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"Previdenza: cosa non va", di Cesare Damiano e Pier Paolo Baretta

Tempo fa dalle colonne di questo giornale abbiamo avanzato una proposta di riforma pensionistica successivamente tradotta in un disegno di legge di cui siamo i primi firmatari. Torniamo sul tema perché nella stessa direzione si è mosso Tiziano Treu con una analoga proposta di legge al Senato.
Inoltre, in un seminario organizzato dalle nostre associazioni, Lavoro&Welfare e Ares, la presentazione di questo progetto di legge ha riscosso importanti apprezzamenti dai rappresentanti del sindacato e dallo stesso Giuliano Cazzola, esponente del Pdl. Si è così aperto un dibattito che travalica la stessa emergenza che porterà il governo a prendere decisioni che, ci auguriamo, siano più orientate alla prospettiva che alla sola cassa.

Abbiamo già avuto modo disottolineare il fatto che la Nota di aggiornamento del 2011, redatta dal Ministero dell`Economia e delle Finanze, presentata dall`ex presidente del Consiglio e dall`ex ministro dell`Economia e approvata dal Consiglio dei ministri il 22 settembre scorso, recita a pag.23: «Considerando complessivamente gli ultimi interventi di riforma in materia di requisiti di accesso al pensionamento che iniziano a manifestare i relativi effetti dal 2008/2009, di seguito si evidenzia l`andamento dell`incidenza della spesa pensionistica in rapporto al Pil… Complessivamente gli interventi adottati (ndr: si tratta per la precisione di quattro provvedimenti dal 2004 al 2011) hanno comportato una significativa riduzione dell`incidenza della spesa pensionistica in rapporto al Pil che raggiunge in media 1,4 punti percentuali annui nell`intero periodo 2015-2040. In termini cumulati al 2050 i predetti complessivi interventi danno luogo ad una riduzione di circa 39 punti percentuali, di cui circa il 60% da ascrivere ai combinati interventi adottati con le leggi n.122/2010, n.111 e n.148/2011».

Ci piacerebbe contabilizzare in miliardi di euro questi risparmi sulla spesa pensionistica, anche considerando l`eventuale revisione percentuale che deriverà dall`abbassamento del Pil nei prossimi anni. Ci auguriamo che questo documento del ministero dell`Economia non sia solo il frutto della vecchia finanza creativa di Tremonti, scritto a giustificazione e merito delle scelte del passato governo, ma che si basi su dati reali di risparmio. La sua certificazione potrebbe notevolmente ridimensionare la richiesta di nuovi interventi di cassa sulle pensioni e, in nome dell`equità, stimolarci a ricavare un analogo risparmio anche da altri cespiti: grandi patrimoni, transazioni finanziarie, rendite e tracciabilità dei pagamenti. In tal senso va letto il recupero, contenuto nella nostra proposta, della flessibilità della riforma Dini del 1995.

Noi abbiamo indicato un accesso alla pensione a partire da 62 anni che può spingersi fino ai 70. Per i lavoratori che hanno già oggi il sistema contributivo non ci sono problemi: questa flessibilità consente di scegliere il momento più opportuno per andare in pensione, essendo l`assegno automaticamente correlato ai versamenti effettuati.

Per i lavoratori che hanno oggi il sistema retributivo, che cesserà di esistere nel 2017, e per coloro che hanno il sistema misto (retributivo e contributivo), la nostra proposta prevede che l`accesso al sistema flessibile sia facoltativo e sottoposto alla logica degli incentivi (per chi va in pensione dopo i 65 anni) e dei disincentivi (per chi sceglie di andare in pensione prima dei 65 anni). In questo modo si aiuterebbe la modernizzazione del sistema, senza per questo compromettere la possibilità di scelta del lavoratore che può mantenere il vecchio regime pensionistico o entrare nel nuovo circuito di flessibilità.

Accanto a queste indicazioni la nostra proposta di legge prevede di salvaguardare le disposizioni in materia di accesso anticipato al pensionamento per i lavori usuranti e per coloro che hanno maturato almeno 40 anni di contributi. Inoltre è prevista, a vantaggio delle giovani generazioni, la possibilità di totalizzare tutti i contributi versati, anche quelli riconducibili ad un solo giorno di lavoro.

Queste nostre posizioni dovranno ovviamente fare i conti con la proposta che verrà avanzata dal governo, che sarà oggetto di un confronto preventivo con i partiti che sostengono l`esecutivo oltreché con le parti sociali.

Non riteniamo opportuno favorire posizionamenti acritici fatti di no o di si pregiudiziali.

Infatti, sull`ipotesi dell`introduzione del contributivo pro rata, a partire dal primo gennaio 2012, non siamo contrari. È un segnale di equità tra le generazioni che non incide in modo significativo sui lavoratori ai quali mancano pochi anni per andare in pensione. Ovviamente non si tratta di una misura retroattiva e si fanno salvi tutti i contributi maturati con il sistema retributivo.

Come si vede si tratta di argomenti delicati e socialmente sensibili che potranno trovare il loro punto di compromesso soltanto all`insegna di una scelta di equità sociale che sia chiaramente percepibile da tutti i cittadini.

L’Unità 03.12.11

L'Italia torni ad essere fabbrica di cultura. Relazione introduttiva di Matteo Orfini

Grazie a tutti voi per aver scelto di dedicare questo fine settimana alla nostra riflessione. Comincia oggi l’ultima tappa di un percorso lungo e impegnativo, che ha attraversato più di settanta città, mettendo la cultura al centro dell’agenda politica del Partito democratico. Due mesi di lavoro, cominciati il 1 ottobre a Catanzaro e terminati ieri sera, ad Ancona.

Quando decidemmo di convocare gli stati generali della cultura non speravamo in una risposta così importante. Migliaia di persone hanno contribuito con passione, con voglia di confrontarsi, di spendersi con rinnovato impegno civile in un momento difficile per l’Italia. Questi due mesi di lavoro hanno fatto prima di tutto bene a noi, al Partito democratico, convincendoci ancora di più che qui c’è un patrimonio intellettuale di cui davvero non è possibile fare a meno e di cui non faremo a meno. Un’energia vitale e creativa che vuole fare la sua parte e che si sente ingabbiata, incatenata da un coacervo di problemi e difficoltà che non le consentono di sprigionarsi.

Quando abbiamo cominciato questo percorso la crisi mordeva già nel profondo il nostro paese, e ancor più il mondo della cultura. Oggi, se possibile, la crisi si è aggravata e le nubi si addensano su tutta l’Europa. Ma c’è un elemento nuovo, che è motivo di fiducia in un panorama pur così fosco: il governo Monti ha restituito all’Italia credibilità e autorevolezza, e con esse la speranza. E questo cambia la natura del nostro impegno chiamandoci a un compito diverso, anche in questi due giorni.

