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"Le lacrime e le parole", di Barbara Spinelli

Tendiamo a dimenticare che in tutti i monoteismi, il cuore non è la sede di passioni o sentimenti sconnessi dalla ragione. Nelle tre Scritture, compresa la musulmana, il cuore è l´organo dove alloggiano la mente, la conoscenza, il distinguo. Se il cuore di una persona trema, se quello del buon Samaritano addirittura si spacca alla vista del dolore altrui, vuol dire che alla radice delle emozioni forti, vere, c´è un sapere tecnico del mondo. Per questo il pianto del ministro Fornero, domenica quando Monti ha presentato alla stampa la manovra, ha qualcosa che scuote nel profondo. Perché dietro le lacrime e il non riuscire più a sillabare, c´è una persona che sa quello di cui parla: in pochi attimi, abbiamo visto come il tecnico abbia più cuore (sempre in senso biblico) di tanti politici che oggi faticano a rinnovarsi. Pascal avrebbe detto probabilmente: il ministro non ha solo lo spirito geometrico, che analizza scientificamente, ma anche lo spirito di finezza, che valuta le conseguenze esistenziali di calcoli razionalmente esatti. Balbettavano anche i profeti, per esprit de finesse.
È significativo che il ministro si sia bloccato, domenica, su una precisa parola: sacrificio. La diciamo spesso, la pronunciano tanti politici, quasi non accorgendosi che il vocabolo non ha nulla di anodino ma è colmo di gravità, possiede una forza atavica e terribile, è il fondamento stesso delle civiltà: l´atto sacrificale può esser sanguinoso, nei miti o nelle tragedie greche, oppure quando la comunità s´incivilisce è il piccolo sacrificio di sé cui ciascuno consente per ottenere una convivenza solidale tra diversi. Non saper proferire il verbo senza che il cuore ti si spacchi è come una rinascita, dopo un persistente disordine dei vocabolari. È come se il verbo si riprendesse lo spazio che era suo. Nella quarta sura del Corano è un peccato, «alterare le parole dai loro luoghi». Credo che l´incessante alterazione di concetti come sacrificio, riforma, bene comune, etica pubblica, abbia impedito al ministro del Lavoro – un segno dei tempi, quasi – di compitare una locuzione sistematicamente banalizzata, ridivenuta d´un colpo pietra incandescente. Riformare le pensioni e colpire privilegi travestiti da diritti è giusto, ma fa soffrire pur sempre. Di qui forse la paralisi momentanea del verbo: al solo balenare della sacra parola, risorge la dimensione mitica del sacrificio, il terrore di vittimizzare qualcuno, la tragedia di dover – per salvare la pòlis – sgozzare il capro espiatorio, l´innocente.
Medicare le parole presuppone che si dica la verità ai cittadini, e anche questo sembra la missione che Monti dà a sé e ai partiti. Riportare nel loro luogo le parole significa molto più che usare correttamente i dizionari: significa rimettere al centro concetti come il tempo lungo, il bene comune, il patto fra generazioni. Significa, non per ultimo: rendere evidente il doppio spazio – nazionale, europeo – che è oggi nostra cosmo-poli e più vasta res publica. Il presidente del Consiglio lo sa e con cura schiva il lessico localistico, pigro, in cui la politica s´è accomodata come in poltrona. Stupefacente è stato quando ha detto, il 17 novembre al Senato: «Se dovete fare una scelta – mi permetto di rivolgermi a tutti – ascoltate! non applaudite!».
L´applauso, il peana ipnotico (meno male che Silvio c´è), le grida da linciaggio: da decenni ci inondavano. Era la lingua delle tv commerciali, del mondo liscio che esse pubblicizzavano, confondendo réclame e realtà: illudendo la povera gente, rassicurando la fortunata o ricca. Erano grida di linciaggio perché anch´esse hanno come dispositivo centrale il sacrificio: ma sacrificio tribale, che esige il capro espiatorio su cui vien trasferita la colpa della collettività. Erano capri gli immigrati, i fuggitivi che giungevano o morivano sui barconi. E anche, se si va più in profondità: erano i malati terminali che reclamano una morte senza interferenze dello Stato e di lobby religiose. La nostra scena pubblica è stata dominata, per decenni, dalla logica del sacrificio: solo che esso non coinvolgeva tutti, proprio perché nel lessico del potere svaniva l´idea di un bene disponibile per diversi interessi, credenze. Solo contava il diritto del più forte, che soppiantava la forza del diritto.
Ascoltare quello che effettivamente vien detto e fatto non ci apparteneva più. Anche il ministro Giarda si è presentato domenica come medico delle parole: «Son qui solo per correggere errori». Non ha esitato a correggere i colleghi, e ha avuto l´umiltà di dire: «Se avessimo più tempo, certo la nostra manovra sarebbe migliore». Monti ha fatto capire che questa, «anche se siamo tecnici», è però politica piena: «L´esperienza è nuova per il sistema politico italiano. A noi piace esser cavie da questo punto di vista». Singolare frase, in un Paese dove a far da cavie sono di solito i cittadini. Ma frase coerente alla politica alta: dotata di una veduta lunga, indifferente alla popolarità breve.
Pensare i sacrifici non è semplice, perché gli italiani e gli europei da tempo si sacrificano, e tuttavia constatano disuguaglianze scandalose. Perché sacrificandosi deprimono oltre l´economia. Lo stesso Sarkozy, che campeggiò come Presidente che poteva abbassare le tasse ai ricchi visto che le cose andavano così bene, è oggi costretto ad ammettere che i francesi «stringono la cinghia da trent´anni». Quel che è mancato, nel sacrificio cui i popoli hanno già consentito, è l´equità, l´abolizione della miseria, delle disuguaglianze. Forse – l´emozione dei potenti resta misteriosa – Elsa Fornero ha pianto perché le misure sono dure per chi ha pensioni grame. Se solo le pensioni sotto 936 euro saranno indicizzate all´inflazione, tante pensioni basse rattrappiranno come pelle di zigrino.
Si poteva fare diversamente forse, e non tutte le misure sono ardite. La lotta all´evasione fiscale iniziata dall´ultimo governo Prodi ricomincia, ma più blanda. La cruciale tracciabilità introdotta da Vincenzo Visco (1000 euro come soglia, da far scendere in due anni a 100) è fissata durevolmente a 1000. Oltre tale cifra è vietato accettare pagamenti in contanti, che sfuggono al fisco: una draconiana stretta anti-evasione è evitata. Né si può dire che tutto sia equo, e la crescita veramente garantita.
Il fatto è che si parla di decreto salva-Italia, ma si manca di chiarire come il decreto sia anche salva-Europa. Non è un´omissione irrilevante, perché il doppio compito spiega certe durezze del piano. Speriamo sia superata. Ogni azione italiana, infatti, è urgentissimo accompagnarla simultaneamente ad azioni in Europa: per smuovere anche lì incrostazioni, privilegi, dogmi. Per dire che non si fa prima «ordine in casa» e poi l´Europa, come nella dottrina tedesca, ma che le due cose o le fai insieme, con un nuovo Trattato europeo più solidale e democratico, o ambedue naufragheranno.

