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"Pensioni, giovani, donne, famiglie. Il sentiero di una manovra equa", di Maurizio Ferrera

Il ceto medio attende con ansia di conoscere i contenuti della manovra, preoccupato che la « stangata » finisca per colpire reddito e beni dei soliti noti, di chi ha lavorato sodo pagando regolarmente le imposte. Il linguaggio giustiziero di una parte della sinistra e dei sindacati e le anticipazioni sul fisco (in particolare l’aumento dell’Irpef a partire da 75 mila euro lordi all’anno) segnalano che la preoccupazione non è infondata. Nella sua struttura complessiva, la manovra Monti si profila tuttavia come un pacchetto sufficientemente equilibrato, in cui il rigore è conseguito tramite un abbassamento di quelle «punte» nella distribuzione dei redditi connesse alle storture del nostro welfare e del nostro fisco. Nessun attacco, dunque, al ceto medio, ma una razionalizzazione distributiva al suo interno, per superare disparità di trattamento ormai prive di ragion d’essere e non più sostenibili.
Dal punto di vista fiscale il piatto forte della manovra sarà la rimodulazione dell’Ici, concentrandone l’impatto sui grandi patrimoni immobiliari: chi ha più case pagherà di più (così come pagherà di più per consumi e beni di lusso). Insieme alla revisione degli estimi catastali, ormai ridicolmente bassi rispetto ai valori commerciali, la riforma dell’Ici renderà il prelievo più equo, peraltro intercettando anche capitali frutto di evasione.
Una tassazione più elevata e più progressiva sui patrimoni immobiliari di maggiore rilevanza non dovrebbe spaventare il ceto medio. Il timore è invece più comprensibile nei confronti dell’aumento dell’Irpef, che rischia di accentuare le sperequazioni che già penalizzano lavoratori dipendenti e pensionati con redditi medio-alti, ma comunque non «ricchi»: un risultato perverso. Su questo fronte sarebbe forse meglio inserire (con opportune salvaguardie dei saldi finanziari) la revisione delle aliquote nella cosiddetta delega fiscale. Questo provvedimento sarà definito fra qualche settimana e potrà individuare il miglior mix fra aliquote più alte e minori detrazioni.
Sul versante della spesa, il cardine della manovra è certamente la riforma delle pensioni. Come è noto e documentato da tempo, nel nostro sistema previdenziale ci sono varie categorie (di ceto medio) che continuano a ricevere molto più di quanto hanno dato. Era ed è consentito dalla legge: nessuno va colpevolizzato né mortificato da un giorno all’altro nelle proprie aspettative. Ma a queste categorie è ragionevole ed equo chiedere qualche sacrificio. L’estensione del contributivo pro rata dal 2012 va esattamente in questa direzione, così come l’innalzamento dei requisiti d’età per la pensione, soprattutto quella di anzianità. Sarebbe auspicabile includere nel pacchetto previdenza anche l’abbassamento di qualche «punta» di generosità, ad esempio ponendo dei tetti ai trattamenti più elevati. Solo nel 2010 l’Inps ha liquidato 25 mila nuove pensioni di anzianità con importo mensile medio di circa 3.500 euro, per una spesa annua totale di più di un miliardo di euro. Sulle cosiddette pensioni d’oro si potrebbe peraltro dare qualche ulteriore sforbiciata anche ai trattamenti già in godimento.
Oltre ai sacrifici fiscali e previdenziali, la struttura della manovra Monti dovrebbe prevedere (almeno sotto forma di impegni ufficiali) anche misure «in positivo», volte a tutelare nuovi bisogni e fasce sociali appartenenti proprio al ceto medio-basso. La riforma degli ammortizzatori sociali e gli incentivi all’occupazione dovrebbero favorire donne e giovani, fino ad oggi mai seriamente inclusi nell’agenda delle riforme. E non sarebbe una cattiva idea riservare ufficialmente almeno una parte dei risparmi conseguiti dall’innalzamento dell’età pensionabile delle donne per il finanziamento di nuovi servizi sociali. Le dichiarazioni di Elsa Fornero sul cosiddetto reddito minimo (incredibilmente irrise dalla Cisl) fanno infine ben sperare in un impegno di questo governo nei confronti dei più deboli. Non dobbiamo dimenticare che al di sotto del ceto medio esiste purtroppo un’ampia fascia di famiglie prive di risorse, quasi sempre con figli. L’altissima incidenza della povertà fra i minori è una delle iniquità più vergognose e al tempo stesso invisibili del nostro modello sociale. Con tutti i limiti di una manovra messa a punto in due sole settimane, il governo Monti sta imboccando la strada più promettente per restituire all’Italia che lavora la prospettiva di una prosperità condivisa e sostenibile. Tutti i partiti e tutti i sindacati condividono pesanti responsabilità per le anomalie dello status quo distributivo e per la montagna del debito pubblico. Nessun attore politico può oggi ergersi a paladino dell’equità, ad arbitro imparziale di cosa vuol dire in Italia «più giustizia sociale». Non ci sono scorciatoie, né giustiziere (paghino i ricchi) né liberiste (basta tasse). Il sentiero equo è quello di una ricalibratura fine, ma incisiva e rigorosa, del nostro fisco e del nostro welfare. Con tempi rapidi, senza ipocrisie e senza irresponsabili giochi di parte.