Non basta più elaborare il nostro progetto per l’alternativa, ma dobbiamo mettere in campo da subito idee e proposte che aiutino il governo a traghettarci in acque sicure. Oggi il sottosegretario Cecchi e domani il ministro Ornaghi parteciperanno ai nostri lavoro e già questo è un primo apprezzabile segno di discontinuità. A loro va il nostro ringraziamento e la richiesta di un impegno quotidiano e operoso per recuperare il tanto tempo perduto.
Veniamo infatti da anni difficili. Le battaglie contro i tagli e contro una rappresentazione insopportabile che di questo mondo ha dato non solo la destra, ma una parte del paese: quell’idea così ben interpretata dalle battute di Tremonti che vede nella cultura non un diritto di tutti ma un lusso per pochi e negli operatori culturali non dei lavoratori ma dei parassiti.
La battaglia contro questa impostazione non è ancora vinta, e la dobbiamo affrontare senza snobismi, non sottovalutandone la presa su una parte larga del paese. E riconoscendo che può persino avere un senso, soprattutto con l’aggravarsi della crisi. Perché c’è dietro una visione del nostro futuro, un’idea sbagliata ma forte di uscita dalla crisi: se la strada è quella di una competizione al ribasso, della riduzione dei costi, della compressione dei diritti, dell’individualismo estremo e del conseguente aumento delle diseguaglianze, dell’indebolimento del tessuto connettivo delle nostre società – se l’unica via per competere ci pare questa, allora davvero è inutile riempirsi la bocca con solenni e retoriche petizioni di principio: la cultura, la conoscenza, i saperi sono semplicemente inutili, ha ragione Tremonti.

A questa visione pessimista e regressiva dobbiamo contrapporre un progetto alternativo: proprio nel dramma della crisi appare più evidente la necessità di ricostruire un’idea di paese nuovo, un modello di sviluppo che rompa coraggiosamente col passato e che sappia ripensare se stesso all’interno di una dimensione politica europea. Un progetto che non può prescindere dall’ambizione di un’innovazione profonda, e in cui la cultura torni ad essere una delle questioni strategiche, sia per lo sforzo intellettuale a cui è chiamato questo mondo che deve sapersi cimentare nell’elaborazione di un pensiero nuovo, autonomo; sia come pilastro fondante di un modello di sviluppo diverso.

D’altra parte se guardiamo dentro la crisi, scavando nelle cause, troveremo conferme alle nostre ragioni.
Ad esempio scopriremo che esiste una relazione tra cultura e capacità innovativa di un paese: in Europa ad avere i tassi di accesso culturale più bassi sono Italia, Spagna, Portogallo, Grecia e Irlanda ovvero proprio quei paesi che più sono stati colpiti dalla crisi.

Non ha senso contrapporre industria e cultura; la scelta tra hard e soft economy, tra un’Italia manifatturiera e un’Italia creativa è un falso dilemma.
Le due cose sono indissolubilmente legate e l’una rende più forte l’altra.
Per questo non abbiamo scelto un teatro, non siamo all’Eliseo, ma in una vecchia fabbrica. E nel logo abbiamo voluto raffigurare gli strumenti di lavoro della cultura.
Ripartire da qui non significa ovviamente relegare la cultura a un ruolo ancillare.
Rimettere in discussione i paradigmi di questo ventennio ci obbliga piuttosto ad andare nella direzione contraria, riconoscendo come tali alcuni errori del passato e superandoli: della cultura c’è bisogno (a prescindere) anche se non produce un ritorno economico; è un bene comune, dicono gli amici del Valle occupato; il pubblico non è sempre un problema, e il privato non è sempre la soluzione. E dobbiamo perdere la mania di fare Fondazioni ovunque per risolvere i problemi.

E forse dovremmo correggere anche alcune parole sacre di questo ventennio. Io ne dico una:”valorizzazione”, un termine sbagliato.
Il nostro patrimonio è un valore in sé che deve essere reso fruibile. Sono semmai i fruitori a dover essere valorizzati.
Insomma è questo nucleo di pensiero che dobbiamo lasciarci alle spalle per entrare davvero nel nuovo millennio. Questo non significa naturalmente tornare indietro, restaurare lo status quo ante: non tutto è da buttare ovviamente e anche qualche forzatura è servita per scrostare un sistema che non funzionava. Anzi, molte delle riforme e delle innovazioni introdotte negli anni 90 dai nostri governi e dalle amministrazioni locali governate dal centrosinistra sono ancora importanti punti di riferimento: una storia di cui essere orgogliosi. Ma il mondo è cambiato ed è il momento di incamminarsi su strade nuove se vogliamo essere davvero attori del cambiamento.
Ripensare il sistema dunque, a cominciare naturalmente dal tema delle risorse.

Occorre fare meglio per chiedere di più.

Perché di qualcosa in più questo settore non può davvero fare a meno. I dati sono noti a tutti, segnalano la cronica differenza -anzi, per essere in sintonia con lo spirito del tempo:lo spread- tra Italia ed Europa. Così non va, né il giusto richiamo alla necessità di attrarre risorse private può deresponsabilizzarci: l’investimento deve essere prevalentemente pubblico perché ciò è garanzia di autonomia della cultura. Certo non è automatico che sia così e l’italia è piena di buoni assessori, ma ce ne sono anche di pessimi che interpretano il proprio ruolo vestendo i panni di novelli Lorenzo il Magnifico, svolgendo una funzione impropria. Occorre tirare una spessa linea di demarcazione tra scelte politiche ed espressione culturale, garantendo libertà e autonomia e scardinando clientele e privilegi.
Questo si può fare solo stimolando la crescita delle imprese culturali, garantendo diritti ai lavoratori, dando certezza della consistenza e della cadenza dei finanziamenti pubblici, consentendo la programmazione pluriennale, aprendo spazi alla produzione indipendente in qualunque settore, il che significa anche dischiudere luoghi e spazi per la distribuzione e la fruizione: rompere i monopoli dunque. Qualche anno fa un uomo politico diceva che Bisogna guardarsi “da interventi che possano, nella benché minima misura, ledere l’autonomia della ricerca teorica, delle attività culturali, della creazione artistica, giacché queste hanno come condizione vitale di sviluppo non quella di obbedire a un partito, a uno Stato, a un’ideologia, ma quella di poter dispiegarsi in pienezza di libertà e di spirito critico. Non è compito dei partiti, né dello Stato esigere obbedienze, far prevalere concezione del mondo, limitare in qualsiasi modo le libertà intellettuali”.
Sono parole che nel 1977 pronunciava Enrico Berlinguer e che ancora oggi spiegano perfettamente dove si deve fermare la politica.

Più risorse dunque, ma nell’affermare questa esigenza occorre individuare strumenti di programmazione che aiutino a spendere meglio e a evitare dispersione, cominciando ad esempio dalla riorganizzazione dei diversi rivoli di finanziamenti straordinari. Si tratta di cifre di tutto rispetto che sfuggono ad una gestione di spesa interamente programmabile nei tempi intermedi: gli interventi finanziati dalla giocata aggiuntiva del Lotto, i fondi dell’8 per mille, le cifre erogate come liberalità per la cultura dai privati. E naturalmente i fondi Arcus, una società che ha funzionato da argent de poche per i diversi ministri coinvolti che hanno potuto distribuire quel denaro senza alcun controllo e al di fuori di ogni pianificazione. Il nostro obiettivo è quello di costruire un modello in cui le risorse siano, il più possibile, al servizio di piani nazionali di intervento programmati e selezionati a seconda dei reali bisogni e non in ragione di esigenze clientelari o di campanile.
E credo che possiamo chiedere al nuovo governo, che fa della sobrietà e della trasparenza un tratto distintivo, di fare a meno di Arcus. (aboliamola!) Ma anche gli strumenti di gestione della spesa ordinaria devono essere riformati, a cominciare dal Fondo unico per lo spettacolo che nasce per essere transitorio, ne era consapevole il legislatore del 1985 che prevedeva, appena superata l’emergenza, l’elaborazione di un sistema di leggi quadro per ciascuno dei suoi settori.

