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Cultura, la sfida del Pd e il ministro promette meno tasse", di Luca del Fra

«Non siamo un partito demagogico o ideologico, ma pretendiamo di avere un progetto, su cui vogliamo confrontarci con il mondo della cultura, che deve essere centrale vita del Paese», sono le parole di Pierluigi Bersani che accendono l’interesse della gremitissima platea degli Stati Generali della cultura del Pd. Il suo intervento arrivava dopo che il neo ministro dei Beni e delle Attività Culturali Lorenzo Ornaghi ha concluso il suo primo discorso ufficiale, altro fatto saliente dell’iniziativa, ma è giusto sottolineare che erano decenni che un partito del centrosinistra non organizzava una operazione così complessa sui temi culturali.
CANCELLATO L’ENPALS
In serata tuttavia cominciano a filtrare notizie inquietanti: la manovra che il governo presenterà oggi prevede l’abolizione dell’Enpals –la previdenza dello spettacolo. Che qualcosa fosse nell’aria lo si capiva dalle parole durissime con cui Bersani aveva ricordato che nella manovra non c’era quell’equità che il Pd aveva chiesto. Ornaghi però dell’abolizione dell’Enpals non ne fa menzione: apre invece ricordando la pesantissima crisi e come la cultura sia vitale quando produce «nuove visioni, e con il rapporto con la politica e cultura è capace di creare lo slancio per superare la crisi e dar vita a un nuovo modello di sviluppo, come ha ricordato Benedetto XVI». Che fosse cattolico avrebbe detto un attore come Petrolini, «sapevamcelo», ma il neo ministro con una brusca virata passa dal Papa alle defiscalizzazioni per la cultura è il settimo ministro che le promette, vedremo se ce lui la farà. E in questo discorso dove non ci sono promesse o impegni e innegabile ci siano aperture ai temi su cui il Pd e il mondo della cultura hanno dato battaglia al precedente governo: nuove assunzioni al ministero per rivitalizzarlo e permettere un turn over generazionale, la cosiddetta riforma delle fondazioni lirico sinfoniche fatta da Bondi che viene bloccata per un anno e ridiscussa, lo statuto professionale dei restauratori.
La partecipazione agli Stati Generali di operatori, rappresentanti, personalità e personaggi, convenuti ieri alle Officine Marconi, un ex opificio alle porte di Roma, è stata massiccia. Perciò suonano bizzarre le parole di un regista del calibro di Luca Ronconi, a colloquio con Marino Sinibaldi, che ricordava come le nuove generazioni di attori, abbiano dentro di loro un senso di perdita e necessitino di «non solo di forza espressiva, ma anche di sentirsi parte di una tradizione e di una civiltà», che oggi sembra volergli negare i pochi diritti esistenti. Ma si erano succeduti a parlare sullo stesso palco l’onorevole Emanuela Ghizzoni, firmataria della legge dello spettacolo dal vivo in esame alle Camere, attori come Massimo Ghini e Silvio Orlando, una cantautrice come Pilar che ha studiato al Mozarteum, Fabrizio Grifasi di Romaeuropa a battere il chiodo sui nuovi linguaggi.
«Il modello culturale della destra è entrato in crisi –ha spiegato Claudio Martini presidente dell’Orchestra Regionale della Toscana– tocca alla cultura inventarne un altro», mentre Luigi Ferrari ha presentato invece un progetto di riequilibrio delle fondazioni lirico-sinfoniche. Tra gli organizzatori degli Stati Generali, Matteo Orfini non a caso ha chiesto senza mezzi termini al nuovo governo di agire sull’assegnazione delle frequenze tv, che una legge del precedente esecutivo assegna gratuitamente agli operatori già esistenti –ovvero lo stesso ex presidente del Consiglio–: «Non si possono chiedere i sacrifici e perdere così diversi miliardi di euro». Incalzava Orfini, «Occorre muoversi ora».

L’Unità 05.12.11

"Lavoro, politica, famiglia Donne: i numeri della discriminazione" di Carlo Buttaroni