Il Corriere della Sera 04.12.11

"Contro l'abbandono, la Ue raccomanda l'innalzamento dell'obbligo", da Tuttoscuola

Scuola dell’obbligo fino a 18 anni in tutta Europa, e creazione di scuole di ‘seconda opportunità’: sono queste, secondo i deputati europei, le misure necessarie per ridurre il tasso di abbandono scolastico nell’Ue. Scuola dell’obbligo fino a 18 anni in tutta Europa, e creazione di scuole di ‘seconda opportunità’: sono queste, secondo i deputati europei, le misure necessarie per ridurre il tasso di abbandono scolastico nell’Ue. Per questo, il Parlamento europeo ha approvato a Bruxelles una risoluzione in cui invita gli Stati membri a intraprendere riforme educative rivolte proprio ai bambini e ai giovani che non concludono il loro ciclo di istruzione.

L’idea del Parlamento è di prolungare l’istruzione obbligatoria dai 16 ai 18 anni, e di creare scuole per i giovani che hanno abbandonato gli studi. Inoltre, si vuole favorire un approccio personalizzato e coordinato tra tutti gli attori coinvolti: scuole, enti pubblici, servizi sociali, servizi sanitari, investendo a livello nazionale anche sul miglioramento delle competenze degli insegnanti.

L’obiettivo al 2020 è portare il tasso di abbandono scolastico sotto il 10%. Basti pensare che una sola riduzione dell’1% permetterebbe all’economia europea di avere 500mila giovani lavoratori qualificati in più ogni anno. Del resto, dati recenti mostrano che il 52% dei giovani che ha lasciato la scuola, senza raggiungere un diploma, rimane disoccupato.

Sul fronte delle riforme scolastiche, in particolare, i parlamentari chiedono una diversificazione nei metodi di apprendimento, e sono in favore di metodi di valutazione continua che riconoscano anche le conoscenze acquisite in modo informale, per facilitare il rientro nel sistema scolastico. Piace ai deputati il modello spagnolo che sostiene partenariati tra scuole e imprese locali.

I più vulnerabili, a rischio abbandono, sono i bambini provenienti da famiglie di migranti o famiglie povere e disagiate. Il Parlamento europeo chiede sforzi particolari per i bambini rom, di cui il 20% non è scolarizzato e il 30% è in abbandono scolastico.