Oggi il FUS non basta più ad accompagnare e favorire lo sviluppo del comparto. Prima di tutto per la stessa scarsità delle risorse stanziate dallo Stato. Poi perché non prevede la programmazione pluriennale e concordata tra stato, regioni e enti locali, producendo la stratificazione e la sovrapposizione degli interventi tra I diversi livelli di governo. Infine I criteri storici con i quali il FUS viene ripartito creano una vera e propria barriera all’entrata di nuovi soggetti e nuove iniziative contribuendo così alla distorsione e all’invecchiamento del sistema. Senza dimenticare che il federalismo concepito dal governo precedete non prevede che la cultura sia né tra i livelli essenziali delle prestazioni (LEP) delle regioni né tra le funzioni fondamentali degli enti locali: il che significa, semplicemente, che il finanziamento della cultura da parte delle regioni e degli enti territoriali dipenderà dalla disponibilità di risorse smettendo di essere un dovere per diventare un’eventualità, un optional. O su questo riapriamo una discussione o non ce ne sarà per nessuno.

Più pubblico quindi, ma anche più privato.

Le defiscalizzazioni sono per noi lo strumento principe per attrarre investimenti, anche se dobbiamo riconoscere alcuni limiti: in periodi di crisi è difficile trovare investitori, a prescindere dalla convenienza dello sconto fiscale. Quanto accaduto quest’anno con le risorse per il tax credit lo dimostra.
E quegli investimenti vanno ovviamente sui prodotti che garantiscono la ragionevole speranza di un ritorno economico, non certo sulla sperimentazione.

Estendere gli incentivi per il cinema agli altri settori non ha senso, se non in pochi casi. Occorre piuttosto immaginare politiche di incentivi disegnate sulle specificità dei singoli ambiti culturali e correggere le norme imperfette.
Nel caso del mecenatismo ad esempio, in Italia le normative sembrano quasi voler scoraggiare le erogazioni piuttosto che favorirle. Esse sono poco conosciute dai donatori potenziali; le regole sono troppo farraginose anche a causa delle frequenti correzioni e modifiche normative. Non basta, i meccanismi sanzionatori puniscono i donatori piuttosto che i beneficiari infedeli. C’è bisogno al contrario di semplificare le procedure amministrative e sburocratizzare all’estremo le piccole liberalità individuali. Privati e imprese preferiscono intervenire nel settore culturale con strumenti che gli danno maggiore visibilità e che, tutto sommato, sono molto meno macchinosi. Ad esempio le sponsorizzazioni, un sistema di intervento che ancorché assai sperimentato all’estero, in Italia manca ancora di una cultura diffusa. Non è un caso che la sponsorizzazione dei restauri del Colosseo abbia sollevato e continui a sollevare polemiche e discussioni. Fermo restando che crediamo che l’intervento dei privati sia importante e decisivo è vero anche che è necessario esplicitare nei bandi quale sia lo scambio pubblico privato per rendere quei bandi immediatamente appetibili e trasparenti.
Altrimenti, data la cronica necessità di finanziamenti da parte del pubblico, il rischio è che nella fase di perfezionamento dei contratti, il potere contrattuale si sposti dalla parte dello sponsor privato.

Questo è il caso del Colosseo rispetto al quale, tra l’altro ci si sarebbe aspettato che la Direzione Generale della Valorizzazione producesse una stima ponderata del valore dell’utilizzo dell’immagine del Colosseo da parte dello sponsor. E la medesima cosa dovrebbe essere fatta per tutti quei monumenti particolarmente carismatici e quindi appetibili per gli sponsor. Per gestire al meglio le risorse e più in generale per far funzionare il sistema occorre una nuova governance salda e ordinata, a cominciare dal Ministero dei Beni culturali. Molti in questi mesi ne hanno profetizzato se non addirittura auspicato la soppressione, o la dipartimentalizzazione sotto la presidenza del consiglio.

Non credo possa essere questa la soluzione, ma è altresì evidente che così com’è il ministero non regge più. La mutazione genetica di questi anni ne ha accresciuto a dismisura la struttura centrale mentre deperiva quella periferica, trasformandolo in un mostro macrocefalo. C’è bisogno di invertire la rotta, snellendo l’apparato centrale e ridando fiato alle strutture periferiche e territoriali e garantendo reale autonomia alle funzioni tecnico scientifiche, storicamente il fiore all’occhiello del ministero. Valorizzare le competenze esistenti, inserire nuove professionalità, accompagnare il necessario ricambio generazionale sono premesse senza le quali è impensabile immaginare un futuro per il ministero.

Bisogna interrompere immediatamente la pratica dei commissariamenti, tornando alla gestione ordinaria.
Ma quanto successo in questi mesi chiama anche la comunità scientifica a un’assunzione di responsabilità. Spesso siamo stati soli a denunciare quello che accadeva al ministero, mentre autorevoli personalità scientifiche si trasformavano da paladini della tutela a cantori della protezione civile a Pompei; mentre sovrintendenze che avevano nel proprio dna l’orgoglio dell’autonomia, come quella di Roma che aveva appreso quelle virtù grazie tra gli altri a Adriano La Regina, si sono fatte commissariare festosamente. Per non parlare di storici dirigenti che hanno accettato doppi incarichi palesemente incompatibili (Roma e Pompei).

C’è stato insomma un tratto di conformismo inquietante, una oggettiva perdita di autonomia sulla quale occorre riflettere, per restituire al ministero la dignità perduta.
Ripensare la governance significa anche uscire definitivamente dalla stanca e ormai logora contrapposizione tra centralismo e decentramento.
Affinché il Mibac – e dunque lo Stato – possa ottemperare alle funzioni attribuitegli dalla Costituzione è indispensabile attivare sinergie tra tutti i livelli di governo e determinare strategie di intervento condivise dallo Stato, dalle regioni, dalle province e dai comuni. La soluzione va cercata, crediamo, in un sistema concorde, plurimo, lealmente collaborativo in cui tutti i livelli di governo e quindi anche Roma Capitale , siano egualmente vincolati al rigido rispetto di regole certe, stabili e imperative in tema di formazione e reclutamento del personale, autonomia degli apparati tecnici, sistemi di finanziamento, rapporto con i privati, modelli di gestione e criteri di efficacia ed efficienza degli interventi. Il dibattito sul federalismo non può tuttavia trascurare che il patrimonio culturale è nazionale e quindi, solo un’istanza nazionale, super partes, può essere deputata alla dichiarazione di interesse culturale.

Occorre poi dare a questo paese le leggi quadro che da troppo tempo mancano. In assenza di norme di indirizzo statali quasi tutte le regioni si sono dotate di proprie leggi spesso molto buone ma che nel loro complesso finiscono per creare un sistema nazionale frammentario e disomogeneo. Il tema della legge quadro resta ancora aperto, dopo anni di dibattito per il rifiuto del governo Berlusconi di finanziare la legge per lo spettacolo malgrado il buon fine del lavoro svolto in parlamento per un testo unificato. E all’intero comparto viene negato uno strumento di sviluppo fondamentale per superare la lunga transizione iniziata nel 1985. Altra questione è quella che riguarda il cinema che ha anch’esso bisogno di una profonda manutenzione delle norme che lo sostengono. Prima di tutto dando unità ai settori del cinema e dell’audiovisivo e definendo con chiarezza quale debba essere il ruolo pubblico e quindi il sistema di governance in cui la parte pubblica non giochia il ruolo di competitore ma di supporto per l’industria cineaudiovisiva.

