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"Previdenza Pensioni, contributivo per tutti rialzo dell'età e stretta sull'anzianità", da repubblica.it

Estensione del metodo contributivo a tutti i lavoratori, aumento dell’età di vecchiaia per le donne del settore privato, abolizione delle finestre mobili (e assorbimento di questi periodi nell’età effettiva di pensionamento) stretta sull’anzianità e aumento delle aliquote per i lavoratori autonomi: sono le principali misure previste per la riforma della previdenza prevista dalla manovra correttiva.

Finestra mobile assorbita nell’età effettiva. Scompare il meccanismo della “decorrenza” di 12 mesi per i dipendenti e 18 per gli autonomi” previsto dalla manovra 2010 a partire dal 2011 che allungava di fatto i tempi per l’accesso al pensionamento. Il periodo sarà assorbito nei requisiti che per la vecchiaia degli uomini dipendenti saranno dall’anno prossimo pari a 66 anni (65 anni attuali più 12 mesi di finestra). I lavoratori autonomi andranno in pensione dal 2012 a 66 anni e sei mesi. Le lavoratrici autonome a 63 anni e sei mesi.

Donne in pensione di vecchiaia a 62 anni. Si accelera sull’aumento dell’età di vecchiaia delle donne dipendenti del settore privato. Dal 2012 andranno in pensione a 62 anni, mentre entro il 2018 saranno a quota 66 come gli uomini e le donne del settore pubblico (a 66 anni dal 2012). Lo scalino tra 2011 e 2012 sarà quindi di due anni dato che quest’anno le donne dipendenti del settore privato uscivano a 60 anni più 12 mesi di finestra mobile (quindi a 61).

Stretta sull’anzianità. Si potra andare in pensione in anticipo rispetto all’età di vecchiaia solo se sarà stata maturata un’anzianità contributiva di 42 anni e un mese per chi li matura nel 2012, 42 anni e due mesi per chi li matura nel 2013 e 42 anni e 3 mesi per chi li matura nel 2014. Per chi esce in pensione anticipata prima dei 63 anni di età dal 2012 avrà una penalizzazione sulla quota liquidata con il retributivo del 3% per ogni anno di anticipo nell’accesso al pensionamento prima dei 63 anni di età.

Aumentano le aliquote per gli autonomi. Il ministro del Welfare, Elsa Fornero, ha parlato di un aumento delle aliquote contributive degli autonomi (adesso al 20-21% per i commercianti e gli artigiani a fronte del 33% dei dipendenti), potrebbero crescere di due punti percentuali.

Fascia flessibile per pensionamento. Per le donne prevista una fascia flessibile per il pensionamento tra i 63 e i 70 anni mentre per gli uomini sarà tra i 66 e i 70. Ci saranno vantaggi per chi esce più tardi e penalizzazioni per chi esce dal lavoro prima.

Stop alla rivaluzione delle pensioni. Le pensioni in essere saranno congelate per il 2012 rispetto all’inflazione. Saranno salve solo le minime (467,42 euro) che avranno la rivalutazione piena mentre sarà prevista una rivalutazione parziale per quelle fino a due volte il minimo (935 euro al mese).