da TUttoscuola 04.12.11

"I vantaggi del limite ai contanti", di Milena Gabanelli

La funzione della tracciabilità totale dei pagamenti dovrebbe essere quella di abbattere la piaga del « sommerso ». Alcuni sostengono che complicherebbe la vita alle persone e alle aziende aumentando i costi. Ma già ora quando paghiamo con la carta di credito, il bancomat, un bonifico o un assegno, la registrazione viene fatta in automatico dai sistemi informatici bancari, e non è gravata di costi, tranne i bonifici, che se fatti online hanno costi irrisori o nulli. Negli Usa, dove con la carta di credito ci paghi anche il caffè al bar, molti trovano utile usare un servizio gratuito che analizza l’estratto conto per categorie e fa capire dove si spende di più.
Anche per le aziende diventerebbe molto più semplice, per esempio, analizzare i dati delle spese dei dipendenti e organizzare la contabilità. I pagamenti mediante carte di credito o bancomat hanno invece un costo sostenuto da chi vende il bene o il servizio. Aumentando il volume delle transazioni elettroniche, la commissione potrebbe scendere fino all’1,5%, che vorrebbe dire 15 euro ogni 1.000 di fatturato. A conti fatti credo che al commerciante, parrucchiere, benzinaio, meccanico, ecc costi molto di più l’esposizione al rischio di banconote false o al furto dei contanti che tiene in cassa. Tornando invece alla definizione del «sommerso», recentemente sono stata accusata di non sapere che l’Istat già include il sommerso nel calcolo del Pil ufficiale.
E’ vero, quando diciamo che il Pil è di 1 miliardo e 550 milioni, include anche la stima del sommerso. Ma come viene calcolato? Sulla base di ipotesi applicate ai dati disponibili, incrociandoli tra loro. Peccato che chi evade, se ha un minimo di buon senso, ad ogni richiesta di dati si guarderà bene dal fornire informazioni reali. Pertanto i dati disponibili sono per loro natura distorti e incompleti. Queste considerazioni trovano riscontro nella pubblicazione del Fondo monetario internazionale del giugno 2010, in cui si afferma che i metodi a disposizione per stimare l’economia sommersa «possono solo dare l’idea dell’ordine di grandezza e non una cifra esatta». Se consideriamo che nei momenti di crisi (come quella che stiamo vivendo dal 2007) il sommerso aumenta il proprio peso relativo rispetto al Pil, si può immaginare per il 2010 una percentuale che in parte verrà stimata dall’Istat (si parla del 20%), ma forse in parte gli sfuggirà per mancanza di dati o incoerenze al loro interno. Val la pena di riflettere sui seguenti fatti: i francesi pur dichiarando un reddito pro capite superiore al nostro del 15%, hanno un minor numero di auto per abitanti, inoltre abbiamo lo stesso consumo di auto di fascia superiore. Nel 2010 in Italia sono state immatricolate circa 160.000 fra Audi, Bmw e Mercedes, eppure solo 150.000 contribuenti dichiarano più di 150.000 euro l’anno, l’85% dei quali sono dipendenti. I francesi pur essendo statisticamente più ricchi di noi, solo il 55% ha la casa di proprietà, in Italia l’80%. Sono forse le nostre famiglie più indebitate delle loro? No. E sulle incongruità palesi si potrebbe scrivere a lungo. Ebbene i francesi pagano in contanti molto meno di noi, che invece ne facciamo un utilizzo superiore alla media Ue del 50%.
Coincidenze? Forse, ma meritano una riflessione sulla necessità di effettuare maggiori controlli ai contribuenti per incentivarli a fornire dati più vicini alla realtà (aiutando così l’Istat a stimare il vero Pil italiano). Se rientrasse nella stima ufficiale del Pil, il sommerso di cui parlavo abbasserebbe il rapporto Debito/Pil, ed abbatterebbe i timori degli investitori a comprare i nostri titoli di Stato. Le maggiori entrate erariali dovute alla riscossione sul sommerso ufficiale e quello che l’Istat non riesce ad osservare, genererebbero subito un surplus, che oltre a piacere agli investitori, potrebbe essere destinato ad abbassare la tassazione (a tutti, e non solo a quelli che possono evadere), a finanziare misure pro crescita quali opere strutturali di cui il Paese ha bisogno, e ad incentivare l’assunzione dei giovani.
Trovo infine ripugnante il pensiero che si debba accettare che alcune attività non paghino le tasse perché altrimenti fallirebbero. Dobbiamo sì disegnare un sistema che eviti che una grande percentuale di aziende e persone siano tassate al punto di fallire, ma dobbiamo anche disegnare un sistema dove chi commette un atto illecito, come quello di evadere le tasse, sia scovato e punito. Non si può continuare ad aumentare l’Irpef a chi già la paga. Occorre recuperare quelle imposte sui redditi che non vengono pagate dai soliti incalliti evasori che si avvantaggiano di uno Stato incapace di far rispettare le proprie leggi. E così facendo distorcono le leggi della concorrenza fra gli operatori di mercato. Chiudo in leggerezza: ma l’Olanda nel proprio Pil include anche il fatturato delle operatrici dei quartieri a luci rosse e dei coffee shop? Sì… essendo attività legali pagano anche le tasse!