La Repubblica 06.12.11

Il governo presenta la manovra in Parlamento: intervento dell'On Dario Franceschini

Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, lei ha premesso all’elenco delle misure contenute nel decreto un quadro sulla gravità della situazione nel nostro Paese, sull’emergenza, quell’emergenza e quella gravità di cui noi parliamo da due anni in quest’Aula. Non dimentichiamo e la sua missione – la nostra missione – è esattamente quella di salvare l’Italia (Commenti dei deputati del gruppo Lega Nord Padania).
La ragione sociale attorno alla quale è nato questo Governo – è un Governo sostenuto da una strana maggioranza parlamentare di avversari politici, che sanno di esserlo e sanno che torneranno ad esserlo alle prossime elezioni – è esattamente questa, e i dati di oggi, i dati dello spread, sono un segnale che, quando arrivano le misure, si può tornare a credere nelle capacità dell’Italia di uscire dalla crisi.

Tutti sappiamo che è stato difficile mettere insieme un decreto perché normalmente, nella normalità dei Paesi, dei sistemi costituzionali, c’è una maggioranza politica che si presenta agli elettori con un programma e poi gli atti sono dettati dalla coerenza con quel programma e dalla compattezza della coalizione.
Questa è una manovra che nasce, invece, come specchio della situazione inedita in cui ci troviamo ad operare, in modo duro e difficile; vi ringraziamo per il lavoro che avete fatto, lavorando in mezzo all’emergenza, ai vincoli imposti dall’Unione europea e all’esigenza di fare la sintesi possibile tra posizioni così alternative e così diverse. Sia noi che la destra, il Popolo della Libertà, probabilmente avremmo fatto due manovre diverse; avremmo rispettato gli impegni europei ma facendo due manovre diverse, tra di noi e diversa da questa. Noi avremmo lavorato per una maggiore equità, per brevità riporto soltanto i titoli: un intervento più graduale sulle pensioni, uno scalone meno improvviso, non dimenticandosi di chi vede alzarsi l’età non mentre sta lavorando ma avendo già perso il lavoro, non dimenticandosi dei lavoratori precoci (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico); avremmo voluto e vorremmo una franchigia maggiore per l’IMU sulla prima casa; avremmo voluto invece di più sui grandi patrimoni, sulle rendite finanziarie; avremmo cercato risorse sulle frequenze televisive e sulla dismissione del patrimonio pubblico immobiliare (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico). La destra, probabilmente avrebbe fatto altre scelte.
Signor Presidente del Consiglio, nessuna delle cose che abbiamo in mente e che le abbiamo detto negli incontri, in un momento complicato e difficile, è dettata dal problema dei voti e del consenso, ma sono dettate invece dal rispetto del principio, che non si deve mai dimenticare, di giustizia sociale perché ogni cittadino italiano, a cui in queste ore si va a chiedere un sacrificio, deve sentire, deve avvertire che il sacrificio è chiesto ad ognuno in base ai propri mezzi e che non ci saranno più furbizie, non si tollererà più chi da anni viola le regole ed evade, commettendo un delitto contro la propria comunità, una vigliaccheria contro la propria comunità, quella in cui vive (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico – Commenti dei deputati del gruppo Lega Nord Padania)!
Per questo noi vogliamo, e continueremo a lavorare ponendo un impegno molto forte sull’evasione fiscale; le proposte che le abbiamo fatto nell’incontro ufficiale e che quindi possiamo riportare qui, e che sono state, non totalmente, ma parzialmente positivamente accolte, miravano esattamente a questo: la tracciabilità dei pagamenti, anche se noi vorremmo meno di quei mille euro perché la scomparsa del contante rappresenta una grande modernizzazione del Paese; contante che crea nero e crea evasione.
Vorremmo poi un prelievo maggiore sullo scudo fiscale perché se si deve chiedere un contributo di solidarietà, lo si chieda a chi ha violato la legge, a chi ha esportato capitali illegalmente e ha pagato solo il 5 per cento (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico). C’è un primo segnale in tale direzione e siamo soddisfatti che ciò abbia consentito di lasciare l’adeguamento dell’indicizzazione anche alla fascia di pensione tra i 460 e i 950 euro; è un primo segnale. Ricordiamo che basterebbe oggi, far diventare quell’1,5 per cento sullo scudo fiscale, il 2 per cento, per poter aumentare la fascia in cui indicizzare le pensioni, anche per chi prende millecinquecento, duemila euro (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
Vorremmo che questo tema della lotta all’evasione, lo voglio dire anche al Popolo della Libertà, non fosse la nostra bandiera, vorremmo che il rispetto delle regole e la lotta all’evasione fiscale fosse una battaglia comune di tutte le forze politiche che siedono in questo Parlamento; che non c’entrassero niente destra e sinistra (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
Noi insisteremo su queste cose, insisteremo nel tratto di strada che abbiamo davanti, sapendo che a questo siamo chiamati: mettere in campo idee, perché la sintesi si trova mettendo in campo le idee e difendendo le posizioni. Oggi, lei riceve una forza da questo Parlamento, l’ha chiesta e la sta ricevendo. Queste scelte, la forza che anche noi, le forze politiche, i partiti, il Parlamento, le diamo con la nostra scelta – quella forza che per noi comporta anche qualche incomprensione con l’elettorato, perché voi siete un Governo tecnico, ma nella politica c’è il rapporto con l’opinione pubblica, con i ceti sociali che si rappresentano, che hanno drammi, che hanno bisogni e che ci chiedono a tutti di essere qui rappresentati – la usi per far sentire la voce e il peso dell’Italia sui tavoli europei; le chiediamo che torni l’orgoglio di un grande Paese fondatore dell’Unione europea (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico). Questa nuova forza le chiediamo di usarla con l’Europa, con un grande Paese come la Germania perché dimostri più coraggio, che riscopra la sua vocazione europeista, che dimostri meno egoismi perché non è il momento degli egoismi.
Usi i sacrifici dolorosi che ogni italiano dovrà fare per avere forza su quei tavoli.
Noi le chiediamo questo: di difendere il welfare come ragione fondativa dell’Unione europea, come carta della competitività del futuro (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico – Commenti dei deputati del gruppo Lega Nord Padania), di chiedere una tassa sulle transazioni finanziarie sul piano europeo, di difendere il principio che la sovranità nazionale si cede alle istituzioni europee e non ci si rassegna ad una Europa fatta solo di accordi intergovernativi tra alcuni Paesi.
Questo è il suo compito e questo è il nostro compito: non soltanto salvare l’Italia, ma salvare e costruire l’Europa (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico- Congratulazioni).

