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"Università: valutare come nel resto d'Europa", di Giunio Luzzato

Un tema decisivo per il sistema universitario italiano è rappresentato dalla valutazionen di esso attraverso l’entrata in funzione della Agenzia Nazionale a ciò preposta (ANVUR). Il precedente governo ha presentato in Parlamento, per acquisire i pareri delle competenti Commissioni, undecreto che tratta di valutazione e di accreditamento dei corsi universitari e di meccanismi di finanziamento basati sulla qualità dei loro risultati: obiettivi eccellenti. Per conseguirli, il testo però propone strumenti del tutto inadeguati. Esso afferma anche che occorre conformarsi agli standard europei; mai contenuti normativi smentiscono
l’affermazione. Due sono i punti principali che caratterizzano
le procedure europee. Primo, la valutazione si attua attraverso tre fasi successive strettamente correlate: l’autovalutazione interna all’Ateneo, la valutazione esterna e l’accreditamento come conclusione. Secondo, essa si fonda su elementi diversi nella fase iniziale, quando si tratta di autorizzare il decollo di un nuovo corso di studio, ovvero a corso attivato, quando si tratta di monitorare la qualità del suo funzionamento. Entrambi i punti non trovano rispondenza nel decreto proposto. Esso prevede infatti tre sistemi del tutto separati, in cui accreditamento, valutazione esterna e autovalutazione procedono su percorsi non comunicanti. Non si distingue inoltre tra elementi di valutazione in fase iniziale e indicatori per i giudizi sul concreto svolgimento delle attività: la conferma
periodica dell’accreditamento si basa esclusivamente sul mantenimento nel tempo dei requisiti iniziali, sicché la qualità dell’insegnamento risulta irrilevante.
Negli ultimi anni le università sono state sottoposte dal Ministero, oltre che alla fortissima riduzione delle risorse disponibili, a un vessatorio sistema di vincoli che ha ingabbiato l’intero sistema con requisiti burocratici: per colpire, spesso senza riuscirci, alcune pessime iniziative dei viziosi, ha paralizzato i virtuosi.
Dall’attuazione di un serio processo di valutazione ci si deve attendere una modifica radicale: puntuale, e severa, attenzione ex post alle modalità con le quali il lavoro viene svolto, in luogo dei requisiti meramente quantitativi ex ante.
A tal fine, il decreto oggi in esame va sostanzialmente trasformato. Ciò non contraddice l’esigenza di dare piena operatività all’ANVUR, ed è anzi necessario affinché il finanziamento delle università sia finalmente fondato sulla qualità dei loro risultati. Le necessarie modifiche al testo possono essere infatti introdotte in tempi brevissimi se si adotta davvero, come punto di riferimento, la piena adesione alle indicazioni fornite dal sistema di valutazione europeo.