Il COrriere della Sera 04.12.11

"Diritto di scelta sulla previdenza", di Tito Boeri

Oggi, o domani conosceremo i dettagli della riforma delle pensioni, parte più rilevante e al tempo stesso politicamente più sensibile del pacchetto di misure approntate dal nuovo governo per cercare di invertire le aspettative dei mercati. Questa volta non c´è stata la ridda di voci sui contenuti delle diverse misure, alimentata da apparizioni mediatiche dei singoli ministri, che aveva sistematicamente accompagnato le innumerevoli manovre dell´era Berlusconi. In omaggio a questo stile di lavoro del nuovo esecutivo, è opportuno rinviare ogni commento a dopo che i dettagli sulle diverse misure verranno resi noti. Alcune considerazioni sono comunque possibili già a questo stadio: riguardano i criteri sulla base dei quali la riforma potrà essere valutata e il metodo con cui è stata approntata.
Il nostro Paese ha già conosciuto un´infinita serie di micro-aggiustamenti delle pensioni dopo le due riforme del 1992, quella che ha ristretto l´accesso alle pensioni di anzianità e cambiato le regole di indicizzazione delle pensioni, e quella del 1996, che ha introdotto il metodo contributivo. Ci sono stati nuovi interventi nel 1997, nel 2004, nel 2007, nel 2010 e poi ancora i due aggiustamenti “temporanei” introdotti nelle manovre della scorsa estate. Queste riforme ci hanno lasciato in eredità un coacervo di diversi regimi pensionistici, di iniquità e, soprattutto, un forte senso di provvisorietà. Questo mina alla base il patto generazionale implicito in ogni sistema pensionistico e aumenta l´incertezza di famiglie e imprese deprimendo gli investimenti. Inoltre il senso di provvisorietà alimenta il sospetto che prima o poi sarà inevitabile intervenire sui trattamenti pensionistici in essere, modificando le condizioni di persone che, per ragioni anagrafiche, non sono più in grado di generare un reddito alternativo. Fondamentale perciò che la riforma che verrà presentata oggi ci avvicini il più possibile a quello che dovrebbe essere l´assetto definitivo del nostro sistema previdenziale. Dovrebbe candidarsi a essere l´ultima riforma della serie.
Il ministro del Welfare nella sua carriera di studiosa dei regimi previdenziali non ha mai fatto mistero di essere favorevole all´estensione del metodo contributivo. Quindi è legittimo prevedere che il “suo” completamento della riforma vada proprio in quella direzione. Il sistema contributivo premia la lunghezza delle carriere lavorative nel computo del livello delle pensioni mentre guarda all´anagrafe nel decidere quando si può andare in pensione. In altre parole, nell´ambito del sistema contributivo non esistono le pensioni di anzianità, ma solo quelle di vecchiaia. Chi ha 40 anni o più di contributi può andare in pensione alla stessa età di chi ha avuto carriere più brevi, ad esempio a partire da 62 anni, ma può beneficiare di pensioni più alte degli altri. È un principio di equità (chi ha versato di più merita di ricevere di più) e di sostenibilità al tempo stesso (perché il sistema regga bisogna che si tenga conto del numero di anni in cui la pensione verrà presumibilmente erogata). Rende anche molto più vantaggioso lavorare più a lungo del sistema retributivo, quello vigente sin qui, che consentiva di aumentare la pensione, una volta maturati i requisiti per ritirarsi dalla vita attiva, solo a fronte di un incremento del proprio salario. Con il contributivo ogni anno di lavoro aggiuntivo vale circa un 4 per cento in più di pensione. Per questo motivo, il metodo contributivo permette di concedere ai lavoratori più scelta su quando andare in pensione senza mettere a repentaglio l´equilibrio del sistema. Lavoreranno più a lungo le persone che invecchiando continuano ad essere altamente produttive o che vogliono ricostruire i loro patrimoni, risparmi di una vita, erosi dalla crisi. I micro-aggiustamenti degli ultimi anni hanno invece vieppiù ristretto le possibilità di scelta, rendendo le regole sull´età effettiva di pensionamento sempre più rigide e imponendo ritardi del tutto arbitrari tra il momento in cui il lavoratore domanda di andare in pensione e quello in cui riceve la prima prestazione (con le cosiddette finestre mobili). Nel momento in cui si va verso il superamento delle pensioni di anzianità è fondamentale recuperare flessibilità nelle scelte su quando prendere la pensione di vecchiaia. In questo modo la riforma potrà essere maggiormente capita e apprezzata dagli italiani.
I sindacati hanno criticato il metodo con cui si è arrivati alla presentazione della riforma sostenendo che questa volta non c´è stata concertazione. Il pacchetto di misure è indubbiamente figlio dell´emergenza nazionale (ed europea) in cui ci troviamo. Come figlio dell´emergenza è questo governo che chiede a persone che non si presteranno domani al giudizio degli elettori di fare quelle cose che la politica non ha saputo fare e senza le quali anche il più democratico dei governi avrebbe ben poche possibilità di scelta. Ma è davvero difficile lamentare l´assenza di concertazione nel caso della riforma delle pensioni quando è da almeno 15 anni che le parti sociali hanno avuto modo non solo di esprimersi a riguardo, ma anche di porre veti a tutela delle generazioni di lavoratori da loro maggiormente rappresentate, spostando il costo degli aggiustamenti sulle altre. Ed è ancora più arduo considerare il metodo di un governo che finalmente decide come poco democratico quando la cosiddetta concertazione non ha in questi anni offerto rappresentanza a chi è interamente sotto il regime contributivo. Queste generazioni, dopo aver pagato con il passaggio ad un sistema previdenziale che offre rendimenti dal 50 al 60 per cento più bassi di quelli offerti alle generazioni precedenti, si aspettavano di non dover essere ancora loro a pagare, ma così non è stato.
La concertazione non sembra offrire cittadinanza neanche ai lavoratori con più di 55 anni di età che hanno perso il lavoro senza aver raggiunto i requisiti per le pensioni di anzianità e che hanno in questi anni visto allontanarsi sempre di più la data in cui potranno fruire della pensione di vecchiaia, senza che il sindacato abbia chiesto di ampliare la copertura dei nostri ammortizzatori sociali. Stupisce che Raffaele Bonanni definisca il reddito minimo garantito una «misura da anni 70» quando una rete di assistenza sociale di questo tipo esiste in tutti i Paesi dell´Unione europea (inclusi i nuovi Stati membri) ad eccezione di Grecia e Italia. Se davvero il leader della Cisl avesse a cuore le prospettive dei lavoratori più deboli e non solo di coloro che vanno in pensione con prestazioni tre volte più alte degli altri, chiederebbe di introdurre un reddito minimo garantito almeno per quelle fasce di età che saranno investite dalla riforma. Servirebbe a garantire un reddito al di sopra della soglia di povertà a chi a queste età non ha un lavoro nonostante abbia fatto di tutto per trovarne uno e, tenendo conto di tutte le fonti di reddito sue e dei suoi famigliari, non riesce a sfuggire all´indigenza. Se vogliamo che l´equità non sia una parola vuota, non dovremmo certo sentire nostalgia della concertazione.

