prima di mollare sui soldi e di fare concessioni alla necessaria solidarietà comune, la Cancelliera vuole incassare a marzo la garanzia giuridica del Trattato, da vendere alla propria opinione pubblica come prova della conversione europea al rigore teutonico. Non a caso ieri il presidente Monti, che nel corso dell´incontro ha difeso strenuamente l´idea degli euro-bond, si è rallegrato per «i segnali di evoluzione» da parte tedesca «anche se non trovano espressione scritta nel comunicato finale». Il sollievo dei mercati e della Bce, del resto, sembra confermare l´essenza di questa intesa non detta tra la Germania e il resto d´Europa, che dovrebbe dare alla moneta unica la rete di sicurezza finora mancante.
Ma se la lunga marcia per uscire dalla crisi dei debiti sovrani è appena cominciata, la rottura con Londra rischia di cambiare repentinamente il volto dell´Europa che siamo abituati a conoscere. Dal vertice di Milano del 1985, quando Craxi e Andreotti misero in minoranza la signora Thatcher sulla creazione del mercato interno, Londra ha sempre evitato di farsi sconfiggere al tavolo europeo. È riuscita a restare fuori dalla moneta unica e dagli accordi di Schengen sull´abolizione delle frontiere, ma lo ha fatto da posizioni di forza, scongiurando uno scontro aperto. E nei negoziati più cruciali, da quelli sulle regolamentazioni finanziarie e sociali a quelli sulla difesa comune, dalle discussioni sul bilancio europeo a quelle sul progetto di Costituzione fino al recente dibattito sulla Tobin tax, Londra è sempre riuscita a frenare la spinta all´integrazione senza mai dover dare apertamente battaglia.
Ieri, dopo ventisette anni di ininterrotti successi diplomatici al tavolo europeo, questo meccanismo si è rotto. David Cameron ha cercato di vendere il proprio accordo sull´Unione di bilancio, un progetto contro cui non aveva obiezioni di principio, in cambio del diritto di veto sulla regolamentazione dei mercati finanziari, tema che sta molto a cuore alla City. Ma il ricatto, perché di un ricatto si trattava, questa volta non è riuscito. Il prossimo vertice europeo di gennaio, per discutere il nuovo trattato, si terrà a Ventisei: Londra non sarà invitata. Questa ennesima esclusione non potrà che accentuare la questione della permanenza della Gran Bretagna nell´Unione europea.
In realtà questa Europa della crisi, con un piede permanentemente nel baratro, derisa e sbeffeggiata per la sua impotenza, si sta scoprendo molto diversa dall´immagine convenzionale di colosso economico ma nano politico. In pochi mesi, senza averne apparentemente né il potere né gli strumenti, il Consiglio europeo ha «licenziato» tre capi di governo considerati a vario titolo inadeguati rispetto alle responsabilità che ricoprivano. Il primo a cadere è stato il portoghese Socrates. Poi è stata la volta del greco Papandreou. Infine è toccata a Silvio Berlusconi, congedato dal sorrisetto dell´accoppiata Merkel Sarkozy. In tutti e tre i casi, il ritiro della fiducia dei partner europei è coinciso con un rinnovato attacco dei mercati finanziari che ha portato alle dimissioni del governo. Ieri è stato Cameron a dover assaggiare la nuova durezza europea. Mentre formalmente ancora si interroga se dotarsi del diritto di intervenire sui bilanci nazionali, questa nuova Unione della disperazione e dell´emergenza fa e disfa i governi degli Stati membri. E ieri ha mandato un preavviso di espulsione ad un Paese come la Gran Bretagna. Forse nel travaglio della crisi economica a Bruxelles è già nata una nuova Europa, anche se ancora non se ne è resa conto.