Nel 2004 una delle più grandi società di brokeraggio degli Stati Uniti è stata condannata a risarcire con 2,2 milioni di dollari una ex dipendente con una motivazione inequivocabile: discriminazione sistematica nei confronti dei dipendenti di sesso femminile. I giudici sono giunti a queste conclusioni dopo aver raccolto 28 ore di testimonianze da cui emergeva, che su 15.000dipendenti le donneche occupavano posizioni di prestigio nell’organico della società, erano solo 17. E per i giudici la società finanziaria non era in grado di fornire una spiegazione ragionevole per la scarsa rappresentanza delle donne in ruoli di management. Negli ultimi anni, nel mirino della giustizia, c’è stata anche un’altra importante banca d’affari statunitense, che secondo la Commissione federale per le pari opportunità, applicava un modello di pratica discriminatoria nei confronti delle lavoratrici. La Commissione, infatti, aveva accolto il ricorso della signora Allison Schieffelin che era stata licenziata puravendo fatto guadagnare alla sua società più di un milione di dollari.
Si dirà: per fortuna c’èun tribunale al quale la signora Schieffelin e le altre donne possono rivolgersi. Certo, ma la Schieffelin non ha accusato la sua società di furto, di associazione a delinquere, di trarre profitto con mezzi illeciti. Perché, quindi, una donna deve rivolgersi aun tribunale per far valere i propri diritti? La battaglia della Schieffelin ha un forte valore simbolico,maè solo la metafora di Davide che sfida Golia. Nella prassi quotidiana, purtroppo, la questione femminile non si risolve attraverso norme formali che regolano ed estendono la piena uguaglianza.
Il Cnel, in una recente indagine, ha rilevato che nel nostro Paese, a parità di qualifica e impiego, la differenza di retribuzione tra uomini e donne si attesta tra il 10 e il 18% e
riguarda un po? tutte le categorie: le operaie (-21%), le impiegate (-16%), le dirigenti e le imprenditrici (-13%), le lavoratrici delle società che si occupano di servizi finanziari (-22%) e di quelle che offrono servizi alle imprese (-26%).
Anche se, oggi, il numero delle laureate supera nettamente quello dei colleghi maschi, a un anno dal conseguimento del titolo, la percentuale di donne occupate è pari al 62%, contro il 66% degli uomini, con differenze, a livello retributivo, che permangono nel lungo periodo. Come rileva l’indagine annuale di Almalaurea, a fronte di un curriculum universitario relativamente migliore, votazioni più alte e tempo di conseguimento del titolo più brevi, le donne hanno tassi di occupazione più bassi, tempi d’inserimento nel mercato del lavoro più lunghi, quote più elevate di lavoro precario, livelli più bassi di occupazione a tempo pieno. Inoltre, usano molto meno dei colleghi maschi le competenze acquisite, sono meno soddisfatte delle prospettive di carriera e hanno retribuzioni significativamente più basse. Una volta entrate nel mercato del lavoro, l’interruzione per il periodo di maternità rappresenta, spesso, un ostacolo ai percorsi di carriera e la presenza di figli costituisce uno dei principali fattori di segregazione per quanto riguarda la disparità di trattamento retributivo e la possibilità di avanzamento professionale, soprattutto in contesti fortemente carenti di infrastrutture sociali. La mancanza di politiche di conciliazione costringe le donne a uscire dal mondo del lavoro, ne impedisce la continuità lavorativa, limita le loro opportunità di carriera. Discriminazioni inaccettabili alla luce del fatto che le donne possiedono, mediamente, requisiti di formazione superiori a quelli degli uomini. È evidente che non si tratta più solo di estendere i diritti,madi praticarli fuori dalle logiche delle concessioni e oltre la generica apparenza formale.
Quando i diritti sono astratti dalla pratica reale, solo apparentemente risolvono le diversità per realizzare l’uguaglianza ma, come abbiamo visto proprio dai dati, restano confinati all’interno di una formalità sganciata dalla realtà.
Mentre il modello di sviluppo economico e sociale, che ha caratterizzato gli ultimi decenni, volge al termine senza riuscire a riconoscere l’eteronomia, la questione femmini- le rappresenta, ancora oggi, una spia per verificare le promesse mancate e l’accessibilità ai diritti di cittadinanza.
L’eclissi del movimento femminista degli anni settanta ha coinciso con la fine di un’etica prescrittiva
che ha contrastato le discriminazioni di genere attraverso apparati giuridico-legali. Molte conquiste sono state fatte grazie al movimento,ma molte sono rimaste solo sulla carta. Oggi occorre riprendere consapevolezza delle disuguaglianze che ancora persistono e compromettono il riconoscimento sociale ed economico delle donne. Nella convivenza regolata delle società contemporanee, il tema delle “pari opportunità” e delle “pari aspirazioni” continua a proporsi come un fattore di straordinaria rilevanza civile. La sfida è ripensarsi e ridefinirsi in un’ottica di sostanziale uguaglianza, dando corpo a vissuti, esperienze e valori che non siano solo istanze da sottoporre a giudizio di una parte, ma oggetto di un riconoscimento universale, concreto e non formale. La “pratica orientante” che le donne stanno sperimentando pone le condizioni per dare forma a ciò che è avvertito come reale e necessario. È da qui che occorre ripartire per costruire una società giusta, equa, intelligentemente solidale, capace di futuro.

L’Unità 05.12.11

"Province svuotate: solo dieci eletti", di Roberto Bagnoli

Cura dimagrante per le Province che perderanno la giunta e il Consiglio che avrà solo un massimo di dieci componenti. Vertici più snelli, quasi dimezzati, anche per Authority e Cnel. Arrivo del SuperInps con relativo accorpamento dell’Inpdap (dipendenti pubblici) e dell’Enpals (spettacolo). Soppressione dell’Enit (Ente per il turismo) e di una serie di consorzi di fiumi e laghi che confluiranno in un unico Consorzio nazionale. E poi tagli pesanti a Regioni, Province e Comuni per un totale di oltre 5 miliardi di euro. C’è un passaggio, nelle 86 cartelle della bozza anticipata alla stampa, che si occupa anche della retribuzione di dirigenti pubblici chiamati a fare i ministri, i vice o i sottosegretari secondo il quale se viene remunerato di meno non perde i trattamenti di favore per la previdenza e la liquidazione. Sembrerebbe disegnato apposta per l’ex direttore generale del Tesoro Vittorio Grilli e l’ex direttore generale dell’Ambiente Corrado Clini chiamati entrambi a fare i ministri o vice.
I tempi sono abbastanza rapidi. Entro sessanta giorni i ministeri del Lavoro e del Tesoro dovranno emanare appositi decreti per l’abolizione di Enpals e Inpdap per disporre il trasferimento dei dipendenti all’Inps il quale ha tempo sei mesi per ridefinire la nuova pianta organica e il nuovo assetto organizzativo. A nessun dipendente verrà ridotto lo stipendio ma i risparmi da questa operazione ci dovranno essere: 20 milioni di euro nel 2012, 50 nel 2013 e 100 nel 2014. Tra gli enti soppressi figura anche l’Eipli, l’Ente per lo sviluppo dell’irrigazione in Puglia e Lucania e l’Isa, l’istituto agroalimentare che verrà «sciolto e posto in liquidazione con le modalità previste dal codice civile».
I dipendenti dell’Enit, della cui soppressione si parla da alcuni lustri senza che mai sia avvenuta, dovrebbero finire al ministero dello Sviluppo economico con apposite tabelle di retribuzione che saranno approvate con uno o più decreti del ministro per la Funzione pubblica. Tutti manterranno lo stesso inquadramento previdenziale di provenienza mentre invece se lo stipendio passato è superiore alle tabelle verrebbe compensato con un assegno ad personam.
Anche gli enti non soppressi avranno vita dura. Entro dieci giorni dall’approvazione della manovra, tutti gli enti ed organismi pubblici che ricevono aiuti dallo Stato dovranno trasmettere i bilanci alle amministrazioni vigilanti e al ministero dell’Economia. La sforbiciata per il Cnel prevede che l’attuale numero di componenti (120 più il presidente) scenda a 66 (più il presidente e il segretario generale) al di sotto della soglia di 70 fissata dal governo Berlusconi. Per la definizione del nuovo assetto ci sarà un apposito decreto entro 30 giorni.
La ristrutturazione delle Autorità è piuttosto complessa. I componenti delle comunicazioni saranno dimezzati da 8 a 4; dei contratti pubblici da 7 a 5; dell’energia da 5 a 3; della Consob da 5 a 3 presidente compreso; dell’Isvap da 6 a 3 compreso il presidente; dei fondi pensione da 5 a 3; dell’Antitrust da 5 a 3; della commissione di garanzia sullo sciopero da 9 a 5. Per tutti ci sarà il rispetto del turn over senza aumentare il numero dei dipendenti.
Lo snellimento delle Province, che dovrebbe portare complessivamente un risparmio di oltre 500 milioni di euro, occupa una cartella piuttosto fitta della manovra. Alle Province verranno riservate solo le funzioni di «indirizzo politico e di coordinamento delle attività dei Comuni nelle materie e nei limiti indicati con legge statale o regionale». Il consiglio provinciale sarà composto solo da dieci componenti eletti dai consigli elettivi (rispetto ad un massimo di 45 attuali). Verrà abolita la giunta e tutte le cariche decadranno entro il 30 novembre 2012. Le funzioni saranno trasferite entro fine aprile e il personale eccedente sarà trasferito nelle Regioni e nei Comuni. Mario Monti ieri ha precisato che, non potendo abolire le Province con una legge ordinaria, questa era l’unica via per dare un forte segnale al costo della politica.