La Repubblica 04.12.11

"Senza confini", di Irene Tinagli

«Buona fortuna figliolo!», così si salutavano un tempo i giovani che decidevano di fare le valigie e andarsene in cerca di opportunità lontano da casa. Oggi invece è a quelli che restano che bisogna augurare buona fortuna, perché per chi resta inchiodato nel proprio Comune di residenza le prospettive sono sempre più ristrette. Non è tanto la mobilità geografica, di per sé, a far la differenza, ma la possibilità di accedere ad opportunità diverse e qualificanti, di maturare esperienze più variegate. Perché oggi è finita l’era delle carriere «verticali», le storie degli impiegati che da semplici fattorini finiscono la loro carriera come dirigenti o presidenti di quella stessa azienda. Oggi è l’era delle «boundaryless careers», le carriere senza confini, come scrisse qualche anno fa la professoressa Denise Rousseau, esperta di organizzazioni e lavoro.

Sono le carriere che sconfinano, che travalicano settori tradizionali, che rompono le gerarchie aziendali dalle linee verticali per muoversi lateralmente da un’organizzazione all’altra accumulando in pochi anni esperienze che vecchi top manager non sono riusciti ad accumulare in una vita. E sono carriere che sempre più travalicano anche confini geografici.

L’esplosione di mercati emergenti come la Cina, l’India o il Brasile, per esempio, non dà solo lavoro alla manodopera di quei Paesi, ma sta aprendo molte opportunità anche a progetti di altissimo livello nei settori dell’ingegneria, dell’economia, dell’architettura, dell’informatica, della comunicazione.

Certo, per chi cresce in città come New York o Londra, esposto a mille opportunità diverse, è possibile costruire percorsi interessanti e gratificanti anche senza spostarsi geograficamente. Ma per i milioni di giovani cresciuti nella provincia italiana, difficilmente queste opportunità si materializzano sotto casa, e la capacità e la volontà di rincorrere opportunità altrove diventa fondamentale. Eppure, nonostante le difficoltà crescenti di chi si muove in contesti più locali e tradizionali, i sondaggi ci dicono che sono ancora relativamente pochi i giovani italiani che sono disposti a muoversi, soprattutto al centro e al Nord Italia. A bloccarli non sono soltanto gli affetti familiari, ma la scarsità di informazioni, la mancanza di una guida, l’incertezza e la lunghezza dei percorsi.

A pesare in queste scelte vi è anche l’influenza di mèntori e genitori ancorati ad altre epoche, abituati a considerare una laurea sotto casa uguale a quella presa a Duke, Eton o Carnegie Mellon (anche perché la maggior parte dei nostri genitori, diciamo la verità, non ha idea di cosa sia Duke o Carnegie Mellon), a temere lunghe lontananze e difficoltosi rientri. Una cosa è vera: nonostante chi vada all’estero sia spesso tacciato di cercare scorciatoie, di solito accade l’esatto opposto. I percorsi e le esperienze fuori confine sono spesso lunghi e faticosi.

Lo sanno bene anche tutti i giovani ricercatori che negli anni passati hanno scelto la strada del dottorato negli Stati Uniti. Anche se oggi qualcosa è cambiato, fino a tempi molto recenti la differenza è stata netta: un dottorato in Italia durava tre anni, non aveva esami, e dava subito la possibilità di mettere un piede nella porta dell’accademia italiana.

Un PhD americano invece durava in media 5-6 anni, ti massacrava di corsi ed esami, e ti faceva perdere contatti per un eventuale rientro in patria. Tant’è che in certi casi erano gli stessi professori italiani che sconsigliavano ai propri studenti di partire. Ma di fronte a scelte che possono cambiare radicalmente la nostra formazione e il nostro futuro sono altre le considerazioni da fare. L’unico criterio da seguire deve essere la qualità e la rispondenza ai propri bisogni, necessità e attitudini. Se l’opportunità che si presenta «sotto casa» risponde a queste caratteristiche, sarebbe sciocco andarsene. Ma quando così non è, è sciocco restare.

Ed è questo il mantra che dovrebbe accompagnare ogni giovane nelle proprie scelte di studio, di lavoro e di crescita personale: la scelta della qualità, oggi più che mai. Perché anche se ci lamentiamo spesso dello scarso riconoscimento dei «meriti», tuttavia col tempo la qualità viene sempre fuori ed è la miglior assicurazione contro crisi e globalizzazione, perché è l’unica carta spendibile in ogni parte del mondo.

Non è facile entrare in quest’ottica; molti genitori incitano ancora i giovani a scegliere le strade che sembrano più brevi, più rapide, che danno un «titolo» sicuro, che sono o appaiono più comode. Ma sono quasi sempre scelte sbagliate. Perché c’è sempre qualcosa che si sacrifica sull’altare della comodità e della scorciatoia. E questo qualcosa è quell’approfondimento, quel sacrificio che ci consente di imparare e capire non solo il settore in cui lavoriamo, ma qualcosa riguardo a noi stessi, a ciò che sappiamo fare meglio, e che ci aiuta a forgiare e indirizzare meglio il nostro percorso futuro.