La Repubblica 10.12.11

"I limiti dell'affetto", di Chiara Saraceno

Non è mai stato facile essere genitori di figli adolescenti. Ma oggi lo è di più. La sessualità e i comportamenti sessuali delle ragazze sono tra i fattori che hanno messo in crisi «il libretto di istruzioni» dei genitori. L´età al primo rapporto sessuale si è fortemente abbassata tra le ragazze, divenendo simile a quella dei ragazzi, attorno ai 17 anni. Ma i genitori non sono sempre attrezzati a preparare i figli, soprattutto le figlie, a questo passaggio, anche con le necessarie informazioni su come proteggersi dai rischi, sia di gravidanza sia di altro genere. Parlarne sembra un modo di incoraggiarle e perciò si preferisce tacere e ignorare, salvo trovarsi ancora più impreparati quando l´impensabile e indicibile accade.
La vicenda dei genitori trentini che trascinano in tribunale la figlia sedicenne perché le sia imposto di abortire, o, in subordine, le sia impedito di riconoscere il figlio e di avere rapporti con il padre (albanese), apre una serie di cortocircuiti mentali ed emotivi non facili. Ciascun genitore può identificarsi nella preoccupazione per il futuro di una figlia adolescente avviata ad una maternità precoce, che si teme le precluda ogni possibilità diversa. Può riconoscersi anche nella preoccupazione, persino l´ostilità, per un rapporto d´amore con un uomo ritenuto non adatto. Un uomo che certo non ha mostrato molto senso di responsabilità, lui maggiorenne, nell´avere rapporti sessuali non protetti, mettendo così incinta la ragazza senza preoccuparsi delle conseguenze che ciò poteva avere per il futuro di questa e del bambino che nascerà.
Ma la possibile identificazione finisce qui. La pretesa di obbligare la figlia ad abortire, anche con il sostegno del tribunale, è contro la legge e il diritto inalienabile della giovane donna al rispetto della propria integrità personale ed espressa volontà. E la pretesa che non veda più il suo fidanzato ricorda a parti invertite la violenza di quei genitori e fratelli che, in nome delle norme e consuetudini tradizionali della loro comunità ostacolano – talvolta fino alla morte – le figlie e sorelle che hanno rapporti d´amore al di fuori delle regole e dei confini da loro stabiliti. Le procedure sono più civilizzate e le conseguenze meno drammatiche per la ragazza, per fortuna. Ma la pretesa è la stessa.
Non sappiamo se l´accusa di plagio rivolta all´uomo per ottenere un ordine del tribunale che gli impedisca di avvicinare la ragazza abbia fondamento, o invece sia solo un ultimo, disperato, tentativo di impedire che il legame continui. Se davvero i genitori trentini hanno elementi per ritenere che quell´uomo non solo è, secondo il loro giudizio, inadatto per la figlia, ma gravemente pericoloso per la sua autonomia psicologica ed emotiva, di questo avrebbero dovuto e dovrebbero preoccuparsi in prima battuta, non in subordine. Avrebbero dovuto rivolgersi al tribunale per proteggere la libertà e l´autonomia di giudizio della figlia, non per chiedere, in prima battuta, che li aiutasse a violarla imponendole l´aborto.
Se invece non ci sono elementi per sostenere una denuncia di plagio, o di qualche altro tipo di violenza, dovrebbero accettare la scelta della figlia e sostenerla in questo difficile passaggio, se è il suo bene e la sua crescita che hanno a cuore. Il giovane albanese, maggiorenne, avrà il diritto, aggiungo il dovere, di riconoscere il figlio e di assumersene la responsabilità, dimostrando di esserne capace. Raggiunta la maggiore età, anche la ragazza avrà il diritto di riconoscere il figlio che ha deciso di far nascere, che abbia o meno continuato il rapporto con il giovane. Speriamo che questo bambino abbia anche dei nonni che lo hanno accolto per amore della sua mamma.
Genitori preoccupati del benessere della figlia, anche se non ne condividono le scelte, possono solo predisporre un ambiente e un clima relazionale in cui questa possa vivere la propria scelta non come una condanna a vita ma come un passaggio importante, che richiede tempo di elaborazione, non alternative che non lasciano via di uscita. Vietare e ostacolare non è una via efficace, specie in presenza di un evidente bisogno di affetto e riconoscimento.

