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"La nostra forza", di Francesca Izzo

In questi giorni si sono levate alcune voci per chiedere a Se non ora quando? se era davvero opportuno convocare una manifestazione-concerto delle donne nel pieno di una crisi drammatica e all’indomani di una manovra del governo che ha creato profondi disagi in molte famiglie. Noi pensiamo che sia stato non solo opportuno ma indispensabile. E che sia stato vitale se vogliamo che, nel mezzo della crisi, si accendano le luci del futuro. Perché è dalle donne che può giungere all’Italia il segnale più forte di risalita dalla china. E questo segnale dobbiamo darlo
qui ed ora, mostrando pubblicamente la forza, unità e autonomia del movimento. Il 13 febbraio scorso abbiamo detto che l’Italia non era un Paese per donne, perché non solo veniva lesa la loro dignità di persone ma perchè tutta la loro vita non andava bene. E abbiamo soprattutto detto che dignità e destino delle donne coincidevano con la dignità e il destino dell’Italia. Un risultato l’abbiamo già ottenuto: l’Italia ora è rappresentata, nel governo, da volti e da figure, anche femminili, che assicurano rispetto e credibilità al nostro Paese. Ma ora c’è un mondo da cambiare. Conviene ripetersi: le italiane sono marginali nella vita produttiva, sociale, istituzionale eppure garantiscono che l’esistenza collettiva del Paese come quella delle persone non vada in pezzi. Con il loro oscuro, faticoso lavoro di cura tengono insieme l’Italia e assicurano affetto e solidarietà tra le generazioni. Ma così non può più continuare. Non è più sopportabile per loro ed è diventato un handicap per il Paese. E abbiamo anche imparato che questo stato di cose alimenta un consumo e una rappresentazione rapaci e violenti della immagine e dei corpi delle donne.
Così non può più continuare. Con gli ultimi provvedimenti sulle pensioni, si sono esauriti i residui elementi che compensavano (poco e male) le donne occupate dell’enorme mole di lavoro gratis erogato. Ora è chiaro o cambiamo radicalmente il lavoro, i servizi, l’impianto dello stato sociale, il funzionamento delle istituzioni e la stessa rappresentazione che la società dà di se stessa, modellandosi finalmente anche sui bisogni ed aspettative delle donne, oppure l’Italia si adagia nel declino,
si fa più piccola, più misera, più cupa e scivola fuori dell’area più viva e dinamica e civile dell’Europa. Perché di questo si tratta:le cose in casa nostra sono messe in modo tale che la crescita non solo economica, ma sociale e civile passa per le donne. E non solo in casa nostra. Come scrive, riprendendo un concetto di Obama e di Hillary Clinton, l’ambasciatoreamericano a Roma David Thorne nel messaggio a Se non ora quando?, pubblicato ieri dall’Unità, «le donne sono la chiave per poter superare la crisi economica che condiziona i nostri Paesi e sono parte fondamentale di una sana democrazia».
E questo oggi in piazza del Popolo, come in molte altre piazze italiane, Se non ora quando? lo dirà con grande determinazione e concretezza. Sappiamo che sono tante e tanti quelli che in queste ore fanno conti amarissimi con le loro pensioni, i loro stipendi, i loro risparmi e guardano con ansia e rabbia ai giorni a venire. Vogliamo anche noi che provvedimenti che dispiacciono anche a chi è stato costretto a prenderli siano modificati e che si faccia di tutto per renderli più sostenibili a chi è più debole. Ma noi intendiamo puntare a cosa e come si deciderà e si farà oltre la più immediata emergenza, per far contare la voce delle donne. Non è impresa facile, perché, lo sappiamo, le donne non sono una categoria, un ceto, una corporazione, un gruppo sociale sostenuto o rappresentato da questa o quella forza, sono la metà della popolazione con tutte le diversità che la attraversano. E questo è sempre stato un ostacolo, a volte insormontabile, a far valere il loro punto di vista rispetto ad altri. Noi vogliamo con la nostra presenza nelle piazze affermare che una forza delle donne c’è, esiste, ha già dato prova di sé, imponendo il rispetto della dignità di tutte. E questa forza la vogliamo mettere in gioco perché il punto di vista delle donne orienti il governo del Paese e sempre di più figure femminili forti, capaci di testa e di cuore lo guidino.

L’Unità 12.12.11

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“Diritti, equità, welfare, La protesta femminile dà la sveglia al Paese”, di Mariagrazia Gerina