www.camera.it

"Bersani: anch’io ho la mia parte di delusione «Ma bene le aperture»", di Maria Zegarelli

«Una manovra molto dura, che non risponde del tutto ai nostri criteri di equità»: così il segretario Pd commenta le misure presentate da Monti. Ma aggiunge: «Lavoreremo per migliorarla». Deluso? «In parte». Deluso? «Anch’io ho la mia parte di delusione». Risponde così Pier Luigi Bersani, ospite di Fabio Fazio a «Che Tempo che fa», proprio mentre il presidente del consiglio insieme ai suoi ministri presenta in conferenza stampa la manovra economica di 23 miliardi di euro. Una «manovra molto dura che non risponde del tutto ai nostri criteri di equità», ma che ha colto alcuni «suggerimenti» avanzati dal Pd, a partire dalla tassazione dell’1,5% dei capitali scudati che «insieme al fatto che per la prima volta si dice chiaramente che non ci saranno condoni è un segnale importante». Però, aggiunge il segretario, visto che «si è infranto un tabù, forse allargando un po’ quell’1,5% potremmo risolvere qualche altro problema».
I MIGLIORAMENTI DA FARE
Apprezzamento anche per l’innalzamento del tetto per il blocco delle indicizzazioni delle pensioni dai 440 euro al doppio del minimo, «ma con un sforzo ulteriore si potrebbe arrivare anche a quelle appena sopra i mille euro». Alla fine anche sul sistema previdenziale, «l’impianto della riforma è sostanzialmente quello annunciato e che mi sento di condividere spiega ma non il meccanismo di avvicinamento dei tempi, troppo rapidi». Insomma, «c’è bisogno di un ulteriore confronto con il governo, si dovrà lavorare in Parlamento» perché dei margini di intervento per migliorare quella che nel vero senso della parola è una manovra da lacrime e sangue, ci sono ancora. Perché se è vero, ad esempio, che bisogna «mettere in sicurezza il sistema delle pensioni», è pur vero che se fatto in «modo ingiusto» allora tutto l’impianto diventa ingiusto, «e qui dentro», dentro le misure annunciate, «ce ne sono di inique». A partire dall’innalzamento del tetto delle pensioni di anzianità, soprattutto per «i lavoratori precoci», quelli cioè che hanno iniziato a lavorare prima dei 18 anni di età e che adesso vedono slittare ulteriormente, se non vogliono pagare una penale, il momento di uscita dal lavoro.
L’Ici progressiva viene letta dal segretario Pd come un segnale, «una bozza di patrimoniale», ma una bozza, appunto, e anche su questa si può rimettere mano per rendere più «rilevante il contributo sui grandi patrimoni». Bersani insiste anche sulla lotta all’evasione: «Positivo che si rafforza la lotta all’evasione fiscale», ma occorre aumentare di «4 o 5 punti il tasso di fedeltà fiscale» degli italiani. E positivo il fatto «che non si carichi ulteriormente su chi le tasse le paga».
Intanto stasera il coordinamento dei democratici si riunirà per studiare la manovra nel dettaglio e poi decidere quali interventi proporre nelle Commissioni. Ben sapendo quali sono gli umori di Cgil e elettori Pd.
Il leader Pd, come spiega senza giri di parole già nel pomeriggio durante il suo intervento agli Stati generalei della Cultura, sa bene che la strada è un percorso obbligato, che la manovra arriverà in Aula blindata perché queste «sono ore pesanti, potremmo dire anche drammatiche e bisognerà fare scelte difficili». Dice l’ Italia sta per entrare «in un mare in tempesta», dietro l’angolo c’è il rischio «default, cioè fallimento» e se questo è successo è «perché qualcuno ci ha portato fin qui» ma, aggiunge, «noi terremo la barra dritta, il timone, perché il Paese ha bisogno di una forza come la nostra». «Nervi saldi, timone saldo», spiegando, tuttavia, «con trasparenza le nostre posizioni agli italiani». Ossia: se siamo arrivati a questo punto è perché per anni «ci avevano detto che la crisi era psicologica, che non c’era, poi abbiamo sentito parlare di conti a posto e tanta gente che sapeva ha fatto finta di crederci». Il risultato è questo governo di emergenza nazionale, che il Pd appoggia e le cui misure voterà anche se non le condivide al 100%, ma è evidente che «c’è troppo da fare perché si riesca a dare risposte al Paese con una transizione». L’«orizzonte» non può che essere quello di uscire dalla transizione per passare alla «ricostruzione economica e sociale» con un programma di governo, con una coalizione ampia legittimata dal voto dei cittadini.