Fermo restando l’insostituibile ruolo del Centro Sperimentale di Cinematografia per il sistema della formazione, riteniamo che la missione di Cinecittà Luce debba concentrarsi sulla produzione e distribuzione di opere prime e seconde, di opere difficili, di opere di innovazione e di ricerca, sulla promozione in Italia e all’estero. Accanto a queste funzioni più sperimentate Cinecittà Luce deve dotarsi di un solido settore studi e ricerche in grado di elaborare strategie per lo sviluppo industriale del settore.
Cinecittà Per quanto riguarda i teatri d’opera, è evidente che Il governo di centrodestra ha affrontato la crisi delle fondazioni lirico sinfoniche con un’impostazione ideologica che ha individuato nei privilegi dei lavoratori, negli sprechi, nell’assenza di managerialità la causa della crescente dinamica dei costi. La legge 100 del 2010 e i successivi regolamenti sono provvedimenti parziali che isolano ancora di più le fondazioni dal sistema musicale italiano.
Il nuovo governo deve prendere atto del fallimento della legge Bondi riaprendo una discussione sulla riforma della produzione lirica in Italia, quella discussione che Bondi non volle fare, ma di cui c’è un gran bisogno. Ma prima di ogni altro ragionamento sulle riforme di cui il sistema cultura ha bisogno, dobbiamo stabilire quale indirizzo dare alle nostre scelte, così da imprimere un cambiamento reale.

La prima scelta decisiva è costruire le condizioni per cui l’Italia resti un paese dove si produce cultura e non la si distribuisce soltanto. Questo significa anche rifiutare di scegliere, come ogni tanto qualcuno chiede di fare, tra tutela del patrimonio e sostegno alla creatività. Una contrapposizione priva di senso, fosse anche solo perché il nostro patrimonio è frutto della creatività straordinaria che il nostro paese ha espresso in passato. Ma è chiaro che per rimanere luogo di produzione occorre che la politica sia all’altezza di scelte lungimiranti rinunciando magari al ritorno immediato del grande evento per investire sul tessuto creativo, per incentivare la sperimentazione e l’innovazione.
Certo, non tutti gli eventi sono uguali e ce ne sono molti che svolgono una funzione positiva creando visibilità per esperienze innovative e creando un rapporto con la cittadinanza. Ma non è sempre così.

La seconda scelta irrinunciabile è aprire un sistema chiuso.

Perché oggi il mondo della cultura è bloccato da un coacervo di rendite di posizione e di barriere all’ingresso. Un sistema che spesso finisce per respingere o per relegare ai margini le risorse più fresche.
E’ così fin dalla testa, pensate per fare solo un esempio all’odioso reference system.
Agli stati generai di Torino, due giovani registi, i fratelli de serio, hanno raccontato in modo provocatoriamente efficace il sistema con cui il nostro paese seleziona nuovi talenti, definendolo modello gratta e vinci. tu investi su te stesso raccogliendo le risorse necessarie a comprare un gratta e vinci. se ti va bene, guadagni il necessario per comprarne un altro fino a quando, per sfortuna o per errore il ciclo si interrompe. E a quel punto vieni espulso dal meccanismo. Ma può funzionare così la selezione dei talenti? O non sarebbe forse meglio utilizzare la leva pubblica anche per dare qualcosa a chi non c’è ancora? D’altra parte coltivare questo tessuto crea anche le condizioni per rafforzare le eccellenze, che restano architravi indispensabili del sistema. Apertura del sistema significa anche apertura dei mercati culturali.

Un po’ di sana concorrenza in quegli spezzoni che possono ambire a una dimensione industriale di certo non può far male.
Dalla produzione di contenuti all’editoria, dall’esercizio cinematografico alla televisione bisogna aprire il sistema, incidendo sui meccanismi che lo paralizzano.

Ed evitando di costruirne di nuovi che aggravino il problema.
Molto si è discusso ad esempio di tassa di scopo come forma di finanziamento integrativo del cinema. A me non pare possa essere questa la soluzione.
Naturalmente non demonizzo affatto uno strumento che abbiamo per molto tempo richiesto e che so essere caro a molti.
Ma non credo debba essere più questa la strada maestra. Le risorse per il cinema e per l’audiovisivo devono venire da un ampliato vincolo di investimento che, sul modello di quanto avviene per RAI e Mediaset, coinvolga i soggetti della filiera tenendo conto dell’integrazione sempre più stretta e del ruolo che oggi svolgono, per fare solo un esempio, i colossi delle tlc.
L’effetto sarebbe finalmente quello di creare un vero pluralismo produttivo, condizione indispensabile per superare l’anomalia italiana, paese in cui per contare i soggetti che oggi decidono se un film si può o meno produrre sono sufficienti, se non abbondanti, le dita di una mano.
Aprire il sistema è condizione preliminare per dare a questo settore una politica industriale. Una nuova legge per il cinema e l’audiovisivo, ad esempio, deve tenere insieme gli obiettivi culturali con quelli di sviluppo industriale, investendo risorse pubbliche nella sperimentazione, nell’innovazione, nei nuovi linguaggi, esattamente come si fa nella ricerca di base e assumendosi anche il rischio del fallimento. Non esiste settore industriale che possa crescere, consolidarsi e espandersi in assenza di innovazione. E in assenza di politiche per le imprese.

Oltre a tax credit e tax shelter bisogna estendere a questo settore i finanziamenti per lo sviluppo delle PMI, sostenendo le imprese nella fase di start up per portarle a camminare sulle proprie gambe. E bisogna definire l’identità delle imprese indipendenti della produzione e della distribuzione e creare le condizioni per liberare il mercato dai monopoli anche pubblici.

L’Unione europea ce lo insegna: le industrie culturali e creative rappresentano uno dei settori trainanti del continente: esse producono il doppio dei ricavi dell’industria automobilistica, crescono ad una velocità molto superiore rispetto alle altre industrie, producono occupazione anche nei periodi di crisi, impegnano lavoratori altamente qualificati. Ma in mancanza delle necessarie politiche di sostegno e sviluppo del settore l’Italia rischia di perdere lo straordinario vantaggio competitivo che la sua storia le ha regalato. Ma non c’è possibilità di far funzionare la cultura se non partiamo dalla centralità del capitale umano, e quindi dalla formazione e dal lavoro. Coordinare cicli formativi, mondo del lavoro e sistemi di qualificazione degli addetti diventa oggi irrinunciabile per non perdere uno straordinario patrimonio di competenze e per garantire la qualità nella tutela dei beni e nella produzione dei contenuti culturali. (oggi è il caos) C’è infine la questione del lavoro culturale: centinaia di migliaia di lavoratori che vivono in una situazione di precarietà, privi di tutele e diritti. Tema che abbiamo posto da subito affermando che chi opera in questo settore è prima di tutto un lavoratore. Non era scontato, questo è un settore i cui protagonisti sono lavoratori della conoscenza spesso privi della coscienza di essere lavoratori. Ma è proprio la crisi economica ed il progressivo restringimento delle tutele che, paradossalmente, stanno restituendo a questi lavoratori quella consapevolezza. E proprio da qui partono le richieste delle categorie.

La crisi sta facendo male, scava dolorosamente nella carne viva dei lavoratori che sono stati abbandonati in questi anni da governi disattenti.
Alcuni problemi hanno bisogno di tempo per essere risolti, altri si possono superare con poche norme, che a volte nemmeno incidono sui conti pubblici.
Al governo chiediamo un intervento immediato su alcuni aspetti, a cominciare dalla questione del welfare per i lavoratori dello spettacolo, il cui Ente previdenziale genera ogni anno un cospicuo avanzo che ha consentito all’ENPALS di avere in Tesoreria al 2010 un fondo cassa infruttifero di 1.582.813.640 euro.

E’ l’effetto insopportabilmente iniquo dell’armonizzazione delle regole previdenziali che non si è rivelato in grado di cogliere le specificità del lavoro del settore. Così intere categorie artistiche non raggiungono e non raggiungeranno mai i requisiti per la pensione. Altro che parassiti, è semmai vero l’opposto: è la finanza pubblica che è in debito con questi lavoratori.