Il talento non è innato, e non ci viene rivelato come un’apparizione. Lo si scopre così, col tempo, le esperienze, il confronto con gli altri, i progetti e le sfide sulle quali ci misuriamo. Sono queste esperienze che ci aiutano a scoprire cosa veramente amiamo, cosa ci distingue dagli altri nel complesso e competitivo mercato del lavoro. E su queste consapevolezze è più semplice non solo costruire carriere gratificanti, che ci aiutano a trovare un lavoro che ci piace, ma anche dispiegare tutto il nostro potenziale umano e personale.

Certo, percorsi del genere implicano anche molti errori, ripensamenti e sconfitte. Ma l’epoca delle carriere fulminanti degli Anni 80 è finita almeno quanto l’era dei lavori fissi degli Anni 70. E per quanto possa spaventare, questa era di «carriere senza confini» è anche ricca di opportunità, basta non perdersi nella ricerca di scorciatoie, ma investire in se stessi e non aver paura di guardare fuori.

La Stampa 04.12.11

"La terza repubblica nel segno di Napolitano", di Eugenio Scalfari

Oggi, probabilmente conosceremo i primi provvedimenti del governo per raddrizzare i conti pubblici e compensare i sacrifici che graveranno su tutti i cittadini con interventi destinati alla crescita. Mario Monti non ha usato mezzi termini, i sacrifici li ha annunciati senza ipocrisia né diplomazie, ma anche ha profuso nelle sue dichiarazioni il concetto di equità. Ebbene, c´è un solo modo di intendere la parola equità in una situazione come quella che stiamo vivendo: ingaggiare la lotta contro la recessione.
Se ci sarà recessione non ci sarà equità; se la domanda interna – privata e pubblica – non sarà adeguatamente incentivata, l´equità diventerà una parola vana, salvo la progressività delle misure rigoristiche; ma quella è un´equità assai impalpabile che scontenterà tutti.
Quindi la crescita: maggior potere d´acquisto ai redditi medio-bassi, sgravi fiscali sugli investimenti, incentivi all´occupazione, incentivi alla costruzione di infrastrutture e ai lavori pubblici e soprattutto interventi che volgano in positivo le aspettative di consumatori, lavoratori, imprenditori, banchieri.
Se non riprenderemo a crescere non ci sarà equità poiché il fardello che grava sulle spalle di chi ha un reddito da 5 mila a 15 mila euro annui e paga un´imposta del 23 per cento e chi sta oltre i 200 mila e paga un´imposta del 43 per cento è comunque incommensurabile.
Chiarito questo punto per quanto riguarda l´equità, resta il problema della natura di questo governo.
Molti lo considerano come una sorta di guardiano commissariale il cui compito è soltanto quello di gestire l´economia e la finanza. Una volta che questo compito sia adempiuto, il commissario dovrà fare le valigie e andarsene con tutti i suoi collaboratori, magari con i ringraziamenti della nazione e dell´Europa. Nel frattempo, e fino a quando sarà in carica, null´altro deve fare. Ma le cose non stanno affatto così.
Questo è un governo a pieno titolo e se è vero che il suo compito principale è quello dell´economia è vero anche che ha un ministro degli Esteri che dovrà gestire i nostri rapporti con il resto del mondo; un ministro dell´Interno che dovrà occuparsi non solo dell´ordine pubblico ma della lotta contro le mafie, e la criminalità; un ministro della Giustizia che avrà il compito di riformare l´ordinamento giudiziario, soprattutto quello della giustizia civile ma non soltanto; un ministro del Tesoro che dovrà occuparsi anche delle molte aziende pubbliche e in particolare di quelle che il Tesoro controlla; un ministro delle Comunicazioni cui incombe il tema dell´urgentissima riforma della Rai; un ministro dell´Istruzione che gestirà le scuole e le Università; un ministro dell´Integrazione e della Cooperazione che dovrà affrontare il gigantesco tema dell´immigrazione; un ministro della Coesione territoriale con il compito di far diminuire le diseguaglianze strutturali tra aree evolute e aree depresse.
Che dovrebbero fare questi ministri fino a quando il governo sarà in carica? Costruire barchette di carta e altri origami in attesa di togliere il disturbo? Organizzare partite a briscola e a rubamazzo? O addirittura chiudere i ministeri e mettere i dipendenti in aspettativa?
Questo, lo ripetiamo, è un governo a pieno titolo, un governo politico, il cui scopo primario non diminuisce e tantomeno cancella il compito di governare il Paese nel modo migliore, con spirito innovativo in tutti i campi, fino a quando avrà la fiducia del Parlamento e fino a quando lo scopo primario non sarà portato a termine. Chi lo concepisce come un commissariato dell´economia e nient´altro che questo, ha la testa nelle nuvole o cerca pretesti per metterlo anzitempo in crisi.
Monti non cada in questa trappola. È giusto che abbia trattenuto nelle sue mani l´”interim” dell´Economia, ma non dimentichi che è soprattutto il “premier” e si comporti come tale in conformità al giuramento da lui fatto e da ciascuno dei suoi ministri nelle mani del Capo dello Stato.
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Nel lessico politico corrente questo è stato definito il governo del Presidente della Repubblica. Anche noi, anch´io, l´abbiamo chiamato così, ma forse (anzi senza forse) abbiamo commesso un errore. In una democrazia parlamentare non esiste un governo del Presidente perché sia per il suo insediamento sia per la sua permanenza è indispensabile la fiducia del Parlamento. Non esiste un governo tecnico visto che la fiducia parlamentare si fonda su una maggioranza politica la quale si fonda a sua volta su una visione condivisa del bene comune.