da www.repubblica.it

«Essenza», di Marina Boscaino

Bisogna dire che – da un certo punto di vista – si tratta di un gioco da ragazzi: succedere all’immeritevole Gelmini, rea – oltre che di una delle operazioni più devastanti a carico della scuola pubblica italiana – anche di una serie di gaffe epocali, determinate sostanzialmente da una assoluta mancanza di conoscenza e da un mix esplosivo di protervia e incoscienza, non è esattamente un’impresa titanica. Ci vuole poco.
Molto più ci vuole per dire – e, soprattutto, fare – qualcosa di significativo in un settore dalle dimensioni elefantiache, ridotto ai minimi termini dalla “cura da cavallo” annunciata (e poi attuata) nel 2008 da Tremonti e Gelmini.
Durante il IX congresso dell’Anp (Associazione Nazionale Presidi) qualche giorno fa finalmente il ministro Profumo è uscito allo scoperto, ribadendo la centralità di scuola e università per il rilancio del Paese.
A parte alcuni evergreen – come l’evocazione della “ capacità di rispondere con flessibilità e progetti educativi più personalizzati alle esigenze dei nostri alunni” o il fatto che i mezzi di comunicazione e interazione sono “in continuo mutamento, e dunque una scuola proiettata nel futuro non può limitarsi a un’interazione unica e statica che si estrinsechi nel professore in cattedra e nello studente al banco di fronte” – ancora una volta e per l’ennesima volta il ministro si è soffermato sulla questione della valutazione.
In questo e in altri interenti pubblici Profumo continua a parlare di valutazione come se il nostro Paese avesse un sistema all’altezza di molti altri Stati europei, dove la valutazione è una pratica da decenni, validata culturalmente ed economicamente.
Non credo invece che per “consentirci di riflettere sulla reale efficacia del lavoro di didattica, e per metterci nelle condizioni di migliorarci”, come ha detto il ministro, possa essere funzionale un semplice potenziamento delle attuali pratiche valutative all’italiana. Va piuttosto introdotto un cambiamento di rotta.
La valutazione è innanzitutto una pratica di democrazia, di rendicontazione e di miglioramento di qualsiasi sistema. È un modo per dire ai portatori di interesse, i cittadini medesimi, gli enti locali, lo Stato: eccoci, questo è ciò che abbiamo fatto, a fronte dei fondi pubblici che ci sono stati riservati. Se questa è la valutazione. E questa valutazione deve considerare le variabili alle quali ciascun sistema è sottoposto: nel caso delle scuole livello socioeconomico dell’utenza, ubicazione, disponibilità di risorse, significatività del rapporto con il territorio.
E questo tipo di indagine sui risultati e sulle loro ragioni e implicazioni deve essere volta al monitoraggio e al miglioramento del sistema: le sue rilevazioni devono servire a questo, non essere presentate – come nel recente passato – come astratti parametri per introdurre la logica “premio” vs. “punizione” nei confronti di una categoria di lavoratori considerata in modo preconcetto inefficiente e fannullona.
Né tanto meno sfociare in mera individuazione e selezione darwiniana delle unità scolastiche i cui risultati siano insufficienti rispetto a parametri e traguardi prefissati, criterio a cui rischia di indirizzare la famosa lettera del novembre scorso a firma Olli Rehn, contenente 39 quesiti sui provvedimenti di natura economica annunciati dal precedente governo, qualora nel rispondere alla domanda “Quali caratteristiche avrà il programma di ristrutturazione delle singole scuole che hanno ottenuto risultati insoddisfacenti ai test INVALSI?”, venisse assunta una prospettiva centrata sulle singole unità scolastiche svincolandole dall’analisi del sistema nel suo complesso.
Non è possibile, ad esempio, scindere i probabili esiti insoddisfacenti di un istituto professionale non solo dal territorio di riferimento, ma dal flusso di popolazione scolastica in ingresso dalla scuola media e dalle modalità dell’orientamento degli studenti scelte da parte di quest’ultima.
In ogni caso, perché la questione della valutazione e la partecipazione diretta ai suoi processi e alle sue procedure siano vissute dalla comunità scolastica con adesione (e non con sospetto e propensione al conflitto) va costruito un modello davvero affidabile sul piano scientifico, frutto – come nei Paesi europei considerati punto di riferimento per l’innovazione necessaria nel nostro – di significativi investimenti ad hoc e di studi approfonditi, di dibattito e di confronto aperto, non di imposizioni e forzature dell’ultimo momento, sulla base di un imparaticcio che viene rovesciato sull’insieme delle scuole in modo affrettato e senza vero coinvolgimento culturale degli insegnanti e degli studenti.

da http://www.pavonerisorse.it

Bersani: “Un nuovo patto civile per la ricostruzione”

“E’molto più difficile superare il berlusconismo che far uscire dal governo Berlusconi e Bossi. Il PD non fa il verso al berlusconismo. Noi facciamo l’inverso perché siamo alternativi a quel sistema di valori senza se e senza ma”. Pier Luigi Bersani chiude gli Stati generali della Cultura.
“Sono ore pesanti, ore drammatiche perché entriamo in un mare in tempesta fatto da scelte molto difficili. Terremo il timone perché il paese ha bisogno di un forza come la nostra che sappia collegare ciò che è stato a ciò che sarà. Ne ha bisogno l’Italia e noi terremo i nervi saldi e trasmetteremo trasparenza, chiarezza”. Così il segretario Pier Luigi Bersani ha introdotto l’intervento di chiusura degli Stati generali della Cultura del Partito Democratico.

“Arriviamo ad un punto drammatico consapevoli che potevamo evitarlo. Per molto tempo abbiamo detto che la crisi c’era e che in questa crisi c’era un problema tutto italiano. Ci hanno risposto dicendo che la crisi era solo psicologica e che i conti pubblici erano a posto. Così Il Paese si è addormentato”.

“Certo non avremmo potuto evitare la crisi internazionale ma sicuramente avremmo potuto evitare di essere il Paese più esposto e quello più a rischio per l’Europa. Se siamo vicino al default, al fallimento è perché qualcuno ci ha portato fin qui. E non si azzardi la Lega ad accendere le polveri che lei stessa ha messo sotto i piedi del Paese. Abbiamo buona memoria”.
Siamo pronti ad affrontare la situazione e a dire come faremo noi, non pretendendo da questo nuovo governo il 100% di quello che vorremo. Ma ribadiamo che c’è bisogno di equità e consapevolezza. Abbiamo proposte molto precise, proposte ancora attualissime che se fossero state prese per tempo non ci avrebbero portato a questa situazione. Senza equilibrio non ci può essere crescita”.

“Il Paese deve essere messo in chiara posizione di conoscenza dei problemi: l’emergenza e la transizione e vanno affrontate con responsabilità. Il nostro orizzonte si chiama ricostruzione democratica e sociale del Paese. Ci sono tante cose da fare per ripartire e non bastano le sole risposte di transizione. Serve una legislatura di ricostruzione, questa è l’agenda politica a partire da una dozzina di riforme da fare che rappresentino il carburante per la riscossa civica. Questi sono gli orizzonti del Partito Democratico. Siamo un partito riformista e popolare, non pedagogico”.