Tante, determinate, compatte: le donne si riprendono le piazze
d’Italia per dire al governo la loro sulle pensioni, sul welfare, sul lavoro precario. Cristina «Il tempo sembra che reggerrà, abbiamo consultato la società di meteorologia a cui ci affidiamo per i set, sono ottimisti, ci azzeccano sempre », dice scaramanticamente Cristina Comencini, che da regista è abituata a questa specie di danza corpo-a-corpo con la pioggia, ogni volta che “si gira” all’aperto. Il set su cui tutte incrociano le dita poi in questo caso è di quelli che fanno tremare le vene ai polsi: la piazza del 13 febbraio. Piazza del Popolo, a Roma,come nove mesi fa. E le altre piazze auto-convocate oggi in tutta Italia. Resta solo che le donne in carne ed ossa invadano la scena, con la loro rabbia e con la loro voglia di esserci nella vita pubblica, sul lavoro, in politica, nei luoghi dove si decide il futuro del paese, perché la “seconda
volta” di Se non ora quando abbia inizio. «Se non le donne, chi?», recita stavolta l’invito alla mobilitazione rivolto a tutte, giovani, anziane, precarie e donne che si sono viste sfilare la pensione da sotto il naso. L’altra volta erano un milione. «Saremo tante, di certo, anche stavolta», pronostica Cristina, mentre, con le altre del comitato Snoq, cura gli ultimi dettagli. «La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la scelta di alzare l’età delle pensione senza prevedere nulla in cambio in termini di welfare quando è chiaro che questo sistema che scarica tutto sulle donne e le costringe a fare una vita da pazzi non può più andare avanti così». Welfare, chiedono le donne. E scendere in piazza con quella domanda all’indomani di una manovra che «per le donne prevede ben poco a parte
gli sgravi Irap», non è una scelta neutra. «Noi con questa manifestazione vogliamo dire al governo, all’indomani di una manovra che sancisce misure che rendono ancora più evidente l’impossibilità per la donna di gestire vita privata e lavoro, che ora, come contraltare, ci deve essere un grande sviluppo del welfare», scandisce Comencini. Certo, ci fossero state più
donne a decidere dove e come tagliare, forse sarebbe stato più facile farlo capire. E questa infatti è l’altra parte su cui Snoq chiama tutte a raccolta. Più donne, anzi la metà fin dal prossimo esecutivo, con un mandato chiaro alle spalle, che si comincia a scrivere proprio oggi in piazza del popolo e nelle altre piazze d’Italia. Questa è l’altra posta in gioco oggi.
LA CONTROPARTITA
«Mai più senza di noi, mai più contro di noi», appunto, scandisce lo slogan della manifestazione convocata a paritre dalle 14. Pensata come un grande racconto collettivo, con le precarie, le giovani madri costrette a fare le funambole, le sessantenni che non ce la fanno più, le madri immigrate, a dare voce, con le loro storie, alla vita impossibile delle donne. Con la memoria alle cinque giovani operai morte a Barletta, mentre lavoravano in nero, per pochi euro l’ora. A loro Francesca Comencini dedicherà un suo video. E cinque giovani attrici leggeranno alcuni brani dalla loro vita.
WOMEN HAVE THE POWER
«Vogliamo governare i nostri figli e curare l’Italia», scandirà dal palco, quasi un ossimoro, l’attrice Lunetta Savino, chiamando accanto a sé una dopo l’altra la sociologa Chiara Saraceno, a raccontare il welfare di cui ci sarebbe bisogno, l’economista Francesca Bettio, di In genere, la pubblicitaria Annamaria Testa. le giornaliste Alessandra Mancuso e Licia Conte, che parleranno di Giulia, la neonata rete delle giornaliste unite, libere e autonome. E la comica Paola Minaccioni, che racconterà il suo sogno televisivo: «Accendere la televisione e vedere: un governo di 25 donne tutte vestite
colorate e tre uomin in giacca e cravatta» Il resto lo dirà la musica. Prima la lirica. Con le arie dalle opere di Bizet, Bellini e Puccini cantate da Paola Di Gregorio e Stefania Scolastici. Casta Diva, la Tosca, la Carmen. E poi il rock. Sul palco, le giovanissime Emma ed Erica Mou. E infine, Paola Turci e Marina Rei, che intoneranno un liberatorio e profetico «People have
the power, women have the power» Comencini: «Mai più senza di noi, mai più contro di noi».

L’Unità 11.12.11

"Il Tg1, l´ipotesi Maccari e l´ammuina della Lei", di Francesco Merlo

Nessun giornalista che abbia rispetto di se stesso e del Tg1 può accettare la nomina a direttore reggimoccolo, a professionista di scorta, proconsole per soli 49 giorni, record nella storia degli scaldasedia. Tanto più che Alberto Maccari, che Lorenza Lei proporrà martedì al Cda della Rai come reggente sino al 31 gennaio, ha alle spalle una solida carriera. Ebbene, rischia di tradirla e di macchiarla prestandosi al più antico e squallido gioco della politica italiana, quello del galleggiamento, del perdere tempo per guadagnare tempo e intanto sistemare tutti i peggiori affarucci. L´orgoglio di dire no all´offerta indecente che il direttore generale della peggiore Rai di sempre gli farà martedì è dunque un dovere del collega Maccari, una prova di dignità per lui e di rispetto per il giornalismo televisivo italiano che già esce avvilito dai lunghi anni del conflitto di interesse e dalla depravazione finale del minzolinismo.
Eppure ha una grinta imbronciata questa signora Lei, Fiorello e Baldini ne hanno fatto una divertente parodia, ha la fama della decisionista, della donna tutta d´un pezzo, del manager fattuale ed efficace. Ebbene, al primo esame difficile, alla prima prova di libertà, adesso che è senza padrone, invece dell´impennata trasgressiva e anticonformista che i tempi finalmente le concedono, invece di navigare nel mare aperto del giornalismo e nominare un direttore indipendente, è ricorsa alla scienza dei rimasugli, alla cucina delle frattaglie.
E´ infatti evidente che ha scelto di non scegliere perché c´è un traccheggio furioso tra i partiti, perché nel sistema Italia il Tg1 amministra un capitale politico e nessuno vuole mollare la presa. Ma proprio per questo la Lei ha l´occasione storica di far valere l´autonomia e la forza di una professionalità di cui per la verità finora non ha dato prova. Insomma, l´attuale debolezza politica della Rai è la sua forza. Non essendoci un governo pigliatutto, mancando una famelica maggioranza da ‘spoil system´, la signora Lei potrebbe finalmente imporre le competenze, approfittare della paralisi dei partiti, delle congreghe e delle camarille e affidarsi all´autorevolezza per fare di nuovo primeggiare il Tg1, per non permetter mai più alla concorrenza di umiliare il telegiornale dell´identità italiana, il notiziario-istituzione della nostra storia. E senza ovviamente offendere nessuno, ma al contrario spiazzando le appartenenze con la forza di un nome. Ci sono infatti dentro e fuori la redazione del Tg1 magnifici professionisti, mediamente più bravi dei direttori nominati negli ultimi venti anni. Affidarsi ad una firma che disarmi gli appetiti e che scavalchi la lottizzazione, sarebbe la prova dell´aziendalismo della Lei, del suo amore per la Rai e per l´idea stessa di servizio pubblico, smentendo i Santoro e tutti coloro che nella piazze d´Italia l´accusano di asservimento, di non riuscire a fare a meno del potere anche quando il potere è impotente.
Purtroppo invece questo episodio la svela tutta. Dopo avere subito Minzolini, la Lei subisce e impone un altro oltraggio e rende sempre più chiaro che in Italia non esiste il piacere dell´informazione. La tecnica aberrante della transizione, l´antica logica dei governi balneari, la tattica curiale di coprire i posti con delle pedine in attesa del carro del nuovo vincitore è in questo momento il più miope dei calcoli. Non è prudenza e non è abilità: è irresponsabilità. Non si può ricorrere all´ammuina quando la nave affonda.
C´è infine il sospetto che il governo Monti si comporti in queste scelte di libertà più da maggiordomo della politica che da tecnico impermeabile alle sollecitazioni dei partiti. Il presidente del consiglio potrebbe (dovrebbe?) infatti imporre alla Lei la nomina di un altro se stesso, un professore di giornalismo, un altro tecnico, un risanatore della decenza, della libertà dell´informazione e degli indici di ascolto del Tg1. Dunque, prima di commette questo delitto c´è tempo sino a martedì per fermare la mano ai sicari.
Forza, signora Lei, si faccia tentare dalla libertà. L´Italia gliene sarebbe grata. Pensi, può mandare al tg1 un direttore che non sia un ragioniere della politica, un portaborse a tempo, forse il primo vero direttore che non faccia il sottosegretario alla Propaganda. Provi l´ebbrezza della competenza. E chissà che un giorno al posto di viale Mazzini (eroe inattuale) la strada della Rai non prenda il nome di viale Lorenza Lei.