L’Unità 05.12.11

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“Bersani tira il fiato ma il Pd è in affanno”, di Carlo Bertini

Dopo una giornata al cardiopalmo, Pierluigi Bersani tira il fiato due minuti prima di entrare nello studio di Fabio Fazio, quando lo informano che Monti ha appena estratto il coniglio dal cilindro, la mini-patrimoniale sui capitali «scudati» fatti rientrare in Italia. Insieme all’annuncio che ora l’Italia è favorevole ad aumentare le tasse sulle transazioni finanziarie e la tracciabilità del contante sopra i mille euro, questa è la prova che le invocazioni del Pd hanno fatto breccia. E dire che fino alla notte di sabato, dopo aver visto Monti, il leader del Pd esclamava stizzito «e che ne so, che ne so?» quando gli si chiedeva se nella manovra sarebbe entrata un accenno di patrimoniale. Detto ciò, considerata la botta sulle pensioni e le cose non digeribili di «una manovra molto dura e non del tutto equa», le concessioni non bastano a rasserenare il partito in ambasce e il suo segretario. Il quale non a caso per due volte, prima ad un convegno e poi da Fazio, batte sul tasto del governo solo «di transizione» e indica il traguardo del voto come orizzonte politico per fare le altre dieci riforme che servono al paese.
Ma dalle tre alle otto di sera, quando il consiglio dei ministri è in corso, va in scena un’operazione a tenaglia su tutti i fronti, pubblici e privati, twitter, agenzie, telefonate ai più alti livelli, per indurre il premier a infilare nella manovra quello che 24 ore prima non compariva: una patrimoniale per indorare la pillola al mondo di riferimento della sinistra. Una campagna che la dice lunga sui timori di tenuta di fronte al proprio elettorato, con la Camusso che attacca il governo «che fa cassa sui poveri» e Vendola che sfotte «il fascino discreto della borghesia». Sarà dura, ammettono ai piani alti del Pd, dove non sfugge la partita che si è aperta nel sindacato, con la Cgil pronta a mobilitarsi e la Cisl che invece chiede concertazione. «Chi rischia di uscirne peggio è il Pd», nota Giuliano Pisapia, «perché così facendo Monti ferisce Bersani e se questo governo durerà, la situazione può diventare anche più grave per il centrosinistra», chiarisce il socialista Nencini. E nel giorno del giudizio, anche se dice «non sono pentito» della scelta di non aver chiesto le urne dopo l’uscita di Berlusconi, le piaghe dei sacrifici sociali messi nero su bianco esplodono subito. E la rabbia dei vertici Pd, incerti se il governo esaudirà le loro richieste, è lampante: a cominciare da Bersani che se la prende con la Lega, «non si azzardi ad accendere le polveri che ci ha messo sotto i piedi». E per tutto il giorno, il pressing dello stato maggiore è incalzante, tutti chiedono più equità, da Veltroni a Ignazio Marino, dalla Bindi e Franceschini fino ai sindaci e ai governatori come il toscano Rossi.