Il Corriere della Sera 05.12.11

"Anche se alza la voce non è più Lega di lotta", di Ilvo Diamanti

Il sedicente – e intermittente – “parlamento padano”, riunito da ieri a Vicenza, non ha detto cose nuove rispetto al passato. Bossi e Calderoli, in particolare, hanno ribadito i principali punti del tradizionale programma della Lega. A) La secessione, in primo luogo. Proposta in chiave Ceco-Slovacca. Cioè: in modo consensuale. La Padania (non meglio definita: dove comincia e dove finisce?) e l´Italia, cioè Roma e il Sud (anche in questo caso: dove comincia e dove finisce?), dovrebbero negoziare la reciproca indipendenza. Poi, la lotta (e siamo al punto B) a ogni ipotesi di riforma del sistema pensionistico. Un provvedimento contro il quale la Lega ha annunciato una iniziativa referendaria. C) Sullo sfondo, la polemica contro l´Europa dell´euro. E quindi contro la natura di questo governo. Non votato dal popolo, ma voluto dalle banche e dai banchieri.
Temi e messaggi che hanno marcato, da sempre, l´identità – e il ruolo – di opposizione della Lega. Anche quando – quasi ininterrottamente, negli ultimi dieci anni – la Lega ha governato. Da ciò la prima novità e diversità, rispetto al passato. Oggi la Lega è davvero all´opposizione. Unica forza politica presente in Parlamento apertamente contraria al governo Monti. Senza se e senza ma. Il che le permette di rimediare, almeno in parte, alle ambiguità degli ultimi anni. Durante i quali aveva associato un linguaggio di lotta a una posizione – sempre più centrale – nel governo. Ora, semmai, la Lega ha il problema di far dimenticare che fino a ieri è stata il perno della maggioranza. E, insieme al governo Berlusconi, ha condiviso, seppur con molte reticenze, il pacchetto di misure – imposte dalla Ue e dalla Bce – che ieri Monti e i suoi ministri cosiddetti “tecnici” hanno (ri)presentato. Tuttavia, anche se sta all´opposizione, la Lega non può fare il “partito di lotta”. Non se lo può permettere.
1. Anzitutto, perché sono passati gli anni Novanta, quando la parola d´ordine era che l´indipendenza era necessaria, perché in Europa ci poteva entrare la Padania, ma non l´Italia gravata dai debiti. Oggi, invece, in Europa ci siamo. Ed è proprio il “direttorio europeo” a chiedere all´Italia, Padania compresa, di sanare il debito pubblico e di mettere a posto i conti.
2. Poi, ci sono valutazioni di tipo elettorale. La Lega ha ottenuto i suoi maggiori successi a partire dal 2008. Da quando, cioè, è tornata al governo (romano), comportandosi da “sindacalista del Nord”. Per trasferire risorse e benefici a favore delle aree e dei gruppi sociali presenti nel Nord. Per primi, gli imprenditori e gli operai delle aree di piccola impresa. A queste componenti, però, non interessa un soggetto politico “antagonista”, che spinga fuori dall´Europa. Semmai il contrario. Tant´è vero che le associazioni di rappresentanza degli imprenditori e dei lavoratori autonomi hanno espresso apertamente il loro malumore verso la (op) posizione leghista. Era già avvenuto in passato, proprio dopo la marcia secessionista del 1996. Quando la Lega era crollata, dal punto di vista elettorale, sotto il 4%, alle Europee del 1999. Difficile che intenda rischiare ancora.
3. Anche perché, inutile nasconderlo, la “Lega di lotta” non c´è più. Oggi è al governo. Alla guida di 2 Regioni, 16 Province, circa 400 Comuni. I suoi uomini stanno dentro ai consigli di amministrazione e negli organismi direttivi di istituti pubblici, finanziari, bancari. E, ancora, negli organigrammi dei mezzi d´informazione. A livello locale, regionale e nazionale. Da “soli contro tutti”, chiusi dentro i confini padani, difficilmente potrebbero mantenere tanto potere. E poi, non è possibile fare i sindacalisti del Nord e la Lega di governo, almeno a livello territoriale, rifiutando il gioco politico “nazionale”. Non a caso Cota e Zaia, dopo aver rifiutato di partecipare all´incontro del governo con le Regioni, per la concomitanza con il parlamento del loro partito, hanno chiesto e ottenuto un confronto. (Anche se si sono dovuti “accontentare” del ministro Giarda, al posto di Monti.) Ma Cota e Zaia governano due Regioni italiane, non padane.
4. La Lega di Opposizione, oggi, non è più Lega di lotta. Perché ambisce di tornare al governo. Non della Padania. Ma dell´Italia. Così lancia proposte e iniziative molto meno laceranti del passato. L´indipendenza padana per via negoziale e consensuale. Non per via rivoluzionaria. Ma neppure referendaria. (Si rischierebbe di scoprire che si tratta di un sentimento marginale…). Il referendum, semmai, lo annuncia contro una legge dello Stato. Seguendo l´esempio di altri partiti su altri temi (la legge elettorale, il nucleare…). L´opposizione della Lega contro il governo, per molti versi, appare meno accesa di quella di altri soggetti economici e sociali. Per prima: la Cgil.
Quando Bossi annuncia (con parole diverse dalle mie) che Maroni incalzerà Monti, attribuisce al più “istituzionale” dei leader leghisti il ruolo di capo dei gruppi parlamentari. Sposta, dunque, in Parlamento il luogo della “lotta”.
D´altronde, in questo momento, alla Lega fa comodo stare all´opposizione. Per sanare le sue divisioni interne. Per ritrovare la “spinta propulsiva”. Ma, al contempo, si guarda bene dal riproporre la Lega antagonista. Usa la Padania come un mito, una bandiera. La “secessione” come una prospettiva in-attuale, da perseguire per via contrattuale. Perché teme di venire spinta fuori dal sistema. Ha preso le distanze da Berlusconi e dal Pdl. Per purificarsi. Ma lavora in vista delle prossime elezioni. Anticipate. Al più presto possibile. Da affrontare insieme al Pdl. Perché la solitudine politica, a volte, serve. Ma alla lunga logora. Anche i padani più duri.