“Lo avvertiamo tutti c’è siamo arrivati alla chiusura di una fase e che si sta aprendo una strada nuova dai contorni ancora incerti. Da chiudere non ci sono solo i sistemi economici che hanno portato alla crisi ma quel schema di valori che si è creato attorno alla crisi. Questo riguarda tutto l’occidente e non riusciamo ancora a razionalizzarlo. Quando avremmo una prospettiva più agevole per guardare ad un arco di tempo più lungo, ci accorgeremo che si sta chiudendo una fase 30ennale fatta da un universo economico e culturale che ha investito tutto il mondo. Un tempo segnato dal grande salto tecnologico che ha messo in moto alcuni processi come i meccanismi della finanza: l’esigenza di capitalizzare e innescare nel mondo le nuove tecnologie ha permesso alla finanza di porsi al di sopra di tutto. Si è consolidato un sistema di valori fittizi che ha creato disuguaglianze galoppanti e nuovi fenomeni di senso comune: ricchezza e individualismo, pane e opportunità. Il buono lo diceva il mercato in base a quello che la finanza riusciva a vendere. La tecnologia ha portato la credenza che l’informazione fosse conoscenza. Che la conoscenza fosse un’informazione messa dentro degli scaffali. E tutto questo fu favorito e ingigantito dall’effetto frullatore della globalizzazione”.

“Questo sistema di illusioni ha favorito il populismo ovunque. La crisi di rappresentanza ha avuto la sua semplificazione nelle politiche populiste della destra. L’Italia ha sperimentato tutto il populismo al governo. Berlusconi ha portato il modello della destra vincente con ripiegamento populista. Ora la vera domanda da porsi è: tutto questo è finito o no? Distinguiamo il berlusconismo, il sistema di comando venuto meno (soprattutto per come abbiamo lavorato noi del PD), dal sistema di movimento delle ondate culturali della società. Ancora adesso non possiamo dire di avere alle spalle il berlusconismo in tutte le sue forme. C’è ancora un consenso ideale e morale del berlusconismo e delle sue derive leghiste. Cambiare questo pensiero è molto più difficile di far uscire dal governo Berlusconi e Bossi. Il non rispetto delle regole, la furbizia, il maschilismo, il disprezzo per lo Stato e per la Cultura, il deperimento e involgarimento del linguaggio, la demonizzazione del diverso non sono del tutto superate. Tutto questo è stato gestito in maniera esplicita e in modo eroico: ci vuole un certo fisico nel dire davanti alla Guardia di Finanza che è lecito e giusto non pagare le tasse. Non è da tutti trattare gli insegnanti come nulla facenti, o prendere comunione pur essendo divorziato, o insultare la prima fila degli imprenditori”.

“Noi siamo alternativi a questi valori senza se e senza ma. Non facciamo il verso al berlusconismo. Facciamo l’inverso a cominciare dal tema più sfidante che è il modello di democrazia da costruire. Che tipo di democrazia vogliamo? Populista dove il consenso viene prima delle regole o su base costituzionale? Per noi una buona politica è l’unica salvezza. E la parola chiave deve essere uguaglianza: senza uguaglianza non c’è crescita, non c’è rispetto delle diversità. I problemi si risolvono con umanità e apertura! Onestà e sobrietà sono parole che devono girare sia nel pubblico, sia nel privato. Valori umanistici forti di una politica che li sappia tenere fermi come un’ispirazione”.

“La polemica verso quelli che ci hanno portato fin qui non è solo economica ma riguarda i germi recessivi che hanno messo dentro la società. Per ricostruire il Paese è impensabile che lo sforzo sia solo sulle spalle di un partito o della politica. La cultura rivendichi la sua libertà e il suo spirito irriducibile ma quello che serve in tutti i luoghi è un nuovo patto civile per la ricostruzione che investa tutta la società. Una darsi la mano in autonomia tra cultura e politica. Un’assunzione di responsabilità da parte del mondo della cultura affinché questa sia più accessibile a chi è più svantaggiato e a chi parte da più lontano”.

Andrea Draghetti

www.partitodemocratico.it

"Mi diedero del pazzo ma quell´idea ha ridato la speranza alle donne", di Dario Cresto-Dina

