AVEVA una cravatta blu e la faccia di uno che nell’ultimo mese ha dormito poco. Mario Draghi il 26 luglio 2012 a Londra iniziò a parlare con la mano sinistra in tasca, gesticolando appena con la destra. Andò avanti dieci minuti, ma furono poche parole, al minuto sette, a togliere l’Italia da una rotta che la stava portando sugli scogli. Quel giorno di due anni fa la storia d’Europa è cambiata. «C’è un messaggio che voglio darvi», disse l’italiano da nove mesi presidente della Bce.
ALL’INTERNO del nostro mandato», scandì due volte, «la Banca centrale europea farà qualunque cosa serva per preservare l’euro». Draghi prese una pausa e ripartì, deliberato: «E credetemi, sarà abbastanza». In inglese furono 21 parole, ma bastarono a cambiare la psicologia dei mercati e segnarono una svolta. Senza quelle frasi e senza il programma (condizionato) di acquisti di titoli che esse prepararono, sarebbero falliti alcuni Stati sovrani, centinaia di banche e centinaia di migliaia di imprese. L’economia italiana sarebbe una landa desolata, ben più di oggi, la politica in mano a tragici demagoghi.
Ma quel giorno di due anni fa il fiume è stato deviato. Quando parlò Draghi lo spread fra titoli decennali italiani e tedeschi era a 446 punti, un mese dopo era già calato a 335 e d’allora non ha fatto che scendere. L’Europa aveva trovato un’istituzione: il prestatore di ultima istanza che ancora oggi garantisce il sistema, a condizione che al suo interno ciascuno stia ai patti e faccia in qualche modo la propria parte.
L’errore oggi sarebbe pensare che fu solo il colpo di genio di un uomo, il solito stellone italiano. Basta invece andare a risentirsi il modo in cui Draghi quel giorno preparò le sue 21 parole per capire che non è così, e che forse proprio questa è la lezione di allora oggi più attuale e rilevante per il governo di Matteo Renzi. Non ci fu niente di improvvisato quel giorno, ma una lunga tessitura di un certo numero di leader. Draghi fece capire che poteva annunciare la svolta, così difficile da far accettare in Germania, solo perché alle spalle aveva una preparazione: erano serviti mesi di gioco cooperativo fra Berlino, Parigi, Roma e Madrid, per mettere Angela Merkel in condizione di prendere il rischio necessario, quello che nessun cancelliere tedesco vorrebbe mai affrontare: dissociarsi dalla Bundesbank, isolarla, dare il suo (tacito) assenso al corso stabilito da un banchiere centrale italiano. Italia e Spagna avevano sottoscritto i patti di bilancio europei e avviato riforme più o meno convinte, più o meno efficaci. Comunque allora rassicurarono Merkel e crearono per lei e Draghi lo spazio politico per salvare l’Europa senza e contro la Bundesbank. Questo oggi conta, perché l’Europa e l’Italia hanno un bisogno altrettanto disperato dell’aiuto della Bce. Le misure che l’Eurotower ha annunciato a giugno scorso per contrastare la paralisi dei prezzi e la gelata sulla ripresa saranno forse un primo passo. E, come osserva il Wall Street Journal, hanno sostenuto le Borse. Di certo però non bastano a scongiurare il rischio che larga parte dell’area euro, Italia inclusa, sprofondi nella deflazione. È appena il caso di ricordare cosa succede quando gli indici dei prezzi vanno giù, perché gli italiani lo hanno sotto gli occhi ogni giorno: le famiglie rinviano gli acquisti, le imprese rinunciano a investire oggi per non dover vendere a prezzo di saldo domani, i debiti salgono in proporzione al fatturato. Il debito pubblico italiano diventa insostenibile, al punto che c’è chi inizia a suggerire di non onorarlo, senza capire (forse) le conseguenze di un tale consiglio: famiglie più povere, banche in gravi difficoltà, credit crunch, altra deflazione e un altro giro della stessa spirale. La Bce può togliere di nuovo l’Italia e l’Europa dai guai solo se prima o poi farà ciò che hanno già fatto la Federal Reserve, la Banca d’Inghilterra e quella del Giappone: creare moneta per comprare sui mercati almeno mille miliardi di titoli di Stato, di cui quasi 200 italiani. Ma la verità è che oggi questa svolta non è affatto vicina. Draghi e Merkel non hanno lo spazio politico necessario per neutralizzare il veto della Bundesbank come due anni fa, e il governo Renzi non li sta aiutando. Ogni duello mediatico di giornata con Berlino, Bruxelles o Francoforte sulle regole di bilancio, ogni incertezza nelle misure per la crescita, non fa che alimentare in Germania la diffidenza verso l’Italia. Non sorprende che tedeschi o olandesi in queste condizioni rifiutino il rischio di farsi carico di quote del nostro debito per il tramite degli interventi della Bce. Questo caos in Europa paralizza la mano del solo che potrebbe aiutarci, Draghi. Il solo, vale a dire, a parte noi stessi.