La Repubblica 09.12.11

"Ma a qualcuno interessa educare noi insegnanti?", di Christian Raimo

Ci sono due rischi quando si parla di scuola. Il primo è di venir abbacinati dall´emergenza, le legittime proteste per gli edifici fatiscenti, le classi pollaio, gli stipendi miserrimi… Il secondo è che la crisi dell´educazione passi per un tema da addetti ai lavori e non per una responsabilità di tutti. Capita così che le zone in penombra non si percepiscano nemmeno. Un esempio? Una delle questioni più urgenti di cui però non si sente mai parlare è questa: chi forma i formatori?
Faccio l´insegnante in un liceo da quattro anni, mi sono abilitato nel penultimo ciclo delle famigerate Scuole di specializzazione, ed è finita lì: quello è stato l´ultimo momento in cui qualcuno mi ha richiesto di imparare a educare. E il mio è più o meno il destino di qualunque docente, la cui preparazione didattica è affidata al suo buon cuore. Certo, i sedicenti corsi di aggiornamento esistono, ma ci si può imbattere in persone preparate e di buona volontà, come in docenti riciclati in vena di qualunquismi d´antan, o peggio ancora in formatori di società private che si accreditano come esperti, riempiendo facilmente il vuoto d´offerta e il loro portafogli.
Quello che manca non sono solo strumenti efficaci. Non esiste una progettazione sistemica (chi decide come si insegna e chi coordina? il ministero, gli enti locali, gli ex-provveditorati, i presidi?) Non c´è nessuno che valuti questa meta-formazione. Si sta perdendo una cultura della scuola pubblica (in nome di un´autonomia scolastica che spesso vuol dire ognun per sé). E – soprattutto – c´è un deficit spaventoso su cosa voglia dire apprendere oggi.
Eppure, se si rovesciassero anche un poco queste tendenze, i risultati si vedrebbero anche a breve termine. Giusto per dire: la vituperata Franca Falcucci nell´annata ‘87-‘88 obbligò tutti i maestri elementari a seguire corsi di aggiornamento sui nuovi programmi post-riforma. Non sarà solo un caso che da allora la scuola primaria italiana è (è stata?) una delle migliori del mondo.
Oggi chi è meno scoraggiato si organizza da sé. Se progetti istituzionali come Clssi 2.0 o Innovascuola coinvolgono solo pochi istituti, e se le scuole che acquistano le lavagne interattive spesso non hanno nemmeno la connessione a internet, qualcun altro rimedia con l´autoformazione: in fondo bastano un gruppetto di insegnanti e studenti che sappiano usare decentemente un pc. Per i contenuti digitali si può cercare di costruire una vera comunità che metta in condivisione contenuti scolastici e competenze didattiche: gratis e open-source, come dovrebbe essere una scuola che vuol dirsi pubblica e laica. C´è un esempio che funge da una stella polare in Italia ed è il network di lascuolachefunziona.it: lanciato qualche anno fa da Gianni Marconato, oggi è una specie di enorme collegio