La Repubblica 05.12.11

«Chi sta nel sociale lo sa bene: questa crisi non è uguale per tutti», Don Luigi Ciotti

Tutti,anche quelli che per anni hanno ostentato ottimismo, parlano ormai di crisi economica e di paura del futuro. Chi sta nel sociale, sul territorio, sulla strada lo tocca con mano da tempo e ne ha segnalato, inascoltato, le avvisaglie. È una crisi da cui non si uscirà facilmente. Se ne uscirà solo – a dispetto di chi,dopo averla provocata, ne promette il superamento grazie a una nuova crescita dietro l’angolo – con trasformazioni sociali profonde. E, soprattutto, non chiudendo gli occhi. Perché la crisi non è uguale per tutti. Non è uguale per i vecchi che frugano nelle pattumiere e per i 200.000 acquirenti annui di auto di lusso da 100.000 euro e più. Non è uguale per i milioni di giovani senza lavoro o con lavori finti e per chi incrementa rendite miliardarie, evadendo ogni forma di tassazione. Non è uguale per chi muore di lavoro nero e pericoloso pagato quattro euro all’ora e per chi si arricchisce sfruttando quel lavoro. Nonè uguale per l’operaio che guadagna 1.000 euro al mese e per l’amministratore delegato che guadagna più di quattrocento volte tanto. La crisi è una lente di ingrandimento che mostra anche a chi non vuole vedere due mondi diversi e divaricati (accompagnati da una zona grigia che slitta sempre più verso la povertà). Due mondi che non si parlano, dove la parte soddisfatta della società sembra vivere come problema la presenza e la visibilità degli ultimi. Vista dalla strada la crisi non riguarda né il prodotto interno lordo (il mitico Pil), né il crollo delle borse, troppo lontani per poter essere misurati e compresi. Vista dalla strada la crisi riguarda le condizioni di vita, sempre più difficili, delle persone. L’economia ha le sue leggi e i suoi saperi. Ma se non servono a migliorare le condizioni di vita delle persone, sono leggi e saperi inutili. Parliamo, allora, delle condizioni delle persone. Su sette miliardi di donne e di uomini che abitano il pianeta, due miliardi vivono – quando vivono – in condizioni di povertà assoluta, con un reddito giornaliero al disotto di due dollari (cioè di un euro e mezzo); chi vive in condizioni di povertà relativa, poi, è la maggioranza; e ogni anno muoiono di fame – nella indifferenza dei più – sei milioni di bambini. Con la crisi, il problema della povertà è diventato centrale anche nel ricco Occidente. Così, in Italia, vivono in condizioni di povertà relativa (corrispondente a un reddito di 983 euro mensili per una famiglia di due persone) quasi otto milioni di persone; un italiano su tre (uno su due al Sud) non è in grado di far fronte a una spesa imprevista di 700-750 euro nell’anno. È povero un bambino ogni quattro ed è disoccupato un giovane su tre. Un giovane su cinque è così sfiduciato e frustrato che il lavoro ha smesso di cercarlo. In termini di valore reale i livelli delle retribuzioni diminuiscono, e – come avvenuto nello scorso ottobre a Barletta – si può morire di sottolavoro. Lo spettro della povertà poi, un tempo limitato a chi era privo di occupazione, lambisce ormai una quota crescente di lavoratori. (…) Di fronte alla crescita del disagio esistenziale, si sta consolidando la tendenza a rimuovere o a governare in maniera repressiva i fenomeni di cui non si ha più cura, ignorando il disagio e la sofferenza delle persone. È accaduto – sta accadendo – per la povertà, per la marginalità, per la devianza, per l’immigrazione. Il lavoro, quando c’è, è privato del suo ruolo sociale e della dignità, anche simbolica, che ha avuto finché è stato riconosciuto come elemento essenziale della nostra identità. Ma un lavoro subordinato al profitto, ridotto a mezzo per garantire la ricchezza di pochi e – nella migliore delle ipotesi – la semplice sussistenza degli altri, impoverisce la vita individuale e quella sociale. Insieme alle relazioni umane, il lavoro è la base della nostra identità. Senza il rispetto delle attitudini, delle passioni e dell’intelligenza delle persone, il lavoro non contribuisce alla costruzione di una società,ma al massimo produce “aggregazioni”, dove ciascuno trova posto (quandolo trova) non in base alle sue capacità ma alla sua funzionalità, valutata secondo princìpi di pura e semplice convenienza economica. È il meccanismo che ha governato la cosiddetta flessibilità, concetto con cui per anni si sono giustificate le leggi – loro sì inflessibili – del mercato: la disponibilità delle persone ad adattarsi alle attività più disparate senza garanzie contrattuali e senza la possibilità di fare del lavoro il nucleo intorno a cui costruirsi sicurezza materiale e dignità sociale. Sono i diritti a garantire la trasformazione dello sviluppo economico in progresso sociale. La disuguaglianza, quindi, non è solo un’offesa alla loro sacralità, una lacerazione dell’etica. È un controsenso economico. La disuguaglianza non conviene a nessuno. L’attuale situazione di crisi è la dimostrazione di come un sistema fondato sulle disparità e su profitti non equamente distribuiti finisce per impoverire tutti. Quasi sempre, nella storia, i poveri sono stati considerati un pericolo e una minaccia per la società e, conseguentemente, sono stati rinchiusi o allontanati. Ed è stato un fiorire di case di correzione, di ospedali, di depositi di mendicità, di prigioni. Ci siamo illusi che la modernità avesse voltato pagina. Non è stato così, soprattutto negli ultimi tempi, in cui persino molte fortune di partiti e formazioni politiche sono state giocate sulla propaganda di idee e progetti di esclusione degli ultimi e dei non omologati. Penso al susseguirsi delle ordinanze di sindaci di città e paesi relative a un’infinità di comportamenti ritenuti lesivi dell’ordine pubblico, della tranquillità, del decoro. Penso alla criminalizzazione dei lavavetri per i quali, pur a fronte di un fastidio marginale, si è arrivati a invocare il carcere. Il problema della società diventa – torna ad essere – la presenza degli ultimi: i lavavetri, e con essi, i matti, i tossicodipendenti, i mendicanti, gli ambulanti senza licenza, i venditori di fiori o di fazzoletti, gli zingari, i barboni, i questuanti, le donne sfruttate sui bordi delle strade, in un elenco potenzialmente senza fine. A infastidire i benpensanti non è più la povertà ma la sua visibilità. I fatti sono eloquenti: è impensabile pensare di superare la crisi complessiva che attraversa il Paese (e l’intero Occidente) se non si parte dalla premessa che il valore economico è inscindibile dal valore sociale e che un’economia sganciata dai bisogni e dalle speranze delle persone – ossia dalle loro vite – produce un sistema inaffidabile che provoca falsi valori. Per anni ci è stato detto che il “libero mercato” sarebbe stato in grado non solo di regolarsi grazie a una presunta “mano invisibile”, ma addirittura di produrre un effetto a cascata di cui tutti avrebbero beneficiato. Era – a voler essere indulgenti – un’illusione, ma ribadita con tale insistenza da diventare una specie di dogma. Le analisi che vanno per la maggiore dicono che la malattia economica va curata facendo tornare i conti a suon di tagli e di sacrifici che, guarda caso, riguardano sempre la spesa pubblica e i servizi sociali. Solo così – si dice – il sistema può riprendere fiato, la gente consumare, e l’economia del Paese tornare a essere competitiva. Andare avanti – vorrebbero farci credere – è impossibile, se non ritornando indietro, a quando eravamo alle prese con la rivoluzione industriale ed erano ancora di là da venire le conquiste del secolo scorso in tema di lavoro: dignità, salario, sicurezza, diritto di sciopero, equa proporzione tra tempo del lavoro e tempo della vita. Lussi, viene detto, che oggi non possiamo più permetterci, zavorre di cui dobbiamo al più presto disfarci, se non vogliamo soccombere nella corsa sfrenata allo sviluppo. Continuo a credere che non sia così.