da La Repubblica
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"Non basterà l'euro debole a far ripartire l'Italia", di Fabrizio Galimberti
Da marzo a oggi l’euro ha guadagnato un paio di punti di competitività, secondo i dati Bri dei cambi effettivi reali. E uno degli scopi inconfessati delle recenti misure della Bce (di inizio giugno) era quello di accompagnare e proseguire in quel guadagno, affiochendo quella che veniva comunemente percepita come una scomoda forza della moneta unica.
L’inciampo delle esportazioni extra-Ue, appena comunicato dall’Istat, sembra confermare quanto sia urgente un’ulteriore discesa dell’euro. Dall’inizio del 2012 a oggi, in effetti, l’euro, malgrado la discesa degli ultimi mesi, rimane apprezzato (e quindi perde competitività) di 5 punti (e di 6 per il cambio effettivo nominale). Ma è veramente fuori linea il cambio del l’euro?
Quando si ragiona di movimenti in alto o in basso di quell’indice-principe di competitività-prezzo che è il cambio effettivo reale, molto dipende dalle date che si scelgono: aumenti o diminuzioni rispetto a quando? Se, per esempio, andiamo a vedere come è cambiato quell’indice dagli albori della Grande recessione a oggi, vediamo che dall’agosto 2007 al giugno 2014 l’euro si è deprezzato (guadagno di competitività) del 5% circa (l’Italia, il cui indice di cambio effettivo reale è diverso da quello dell’euro per il diverso tasso di inflazione, ha guadagnato 3 punti). Allargando ancora lo sguardo, il livello più recente del cambio reale del l’euro si situa esattamente sulla media 1999-2014, cioè sul quindicennio di vita della moneta unica (lo stesso vale per il cambio reale dell’euro/Italia).
Il linguaggio crudo delle cifre non porta quindi molta acqua al mulino di quanti vedono nel cambio dell’euro un ostacolo alla competitività. E c’è da fare un’altra importante considerazione. Gli alti e bassi delle valute sono meno importanti di un tempo nel determinare la competitività dei prodotti di una nazione.
Le catene di offerta che si dipanano ormai lungo i continenti (un prodotto finito del Paese X ha dentro lavorazioni e semilavorati fatte e ricevuti dai Paesi W, Y, Z…) fanno ballare i vantaggi e gli svantaggi di deprezzamenti e apprezzamenti. Il vantaggio di un euro più debole viene pesantemente annacquato dallo svantaggio di maggiori costi per componenti e lavorazioni che vengono dall’estero. In ogni caso, gli ultimi dati sull’export italiano sono meno negativi di quanto sembri. Guardando oltre la volatilità dei dati mensili, nel secondo trimestre l’export extra-Ue destagionalizzato è aumentato ancora, sia pur di poco, rispetto al primo trimestre. Certamente, le performance sono meno buone rispetto a prima: gli esportatori italiani, che sono da sempre lesti nello spostare la produzione verso i mercati che tirano maggiormente, sono stati presi in contropiede dal (peraltro fisiologico) rallentamento dei Paesi emergenti. Un rallentamento che però rimarrà tale: si tratta di uno scalare di marcia, non di un arresto.
Perché, allora, il cambio dell’euro viene così spesso messo sotto accusa? Perché alcuni (e non sono pochi) auspicano addirittura un’uscita dell’Italia dall’unione monetaria? Si tratta di un tipico caso di deviazione delle frustrazioni. L’esasperazione (giustificata) di un’Italia stagnante viene dirottata verso facili bersagli. Il complesso sedimento delle ragioni – alcune strutturali, altre legate a un’austerità coi paraocchi – per cui l’Italia non cresce non è facile da scavare. È più semplice trovare un capro espiatorio formato, possibilmente, da una sola parola; torna alla mente una battuta: «Se una soluzione è così semplice da poter essere scritta su una T-shirt, è certamente sbagliata».