docenti permanente dove migliaia di insegnanti si confrontano, si scambiano lezioni, consigli sui metodi d´insegnamento, bibliografie aggiornate. Perché non accreditarlo a livello ministeriale? O perché per esempio non investire per trasformare Rai Educational in uno strumento effettivamente utile per chi educa, non usando soltanto materiale d´archivio ma producendo contenuti didattici ad hoc – la neodirettrice Calandrelli sta facendo passi da gigante – , ma basta prendere spunto dalla sezione learning della BBC o da prometheanplanet. com o da khanacademy. org: non è mica così complicato.
Ancora: non è solo sull´innovazione tecnologica e sull´allargamento del dibattito tra docenti che dovrebbe puntare una politica scolastica seria (leggi: decente), quanto su un ripensamento di che cosa vuol dire insegnare e apprendere. È possibile che la maggior parte dei docenti sia totalmente digiuna di scienze cognitive o di scienze sociali in generale? Possibile che per molti l´approccio in classe sia rimasto essenzialmente lo stesso di trent´anni fa? Vi sembra proprio impensabile diffondere metodologie come il cooperative learning, la peer education, il capability approach non soltanto nei convegni organizzati da un Centro Studi Erickson, per dire? Vi pare un´utopia una scuola dove citare i nomi di Albert Bandura, Janusz Korczak, Henry Jenkins, Reuven Feuerstein, Elinor Ostrom, Richard Gerver – cioè di psicologi dell´apprendimento, di teorici della comunicazione sociale, di economisti che si occupano del bene comune – risulti addirittura banale?
Se insomma si cominciassero a attraversare i saperi, chi va in classe si renderebbe conto immediatamente di quale sfida gli si chiede di affrontare. Per esempio capirebbe che il cervello dei ragazzi è strutturalmente diverso da quello dei loro genitori (lo sa bene chi guarda una serie tv insieme a suo figlio e si sente lento e stupido), che i migliori risultati a livello scolastico si ottengono stimolando la creatività (si evince chiaramente dai dati OCSE), che una didattica dei sentimenti può dimostrarsi utile come intervento sociale (confrontate quello che produce un ricercatore sociale come Stefano Laffi con la sua agenzia Codici con le tante accuse di nichilismo). Alla fine non serve molto per riconoscere una verità tanto importante quanto lapalissiana: che la scuola non deve soltanto – come si dice – stare al passo con le trasformazioni sociali (e già questo non accade), ma deve immaginare un mondo diverso. Più multiculturale, più equo, con ragazzi capaci di mettere in discussione le nostre convinzioni su di loro e su quello che c´è là fuori. E questo va detto quasi con egoismo: c´è chi ha tutta la vita davanti per rimediare ai nostri danni, il rischio più immediato è che i veri handicappati sociali diventiamo proprio noi, gli adulti che non hanno saputo educare.
(L´autore è insegnante e scrittore)