L’Unità 04.12.11

"I sacrifici e la svolta promessa", di Luigi La Spina

Ci sono momenti in cui scontentare tutti è un dovere e certamente questo, in Italia, è uno di quei momenti. Il bivio davanti al quale si trova il nostro Paese non ammette vie diversive, né incertezze. Lo testimonia il tono drammatico con il quale il premier lo ha indicato. Il messaggio di Monti segna l’atterraggio dal mondo delle illusioni e delle favole nel quale abbiamo vissuto, per troppo tempo, a quello di una realtà, per troppo tempo, nascosta e ignorata. La irrituale commozione per la quale il ministro del lavoro e della previdenza, Elsa Fornero, ha dovuto interrompere l’esposizione della riforma pensionistica è stata l’immagine più efficace di quella «catastrofe», evocata ieri, al limite della quale ci troviamo.

Un atterraggio, dunque, brusco e doloroso, ma inevitabile. Per questo, suonano particolarmente insopportabili le demagogiche proteste di chi fino a ieri è stato corresponsabile di una situazione che ci ha portato sull’orlo del dissesto. Ma anche la stessa esigenza di non distaccarsi dal reale, dovrebbe consigliare alcuni critici di verificare la concreta praticabilità di molte ricette alternative, magari anche brillanti, che in questi giorni sono state suggerite al governo Monti.

Le durissime misure approvate ieri scontano il limite, appunto, di concretezza e di urgenza. Nei prossimi giorni gli italiani si eserciteranno nel calcolo sull’equità dei sacrifici richiesti, con la solita bilancia che vede nel piatto del vicino il peso sempre più leggero. Sarà un esame interminabile e, inevitabilmente, opinabile, in cui le corporazioni degli interessi che, da decenni, imprigionano il nostro Paese si scateneranno in una forsennata gara di egoismo sociale.

Questo annunciato carosello di proteste intrecciate metterà a rischio, purtroppo, il vero giudizio che le Camere e i cittadini dovrebbero emettere sui provvedimenti governativi. Quello che risponde alla fondamentale domanda: le misure approvate ieri quanto garantiscono che, nei prossimi anni, non ne saranno necessarie altre, più o meno, dello stesso tenore e delle stesse proporzioni? Rispetto a quelle che ritualmente siamo stati costretti a sopportare negli ultimi decenni e che, evidentemente, o non sono state sufficienti o sono state sbagliate, come si differenziano?

«Le tasse sono bellissime». Con questa frase, il compianto ex ministro Tommaso Padoa-Schioppa scandalizzò provocatoriamente l’Italia. Eppure, quella frase coglieva il vero nocciolo della nostra «questione fiscale»: il sentimento di ingiustizia che rende così odioso il dovere di contribuire alle spese dello Stato. Per due motivi: l’eccezionale livello dell’evasione che tocca oltre un quarto dei cittadini e gli scandalosi privilegi di una classe politica pletorica, sia a livello centrale, sia a livello locale.