L’economia italiana non ha bisogno di un euro più debole, o, per meglio dire, un euro più debole non risolve i problemi della nostra economia. L’economia italiana ha bisogno di maggior domanda, ma questa affermazione, perché non sia lapalissiana, si dipana in due direzioni di marcia: riforme e flessibilità. Abbiamo bisogno di flessibilità negli obiettivi di bilancio, ma si tratta di una flessibilità che dobbiamo meritare con le riforme. Anche le riforme cosiddette istituzionali hanno molto più potere di stimolo all’economia di quanto si creda. La crescita è un fenomeno complesso, che ha alla base la voglia di crescere, la convinzione che un futuro migliore è possibile e a portata di mano. Portare la durata media di un processo civile dai 2900 giorni italiani ai 900 francesi o ai 750 spagnoli o ai 350 del Giappone stimolerebbe la nostra economia molto più di un deprezzamento del 20% dell’euro.
da Il Sole 24 Ore
"Vergogna e riscatto", di Gabriele Romagnoli
ARRIVA un bastimento carico di… paure e speranze, esistenze cancellate e nuove vite, vergogna e riscatto, stupidità e intelligenza, specchi e buchi neri. Di tutto. Troppo.
La vicenda della Costa Concordia affondata davanti all’isola del Giglio il 13 gennaio 2012 e ripartita ieri per l’ultimo viaggio è il grande romanzo popolare italiano che nessun autore ha saputo né voluto scrivere per difetto di fantasia ed eccesso di narcisismo. Eppure quella metafora ri-galleggiante, quel vaso di Pandora è anche legata al nostro ombelico: basta guardarla e guardarsi, ma senza caricarla di troppe allegorie, altrimenti torna giù.
La notte in cui va a fondo ridefinisce i confini della tragedia, almeno per chi, anziché conoscerla, la immagina. Nella sua rappresentazione la si ammanta di epica e di mistero. L’aereo malese scompare nel nulla. Il treno spagnolo esplode squarciato dall’esplosivo terrorista. La nave italiana cola a picco davanti alla terraferma mentre esegue un “inchino”, termine e gesto associati al buffo, mai al drammatico. Eppure è così, le strade che portano alla fine sono diverse e perverse: un giovane Kennedy muore precipitando con l’aereo per una manovra sbagliata, un altro battendo la testa contro un albero mentre gioca a rugby sulla neve. C’è il Titanic e c’è la Concordia: la maestosa minaccia dell’iceberg e l’indecifrabile agguato del niente. C’è sempre tempesta quando l’encefalogramma del comandante segna calma piatta.
Questa è, come nessun’altra, una storia di vergogna individuale e nazionale. È la creazione di una maschera: Arlecchino, Pulcinella, Schettino. Un termine di paragone a cui vengono associati di continuo, a torto o a ragione, personaggi della vita pubblica. Il capitano che scappa diventa il poster boy di una propaganda anti italiana che un tempo serviva spaghetti con la pistola sulla copertina di Der Spiegel e ora si vede servito su un piatto d’argento l’immagine ideale. Alla viltà si aggiungono l’assenza di pudore («Inciampai nella scialuppa ») e il terminale dileggio quando, il 27 febbraio scorso finalmente «torna a bordo» per un sopralluogo, si scatta un selfie con il giubbotto di Cassano e alle domande dei giornalisti risponde strafottente: «Voi non avete capito un cazzo!». Un editore americano guardando quel video mi disse: «Altroché Berlusconi, a voi i danni più grandi li ha prodotti questo qua!».
Nick Sloane, il cowboy del mare venuto dal Sudafrica per rimettere in linea di galleggiamento la Concordia, può riportare in alto una nave, non una reputazione. Tutta la splendida truppa internazionale che ha lavorato con lui, il sub spagnolo annegato sotto al relitto, le eccellenze italiane per una volta degnamente capitanate dal capo della Protezione civile Franco Gabrielli fanno storia a sé. Sono altri capitoli della stessa vicenda: non riparano, aggiungono. Interpretare la carcassa riaffiorata come un roseo vaticinio è stata una forzatura. È, semplicemente, il mondo che gira: basta uno sprovveduto per fare un danno immenso, ci vogliono dozzine di uomini capaci per realizzare una piccola cosa di buon senso.