La mia ricerca del ´69 sembrava visionaria: rinunciare alla mastectomia andava contro le certezze del Ghota dell´oncologia. In quegli anni vinceva il fatalismo, il male era considerato incurabile E molti pazienti dopo la diagnosi venivano abbandonati a se stessi. Fu l´intuizione che salvò la femminilità. Trent´anni or sono il «New England of Medicine» riconobbe e pubblicò il lavoro di Umberto Veronesi sulla quadrantectomia, confermando per la prima volta l´efficacia di un intervento «non invasivo» nella cura del cancro al seno. Arrivò al traguardo un cammino scientifico cominciato dodici anni prima.
Professor Veronesi, che cosa ricorda di quei giorni?
«Lo sguardo scandalizzato del Gotha mondiale della medicina quando esposi l´idea al congresso di Ginevra. Era il 1969. Le reazioni furono ostili. Ero giovane, ero italiano, venivamo considerati scienziati di serie B, e trasgredivo all´ortodossia del tempo. Tre qualità sufficienti a venire isolato dalla confraternita. In altre parole, mi diedero del pazzo».
Non c´era anche la paura di sbagliare?
«L´ho avuta per otto anni. L´angoscia dell´errore. Non ci dormivo di notte».
In che cosa trasgrediva, come medico?
«Credevo in una speranza. Negli anni Sessanta la lotta ai tumori era in un vicolo cieco. La presunta incurabilità del male trasformava in fatalisti la maggior parte degli oncologi. Pazienti venivano mandati a casa senza terapie, altri subivano interventi demolitivi che li annientavano sul piano psicologico».
Lei ha scritto che quando entrò per la prima volta all´Istituto tumori di Milano le sembrò di aver messo piede in un lazzaretto. Perché?
«Stava vicino a casa mia, ci passavo davanti in bici. Nel ‘51, avevo ventisei anni, in un bar di piazza Piola un impresario teatrale mi domandò se volevo conoscere il professor Piero Bucalossi, allora direttore della chirurgia dell´ospedale. In quell´incontro si compì il mio destino. Nelle stanze dell´Istituto Tumori fui meravigliato dal mio maestro, ma rischiai anche di venire travolto dalla sofferenza e dalla rassegnazione che si respirava a quel tempo. Un´aria da peste manzoniana».
Com´era per le donne?
«Nei confronti delle donne colpite da un cancro al seno scattava il dogma della mastectomia, cioè l´asportazione totale della mammella, dei linfonodi dell´ascella e dei muscoli pettorali a cui si aggiungevano lunghe sedute di radioterapia».
Una devastazione fisica.
«Chi rifiutava l´intervento veniva respinta e condannata a morire. Decisi di provare a scavalcare il protocollo. Da anni studiavo gli esami istologici per trovare la conferma di un´idea: pensavo che per curare un tumore del seno di piccole dimensioni sarebbe stato sufficiente togliere il lobo della ghiandola nella quale si insediava il nodulo. Al microscopio mi ero reso conto che nella fase iniziale le cellule malate si riproducevano in modo meno aggressivo».
Quando s´iniziò la sperimentazione?
«Lo studio clinico cominciò nel 1973 e durò otto anni su 700 donne. La metà di loro venne sottoposta a mastectomia, le altre alla quadrantectomia che prevedeva l´asportazione di una sola parte della mammella. La mia prima paziente, quello che si chiama il Paziente Zero, fu Laura, una ragazza milanese di 26 anni che, lo ricordo ancora, abitava in piazzale Bacone. Mi disse: mi sposo tra poche settimane, ho un bel seno, non voglio perderlo. Laura si è sposata e sta bene ancora oggi».
Fu una rivoluzione per l´oncologia?
«Senza dubbio fu un salto in avanti di due posizioni. Per la prima volta l´oncologia poteva pensare non solo di salvare una vita, anche la sua qualità. Venne sradicato il principio del massimo tollerabile a favore del minimo efficace. La mortalità diminuì, oggi siamo alla quota di sopravvivenza dell´85 per cento, e senza lo spettro dell´amputazione sempre e comunque le donne cominciarono ad avvicinarsi alla diagnosi precoce. Forse l´autentica rivoluzione si è manifestata nel rapporto medico-paziente. L´attenzione all´integrità fisica e alla dimensione psicologica della malattia introdusse l´elemento dell´empatia, cioè la partecipazione consapevole del malato alla propria cura. Un fondamento della medicina moderna».
Professore, lei ha più di 80 anni. Quali sono state le più importanti tappe della medicina di cui è stato testimone?
«Le vaccinazioni contro le grandi malattie virali come il vaiolo, la difterite e la poliomielite, gli antibiotici per debellare le infezioni, la radioterapia per i tumori, i trapianti d´organo, la decodifica del DNA, l´applicazione del calcolo informatico all´imaging diagnostico, le cellule staminali».
Sconfiggeremo il cancro?
«Io penso che un giorno l´uomo vincerà anche questa sfida. La prossima scoperta decisiva potrebbe chiamarsi Mirna. Significa microRNA: frammenti genetici specifici che le cellule tumorali immettono nel sangue alcuni anni prima che il tumore diventi anche solo una presenza di pochi millimetri. Attraverso un semplice esame del sangue ora è già possibile individuare il cancro del polmone molto prima che si manifesti. E presto il test sarà disponibile anche per il tumore del seno».

La Repubblica 04.12.11

Bersani chiede equità «Adesso paghi di più chi ha avuto privilegi», di Maria Zegarelli