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“Pd in imbarazzo Bersani: decisioni non del tutto eque. E arrivano le proteste degli elettori”, di Maria Teresa Meli

Imbarazzo è una parola che i dirigenti del Pd non amano leggere negli articoli quando viene usata per descrivere lo stato in cui versa il loro partito. Imbarazzo, però, è una parola che ieri hanno utilizzato spesso pensando all’intervento che oggi Franceschini dovrà pronunciare a Montecitorio, dopo il discorso di Monti.
Sarà il capogruppo a parlare, salvo sorprese dell’ultima ora, e non il segretario. E per lui non sarà facile, perché se è vero che lo stato maggiore del Pd alla fine ha tirato un sospiro di sollievo perché poteva anche andare peggio, è altrettanto vero che queste non sono misure che collimano alla perfezione con le proposte del Partito democratico. «È una manovra dura e non ancora del tutto equa», ammette Bersani. E infatti il Pd subisce già i primi contraccolpi della manovra. La periferia è in agitazione, nel territorio le federazioni sono in allarme, e sono già tante le email di protesta degli elettori che i parlamentari stanno ricevendo.
A sera Bersani è provato e non è certo nelle condizioni di fare salti di gioia. Però qualcosa ha ottenuto. Sui costi della politica, un suo chiodo fisso, per esempio. E non solo. Tanto ha fatto e tanto ha detto, tampinando il governo per tutto il giorno, che ha strappato pure la tassazione aggiuntiva dei capitali scudati, anche se ben inferiore a quella proposta dal Partito democratico: «Non è tantissimo, diciamolo pure, ma continueremo il confronto in Parlamento per correggere questo punto». Altri fronti, a cominciare dal capitolo previdenza, sono rimasti scoperti e hanno lasciato il fianco del partito esposto ai malumori della Cgil e della sinistra. «Sapevo che non avremmo potuto cantare vittoria, che questa partita era difficilissima, perché certe misure proprio non vanno: non si fa abbastanza sull’evasione, sulla tassazione dei grandi patrimoni e sulla previdenza si accelera troppo, benché ci siano le indicizzazioni che rappresentano un buon segnale», spiega il segretario.
Ciò nonostante, il Pd non verrà certamente meno agli impegni che si era assunto nei confronti di questo governo: «Terremo i nervi saldi e la barra ferma», assicura Bersani che però non esclude di riuscire a ottenere deicambiamenti in Parlamento. Sempre che la manovra non sia blindata. E secondo molti parlamentari del Pd non dovrebbe essere, come afferma Paola Concia: «Dobbiamo lavorarci sopra per migliorarla».
Ma il segno più evidente dell’imbarazzo del Partito democratico è un altro. È rappresentato dall’insistenza con cui Bersani, per ben due volte nell’arco della giornata di ieri, evoca le elezioni. Non pronuncia mai esplicitamente questo termine, ma lascia capire che questo è il prossimo traguardo del Pd, finita la fase dell’allarme economia. «Questa — spiega il segretario — è una fase di emergenza e il nostro orizzonte va oltre. La nostra prospettiva è un’altra. Verrà il momento in cui ci assumeremo davanti ai cittadini le nostre responsabilità». Una frase che il segretario ripete a sera, ospite di Fabio Fazio a «Che tempo fa», mentre è in corso la conferenza stampa che il governo ha indetto per illustrare la manovra. Il conduttore gli chiede se l’orizzonte sono le elezioni e Bersani non nega, anche se preferisce continuare a chiamarle una «nuova prospettiva».
Insomma, il leader del Pd è convinto che «ci sia troppo da fare perché si riesca a dare risposte al Paese con una transizione». Come a dire, questo è un governo eccezionale per tempi eccezionali, dopodiché la parola deve ripassare alla politica: «Il Paese verrà messo di fronte a una nostra posizione chiara perché noi abbiamo un nostro orizzonte di ricostruzione economica e sociale del Paese».
E sicuramente, stasera, si parlerà anche di questo, oltre che dell’impatto della manovra, nel coordinamento che il segretario ha convocato per le venti. Perché, come osserva un autorevole esponente del Pd, «il conto della manovra è salato e la sfiducia rischia di investire anche noi». Nell’immediato i vertici del Partito democratico dovranno darsi da fare per rassicurare non solo elettori e militanti, ma anche dirigenti e parlamentari. Uniti dalla stessa preoccupazione, quella che è comune a Enrico Rossi, Ignazio Marino e Cesare Damiano: «Non è giusto che paghino sempre i soliti noti».

Il Corriere della Sera 05.12.11

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Il segretario pd “Poca equità, lavoreremo per rafforzarla”, di Giovanna Casadio