La nave affondata è un catalizzatore, incrocio di destini e microcosmo dove si annodano vita e morte. In questo caso: invertendo l’ordine. All’udienza processuale del 29 aprile scorso la folla ascolta commossa il resoconto della scomparsa della piccola Dayana, inghiottita da un pozzo, e del padre William, che per cercare di salvarla si staccò dalla compagna Michela, ma morì anche lui. Ieri, reazioni di segno opposto per l’annuncio che Simon e Virginia, diventati intimi durante i lavori di recupero al Giglio, in agosto daranno alla luce il piccolo Filippo. In un racconto del Taccuino rosso lo scrittore americano Paul Auster narra di una monetina che la sua ex moglie lancia dalla finestra al bambino quando lui va a prenderlo per portarlo allo stadio. Gliela butta perché si compri un gelato, ma rimbalza su un ramo e scompare. Quando padre e figlio arrivano allo stadio e si mettono in coda per il gelato abbassano gli occhi e vedono a terra
una monetina. Ora, chi ha fede nella magia chiamata provvidenza penserà che sia la stessa. E che ci sia un soffio di Dayana in Filippo.
La Concordia ti mette davanti agli interrogativi universali e non ti dà risposte, come non si rinviene il corpo dell’indiano Russel Rebello, ma è proprio allora che accettiamo la natura miracolistica del caso e ci sediamo pacificati ad ascoltarne la musica: il tutto è una somma algebrica che dà infinitamente zero.
Ci sono stati picchi di avidità e idiozia, richieste di rimborsi improbabili, scarico di responsabilità, brama di notorietà. E altrettanti di tenerezza, lucidità, senso del dovere e del diritto. È una storia che comunque torna a riva, seguendo il destino perpetuo dell’annullamento di ogni materia. C’è stato un momento da brivido ieri, quando è stata issata la bandiera nautica blu con la lettera P (papa) che significa: «Tutti a bordo, stiamo per salpare». Se mai ne abbiamo vista una, ecco la nave fantasma.
È riemersa dall’ingloriosa tinozza dove era caduta, si è rialzata e ci ha riprovato, ricordandoci che non è finita finché è finita: perfino i relitti hanno ancora strada da fare, se c’è qualcuno in grado di accompagnarli. Sotto i nostri occhi sono tornati a bordo, cazzo, davvero tutti: i sopravvissuti e gli scomparsi, i vili e i coraggiosi, i retti e i disonesti. L’ultimo viaggio è straordinario perché è un distacco dalla rassegnazione senz’altra meta che una conclusione più decorosa. Insegna che anche la decenza è un esercizio di volontà. Per due anni e mezzo di fronte a questa carcassa, alle mosche che le ronzavano intorno, al tanfo che si spandeva, abbiamo provato un senso di nausea che neppure oggi, vedendola navigare, si attenua. Il grande romanzo italiano della Concordia è purtroppo una storia universale, capace di mettere in scena la realtà e, come tale, non riconosce estraneità. Consegna a tutti noi il biglietto di passeggeri e ci dice che solo al fondo della notte sapremo se siamo Schettino, un marinaio coraggioso o semplicemente una vittima. Fino ad allora navighiamo a vista, con un bagaglio di supposizioni, consapevoli che ogni confine, tra la miseria e la grandezza, la tragedia e il ridicolo, la vita e la morte è una linea tracciata a matita su una carta dove, dell’oceano, è disegnato un riquadro appena che lo rende inconcepibile.
da La Repubblica
"Evitare il muro contro muro", di Claudio Sardo
In politica la forza vale non meno delle idee. Lo sa bene Renzi, che ne ha accumulata tanta e che anche grazie a questa leva ha suscitato grandi aspettative. Tuttavia la forza non si esprime soltanto attraverso il conflitto. Ci sono momenti in cui è più saggio spenderla per evitare una contrapposizione sterile, per raggiungere un buon compromesso, per fissare un punto e ripartire. Al Senato è questo il momento. Le minacce, il muro contro muro, portano svantaggi assai maggiori a chi vuole condurre in porto la riforma rispetto a quanti alzano barricate denunciando «involuzioni autoritarie».
La paralisi del Senato è grave. È una pessima immagine del Paese. Sull’ostruzionismo convergono intenti diversi: chi vuole bloccare del tutto le riforme, chi vuole correggerle. Anche per questo è necessario che la maggioranza assuma un’iniziativa positiva per distinguere e tentare di allargare il consenso. Renzi vuole la riforma anche perché essa diventi il simbolo del cambiamento possibile. Perché segni la nuova stagione politica dopo tanti progetti incompiuti o falliti. Ma sbaglierebbe a esasperare il tema istituzionale, costruendo su di esso le categorie di amico e nemico: la vera priorità per i cittadini, e dunque per il governo, resta pur sempre il lavoro, la crescita che non ci sarà neanche nel 2014, la ripresa nuovamente rinviata. Tra tutte le minacce ascoltate in questi giorni, la più sterile appare proprio quella delle elezioni anticipate: al di là delle intenzioni di chi la formula, non produce vantaggi al premier. Perché è un’arma spuntata: con la legge proporzionale, scaturita dai tagli della Consulta, ci sarebbe soltanto un Parlamento ingovernabile nel quale il Pd rischierebbe di perdere la guida del governo pur in presenza di un buon risultato elettorale. Bene ha fatto ieri Piero Fassino, che di Renzi è un sicuro sostenitore, a dire che l’orizzonte del governo resta quello dei prossimi due anni. La sintonia con il Paese è sempre legata alle speranze di una svolta economica e sociale.