La Repubblica 11.12.11

"Tutti i numeri dell'evasione dai gioielli alle auto di lusso", di Lorenzo Salvia

Vale dieci volte la manovra del governo Monti. E quindi basterebbe non solo a evitare le lacrime di un ministro e di milioni di italiani ma anche a mettere per sempre in sicurezza i nostri conti pubblici. Stima l’Istat che in Italia in un anno l’evasione fiscale e il sommerso raggiungano i 275 miliardi di euro. È la stessa cifra che fattura l’industria mondiale del legno, oppure quella nazionale (ma fiorente) della corruzione russa. Tradotta in denaro sottratto al Fisco sono 120 miliardi, secondo il direttore dell’Agenzia delle entrate Attilio Befera. In media vuol dire che ogni contribuente nasconde allo Stato 2.093 euro, il 13,5% del proprio reddito, uno stipendio. Solo che anche in campo fiscale bisogna applicare la regola dei polli di Trilussa.
Pochi mesi fa l’Herald tribune ha scritto che l’evasione è il nostro vero sport nazionale. E allora, come per tutti gli sport, si può fare un ritratto sociologico del Paese, vedere dove è praticato di più e da chi. Gli uomini evadono più delle donne, i giovani più degli anziani. E se il grosso del buco nero è al Nord in media quelli più furbi vivono al Centro. Ma la vera differenza sta nella fonte del reddito. Secondo il rapporto del gruppo di lavoro sulla riforma fiscale i veri campioni appartengono a due categorie: i lavoratori autonomi o gli imprenditori che dichiarano la metà del loro reddito reale nascondendo al Fisco più di 15 mila euro a testa. E, soprattutto, i proprietari di case, negozi e appartamenti che dalla dichiarazione tengono fuori oltre l’80% delle loro entrate, quasi 18 mila euro ciascuno. Altro che i 2 mila euro a testa calcolati alla Trilussa. C’è poi un altro settore che fa venire qualche dubbio, il commercio. Queste non sono stime ma le dichiarazioni del 2008, ultimo anno disponibile per gli studi di settore. Le discoteche e i locali da ballo sono addirittura in perdita: dichiarazione media meno 6 mila euro. Sotto zero, e quindi sotto la soglia della povertà se non della fame, anche i centri benessere con meno 3.200 euro e gli impianti sportivi con meno 1.300. Ma anche chi qualcosa la guadagna è costretto a una vita monastica: i ristoratori dichiarano in media 13.800 euro, i parrucchieri 12.500, i gioiellieri 16.300. Tutti intorno ai mille euro lordi al mese. Come un ragazzo al primo contrattino che si porta il panino da casa. Possibile?
Se la tassazione si deve spostare dalle persone alle cose, cambiare inquadratura può aiutare a comprendere meglio. L’anno scorso sono state vendute 206 mila auto di lusso, prezzo sopra i 103 mila euro. Eppure, nello stesso anno, solo 72 mila contribuenti hanno dichiarato un reddito superiore ai 200 mila euro. D’accordo che nessuno vuole lo Stato di polizia, ma gli altri 130 mila italiani il macchinone con quali soldi se lo sono comprato? Discorso simile per le barche di lusso, quelle superiori ai 10 metri. Secondo i dati dell’anagrafe tributaria ricordati dal Sole 24Ore ben quarantaduemila sono intestate a persone che dichiarano 20 mila euro l’anno, e che quindi hanno sfondato la favolosa soglia dei 1.500 al mese, sempre lordi. Stesso stipendione dichiarato da altri 518 italiani che in casa hanno addirittura l’elicottero o l’aereo. Poveri con il jet, poveri con lo yacht o almeno con il suv. Del resto 9 italiani su dieci dichiarano meno di 35 mila euro l’anno, la metà addirittura meno di 15 mila. Quanti saranno i furbi?
Negli ultimi 10 anni sono stati scovati 350 mila evasori totali, che al Fisco non dichiaravano nemmeno uno spicciolo. Ma ancora di più sono quelli parziali. E non per forza vip, che almeno finiscono in prima pagina e di solito patteggiano restituendo il malloppo. Neanche un mese fa, una coppia di Verona è stata denunciata dalla Guardia di Finanza. Avevano venduto dei terreni diventati edificabili, nei loro conti all’estero erano accumulati 200 milioni di euro. Negli ultimi due anni, insieme, avevano dichiarato 6 euro.

Il Corriere della Sera 11.12.11

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«Basta segreti su conti e patrimoni Ora possiamo battere i furbi», di Massimo Mucchetti