L’Unità 06.12.11

"Misure da cambiare. Non possiamo tacere", di Cesare Damiano

All’atto del suo insediamento il Presidente del Consiglio aveva promesso rigore, sviluppo ed equità. Adesso che la manovra è stata presentata, possiamo constatare che i temi dell’equità e dello sviluppo sono rimasti in ombra.
Abbiamo apprezzato le modifiche dell’ultima ora che sono state
prodotte dal Consiglio dei Ministri di domenica scorsa e che hanno introdotto una tassazione dell’1,5% sui capitali scudati e rientrati dall’estero. Tassazione che ha consentito di cancellare il blocco delle indicizzazione delle pensioni fino a quelle di importo pari a 960 euro lordi mensili, cioè due volte il minimo. Però tutto questo non è sufficiente. Rintracciamo nella manovra un intervento eccessivo a scapito dei soliti noti, soprattutto dei pensionati e di coloro che sono in procinto di diventarlo. Questo intervento così sbilanciato si basa su una affermazione infondata: che il sistema pensionistico del nostro Paese sia statico,non sufficientemente riformato nel corso di questi anni e che per questo non abbia consentito di far risparmiare sufficiente risorse. Non condividiamo questa affermazione anche perché nella Nota di aggiornamento al Def approvata nel settembre scorso dal Consiglio dei Ministri, che porta la firma d Berlusconi e Tremonti, si affermava che le modifiche al sistema pensionistico degli ultimi anni, ben 4 dal 2004 al 2011, hanno comportato una significativa riduzione dell’incidenza della spesa pensionistica in rapporto al Pil. Tremonti, e immagino la Ragioneria dello Stato, hanno certificato in quel documento un risparmio medio di 1,4 punti percentuali annui nell’intero periodo 2015/2040. In termini cumulati al 2050 l’insieme degli interventi darà luogo, secondo l’ex Ministro dell’Economia, ad una riduzione di circa 39 punti percentuali di ncidenza della spesa previdenziale sul Pil. Propaganda del vecchio governo Berlusconi? Verità contabile della Ragioneria dello Stato, sempre molto attenta ai conti?
Questa domandal’abbiamo rivolta inutilmente, da parecchio tempo a questa parte, agli esponenti del vecchio governo e all’Inps, ma sin qui non abbiamo ricevuto nessuna risposta concreta. La rivolgiamo adesso al nuovo governo, non tanto perché vogliamo escludere interventi sulle pensioni, sulla base della parola d’ordine «abbiamo già dato», ma perché vorremmo
suggerire a Monti di ricavare analoghi risparmi da patrimoni, capitali scudati, transazioni finanziarie e rendite per pareggiare i conti e mantenere, di conseguenza, la mano leggera sul welfare.
Abbiamo già avuto modo di dire che non c’è da parte nostra una pregiudiziale opposizione all’adozione del sistema contributivo pro rata a partire dal 1 gennaio 2012. Vorremmo però sollevare alcuni problemi di equità sociale indifferibili che richiedono degli aggiustamenti alla manovra, anche attraverso pochi e selezionati interventi. In primo luogo va chiarito che chi andrà in pensione di anzianità dopo 41-42 anni di contributi
non può subire penalizzazioni anche se ha meno di 63 anni. Anzi, l’intero periodo dovrebbe valere per il calcolo della pensione. In secondo luogo non è sufficiente l’indicizzazione delle pensioni al 100% solo per gli importi fino a 960 euro lordi mensili (circa 700 netti). In questo modo si escludono le pensioni medio basse di operai e impiegati. Va chiarito che tutti i lavoratori posti in mobilità potranno andare in pensione e che coloro che avrebbero potuto andare in pensione con le quote 96 e 97 del 2012 e del 2013, non possono correre il rischio di aspettare il momento della pensione fino a un massimo di altri 6 anni. Sarebbe un’ingiustizia troppo forte. Va trovato un diverso equilibrio nella manovra e va fatto un ulteriore passo avanti: la tassazione dell’1,5% dei capitali scudati può essere ulteriormente innalzata. Il Paese ha bisogno di un segnale di equità incontrovertibile.

L’Unità 06.12.11

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«Non c’è equità Sulle pensioni intervento brutale», di Maria Teresa Meli