Sulla riforma del bicameralismo Renzi ha già ottenuto risultati importanti. Il lavoro in commissione ha migliorato il testo proposto dal governo, riducendo le distanze di merito con i dissidenti e tuttavia tenendo fermi i punti-cardine fissati dal premier. Non avrebbe senso disperdere questi risultati sulle barricate dell’ostruzionismo. Non sarà l’8 agosto o il 15 il discrimine tra la vittoria e la sconfitta. Renzi ha anche ricevuto dal Capo dello Stato un importante sostegno. Napolitano ha ricordato che il bicameralismo paritario è sempre stata considerato un’anomalia: e dunque nessun opportunismo può oggi trasformarlo di colpo in una garanzia costituzionale. Il presidente comunque ha sottolineato come il nuovo Senato imponga significative modifiche alla legge elettorale.
Ecco, da qui potrebbe partire una nuova offensiva del dialogo da parte del governo. Si approvi la riforma del Senato, magari migliorando taluni aspetti ancora confusi o contraddittori, poi il governo stesso assumerà l’impegno di correggere l’Italicum (che nella versione uscita dalla Camera appare incompatibile con il nuovo quadro costituzionale). Una dichiarazione di questa natura potrebbe raffreddare l’ostruzionismo e, al tempo stesso, rafforzare le buone ragioni di chi vuole condurre davvero in porto le riforme. Se i senatori non saranno più eletti dal popolo, almeno il popolo potrà scegliere direttamente i deputati? Se avremo una sola Camera politica, si potranno eliminare quelle assurde soglie differenziate dell’Italicum e stabilire finalmente uno sbarramento uguale per tutti? Avere un governo più forte – giusto obiettivo delle riforme – non vuol dire sacrificare oltre misura la rappresentanza e l’autonomia del Parlamento.
Dal suo punto di vista, Renzi fa bene a non cedere sui punti che considera cruciali. Ma non si capisce perché restare con l’elmetto in trincea, invocando la ghigliottina parlamentare o il lavoro notturno e domenicale del Senato. Invece di ingaggiare una battaglia campale, che inevitabilmente si combatterà con le armi della demagogia e della propaganda, si può anche sfidare l’ostruzionismo con un rilancio politico. Stiamo parlando della Costituzione italiana, non di un qualunque decreto. Si può dire fin d’ora, ad esempio, che il tema più generale dei contrappesi e delle garanzie costituzionali verrà demandato compiutamente al lavoro della Camera, in seconda lettura, dopo che il Senato avrà completato il suo testo. Si può anche ammettere – non sarebbe affatto un segno di debolezza – che le garanzie sono ancora carenti e che i contrappesi vanno ulteriormente rafforzati. Se il governo sarà in futuro titolare dell’agenda parlamentare, è giusto che le leggi di iniziativa popolare e i referendum siano considerati come un autentico bilanciamento dei poteri. La stessa platea dei grandi elettori del Capo dello Stato va rivista in modo da evitare che la Camera iper-maggioritaria condizioni quella scelta e cambi la natura stessa del presidente.
In questo modo il governo diventerà più forte anche se le forze dell’ostruzionismo dovessero respingere l’offerta di dialogo. I Cinquestelle vanno molto più in difficoltà quando li si invita al confronto, e si apre alle loro proposte ragionevoli, anziché quando si alimenta la contrapposizione e la delegittimazione. Le riforme sono necessarie. La partita è troppo importante per farla precipitare in una zuffa. La Costituzione è troppo importante per non chiedere sempre uno sforzo aggiuntivo di condivisione. Peraltro, dal confronto possono venire spunti per migliorare la qualità.