Bersani: insufficiente la tassa sui capitali scudati. Casini: manovra dura ma Monti convince. Ho la mia parte di delusione. Ora però nervi saldi. Entriamo in un mare in tempesta, salviamo la barca Italia. «Ore pesanti, drammatiche, entreremo in un mare in tempesta». Bersani lo ripete più volte, prima del consiglio dei ministri, in un discorso preoccupato all´assemblea del Pd sulla cultura. Dopo il varo della manovra, commenta in tv, a Che tempo che fa, praticamente in diretta con la conferenza stampa del governo, la stangata: «È una manovra molto dura che non risponde del tutto ai nostri criteri di equità». E quindi, i Democratici ce la metteranno tutta («Lavoreremo affinché l´equità sia più forte») per portare a casa qualche modifica in Parlamento. Sanno tuttavia bene che senso di responsabilità impone di votarla, poiché «siamo di fronte a un rischio default, al fallimento perché qualcuno ci ha portato fin qui… e gente che sapeva ha fatto finta di non sapere».
Critiche ma «nervi saldi e trasparenza», in casa Pd. Per il Terzo Polo, Casini scrive su Facebook: «Le misure sono durissime, ma Monti è risultato convincente. Preferisco un presidente del Consiglio che dice parole amare ma di verità, piuttosto che le vuote rassicurazioni del passato che hanno illuso il paese e rinviato la soluzione dei problemi». Certo la delusione serpeggia nei partiti del centro e del centrosinistra. Bersani la ammette: «Io ho la mia parte di delusione». Però afferma di avere la speranza del salvataggio: «Nel mare ci saranno molte onde ma salveremo la barca», cioè l´Italia. Entra nel merito delle misure.
Qualcosa di quanto chiesto dai Democratici c´è nel decreto: accolto ad esempio, il pressing per tassare i capitali rientrati in Italia con lo scudo fiscale varato da Tremonti e Berlusconi. «Una novità apprezzabile ma nei contenuti scarsa – dice il segretario – allargando questo bacino di solidarietà potremmo risolvere qualche altro problema». Un´altra buona notizia è che sia scomparso l´aumento dell´aliquota Irpef, che «non si carichi ulteriormente su chi le tasse le paga, soprattutto se si rafforza anche la lotta all´evasione fiscale». Però è la patrimoniale il tasto su cui il segretario democratico batte. «Si potrebbe dire che c´è una bozza di patrimoniale». Il Pd sperava ben altro. I militanti sono sul piede di guerra. Bersani aveva chiesto che si introducesse «il principio del concorso dei grandi patrimoni». Lo si chiami «Ugo o come si vuole, non abbiamo pruderie», ma doveva esserci. E se è buona la modifica della soglia per la de-indicizzazione della pensione, l´accelerazione, «i ritmi, i pesi e le misure in particolare per i lavoratori precorsi che non ci convincono». Oltre 40 anni di contributi non piace.
Un terreno minato da attraversare per i Democratici. Anche per questo oggi è stato convocato il “caminetto” dei leader, mentre già fissate sono le assemblee dei gruppi. Bersani indica inoltre il traguardo del Pd, che è al di là di questo governo tecnico e di emergenza: «Noi abbiamo un nostro orizzonte che si chiama ricostruzione economica e democratica, a questa esigenza non viene data risposta da una situazione di transizione». Ci vogliono le elezioni, le alleanze «senza fare giochi da ceto politico». Quindi, appello a un patto di riscossa civile. E un “affondo” a Bossi e ai parlamenti padani: «La Lega non si azzardi ora ad accendere la miccia delle polveri che ci ha messo sotto i piedi».
A chi chiede al segretario del Pd se si è pentito di non avere chiesto le elezioni, in un momento in cui il partito, secondo i sondaggi, è tornato al 30% dei consensi, risponde: «No, non erano immaginabili ancora mesi di bagarre… «. Durante la kermesse sulla cultura, aveva avvertito che se il berlusconismo è finito come sistema di comando, non lo è come movimento, ancora restano i pozzi avvelenati, lo stravolgimento dei valori e della politica. Franceschini su twitter: «Grazie a noi è migliorata sull´evasione».

La Repubblica 05.12.11

"Quelle lacrime in diretta della Fornero", di Aldo Cazzullo

È stato l’unico squarcio nel velo, il solo momento di vita in un’atmosfera rarefatta, davvero da consiglio di facoltà: «Non so se il collega mi vuole correggere», «No, credo che il professore si sia espresso in modo adeguato…». Per fortuna, a un certo punto la Fornero ha pianto. Per fortuna del governo, in evidente deficit di comunicazione, e un po’ anche dei contribuenti e dei pensionati: i quali si sono resi conto che la frustrazione e il dispiacere, la tensione e la sofferenza, non erano soltanto dei governati, ma pure dei governanti. Immagini che oggi faranno il giro del mondo, e diventeranno il simbolo della «Quaresima dopo il carnevale».
Fino a quel momento, i sacrifici erano stati comunicati con asciuttezza chirurgica. I sessantenni avevano appreso che avrebbero dovuto lavorare qualche anno in più, commercianti e consumatori si erano sentiti annunciare il secondo aumento dell’Iva in pochi mesi, le famiglie andavano calcolando quanto sarebbe costata la reintroduzione dell’imposta sulla prima casa; il tutto in un bon ton più da aula universitaria – «come diceva il mio vicino di banco…», «sentiti libero anche nei miei confronti» – che da momento storico. Fino a quando il ministro del Welfare non ha tradito un’emozione collettiva, la consapevolezza di stare cambiando percorsi di vita, sottraendo aspettative, deludendo speranze, sia pure per un fine superiore e di «lungo orizzonte». Così i lineamenti del bel volto di Elsa Fornero si sono increspati, il suo accento torinese si è fatto muto, e l’espressione che finirà per diventare la parola chiave del governo Monti – «sacrificio» – è stata sopraffatta dal pianto. Ed è significativo che sia avvenuto sull’annuncio del provvedimento socialmente più doloroso, il taglio del meccanismo che adeguava le pensioni al costo della vita. Alla fine la parola – «sacrificio» – l’ha detta Monti, preside sino alla fine: «Commuoviti pure, ma correggimi».
Il presidente del Consiglio si è rivolto direttamente agli italiani e all’orgoglio nazionale. Ma il pathos era tutto nelle parole, per nulla nei toni. Espressioni drammatiche come «emergenza gravissima», «decreto salva Italia», «rischio di vanificare sacrifici di sessant’anni», «responsabilità verso l’Europa, verso i bambini, verso le generazioni future» sono scivolate via, porte con un periodare asciutto, atono, su uno sfondo nero da teatro esistenzialista. La commozione della Fornero ha dato volto e sentimento alla circostanza, ha mostrato plasticamente che la serata era davvero storica, e che dietro la manovra c’è un «costo psicologico», per usare le parole della ministra, che pesa su tutti. Il resto della conferenza stampa, onestamente, è stato meno efficace. La polemica sui «frettolosi e valenti economisti amici», la distinzione tra «outsiders» e «incumbents», l’evocazione (per bocca di Giarda) della Destra storica. Monti si è rifatto invece, senza nominarli, agli sforzi «sotto l’egida dell’Europa» dei governi Amato, Ciampi, Prodi, «apprezzabili ma non sufficienti». Ha segnato un punto rinunciando al compenso da premier e da ministro. Ha avuto anche momenti di autoironia, come quando gli hanno chiesto se continuerà a fare politica anche dopo la fine del governo («se sarò riuscito nel compito, ne avrò avuto abbastanza»). A un altro giornalista ha detto: «Non vado oltre perché penso di averla persuasa anche troppo». Un rischio che è stato evitato: gli italiani forse apprezzeranno nel «lungo orizzonte»; per il momento non sembrano «troppo persuasi». Se non altro, ora sanno che i professori – o almeno le professoresse – ci mettono il cuore, oltre alla testa.