Fassina, che cosa pensa di questa manovra?
«Ritengo che sia necessaria sul piano politico. Serve al nostro governo e quindi all’Italia per andare a Bruxelles e cambiare una linea economica sbagliata, che rischia di mandare a picco il nostro Paese e l’Europa. È la linea portata avanti dai governi conservatori tedesco e francese, impostata sull’ossessione dell’austerità, senza nessuna strategia per la crescita».
E nel merito, qual è il suo giudizio?
«Cominciamo dagli aspetti che mi convincono. Certamente è positivo che si torni a essere attenti all’economia reale. Nella manovra sono contenute misure di politica industriale che noi abbiamo sempre sostenuto. Ma ci sono altri punti che non vanno bene. Il primo è l’intervento brutale sul pensionamento di anzianità, che non distingue tra lavoratori che si trovano in condizioni molto diverse. Comporterà degli effetti pesantissimi sulla vita delle persone. C’è poi il blocco dell’indicizzazione sopra i 960 euro lordi. È un punto che per noi va rivisto. Non si può non tener conto che in questo modo ci sarà gente che non arriverà alla quarta settimana. E questo non va bene: non è coerente con il principio di equità».
Si dice equità per non cambiare niente?
«Non è così. Non dimentichiamoci che la stagione del governo Berlusconi, a livello di equità, non è finita pari, ma è finita quattro a zero. I lavoratori hanno già pagato prezzi pesanti prima, non si può non tenerne conto».
Il governo ha deciso di tassare i capitali scudati.
«È un fatto sicuramente positivo, ma è un intervento timido. Chi ha evaso e poi regolarizzato un milione di euro ne pagherà quindicimila, la stessa cifra che perde annualmente un operaio che ha lavorato duramente per quarant’anni e che viene bloccato per cinque, sei anni nel suo progetto di vita».
Che cosa manca nella manovra?
«È debole il capitolo della lotta all’evasione. Il limite di mille euro per la tracciabilità è il doppio di quanto hanno proposto le rappresentanze delle imprese a settembre. E soprattutto non c’è nulla per il welfare dei giovani e delle donne».
Il Pd ha paura delle reazioni dei suoi elettori?
«È diverso: noi ci facciamo carico delle domande di milioni di lavoratrici e lavoratori, di giovani e meno giovani, che non riconoscono l’equità necessaria in questo pacchetto di misure economiche. Da questo punto di vista guardiamo con preoccupazione allo scavalcamento da parte del governo delle parti sociali, che hanno sempre dimostrato di farsi carico del problemi del Paese. Questo cortocircuito democratico non aiuta il Paese. Perciò mi auguro che il governo incontri le parti sociali durante il passaggio della manovra in Parlamento».
Passaggio fulmineo: pare che Monti chieda la fiducia.
«Spero che non sia un passaggio parlamentare di maniera e mi auguro che il governo ascolti le proposte del Parlamento. Sull’interlocuzione con le forze sociali e sul rapporto con il Parlamento si gioca la credibilità del governo Monti».
Comunque voi voterete questa manovra.
«Noi ci assumeremo le nostre responsabilità. Pdl e Lega hanno portato l’Italia a un centimetro dal baratro. Ora, è fondamentale che questa manovra consenta a Monti di spostare la signora Merkel su una politica economica diversa. Già, la manovra è necessaria, ma non sufficiente, perché se la linea continua a essere quella del governo tedesco le misure contenute nel decreto non rimetteranno in pista né l’euro, né l’Italia. La Merkel sta portando l’Europa a sbattere».

Il Corriere della Sera 06.12.11

"Mettere fine al bicameralismo e cambiare la legge elettorale in 18 mesi si può fare tutto", intervista a Dario Franceschini di Goffredo De Marchis