Bersani nell’incontro di ieri sera con il premier ha presentato le proposte del Pd: equità, liberalizzazioni, patrimoniale, per far dare di più a chi finora non ha dato. Nel partito l’obiettivo è: manterere l’unità. Militanti preoccupati. «Andiamo a Palazzo Chigi chiedendo che questa manovra sia equa, che imponga di dare di più a chi finora ha dato di meno e che non sia recessiva, che preveda misure per la crescita e la revisione per le procedure beauty contest, ossia la gara per le frequenze digitali, oltre alla riduzione dei costi della politica». Pier Luigi Bersani con questo spirito ieri sera alle nove e mezza ha incontrato il presidente del Consiglio, insieme ai capigruppo Finocchiaro e Franceschini, sapendo quanto la partita sia difficile e fondamentale. Il Pd appoggia questo governo, con responsabilità, senza porre veti, ma con le «proprie idee», consapevole della grande preoccupazione nell’opinione pubblica e dei rischi, anche in termini di consensi, che corrono al Nazareno. Le «proprie idee» ieri sera erano contenute in una cartella che il segretario ha portato con sé, molti degli emendamenti presentati durante le due manovre d’estate, e che ha illustrato al premier: dall’introduzione di una patrimoniale reale, non simbolica, a un pacchetto di liberalizzazioni, interventi per la razionalizzazione e dell’efficientamento della pubblica amministrazione e quindi della spesa pubblica.
Ma è soprattutto dei punti dolenti per il Pd che si è discusso: il blocco delle indicizzazioni delle pensioni rispetto all’inflazione e il tetto delle pensioni di anzianità che dovrebbe essere alzato a 42 anni di contribuzione. «Non si può bloccare l’adeguamento all’inflazione delle pensioni inferiori ai mille euro al mese», ha spiegato il leader Pd, così come per le anzianità è necessario prevedere modulazioni: non si può chiedere a chi ha iniziato a lavorare prima dei 18 anni di età, facendo lavori anche pesanti, di continuare a farlo oltre i 40 anni di contribuzione. Bersani ha ribadito a Monti in privato quello che ha detto più volte pubblicamente: c’è bisogno di un cambio di passo, non si può chiedere sempre e soltanto a chi ha già dato, a chi questa volta non sarebbe in grado di sostenere ulteriori sacrifici perché è già sui livelli minimi. Bisogna dare un segnale forte al Paese con misure che stavolta chiamino in campo chi è stato fino ad ora agevolato dai condoni fiscali, edilizi e dai privilegi di casta. Dunque, una tassa sui grandi patrimoni immobiliari, una seria lotta all’evasione attraverso la tracciabilità delle transazioni, un elenco clienti-fornitori, la comunicazione all’Agenzia delle entrate dei saldi dei conti correnti, obbligo di indicare nella dichiarazione dei redditi l’ammontare del patrimonio. «Noi ribadiamo la nostra posizione sull’equità come segno di discontinuità al governo Berlusconi. I redditi bassi hanno già dato tanto e altri soggetti sociali devono iniziare a contribuire», ha ribadire ieri il responsabile Economia Stefano Fassina, che martedì mattina incontrerà i capigruppo delle Commissioni Bilancio, Lavoro e Finanze di Camera e Senato per valutare le misure e decidere insieme la strategia per l’aula. L’obiettivo è anche quello di preservare l’unità con cui finora il Pd ha gestito la battaglia per mandare a casa Berlusconi e poi quella per la nascita del governo di «salvezza nazionale». «Il Pd non è mai stato unito come adesso e convinto della necessità di questo passaggio: l’abbiamo gestito bene tutti insieme», ha detto Walter Veltroni in un’intervista al Corriere. «Approvata questa manovra è necessario che finisca il gioco delle ombre cinesi, di una politica che c’è ma non si vede e vota per forza – dice Beppe Fioroni , per passare a un sostegno corresponsabile e profondamente riformatore. Questo sarà un modo per sciogliere i nodi di merito anche nel nostro partito». Ma si deve gestire questa fase e tanti elettori e militanti del Pd in migliaia di email inviate al Nazareno chiedono cosa succederà, quanto ancora dovranno pagare.
E Bersani sa bene che il mondo di riferimento del Pd, gran parte del quale è lo stesso che ieri si è incontrato al PalaLottomatica, se ha capito e premiato – come dimostrano i sondaggi che danno il partito tra il 28,5% e il 32% la linea della responsabilità, oggi si aspetta però che il Pd riesca ad essere incisivo rispetto alle misure anticrisi che il governo sta per varare.

L’Unità 04.12.11

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Fassina, responsabile economico del Pd “Trattativa fino all’ultimo per il massimo di equità”, di Giovanna Casadio

Bisogna colpire chi ha evaso ed evade il fisco non chi ha fatto lavori pesanti. No al blocco Istat delle pensioni. «Lavoriamo ancora, trattiamo fino all´ultimo istante per realizzare il massimo di equità». Stefano Fassina, il responsabile economia, linea gauchista del Pd, tiene il punto.
Fassina, sarà una stangata, ma ve l´aspettavate?
«L´importante è che si tratti di un pacchetto di misure, e che dia chiarissimo il segno di discontinuità rispetto al passato governo Berlusconi. La partita non comincia ora, con il decreto del presidente Monti; è cominciata sin dall´inizio della legislatura: è da allora che i redditi bassi hanno perso 4 a 0. Bisogna insomma tenere conto del carico di iniquità che hanno avuto le manovre dell´esecutivo Berlusconi».
Ecco, l´equità è diventato una specie di mantra. Cos´è equo per i Democratici?
«Equo è far contribuire in questo sforzo chi non ha contribuito e in particolare i patrimoni di grande valore; equo è disturbare i signori dei 105 miliardi di capitali evasi condonati da Berlusconi, Bossi e Tremonti facendo pagare una miseria, il 5%, di tassa mentre negli altri paesi hanno versato il 30 o 40%. Equo è garantire l´indicizzazione delle pensioni; eque sono le misure efficaci di contrasto all´evasione come l´elenco clienti fornitori, oltre alla tracciabilità dei pagamenti».
Sull´aumento delle aliquote Irpef?
«Vedremo se ci sarà».
E i 40 anni massimo di contributi sono un numero sacro come dice la Camusso? A lei, Fassina, preme mantenere l´asse con la Cgil?
«Chi ha lavorato 40 anni va tutelato e non si penalizzi chi ha fatto lavori pesanti. A me interessa salvare l´asse con i lavoratori di questo paese».
Comunque ci saranno emendamenti del Pd in Parlamento?
«Lavoriamo perché l´equità ci sia sin dall´inizio nel decreto. E i parlamentari possono prendere le iniziative che ritengono».