L’ENPALS deve diventare il soggetto intorno al quale costruire il welfare dello spettacolo e il recente allargamento delle sue funzioni va in questa direzione, ma è necessario un più convinto sostegno legislativo.
Non può sfuggire al nuovo governo che intervenire su questo aspetto non servirebbe solo a sanare un’iniquità, ma migliorerebbe in modo concreto ed immediato la vita di decine di migliaia di lavoratori.
Nello stesso tempo un esecutivo che ha nella sua missione primaria il rilancio della crescita, non può non affrontare il tema di come dare soluzione legislativa all’insopportabile fenomeno della delocalizzazione delle produzione cinematografiche e televisive, che trasforma una norma pensata a sostegno dell’industria del cinema e dell’audiovisivo nazionale in un favore ai paesi concorrenti.

Problema che sposta risorse dall’Italia, penalizza le imprese e i lavoratori e che è risolvibile con un semplice cambiamento di poche righe della Gasparri che estenda il riconoscimento della nazionalità italiana alla fiction legandolo a parametri che ne incentivino la localizzazione sul territorio nazionale.
E’ poi necessario portare a compimento la legge sulla qualificazione dei restauratori che vivono da più di 10 anni in un limbo normativo che non permette loro di lavorare e che allo stesso tempo non è in grado di qualificarli. Innocua per il bilancio dello stato ma fondamentale per i lavoratori dei beni culturali è anche la proposta di legge che definisce le loro figure professionali all’interno del Codice dei Beni culturali. Si possono approvare insieme in poche settimane proseguendo il percorso che avevamo intrapreso già con Galan.

Con la convocazione di questi stati generali non abbiamo voluto solo aprire una riflessione sulle politiche culturali.
Il nostro obiettivo è anche quello di risvegliare un dibattito.
A questo dibattito si fa fatica persino a dare un nome. Non perché non ce l’abbia, ma perché non appena lo si nomina, non appena si accenna ad un’interrogazione circa ruoli e compiti dell’intellettuale si raccolgono reazioni infastidite, quando non stizzite, come se si volessero agitare solo questioni vecchie e ormai superate.

Certamente l’intellettuale come “funzionario dell’umanità”, come rappresentante dell’universale, non ha più motivo d’essere. A ragione, Zygmunt Bauman ha sostenuto che la possibilità che l’intellettuale intervenga direttamente nello spazio pubblico, influenzando l’opinione generale e indirizzando quindi il corso politico della nazione, si è significativamente ridotta, non solo modificata. Ma significa questo che bisogna rinunciare del tutto a costruire le condizioni di un dialogo critico, al di sopra o almeno attraverso gli interessi particolari e le private competenze? Noi crediamo di no, noi crediamo che vi sia ancora spazio per un “uso pubblico della ragione”, e che anzi tale uso libero e franco vada favorito, incoraggiato, conformemente a quella “passione per l’apertura” che è la caratteristica distintiva del clima civile e intellettuale delle democrazie. Non aiutano questo clima il cinismo o la rassegnazione, ma neppure le narcisistiche grida di indignazione, che poco incidono sul pensiero e sulla realtà e poco producono di effettuale – se non qualche ospitata televisiva in più per l’indignato di turno.
In luogo della critica, un certo conformismo ha finito con il dominare il dibattito pubblico, così che di fronte a una crisi come quella che stiamo attraversando, che è anche una crisi di categorie, di modelli di pensiero, corriamo il rischio di trovarci impreparati, e per incapacità di pensare il nuovo rischiamo di ritornare all’antico.
La politica, da parte sua, non ha saputo dare risposte efficaci e quel senso di distanza, di alterità, di separazione fra ambiti sempre più lontani, la secca giustapposizione fra un “noi” e un “voi” è cresciuta fino a divenire uno dei tratti distintivi di questo quindicennio, uno dei tanti fattori di disaggregazione del tessuto connettivo della nostra società.

Non possiamo andare avanti così: occorre recuperare le ragioni di uno sforzo collettivo che si cimenti con la formulazione di un pensiero nuovo.

Abbiamo bisogno di idee, di discussione, di confronto.
Non è possibile rinnovare la sfera pubblica, recuperare il senso e il valore dell’identità statale e nazionale, in una cornice europea profondamente ripensata, senza ricostruire una rete di intelligenze che dia forza a una battaglia politica, e ci aiuti a far comprendere fino in fondo al paese che occorre ricostruire un intreccio fecondo fra istanze della cultura e condizioni della democrazia, intreccio il cui sfilacciamento, la cui rottura ha avuto un effetto non certo positivo sulla storia di questi anni.

Matteo Orfini – Responsabile Cultura e Informazione Pd

www.partitodemocratico.it

"I privilegi vanno aboliti. Ma di tutti", di Giorgio Merlo

Al netto della demagogia, del populismo e dell’ipocrisia che accompagna ormai da molti mesi la violenta campagna antipolitica che è stata scatenata nel nostro paese, le recenti misure che hanno riguardato i parlamentari, i vitalizi, le retribuzioni sono da salutare positivamente.
Certo, fa un certo effetto leggere quotidianamente gli strali dei commentatori tv e degli organi di stampa, dei direttori dei grandi giornali, dei conduttori dei vari talk show televisivi e dei grandi soloni opinion leader – quasi tutti accompagnati da lauti stipendi e prebende, il più delle volte milionari oggi, miliardari ieri – contro la classe politica, il prezzo del caffè alla buvette, il costo del “secondo” alla mensa della camera, la cifra della “diaria”, il ruolo del portaborse ecc. ecc. Ma ormai ci siamo abituati.
Se costoro, cioè se questi milionari vogliono raccogliere un applauso in qualsiasi ora della giornata in tv o ricevere un plauso dai lettori del giornale e dai commenti sui blog devono, per forza di cose, prima contestare poi delegittimare e quindi sputtanare la classe politica parlamentare, le loro prebende e i loro privilegi.
Così è e così sarà sino a quando non decideranno di chiudere il rubinetto e di spostare l’attenzione su altri temi. Ma la moda non è finita perchè per il momento rende, registra molti ascolti e fa vendere molti libri. Insomma, è un’industria che produce ascolti, fa vendere copie e fa incassare un mare di denaro ai professionisti della cosiddetta “anticasta”. Quindi la moda continuerà.
Alla faccia delle conseguenze che tutto ciò provocherà per la credibilità delle istituzioni nel nostro paese. Ma d’ora in poi – e cioè dopo i tagli consistenti, e necessari, della retribuzione parlamentare e dei cosiddetti “privilegi” – la vera sfida sarà quella di capire se questi tagli saranno estesi innanzitutto ai compensi, alle prebende e agli emolumenti, il più delle volte milionari, che interessano tutti gli organi dello stato. È curioso che tutti i soloni che predicano dalla tv, pubblica o privata che sia non fa più alcuna differenza, e ormai insultano apertamente sui giornali non dicano una parola – ripeto, un parola – su questi emolumenti milionari.
Non possono dirlo? Non conviene dirlo? Non si vendono sufficienti copie se lo si dice? Non si fanno ascolti se vengono pubblicati e commentati in tv? Non si sa ma la domanda, però, è d’obbligo: perché questa ipocrisia e questa doppia verità? Ora, non potendo, com’è ovvio, ricevere una risposta adeguata a questa domanda e non potendo pretendere che questi soloni milionari affrontino pubblicamente questi temi, ci accontentiamo se il governo dei “tecnici” cominciasse a dare qualche segnale.
Nello specifico, abbiamo apprezzato che il ministro Elsa Fornero abbia partecipato all’incontro con i presidenti delle camere per ridurre drasticamente e per cancellare progressivamente i vitalizi dei parlamentari. Adesso attendiamo, con altrettanta celerità e rapidità, che il ministro Fornero proceda ad elaborare un piano per ridurre drasticamente gli emolumenti, gli stipendi e le prebende di migliaia di persone dello stato – per non parlare delle banche – che percepiscono in un mese ciò che i parlamentari ottengono in un anno.
Insomma, adesso verifichiamo se il ministro Fornero è un ministro “tecnico” a senso unico e a giorni alterni oppure se è un ministro che in questi mesi difficili per l’economia del paese applica l’equità e la solidarietà a tutti, boiardi compresi. Sino ad oggi non c’è traccia di nulla. Ma aspettiamo fiduciosi.
Come attendiamo altrettanto fiduciosi dal presidente Fini, così veloce e giustamente intransigente nell’azzerare i cosiddetti privilegi dei parlamentari che dovrebbe rappresentare, che adesso proceda a cancellare definitivamente gli enormi privilegi e i giganteschi benefit che tuttora sono appannaggio della presidenza della camera.
Non pretendiamo che lo chiedano i commentatori milionari dei giornali e delle tv. Ma lo pretendiamo noi per rispetto del principio dell’equità e della solidarietà. Nonché della credibilità personale e istituzionale di chi rappresenta oggi i deputati. Ma anche qui, almeno sino ad oggi, solo chiacchiere e propaganda senza alcun gesto concreto. Ma attendiamo fiduciosi anche dal presidente Fini qualche segnale concreto che lo riguarda personalmente per il ruolo che ricopre.
Insomma, al netto della propaganda e della demagogia come dicevamo all’inizio, adesso è il momento della verifica concreta. Saranno solo e soltanto gli atti a dire se il governo tecnico vuole ridurre i privilegi e gli interessi di molte categorie professionali e settori dello stato.
Di tutti, però. Compresi quelli che sono rappresentati da molti ministri e sottosegretari appena nominati. Ovviamente sono interessi che non saranno citati dai commentatori e dai soloni milionari di giornali e tv. Ma questi interessi e questi privilegi, se non saranno duramente colpiti, sarà per una semplice ragione: per una scelta politica netta dei cosiddetti “tecnici” al governo. E se questo capiterà segnerà la loro sconfitta oltre alla loro ignavia.