Ecco perché più che addentrarsi nel vaglio certosino di una equità che evidentemente deve fare i conti con i numeri, per cui i sacrifici non possono essere riservati solo ai ricchi, ma anche al ceto medio e alla grande maggioranza degli italiani, è meglio concentrare l’attenzione sulla presenza o meno di una «qualità» diversa dei provvedimenti governativi. Se abbiano, e quanto lo abbiano, caratteristiche tali da modificare la struttura del bilancio dello Stato e dei criteri con cui finora il prelievo fiscale ha colpito meno i patrimoni e più il reddito.

Alla luce di questo metodo, il giudizio sulla manovra varata ieri, nelle prossime settimane, dovrà verificare l’efficacia della svolta annunciata nella lotta all’evasione e nella riduzione del peso dei cosiddetti «costi della politica» sulle spalle degli italiani. Non tanto e non solo per l’entità delle cifre recuperabili se venisse ridotta la quota degli italiani che sfuggono al dovere civico di pagare le tasse, anche se potrebbero essere non trascurabili, quanto per il segnale di moralità pubblica che potrebbe rendere più accettabili i sacrifici annunciati. Stesso significato, anzi ancora più accentuato, dovrebbe essere attribuito al taglio dei privilegi e delle spese per mantenere la nostra classe politica.

E’ giusto non chiedere «miracoli» a un governo che può contare su una maggioranza parlamentare così eterogenea e del tutto priva di una sua rappresentanza nei vari dicasteri. È anche comprensibile che la distribuzione dei sacrifici debba tenere conto della somma degli interessi tutelati dai partiti che lo sostengono. Ma alla «diversità» di un governo tecnico deve necessariamente corrispondere la «diversità» di interventi che diano l’immagine di una «svolta» nella politica italiana. Ieri la conferenza stampa di Monti e dei suoi ministri l’ha promessa. Solo se sarà mantenuta, l’Italia sarà salvata.

La Stampa 05.12.11

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«Chiamatelo decreto salva Italia», di MARIO MONTI

Vorrei rivolgermi per un momento ai cittadini italiani. Il governo ha ricevuto dal capo dello Stato e dalla fiducia del Parlamento un mandato di corta durata e di severo impegno, quello di aiutare l’Italia a uscire da una crisi gravissima. Una crisi internazionale, una crisi e un disagio dell’economia e della società italiane che rischiano di compromettere quanto è stato costruito in sessant’anni di sacrifici da almeno quattro generazioni di italiani.
È un momento nel quale l’Italia rischia di macchiarsi della responsabilità di contribuire a fare andare in senso negativo l’economia europea e l’eurozona, ma è anche un momento nel quale l’Italia ha il potenziale per far vedere che è un grande Paese, capace di trovare in sé la forza per risolvere in un quadro europeo i propri problemi.
Siamo un Paese che ha accumulato nel corso di decenni dei gravi squilibri. Vedete, quando si parla di costi della politica, e io ho un profondo rispetto per la politica, quando si parla di costi della politica e noi abbiamo, come dirò fra un attimo, adottato misure per ridurli da subito in misura significativa, si pensa al costo che i cittadini sopportano per gli apparati amministrativi a livello locale e a livello nazionale; ma non si pensa al vero costo della politica come purtroppo è stata fatta per decenni in Italia. Qual è il vero costo della politica? È che chi governa prenda decisioni miranti più all’orizzonte breve delle prossime elezioni che all’orizzonte lungo dell’interesse del Paese, dei nostri figli, dei nostri nipoti. Molte volte in passato, soprattutto quando l’Italia non era così intimamente inserita nel quadro europeo, quella politica aveva prevalso e molto concretamente è a causa di quella politica che oggi i giovani italiani fanno così fatica a trovare lavoro, che abbiamo squilibri territoriali rilevanti tra Nord e Sud, che abbiamo un debito pubblico molto grande. Il debito pubblico grande degli italiani non è colpa degli europei, è colpa degli italiani, che in passato non hanno dato abbastanza peso, abbastanza attenzione al benessere dei bambini, dei futuri adulti italiani, delle generazioni future.
Ebbene, dopo gli ultimi anni in cui sono stati, sotto l’egida europea, realizzati progressi significativi ma non ancora sufficienti, questo è il momento in cui il capo dello Stato e il Parlamento hanno chiesto a questo governo di aiutare a, direi, salvare l’Italia e a sviluppare l’Italia. Oggi abbiamo adottato una serie di provvedimenti di emergenza che leggerete domani nei giornali e che illustrerò fra un attimo in conferenza stampa e abbiamo però, nel prendere questi provvedimenti, tenuto molto presente la necessità di creare al tempo stesso le condizioni per la crescita dell’Italia. A un tempo la necessità di mettere sotto forte controllo il nostro disavanzo e debito pubblico, essere guardati quindi non come un focolaio sospetto di infezione dall’Europa ma come, di nuovo, un punto di forza e abbiamo anche dato un peso molto particolare all’equità, abbiamo dovuto distribuire dei sacrifici e abbiamo però avuto grande cura nel distribuirli in un modo che c’è parso equo. Abbiamo preso misure significative contro l’evasione fiscale, voi direte è una cosa che è stata promessa tante volte in passato e che non ha avuto gli sviluppi che avrebbe dovuto: vedrete che i nostri provvedimenti sono piuttosto incisivi a questo riguardo. E abbiamo anche sottoposto noi stessi a una disciplina dimagrante significativa (anche di questo vedrete).
Quindi la pluralità di sacrifici che noi chiediamo agli italiani vogliamo che siano visti nella prospettiva di un risveglio dell’economia italiana, della società italiana. Per ora abbiamo guardato a molti settori, non ancora al mercato del lavoro e agli ammortizzatori sociali, questo sarà compito delle prossime settimane, ma voi vedrete che sarà un passo significativo dell’Italia verso un maggiore ruolo al merito, alla concorrenza, alla lotta contro i privilegi, contro i nepotismi, contro le rendite e a favore di una maggiore concorrenza e di una maggiore apertura. Ci sono provvedimenti specifici che pur nelle ristrettezze finanziarie mirano a favorire la condizione delle donne, a favorire la condizione dei giovani, a favorire una migliore coesione territoriale e uno sviluppo del Mezzogiorno. E tutto questo quindi dà l’idea che contemporaneamente abbiamo per certi aspetti da tirare la cinghia e per altri aspetti però mettiamo in opera da subito meccanismi per la crescita dell’Italia.
Noi vogliamo che ci sia un’Italia che si senta orgogliosa di essere Italia, che gli italiani non si sentano derisi come qualche volta può essere accaduto in passato e che, diciamo fino in fondo, noi italiani, che siamo considerati giustamente delle individualità di spicco simpatiche, capaci e inventive, cerchiamo anche di lavorare meglio insieme, con una maggiore coesione per cercare di svilupparci nella armonia. Usciamo da una fase politica nella quale l’obiettivo sembrava quasi quotidiano, era il confronto brutale tra le opposte posizioni politiche. Noi ci troviamo, non politici, ad essere stati chiamati ad un servizio che intendiamo svolgere in modo umile nei confronti del Parlamento e del Paese, vogliamo risanare l’economia italiana, vogliamo riavere, ridare all’Italia grande peso nel concerto delle nazioni e soprattutto in Europa e vogliamo anche aiutare la politica, che rispettiamo, a recuperare con l’opinione pubblica un rapporto più disteso perché della buona politica un Paese ha bisogno e nel nostro breve, temporaneo servizio vogliamo anche a questo contribuire. Insieme ce la faremo. Ho voluto darvi un messaggio di grave preoccupazione ma insieme di grande speranza. (…) Questo, se volete, potete chiamarlo decreto salva Italia.
Discorso che il presidente del Consiglio Mario Monti ha tenuto ieri sera prima di illustrare le misure anticrisi