C´è un clima nuovo, diverso, tra avversari che lo sono ancora e lo saranno alle prossime elezioni. Il Parlamento può cambiare le regole del gioco. Ci vuole una Camera non elettiva, il Senato delle regioni. Avremo così un´automatica riduzione del numero dei parlamentari. Sono tutti d´accordo. Dario Franceschini propone un patto alle forze politiche che sostengono il governo Monti. «Possiamo fare in 18 mesi quello che non siamo riusciti a fare in 20 anni». Non solo con la cura da cavallo sui conti pubblici. Ma una riforma delle regole fondamentali dello Stato. Questa è la proposta del capogruppo democratico alla Camera.
Prima di tutto: c´è ancora spazio per modificare la manovra in Parlamento secondo le vostre indicazioni?
«L´esecutivo, muovendosi tra vincoli europei e opinioni lontane, ha dovuto costruire una sintesi. Non è espressione del centrosinistra come non lo è del centrodestra. Ma senza snaturare la manovra si può arrivare ad altre correzioni».
Questo è quello che chiede il suo partito a Monti. Cosa si chiede invece ai partiti mentre il governo salva l´Italia?
«C´è un clima diverso. Ci siamo arrivati in una situazione difficile, tra avversari che lo sono ancora e lo saranno alle prossime elezioni. Stiamo insieme solo per affrontare l´emergenza. Ma il lavoro da fare è duplice. Al governo tocca il risanamento, l´economia, la crescita. Il Parlamento invece può utilizzare quest´anno e mezzo per cambiare finalmente le regole istituzionali. Sono due facce della stessa medaglia».
Siamo sicuri che questa seconda faccia non danneggi la prima? È già successo in passato: il dibattito sulle riforme ha messo in difficoltà l´esecutivo.
«È vero, i precedenti sono negativi. Ma il quadro era di durissime contrapposizioni. Oggi sosteniamo lo stesso governo».
Vuole cambiare la seconda parte della Costituzione?
«Per arrivare al risultato dobbiamo darci un obiettivo meno ambizioso. Penso a tre modifiche strutturali fondamentali, niente di più ma niente di meno. Un sistema istituzionale lento, distante dai tempi reali della società è il costo della politica più alto pagato dai cittadini. Dobbiamo mettere lo Stato e le istituzioni in grado di funzionare. In modo che chi vince la prossima volta sia poi in grado di governare e di decidere».
Da dove si comincia?
«Dalla modifica radicale dei regolamenti parlamentari che regolano oggi il rapporto tra governo, maggioranza e opposizione secondo uno schema antiquato».
Tutto qua?
«Il secondo punto è la fine del bicameralismo, una materia su cui tutti i partiti hanno un loro progetto di legge. Ci vuole una Camera non elettiva, il Senato delle regioni. Avremo così un´automatica riduzione del numero dei parlamentari. Con i difetti dell´attuale bicameralismo un taglio ai membri delle Camere non servirebbe a molto. Una sola Camera elettiva che dà la fiducia al governo, risolve il problema in sé».
Terza proposta.
«Una nuova legge elettorale. Comunque. Sia che il referendum venga dichiarato ammissibile dalla Consulta sia che venga respinto. Nel primo caso dovremo andare di corsa, nel secondo abbiamo un anno di tempo».
Quale legge elettorale?
«Deve avere due punti fermi. Restituire ai cittadini il diritto di scegliersi gli eletti. Consentire un bipolarismo per scelta e non per costrizione».
Con il maggioritario o con il proporzionale?
«Il bipolarismo si può difendere anche con una legge proporzionale».
Che fa adesso? Presenta la proposta alle commissioni parlamentari?
«Non faccio l´ipocrita. È difficile pensare che un´operazione così ambiziosa si realizzi attraverso il semplice iter nelle commissioni Affari costituzionali. In maniera trasparente, alla luce del sole, occorre un accordo tra i partiti che sanno di essere avversari ma vogliono cogliere l´opportunità».
A quale strumento pensa? Una Bicamerale?
«No. A me interessa registrare se esiste la volontà di tutti i partiti per cambiare le regole. Lo strumento si trova. Una sessione parlamentare ad hoc, un altro appuntamento in aula: vedremo. Non dev´essere una mega riforma, ma un aggiustamento fondamentale dello scheletro istituzionale. Su questo piano dobbiamo dialogare anche con la Lega».
E il governo che fa, sta a guardare?
«Come noi avevamo suggerito, nella squadra di Monti non esiste il ministro delle Riforme. È una scelta che abbiamo apprezzato. Un governo tutto tecnico sa di avere una vocazione precisa. Ma il cambiamento delle regole è affidato al Parlamento».

La Repubblica 06.12.11

"Crolla la formazione professionale", di Emanuela Micucci

Meno abbandoni. Pochi iscritti alla formazione professionale. Calo dei frequentanti e delle risorse alle scuole per adulti. Il Censis fotografa la dispersione scolastica italiana nel 45° Rapporto annuale, presentato venerdì a Roma (www.censis.it). Mentre dal Parlamento europeo arriva la ricetta per contro gli abbandoni nell’Unione: obbligo d’istruzione a 18 anni, scuole di seconda opportunità, coinvolgimento di enti pubblici, servizi sociali e sanitari.

Lontani dall’obiettivo europeo del 10% di dispersi nel 2020, in Italia i 18-24enni con la sola licenza media non inseriti nei percorsi formativi sono scesi nel 2010 dal 19,2% al 18,8%, tranne al Centro (14,8%).

Tuttavia, punti critici e discontinuità d’intervento influiscono sulla prevenzione e lotta alla dispersione. Eppure, spiega l’UE, già una riduzione dell’1% degli abbandoni permetterebbe all’economia europea di avere 500mila giovani lavoratori qualificati in più al giorno. Nel biennio delle superiori i dispersi sono saliti dal 15,6% nel 2006-07 al 16,7% nel 2009-10, in misura maggiore nei professionali.

Disomogenea la sinergia tra scuola e i soggetti che lottano il disagio giovanile. Il 57% dei 1.000 presidi intervistati dal Censis conta sul supporto di enti locali e famiglie, il 56% sul terzo settore e il 54% sulle parrocchie.