L’Unità 04.12.11

"La scommessa del Pd: investire sulla cultura per far ripartire il Paese", di Maria Zegarelli e Luca Del Frà

Le Officine Marconi sono fuori dalla città e dal suo cuore pulsante. Una ex fabbrica, quale luogo migliore per assemblare i tanti pezzi che compongono la macchina della cultura, mai così in sofferenza come in questi anni dove c’è stato chi la considerava addirittura superflua, perché “non si mangia”. E qui, agli «Stati generali» organizzati dal Pd i pezzi ci sono tutti, e colpisce accanto a quella di scrittori, artisti dello spettacolo, la presenza mai così numerosa degli operatori dei Beni culturali, archeologi, restauratori e architetti. Sono lavoratori, «non è una platea di partito» – come dice l’organizzatore Matteo Orfini, responsabile del settore per il Nazareno – «Sono i 450 rappresentanti che sono stati delegati in oltre 70 incontri svolti su tutto il territorio». Quello che sperano non è cosa semplice: rimettere al centro della Politica, quella con la “P” maiuscola, la cultura, proprio adesso, quando la crisi è più acuta e i morsi si fanno sentire come mai. E non è un caso, allora, se «i tassi di accesso culturale più bassi sono in Italia, Spagna, Portogallo, Grecia e Irlanda, ovvero proprio quei paesi che sono stati colpiti dalla crisi» spiega Orfini aprendo i lavori.
Giovanna Melandri, ministro per i Beni culturali dal 1998 al 2001, non ha dubbi: «Usciremo dalla marginalità soltanto se dimostreremo che le politiche culturali sono cruciali per la crescita del Paese». E a Stefano Fassina e Pier Luigi Bersani suggerisce: «Dovrebbero essere parte integrante del programma economico del partito». Fassina a sua volta non tarda a battere un colpo: «Cultura e lavoro – conclude nel suo intervento – sono facce della stessa medaglia». Nessuna lagnanza per la scarsità delle risorse nei tanti interventi, ma una massa enorme di proposte: dalla regolamentazione delle professioni culturali, alla necessità di una centralità del ministero dei Beni Culturali per la tutela del territorio, ribadita da Irene Berlingò di Assotecnici, alla necessità di un welfare per i lavoratori dello spettacolo, secondo Maurizio Roi dell’Agis fattibile con i contributi che l’Empals non riesce a erogare e accumula, alla forza politica che possono avere i modelli culturali nella vita, come ha ricordato Vincenzo Vita della commissione cultura del Senato.
«È importante che gli intellettuali abbiano risposto a questo appello – chiosa Orfini – a ritrovare la gioia dell’impegno civile per cambiare e non conservare vecchi privilegi». Che non sia una platea tenera lo dimostra Paola Stelzter, trentina scesa fino a Roma per protestare contro il sindaco di Trento, Alessandro Andreatta del Pd, che vuole tagliare i fondi alla Galleria Civica della città che rischia di chiudere: lei come imprenditrice la sostiene economicamente e come militante del Pd vuole occupare per farla rimanere aperta.
Roberto Cecchi, fresco di nomina a sottosegretario ai Beni Culturali, denuncia subito le condizioni del ministero che rischia di non ottemperare più al dettato della Costituzione e cioè la tutela che, spiega non è più per il bene culturale, ma per il paesaggio. Rilancia la creazione dei piani paesaggistici con le regioni, chiosando: «Se ne parla dal 1937».
Walter Veltroni sceglie tre temi per il suo intervento conclusivo: cose, persone, parole. Ecco la chiave da cui ripartire, quella perduta in questi anni di crescente «paura, dettata dal tempo difficile che stiamo vivendo».
Cose, persone, parole per riaccendere la connessione di energie, per immaginare «un nuovo modello di crescita e di sviluppo» e per innestare «nuovi strumenti di regolazione». E più cresce la capacità di conoscenza più crescono le aspettative. Ma è quando diminuisce la speranza di vederle realizzate che si corrono i rischi più gravi: ecco perché la cultura, dice l’ex segretario Pd, oggi deve essere intesa «come opportunità, incontro, relazione tra produzione e fruizione», ricostruendo il tessuto sociale attraverso una continua connessione tra passato e futuro, «superando l’eterno presente». E se questo eterno presente sembra un tunnel, un modo per uscirne c’è: puntare sulla conoscenza, intesa come scuola, università, ricerca, cultura. Senza timidezza «per il finanziamento pubblico della cultura».

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Intervista a Carlo Lizzani «Agli intellettuali: la politica si fa insieme senza individualismi»