La Repubblica 09.12.11

"Ma le donne sono in credito", di Rita Ghedini

Cara ministro Fornero, nel corso della Sua prima audizione in commissione lavoro al senato si è parlato naturalmente di previdenza: tantissimi interventi, poco tempo e non sono riuscita ad intervenire. La commissione si aggiorna a martedì prossimo.
Ma martedì prossimo è molto lontano. Martedì prossimo la manovra salva-Italia andrà in aula alla camera e spero che per allora si sia mantenuta tutta la sua forza, ma siano cambiate le cose che la rendono iniqua e perciò incomprensibile ai cittadini italiani che pure sono pienamente consapevoli del rischio che corriamo.
Per questo, Signora Ministro, le chiedo di riflettere su alcune cose. Ci ha detto che la riforma delle pensioni da lei proposta si ispira ai principi di equità fra le generazioni, equità all’interno delle generazioni, sostenibilità e razionalizzazione del sistema, eliminazione dei privilegi.
Bene, siamo d’accordo. Ma mi preoccupa che nel declinare il tema dell’equità Lei non abbia declinato quella fra i generi. Conosciamo la sua attenzione e la sua competenza sul tema e, certamente, orientare le primissime misure in favore dell’occupazione alle donne e ai giovani segna le premesse di un modello, in cui le pari opportunità si declinano attraverso la partecipazione al lavoro, al reddito, alle carriere, che ci convince.
Se più donne devono lavorare, come è giusto che sia per lo sviluppo dell’Italia oltre che per l’affermazione piena del loro diritto di cittadinanza, occorre che siano messe in condizioni di farlo. Occorre destinare risorse alla realizzazione della rete degli interventi e dei servizi a supporto della condivisione del lavoro di cura e della conciliazione tra vita e lavoro di cui ci sono segni di adeguatezza solo in brandelli d’Italia, minacciati ora più che mai dai tagli operati negli ultimi tre anni.
La promessa di destinare le risorse rinvenienti dalla revisione dell’Isee e dei bonus fiscali o dall’incremento dell’Iva accende la speranza di riscuotere finalmente un credito che le italiane hanno da tempo con lo stato e con l’altro genere. Oggi le italiane annotano quel credito anche nei Suoi confronti: non ho dubbi che si adopererà per onorarlo a breve.
Le promesse sono per il futuro, ma parlando di pensioni non si può omettere di considerare il passato ed il presente. Ed alle spalle del presente delle donne che oggi sono chiamate a lavorare 5 o 6 anni in più, c’è un passato di fatica, di salti mortali per tenere insieme lavoro e famiglia, di lotte per conservarlo il lavoro o per ritrovarlo se lo si è dovuto lasciare per occuparsi, appunto, di una famiglia in cui la possibilità di mantenere una condizione di benessere economico, di salute, di equilibrio, anche affettivo, tra le generazioni è spesso tutta sulla loro spalle.
Un carico che le sfianca, fisicamente e psicologicamente. Non si può non tenerne conto. E allora, parlare di “penalizzazioni per l’uscita precoce” può risultare incomprensibile, addirittura offensivo per chi si è destreggiata per 40 anni tra il banco di una fabbrica, i pannolini e i compiti dei figli, il “mocio” per i pavimenti e le cure alla propria madre inferma. Qui c’è un punto rispetto al quale la ricerca di equità non può essere rinviata al futuro: si pone ora ed ora occorre trovare una soluzione rispettosa della troppa fatica di tante.