da Il Corriere della Sera 05.12.11

"Il sentiero stretto", di Ezio Mauro

«Siamo stati chiamati per salvare l´Italia, davanti a una crisi gravissima. Insieme ce la faremo». Mario Monti è partito da questo drammatico appello rivolto direttamente ai cittadini per annunciare la manovra da 30 miliardi che il governo ha varato ieri, 17 giorni dopo il suo insediamento. Una manovra pesante per i contribuenti, e tuttavia indispensabile per evitare il default del nostro Paese, che segnerebbe la fine dell´euro e di ogni ambizione politica dell´Europa.
È una vera e propria manovra d´emergenza, dunque, perché l´Italia è chiamata a muoversi a grande velocità su un sentiero molto stretto e difficile. L´esito non è assicurato, nemmeno a prezzo di sacrifici, perché la fuoriuscita dall´eurozona non dipende solo da noi. Ma da noi, e interamente, dipende il recupero di credibilità dell´Italia e la sua possibilità di pesare nelle decisioni che l´Europa dovrà prendere per rispondere alla crisi.
Il governo era atteso a misure strutturali, proprio per queste ragioni. La più strutturale di tutte, quella sulle pensioni, è radicale e costosa per i cittadini, come confermano le lacrime del ministro Fornero, ma probabilmente definitiva per un sistema traballante con sacche di privilegio. Poi la casa, il vero bene-rifugio delle famiglie, che vede il ritorno dell´Ici. Quindi qualche taglio ai costi della politica (sforbiciata alle Province, in vista della loro abolizione) e qualche intervento a sostegno della competitività delle imprese, per la crescita.
Dunque tasse, come sempre, per far fronte all´emergenza. Ma anche qualche spazio per l´equità, con la rinuncia all´aumento dell´Irpef e l´introduzione travagliata di un prelievo dell´uno e mezzo per cento per i capitali scudati già rientrati in Italia: che è un primo abbozzo di patrimoniale e consente di creare le risorse per alzare fino alla soglia di mille euro la fascia protetta delle pensioni che recuperano l´aumento dell´inflazione, escluso per quelle più alte.
C´è dunque il rispetto degli obblighi europei, imposti dalla crisi: ma c´è uno spazio di autonomia nazionale e politica, che fa di Monti il capo di un governo, non il legato di Bruxelles e Francoforte.

La Repubblica 05.12.11

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“Molte tasse poca crescita”, di Massimo Giannini