da Europa Quotidiano 03.12.11

"Il male della precarietà. Così si toglie il futuro alle nuove generazioni", di Ilaria Lari

I giovani hanno pagato il conto più salato della crisi. Lo ha confermato ieri il rapporto annuale del Censis con i dati impietosi di 1 milione di giovani che hanno perso il lavoro negli ultimi quattro anni e quasi un giovane su quattro non studia e non lavora. Come prevedibile la precarietà si è presto trasformata in disoccupazione. Pensare che ci avevano raccontato che i contratti flessibili sarebbero stati un trampolino per accedere al mondo del lavoro e incentivare l’occupazione. Così non è stato e i decisori politici dovrebbero apprendere la lezione, piuttosto che perpetuare un modello insostenibile che penalizza i più deboli e consegna le giovani generazioni ad un futuro che appare loro predestinato, magari in virtù del contesto sociale e familiare di provenienza. La discontinuità del lavoro diventa infatti una barriera enorme nel difficile percorso verso l’indipendenza economica e la famiglia rimane l’unico ammortizzatore sociale disponibile. Basti pensare che una buona parte dei precari che ha perso il lavoro non ha ricevuto alcun sostegno al reddito e il misero bonus precari, istituito dal precedente Governo, è stato usufruito a malapena da 1500 collaboratori, in virtù dei requisiti restrittivi che lo hanno reso inaccessibile. D’altronde tutti ci ricordano quanto è importante scommettere sui giovani, ma puntualmente nessuno vuole rischiare per dare loro un’opportunità: non rischia il datore di lavoro che preferisce assumerti a progetto, non rischia un banca nel concederti un mutuo, non rischia lo Stato con un welfare sempre più avaro ed escludente. Come se il rischio di un mercato impazzito debba essere assunto esattamente da chi ha meno potere e meno responsabilità. La parola equità che ultimamente viene tanto agitata dovrebbe partire da qui: da una giusta redistribuzione delle opportunità e delle responsabilità. La precarietà è l’emblema di questo modello: infatti produce sfruttamento e subalternità e lede innanzitutto la libertà nell’esercizio del proprio lavoro. La nostra d’altronde è la generazione che deve essere “disposta a tutto” pur di lavorare: disposta a lavorare gratis o con compensi indecenti, a orari impossibili, in assenza di tutele in caso di malattia o maternità, senza diritti sindacali, con la massima responsabilità sull’esito di un incarico e il minimo della tutele e dell’autonomia nella gestione dello stesso. Per questo i diritti sul lavoro non sono un termine desueto, ma sono l’unica garanzia per esprimere al meglio la propria autonomia e professionalità. Non esiste alcun risarcimento economico che possa sostituire il diritto ad essere pieni cittadini sul posto di lavoro, senza i ricatti e le umiliazioni a cui spesso siamo sottoposti. Questo proprio i giovani lo sanno bene e per questo non sono più disposti ad essere strumentalizzati ai fini di uno scambio che veda sottrarre, nuovamente a loro, i diritti conquistati dalle precedenti generazioni. Infatti risulta quantomeno surreale la raffigurazione di un “mercato del lavoro duale”, dove magari gli ipergarantiti sono i nostri genitori in cassa integrazione o i tanti che guadagnano poco più di 1000 euro al mese. Piuttosto i giovani sono stati le cavie di un “mercato del lavoro liquido” dove si sono affermate condizioni sempre più frammentate: mentre le protezioni venivano negate a chi doveva entrare, progressivamente si assottigliavano per tutti, secondo una logica di rincorsa alla riduzione dei costi e di spostamento del rischio di impresa sul lavoratore. Per riformare il sistema non esiste una soluzione salvifica, ma alcuni interventi mirati che invertano la rotta. I giovani devono poter accedere al lavoro con un contratto vero, che abbia pieni diritti, formazione e tempi certi di conferma. Devono essere cancellati i contratti truffa e ridotte le tipologie disponibili, secondo il principio per cui ad un lavoro stabile deve corrispondere un contratto stabile. Inoltre nessuna prestazione, a prescindere dalla tipologia di impiego, può esser pagata meno di quanto stabilito nei contratti nazionali di lavoro e vanno garantite a tutti le tutele fondamentali, a partire dall’estensione degli ammortizzatori sociali. Queste sono soluzioni concrete e urgenti che possono dare un segno di discontinuità. Questo è il punto: se questo Paese sceglie o meno di liberare le energie e le competenze compresse, di ridurre le disuguaglianze e le rendite di posizione, di perseguire uno sviluppo che consenta alle nuove generazioni di restituire il frutto di anni di studio e di lavoro.
Ilaria Lani

"Il buon esempio è necessario", di Gian Antonio Stella

Niente scherzi. Dopo avere già assistito in questi anni all’incenerimento di «375 mila leggi inutili», all’«abolizione di tutte le Province», a «tagli epocali ai costi della politica », alla «più spettacolare riduzione delle tasse di tutti i tempi», al «taglio di 50 mila poltrone», al «raddoppio del contributo di solidarietà» sulle buste paga dei parlamentari e via tambureggiando in una serie di annunci trionfali evaporati nel nulla, i cittadini non potrebbero perdonare un altro zuccherino propagandistico.