Solo il 34,9% sugli organismi della formazione professionale e appena il 14,9% sulle imprese. Anzi, il 52% delle aziende e il 27% della formazione professionale sono assenti. Ma nel Nord il 49,3% del sistema della formazione professionale supporta le scuole contro il 16,1% nel Sud. Differenze territoriali anche nel contributo degli enti locali, presenti nel 73% delle scuole al Nord, il 62,8% al Centro e il 41,4% al Sud. Se a pesare su abbandoni e irregolarità dei percorsi per i presidi è la carenza di prospettive di lavoro, i giovani non scelgono gli istituti professionali o la formazione professionale.

Nonostante il Sistema Excelsior evidenzi un aumento della richiesta delle aziende di personale con la sola qualifica professionale, passato nel 2010 dall’11,7% al 13,5%, i neoiscritti ai professionali sono scesi del 3,4% e i percorsi triennali di istruzione e formazione professionale raccolgono solo il 6,7% degli studenti delle superiori. La metà dei 15-35enni, poi, ritiene che i percorsi professionalizzanti siano una scelta interessante, il valore più basso della Ue. In calo l’educazione degli adulti: al 6,2% tra i 25-64enni, contro una media europea del 9,1% e un obiettivo europeo del 15% nel 2020. I frequentanti dei centri di istruzione degli adulti sono scesi del 5,5% tra il 2006-07 e il 2009-10 per l’aumento della dispersione: nel 2006-07 gli effettivi frequentanti erano l’81,4% degli iscritti, nel 2009-10 il 79,3%. “Il calo degli utenti è imputabile – sottolinea il Censis – alle difficoltà di attivazione dei corsi per il progressivo restringimento dei finanziamenti ministeriali”. Tra il 2009 e il 2011 le risorse per la legge 440/97 si sono ridotte del 43,9% e gli interventi per l’istruzione degli adulti è diminuita del 72%, dai 16milioni a 4,4 milioni.

da ItaliaOggi 06.12.11

"Il maestro unico? Non è d'aiuto", di Giovanni Scancarelli

Con il ritorno al maestro unico alle elementari, le cose potrebbero peggiorare alle medie. I ritmi e le peculiarità delle personalità in crescita sono molto più complessi di quanto non si pensasse al tempo, magari, della formulazione dei programmi della scuola media. «Dal punto di vista cognitivo», sostengono i ricercatori della Fondazione Agnelli, autrice di una pubblicazione sullo stato dell’arte della scuola media, «il preadolescente traghetta progressivamente dalle logiche del pensiero concreto dell’infanzia a quelle del pensiero ipotetico-deduttivo e formale, anche se forse in modo meno univoco e deterministico di quanto si pensava nel secolo scorso».

Con il ritorno al maestro unico allora, salire sul gradino delle medie potrebbe diventare più difficile per diversi alunni. Soprattutto per i più piccoli, o per i più deboli.

Per loro il salto che dovranno affrontare tra la scuola elementare alle medie non potrà che farsi più vertiginoso. Intanto, chiariscono i ricercatori, più è precoce l’entrata nella scuola media, proprio per i motivi di cui sopra, più difficile sarà per gli alunni. Ma non è detto che il combinato disposto di tutti questi elementi possa essere ulteriormente acuito dal contemporaneo ritorno al maestro unico alle elementari. Il passaggio scolastico comporta alcuni cambiamenti sostanziali: «Un primo cambiamento è relativo alla struttura per ambiti disciplinari. Nella scuola media, invece, gli studenti hanno un monte ore chiaramente distinto per materie e un numero molto superiore di insegnanti, ciascuno con i propri approcci didattici, metodi di insegnamento».

Raro poi, aggiungono gli studiosi, registrare alle medie un coordinamento delle strategie interdisciplinari come pure interventi strutturali di sviluppo delle competenze trasversali. Nel passaggio dalla scuola primaria alla media, il rapporto si complica, si trasforma da informale ed empatico, a formale e distaccato, da un approccio didattico pluridirezionale, si passa ad uno unidirezionale, «attraverso la lezione frontale, che caratterizzerà anche gli studi successivi».