Le lacrime di Elsa Fornero sono una buona metafora di questo “decreto salva-Italia”. Un´operazione chirurgica di tasse e di tagli senza anestesia, sul corpo vivo della società italiana. Farà piangere alcuni milioni di persone, anche se farà un po´ meno “macelleria sociale” di quanto si temeva. Diciamo la verità. Dal governo dei Professori ci saremmo aspettati qualcosa di più. In termini di qualità e di equità. Non serviva un autorevolissimo tecnico prestato alla politica come Monti, che con i suoi atti ha combattuto in Europa i grandi trust del pianeta e che con i suoi articoli si batte da anni per la modernizzazione del Paese, per varare una manovra che ha comunque un vago sapore di stangata vecchio stile. Non serviva una squadra d´élite per mettere insieme un pacchetto di misure che comprendono la solita infornata di imposte per i contribuenti e la solita carestia di risorse per gli enti locali.
Su questa “cura” grava in parte la stessa ipoteca che aveva pesato sulle ultime due manovre del governo Berlusconi-Tremonti, che tra luglio e agosto avevano razzolato la quasi totalità del gettito sulle tasse, e solo per una quota marginale sulle spese (di cui l´80% sulle riduzioni per ministeri, enti locali e sanità). Ora, il pacchetto di misure varato dal Consiglio dei ministri ripete parzialmente lo schema: su un totale di 30 miliardi “lordi”, 17 sono aumenti d´imposta, 13 sono riduzioni della spesa. Ancora una volta, la necessità di fare cassa fa premio sull´opportunità di ripensare più a fondo la natura e la struttura del bilancio pubblico. È vero che urgeva ed urge una terapia d´urto, e che come dice il premier «il debito pubblico non è colpa dell´Europa, ma è colpa di noi italiani». Ma se è vero quello che la Banca d´Italia ripete da tempo, e cioè che nel prossimo biennio la pressione fiscale viaggia verso il record del 43,7% del Pil e la spesa primaria al netto degli interessi corre verso il 43,3%, allora la manovra resta ancora troppo squilibrata dal lato delle entrate.
Sul fronte fiscale, il “saio” cucito addosso ai contribuenti è pesante. Monti (come del resto Tremonti) aveva promesso il passaggio della tassazione dalle persone alle cose. Nella sua manovra di questa traslazione c´è una traccia ancora insufficiente. Le “cose” vengono ri-tassate. La casa subisce un duplice, gravosissimo colpo: l´introduzione dell´Imu e l´aggiornamento degli estimi catastali. I beni di consumo subiscono un´altra frustata: l´aliquota Iva aumenterà di altri 2 punti nel secondo semestre 2012, dopo il rialzo agostano già decretato dal governo forzaleghista, con un´alea difficile da calcolare sul possibile “propellente” inflazionistico che può generare. In compenso, con una scelta saggia propiziata anche dalla moral suasion dei partiti della “Grosse Koalition” all´italiana, le “persone” vengono tassate un po´ meno del previsto. Il cospicuo ritocco dell´ultima aliquota Irpef, dal 43 al 46%, è stato opportunamente rimosso dal menù. Si è risparmiato così l´ennesimo tributo sul ceto medio, e si è archiviata l´idea, non del tutto realistica, che i “ricchi” in Italia siano quelli che dichiarano più di 75 mila euro l´anno. In realtà questo è anche il bacino sociale del lavoro dipendente che paga le tasse fino all´ultimo centesimo, mentre il lavoro autonomo continua a ripararsi dietro dichiarazioni dei redditi scandalose, che non superano i 25-30 mila euro l´anno. In compenso, salirà l´addizionale Irpef delle regioni.
La manovra di Monti ha recuperato in extremis un barlume di equità. Con la pistola del Cavaliere alla tempia, il premier ha dovuto rinunciare a spostare drasticamente il prelievo, dal reddito al patrimonio. È deludente che un governo tecnico non sia stato in grado di varare un´imposta sulle grandi fortune sul modello francese, e non abbia nemmeno tentato di riequilibrare l´imposizione sulle rendite finanziarie (ferma al 20%) rispetto a quella sul lavoro (ormai a quota 36%). Ed è deludente che abbia rinunciato a tentare un affondo più convinto contro gli “invisibili” del sistema tributario, che ogni anno nascondono al Fisco 120 miliardi di euro: si poteva osare di più, e non limitarsi a reintrodurre la tracciabilità del contante solo dai 1.000 euro, dopo aver annunciato alle Camere l´intenzione di “chiedere di più a chi ha di più” e la volontà di “colpire l´evasione fiscale” per impiegare il maggior gettito per abbattere le imposte sui lavoratori e sulle imprese. Ma in compenso, grazie alle pressioni del Pd, uno sforzo di giustizia sociale è stato fatto grazie alla tassa una tantum dell´1,5% sui capitali rientrati con l´ultimo scudo fiscale di Tremonti. E sulla stessa linea si iscrivono l´estensione dell´imposta di bollo su diverse operazioni finanziarie (e non più solo sui conti correnti bancari), la tassa di stazionamento aggravata sugli yacht e i rincari del bollo sulle auto di lusso. Misure che incidono effettivamente sulle categorie più benestanti, risparmiate in tutti questi anni dai sacrifici. Tuttavia, anche in questo campo si poteva fare di più e di meglio, per rendere socialmente più tollerabile la distribuzione del prelievo.
Nel “decreto salva Italia” c´è comunque un elemento di qualità. Sul fronte della spesa, l´intervento sulle pensioni è serio e strutturale. È giusto correggere le iniquità del sistema dell´anzianità, anomalia tutta italiana nella quale si frantuma una parte del patto tra le generazioni. È giusto superare la disparità del metodo di calcolo (retributivo o contributivo) a seconda che si sia stati assunti prima o dopo il 1978. È giusto equilibrare le aliquote contributive delle categorie autonome che in questi decenni sono state abbondantemente al di sotto della media. È anche giusto, benché doloroso, accelerare l´innalzamento ed equiparare l´età di vecchiaia per uomini e donne, anche se non si può non accompagnare un vero e proprio “scalone” sull´accesso alla pensione femminile con un sistema di Welfare finalmente inclusivo per chi deve coniugare lavoro e cura della famiglia e dei figli. Ma il blocco della rivalutazione degli assegni, sia pure salvando quelli al minimo e fino al limite dei 940 euro al mese, è a tutti gli effetti una “tassa sul pensionato”, che oltre tutto non risparmia i trattamenti compresi tra i 1.000 e i 2.000 euro al mese. Il 48% del totale, e in questa fascia sociale non si tratta certo di “pensioni d´oro”.
Per il resto, sui tagli di spesa non c´è molto altro di veramente “qualificante”. L´abbattimento dei costi della politica è ancora allo stadio iniziale, a dispetto del gesto di buona volontà del premier che rinuncia al suo stipendio. Il colpo di scure sulle Autority e sulle Province, oppure la soppressione dell´Enit o dell´Agenzia per il nucleare, aiutano ma non risolvono. Volendo amputare sul serio la spesa improduttiva e gli enti inutili si sarebbe potuto e si potrebbe affondare la lama molto più in profondità. La stessa cosa si può dire per il pacchetto di misure sulla crescita presentate dal ministro Passera. Le liberalizzazioni si limitano ai farmaci di fascia C nelle parafarmacie, e con una serie dettagliata di vincoli. Il credito d´imposta per la ricerca è troppo basso. La deduzione Irap sui costi del lavoro, a vantaggio delle imprese, è solo un primo passo, ancora troppo timido. Monti, in queste settimane, aveva costruito la sua manovra su una “triade” inscindibile: rigore, equità, crescita. Dei tre assi, per ora ne ha calato davvero uno solo, cioè il primo. Era necessario. Ma se il premier non si affretta a giocare fino in fondo anche gli altri due, la sua partita sarà difficilissima. In Parlamento, e soprattutto nel Paese.

La Repubblica 05.12.11