da L’Unità
Carpi, Festa PD – Ricostruzione post-sisma
Domenica 27 luglio, presso la Festa PD intercomunale dell’Unione Terre d’argine (Carpi, Area Zanichelli), alle ore 21:00 si svolgerà l’incontro su “Ricostruzione post sisma: facciamo il punto”
Interverranno, Luciano Vecchi, assessore regionale PD, Manuela Ghizzoni, deputata PD, Stefano Vaccari, senatore PD
"Il terreno fragile del governo", di Piero Ignazi
IL GOVERNO cammina su una lastra di ghiaccio sottile, come dimostra la giornata di ieri al Senato. È un incedere difficile e il terreno rischia di diventare sempre più fragile se perde la spinta iniziale, cioè la fiducia. Il governo si regge su una strana impalcatura che combina due spinte diverse: la fiducia, appunto, ma anche la disperazione. L’apertura di credito arrivata aveva, al fondo, tanto la speranza che potesse portare il Paese fuori dalla crisi quanto la disperazione per il presente
IL nostro Paese ribolle di frustrazione e aspetta un segnale: in positivo, dal governo, per scrollarsi di dosso apatia e rassegnazione, e rimettersi in moto; ma anche in negativo, da qualcuno o qualcosa che accenda la miccia dell’esasperazione sociale. Se la speranza scolora in illusione, allora monta la rabbia. Le precondizioni per lo scatenarsi di un movimento sociale in forme anche aggressive ci sono tutte. A incominciare, ovviamente, dall’economia, ma non solo.
Sul terreno economico gli allarmi sulla mancata ripresa lanciati dalle associazioni imprenditoriali e sindacali, dagli osservatori economici italiani e internazionali, ed ora anche dal ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, e dal sempre più silente ed accigliato ministro del lavoro Giuliano Poletti, crescono di intensità.
In assenza di indicatori positivi, di fatti reali come gli 80 euro in busta paga, il governo indirizza la sua energia su altri fronti per evitare che l’insoddisfazione si impenni. Sotto i riflettori in questi giorni ci sono infatti le riforme istituzionali. Il presidente del Consiglio ritiene che l’approvazione del pacchetto Boschi dia il segnale della sua capacità di smuovere questo Paese, di sbloccarlo. Però, l’enfasi che il governo pone su questo provvedimento è inversamente proporzionale sia all’interesse dell’opinione pubblica che agli effetti “immediati” sulla vita delle istituzioni e dei privati cittadini. È probabile, allora, che l’immagine di fattività riformatrice rimanga confinata in settori informati e partecipi dell’opinione pubblica, e non arrivi oltre.
In sostanza, al di là di ogni giudizio sulla riforma in sé, l’impatto della modifica del Senato sullo stato d’animo degli italiani sarà modesto. La sua approvazione dopo anni di progetti costituisce certamente un successo politico e di immagine per il governo ma rimane effimero se resta isolato. Perché le priorità dei cittadini sono altrove.
L’ansia sociale che si respira trova alimento anche da una disgregazione sottile del vivere civile. Che ha mille sfumature, dai centri urbani che si degradano per scarsa manutenzione o incuria ai servizi sociali che si restringono, dalle infrastrutture che si deteriorano ai reati contro la proprietà che si impennano, dagli immigrati che ”ci invadono”, come alcuni irresponsabilmente strillano, ad una amministrazione pubblica che continua a vessare i cittadini onesti con comportamenti borbonici e norme cervellotiche.
Di fronte a queste difficoltà il governo cerca conforto e soluzioni in Europa. Matteo Renzi ha rinverdito il nostro approccio verso l’Ue manifestando un europeismo forte, con segni di dinamismo e incisività. Ma l’atteggiamento pro-europeo viene declinato talvolta con un vittimismo piagnone e con rivendicazioni di ruolo del tutto fuori luogo, come l’infelicissima battuta «l’Italia merita rispetto» (sic!). Un grande Paese non ha certo bisogno di invocare il suo status: lo esercita nelle sedi e con le modalità opportune, vale a dire a livello diplomaticocomunitario, facendo valere i propri dossier, ben curati ed adeguatamente illustrati da persone all’altezza. Così ci si fa rispettare, non saltando appuntamenti cruciali o inviando persone di grado inferiore a quelle degli altri partecipanti, spesso non preparate per la frettolosità con cui vengono decisi questi incarichi.