Il regista di «Achtung! Banditi!» all’iniziativa del Pd: il berlusconismo ha fallito per 15 anni nel settore culturale, la sinistra ritrovi l’energia. Dopo la guerra il Paese era distrutto e dovevamo fare la nostra parte, allora abbiamo agito un po’ come una squadra, insieme: oggi non c’è questo senso di appartenenza». Lizzani Carlo, classe 1922, regista tra i protagonisti della stagione neorealista, saggista e critico: giunto nel suo novantesimo anno, è lui il grande vecchio degli Stati generali della Cultura del Pd, che si stanno tenendo a Roma.
Nella giornata di ieri ha scaldato con le sue parole il pubblico e i tantissimi delegati, e ci affida alcune riflessioni sul rapporto tra politica e cultura che negli ultimi anni si è venuto pericolosamente incrinando. I governi di centrodestra nel settore culturale hanno miseramente fallito, la sinistra ha perso quella egemonia che sembrava avere fino a venti anni fa, e gli intellettuali? La stessa parola intellettuali oggi non sembra più un complimento.
Allora, Lizzani, cosa è successo nel dopoguerra che ha reso così particolare la situazione italiana?
«Due cose fondamentali: la prima è che il neorealismo non era affatto un fenomeno naturalista, ma vi convergevano influssi diversissimi, dal surrealismo a tutte le altre avanguardie del Novecento. Il che comportava un rapporto gomito a gomito tra intellettuali diversissimi: registi, pittori, scrittori, musicisti».
E il rapporto con la politica, anzi con i politici?
«In quella generazione di intellettuali, la mia, metà si gettò nelle battaglie politiche, penso a Ingrao e a tanti altri, e l’altra metà si mise a lavorare nella cultura. A molti, come me, sembrava un arretramento, ma in quegli anni cominciarono a uscire i quaderni di Gramsci, dove scoprivamo che l’intellettuale era parte integrante della battaglia politica». L’egemonia e l’intellettuale organico, tutto questo non portava limitazione al vostro agire?
«Limitazioni direi di no. Scontri, attriti, sì. Mi torna in mente la polemica tra Togliatti e Vittorini, e quindi anche le fortissime incomprensioni e le divisioni. E poi occorre ricordare che quell’egemonia era anche un po’ regalata: il potere democristiano considerava pericolosi sovversivi registi come Germi, Lattuada e perfino Monicelli, che era iscritto al Partito Socialista ma era un feroce anticomunista. E questo solo perché affrontavano temi scottanti. In definitiva con tutti gli scontri, le scomuniche e le eresie, a me quegli anni sembrano molto più interessanti di quanto accade oggi».
E che accade oggi?
«Anche a sinistra abbiamo assistito a uno scollamento: da una parte una forma di abbandono degli intellettuali da parte della politica, dall’altra gli intellettuali hanno risposto con scelte sempre più individualiste».
In queste scelte individualiste è il modello berlusconiano che ha trionfato?
«Definirlo berlusconiano rischia di essere una semplificazione, e non ci fa comprendere un fenomeno complesso che riguarda tutti, profondamente. Ancora la generazione di Bellocchio e dei Taviani stava insieme, si concentrava su un lavoro politico che era fatto di pazienza e reciproca comprensione, oggi si fanno scelte diverse, forse più sbrigative».
Per esempio la vicinanza di molti intellettuali agli indignati?
«È un buon esempio: la cause della protesta degli indignati sono nobili, giuste, condivisibili. Ma tutto viene affrontato sull’onda di un’emozione, che sembra comodo cavalcare. Occorre anche porsi di fronte a un lavoro intellettuale, non dico risolverli, ma almeno affrontarli quei problemi».
E la sinistra, la sua classe politica non ha nulla da rimproverarsi? «Nel tempo si è sfilacciato il contatto continuativo tra politici e intellettuali e anche in questi ultimi fra loro. E così è successo che anche la vicinanza tra intellettuali e politici ha funzionato più come immagine che non come stimolo per entrambi. Ma questi quindici anni di Berlusconi ci devono insegnare che la destra ha fallito miseramente in questo settore. Così resta una enorme potenzialità di egemonia».
In che senso?
«La politica si fa stando insieme, scontrandosi e ascoltando, cose che oggi accadono sempre meno. È indubitabile che iniziative come gli Stati Generali del Pd mostrino una rinnovata attenzione alla cultura, ma poi l’impressione è che ognuno torni nel suo alveo. Non dovrebbe accadere».