Il Corriere della Sera 05.12.11

"Un'amara medicina", di Dario Di Vico

Nella conferenza stampa che ieri sera ha fatto seguito al Consiglio dei ministri il nuovo governo presieduto dal professor Mario Monti ha dato una confortante prova di stile. Ha mostrato agli italiani che hanno potuto seguirla in tv o via Internet competenza e senso di responsabilità. E l’annuncio che il primo ministro rinuncerà ai compensi che gli spettano è un segno di compartecipazione ai sacrifici richiesti che va sicuramente apprezzato. Può servire a ricreare quel feeling tra il Palazzo e il Paese reale di cui avremo sicuramente bisogno nei giorni e nelle prove difficili che ci attendono. Del resto la settimana che si apre oggi si presenta decisiva per il futuro dell’Europa e il governo di Roma persegue l’obiettivo di presentare l’Italia dal lato delle soluzioni e non da quello dei problemi.

Siccome lo stile è importante ma i contenuti dell’azione di governo di più, è del merito del decreto approvato ieri che bisogna discutere senza timore di sottolinearne alcune evidenti contraddizioni. Il completamento della riforma previdenziale e la riduzione dei costi delle Province, solo per limitarsi a due esempi, sono sicuramente provvedimenti che vanno nella direzione giusta e che rispondono a esigenze complementari. Mettere in sicurezza il nostro sistema pensionistico ma nel contempo dimostrare la volontà di ridurre i costi della politica, di cominciare a tagliare quell’eccesso di intermediazione che prevede tra il cittadino e lo Stato ben tre livelli di rappresentanza politica (Comuni, Regioni e per l’appunto le Province). Il cuore della manovra però – purtroppo – non sta tanto in questi pur importanti provvedimenti, quanto in un’amara medicina: l’aumento della tassazione che colpisce duramente la casa e riesuma qua e là un vecchio armamentario di imposte e balzelli. Fortunatamente alla fine il Consiglio dei ministri ha scelto di soprassedere all’idea di dar corso a un aggravio delle aliquote Irpef che avrebbe sbilanciato ancor di più il decreto dal lato dell’imposizione fiscale. Certo è che rimarrà nel ceto medio italiano la sensazione di essere considerato dai governi di turno – politici o tecnici che siano – come una sorta di bancomat, un portatore sano di liquidità che può essere drenata con facilità.

Nei tempi ristretti che ha avuto a disposizione il governo dei tecnici non ha potuto produrre riforme incisive e strutturali per ridurre il dualismo del mercato del lavoro e rilanciare davvero la crescita. Alcune prime norme sono state previste, altre sono state annunciate e scadenzate per un prossimo e non lontano «secondo tempo». Se le aspettano le organizzazioni internazionali che avevano messo all’indice il governo Berlusconi proprio per questa carenza di iniziativa e se le aspettano le parti sociali. Imprenditori e sindacati sanno che almeno sul breve l’introduzione di nuove imposte, necessaria come tampone, non potrà che acuire i segni della recessione e aprire un pericoloso gap temporale tra i sacrifici richiesti agli italiani e la tenuta dell’economia reale.