Dottor Befera, perché Equitalia è entrata nel mirino del terrorismo?
«Non sono un inquirente. Certo è che le campagne di odio contro Equitalia creano il clima favorevole ad atti criminali ed esecrabili come quello contro il dottor Cuccagna».
Nel web la bomba riceve consensi.
«Consensi figli della disinformazione: casi particolari enfatizzati dai media come se fossero la regola; politici locali e nazionali che cavalcano proteste ingiustificate come quelle dei pochi che non vogliono pagare le multe sulla violazione delle quote latte oppure cavalcano disagi reali come quelli della Sardegna, dimenticando che tocca al governo locale e nazionale decidere eventuali moratorie fiscali e non all’esattore. Equitalia non è un ammortizzatore sociale».
Quote latte, ovvero Umberto Bossi. Sardegna, ovvero Mauro Pili. Le risulta che il sindaco di Bari, Michele Emiliano, si sia mobilitato contro Equitalia e, al tempo stesso, non paghi l’Ici ai Comuni vicini dove la sua giunta ha acquisito immobili?
«Lasciamo da parte le personalizzazioni. Quanto a Bari, un tempo era così, ma poi magari il Comune si è messo in regola. Onestamente, in questo momento non saprei dire».
Pili raccoglie le firme per una legge di iniziativa popolare contro Equitalia.
«Chiedo: andava bene quando 40 società di matrice bancaria riuscivano a riscuotere 1,5 miliardi l’anno di cartelle esattoriali o il Monte dei Paschi, esattore di Roma, avviava una sola procedura nell’intero 2003 e a Napoli chiamavano sfogliatielle le cartelle esattoriali? O non va meglio adesso che Equitalia, con tre sole società operative, ne recupera per 10 miliardi? Quale Paese vogliamo?».
Siete accusati di tassi usurai.
«Bugie. Il 30% si riferisce alle sanzioni. Cancellandole, quanti ancora pagherebbero?».
Troppe provvigioni, dicono i Siti online.
«Di nuovo, disinformazione. Si vorrebbero togliere a Equitalia gli interessi sui ritardati pagamenti e pure l’aggio (il compenso ricevuto dagli esattori, ndr). Ma gli interessi vanno agli enti impositori, non a Equitalia. E senza aggio i costi di riscossione andrebbero a carico della fiscalità generale, e cioè dei contribuenti onesti. Cerchiamo di essere seri».
Attilio Befera, direttore dell’Agenzia delle entrate e presidente della società di riscossione Equitalia, fondata nel 2006 assieme all’Inps, sta affrontando l’ostilità diffusa di un Paese spesso fiscalmente infedele, ma soprattutto deve dimostrare che il contrasto dell’evasione fiscale, previsto nel decreto Salva Italia, è un capitolo vero della politica economica: una risorsa per la ripresa, come ha detto il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco.
Dottor Befera, in quanto tempo l’Italia potrà domare l’evasione?
«Ridurre a livelli europei un’evasione pari a 120 miliardi l’anno non sarà l’opera di un giorno. Non faccio previsioni, ma dico che oggi abbiamo finalmente tutti gli strumenti per operare: l’accesso all’informazione completa sui movimenti finanziari, il redditometro, i limiti nell’uso del contante che consentono la tracciabilità delle operazioni ovvero la notifica, da parte delle banche, delle violazioni di questi limiti».
In Italia è finito il segreto bancario?
«Sì. Finora, all’anagrafe tributaria erano noti i numeri dei conti correnti di tutte le banche. Nel corso di un accertamento, l’Agenzia poteva accedere all’anagrafe tributaria e chiedere notizie alle banche. Adesso, il sistema informatico dell’Agenzia registra tutte le transazioni su conti correnti, fondi, gestioni patrimoniali, polizze assicurative…».
Una massa sterminata di dati.
«Ma oggi l’informatica fa miracoli. E così l’Agenzia può usare questa enorme banca dati per selezionare persone e gruppi di persone meritevoli di controlli. Se emerge che il signor Rossi ha un milione di euro in gestione patrimoniale e dichiara un imponibile annuo di 10 mila euro o se sproporzioni del genere si ripetono all’interno della medesima categoria professionale…».
Già, come nota il «Sole 24 Ore», il 42% delle barche di lusso (42 mila natanti) appartiene a contribuenti con meno di 20 mila euro di imponibile annuo.
«Appunto, si verifica. Nessuno è crocefisso in partenza, ma perché non voler spiegare l’apparente incongruenza?».
È illiberale la fine del segreto bancario?
«Intanto, il segreto bancario non è mai stato assoluto. La magistratura ha sempre potuto accedere alle informazioni, specialmente nel contrasto al riciclaggio. Lo stesso vale per l’Agenzia a fini di accertamenti su soggetti precisi. Ora, grazie a un’apertura introdotta nella manovra di luglio (da Giulio Tremonti, ndr) e consolidata nel decreto ora all’esame del Parlamento, l’Agenzia supera il segreto bancario in via preliminare. È certo una misura assai forte».
Esistono precedenti all’estero?
«In molti Paesi occidentali il segreto bancario è attenuato. E però nessun altro Paese, a parte la Grecia, ha il nostro livello di evasione. Il tasso di liberalismo si confronta con l’osservanza della legge. Questo è il Paese dove molte imprese, specialmente nell’edilizia, non pagano imposte e contributi, vengono fatte fallire dal proprietario che riemerge poi con nuova ragione sociale e ricomincia. La legge dice che, trascorso un anno dalla cancellazione, non si può più agire, ma ora abbiamo un accordo con le Camere di commercio per essere avvisati delle cancellazioni in tempo reale. Accordo esteso alle Procure».
C’è polemica sul prelievo dell’1,5% sui capitali scudati. Lo Stato verrebbe meno alla parola data. L’Agenzia farebbe fatica a recuperare gettito su risorse che, nel frattempo, possono aver avuto altre destinazioni.
«Sul merito costituzionale non mi pronuncio. Non ne ho la competenza. Sul piano operativo, non sono pessimista. L’intermediario che aveva regolarizzato i capitali costituiti all’estero conosce il cliente. Può risalire e versare a suo nome il tributo conservando l’anonimato ovvero segnalare la difficoltà all’Agenzia che provvede a capirne di più».
Sicché, quando pure la norma fosse dichiarata incostituzionale, l’identità del recalcitrante sarebbe ormai nota all’Agenzia.
«Se la pronuncia ritarda…».
Dei 10 miliardi recuperati quest’anno, quanti vengono dalle grandi imprese?
«Un quarto viene da soggetti debitori oltre il mezzo milione».
Ma avete abbastanza personale per gli accertamenti e le riscossioni?
«L’Agenzia ha ridotto gli organici da 37 a 32 mila. Ogni anno vanno in pensione 1.000-1.200 dipendenti. Finora ne abbiamo assunti 7-800. Non chiedo di più, ma mi auguro che il governo confermi la deroga al blocco del turn over».
Com’è ripartita l’evasione nel Paese?
«Le maggiori quantità di imposte sono evase al Nord, mentre al Sud e nelle isole è più alto il numero di chi non osserva il dovere fiscale, sia per sopravvivenza sia per l’origine criminale del denaro. Il Centro sta a metà strada, senza l’effetto criminalità».
Dovreste concentrare le risorse al Nord.
«Ci stiamo provando. I ranghi dell’Agenzia tendono a concentrarsi al Sud perché il personale è di prevalente origine meridionale e, anche se assunto al Nord, dopo qualche tempo chiede di avvicinarsi a casa. Anche per questo assumiamo quasi solo al Nord».
Il Nord. Così vicino alla Svizzera. Germania e Regno Unito hanno stipulato un accordo con le banche svizzere per la tassazione dei capitali dei loro evasori in cambio della prosecuzione dell’anonimato. E l’Italia?
«Credo che nessun altro Paese seguirà questi due esempi, perché contrastano con gli indirizzi dell’Ocse a favore dello scambio di informazioni tra le autorità fiscali».
Beh, l’Italia ha fatto tre scudi a tassi minimi. Londra e Berlino si prendono un’una tantum per regolarizzare il passato tra il 19 e il 34% e poi le imposte sui rendimenti.
«Non sarei troppo ottimista. I capitali si spostano. Le banche svizzere sono capacissime di girarli a Panama, per dire, continuando a gestirli da Zurigo».
Che stime si fanno per l’Italia?
«Un flusso annuale di 700-800 milioni e un’una tantum di 10 miliardi. A parte l’Ocse, non mi pare che il gioco valga la candela».
La City propone alle banche e alle grandi imprese italiane soluzioni per evadere il Fisco. Vedi il processo a Unicredit che ha utilizzato il sistema Brontos ideato dalla Barclays. Quanti Brontos girano per l’Italia?
«L’Agenzia ha già raggiunto accordi per il recupero fiscale con Unicredit, Mps, Credem, Bpm e sta per stipulare con Intesa Sanpaolo. Dieci-dodici posizioni che ci hanno fatto recuperare un miliardo».
È accettabile che una banca estera spacci simile merce?
«Non lo è. Ma è ancor meno accettabile che ci sia chi la compra e poi, dopo aver riconosciuto l’errore e pagato quello che aveva cercato di non pagare, tira avanti senza nulla imputare a chi quell’errore aveva fatto e autorizzato».