L’Unità 04.12.11

"Come evitare la catastrofe", di Mario Pirani

Mi torna alla mente una scritta che qualche tempo fa vidi su un muro di Trastevere a Roma: “Contro la crisi annamo a rubbà!”. Lì per lì mi sembrò una spiritosa provocazione ma, con quel che sta avvenendo, mi viene il dubbio che ormai possa esser letta come una risposta scientificamente valida, almeno sotto il profilo di un sondaggio popolare basato sui grandi numeri. L´incertezza sul futuro incombe. Tutti si chiedono e ti chiedono: “Come andrà a finire ?”. Ma non c´è risposta.
Anche se una specie di reazione scaramantica suggerisce di sfuggire alle previsioni più realistiche ma ad un tempo più catastrofiche. Forse più che leggere le odierne cronache economiche bisognerebbe sfogliare un celebre romanzo degli anni Trenta, Furore di John Steinbeck, l´odissea realistica di migliaia e migliaia di disoccupati che la Grande Depressione aveva sradicato dalla loro terra e che attraversavano l´America dall´Est all´Ovest alla ricerca vana di un qualsiasi lavoro per sopravvivere. Ma se questo racconto si presta angosciosamente a delinearci il possibile – anche se speranzosamente improbabile – profilo di un futuro prossimo venturo, l´esperienza vissuta, l´intelligenza storica e politica accumulate, lo spirito di sopravvivenza, e, infine, la perizia tecnica, potrebbero ancora sventare il peggio. A condizione di prendere davvero atto del pericolo e agire di conseguenza.
Il che per ora non è, né sul piano europeo, né su quello italiano. Non saranno, infatti, le formule incomprensibili ai più su nuovi patti di stabilità, l´emissione o meno di eurobond meno ostici oltre Reno, i ventilati accordi intergovernativi imperniati sul club delle triple A, ancora superstiti, a ridare fiato e speranza all´economia dell´Ue. Fiato e speranza di nuovo evocabili e non spenti sul nascere, solo se un gruppo di governanti, disposti a giocarsi il tutto per tutto sul piano politico, prima ancora che economico, si mostreranno capaci di rimettere in agenda il compimento di quel cantiere lasciato a metà per edificare una Europa unita; solo se questo pugno di uomini di Stato sapessero ricordare a se stessi e alle opinioni pubbliche che l´opera venne intrapresa per fugare l´incubo secolare delle ricorrenti guerre intra-europee, per aprire la libera circolazione fra le nazioni, prima ai lavoratori poi alle merci, oltre ogni dazio e frontiera; per garantire in Occidente uno spazio democratico fondamentalmente concorde, capace di attrarre, come è avvenuto, gli Stati dell´Est ancora sotto il peso della dittatura; per prevenire nuove crisi economiche e garantirci il buon funzionamento di una economia sociale di mercato.
Naturalmente oggi la valorizzazione dei punti di partenza andrebbe accompagnata dalla riedizione di un piano Delors, che non era un sogno ma un progetto fattibile di un´Europa capace di affrontare la globalizzazione, di ridare un futuro alle sue giovani generazioni, di recuperare disciplina, solidità e solidarietà. E, soprattutto consapevolezza. Quella che non avemmo quando, una volta creato l´euro, dimenticammo che una moneta unica non poteva alla lunga reggere se i bilanci pubblici degli Stati membri non erano ispirati da grandezze compatibili, criteri unificanti, regole solidali e rispettate, contabilità affidabili. E, infine, dalla facoltà di agire come tutte le banche centrali, quale sportello di ultima istanza, in grado di stampare moneta per strozzare la speculazione e rilanciare la congiuntura economica. Aver gettato non il cuore ma la testa al di là dell´ostacolo, aver varato l´euro ma non le sue indispensabili fondamenta, averne allargato con imprudenza le frontiere iniziali a Stati sempre più impreparati, minaccia ora di travolgere non solo la moneta unica ma l´intera costruzione europea. Se si ripetessero non sarebbero scene da fantascienza ma cronache di vita vissuta quelle attraversate dalla Germania degli anni Venti o dall´Argentina verso la fine del secolo scorso: gli sportelli bancari chiusi, sospeso il pagamento dei salari pubblici e delle pensioni, mancanza di denaro circolante, disperazione e disordini. Si ripresenterebbero, come allora, risposte politiche di destra estrema. Una economia autoritaria di Stato potrebbe trovare consensi oggi impensabili.
Un panorama così catastrofico non è – come abbiamo detto – ormai ineluttabile. Sempre che se ne renda avvertita l´incombente minaccia e l´obbligo per tutti di comportarsi con consapevole fermezza, con spirito patriottico, non solo nazionale ma di necessità europeo, con l´urgenza della sopravvivenza. Un discorso che vale per tutti i Paesi, per le cicale del Mediterraneo e per le formiche del Nord. Ognuno porta la sua parte di responsabilità. Non si può incolpare il cittadino tedesco se si mostra riluttante ad accollarsi il peso delle imposte evase da milioni di italiani o se i suoi sindacati, a differenza dei nostri, si fanno carico della produttività del sistema, ma quel che la signora Merkel dovrebbe rammentare ai suoi concittadini è che, ad avvantaggiarsi delle potenzialità esportative dell´euro, i primi di gran lunga nei mercati sicuri di Eurolandia, sono stati proprio i detentori del marchio made in Germany e che lo scambio globale tra il dare e l´avere è di molte lunghezze a loro vantaggio. Per cui o ci salveremo assieme (e loro sono i soli ad avere i mezzi per farlo) o crolleremo assieme.
Quanto all´Italia, malgrado la salutare svolta all´imbocco dell´ultimo miglio, con le dimissioni di Berlusconi e l´avvento di Monti, non si può non notare che nei comportamenti della classe politica verso il governo tecnico sono tornati ad emergere alcuni dei vizi nazionali che speravamo fossero stati riposti, almeno per lo spazio di questo drammatico frangente. Anzitutto i furbeschi ricatti il cui smontaggio implica dannosi ritardi e defatiganti compromessi; la tendenza ad anteporre miserevoli vantaggi di parte alla preminenza dell´interesse nazionale, l´uso volgare di un fraseggio improprio e quant´altro si presti a mantener virulento il degrado della vita pubblica. Inutile, comunque, proseguire nell´elenco dei permanenti pubblici vizi. Sol che deve esser chiaro che un governo tecnico ha un senso e una sua necessità allorquando i partiti hanno disastrosamente dimostrato l´incapacità di condurre a salvamento il bene pubblico. Verificata l´impossibilità della maggioranza di ieri di attuare questo compito, come anche la non percorribilità di un qualsiasi accordo, sia pur provvisorio, dei partiti dell´una e dell´altra sponda, è infine emersa, per iniziativa del presidente della Repubblica, l´opzione neutra del governo tecnico. Ma il suo compito risulterebbe inutile se ad ogni passo dovesse soggiacere non alla razionalità di scelte, appunto, tecniche, ma al placet della destra o della sinistra, libere di seguitare a comportarsi come se, finalmente sciolte da ogni diretta e pubblica responsabilità, potessero muoversi sulla scacchiera come meglio aggrada secondo i loro interessi politici, corporativi o elettorali a futura memoria. Silurerebbero l´ultimo vascello rimasto per salvare l´Italia e non è una consolazione immaginare che precipiterebbero loro stessi nella rovina.

La Repubblica 04.12.11