Il Corriere della Sera 05.12.11

"Senza donne la politica è morta", di Serena Sapegno

Il movimento Se Non Ora Quando è nato in un periodo buio della vita italiana, quando diffusa e palpabile era la sensazione di soffocamento e di impotenza che stringeva il Paese, il declino cominciava a manifestarsi al di là di ogni pretestuosa negazione e la scena pubblica era occupata troppo spesso dalla volgarità di rapporti feudali e di compravendite di ogni genere. Snoq ha messo in luce come, sul piano simbolico, la cultura di governo poggiasse in modo organico su una continua proposizione delle donne come fedeli appendici del capo, come oggetto di scambio, come bottino del potere: la rappresentazione di un mondo nel quale compito delle donne è aderire al desiderio degli uomini, dedicarsi a rassicurarli e allietarli. Una cultura profondamente violenta che esclude metà della popolazione dal ruolo di soggetti della vita civile e non riconosce loro pieno diritto di cittadinanza. A tutto questo abbiamo detto basta. E aggiungiamo «mai più contro di noi».
Ma ora che finalmente si apre una nuova stagione, che la crisi costringe tutti e tutte a uno sforzo di innovazione che potrebbe offrire anche nuove opportunità, ora vogliamo dire molto chiaramente che non c’è vero cambiamento senza le donne. Ed è per questo che l’11 dicembre a Roma chiamiamo innanzitutto le donne, ma anche gli uomini, a scendere in piazza con noi, a testimoniare la volontà di un cambiamento profondo, a rendere evidente che la presenza delle donne è determinante per garantire davvero di voltare pagina e ribadiamo «mai più senza di noi».
Infatti solo una presenza massiccia delle donne, di tante donne, in tutti i luoghi della decisione, nella società e nella politica, può essere garanzia che le donne possano abitare la società a pieno titolo e non per grazia di qualcuno, per costruire una società solidale che includa e non escluda.
Una nuova società più equa, che vogliamo contribuire a costruire senza delegarlo ad altri, secondo quei principi di democrazia paritaria presenti in Europa e che sono stati ricordati dal presidente del Consiglio nel suo discorso di insediamento. Oggi saremo anche in grado di valutare le proposte concrete del governo rispetto ai problemi sul tappeto. C’è bisogno delle donne, del loro lavoro e del loro talento, delle tante energie e competenze sprecate, per investirle in un progetto di crescita di tutto il Paese, per aprire una società bloccata e asfittica e ridare spazio al merito. Perché proprio in questa crisi una possibilità di crescita per tutti è legata anche al volano rappresentato da una maggiore occupazione femminile, come non si stancano di ripetere tutti gli organismi internazionali, da ultimo la Bce e l’attuale premier, che non mancano di rilevare la posizione dell’Italia agli ultimi posti in Europa per questo. Infine c’è bisogno delle donne per far crescere i servizi alla persona e non costringere a scegliere tra l’occupazione fuori casa e i figli, consentire di guardare avanti e progettare, ridare speranza e futuro al Paese. Se non le donne chi?

L’Unità 05.12.11

"I patrimoni sono il primo obiettivo", di Stefano Lepri

È razionale tassare di più, molto di più, la casa, come misura principale di riequilibrio del bilancio. E’ razionale destinare una parte del ricavato a ridurre l’Irap. Si aggiunge una riforma delle pensioni ben congegnata, che potrebbe essere definitiva. Nuove liberalizzazioni potrebbero aprire spazi alla crescita economica ed abbassare costi e prezzi.
Scompaiono parecchi enti inutili. In molti dei casi si tratta di decisioni sollecitate da anni.

Tutto questo può piacere o non piacere, ma ha un disegno. L’equità di fondo è data appunto dal concentrare sui patrimoni, immobiliari e in parte anche finanziari, il pesante aggravio di imposte che la situazione di emergenza richiede e che purtroppo non poteva essere evitato. L’Italia è appunto ricca nel patrimonio rispetto ad altri Paesi anche più ricchi nel reddito; in più, i patrimoni sono distribuiti in modo più diseguale dei redditi.

Dunque tassare di più la casa, pur se colpisce l’80% delle famiglie, è più pesante per i ricchi. Sarebbe meglio commisurare l’imposta ai valori di mercato piuttosto che alle fittizie e per di più invecchiate rendite catastali, ma non c’è il tempo, perché il fisco non li conosce. L’adeguamento delle rendite alla realtà di oggi, che parecchi grandi Comuni avevano già a buon punto, è stato interrotto tre anni e mezzo fa dall’abolizione dell’Ici sulla prima casa.

In teoria, secondo la teoria degli economisti, sarebbe stato meglio puntare di più sui tagli alle spese. Purtroppo quando si opera con tempi di emergenza ridurre le spese risulta più difficile, come ha fatto presente ieri sera per lunga esperienza il ministro Piero Giarda. Inoltre, occorreva più che altro assicurare l’efficacia delle riduzioni di spese decise dal precedente governo, non tutte dettagliate e non tutte sicuramente praticabili.

La misura a più robusto effetto sulla crescita dovrebbe essere lo sgravio dell’Irap nella parte che incide sul costo del lavoro. Le imprese la reclamavano da anni, e ha un costo notevole. Certo, comporta il rischio di rimpinguare i profitti, piuttosto che di muovere nuovi investimenti. Funzionerà se l’insieme della manovra risulterà credibile e ridarà fiducia sia in Italia sia all’estero nelle prospettive della nostra economia.

Se si vuole criticare il maxi-decreto di ieri sera, è facile sostenere che avrà un effetto recessivo. Nell’immediato, sottrarre 20 miliardi netti di euro non può che deprimere l’economia. Tuttavia, incidere molto sui patrimoni e detassare le imprese è una delle combinazioni meno peggiori; occorre che vi si accompagni un forte recupero di evasione fiscale. Ieri sera il presidente del consiglio ha detto che i provvedimenti presi sono «piuttosto incisivi», però mancano ancora sufficienti dettagli.

Ad esempio non sarebbe stato assurdo fissare a 500 euro, invece che a 1.000, il limite della tracciabilità dei pagamenti. Dentro l’attuale governo vi sono tutte le capacità tecniche per agire in modo deciso contro chi froda il fisco. Sarà essenziale provarlo, quando da oggi in poi si sentirà affermare da più parti che nulla cambia, perché pagano sempre i soliti: secondo alcuni i lavoratori, secondo altri i ceti medi, secondo altri ancora i poveri.

Nella situazione in cui ci troviamo, qualche sacrificio lo devono fare tutti. Nessuno, potrebbe riuscire a ricavare 20 miliardi di euro soltanto dai «ricchi». Un governo tecnico serve proprio a non subire quei ricatti dei pochi sui molti, ovvero delle lobby capaci di minacciare compatte un cambio di scelta elettorale, che normalmente paralizzano i partiti politici. Per questo motivo è essenziale che la gran parte dei cittadini venga persuasa.

La Stampa 05.12.11