da Europa Quotidiano 09.12.11

"A caccia delle coperture, verso il miniemendamento", di Raffaella Cascioli

La commissione bilancio al lavoro ieri sulle modifiche per Ici e pensioni Si scioglierà entro oggi il nodo delle coperture finanziarie per le modifiche tese a rendere meno pesante il decreto salva-Italia. Insomma, in tempi di crisi si ragiona più su un mini che su un maxiemendamento.
In attesa dell’incontro con il ministro Giarda – che, come nel suo stile, si è riaffacciato solo ieri sera a Roma per contrattare con i parlamentari entro stamattina le proposte di modifica – la commissione bilancio della camera ha individuato tre modifiche su cui puntare per rendere meno indigesta agli italiani la manovra del governo: a cominciare dall’indicizzazione delle pensioni fino a 1.440 euro lordi l’anno, equivalenti a tre volte il minimo, e dall’aumento da 200 a 300 euro della franchigia prima casa per l’Imu fino all’alleggerimento delle penalizzazioni per chi sceglie la pensione anticipata con un’età inferiore ai 62 anni al netto di 42 anni di contributi per gli uomini e 41 per le donne.
Misure che da sole valgono diversi miliardi e per i quali i parlamentari per tutto ieri hanno lavorato allo scopo di trovare le compensazioni finanziarie. Se ieri mattina il sottosegretario all’economia Vieri Ceriani ha spiegato che «sulle modifiche alla manovra e le relative coperture è ancora troppo presto, aspettiamo la presentazione degli emendamenti», non c’è dubbio che ieri in commissione bilancio c’era molta prudenza. Non solo nell’affrontare la discussione di merito ma anche nella scelta dell’individuazione degli strumenti da utilizzare per apportare le singole modifiche.
Tutti d’accordo che i cambiamenti dovranno essere pochi e circostanziati al fine di evitare di stravolgere la natura degli interventi e modificare i saldi. Tuttavia, non si è ancora deciso se sarà un emendamento del governo o della commissione ad assorbire le modifiche proposte dal coordinamento di Pd, Pdl e Terzo polo.
Anzi ieri l’allarme in commissione ha riguardato proprio il fatto che si danno per acquisite modifiche che sono tutt’altro che già in tasca. «È prioritario – ha sostenuto il capogruppo del Pd in commissione bilancio della camera, Pier Paolo Baretta – ridimensionare il blocco dell’indicizzazione delle pensioni. Dobbiamo garantire che dall’applicazione di tale misura siano esclusi tutti i pensionati a rischio di povertà secondo le stime Istat». Baretta, che insieme a Maurizio Leo del Pdl è relatore del provvedimento ha spiegato che «il lavoro dei relatori è convergente».
Certo molto dipenderà dal negoziato con Giarda che, abituato a respingere gli assalti alla diligenza degli anni Novanta, non lascerà aperti grandi spazi di manovra. Tanto più che non ce ne sono o quasi. E se per Baretta è opportuno ridefinire la franchigia dell’Imu per la prima casa, la commissione è anche chiamata ad affrontare «esplicitamente alcuni elementi di criticità presenti nelle scelte del governo e a intervenire, nel più ampio spirito di collaborazione con l’esecutivo, per proporre quei miglioramenti che, pur confermando e sostenendo l’impianto e la struttura dei provvedimenti adottati, alzino il tasso di equità di questa importante manovra correttiva».
Le prudenti dichiarazioni di Baretta lasciano capire che i margini di manovra sono risicati e, in vista del termine ultimo per la presentazione degli emendamenti fissato per questa mattina, c’è necessità di trovare una mediazione che consenta di sollevare le fasce più deboli senza mettere a rischio le coperture. Coperture che potrebbero essere rintracciate nell’aumento del prelievo sui capitali scudati, al momento fissato all’1,5%, nonostante proprio i tecnici della camera abbiano ieri sollevato qualche dubbio sulla possibilità che l’una tantum, che non avrebbe dunque elementi strutturali, trovi applicazione sul complesso dei capitali già emersi: «nel caso in cui il contribuente scudato abbia investito i capitali emersi in altre attività finanziarie ovvero abbia spostato la sua posizione presso un altro intermediario » il vecchio intermediario non avrebbe la provvista mentre il nuovo non avrebbe la dichiarazione riservata.
Quale sarebbe dunque, si chiedono i tecnici della camera, il sostituto d’imposta? Un quesito al quale non ci si può sottrarre nel momento in cui si intende recuperare per questa via capitali aggiuntivi per 2 miliardi di euro qualora la percentuale salisse dall’1,5% al 3%. Quantificare poi le risorse che potrebbero arrivare dall’asta delle frequenze tv, che riassegna quelle liberate con il passaggio dall’analogico al digitale, sarebbe ancora più difficile.
E mentre la Cgia di Mestre fa i conti in tasca al decreto salva-Italia che vale 63 miliardi di euro con un costo medio di 2.500 euro a famiglia nel triennio 2012- 2014, a cui si aggiungono gli effetti delle due manovre estive del governo Berlusconi, da Berlusconi arriva la richiesta perentorio di porre la fiducia sulla manovra, perché – spiega Cicchitto – «altrimenti c’è il rischio che molti nel centrodestra non la votino».