La vicenda della nomina dell’Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’Ue si inquadra in questa naiveté. Una nomina che non “si imponeva” per forza propria, vista la juniority del ministro Mogherini, aveva bisogno di un’adeguata preparazione dietro le quinte, non di una imposizione ribalda sul tavolo del consiglio europeo. Questo passo falso nello scacchiere europeo rischia di portarsene dietro altri. Valuti il governo se il sacrificio della sua candidata non può essere considerato da altri partner come un gesto di generosità tale da aprire altre porte, non meno importanti nel governo complessivo dell’Europa, e da consentire maggiore disponibilità verso dossier sensibili.
Dell’Europa il nostro Paese ha un bisogno assoluto. Il rasserenamento nei mercati seguito ai governi Monti e Letta derivava anche da quella moneta impalpabile ma solidissima che è la reputazione internazionale. Il governo Renzi deve rafforzarla non disperderla con gesti e posture inadeguate. Piaccia o meno, l’Italia dipende, molto più di altri Paesi, dai vincoli internazionali. E la ripresa passa da quelle strade.
Questa nostra società, depressa e inquieta, cerca un appiglio per risollevarsi da un governo, nuovo sotto molti aspetti. Oggi l’esecutivo gode ancora di una ampia riserva di fiducia. Lo slancio riformatore sulle questioni istituzionali può servire a coltivare una immagine dinamica e volitiva. Ma senza risultati tangibili tanto in economia quanto nella vita civile (a proposito, procede il restauro delle scuole?) rimane in agguato un cambio radicale di umore, con un passaggio alla sfiducia e persino al ribellismo.
La storia d’Italia è ricca di questi cambiamenti di fronte passionali ed anche irrazionali. È il rischio che corriamo camminando.
da La Repubblica
"Degli sprechi Rai il catalogo è questo. Una strada nuova per avvicinarsi alla Bbc", di Milena Gabanelli
Non si crescerà mai senza riforme, che vuol dire taglio agli sprechi e investimenti. Il tempo è poco e servono soldi subito.
La strada più rapida sarebbe quella del rientro dei 300 miliardi depositati su conti esteri, con versamento delle relative somme evase. Però ci vuole la legge che sanziona pesantemente i grandi evasori, e che esiste in tutti i Paesi civili. Quella legge è pronta sul tavolo da due anni, ma ancora non vede la luce, per non aggredire troppo coloro che hanno impoverito il Paese e le loro aziende trasferendo gli utili su conti cifrati. E allora, oltre ai tagli giustissimi ai superstipendi, agli 80 euro in più per chi ha meno di 1.500 euro al mese, quali sono le idee concrete per evitare la chiusura di migliaia di aziende private, e quali le idee di rilancio delle aziende pubbliche sane?
Fra le tante dichiarazioni di Renzi su come uscire dalla depressione generale c’è anche quella di pensare a una Rai che contribuisca alla rinascita del Paese. Certamente avrà un piano, ma per ora si vuol prendere 150 milioni dal canone. La Rai ha 11.600 dipendenti, circa 4.000 collaboratori, un incalcolabile indotto, è il quinto gruppo culturale d’Europa, il tesoro è l’azionista. Dal canone incassa 1,7 miliardi (il 30% evade), 600 milioni dalla pubblicità, 20 milioni da altri servizi. I conti stanno così così. Tecnologicamente arretrata, mantiene un’infinità di strutture e canali, e nonostante i 1.700 giornalisti Rai News è fra gli ultimi siti web che vengono cliccati per informarsi. Il Direttore generale sta tentando di riorganizzare l’offerta, e intanto taglia su prodotto e stipendi: la falce si sta abbattendo con la stessa neutralità su meritevoli e fannulloni, incluse le partite Iva (cruciali in molti programmi) che si mettono in tasca poco più di 1.000 euro al mese. Tuttavia non basterà. Il premier ha suggerito di vendere qualcosa. L’unica «cosa»che si può collocare sul mercato senza tanto clamore è la società che possiede le torri di trasmissione, RaiWay, ma RaiWay è la Rai, ed ha un solo cliente, la Rai. Questo significa che il Direttore generale non può in autonomia decidere di quotare un pezzo di un’azienda pubblica (ovvero privatizzare) perché occorre seguire un iter parlamentare, e arrivare alla delibera del Consiglio dei ministri. Senza questo passaggio cosa si dovrà inventare sul prospetto informativo per avere l’ok della Consob?