Il Corriere della Sera 11.12.11

Rossi Doria: "E ora voglio Cesare Moreno nella mia squadra", di Ottavio Ragone

Prima intervista al neo sottosegretario all’Istruzione del governo Monti e annuncia che coinvolgerà l’esperto impegnato come lui nel progetto dei maestri di strada. Sabato visita ufficiale in città con il ministro Profumo per incontrare Caldoro e de Magistris. Il sottosegretario con lo zainetto non può avere un portaborse. Non gli si addice nemmeno la grisaglia, è un maestro di strada con le suole consumate dalla trentennale traversata nel disagio giovanile. «Dai Marco, prendimi al ministero, sarò il tuo portazainetto», scherzano gli amici del bar quando entra Marco Rossi Doria, nominato una settimana fa nel governo Monti, come sottosegretario all’Istruzione del ministro Francesco Profumo.

Ha un anno di tempo e vorrebbe spenderlo in primo luogo per combattere la dispersione scolastica, «perdiamo per strada il 21 per cento dei ragazzi, sono i figli dei poveri ed è uno scandalo. La mia esperienza è a disposizione del ministro, sono felice di poter collaborare con lui». Domani Profumo è a Napoli per la prima visita ufficiale in compagnia di Rossi Doria. Incontrerà il sindaco de Magistris e il governatore Caldoro. «Ho già avuto i primi contatti di lavoro con l’assessore Palmieri, è una persona capace», racconta il sottosegretario. La piazzetta di Seiano è rischiarata dal sole, nel giorno dell’Immacolata. Rossi Doria ama rifugiarsi in questo spicchio di costiera sorrentina, nella casa affacciata sul Vesuvio che fu di suo padre Manlio, il celebre meridionalista.

Alla parete la laurea incorniciata: Reale istituto agrario superiore di Portici, 27 luglio 1927. Il manifesto dell’Associazione nazionale perseguitati politici antifascisti. La lista del Partito d’Azione alla Costituente,

numero 1 Guido Dorso, numero 18 Manlio Rossi Doria, 2 giugno 1946. La scrivania è ancora quella, guarda il mare e il cielo: «Non mi siedo lì a scrivere, non ce la faccio, vedo ancora mio padre chino sui fogli».

Marco, come Manlio, trasmette una grande energia riformista e la tensione etica dell’educatore. È un liberale di formazione cosmopolita. Professa «la politica del mestiere», ancora una citazione paterna, vuol dire occuparsi di un campo delimitato in maniera specialistica, prospettando soluzioni. «Ho quasi sessant’anni e certo mi muovo in un solco di tradizione familiare». L’aver inserito nella squadra di governo uno come lui rassicura chi ama la scuola pubblica e la vorrebbe fondata sul merito. Dietro il fantasma del ministro Gelmini rispuntano i ragazzi di Barbiana, ma in versione Twitter: impegno sociale e modernità. «Ti veniamo a prendere con la Vespa blu, perché uno come te non avrà mai l’auto blu», ancora voci di amici intorno al sottosegretario, nel bar di Seiano. Lui sorride. Quel giorno lo racconta così. «Ero a Trento, a un certo punto mi arriva una telefonata da Palazzo Chigi: “Auguri Rossi-Doria, lei è stato nominato sottosegretario, domattina è atteso a Roma per il giuramento”. All’inizio pensavo a uno scherzo. Avevo inviato il curriculum come tanti altri tecnici. L’allibratore londinese che c’è dentro di me mi dava 1 a 10. Certo, tre giorni prima aveva parlato con Profumo al telefono, un semplice scambio di idee. Non credevo, invece era vero».

Poi com’è andata?
«Mancavano appena quaranta minuti per l’ultimo treno. Ho messo in valigia un abito scuro, sono riuscito a prenotare una cuccetta. Sul cellulare già scarico piovevano messaggi e telefonate».

Nel 2006 lei fu avversario della Iervolino alle comunali e venne sconfitto. Questa nomina è la sua rivalsa?
«Questo sentimento non è nel mio dna. Dopo quella campagna elettorale sono stato due anni al ministero, esperienza che ora mi torna utile. Poi tre anni a Trento, a studiare un sistema educativo di eccellenza, per capirne i limiti e rendere più evoluto il modello che ho in testa. Ora avverto l’ambizione di contribuire a risolvere, insieme ad altri, problemi di cui mi intendo. Sono contento di stare in questa compagnia, per il tempo che sarà. Avverto una distanza rispetto all’esperienza comunale del 2006. La continuità sta solo nell’impegno sociale».

Vorrebbe sedere sulla poltrona di de Magistris?
«Non ho mai pensato di poter occupare quel posto».