da Europa Quotidiano 09.12.11

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“Pensioni, prima casa e capitali «scudati» Corsa per cambiare la manovra in Aula”, di Roberto Bagnoli

Meno tasse sulla prima casa e indicizzazione delle pensioni basse, gradualità per quelle di anzianità. Su questi tre punti si gioca la partita politica della maggioranza parlamentare con il governo dei tecnici. Oggi alle 11 scadono i termini ufficiali per gli emendamenti (ma non per quelli presentati dai relatori e dal governo) e probabilmente ce ne sarà uno solo e «mini» presentato dai relatori Pier Paolo Baretta (Pd) e Maurizio Leo (Pdl). Non è ancora certo se conterrà anche una modifica al provvedimento più scomodo della manovra da 33,4 miliardi di euro (tanto vale secondo l’ultimo aggiornamento fatto dal Tesoro) cioè la norma che abolisce d’un colpo le pensioni d’anzianità. In ogni caso entrerà di sicuro nei prossimi giorni. Prima dello sciopero generale dei sindacati programmato per lunedì.
Baretta conferma che si sta «pensando a una norma transitoria per gestire con minor trauma il salto a 42 anni per l’anzianità e a 66 per la vecchiaia» ma nei corridoi di Montecitorio si discute anche di riesumare la quota 100 (60 anni di età e 40 di contributi per esempio) che era stata fino all’ultimo una delle soluzioni allo studio. Tutto naturalmente a saldi invariati e con grande fretta perché la manovra deve essere approvata entro il 23 dicembre e quasi sicuramente con la fiducia come ha ribadito ieri da Marsiglia l’ex premier Silvio Berlusconi: «Credo sia necessaria, perché ci sono tante cose su cui non ci troviamo d’accordo».
La sfida ora passa ai «tecnici» per individuare le risorse in modo da accontentare i mal di pancia dei politici e dei sindacati. Si punta sempre al doppio o al triplo del contributo di solidarietà sui capitali scudati, a uno storno da parte delle banche sui presunti maggiori introiti da minor uso del contante, mentre si ridimensiona la cifra favolosa dei 16 miliardi che potrebbero spuntare dall’asta delle frequenze tv. Secondo alcuni calcoli fatti in modo riservato dall’Agcom, il passaggio dal «beauty contest» all’asta potrebbe portare nelle casse dello Stato un miliardo e 250 milioni di euro. E comunque non subito ma tra qualche mese.
In zona saldi e risorse ieri sono emerse criticità su alcune entrate della manovra da parte del servizio bilancio della Camera. I tecnici di Montecitorio hanno osservato che sui capitali scudati e sulla vendita di immobili si tratta di «una tantum» che non incidono in modo strutturale sui conti pubblici. E poi, valutando gli scudati sin dal 2002, si rileva che «l’imposta non potrebbe trovare applicazione sul complesso della cifra», (oltre 182 miliardi di euro) perché nel frattempo il contribuente potrebbe aver spostato il gruzzoletto da qualche altra parte.
Insomma i problemi non mancano. Ieri ne è emerso uno sul pagamento delle pensioni minime in virtù del blocco dei contanti oltre i 500 euro disposto dalla manovra. I pensionati il cui assegno supera quella cifra dal primo di gennaio non potranno più ritirarlo in banca o alle poste in contanti ma dovranno per forza aprire un conto corrente. L’articolo 12 della manovra prevede che entro tre mesi le banche e il ministero del Tesoro dovranno firmare una convenzione per consentire apertura di conto corrente gratuito per le fasce deboli. Intanto però il problema resta e dovrà essere affrontato.
Tra gli emendamenti della maggioranza quello sulla prima casa tenderà a elevare l’attuale esenzione Ici-Imu fissata a 200 euro. Bruno Tabacci, parlamentare dell’Api e assessore a Milano, ha proposto di introdurre l’Isee (il misuratore della ricchezza di una famiglia) per valutare chi debba pagare l’imposta.