I motivi e le forme che hanno condotto alla costituzione del governo Monti hanno le loro radici nella crisi economica in atto, ma questo non ha cancellato la natura della democrazia parlamentare. Ho ricordato nell´articolo di domenica scorsa alcuni precedenti significativi. Ho ricordato il governo Fanfani del 1960 la cui maggioranza fu definita “delle convergenze parallele”. Ho ricordato il governo istituzionale concepito da Bruno Visentini come la sola e corretta applicazione della Costituzione, deformata da una “costituzione materiale” in cui la partitocrazia si sovrapponeva alla democrazia parlamentare.
Il governo Monti, motivato dall´emergenza dell´euro, realizza in pieno il ritorno alla Costituzione che configura con chiarezza sia il ruolo dei partiti sia quello del Presidente della Repubblica. Il fatto che la partitocrazia abbia deformato la corretta applicazione costituzionale non significa che quando il governo Monti avrà compiuto la sua opera e realizzato i suoi obiettivi, tutto debba tornare come prima e la partitocrazia di nuovo dominante il campo. Non significa insomma che nel maggio del 2013 si debba inalberare l´insegna dell´heri dicebamus.
La Costituzione è precisa su questi punti. I partiti non debbono essere le agenzie di collocamento delle loro clientele e non debbono occupare le istituzioni, ma comportarsi come organi di indirizzo politico e di raccolta del consenso dei cittadini attorno ad una concezione del bene comune, d´una scala di valori e di legittimi interessi che ogni partito rappresenta.
Le istituzioni dal canto loro sono gli strumenti erga omnes che traducono operativamente l´indirizzo della maggioranza, a patto di preservare la distinzione fondamentale tra lo Stato e il governo. I governi cambiano se cambia il consenso popolare; lo Stato invece permane ed è il contenitore dell´interesse generale.
Su questa distinzione tra Stato e governo si aprì un dibattito storico quando fu formato lo Stato unitario 150 anni fa. Ne discussero in Parlamento, nei loro scritti, nelle leggi costitutive di quello Stato, uomini del valore di Marco Minghetti, Silvio Spaventa, Ruggero Bonghi, Francesco De Sanctis e poi Giustino Fortunato, De Viti De Marco, Benedetto Croce, Luigi Einaudi. Il tema era quello del rapporto tra i partiti e l´Amministrazione e l´altro strettamente connesso della giustizia nell´Amministrazione.
Penso che, per una sorta di eterogenesi dei fini, il governo di Mario Monti nato dall´emergenza sarà il pronubo d´un rapporto nuovo tra i partiti e le istituzioni e che questo debba essere l´essenza della terza Repubblica. Penso e mi auguro che il futuro Parlamento sia espressione vera e non fittizia del popolo sovrano che abbia il diritto di scegliere i propri rappresentanti. Penso e mi auguro che i futuri governi siano sempre governi istituzionali che riflettano gli indirizzi della maggioranza parlamentare ma la cui composizione sia decisa dal capo dello Stato come la Costituzione prescrive con estrema chiarezza. Penso e spero che il Parlamento eserciti non solo il potere legislativo ma il controllo sull´attività del governo e cessi di essere il luogo di passiva registrazione dei suoi voleri.
Penso infine che il presidente del Consiglio debba avere maggiori poteri rispetto ai suoi ministri e disporre di corsie privilegiate per i disegni di legge di speciale importanza e urgenza. Anche su questi punti il governo Monti rappresenta un buon esempio che in futuro non dovrà più avere la motivazione dell´emergenza ma semplicemente quella della correttezza costituzionale.
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Si ricava dalle precedenti riflessioni su quanto è accaduto e sta accadendo che il presidente Giorgio Napolitano non ha compiuto alcuna “forzatura costituzionale”, come alcuni suoi critici gli hanno rimproverato in occasione della nascita dell´attuale governo. Napolitano ha valutato la drammaticità della crisi che scuote l´intero Occidente, ha incontrato più volte tutte le forze politiche e le più alte autorità europee e internazionali. Alla fine – dopo le volontarie dimissioni del precedente governo – ha nominato il nuovo presidente del Consiglio e i ministri da lui proposti.
Il fatto che nessuno di quei ministri provenga dai partiti non è necessariamente il connotato dei governi istituzionali, i quali possono esser composti anche interamente da uomini di partito; ma la scelta non spetta alle segreterie, spetta al capo dello Stato e questa è una distinzione fondamentale che preserva l´essenza del governo-istituzione e toglie ai partiti una tentazione che deformerebbe il loro stesso prezioso ruolo.
Tante cose si dovranno ancora fare per dar corpo alla terza Repubblica: una legge elettorale che restituisca ai cittadini la sovranità effettiva che loro compete, la trasformazione del Senato in Camera di rappresentanza delle Regioni, lo sfoltimento del numero dei parlamentari, i consorzi tra piccoli Comuni, lo snellimento degli ospedali e dei tribunali e tante altre cose ancora. La normalità intesa come ordinaria amministrazione è ancora molto lontana. C´è da ricostruire uno Stato, per di più federale, improntato a criteri di efficienza, modernità e solidarietà sociale e territoriale molto più di quanto non lo sia lo Stato centralista. Questo sarà il compito della terza Repubblica che – è bene ripeterlo – è già cominciata.