Qual è il suo programma, Rossi Doria?
«Premetto che le linee guida le traccia il ministro. Io ho delle idee, che gli sottoporrò. Monti vuole coniugare rigore, sviluppo ed equità. Io mi sento sul lato dell’equità. E poiché il sapere è una risorsa economica, bisogna legare equità e sviluppo, istruzione e sviluppo. Nella scuola serve uno svecchiamento, ma non in senso anagrafico. Se oggi un nostro antenato tornasse in vita e vedesse come avviene lo scambio di informazioni a livello planetario, si sentirebbe in un film di fantascienza. Ma se entrasse in una scuola italiana, si ritroverebbe a casa propria. So che queste cose le pensa anche il ministro».

Una scuola ferma rispetto alla società.
«Esatto. L’istruzione dev’essere pubblica, ma va cambiata radicalmente. La media italiana dell’abbandono è del 21 per cento. Sono gli “early school leaver”, giovani dai 16 ai 24 anni senza un diploma né una formazione professionale spendibile. Il 30 per cento sono al Sud, il 40 per cento a Napoli. La dispersione coincide con la povertà delle famiglie. Ciò significa che la scuola pubblica, principale veicolo di crescita sociale, ha fallito nel suo mandato, oggi è un freno allo sviluppo».

Quindi che si fa, concretamente?
«In un anno, forse meno, si può provare a cambiare. O almeno avrei un piccolo sogno. Punto primo: mettere in maggiore connessione gli istituti tecnici e le imprese, con stage formativi presso le aziende nei campi più avanzati, l’edilizia ambientale, la meccanica integrata con l’elettronica, il governo delle acque, le tecniche di conservazione del suolo, il patrimonio artistico. Esistono già percorsi del genere per i ragazzi, bisogna renderli stabili nel tempo».

E il secondo punto?
«L’edilizia scolastica. Stiamo raccogliendo i fondi, speriamo per ora in 4-500 milioni. Stiamo verificando se è possibile mettere a norma un certo numero di istituti».

Il terzo e il quarto?
«In Francia hanno individuato le Zep, zone di educazione prioritaria, in cui esistono la massima dispersione scolastica e la massima povertà diffusa. Lo Stato assegna incentivi a ciascuna Zep. Una mappa di questo tipo, in Italia, può essere preparata in due mesi. Si possono creare misure simili in alcuni quartieri di Napoli, Palermo, Taranto, ma anche nelle periferie di Verona e Milano. Una cabina di regia, con poche persone, potrebbe decidere dove intervenire, per evitare finanziamenti infruttuosi. Mi piacerebbe che fosse coinvolto Cesare Moreno, maestro di strada come me. Serve l’aiuto delle Regioni. Il quarto e ultimo punto: verificare se è possibile costruire un organico funzionale unico per le scuole, affrontando la questione del precariato. Ma è una partita complicata. Bisogna discuterne con i partiti e i sindacati, c’è molto lavoro da fare. Certo che serve una nuova governance della scuola, come ha detto il ministro».

In casa, sugli scaffali, migliaia di libri. La “Cronica” di Dino Compagni. Scritti sulla Grecia arcaica. Le memorie di Gor’kij con dedica sono in un luogo sicuro, come il ritratto paterno realizzato da Carlo Levi, olio su tela, anni Quaranta.
Rossi Doria, che direbbe sua padre, ora?
«Non lo so. So che mi manca la parola di una persona come lui. Che mi suggerisca, quando serve: stai attento».

Sottosegretario con un anno davanti. Nel nome del padre. Ora è tempo di sedere a quella scrivania tra mare e cielo.

La Repubblica 11.12.11

Fassina: "la manovra toccherá anche i ricchi, ma ancora troppo poco", di Francesca Schianchi

«Ancora una volta Merkel e Sarkozy, stavolta insieme a Cameron, non hanno consentito passi avanti come un coordinamento economico e il potenziamento del fondo salvastati, necessari a dare senso alle misure così dolorose di questi giorni».
Misure che, spiega Bankitalia, avranno effetti restrittivi sul Pil…
«E` scontato, tanto più quando anche altri Paesi fanno contestualmente manovre restrittive: temo che queste misure avranno un effetto recessivo anche maggiore di quanto prevede Bankitalia».

Ieri sulla Stampa D`Alema diceva però che per la prima volta anche i ricchi pagano: è d`accordo? «Pagano qualcosa anche i ricchi, ma l`equilibrio non mi pare soddisfacente. Sul versante pensionistico e dell`Ici si producono situazioni di grande sofferenza: ci sono lavoratori che vedono ritardata di sei anni la pensione, non è la stessa cosa che pagare 1200 euro per un conto titoli milionario».

Per questo parteciperà alle mobilitazioni dei sindacati lunedì?
«Lunedì andrò al presidio di Cgil, Cisl e Uil per ascoltare i lavoratori e ribadire le ragioni per cui il Pd vota questa manovra: perché Lega e Pdl ci hanno portato a un centimetro dal baratro, e se ci cadessimo dentro a pagare molto di più sarebbero proprio i lavoratori».

Non ci trova una contraddizione, come ai tempi del governo Prodi, quando c`erano alleati che sfilavano contro il governo che sostenevano?
«No: allora votavano le misure e poi andavano in piazza con parole d`ordine di segno opposto, io invece vado ad ascoltare e ribadire le posizioni del Pd. Capisco la preoccupazione, tuttavia un grande partito popolare non si limita alla sola iniziativa parlamentare: gli interventi sulle pensioni provocheranno drammi sociali, è giusto andare ad ascoltare. In piazza ci saranno i sindacati, non i black bloc, e la loro piattaforma coincide con i richiami che abbiamo fatto noi al governo».

Casini ha proposto un coordinamento alla luce del sole tra forze che sostengono il governo…
«Non siamo in presenza di larghe intese, ma di un governo di impegno nazionale, sostenuto da forze che erano, sono e rimarranno alternative. Se poi in Commissione i relatori Pd e Pdl lavorano insieme in modo razionale mi pare positivo, ma non ci sono altre prospettive».

Un`altra riforma impegnativa è quella del mercato del lavoro: come se l`aspetta?
«Una riforma che preveda strumenti di sostegno al reddito dei precari, aggiustamenti al welfare per tenere conto del cambio del mercato del lavoro, sostegno ai giovani e alle donne, sia in termini di occupazione che di sussidi di disoccupazione. E no a ulteriori facilitazioni nei licenziamenti».

Su questo tema il Pd riuscirà a marciare unito?
«Il partito è già arrivato a una posizione comune: è stato approvato un documento con i punti programmatici che le ho appena elencato».

Quindi il contratto unico di Ichino…
«Non è la posizione del Pd».