Per tornare efficiente e competitiva, la Rai andrebbe «snellita», ma modifiche radicali saranno possibili solo se si interviene sulla riforma del 1975, meglio nota come lottizzazione. Ogni partito si è preso un canale, e poi ci ha infilato i suoi uomini scegliendo come unico criterio la «fedeltà», non all’azienda ma al partito. Risultato: proliferazione di strutture e incarichi dirigenziali che negli anni si sono stratificati. Non esiste nessuna tv pubblica al mondo dentro la quale convivono 3 telegiornali che hanno come referenti 3 diverse aree politiche; ognuno ha una sua struttura autonoma, i suoi direttori, i suoi inviati, il suo apparato tecnico, i suoi studi, il suo budget. Poi c’è Rai news 24, che non si può dire sia seguitissima, e le 26 sedi per l’informazione regionale. Bisogna «ottimizzare» si dice, ma da dove cominci se non metti mano al contratto di servizio con lo Stato? Le sedi regionali sono nate in funzione dei rapporti con le istituzioni locali. Un modello in crisi poiché le Regioni non rappresentano più il territorio, quindi bisognerà cambiare completamente la prospettiva in funzione delle macroaree. Si prende spesso a modello il miglior servizio pubblico al mondo, ovvero la Bbc, dove però i canali generalisti nazionali sono sostenuti solo dal canone: 174 euro, contro i nostri 113. Se tuttavia il modello a cui ispirarsi è Bbc, confrontiamoci. Le stazioni televisive locali inglesi sono 15, che interagiscono con quelle radiofoniche. I dipendenti sono circa 1.500 contro i nostri quasi 2.000. Le sedi occupano mediamente 2 piani (con una postazione fissa per il giornalista che si connette), la maggior parte sono in affitto. Noi occupiamo edifici giganteschi, quasi tutti di proprietà, con insostenibile spreco di spazi e costi. La loro sede più piccola è quella delle Channel Island: 2 dipendenti; da noi a Campobasso sono in 70. Nella sede di Cosenza lavorano 95 persone, ma il palazzo sembra quello di Viale Mazzini. Tutti i servizi finiscono dentro a Bbc One (la nostra Rai 1), con 4 brevi collegamenti al giorno. Inutile ribadire che la produzione locale del nostro servizio pubblico è perlopiù asservita ad assessori e governatori, che in caso di smantellamento di qualche sede si incateneranno pur di non vedere sottratta una telecamera a loro uso e consumo. Gli «intrecci armoniosi» si metteranno di traverso anche in caso di accorpamento della lunga lista di strutture a cui hanno dato vita nel corso degli anni, e che pullulano di direttori e personale. Emblematica la genesi di Rai Vaticano. Nel ‘97 una decina di dipendenti occupavano due stanze per preparare gli eventi di Giubileo 2000. Senza budget, il team si relazionava con la Santa Sede per agevolare le reti nella produzione di programmi da trasmettere e vendere in tutto il mondo, e doveva essere operativo per 2 anni. Il Giubileo è finito da tempo, ma la piccola squadra si è trasformata in una struttura con i suoi funzionari e dirigenti per continuare a fare le stesse cose. Rai Expo è l’ultima creatura: una dirigenza, 45 dipendenti, una sede a Milano e una a Roma. Ma per raccontare il grande evento dell’alimentazione mondiale non bastano le sedi regionali e i programmi delle reti? A Expo finita (ottobre 2015) siamo sicuri che quella struttura non diventerà permanente? Anche Rai Quirinale, da postazione informativa è diventata nel tempo un elefantino, con un direttore e 35 dipendenti. Per fare cosa? Trasmettere il messaggio del presidente della Repubblica di fine anno e la cerimonia del 2 giugno.
Per «rinascere» sarà inevitabile eliminare sedi e strutture che non hanno nessun senso, ma non mandando a casa qualche migliaio di persone che hanno famiglia! L’azienda avrebbe bisogno di tutto il suo personale se venisse organizzata in modo produttivo; è pur sempre la più grande industria culturale del Paese! Ricordiamo inoltre che non ha ammortizzatori sociali, e sarebbe paradossale creare disoccupati per dare 80 euro in più a chi uno stipendio (anche se magro) ce l’ha. Certo occorrerà poi liberarsi dai burocrati e intervenire sui contratti collettivi di lavoro. Questo quadro però, determinato dalla politica e dalle sue scelte in 60 anni, non lo ribalta un Direttore generale da solo, senza il supporto del governo. Ricordiamo che la Bbc, così spesso invocata a chiacchiere, ha come unico criterio nella nomina della governance e della dirigenza la competenza e il merito. Anche in Gran Bretagna «il palazzo» interferisce e orienta, ma quando un dirigente sbaglia, va a casa senza tante storie. Per questo il mondo intero considera la Bbc la più autorevole tv pubblica del mondo.
da Il Corriere della Sera