Da una parte gli studenti che entrano alle medie dopo aver concluso un percorso formativo complessivamente positivo ma ancora fanciulli, e dall’altra i professori, preparati sì nella propria disciplina, ma meno sensibili alle istanze pedagogiche che la didattica curricolare e la personalizzazione impongono. Insomma, il peggioramento del rendimento scolastico nella scuola media, che in Italia appare più accentuato che altrove, sembra l’effetto del sovrapporsi di una doppia transizione, quella dello studente dall’età infantile alla pubertà e quella dall’ambiente della scuola primaria a quello della scuola media. Due dinamiche antagoniste capaci di stressare oltre i livelli di guardia studenti e insegnanti, entrambi poco attrezzati per affrontare la sfida del cambiamento.

da ItaliaOggi 06.12.11

"È la partita dell'Italia non di Monti", di Mario Calabresi

Stiamo vivendo giorni stranissimi, improvvisamente un senso di gravità ha contagiato il Paese. Era ora che accadesse, da mesi avevamo perso credibilità e vivevamo sull’orlo del baratro, ma né la classe politica né i cittadini sembravano davvero rendersene conto ipnotizzati da scontri e divisioni.

Ieri Monti ha parlato alla Camera nel silenzio e anche nel gelo: niente ovazioni e nemmeno grida e fischi. Non eravamo più abituati. Nella manovra presentata e nei discorsi che l’hanno accompagnata non c’è quella ricerca del consenso che da anni la politica rincorre a ogni latitudine, anche se da noi in modo più smaccato e plateale. Sembra esserci solo l’urgenza di fermare il crollo della diga, un crollo che avrebbe non solo distrutto la nostra economia ma anche la moneta.

«Un politico pensa alle prossime elezioni, uno statista alle prossime generazioni», sosteneva De Gasperi, e mai come oggi abbiamo bisogno di recuperare uno sguardo lungo e un’idea di futuro. Anche nel Paese, tra i cittadini, c’è malumore per il peso dei sacrifici decisi dal governo. Eppure in gioco c’è il nostro presente e il futuro nostro e dei nostri figli. Non lo facciamo per l’Europa, ha fatto bene Monti a sottolinearlo, ma per noi, perché il debito è nostro e così la responsabilità di fare ordine in casa.

Ieri la differenza tra i tassi di interesse italiani e quelli tedeschi, l’ormai famoso spread, è scesa a una velocità mai vista (di oltre cento punti rispetto a giovedì scorso) e i mercati hanno festeggiato. Ma anche i cittadini dovrebbero tirare un sospiro di sollievo: il calo del costo del denaro significa meno debito pubblico e meno sacrifici futuri.

È stato fatto un primo passo, ma deve essere però evidente che questo è solo il primo tempo, che dovrà essere seguito al più presto da misure decisive per il lavoro e la crescita.

Nella manovra molti non hanno trovato quell’equità che speravano (nel sondaggio sul nostro sito i lettori si sono divisi a metà tra chi la giudica iniqua e chi invece pensa che pur avendo difetti fosse inevitabile), eppure ci sono misure che sembravano impensabili. Chi chiedeva a gran voce che pagassero di più i ricchi non può non vedere che la tassazione del patrimonio immobiliare cresce proprio al crescere dei metri quadrati e del numero degli appartamenti posseduti e questo è equo. Per non parlare delle tasse su barche, auto di grossa cilindrata e aerei.

C’è poi la decisione, che verrà di certo contestata e impugnata, di recuperare un altro miliardo e mezzo di euro da chi aveva fatto rientrare dall’estero i capitali con lo scudo fiscale. Si era detto per mesi che non si poteva fare eppure è accaduto.

E così lo svuotamento delle Province, il taglio dei membri delle Autorità e il passaggio al sistema pensionistico contributivo per tutti (è già successo per i parlamentari e ora lo si aspetta anche per magistrati e militari). Inutile dire che tutti attendono decisioni più incisive per quanto riguarda i costi della politica, anche se non sfugge come sia arduo farle approvare da questo Parlamento.

Restano in sospeso altre tre questioni capitali: la lotta all’evasione fiscale (Monti sostiene che è una sua priorità ma non è ancora chiaro quali saranno le mosse decisive), la disoccupazione giovanile e la precarietà e i servizi per le famiglie (tra l’altro si dovrà supplire al fatto che le donne andranno in pensione più tardi e che ci saranno meno nonne a casa con i nipotini).
Una cosa però è certa, non potevamo pensare di salvarci chiudendoci in difesa, provando a vivere in una trincea sempre più stretta. Ora abbiamo dato un segnale al mondo di serietà, di capacità di reagire e anche di orgoglio. Da qui dobbiamo ripartire per costruire un Paese diverso, con meno privilegi, più meritocrazia, capace ancora di inventare e di crescere, in cui la formazione e la cultura tornino a essere considerate opportunità e non costi da tagliare. Ma non può essere una missione per tecnici, Mario Monti si è caricato il peso dell’impopolarità, adesso la politica e la società civile devono avere il coraggio di fare la loro parte, fuori dalle ideologie e dai vecchi schemi.