La Stampa 11.12.11

"I due Mario l'Europa l'hanno salvata", di Eugenio Scalfari

Due domeniche fa intitolai il mio articolo “Due Mario italiani per salvare l´euro”. Ero abbastanza ottimista in quell´articolo e così pure nell´altro della domenica seguente. Oggi lo sono ancora di più perché le previsioni sono diventate fatti e i fatti hanno un diverso peso, producono effetti, modificano aspettative, comportamenti e decisioni.
Dopo la firma di Giorgio Napolitano e la presentazione alle Camere del decreto “Salva Italia”, dopo la decisione della Bce annunciata giovedì scorso di aprire un credito illimitato al sistema bancario dell´Eurozona e dopo il Consiglio dei capi di governo dei 27 paesi dell´Unione di venerdì, il mio ottimismo si è rafforzato. Lo dichiaro qui perché, oltre ad essere un giornalista, sono anche un risparmiatore, un consumatore, un elettore, sicché il mutamento delle mie aspettative potrebbe anche rappresentare un “test” di analoghi mutamenti sociali. Del resto i mercati di venerdì l´hanno già resi visibili ed è probabile che i mercati di domani emettano un giudizio ancora più esplicito per quanto riguarda lo “spread”, l´andamento delle Borse e il rendimento dei debiti sovrani.
Il decreto “Salva Italia” sarà approvato dal Parlamento entro il 18 dicembre; il 20 la Bce erogherà alle banche la prima ondata di liquidità; ai primi di marzo la Commissione di Bruxelles renderà esecutivo l´accordo intergovernativo già siglato a Parigi l´altro ieri dai 26 paesi dell´Unione.

Ne è rimasta fuori l´Inghilterra ma è lei che si marginalizza rispetto all´Europa e non viceversa.
Questi sono i fatti sui quali siamo chiamati a ragionare.
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Il decreto “Salva Italia” ha già suscitato un´ampia letteratura di commenti e di approfondimenti. I primi sono stati positivi, se non altro perché non c´erano alternative: tutte le forze politiche erano consapevoli che il rigore era necessario; se non l´avesse deciso Monti in autonomia ci sarebbe stato imposto dall´Europa. La differenza tra queste due posizioni è politica: quel decreto ha consentito al governo italiano di riprendere a pieno titolo il suo posto di interlocutore primario nel consesso europeo. Quanto agli approfondimenti, essi hanno messo in luce alcuni errori o manchevolezze del decreto ai quali si spera di porre rimedio nel dibattito parlamentare e nei limiti in cui non si alteri l´architettura del provvedimento e i suoi saldi.
A sua volta l´accordo integrativo di Parigi che sancisce l´obbligo dei 26 membri dell´Unione di realizzare il pareggio dei rispettivi bilanci e di conferire all´Unione i propri poteri fiscali, è un percorso decisivo verso una maggiore sovranità europea nel campo economico, che diventerà piena con la revisione dei Trattati: un obiettivo storico ancora incerto ma altamente auspicabile.
Nel frattempo la sovranità fiscale rassicura i mercati e rassicura l´America; non a caso il segretario americano al Tesoro ha partecipato informalmente alle varie fasi che hanno preceduto l´accordo e il presidente Obama è più volte intervenuto per affrettarne il buon esito.
Ma il fatto nuovo e decisivo di tutta questa vicenda risiede nell´intervento della Bce di liquidizzare il sistema bancario dell´Eurozona. Quando ne fu data notizia nel primo pomeriggio di giovedì scorso i media quasi non se ne accorsero, salvo il “Wall Street Journal ” e il “Financial Times”. Non se ne accorsero neppure i media italiani, ad eccezione di Repubblica, che a questo tema dedicò una parte del titolo di apertura di prima pagina. Tutti gli altri si limitarono a segnalare la riduzione del tasso di sconto da parte della Bce. Ma non se ne accorsero neppure i mercati che infatti giovedì pomeriggio erano di nerissimo umore e colpirono duramente i titoli delle banche, i listini delle Borse e fecero schizzare di nuovo verso l´alto i rendimenti dei titoli pubblici.
Il “24 Ore” di venerdì apriva ancora con un editoriale assai scettico verso le “incertezze” e “l´inazione” della Bce, corretto soltanto ieri da un articolo di Carlo Bastasin finalmente improntato a una più attenta analisi dei fatti: «Tutti gli strumenti necessari sono finalmente disponibili: leader nazionali credibili, fondi di salvataggio adeguati e un allentamento quantitativo del credito. La prima reazione era stata di delusione perché il comunicato dei capi dell´Eurozona sembrava ancora elusivo sulle situazioni immediate. Ma un secondo sguardo fa leggere il comunicato diversamente».
Meno male che il secondo sguardo c´è stato. Dico meno male perché l´informazione è essenziale per l´andamento dei mercati e i comportamenti dei risparmiatori e degli operatori. Quello che con qualche timidezza viene chiamato l´”allentamento del credito” è in realtà il pezzo forte della manovra a livello europeo, sia per quanto riguarda il “credit-crunch”, sia per la crescita, sia per il rendimento dei titoli di Stato. La vera risposta europea si chiama dunque Mario Draghi così come la risposta italiana si chiama Mario Monti. Non ci voleva un occhio di lince per capirlo.
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Ma vediamola più da vicino la manovra della Bce.
La prima mossa è la diminuzione all´un per cento del tasso di sconto, decisa – a quanto ha detto lo stesso Draghi – dopo una vivace discussione e non all´unanimità dal Consiglio direttivo della Banca. La radicata ossessione anti-inflazionistica della Bundesbank deve avere avuto il suo peso ma, probabilmente proprio per non dare troppo spazio ai suoi incomodi falchi, la Merkel quel giorno stesso disse che il suo governo non sarebbe mai intervenuto né avrebbe commentato le decisioni della Bce che «nei limiti del proprio statuto è indipendente e può decidere come meglio crede nell´interesse dell´Unione europea».
Il nocciolo della manovra tuttavia non è nel ribasso dello 0,25 per cento del tasso, bensì nell´apertura di un gigantesco sportello: prestiti illimitati per la durata di 36 mesi a tutte le banche dell´Eurozona al tasso fisso dell´un per cento. Il collaterale di garanzia è costituito da titoli di Stato dell´Eurozona, ma non soltanto: per quanto riguarda le banche territoriali di piccole dimensioni, che servono imprese medio piccole e che di solito non hanno titoli pubblici in portafoglio, la Bce accetterà come collaterali di garanzia i mutui e i debiti della clientela certificati dalla banca creditrice. Si tratta di una novità di grande importanza perché incentiva l´accesso al credito delle imprese medio piccole che – specialmente in Italia – costituiscono il nerbo dell´imprenditoria nazionale.
Quell´allentamento quantitativo del credito ha almeno quattro obiettivi: sblocca la circolazione del credito interbancario e favorisce con ciò la diminuzione dei tassi a breve e brevissima scadenza; consente alle banche di riprendere in grande stile l´erogazione dei prestiti alla clientela lucrando una forte differenza tra il costo dello sconto all´un per cento e il tasso di interesse parametrato sullo “spread”. Attualmente questo tasso oscilla intorno al 6 per cento; quando i mercati saranno più tranquilli scenderà al 5 e sperabilmente al 4 e forse al 3, ma anche in quel caso ci sarà sempre un discreto margine di profitto, oggi altissimo.
Il terzo obiettivo della Bce, che per le banche è più opportuno chiamare occasione, concerne la partecipazione alle aste dei titoli pubblici. In questi ultimi mesi le banche erano molto restie ad accrescere il loro portafoglio-titoli, già ampiamente imbottito; le banche estere e i fondi di investimento erano anzi prevenuti negativamente verso i titoli italiani e spagnoli e se ne disfacevano nella misura del possibile. L´operazione-Draghi mira a invertire questo “trend”, inversione tanto più necessaria in vista delle massicce emissioni italiane ed europee che avranno luogo nel 2012 e – per quanto riguarda l´Italia – soprattutto nel primo trimestre e nell´autunno dell´anno che sta per arrivare.
Quando si dice che l´aumento di liquidità bancaria tende a trasferirsi anche alle emissioni dei debiti sovrani, si descrive appunto uno degli effetti dell´allentamento del credito.
Infine: una maggiore attività d´intermediazione delle banche significa anche un aumento delle prospettive di profitto e quindi migliori aspettative di dividendi per gli azionisti. Per restare al caso italiano che più ci interessa, il nostro sistema bancario – secondo le direttive dell´Eba – dovrebbe ricapitalizzarsi per complessivi 15 miliardi. L´Abi (Associazione banche italiane) ha già definito erronee e illegali le raccomandazioni dell´Eba (che è il suo omologo a livello europeo). In ogni caso una maggiore redditività del sistema può sdrammatizzare questa disputa e comunque facilitare il rifinanziamento dei capitali bancari.
Resta il problema dei debiti sovrani che l´Europa richiama all´osservanza del livello massimo del 60 per cento rispetto al Pil e qui si apre il tema della crescita economica.
Dal governo Monti ci aspettiamo ora che – dopo il bollino del rigore che ha recuperato la nostra credibilità nelle sedi internazionali – si passi con la massima rapidità ai provvedimenti di stimolo della domanda nei settori del consumo, delle infrastrutture, del cuneo fiscale tra salario lordo e busta paga netta.
Questo è l´appuntamento decisivo. Finora Monti ci ha lasciato a bocca asciutta. Ne abbiamo capito il perché, ma non può che consentire una dilazione di due o tre settimane. Passate le feste (che non saranno troppe festose) non ci sarà spazio per ulteriori ritardi. Stavolta tocca a Passera e a Barca. Speriamo non ci deludano.
Post scriptum. A Passera incombe anche il compito di nominare un commissario alla Rai dove la situazione è ormai insostenibile e di indire un´asta vera sulle frequenze. Comprendiamo che l´argomento è politicamente indigesto, ma lo è comunque, che l´asta vera si faccia o che si accetti quella truccata. “Le tue parole siano Sì o No”. Passera è cattolico e tragga le sue conclusioni.