Gli italiani lo sanno: rotto l’incantesimo del «siamo messi meglio degli altri », la situazione è pesante. Sanno che, per il bene dei figli e dei nipoti, saranno toccate le pensioni. Che, per sottrarre i Comuni con l’acqua alla gola al ricatto di cedere in cambio degli oneri di urbanizzazione su varianti urbanistiche che devastano il paesaggio, sarà reintrodotta (si spera con una equa gradualità) una tassa sulla prima casa. Sanno che c’è il rischio di un aumento delle aliquote fiscali per i redditi più alti. Ma guai se, chiamati a fare sacrifici dopo aver già visto nell’ultimo decennio il Pil pro capite calare del 5%, si accorgessero di essere presi in giro. A partire dall’unica vera svolta annunciata: la riforma dei vitalizi.

Le fibrillazioni di tanti parlamentari davanti all’ipotesi che, con quasi 17 anni di ritardo rispetto alla riforma Dini, passi infine anche per loro dal prossimo 1 gennaio il sistema contributivo, non promettono niente di buono. Tanto più che quelli con meno di 55 anni che vedono di colpo il loro vitalizio alleggerirsi e allontanarsi di anni sono addirittura 238. Quanti bastano, se vogliono, per terremotare il cammino della manovra.

Certo, resta nei confronti degli altri italiani un privilegio non secondario. Se anche passasse così com’è il progetto di riforma, il parlamentare in aspettativa dal suo lavoro si ritroverebbe, lui solo, con due contributi figurativi che, versati uno dal datore di lavoro e l’altro dal Parlamento, gli garantiranno comunque due assegni pensionistici. E meglio sarebbe se la riforma fosse fatta fino in fondo: chi fa il parlamentare fa il parlamentare. Punto. Come in America e in altri Paesi. Con tutte le conseguenze, anche contributive, del caso. Ma, si dice, piuttosto che niente meglio piuttosto. Purché la svolta non venga svuotata da misteriosi codicilli infilati dalle solite misteriose manine. E purché sia chiaro che non si tratta di una regalia nei confronti «del chiasso qualunquista antipolitico » ma di un atto di giustizia.

«Se si toccano i diritti acquisiti bisognerebbe dare indietro i soldi a quelli che hanno pagato per acquisirli. Sennò è come se li avessero truffati», ha detto con l’aria del condannato al patibolo il deputato «responsabile» Maurizio Grassano. Prendetelo in parola: ridategli i soldi e ciao. Perché la truffa è far credere che il vitalizio restituisca al parlamentare solo quanto ha versato. Falso: per ogni euro di contributi che ricevono, le «casse» di Montecitorio e di Palazzo Madama ne sborsano in vitalizi 11. Con il sistema attuale, dice uno studio dell’Istituto Bruno Leoni, un parlamentare di 45 anni con una sola legislatura riceverà in media il 533% di quello che ha versato. Qualunque altra mutua, con i conti così, sarebbe chiusa coi lucchetti.

Ma se mettere ordine in questo caso spetta al Parlamento (e alle Regioni, troppo spesso tentate dal rinvio nella speranza di non toccare niente) anche il governo deve fare la sua parte. Certe anomalie, certe nomine di ministri e sottosegretari, certi potenziali conflitti d’interesse rischiano di minare una fiducia oggi indispensabile. Mario Monti ha garantito «la massima trasparenza». Prima lo dimostra, meglio è.

Il Corriere della Sera 03.12.11

"In lieve calo la dispersione scolastica. Profumo: Non servono altre riforme", di Alessandra Migliozzi

Nel 2010, secondo i dati diffusi ieri dal Censis, la percentuale dei 18-24enni che hanno smesso di studiare e hanno in tasca solo il titolo di scuola media è passata dal 19,2% al 18,8%. Piccoli segnali di miglioramento sul fronte della dispersione scolastica. L’obiettivo europeo di arrivare (entro il 2020) al 10% massimo di giovani che lasciano gli studi senza aver preso un diploma superiore è ancora lontanissimo. Ma qualcosa si muove: nel 2010, secondo i dati diffusi ieri dal Censis, la percentuale dei 18-24enni che hanno smesso di studiare e hanno in tasca solo il titolo di scuola media è passata dal 19,2% al 18,8%.
Ma restano ampi margini di criticità: solo il 75% dei 19enni raggiunge il diploma. Troppo pochi secondo gli standard europei. Poi ci sono casi limite, come quello della Sicilia dove i ragazzi che abbandonano presto la scuola sono il 25%. Uno su quattro. Nel Centro Italia il dato si ferma al 14,8%. A sconfortare più dei numeri sono le motivazioni: i ragazzi non credono più nella formazione come strumento per potersi aprire al mercato del lavoro. Il futuro incerto scatena il dubbio: «Chi me lo fa fare?». E il diploma si allontana. Soprattutto nelle aree di maggiore disagio. Anche per questo, ha già detto nelle sue prime dichiarazioni il ministro dell’Istruzione Francesco Profumo, «bisogna fare un’attenta riflessione sul tema della dispersione, soprattutto tenendo conto delle difficoltà delle fasce più deboli, quelle in cui convivono la povertà e l’impossibilità di portare avanti studi regolari». Che la scuola torni ad essere un «ascensore sociale» lo chiede anche la responsabile Istruzione del Pd, Francesca Puglisi.
Il sistema per migliorare, però, «non ha bisogno di nuove riforme» ha chiarito ieri il ministro Profumo davanti alla platea dei presidi dell’Associazione nazionale di categoria (Anp) riunita a Fiuggi per il suo congresso. Bisogna lavorare sulla materia prima di cui già il paese dispone con un obiettivo chiaro: «Rispondere con flessibilità e progetti educativi più personalizzati alle esigenze degli studenti». Il «rilancio e la promozione del sistema dell’istruzione e della ricerca sono fondamentali- ha chiarito il ministro- per il riscatto del paese e per garantire un futuro ai nostri giovani, verso i quali abbiamo precise responsabilità».
L’Italia è «in difficoltà», ma non deve rinunciare a «ragionare su una nuova fase» di cui Profumo, davanti ai presidi, ha cominciato a delineare i contorni anticipando apertamente, per la prima volta, le sue idee programmatiche. Bisognerà avere «particolare attenzione sul fronte della spesa», ma senza rinunciare a lavorare ad aspetti come la valutazione del sistema. Bisogna guardare «ai risultati», anticipa Profumo. Le scuole potranno autovalutarsi ma dovranno anche essere valutate dall’esterno «per consentirci di riflettere sulla reale efficacia del lavoro di didattica».
Dovrà essere ripensato il reclutamento dei docenti «con modalità che garantiscano procedure snelle, trasparenti e definite, per permettere una immissione periodica certa e dare opportunità concrete ai docenti che escono dai nuovi percorsi di formazione universitaria senza creare nuovo precariato». Mentre va chiuso «nei tempi» il concorso per presidi per coprire «le oltre 2mila sedi già vacanti». Profumo pensa anche ad una governance nuova per le scuole che non faccia perno solo sulla figura del dirigente scolastico. Infine le risorse: le scuole dovranno avere certezza «dall’inizio dell’anno» su quanti fondi potranno avere per «realizzare a pieno l’offerta formativa».