Questa manovra dolorosa e pesante può essere il primo passo verso l’uscita dal buio o soltanto una delle tante pezze che l’Italia mette ai suoi guai. La differenza la farà ognuno di noi.

La Stampa 06.12.11

"L'anzianità va in soffitta per sempre", di Nicola Mondelli

Dal 1° gennaio 2012 la pensione di anzianità, quella cioè che fino al 31 dicembre 2011 il personale della scuola poteva conseguire alla maturazione delle quote ( 96 nel 2011 e 2012 e 97 nel 2013) sarà soppressa e sostituita formalmente e sostanzialmente dalla pensione anticipata. Niente più quote, quindi, ma tale pensione si potrà conseguire esclusivamente se gli uomini potranno fare valere una anzianità contributiva di 42 anni, le donne 41 anni. Se l’età anagrafica posseduta all’atto della pensione anticipata sarà inferiore a 63 anni verrà applicata una riduzione percentuale pari a 3 punti percentuali per ogni anno di anticipo rispetto a tale età. Le nuove anzianità contributive dovranno essere gradualmente incrementate dalla speranza di vita.

É questa una delle pesantissime modifiche in materia previdenziale contenuta nelle disposizioni in materia di trattamenti pensionistici approvate dal Consiglio dei Ministri domenica scorsa. Un’altra, ugualmente pesante riguarda la pensione di vecchiaia ordinaria per accedere alla quale il personale femminile della scuola dovrà avere maturato 63 anni nel 2012 e nel 2013, 64 nel 2014 e 2015, 65 nel 2016 e 66 a decorrere dal 1° gennaio 2018. Il personale maschile potrà accedervi, ma a decorrere già dal 1° gennaio 2012, a 66 anni di età anziché 65. In entrambi i casi purché in presenza di una anzianità contributiva minima pari a 20 anni. Modifiche sono state apportate anche ai criteri di calcolo della pensione.

A decorrere dal 1° gennaio 2012 sarà esteso, nei confronti del personale che poteva fare valere fino a 18 anni di contribuzione alla data del 31 dicembre1995 e quindi in regime di calcolo retributivo pieno il sistema di calcolo contributivo anche se limitatamente ai servizi prestati dal 1° gennaio 2012. A fine va segnalata una clausola di salvaguardia secondo la quale il complessivo importo della pensione non potrà risultare comunque superiore a quello derivante dall’applicazione delle regole di calcolo vigenti prima dell’entrata in vigore delle nuove disposizioni.

Con l’introduzione dei nuovi requisiti anagrafici e contributivi, per il personale della scuola sono state implicitamente abrogate le disposizioni che prevedevano l’accesso al trattamento pensionistico dall’inizio dell’anno scolastico successivo a quello di maturazione del diritto a pensione. I possibili effetti delle nuove disposizioni. Le nuove disposizioni in materia di trattamenti pensionistici, sinteticamente riassunte, costituiscono una autentica rivoluzione rispetto alla normativa previdenziale in vigore negli ultimi quaranta anni. É prevedibile che il personale del comparto scuola e dell’Afam che potrà fare valere al 31 dicembre 2011 i requisiti per accedere al trattamento pensionistico( sono circa 40 mila) cercherà, in un numero maggiore che nel passato, di lasciare il servizio non appena se ne presenteranno le condizioni più favorevoli. Per quanti non possono fare valere tali requisiti, la cessazione dal servizio potrà avvenire di norma solo con il possesso dei nuovi requisiti.

Pesanti potrebbero essere le conseguenze in tema nuove disponibilità di posti vacanti ai fine del conferimento degli incarichi sia a tempo indeterminato che determinato. Meno personale in pensione significa turnover ridotto all’osso e notevole innalzamento dell’età anagrafica sia dei docenti che del personale Ata. Entrambe le situazioni di cui non si sentiva affatto la necessità.

da ItaliaOggi 06.12.11