La Repubblica 11.12.11

Giornata mondiale dei diritti umani: Ban Ki-Moon: "Troppa repressione nel mondo"

Il segretario generale dell’Onu : “Molte persone alla ricerca
di legittimazione si sono ritrovate attraverso i social media”. Rispetto, consapevolezza, ma soprattutto tutela, in un mondo dove i diritti umani sono ancora troppo spesso calpestati. In sintesi è questo il messaggio del segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, in occasione della “Giornata Mondiale dei Diritti Umani”, che si celebra oggi.
«I diritti umani appartengono a ciascuno di noi senza eccezioni. – ha detto il segretario – Ma se non li conosciamo, se non pretendiamo che vengano rispettati e se non difendiamo il nostro diritto, e quello degli altri, ad esercitarli, rimarranno solo parole vuote in un documento scritto decine di anni fa. Per questo con la Giornata dei Diritti Umani non ne celebriamo soltanto l`adozione ma ne riconosciamo anche l`importanza e attualità».

«In ogni parte del mondo – continua – le persone si sono mobilitate chiedendo giustizia, dignità, eguaglianza e piena partecipazione, tutti diritti custoditi nella “Dichiarazione Universale dei Diritti Umani”. Molte delle persone alla ricerca di legittimazione per le loro aspirazioni si sono ritrovate attraverso i social media. Sono passati i tempi nei quali i governi dispotici potevano controllare interamente il flusso di informazioni». Il riferimento è chiaramente alle rivoluzioni del nord Africa, e all’abbattimento di tutta una serie di regimi totalitari che facevano delle violazioni ai diritti dell’uomo la normalità, ma anche a tutta una serie di violente mortificazioni della libertà praticate in più parti del mondo .

«Oggi, osservando il rispetto dei diritti di libertà, di riunione e di espressione, i governi non possono soffocare il dibattito pubblico ed eventuali critiche bloccando l`accesso a internet e ai vari social media. Sappiamo bene che continua a esserci troppa repressione nel mondo, troppa impunitàe troppe persone per le quali i diritti umani non sono ancora divenuti realtà».
Il segretario Onu però vede anche tanti spiragli in un 2011 che sta per finire: «Alla fine di un anno che è stato straordinario per i diritti umani, traiamo forza dagli obiettivi raggiunti finora: nuoviprocessi di democratizzazione sono stati avviati, sono stati fatti passi avanti sulla responsabilità per i crimini di guerra e contro l`umanità e si è raggiunta una nuova e maggiore consapevolezza dei diritti umani. In vista delle nuove sfide che ci attendono, seguiamo dunque l`esempio degli attivisti per i diritti umani, farci guidare dal carattere forte e sempre attuale della Dichiarazione Universale efare tutto il possibile affinché vengano accolti e riconosciuti gli ideali e aspirazioni a favore di ogni cultura e ogni persona».

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