La Stampa 03.12.11

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Profumo scopre le carte”. da La Tecnica della Scuola

Durante il IX Congresso dell’Anp interviene su diversi punti spinosi: bisogna garantire risorse certe ad ogni scuola e assunzioni periodiche senza creare altro precariato. Dice baste all’era delle riforme: è l’ora di puntare su valutazione e monitoraggio dei risultati, con gli istituti gestiti da una governance allargata. Sul concorso per dirigenti promette tempi certi e stretti. ll ministro Francesco Profumo non conoscerà a fondo la Scuola, ma di sicuro impara in fretta quali sono le emergenze da risolvere. Tanto che, nel volgere di pochi giorni, ha fatto propria un’istanza che tutti gli addetti ai lavori, dai dirigenti al personale passando per i sindacati e le parti sociali, sostengono da tempo: indicare alle scuole prima dell’avvio dell’anno scolastico l’entità dei fondi con cui dovranno gestire l’istituzione per tutto l’anno. Profumo, intervenuto a Fiuggi, durante il IX Congresso nazionale dell’Associazione nazionale dirigenti e alte professionalità della scuola, è detto che è sua intenzione “assicurare ad ogni istituto sin dall’inizio dell’anno risorse certe, tendenzialmente senza vincoli di destinazione, con cui consentire alle scuole di realizzare appieno l’offerta formativa”.
Il nuovo primo inquilino di viale Trastevere ha poi anche voluto far sapere di avere focalizzato le scelte da attuare sul nuovo sistema di reclutamento scolastico: è “un argomento di basilare importanza” sul quale “è necessaria una riflessione seria”. Senza entrare nei dettagli, Profumo ha comunque spiegato che servono “modalità che garantiscano procedure snelle, trasparenti e definite, per permettere una immissione periodica certa, e dare opportunità concrete ai docenti che escono dai nuovi percorsi di formazione universitaria, senza creare nuovo precariato”.
Per quanto riguarda il miglioramento della qualità del sistema, ad iniziare dalla didattica, il Ministro ritiene che malgrado vadano migliorati tanti aspetti “non abbiamo bisogno di scrivere sulla carta nuove riforme, né dobbiamo intraprendere opere di ingegneria istituzionale”, ma “prestare attenzione ai risultati” del sistema e quindi investire sulla “valutazione degli esiti dell’attività scolastica”. Sulla verifica delle competenze acquisite dagli studenti e dell’operato delle scuole, quindi, Profumo sembra avere l’intenzione di continuare il percorso avviato nell’ultimo triennio dalla Gelmini. L’obiettivo è che alle attuali “pratiche di autovalutazione se ne devono affiancare altre di valutazione, per consentirci di riflettere sulla reale efficacia del lavoro di didattica, e per metterci nelle condizioni di migliorarci. Per ottenere questo risultato – ha proseguito Profumo – sarà importante attuare pienamente l’autonomia scolastica, nel senso di una autonomia responsabile: senza adottare nuove riforme ordinamentali, ma definendo obiettivi chiari, risorse certe e monitoraggio dei risultati”.
Anche sulla gestione degli istituti, che secondo il disegno della Gelmini andrebbe affidata a dei Cda più aperti ad “attori” esterni, in sostituzione degli attuali Consigli di Istituto, Profumo starebbe pensando ad un modello simile: “credo sarà opportuno – ha detto – pensare a una governance che non identifichi come unici soggetti i dirigenti scolastici e il collegio dei docenti, ma che consenta di individuare e promuovere altre articolazioni dell’organizzazione del lavoro”.
Di fronte ad una platea di dirigenti, il neo Ministro non poteva esimersi di dare indicazioni sul discusso concorso per nuovi presidi, le cui prove scritte si dovrebbero svolgere tra un paio di settimane, il 14 e 15 dicembre: “mi impegno a chiudere in tempi certi e stretti i concorsi per dirigenti tecnici, che si trascinano ormai da anni, e soprattutto – ha sottolineato Profumo – il concorso per dirigenti scolastici, per coprire le oltre 2.000 sedi già vacanti”. Il messaggio inviato alle migliaia di ricorrenti è chiaro: si va avanti, nessun rinvio. Ma l’ultima parola spetterà al Consiglio di Stato, i cui giudici saranno chiamati ad esaminare migliaia di ricorsi, già respinti dai Tar, a pochissimi giorni dalle fatidiche prove.

"Italia, un paese fragile in cerca del Rinascimento", di Guido Crainz

Il rapporto del Censis è attraversato dall´urgenza di invertire la rotta. Di ritrovare quella responsabilità collettiva che è stata decisiva nei momenti più difficili della nostra storia: unico modo per porre fine al “disastro antropologico” degli ultimi anni, a un deterioramento della nostra immagine internazionale che abbiamo vissuto «con dolore e con vergogna».

Occorre insomma, ribadisce il Censis, ritornare a “desiderare “, contrastare al tempo stesso il declino e la cultura del declino. Il rapporto evoca anche l´attacco speculativo di questi mesi, che ha visto in noi l´anello debole. E sottolinea la nostra incapacità di governare i processi reali, accresciuta dalla verticalizzazione e dalla personalizzazione del potere ma anche da una più generale povertà della politica. Una politica in crisi radicale di credibilità: solo un italiano su quattro dichiara di aver fiducia nel parlamento o nel governo, ed è fortissima una disattesa richiesta di onestà. Si è aperto in questo modo – prosegue il Censis – un vuoto enorme: quasi che la società possa sopravvivere e crescere “relegando milioni di persone ad essere una moltitudine (egoista) affidata a un mercato turbolento e sregolato”, con la supervisione di vertici finanziari ristretti e non trasparenti.
Su diversi terreni occorre dunque agire per contrastare un diffuso sentimento di stanchezza collettiva. Occorre riconquistare il valore della rappresentanza, la capacità di governo e quei caratteri fondativi – quel nostro “scheletro contadino” – che hanno sin qui resistito, anche se appannati dalle “bolle di vacuità” della nostra modernizzazione: flessibilità e capacità dinamica; l´orizzonte come apertura oltre che come realistico limite; il primato dell´economia reale e della lunga durata contro il prevalere dei poteri finanziari e l´illusione che possano disegnare sviluppo. Quegli elementi, cioè, che ci hanno permesso in passato di diventare protagonisti anche sulla scena europea e mondiale.
Nelle scorse settimane, ricorda il rapporto, altri si sono mossi sul piano politico e istituzionale. Ora spetta a noi “guardarci dentro con severità”, prendere atto che la nostra società si è rivelata fragile, indifesa, in parte eterodiretta. E analizzare alcune debolezze di fondo: ad es. le contraddizioni di un processo di ampliamento dei ceti medi che è stato elemento importante di crescita ma non ha creato identità collettiva. Di qui, al suo incepparsi, un impaurito ripiegamento individuale che si intreccia al rancore di strati sociali che si riscoprono marginali.
Non vanno sottovalutati, sottolinea il Censis, i segnali positivi che pur vengono da alcuni settori dell´economia o da una attitudine internazionale dei nostri Atenei superiore a quel che si pensi, ma vanno guardati con attenzione gli aspetti più inquietanti. Ad esempio il disincanto di un mondo giovanile duramente colpito dalla disoccupazione, dall´incertezza, dall´esclusione. Un mondo in cui si consolida l´area – segnalata già l´anno scorso, e molto più ampia che in Europa – di coloro che non studiano, non hanno lavoro e non lo cercano, piegati dalla rassegnazione. E in cui si diffonde molto più che fra gli adulti, innaturale e doloroso rovesciamento, la disponibilità anche ai compromessi pur di affermarsi. Senza ripartire da qui, senza innescare qui nuovi meccanismi di speranza e di fiducia, appare davvero difficile invertire la tendenza del Paese.

La Repubblica 03.12.11

GUIDO CRAINZ