Post scriptum. Il governo Monti ha deciso di presentarsi martedì sera al “talk show” di Bruno Vespa dopo essersi presentato in Parlamento domani pomeriggio e martedì mattina ad una conferenza stampa con i giornalisti italiani e poi con la stampa estera.
C´è un più di troppo, onorevole presidente del Consiglio. Se voleva comunicare con gli italiani doveva scegliere il “caminetto” come hanno sempre fatto i presidenti della Repubblica e i presidenti del Consiglio in occasione di speciali ricorrenze o circostanze. Se voleva essere interrogato dai giornalisti dovevano bastare le conferenze stampa ad essi riservate. Lei ricorderà certamente il Vangelo di Matteo dove è detto che «il di più è del Maligno». Con tutto il rispetto personale per Bruno Vespa, quello è “un di più” che a molti darà grande fastidio.

La Repubblica 04.12.11

"Il superbonus dei manager", di Rinaldo Gianola

Pierfrancesco Guarguaglini ha avuto nel 2010 una retribuzione di 4,4 milioni di euro come presidente e amministratore delegato di Finmeccanica. Ora si è dimesso e gli verrà riconosciuta una liquidazione di 5,5 milioni di euro. In un anno ha incassato 10 milioni di euro. È tollerabile che un’azienda di Stato paghi una simile cifra a un suo manager? Cosa devono pensare i cittadini chiamati in queste ore dal governo di impegno nazionale a duri, pesanti sacrifici, che andranno in pensione più tardi, pagheranno più tasse e tireranno la cinghia per arrivare alla fine del mese?
La polemica sulle ricche retribuzioni dei manager non è una novità, ma sorprende sempre che la «casta» dei duri capi azienda, dei finanzieri di chiara fama, dei banchieri prestigiosi, riesca a farla franca. Oggi le liquidazioni record, i premi, i bonus, le «parti variabili della retribuzione» sono un’offesa alla società, misurano il grado di ingiustizia e di diseguaglianza tra chi sta sopra e chi sta sotto. Nessuno mette in discussione il fatto che le responsabilità di chi guida un‘impresa, soprattutto in momenti così difficili, vadano adeguatamente premiate. Ma il problema è porre un limite a retribuzioni scandalose, fermare
la voracità predatoria di questa èlite del capitalismo. Com’è
possibile riconoscere una liquidazione di 40 milioni ad Alessandro Profumo? Cosa ha fatto di straordinario Luca di Montezemolo per meritarsi 8,7 milioni nel 2010? E Cesare Geronzi con 5 milioni? Ancora: quanto incasserà il ministro
Corrado Passera che si è appena dimesso da Intesa SanPaolo?
Nel momento in cui il governo punta a tagliare i costi della politica, a colpire i “privilegi” (compreso il diritto di andare in pensione dopo quarant’anni di lavoro…), si può chiedere almeno di avere un segnale su questo fronte, perché non è davvero tollerabile ascoltare le lezioni moralizzatrici di presunti modernizzatori miliardari.
Sergio Marchionne potrebbe incassare circa 200 milioni di euro dal suo piano pluriennale di stock options, oltre al solito stipendio (3,4 milioni nel 2010). E i suoi guadagni sarebbero
tassati solo al 30%, come prevede il paradiso fiscale di Zugo dove egli risiede. Cosa deve pensare l’operaio Fiat al quale ieri il Lingotto ha ventilato un “aumento” medio lordo di 30 euro al mese, spalmando però la quattordicesima sul salario mensile? E se magari qualcuno s’arrabbia?
Nel vibrante saggio «La crisi economica mondiale», Giulio Sapelli attribuisce il dramma di questi anni anche al «colpo di
stato mondiale dei manager stockopzionisti». È ora di iniziare finalmente a mettere un freno a questa vergogna.

L’Unità 03.12.11