da Il Corriere della Sera 09.12.11

"Rivoluzione domestica per le donne e i nonni", di Maria Novella De Luca

La rivoluzione sarà soprattutto domestica e riscriverà, non poco, i rapporti tra i sessi. Anzi, dice il sociologo Marzio Barbagli, saranno le donne a tracciare i confini di questa “nuova età”, in cui il lavoro si allunga e la vecchiaia si allontana, si restringe il tempo del riposo ma si allarga quello del reddito. Per il resto, però, niente paura: i nonni continueranno a fare i nonni, «è ben difficile con gli attuali tassi demografici che un nipotino arrivi prima degli anni della pensione», i giardinetti non andranno deserti, «ma molto dovrà cambiare – aggiunge Marzio Barbagli – nei rapporti tra genitori e figli, e tra mogli e mariti». Un mutamento di pelle. Invisibile all´inizio. Ma radicale e non indolore. «Perché questa manciata di anni in più in cui le donne dovranno lavorare, erano quelli in cui invece le donne italiane alla fine della loro stagione produttiva, tornavano a casa. Per dedicarsi integralmente ai figli e ai mariti, e in seguito ai nipoti.
Adesso senza di loro le famiglie si dovranno riorganizzare – spiega Barbagli – la loro assenza aprirà un vuoto a cui nessuno è preparato, tantomeno i figli, i mariti, o i genitori ultranovantenni».
E questo a cosa può portare?
«Di sicuro ad una positiva ed equa redistribuzione del lavoro domestico. E´ un passo in avanti nella parità dei sessi. Però c´è anche il lato opposto. Ossia il vuoto di welfare familiare lasciato dalle donne e non coperto dallo Stato».
Ma il cambiamento di vita riguarda anche i maschi. Riguarda tutti. Impone una revisione del senso del tempo…
«Certo, e infatti per gli over 65, età in cui secondo l´Ocse ci si può definire anziani, la vita è da tempo in continuo cambiamento, si resta in salute sempre più a lungo, si vive la sessualità ben oltre quella che un tempo si definiva vecchiaia. E su tutto ciò un prolungamento del percorso lavorativo non può che avere effetti benefici».
Perché si continua a guadagnare e si resta dentro la vita attiva?
«Esattamente. Centinaia di studi di psicologia sociale hanno dimostrato quanto il lavoro negli anni della maturità possa avere un effetto stimolante e antidepressivo. A meno che non si tratti naturalmente di professioni usuranti, che invece da questa riforma hanno tutto da perdere. Però vorrei sottolineare che in gran parte del mondo andare in pensione ben oltre i sessant´anni è la norma, siamo noi l´anomalia. Soprattutto per quanto riguarda le donne».
Ancora le donne nel cuore del problema…
«Sì, e per due motivi. Intanto perché facendo la fotografia dell´oggi, noi abbiamo già moltissime donne non più occupate addirittura intorno ai 50 anni. Una condizione direttamente proporzionale al loro livello di istruzione: più è basso, prima abbandonano o vengono espulse dalla produzione. E il secondo motivo è appunto il loro ruolo all´interno della famiglia. Dove questa loro “assenza” sconvolgerà non pochi equilibri”, parlo di tensioni, liti, separazioni».
Un prezzo alto da pagare alla crisi…
«E´ un prezzo alto perché si tratta di una riforma economica imposta dall´alto, e non qualcosa che segue l´evoluzione sociale della famiglia».
Però professore oggi la terza età assomiglia spesso ad una “terza giovinezza”, se si è sani e con un reddito sufficiente. Dover continuare a lavorare non ci ruberà tempi di vita preziosi?
«No, non credo. Non è il lavoro che può sottrarre ai nuovi sessantenni la loro voglia di vivere, di amare, di viaggiare, di imparare ad usare Internet o di sentirsi giovani. E poi ormai ci sono così tante trasformazioni nella speranza di vita che pur lavorando fino a 65, anche 67 anni, si può ragionevolmente pensare di avere davanti a sé ancora un bel pezzo di vita…».
E i nipoti? Oggi in Italia molte giovani coppie basano la loro decisione di avere un figlio sulla presenza o meno di due o più nonni.
«E´ vero, potrebbe essere un problema, però anche qui dobbiamo analizzare i dati. Oggi l´età in cui si ha il primo figlio è oltre i 30 anni. E una donna di 30 anni avrà probabilmente dei genitori intorno ai sessant´anni. Forse questi genitori non potranno fare i nonni subito, ma nel giro di pochi anni, almeno le donne, sì. Il rischio semmai è che a questo punto le giovani coppie “aspettino” l´età della pensione dei genitori per mettere al mondo un bambino, con tutti i problemi che ne conseguono».
Ma allora professor Barbagli, questo mutamento di tempi di vita, cancellerà vecchiaia?
«In parte questa è già la realtà, l´anagrafe non corrisponde più a ciò che si è. E infatti, come dicevo, quasi ovunque nel mondo i sessant´anni sono un´età in cui si è ancora stabilmente nel mondo produttivo. Eppure, anche se i nonni lavorano, i tassi demografici delle giovani coppie sono ovunque più alti che nel nostro paese… No, io non vedo in questo decreto sulle pensioni una rapina di tempi di vita e di felicità, anzi credo che ne possano scaturire processi virtuosi. Quello che mi preoccupa è l´impreparazione della società italiana, i cambiamenti saranno lenti e invisibili, e temo il forte prezzo sociale che le famiglie dovranno pagare».

La Repubblica 09.12.11